Dicembre 4th, 2016 Riccardo Fucile
TUTTI SEDOTTI (E USATI) DA PUTIN
Matteo Salvini, Marine Le Pen, Donald Trump e tutti gli occidentali affascinati da Vladimir Putin guardano il presidente russo e vedono riflesso in lui ciò che non possono confessare di essere: “Potenziali tiranni. In ogni leader del nuovo populismo ve n’è nascosto uno”.
Sergio Romano — ex ambasciatore alla Nato e in Unione Sovietica, professore ed editorialista del Corriere della Sera — ha appena pubblicato per Longanesi “Putin e la ricostruzione della grande Russia”, un libro che ritrae senza tifo nè pregiudizio un uomo e uno statista enigmatico e popolare (nel suo paese), capace nello stesso tempo di far suonare tutti gli allarmi della russofobia occidentale e di sedurre una parte della politica europea e statunitense, come non succedeva da tempo, riuscendo a costruire un nuovo protagonismo internazionale della Russia: “Putin non si è mai espresso sul referendum italiano, e capisco perfettamente perchè — spiega all’Huffington Post Romano —: un suo intervento sulle riforme sarebbe stato mal compreso e giudicato come un’ingerenza. Probabilmente, Putin preferisce Renzi a un suo eventuale e incerto successore, ma non lo direbbe mai: per non nuocere nè alla Russia nè al presidente del consiglio italiano”.
Scrive: “Per governare l’immenso spazio di cui si è impadronita, la Russia ha bisogno di una ideologia e di una missione”. Qual è quella di Putin?
«Putin ha elaborato un’ideologia che si fonda sulla grandiosità della storia russa e che consente a tutti i popoli che compongono il Paese di identificarsi con essa. Nella sua visione, non c’è più una prima e un dopo l’Unione Sovietica: c’è una linea di continuità che va dall’insurrezione contro gli invasori polacchi del Seicento sino a alla guerra vinta da Stalin contro il nazismo”.
Non c’è Lenin, però.
Per la sua narrazione di grandezza, Putin non poteva fare a meno di raccontare quel glorioso avvenimento patriottico che è stata la vittoria nella seconda guerra mondiale contro Hitler, di cui Stalin fu protagonista. Certo, Putin ha rimosso la parte più conflittuale della storia di Stalin: le purghe, la brutalità , i gulag. Così come ha accantonato la rivoluzione bolscevica. Entrambe le vicende avrebbero esacerbato le differenze che ci sono nel paese, anzichè contribuire a forgiare l’unità del popolo russo.
È una memoria selettiva
Sì, ma Putin non ha nemmeno ripudiato la memoria di Lenin: la sua salma è ancora custodita nel mausoleo della Piazza Rossa e il presidente russo sa che in essa si riconosce una parte della società russa post sovietica. Putin ha preferito lasciare le cose come sono, per non creare conflitti.
È un problema questo rifiuto di elaborare la storia?
A differenza di quanto accaduto in tutte le democrazie occidentali, in Russia il passato non è stato mai messo sul banco degli imputati. Con il sessantotto, in Europa comincia un processo con il quale i figli mettono in discussione i padri, giudicando le scelte che hanno compiuto. Il fascismo, il nazismo, il colonialismo diventano colpe collettive da espiare. In Russia non è accaduto nulla di simile. E quando durante un convegno — provocatoriamente — domandai perchè, mi risposero che i russi si erano scusati con i popoli baltici e che non avevano altri mea culpa da fare. “Abbiamo vinto la guerra contro i nazisti — è il loro ragionamento —: di cosa dovremmo vergognarci?”
Il sessantotto ha contestato i padri. Putin, invece, li recupera.
Che a Putin non piaccia il sessantotto, non è sorprendente. Pensi all’episodio delle Pussy Riot. In occidente, ci saremmo scandalizzati, certo, ma avremmo liquidato l’episodio come una trovata goliardica. Per lui, è inconcepibile. È così preoccupato che la società gli sfugga di mano che non può consentire nemmeno un atto del genere.
C’era anche un attacco alla Chiesa Ortodossa in quel gesto.
Putin — che sia o meno un sincero devoto — fa un uso politico della religione ortodossa, con la finalità di unificare il paese all’insegna di una fede identitaria che da sempre è un collante della storia russa. E quando tu decidi che l’ortodossia è un elemento d’identità nazionale, un attacco alla Chiesa Ortodossa diventa una sfida all’intera nazione russa.
