Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO AVER TENTATO SENZA SUCCESSO DI ACCREDITARSI CON TRUMP CHE NON L’HA NEANCHE RICEVUTA, ALLA LE PEN NON RESTA CHE FA FARE LA QUINTA COLONNA DELL’IMPERIALISMO RUSSO
“Sono un po’ stupita, visto che Trump aveva dichiarato che non voleva più che gli Stati Uniti
facessero i gendarmi del mondo, cosa che invece è successa ieri”.
In un’intervista rilasciata questa mattina a France 2, Marine Le Pen ha espresso tutta la sua disapprovazione nei confronti dell’intervento statunitense in Siria dopo il bombardamento con armi chimiche nella provincia di Idlib.
Per la presidente del Front National sarebbe stato più opportuno “aspettare i risultati di un’inchiesta internazionale indipendente” per evitare il crearsi di una situazione simile “a quelle verificatesi in Iraq e in Libia, che in realtà sono dei processi che hanno portato un caos che ha finito per consolidare il fondamentalismo islamico”.
Sulla stessa lunghezza d’onda la nipote della leader frontista, Marion-Marechal Le Pen, che ha definito come “affrettata” la mossa di Washington, evocando degli “interessi politici” dietro a questa scelta.
L’infatuazione del Front National nei confronti del tycoon statunitense sembra ormai essere giunta al capolinea.
Il sostegno dato da Marine le Pen a Donald Trump durante la sua candidatura è ormai un ricordo, che in questi ultimi mesi si è lentamente sbiadito a seguito di un mancato incontro tra i due.
In realtà , il rapporto tra Donald Trump e Marine Le Pen ha sempre avuto un carattere univoco, visto che l’inquilino della Casa Bianca non ha mai contraccambiato le attenzioni della sua sostenitrice francese.
Nonostante abbia più volte tentato di sbandierare una fantomatica “amicizia” con il leader repubblicano (arrivando anche a dichiarare che Trump avesse il suo numero di telefono), Marine Le Pen non è mai riuscita a concretizzare i rapporti.
A gennaio provò addirittura a organizzare un incontro andando direttamente alla Trump Tower, il quartier generale di tycoon a New York.
Marine, però, si dovette accontentare di un caffè con alcuni membri del suo staff, come testimonia anche una foto scattata di nascosto da un giornalista dell’Huffington Post americano.
In seguito a quell’episodio, l’atteggiamento della candidata frontista è cambiato, divenendo più distaccato nei confronti del presidente americano.
La doccia fredda che ha definitivamente gelato ogni speranza di riconciliazione è arrivata la scorsa domenica, quando il Financial Times ha pubblicato un’intervista a Trump, in cui il presidente affermava “di non conoscere” l’eurodeputata e di non sapere come si evolveranno le elezioni francesi.
Questo cambiamento di rotta avviene in un momento molto delicato della campagna elettorale di Marine Le Pen.
A caccia di una statura internazionale che le permetta di innalzare la sua immagine, in questi ultimi mesi la candidata del Front National ha compiuto una serie di viaggi all’estero per conoscere personalmente alcuni capi di Stato.
L’ultimo, in ordine di tempo, quello fatto a Mosca lo scorso 24 marzo, dove per la prima volta ha potuto incontrare ufficialmente Vladimir Putin.
Il sostegno del Cremlino alla candidatura della rappresentante dell’estrema destra hanno francese non è mai stato un segreto, visti anche gli ingenti prestiti forniti da alcune banche russe vicine a Putin.
Le critiche del presidente russo all’attacco statunitense di ieri hanno evidentemente convinto la candidata francese ad abbandonare ogni tentativo di dialogo con Trump.
Trovatasi nel mezzo di una delicata questione di interesse strategico, costretta a dover scegliere tra un alleato sicuro e un partner ancora da confermare, Marine Le Pen ha optato per la scelta più ovvia, rinunciando definitivamente all’idea di ottenere un endorsement da parte della Casa Bianca.
Questa mossa, però, potrebbe indebolire la sua immagine diplomatica, mostrando un’incoerenza di fondo nella gestione di importanti dossier internazionali.
Per il momento, la leader del front National sembra essere più interessata a confermare le sue amicizie, restando sull’asse russo-siriano.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile
IL CRONISTA DEL GUARDIAN: “DOVUNQUE GUARDASSI VEDEVO SOLO CADAVERI”
“Khan Sheikhun è una città fantasma, le sue strade sono deserte, silenziose, è come se fosse in lutto per le vittime dell’attacco di due giorni fa”. Sono le prime parole di Kareem Shaheen, il primo giornalista a essere entrato nella città siriana dopo l’attacco chimico che ha causato più di 70 morti.
Una testimonianza, quella pubblicata dal Guardian, che racconta da vicino quanto accaduto, l’ultimo capitolo di una guerra lunga sei anni, una guerra che sta devastando un intero paese.