Per essere governata, la Russia ha bisogno necessariamente di un sistema autoritario?
Avrei tendenza a crederlo, anche se in ogni paese possono sempre accadere grandi rinnovamenti. L’esperienza dice a Putin che non avere il controllo del paese è molto pericoloso. Pensi a cosa è successo con Boris Eltsin, che pure aveva dei tratti di genialità politica e coraggio civile. Gli oligarchi si erano impadroniti del paese, vendendo sul mercato internazionale le risorse naturali: il gas, il petrolio, i minerali. Si sono arricchiti senza mai pagare tasse. Hanno comprato televisioni e giornali per manipolare l’opinione pubblica e orientare il consenso. Erano uno stato nello stato. Putin li ha fermati, perchè erano diventati un elemento di disgregazione del paese.
Perchè spesso — da noi — questo merito non gli è riconosciuto?
Nel sangue delle democrazie occidentali circola una diffidenza nei confronti della Russia, un vecchio sentimento russofobo, non del tutto infondato, ma con dei tratti pregiudiziali.
Eppure, in questi anni, in Europa e negli Stati Uniti ci sono leader che sono stati sedotti da Putin: Matteo Salvini in Italia, Marine Le Pen in Francia e il nuovo presidente americano, Donald Trump.
Nei personaggi del nuovo populismo, sotto sotto, c’è sempre un potenziale tiranno. Percepiscono Putin come un alleato e un compagno di strada. Credono che possa contribuire con i suoi metodi e con le sue strategie allo smantellamento dell’ordine democratico. Viceversa, quando Putin si sente incalzato dall’occidente, è pronto a usare e agitare tutti i fermenti anti sistema che trova nelle democrazie. Più che un rapporto di cuginanza, è un rapporto strumentale.
L’autoritarismo di Putin è una risposta all’attuale fragilità del modello democratico?
Se le democrazie occidentali potessero rappresentare agli occhi del russo medio un modello da imitare — come è stato molte altre volte nella storia — sarebbe molto più facile dire ai russi che si può percorrere un’altra strada. Le democrazie sono malate. Non riescono più a funzionare secondo quel modello di alternanza con il quale lo sconfitto riconosceva pienamente il vincitore, confermando ogni volta le virtù della democrazia.
Con Trump presidente degli Stati Uniti, crescerà il ruolo di Putin nel mondo?
Se Donald Trump sarà un isolazionista, come promette di essere, per Putin sarà un bene. La politica portata avanti dalla Nato — con l’allargamento della sua influenza a sempre più paesi dell’Europa orientale — viene percepita dalla Russia come una minaccia diretta. D’altronde, quando Putin denuncia il principio dell’extra-territorialità americana, temo abbia ragione: dire che le leggi di uno stato possono valere contro tutti, è la più smaccata manifestazione di una politica egemonica. E saremmo dovuti essere noi i primi a contestarlo e indignarci.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
AVEVA 24 ANNI E, NELL’INFERNO DELLA CITTA’ SIRIANA, SI TRAVESTIVA DA PAGLIACCIO PER STRAPPARE UN SORRISO AI PIU’ PICCOLI… E’ MORTO DURANTE UN BOMBARDAMENTO DEL CRIMINALE ASSAD
Anas al-Basha aveva 24 anni e faceva il clown ad Aleppo, in mezzo alle bombe, alla distruzione, in quello che l’Onu ha ieri definito un cimitero a cielo aperto.
Si travestiva da pagliaccio, nell’inferno della Siria, per alleviare i traumi e i drammi dei bambini. Anas però non c’è più.
Come riporta la Associated Press, Anas è morto martedì in un bombardamento, molto probabilmente dei governativi, nel quartiere di Mashhad, nella parte orientale della città , dove le truppe di Assad negli ultimi giorni hanno guadagnato molto terreno tra le macerie.
Anas faceva parte dell’associazione “Space for Hope” (“Spazio per la speranza”), che ad Aleppo ha promosso un gran numero di iniziative per i bambini e non solo, mentre fuori si muore ogni giorno da oramai cinque sanguinosissimi anni.
In particolare, Space for Hope collabora con 12 scuole nella città e fornisce supporto psicologico per oltre 300 bambini che hanno perso un genitore o entrambi.
Come quello che faceva Anas al-Basha ogni giorno, col parruccone arancione, il cappello giallo e il naso rosso.
L’associazione aveva realizzato anche degli asili/parco giochi sotterranei negli ultimi mesi, come già visto in Siria, ma ora ha sospeso le operazioni a causa del conflitto sempre più devastante.
Anas aveva deciso di rimanere fino all’ultimo ad Aleppo, nonostante i suoi genitori avessero deciso di lasciare la città da molto tempo.
Lui no, voleva restare e gli faceva mandare il suo piccolo stipendio, nelle campagne intorno, dove si erano rifugiati.
Anas si era sposato qualche mese fa ad Aleppo, con la sua giovane moglie, che ora sarebbe intrappolata ad Aleppo est.
Anas faceva il pagliaccio in un mondo di assassini, e come il finto matto shakesperiano incarnava la verità , la speranza, la vita vera, mentre fuori i matti si ammazzano.
(da agenzie)
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Dicembre 1st, 2016 Riccardo Fucile
CHI E’ STEVEN MNUCHIN, IL NUOVO SEGRETARIO AL TESORO DEL PRESIDENTE BALLISTA CHE SI SAREBBE “BATTUTO CONTRO I POTERI FORTI”
Dopo una campagna all’insegna della critica del’establishment e dei poteri forti Donald Trump, per
una delle caselle più delicate del suo esecutivo – quella di segretario del Tesoro – ha scelto di pescare proprio da quello stesso bacino, indicando l’ex banchiere di Goldman Sachs Steven Mnuchin.
Una scelta, quella del presidente eletto, destinata sicuramente a far discutere visto che nella lunga carriere di Mnuchin ci sono anche laute ( e controverse) plusvalenze realizzate con la crisi immobiliare del 2008.
Crisi che ha assestato un duro colpo alla classe media americana.
Una scelta pro-establishment Mnuchin è il secondo ex dipendente di Goldman Sachs ad assumere un ruolo chiave nel prossimo governo trump dopo Stephen Bannon, futuro stratega e consigliere capo del 45esimo capo di stato, espressione della destra antisistema e ultraconservatrice. Non solo.
Mnuchin potrebbe diventare il terzo executive della banca di wall street a prendere il comando del dipartimento al tesoro dalla metà degli anni ’90.
Il suo profilo è però più basso di quello di chi lo ha preceduto: Henry m. Paulson jr durante la presidenza di George w. Bush e Robert e. Rubin in quella di Bill Clinton.
Mnuchin è il volto di un sistema finanziario fortemente criticato da Trump in campagna elettorale.
Basti pensare che in uno spot pubblicitario del candidato del gop, il leader di Goldman veniva raffigurato come parte di una elite mondiale che “ha derubato la classe lavoratrice”.
Eppure Trump sembra non potere fare a meno di wall street, come dimostrato dal fatto che alla trump tower sia visto spesso Gary Cohn, presidente di Goldman a cui potrebbe essere chiesto di ricoprire un incarico al Tesoro, all’ufficio management e budget della Casa Bianca o addirittura alla federal reserve.
Un banchiere trasformatosi in finanziatore di hollywood laureatosi alla yale university, aveva subito iniziato a lavorare per goldman sachs diventandone partner all’età di 31 anni.
Per 17 anni è rimasto nella banca dove anche il padre e il fratello avevano ricoperto posizioni di alto livello. Lasciato l’istituto di credito nel 2002, dove aveva supervisionato il trading di titoli di stato e bond garantiti da mutui, ha poi fondato l’hedge fund dune capital management (il nome richiama le dune di sabbia vicino alla sua casa al mare nella località esclusiva degli hamptons a new york).
Negli ultimi anni si è concentrato sulle opportunità lungo la costa occidentale degli stati uniti, non solo imprenditoriali. Oltre ad avere finanziato film dalla produzione costosa come “batman v superman: dawn of justice”, “mad max: fury road” e “american sniper” oltre a “x-men” e “avatar” ha comprato casa a bel-air e si prepara a sposare l’attrice scozzese louise linton.
Per Trump, il futuro segretario al tesoro è un “finanziere di prima classe, un banchiere e un imprenditore che ha avuto un ruolo cruciale nel mettere a punto un piano per garantire un boom dell’economia che creerà milioni di posti di lavoro”.