Unico segno dell’attacco, come racconta Shaheen, è un piccolo cratere nella zona settentrionale della città , il punto dove è caduto l’ordigno, di cui sono rimasti piccoli frammenti verdi.
Ma oltre al cratere, nell’aria si percepisce ancora “un flebile odore che pizzica le narici. Le case si sono svuotate”.
I sintomi riportati dalle vittime evidenziano l’utilizzo del sarin, l’agente nervino che, in un attacco risalente al 2013, aveva ucciso più di mille persone in una zona vicina a Damasco.
Dopo quell’attacco, il regime aveva consegnato tutte le sue armi chimiche. A dimostrazione di ciò, e in supporto a Bashar al-Assad, è intervenuta Mosca, affermando che la presenza del gas “sia dovuto all’esplosione di una fabbrica dei ribelli in cui era custodito l’agente chimico, fuoriuscito, quindi, in seguito alle varie esplosioni dovute ai bombardamenti delle forze governative”.
Ma il giornalista del Guardian è andato a ispezionare la zona colpita dai bombardamenti: “C’erano un magazzino e alcuni silos, per il resto era un luogo abbandonato che puzzava di concime animale e di grano”, scrive Shaheen.
Non solo, i residenti sopravvissuti hanno affermato che quei silos erano già stati danneggiati sei mesi fa durante un raid aereo e che da allora erano in stato di abbandono.
“Lo puoi vedere: non c’è niente là , tranne un po’ di grano e del concime. C’è anche una capra morta, soffocata dal gas”, spiega uno dei superstiti.
E i residenti negano quanto affermato da Mosca: “Non c’è alcuna prova che qui fosse conservato del gas, non c’era”.
Altri hanno raccontato a Shaheen quello che hanno visto: “Era come assistere al Giorno del Giudizio”, afferma Hamid Khutainy, un volontario della protezione civile di Khan Sheikhun.
Gli attacchi sono iniziati poco dopo le 6 e 30 del mattino. La gente pensava fosse solo un altro attacco aereo, fino a quando i primo soccorritori hanno iniziato ad accusare i primi sintomi, cadendo a terra e perdendo i sensi.
Khutainy spiega il caos che la città stava vivendo in quegli istanti: “Ci hanno detto di ‘aver perso il controllo'”, ma non capivamo cosa volessero dirci. Poi un’altra comunicazione, ‘Salvateci, non possiamo più camminare’.
A quel punto abbiamo mandato due squadre con le maschere antigas. Anche noi che stavamo a 500 metri dalla zona colpita potevamo sentire l’odore”.
Una scena terrificante: gente ferita stesa a terra colpita da convulsioni, altri schiumavano dalla bocca, avevano le labbra blu, svenivano e si riprendevano, per poi svenire ancora. Tra questi tanti bambini. “Dovunque guardassi – spiega un testimone – vedevo solo cadaveri”.
I pochi sopravvissuti sono stati raggruppati insieme, in modo da poter fornire loro l’assistenza necessaria. Molti di questi stavano in una struttura medica.
E mentre medici e paramedici cercavano di intervenire e aiutare queste persone, sono partiti “8 o 10 attacchi aerei. Il soffitto è crollato, i morti sommersi dalle macerie. Non si poteva fornire più aiuto a nessuno”.
Tutto ciò che era custodito all’interno dell’ospedale era inutilizzabile. Non c’era nemmeno più corrente elettrica.
“Forse i piloti avevano sentito quella leggenda per cui dopo 48 ore che sei morto per colpa del sarin, poi ritorni in vita”, ironizza un ufficiale del gruppo ribelle Ahrar al-Sham. “Deve essere per questo che hanno bombardato. Ma grazie a Dio ci sarà un Giudizio Universale anche per queste persone”.
Tra i superstiti incontrati da Shaheen c’era anche Abdulhamid al-Yousef, che solo il giorno prima aveva assistito ai funerali della moglie e delle due figlie gemelle di appena nove mesi. Morte a causa del gas.
Come loro, anche molti altri suoi parenti hanno perso la vita in seguito all’attacco.
La sera, dopo il bombardamento, Yousef ha insistito per portare le sue due bambine in braccio fino al cimitero, dove sarebbero state sepolte. Era quasi in trance, ripeteva in continuazione i loro nomi, tra le lacrime e i singhiozzi.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile
PER FORTUNA CHE C’E’ DI STEFANO CHE ORA CI SPIEGA CHE NEGLI USA NON COMANDANO I PRESIDENTI MA LE LOBBY (SI’, PROPRIO QUELLE CHE TRUMP AVEVA MANDATO AFFANCULO)
Donald Trump ha ordinato un attacco missilistico contro la base dell’aviazione militare siriana di
Shayrat. C’era però un tempo in cui Donald Trump aveva tutt’altre idee circa l’eventualità di un intervento militare in Siria.
Prima di chiudere le porte ai siriani e bombardare la base militare infatti Trump (e con lui i suoi corifei europei) aveva a lungo criticato la possibilità di un intervento in Siria.