Stando al presidente eletto, Mnuchin rappresenta “il tipo di persone che voglio nella mia amministrazione per rappresentare il paese”.
Su cosa si basa un tale commento? Su una operazione finanziaria per cui l’ex banchiere è diventato famoso negli ambienti di wall street durante l’ultima crisi. Insieme a un gruppo di miliardari “ha comprato Indymac Bank per 1,6 miliardi di dollari”, ha spiegato trump, “l’ha gestita in modo molto professionale e l’ha rivenduta per 3,4 miliardi di dollari più plusvalenze”.
A causa di controversi prestiti immobiliari, la banca californiana era fallita finendo sotto il controllo della federal deposit insurance corporation (Fdic), l’agenzia federale che garantisce i depositi bancari fino a un certo livello.
Una volta finito in mani private, l’istituto di credito fu ribattezzato Onewest bank nel 2009 e venduto dopo sei anni garantendo laute plusvalenze.
Il punto è che per molti critici, Onewest ha eseguito oltre 36.000 pignoramenti sotto la guida di Mnuchin e la Fdic ha pagato alla banca oltre un miliardo di dollari.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
MNUCHIN AL TESORO E ROSS AL COMMERCIO, DUE SOGGETTI BORDER LINE
Steven Mnuchin potrebbe essere il prossimo segretario al tesoro degli Stati Uniti, voluto fortemente dal neo-presidente Donald Trump.
Mnuchin è un ex executive di Goldman Sachs diventato poi un finanziatore di hollywood, ad aprile era diventato capo delle finanze della campagna del candidato repubblicano alle elezioni presidenziali dell’8 novembre scorso.
Mnuchin sarebbe il secondo ex dipendente di Goldman Sachs ad assumere un ruolo chiave nel prossimo governo Trump dopo Stephen Bannon, futuro stratega e consigliere capo del quarantacinquesimo capo di stato, espressione della destra antisistema e ultraconservatrice. Non solo.
Mnuchin sarebbe il terzo executive della banca di Wall Street a prendere il comando del dipartimento al Tesoro dalla metà degli anni ’90.
Laureatosi alla Yale University, ha subito iniziato a lavorare per Goldman Sachs, dove è rimasto per 17 anni per poi fondare un suo hedge fund, Mnuchin sarebbe il volto di un sistema finanziario fortemente criticato da Trump in campagna elettorale.
Basti pensare che in uno spot pubblicitario del candidato del Gop, il leader di Goldman veniva raffigurato come parte di una elite mondiale che “ha derubato la classe lavoratrice”.
Eppure Trump sembra non potere fare a meno di Wall Street, come dimostrato dal fatto che ieri alla Trump Tower è stato visto Gary Cohn, presidente di Goldman a cui potrebbe essere chiesto di ricoprire un incarico al Tesoro, all’ufficio management e budget della Casa Bianca o addirittura alla Federal Reserve.
Mnuchin sarà chiamato a occuparsi dei cavalli di battaglia di Trump: riformare il sistema tributario garantendo un taglio alle aliquote fiscali; rivalutare lo storico accordo sul nucleare siglato dalle potenze mondiali con l’Iran; rinegoziare accordi commerciali per mettere gli Usa al primo posto e magari definire la Cina come un manipolatore di valute.
Wilbur Ross verso il Commercio.
L’ex banchiere e investitore miliardario Wilbur Ross dovrebbe essere il nuovo segretario al Commercio degli Stati Uniti, nella futura amministrazione Trump. Lo riporta l’emittente Nbc.
Un uomo famoso per avere comprato aziende in crisi, poi ristrutturate e vendute con laute plusvalenze, il 79enne Ross è presidente e strategist numero uno della società di private equity w.L. Ross & co; un ex democratico, il suo patrimonio è stimato in 2,9 miliardi di dollari.
Se confermato, rappresenterà il volto dell’imprenditoria americana nel mondo. Come Mnuchin, anche Ross è un insider: ha fatto parte del team economico nella campagna di Trump.
La reputazione del miliardario è mista: è visto come uno speculatore disposto a farsi carico di molti rischi, un eroe per alcuni e un avvoltoio per altri.