Appena un giorno dopo il sovranista Matteo Salvini si allineava con Trump con una uscita su Twitter, perchè l’importante per un nazionalista come Salvini è sempre avere un’idea originale.
Curiosamente Salvini — che per un certo periodo ha fatto finta che nessuno bombardasse le postazioni dell’ISIS in Siria — poi è diventato un fervente sostenitore dell’intervento militare in Siria, ma solo dopo che Putin ha mobilitato le sue truppe (notoriamente buone) contro l’ISIS.
Era il 2013 e Assad stava per superare la “linea rossa” oltre la quale l’allora Presidente Obama aveva annunciato gravi conseguenze per il regime.
Trump però twittava che gli USA dovevano “starsene fuori dalla Siria” perchè i cosiddetti ribelli erano pericolosi quanto il regime di Assad. Una tesi che curiosamente è la stessa di molti cauti pacifisti nostrani che non credono che Assad possa essere così pericoloso.
In realtà Assad ha già dato prova di non aver alcun interesse per le vite dei cittadini siriani. Dall’inizio della guerra la strategia militare di Assad è sempre stata quella di rendere impossibile la vita di coloro che vivono nelle aree sotto il controllo dei ribelli. Le tattiche adottate da Assad comprendono anche l’uso di armi chimiche (sono stati eseguiti almeno otto attacchi con armi chimiche su Aleppo verso la fine del 2013) ed esecuzioni di massa.
Con l’aiuto dei russi inoltre Assad ha sistematicamente bombardato ospedali e colpito convogli di aiuti umanitari. Tutto questo però non rappresentava un problema per Trump che fino a questa notte ha sempre sostenuto che non fosse necessario, utile o auspicabile intervenire in Siria.
In diverse occasioni Trump ha “consigliato” Obama di non attaccare la Siria perchè gli Stati Uniti non avevano nulla da guadagnarci e tutto da perdere.
Trump ha mantenuto questo stesso registro anche durante la campagna elettorale per le Presidenziali. Il candidato Presidente dei repubblicani infatti si presentava all’elettorato come l’uomo che avrebbe evitato la Terza Guerra Mondiale.
In una intervista alla Reuters, Trump dice che Hillary Clinton è una guerrafondaia che il suo atteggiamento nei confronti della questione siriana avrebbe potuto compromettere seriamente le relazioni con la Russia (che è apertamente schierata con Assad).
Curiosamente nella base militare bombardata oggi dagli USA pare fossero presenti anche militari russi.
Forse è per questo che Beppe Grillo ha salutato con un certo entusiasmo l’elezione di Trump alla Casa Bianca spiegando che “la presenza di due leader come Trump e Putin predisposti al dialogo apre a scenari di pace e distensione”.
In queste ore di pace e di distensione non se ne vede molta perchè dopo l’intervento americano in Siria la Russia ha protestato veementemente e l’Iran (che sostiene Assad) non ha gradito il rinnovato impegno degli USA in quello che sta diventando il cortile di casa loro.
La decisione di Trump di agire in maniera diametralmente opposta rispetto a quanto aveva predicato in questi anni però gli ha già attirato le critiche dei sostenitori dell’estrema destra USA che vorrebbero che il Presidente mettesse davvero in pratica quel Make America Great Again senza però dover dire Syria First e mettere così in secondo piano il Paese.
All’interno della cosiddetta alt-right c’è già chi accusa Trump di essere un pupazzo della Clinton (e non di Putin) visto l’ex-segretario di Stato di Obama aveva reagito alla notizia dell’attacco con il gas a Khan Sheikhun chiedendo un intervento deciso contro Assad.
E anche in Italia Manlio Di Stefano, l’esperto di politica estera del MoVimento 5 Stelle ci tiene a spiegarci che negli USA comandano le lobby della guerra e del petrolio e non i Presidenti.
Fino a ieri però sembrava che Trump le avesse sconfitte tanto che all’indomani dell’elezione Grillo dichiarò: «È pazzesco. Questa è la deflagrazione di un’epoca. È l’apocalisse dell’informazione, della Tv, dei grandi giornali, degli intellettuali, dei giornalisti. Questo è un VAFFANCULO generale. Trump ha fatto un VDay pazzesco» spiegando che la vittoria di Trump era la vittoria del Popolo contro le lobby.
Ora Di Stefano ci spiega che Trump sta agendo senza il mandato dell’ONU e della NATO e quindi violando ogni legge internazionale.
Non che la Russia abbia un mandato dell’ONU quando bombarda le città “ribelli” in Siria, ma dal momento che l’intervento di quel benefattore di Putin è stato richiesto da Assad e dal momento che non si sa ancora se Assad è un dittatore allora va tutto bene. Non risulta che Putin abbia chiesto ai siriani di esprimersi democraticamente su Assad prima di mandare le sue truppe.