Nel 2002 è stato lodato per avere salvato per esempio ltv, azienda di Cleveland finita in bancarotta che aveva chiuso una fabbrica di acciaio.
Ne fuse poi gli asset con Bethlehem Steel creando un nuovo gruppo, la International Steel group, poi ceduto due anni dopo a Mittal Steel per 4,5 miliardi di dollari.
Nel 2006 fu travolto invece dalle polemiche per l’esplosione costata la vita a 12 persone di una miniera in West Virginia che la sua azienda aveva comprato qualche settimana prima.
Due esempi che dimostrano una reputazione controversa ma che secondo lui dovrebbe essere rappresentata dalla fenice, uccello mitologico con cui vuole sottolineare il suo obiettivo di risollevare le aziende dalle loro stesse ceneri.
Esattamente quello che Ross ha aiutato Trump a fare con alcuni dei suoi casinò ad Atlantic City, New Jersey.
È lui – insieme a un altro investitore miliardario, Carl C. Icahn – ad avere permesso una ristrutturazione del debito del Trump Taj Mahal che ha permesso a Trump di salvare la faccia. E il suo marchio. Ora Ross deve tenere fede al motto del presidente eletto “Make America great again”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
SERGIO ZANOTTI E’ UN EX IMPRENDITORE CONDANNATO A UN PERIODO DI DETENZIONE PER EVASIONE FISCALE…SEPARATO DALLA PRIMA MOGLIE E PARE ANCHE DALL’ULTIMA COMPAGNA
Barba e tunica bianca, l’hanno ripreso in ginocchio, davanti agli ulivi.
In mano ha un cartello con una data: 15 novembre 2016: Sergio Zanotti, 56 anni, originario di Marone, in provincia di Brescia, sarebbe prigioniero di un gruppo armato non identificato in Siria da sette mesi.
Separato, tre figlie dai 35 ai 25 anni e altri due bambini avuti con la seconda compagna, Zanotti vive a Marone, sul lago d’Iseo, con la sorella Beatrice.
Era all’estero per lavoro: si occupa di monitoraggi industriali. Pare si fosse separato anche dall’ultima fidanzata, una donna Santo Domingo, e che fossero in causa per l’affidamento dei bambini.
La denuncia dei familiari
I familiari di Sergio Zanotti già nel maggio scorso avevano presentato denuncia di scomparsa. L’uomo, un ex imprenditore la cui impresa metalmeccanica è stata dichiarata fallita, in passato era stato condannato a un periodo di detenzione per evasione fiscale.
A Marone, sulla sponda bresciana del lago di Iseo, vivono i parenti più stretti dell’uomo. Hanno riferito che Zanotti aveva programmato il viaggio all’estero nell’aprile scorso.
Nelle sue intenzioni sarebbe dovuto durare solo pochi giorni. Invece dell’uomo si sono perse le tracce, e nel maggio scorso la famiglia ne aveva denunciato la scomparsa.
I familiari hanno riferito di essere da tempo in contatto con la Farnesina, le autorità italiane sarebbero a conoscenza del video già da diversi giorni.
Al momento non sarebbe giunta nessuna richiesta di riscatto da parte dei rapitori. Che potrebbero anche non essere terroristi, ma delinquenti comuni.
Dalle indagini finora svolte, risulta che Zanotti sia partito alcuni mesi fa per la Turchia. E da lì si sarebbero perse le sue tracce.
Il video – secondo quanto accertato finora da investigatori italiani – gira sul web da circa una settimana e non sembra “univoco”, dal momento che l’italiano, per quanto con la barba lunga, non appare nelle immagini particolarmente provato dai presunti sette mesi di prigionia.
Il nome dell’account del presunto jihadista, che ha inviato il video a Newsfront, è Almet Medi. Nella descrizione visibile sul suo profilo, c’è scritto che è “di Milano”e “vive a Napoli” e “ha frequentato l’Ipsia Ferraris Pacinotti”.
Il video è stato postato sul profilo il 21 novembre — giorno in cui il profilo sembra sia stato creato — alle 18,41. Newsfront spiega che l’autore del messaggio si è descritto come un jihadista siriano e si è presentato col nome di Abu Jihad.
Fonti investigative e di intelligence, contattate dall’ANSA, confermano il sequestro e parlano di “sequestro anomalo”
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
SOSPETTI DI HACKERAGGIO ANCHE IN ALTRI DUE STATI CHIAVE
Si ricontano i voti.
La Commissione elettorale del Wisconsin ha deciso di accogliere il ricorso presentato dalla candidata dei Verdi, Jill Stein, non senza aver prima incassato i 5 milioni di dollari necessari per coprire le spese.
In questo Stato del Nord industriale, Donald Trump ha vinto di misura, e a sorpresa, l’8 novembre, raccogliendo 1.409.467 preferenze contro 1.382.210 di Hillary Clinton. Stein ha ottenuto solo 31.006 consensi e l’altro candidato che ha firmato la petizione, Rocky Roque De La Fuente, del partito riformista, ancora meno: 1.514.
I due, però, sollevano una questione di regolarità generale, chiedendo la revisione anche in Michigan e in Pennsylvania.
La tesi del duo Stein-De La Fuente è che ci siano state manipolazioni interne o intrusioni di hacker nei computer degli uffici elettorali.
Prove? Nulla di stringente, per ora. Solo analisi elaborate da esperti e accademici, tra i quali J. Alex Halderman, dell’Università del Michigan.
Con un sospetto cardine: nei distretti in cui si è proceduto alla vecchia maniera, urne e schede di carta, l’esito è stato più favorevole a Clinton rispetto ai collegi in cui si è adottato il voto elettronico.
Il meccanismo prevede la ripartizione di 538 grandi elettori Stato per Stato, sulla base della somma dei deputati e senatori espressi da ogni singolo territorio.
Diventa presidente chi raggiunge la soglia di 270 rappresentanti. Trump ne ha totalizzati 290; Clinton 232.
Mancano i 16 grandi elettori del Michigan, dove però «The Donald» è già dato vincente. Il Wisconsin esprime 10 seggi. Da solo, non basterebbe a ribaltare il risultato finale.
Ma se il riconteggio fosse accettato anche in Michigan (16 grandi elettori) e in Pennsylvania (20), tornerebbe in gioco un pacchetto decisivo di 46 rappresentanti.
A quel punto, se in tutti e tre gli Stati il verdetto finale a favore di Trump fosse capovolto, Hillary si ritroverebbe nello Studio Ovale con 278 rappresentanti.
Ma prima che intervenisse lo staff di Obama, Marc Elias, consigliere generale della campagna di Hillary, aveva precisato: «Non ci risultano indizi di hackeraggio». Tuttavia Elias annuncia che gli esperti della sua squadra parteciperanno al nuovo scrutinio in Wisconsin ed eventualmente in Michigan e in Pennsylvania.
Le regole consentono a tutte le parti in causa di assistere al ricalcolo e impongono a chi presenta ricorso di pagare le spese.
Stein ha raccolto i fondi per cominciare dal Wisconsin e, sembra di capire, lo staff di Hillary assisterà , ma senza versare un dollaro.
Non resta molto tempo.
Il 19 dicembre 2016 si riuniranno i 538 delegati per ratificare la nomina di Trump.
Giuseppe Sarcina
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
I RICORDI DEI VIAGGI A CUBA E I COLLOQUI CON CASTRO: “DISCUTEVA DI MARXISMO, MA ERA SUPERFICIALE”
Più che la casa di un rivoluzionario, sembra l’interno progettato da un designer, con la poltrona di
pelle dèlabrè, il parquet a listoni robusti, e quegli stivali tirati a lucido che non sfigurerebbero in una pubblicità del lusso.
Siamo all’Avana, nel febbraio del 1964, nell’appartamento di “Barba Massima”, come lo chiama nel suo diario Giangiacomo Feltrinelli.
L’editore è venuto a Cuba per realizzare un nuovo successo internazionale: le memorie di Fidel Castro.
Con lui è la moglie Inge, brillante fotoreporter che velocissima con la sua Rolleiflex cattura scatti ovunque. «Non credo esistano altre fotografie del leader in pigiama», racconta Inge nella sua casa milanese. «Andavamo da lui la mattina molto presto e lo trovavamo ancora con la giacca da camera»
Lui voleva affidarvi le sue memorie?