Di Stefano è preoccupato che l’intervento di Trump possa scatenare una guerra mondiale, ma con chi? Con la Russia?
Stando a come ne parlano i 5 Stelle non sembra che Putin sia un guerrafondaio, anzi è una persona “predisposta al dialogo” e possiamo stare sicuro che farà pace con gli USA il prima possibile.
Nel frattempo sarebbe carino che Di Stefano condannasse il bombardamento siriano che ha provocato la morte di cento civili nella provincia di Idlib, bombardare la popolazione civile non è mai giustificabile.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile
SOVRANISTI NEL LUTTO, COSTRETTI A SCEGLIERE TRA TRUMP E PUTIN… PARLANO DI DIRITTO INTERNAZIONALE VIOLATO, MA HANNO GLI OCCHI BENDATI QUANDO LO VIOLANO I LORO COMPAGNI DI MERENDE
“L’azione ordinata stanotte da Trump è una risposta motivata a un crimine di guerra”. Lo ha detto
il premier Paolo Gentiloni in una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Il primo ministro ha aggiunto: “Chi fa uso di armi chimiche non può contare su attenuanti e mistificazioni”.
“L’Italia è sempre stata convinta che una soluzione duratura per la Siria vada cercata nel negoziato – ha proseguito Gentiloni -. Era e resta la nostra posizione. Il negoziato deve comprendere tanto le forze di opposizione quanto il regime, sotto l’egida delle nazioni unite con ruolo decisivo e costruttivo della Russia”.
Il primo ministro ha anche detto: “Ho avuto colloqui con il presidente Hollande e la cancelliera Merkel: abbiamo condiviso che l’Europa contribuisca nella direzione della ripresa del negoziato”.
Alfano: “Italia comprende ragioni attacco militare”.
“L’Italia comprende le ragioni di un’azione militare Usa” in Siria “proporzionata nei tempi e nei modi, quale risposta a un inaccettabile senso di impunità nonchè quale segnale di deterrenza verso i rischi di ulteriori impieghi di armi chimiche da parte di Assad, oltre a quelli già accertati dall’Onu”. Lo sottolinea il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, in una nota diffusa dopo l’attacco missilistico contro una base aerea del regime di Bashar al Assad.
Lega e M5s contro Trump.
Lega Nord e MoVimento 5 stelle, al contrario, condannano il raid americano contro la Siria. “Missili Usa sulla Siria pessima idea e regalo all’Isis – ha detto il leader del Carroccio, Matteo Salvini -. Forse per i problemi interni, forse mal consigliato dai guerrafondai, Trump in Siria fa la scelta più sbagliata”
Dura anche la nota dei gruppi M5S di Camera, Senato ed Europarlamento. “Gli attacchi scanditi nella notte dall’aeronautica Usa contro il territorio siriano rischiano di costituire una chiara violazione del diritto internazionale – hanno detto -. Non solo, dimostrano per l’ennesima volta il reale valore che le potenze del mondo attribuiscono alle Nazioni Unite. Un valore nullo”.
“Si è preferito bombardare ancor prima di incaricare l’Onu di avviare una inchiesta indipendente per accertare i responsabili dell’uso di armi chimiche ”
(da agenzie)
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Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile
AVEVA PROMESSO “AMERICA FIRST”, MA PER RECUPERARE CONSENSI DOVEVA DIMOSTRARE DI ESSERE UN UOMO D’AZIONE, RINNEGANDO IL SUO PROGRAMMA
E’ tornato il “gendarme del mondo”, nella figura di quel Presidente Trump che aveva promesso di porre “America First” e il resto del mondo ben dietro il suo ritrovato super nazionalismo,
E ora la domanda è: come risponderà Vladimir Putin al salvo di 59 missili Cruise “mirati”, ha detto Trump, sulla base aerea della Siria dalla quale partì l’attacco con armi chimiche contro il suo protetto e principale cliente in Medio Oriente, Bashar al-Assad?
Accetterà Mosca, che continua a negare che quelle armi chimiche siano state impiegate da Assad, di permettere che il suo cliente siriano sia preso a schiaffi dagli americani senza reagire?
Per spiegare la sua repentina conversione da isolazionista e gendarme che punisce chi viola la legge, Trump ha detto, in un breve, e molto ansimante discorso, che la rappresaglia missilistica era “nell’interesse nazionale degli Stati Uniti” anche se nessun soldato o civile americano, nessuna installazione americana è stata colpita in quel massacro, ma la vera ragione era punire chi si era macchiato di “orriibili crimini”.
Di fatto, dopo avere predicato la religione del neo isolazionismo anche Trump torna a recitare la parte del “gendarme del mondo” che muove per fermare o per punire chi viola sfacciatamente i minimi standard delle norme internazionali, come già Clinton fece in Serbia e Bush pretese di fare in Iraq, contro il “macellaio di Baghdad” e il suo inesistente arsenale chimico e nucleare, Saddam.
Ma lo stormo di Tomahawk con testate da mezza tonnellate di esplosivo convenzionale ciascuna non è la guerra, non è la spallata militare che potrà far cadere Assad, non è — ancora — una riedizione della sciagurata strategia del “Cambio di Regime” che tanto bene ha fatto al mondo arabo dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. È un “segnale”, come stanno dicendo dalla serata di Washington, gli specialisti, ma un “segnale” a chi?
Quei missili, che volano a volocità subsonica e a quote relativamente modeste, hanno sorvolato, partendo dalle unità della US Navy nel Mediterraneo che li hanno lanciati , le aree della Siria controllate dall’Armata Russa, come la base aerenavale di Lantaka e sicuramente i radar russi li hanno visti e tracciati.
Mosca e i suoi militari in Siria erano stati preavvertiti, per evitare equivoci e per chiarire da subito che quei missili non erano diretti contro installazioni o personale loro.
Ma se gli obiettivi militari non erano le forze di Putin, l’obiettivo politico diventa sicuramente lui, il Lord Protettore senza il quale Bashar al-Assad sarebbe forse già caduto, sotto la spinta congiunta dei ribelli assortiti e delle milizie dell’Isis.
Se questa azione, più spettacolare che militarmente devastante, più diretta a dimostrare agli americani che Trump è uomo d’azione e non un guerriero riluttante come Obama, sarà letta da Putin per quello che è, una pura dimostrazione di forza e di decisionismo di un Presidente americano disperatamente alla ricerca di un colpo di scena per risollevare il proprio prestigio cadente, non ci saranno reazioni più che retoriche da Mosca.
Ma il gioco nel qale Trump si è gettato, sperando che questa azione largamente dimostrativa e molto “chirurgicica” come sempre si dice, sia conclusa in se stessa, è, come tutte le azioni di forza, non una porta che si chiude, ma una porta che si apre.
Riprendendo le armi che Obama non aveva voluto usare, se non con occasionali attacchi di droni, Trump ha voluto dire di essere pronto alle azioni militari almeno a distanza e l’ha fatto nella sera nella quale era a cena con il Presidente Cinese Xi, a sua volta protettore di un altro sinistro desposta, il coreano Kim.
Si vuole sperare, contro le lezioni del passato, che questa porta aperta non lasci passare nuove escalation e azioni simili, magari allargandosi contro la Corea del Nord protetta dall’ospite a cena di Trump, perchè ogni conflitto, dimostrativo o punitivo che sia, è sempre molto più difficile da chiudere che da aprire.
E la parola, oggi, è a Putin
(da “La Repubblica”)
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Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile
TRUMP SCEGLIE LA REAZIONE MINORE, ASSAD RESTA A PIEDE LIBERO… LA RUSSIA FA FINTA DI INDIGNARSI
Con 59 missili Tomahawk lanciati da due portaerei al largo del Mediterraneo Donald Trump dà
una svolta alla sua presidenza e a sei anni di guerra in Siria.
La reazione americana per la strage di Khan Sheikhoun in cui martedì mattina sono morte più di 80 persone, fra cui 28 bambini, è arrivata poco dopo le 8,40 ora di New York, quando nel Mediterraneo era notte (le 2,40 in Italia).
Gli americani hanno preso di mira la base di Al Shayrat da cui erano partiti gli aerei con le armi chimiche. Prima di colpire, riferiscono fonti del Pentagono ai media Usa, i russi sarebbero stato avvertiti, ma su questo punto non c’è una conferma ufficiale.
Gli Stati Uniti hanno fornito versioni contrastanti. Secondo il segretario di Stato Rex Tillerson: “Non ci sono state discussioni o contatti precedenti, nè ce ne sono stati con Mosca da quando è stato sferrato l’attacco”.
Il Pentagono invece sostiene che la Russia sia stata allertata nel corso di “plurime conversazioni”. “Ci sono russi alla base ed abbiamo adottato precauzioni straordinarie per non colpire l’area in cui si trovano”, spiega da Washington il portavoce Jeff Davis.
La Russia.
L’attacco porterà “danni considerevoli” alle relazioni tra Russia e Stati Uniti, si legge nella nota del Cremlino. Il raid “viola la legge internazionale. Washington ha compiuto un atto di aggressione contro uno Stato sovrano”, ha detto il presidente russo Vladimir Putin, citato dal portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, secondo i media russi. Mosca ha chiesto la convocazione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu “per discutere la situazione”.
L’annuncio di Trump.
Poco dopo che la notizia del bombardamento, da Mar-a -Lago, residenza in Florida dove si trova per il vertice con l’omologo cinese Xi Jin Ping, Trump spiega la decisione: “Martedì il dittatore della Siria, Bashar al-Assad, ha lanciato un terribile attacco con armi chimiche contro civili innocenti, uccidendo uomini, donne e bambini. Per molti di loro è stata una morte lenta e dolorosa. Anche bambini piccoli e bellissimi sono stati crudelmente uccisi in questo barbaro attacco. Nessun bambino dovrebbe mai soffrire tale orrore”.