«Sì, ci aveva scelto tra tanti editori internazionali. Ma all’inizio non fu facile avvicinarlo. Eravamo ospiti del governo in una fantastica villa d’un barone dello zucchero, la Casa di Protocollo numero uno, la stessa che aveva ospitato il potente ministro sovietico Mikojan. E per una settimana aspettammo invano un suo cenno. Tanto che una mattina convinsi Giangiacomo ad andare al mare con la jeep. E proprio quel giorno si presentò il làder mà¡ximo nella sua divisa mimetica. Ci avrebbe scherzato sopra al telefono: ma come, io vengo a trovarvi e voi sparite?»
Giangiacomo se la prese?
«Voleva quasi ammazzarmi. Per fortuna Fidel tornò da noi una seconda volta. Al principio rimase deluso da Giangiacomo che non aveva l’allure da borghese riccone. “Ma è proprio lui il miliardario?” continuava a chiedere ai suoi che riuscirono a rassicurarlo. Parlarono di tutto, della produzione agricola e della crisi dell’Ottobre rosso, di America Latina e dei contrasti con gli Stati Uniti. E poi ci diede appuntamento a casa sua, la mattina molto presto»
Per questo lo trovaste in pigiama
«Sì, un pigiama borghese, molto curato nelle cuciture sul polsino e sul colletto della camicia. Era un uomo elegante, con le lunghe mani affilate da aristocratico spagnolo. Anche di primo mattino fumava dei sigari Cohiba molto sottili che ne accentuavano il fascino. La sua voce era invece deludente: una tonalità molto alta, quasi effeminata, che contraddiceva le pose da macho».
Di cosa parlaste?
«Il dialogo era esclusivamente con Giangiacomo. Io non ero considerata, se non come appendice. Avevo l’impressione che fosse anche impaurito dalle donne»
Perchè?
«Ricordo che Giangiacomo lo criticò per la politica ostile ai gay: volete creare il mondo nuovo e vi comportate da persecutori? E lui fece un discorso sulla gioventù cubana rovinata da un mammismo impregnato di cattolicesimo. Accusava le madri di un eccesso di invadenza nella vita dei figli. E le donne risaltavano nel suo racconto come figure forti e castratrici»
Feltrinelli gli domandò anche che tipo di donne gli piacesse.
«Sì, vero. Rispose con una faccia marpionesca che gli piacevano “fini, spirituali, dolci”. In realtà il suo genere era la Lollobrigida »
Raccontava di sè, del suo privato?
«No, tutt’altro. La sua vita era solo la revolucià³n. Parlava di economia e di marxismo ma non era un comunista teorico: al contrario appariva superficiale e velleitario ».
Impietoso appare il giudizio annotato da Feltrinelli sul suo diario: “impulsivo”, “retorico”, “ideologicamente confuso”, “incapace di un pensiero forte e organizzato”.
«Sì, così. E non sapeva nulla neppure di letteratura. Un ruolo istruttivo importante l’avrebbe svolto Garcàa Mà¡rquez, che gli fece conoscere la narrativa sudamericana. Il loro rapporto era stravagante, complice ma anche competitivo. Una volta ho scritto che insieme mi ricordavano Federico il Grande e Voltaire. In realtà Gabo non era Voltaire. E Fidel non era Federico il Grande».
Erano animati da gelosia reciproca?
«Sì, erano entrambi Re. E quando la fama ne accentuò smisuratamente l’ego, Gabo non reggeva la presenza di Fidel, che anche fisicamente lo sovrastava».
Hobsbawm ha scritto che «nessun capo nel secolo breve ebbe ascoltatori più entusiasti di questo uomo barbuto con la mimetica sgualcita che parlava in modo assolutamente confuso». Al di là delle riserve, anche voi ne subiste il fascino.
«Io ero stata a Cuba la prima volta nel 1953. Uno spettacolo deprimente: alberghi di lusso, bordelli e bambini in stracci, quasi morenti. Una povertà estrema, come quella di Calcutta. In pochi anni Castro era riuscito a trasformarla, puntando sull’educazione e sulla salute della popolazione. Nel 1964 trovai Cuba completamente cambiata».
Però poi prevalsero gli aspetti illiberali.
«A Castro non perdonerò mai l’assassinio di Orlando Ochoa, l’eroe dell’Angola. Ma non concordo con la definizione di regime».
Nella vicenda politica di Giangiacomo la figura di Castro ebbe un impatto fondamentale, anche deflagrante.