Poi annuncia: “Questa sera ho ordinato un attacco mirato contro la base da cui è partito l’attacco chimico”.
La Siria, ha aggiunto, “ha ignorato gli avvertimenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu” perchè “non si possono discutere le responsabilità della Siria nell’uso delle armi chimiche”. Per rivolgersi infine “a tutte le nazioni civilizzate” per chiedere di interrompere il bagno di sangue in corso: “Il mondo – ha detto Trump – si unisca agli Usa per mettere fine al flagello del terrorismo”.
L’operazione.
I missili, lanciati da due navi americane presenti nel Mediterraneo, avrebbero colpito piste, velivoli e zone di rifornimento. Secondo fonti militari siriane le vittime sarebbero sei.
Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, sarebbero invece “decine i membri e gli ufficiali delle forze del regime” di Damasco uccise e ferite, nella base a circa 25 chilometri sud-est da Homs.
Questa “base è considerata la seconda più grande base aerea della Siria, dove si trovano velivoli Sukhoi-22, Sukhoi-24 e Mig-23”. Oltre agli hangar degli aerei, la base ospitava un battaglione della difesa aerea, abitazioni di ufficiali e un deposito di carburante. Secondo l’ong, la base sarebbe stata “quasi completamente distrutta”.
Reazioni contro.
La televisione di Stato siriana definisce il raid missilistico “un’aggressione” da parte degli Stati Uniti nei confronti della Siria. L’Iran anche condanna “energicamente” i bombardamenti e ritiene che “rafforzino i gruppi terroristici”.
Il portavoce del ministero degli Esteri, Bahran Ghasemi, dice che gli attacchi stati “un’azione unilaterale pericolosa, distruttiva e che viola i principi del diritto internazionale”.
Reazioni a favore.
Trump è appoggiato dal premier israeliano Netanyahu (“Messaggio Usa forte e chiaro, siamo con loro”) e della premier inglese Theresa May che parla di “risposta appropriata” all’attacco barbaro con armi chimiche lanciato dal regime siriano. L’Arabia Saudita dà il suo “pieno appoggio” all’attacco statunitense. Una fonte del ministero degli Esteri di Riad, elogia il presidente Trump, definendolo “coraggioso”. Pieno sostegno anche da parte del Giappone.
“La responsabilità per questi sviluppi è del solo Assad” dichiarano la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande, dopo una telefonata seguita all’attacco: “Il ripetuto utilizzo di armi chimiche e i suoi crimini contro la propria popolazione reclamavano un sanziomanento”.
Per il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel l’attacco “è comprensibile”. “L’azione ordinata stanotte da Trump è una risposta motivata a un crimine di guerra” dice il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, “crimine di guerra di cui è responsabile Bashar Al Assad”, aggiunge.
Per il ministro Esteri Angelino Alfano, “L’italia comprende le ragioni di un’azione militare Usa proporzionata nei tempi e nei modi, quale risposta a un inaccettabile senso di impunità nonchè quale segnale di deterrenza verso i rischi di ulteriori impieghi di armi chimiche da parte di Assad, oltre a quelli già accertati dall’Onu”.
Appoggio dal premier australiano, Malcolm Turnbull che definisce l’attacco, “giusto e rapido”.
“Ma non siamo in guerra contro il regime di Assad e gli Stati Uniti hanno chiarito che non vogliono disarcionare il regime”. Turnbull aggiunge di essere stato informato “poco prima” dell’incursione.
La Turchia “giudica positivamente” l’attacco americano, dice il vicepremier Nurman Kutulmus. “La risposta degli Usa contro Assad dopo l’attacco chimico è appropriata e necessaria”, dichiara il ministro degli Esteri dell’Estonia, Sven Mikser. Secondo il primo ministro della Danimarca, Lars Lokke Rasmussen, l’attacco di questa notte in Siria è “giusto”.
Nel corso della giornata di ieri, era trapelata notizia che il Pentagono stesse studiando i piani per un intervento militare in Siria. L’opzione scelta da Trump – attacco mirato da una portaerei – è secondo gli esperti Usa la più restrittiva fra quelle che gli aveva messo sul tavolo il segretario alla Difesa Jim Mattis.
Il Pentagono temeva che l’uso di aerei avrebbe fatto scattare la contraerea e l’aviazione russa. Ma è destinata comunque a scatenare polemiche: Trump è intervenuto senza chiedere l’autorizzazione del Congresso, come lo autorizzano a fare le leggi approvate dopo l’11 settembre, ma come aveva scelto di non fare il suo predecessore, Barack Obama. Che nel 2013 fermò all’ultimo minuto un attacco militare contro la Siria – che pure aveva usato armi chimiche contro la popolazione civile – giustificando la sua scelta con la contrarietà del Congresso.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 5th, 2017 Riccardo Fucile
IL PARTITO REPUBBLICANO HA IMPOSTO IL RIDIMENSIONAMENTO DEL GURU XENOFOBO
Donald Trump ha rimosso Stephen Bannon dal National Security Council. Bannon rimane nello staff con l’incarico di suo stratega.