«Sì, nella prima fase — gli anni tra il 1964 e il 1965 — prevaleva l’interesse dell’editore all’inseguimento del grande libro. La seconda fase dal 1967 al ’70 fu un’altra cosa, che attiene più alla militanza politica di Giangiacomo ».
Fu Castro a ispirargli l’idea di fare della Sardegna la “Cuba del Mediterraneo”?
«Non credo che Castro sapesse dov’era la Sardegna, ma non escludo che ne abbiano parlato. Però io non posso saperlo: allora mi ero allontanata politicamente da Giangiacomo».
E le memorie di Castro?
«Fidel divenne più esigente con se stesso. E non ebbe il tempo sufficiente per concludere l’intervista, cominciata con Giangiacomo e proseguita con Valerio Riva. Del libro, alla fine, non se ne fece niente».
Simonetta Fiori
(da “la Repubblica”)
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Novembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
LO SCRITTORE NON SALVA NULLA DELLA STORIA CASTRISTA
“Morto Fidel Castro, dittatore. Incarcerò qualsiasi oppositore, perseguitò gli omosessuali, scacciò un presidente corrotto sostituendolo con un regime militare. Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai. Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l’educazione a Cuba erano all’avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno”.
Con questo post su Fb, Roberto Saviano commenta la morte di Fidel Castro.
Lo scrittore non concede nulla al lider maximo, mettendo in evidenza tutte le ombre che hanno accompagnato gli anni di gestione del potere.
(da agenzie)
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Novembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
DA MINA’ ALLA CARRA’ AL RAPPORTO TRA PCI E CUBA… CONTA PIU’ QUELLO CHE RAPPRESENTA DI QUELLO CHE E’ STATO
Il grande equivoco romantico è che Cuba fosse la trasposizione fisica e geografica di Macondo. 
E che Fidel fosse l’incarnazione storica di Aureliano Bendìa, che aveva promosse guerriglie e sommosse a decine, dove la vittoria bastava fosse ideale.
E infatti il luogo e l’eroe di Cent’anni di solitudine avevano fatto del suo autore, il sommo Gabriel Garcia Marquez, l’amico e il garante della purezza di Cuba.
Ancora, infatti, fra i sostenitori del piccolo stato caraibico contro il Golia americano anche in Italia c’erano (o ci sono) molti campioni della cultura e dello spettacolo, prima ancora che dei partiti. Gianni Minà era il totem, diciamo così, attorno a cui ruotavano il filosofo Gianni Vattimo e il maestro Claudio Abbado, il riverito giornalista Alberto Ronchey e l’illuminato editore Giangiacomo Feltrinelli, la popstar Zucchero e la decana dell’entertainment a colori, R affaella Carrà .
E poi ancora Gina Lollobrigida, che all’elogio del rivoluzionario faceva precedere quello delle mani, «così belle», e Carla Fracci, cosciente del regime dittatoriale cubano, e però niente poteva prevalere sulla «grande considerazione che il balletto gode nei paesi socialisti».
E dunque tutti castristi, per ragioni diverse, e con diverse intensità , talvolta rafforzate e altre indebolite dal tempo, dall’annacquarsi dell’utopia, e così anche il più giovane dei castristi, Gennaro Migliore, ora nel Pd, fu visto una sera a Milano ad ascoltare con attenzione Mario Vargas Llosa, Nobel per la letteratura e irriducibile nemico di Garcia Marquez.
È che il rapporto fra il Pci e Cuba non è mai stato semplicissimo: grande attenzione e simpatia all’inizio, poi una certa diffidenza proprio per la natura un po’ eccentrica del comunismo cubano: andarono sull’isola Enrico Berlinguer e Luigi Pintor, Pietro Ingrao e Rossana Rossanda, tornando sempre con più perplessità che entusiasmi.
E lasciando progressivamente il castrismo e il guevarismo alle fascinazioni sessantottine, e poi ai partiti minori della seconda Repubblica, dove si ricorda un «lunga vita, caro comandante», spedito da Fausto Bertinotti a Castro per i suoi ottant’anni nel 2006.
In fondo conta più quello che rappresenta di quello che è stato, purtroppo, così anche oggi non soltanto l’eterno Marco Rizzo, rivalutatore di Stalin, ma pure il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, possono ricordarlo come un liberatore, piuttosto che come un tiranno.
Mattia Feltri
(da “La Stampa”)
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