A gennaio Trump aveva deciso, con una scelta inusuale, di inserire nel National Security Council Bannon, guru dell’alt-right ed ex responsabile del sito news di destra Breitbart, considerato uno degli artefici della vittoria del miliardario alle presidenziali. La scelta era stata molto criticata dai repubblicani e dai democratici: temevano che Bannon, ex capo della campagna elettorale di Trump, potesse politicizzare le decisioni sulla sicurezza nazionale.
A sollevare il problema a gennaio era stato un gruppo di cinque parlamentari democratici della Camera, sostenendo che si trattava di una scelta “pericolosa” per gli Stati Uniti.
Bannon aveva anche fatto un curioso endorsement a Virginia Raggi, la Trump italiana.
L’allontanamento di Bannon segna una vittoria per il generale H. R. McMaster, succeduto nel ruolo di Consigliere per la Sicurezza Nazionale al generale Michael Flynn, travolto dal Russiagate, per i suoi contatti illegali con l’ambasciatore russo a Mosca Serghely Klyaski.
Fonti della Casa Bianca forniscono una loro versione della rimozione di Bannon: l’uomo di fiducia di Trump — che resta suo consigliere e capo stratega — era stato inserito per tenere d’occhio Flynn — da cui si evince che Trump gia’ non si fidava di lui ancor prima che scoppiasse il Russiagate — ma ora che c’è McMaster, la sua presenza è inutile. Non solo.
Secondo la fonte della Casa Bianca citata da Bloomberg, Bannon non avrebbe mai partecipato alle riunioni del Consiglio.
Trump ha licenziato Flynn il 13 febbraio per aver mentito al vicepresidente Mike Pence sui suoi incontri con l’ambasciatore russo Kislyak, ancora prima che Trump si insediasse alla Casa Bianca.
Un reato previsto dal Logan Act che vieta ai privati cittadini di aver rapporti con rappresentanti di altri governi.
Il ridimensionamento di Bannon in realtà è una vittoria del partito repubblicano che non poteva tollerare un personaggio legato all’estrema destra xenofoba e Trump ha dovuto cedere per non vedere compromesso, più di quanto già non sia, il rapporto con il partito che non intende farsi travolgere dalle sue scelte personali.
(da agenzie)
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Aprile 4th, 2017 Riccardo Fucile
L’OMBRA DELLA “BLACKWATER”: L’INTERMEDIAZIONE DEL FONDATORE DEL GRUPPO PRIVATO DI SICUREZZA A CUI ERA APPALTATA PARTE DELLA GUERRA IN IRAQ
Lo spettro della Blackwater torna a perseguitare dagli Stati Uniti: a dieci anni dal giorno in cui gli
impiegati del gruppo privato di sicurezza a cui George W. Bush e il suo vicepresidente Dick Cheney avevano appaltato tanta parte della guerra in Iraq, uccisero 17 persone in una piazza di Bagdad, il fondatore del gruppo Erik Prince finisce al centro di uno scandalo che rischia di indebolire ulteriormente la presidenza Trump.
A tirare fuori dal relativo anonimato in cui era caduto dopo aver venduto la sua creatura Prince, è un’inchiesta del Washington Post, il giornale che più di ogni altro sta indagando negli aspetti poco chiari di questa Amministrazione.
Secondo il quotidiano. Prince, presentandosi come un de facto intermediario di Trump, avrebbe partecipato a un incontro nelle Seychelles con rappresentanti del governo russo: l’appuntamento sarebbe stato organizzato dal governo degli Emirati Arabi Uniti, allo scopo di creare un canale di comunicazione alternativo fra Mosca e la Casa Bianca per discutere di questioni come la crescente influenza russa in Siria e la possibile mediazione di Mosca con Damasco e Teheran.
La rivelazione è attribuita dal Washington Post a diverse fonti: e benchè non sia stata confermata nè dalla Casa Bianca nè dal governo degli Emirati, mette Trump e i suoi in una posizione delicata.
Se è vero infatti che Prince non ha mai avuto un incarico ufficiale nè nella campagna di Trump, nè nel suo team di transizione, nè tantomeno nel governo, i suoi legami con il nuovo presidente sono innegabili.
Prince ha donato più di 250mila dollari a Trump in campagna elettorale, è da tempo molto vicino a Stephen Bannon, uomo-ombra del presidente, e fratello di Betsy DeVos, controversa responsabile dell’Istruzione per il governo Trump.
Con il risultato che, mentre la tensione intorno all’inchiesta sulle ingerenze in campagna elettorale (che ha già portato alle dimissioni del Consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn) continua a salire, le rivelazioni del Washington Post assestano un altro colpo alla Casa Bianca di Donald Trump.
Intanto, come aveva promesso, il presidente americano ha firmato la legge approvata dal Congresso a maggioranza repubblicana che cancella un’altra eredità di Barack Obama: la privacy su internet. Lo rende noto la Casa Bianca.
Si tratta delle norme che da fine anno avrebbero impedito ai fornitori di connessione a banda larga di raccogliere e vendere i dati dei clienti senza il loro consenso.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 30th, 2017 Riccardo Fucile
RICHARD BURR E’ IL SENATORE REPUBBLICANO CHE GUIDA LA COMMISSIONE INTELLIGENCE CHIAMATA A INDAGARE SUI RAPPORTI DEL PRESIDENTE CON LA RUSSIA… IL PRECEDENTE DI NIXON
Quasi mezzo secolo dopo i giorni roventi dello scandalo Watergate che costrinse un presidente alle
dimissioni, sulla poltrona di presidente della Commissione intelligence del Senato siede di nuovo, per caso, un figlio del profondo Sud, un senatore della North Carolina come il senatore Sam Ervin che da quello scranno condusse le udienze che demolirono gli alibi e le bugie di Nixon.
Il suo nome, che pochi conoscevano fuori dal mondo della politica e dal suo stato, è Richard Burr — proprio come quell’attore che interpretava il famoso ruolo di Perry Mason — e impareremo a conoscerlo, perchè nelle sua mani c’è ora l’inchiesta sul “Russiagate”, sui possibili rapporti segreti, connivenze e complicità fra agenti di Putin e uomini di Trump e sui lavoro delle cybertalpe russe per scavare dentro le istituzioni americane e corroderle.
Burr, un robusto signore di 61 anni con un passato di giocatore di football per il suo college, non ha soltanto il poco invidiabile compito di frugare negli armadi di un presidente per il quale ha votato e per il quale ha lavorato come consigliere.
Ha quello, ben più formidabile, di restituire credibiltà alla istituzioni della democrazia americana, scosse dall’elezione di un candidato con appena il 46% dei voti espressi, dallo sfacciato conflitto di interessi di un presidente con rapporti oscuri con banche e finanzieri in mezzo mondo e nel mondo di mezzo, fra banchieri di stato russo e casinò di Atlantic City.
Ironia della storia, tocca di nuovo al figlio di quel Sud che tentò disperatamente di demolire l’Unione il compito di salvare il Nord e l’unità nazionale. E di far tremare il presidente che ha eletto sul suo trono vacillante.
Nel 1973, il suo lontando predecessore Ervin riuscì nell’impresa di strappare la verità sui reati commessi o permessi dalla Casa Bianca senza apparire partigiano e di far dimenticare che apparteneva al partito Democratico, opposto ai repubblicani di Nixon. Le verità che la sua commissione riuscì a svelare sbucciando una alla volta le mele marce dell’amminsitrazione Nixon erano troppo ovvie, chiare e convincenti per far pensare a un processo politico e a una caccia alle streghe di parte.
Burr ha il problema opposto: è un repubblicano, un trumpista dichiarato e se le inchieste, le deposizioni, il materiale che per settimane esaminerà dovessero scagionare il presidente, la sua sentenza di assoluzione politica dovrà apparire, come quella di condanna di Ervin 44 anni or sono, al di sopra di ogni sospetto.
Così come una sentenza di “colpevolezza” dovrà convincere gli elettori di Trump che il senatore ha fatto soltanto il proprio lavoro correttamente nel nome e per conto della nazione.
In ballo non c’è il futuro di un presidente, che comunque, fatti i danni che riuscirà a fare o i miracoli che ha promesso, fra otto anni dovrà andarsene, o la sorte dei più sospetti fra i suoi portaborse e assistenti che potranno finire in carcere come altri in passato ed essere sostituiti.
In ballo c’è la credibilità di un sistema istituzionale che ha saputo resistere al massacro fratricida della Guerra Civile, a una Depressione economica che in Europa partorì i mostri del fascismo e del nazismo, alla insensate guerra in Vietnam, alle dimissioni in digrazia di un presidente e alla pugnalata di un attacco terroristico al cuore dei propri simboli nel 2001.
Ma potrebbe non sopravvivere al sospetto che le proprie istituzioni democratiche, celebrate nel rito quadriennale delle elezioni, siano tarlate dagli agenti di una potenza straniera e poi coperte dalla complicità di chi dovrebbe bonificarle.
“Sono qui per fare il mio lavoro senza guardare dove e a chi le nostre conclusioni possano portare” ha detto il senatore repubblicano Burr, mentre il suo vice, il democratico Warner, gli teneva una mano sulla spalle per simboleggiare il loro affiatamento super partes. Se lo farà , se sarà credibile come lo fu il suo predecessore del profondo Sud amerivano nel 1973, la democrazia americana saprà sopravvivere anche a questa crisi.
(da “La Repubblica“)
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