Novembre 1st, 2016 Riccardo Fucile
ORA ANCHE L’FBI “COSTRETTA” AD INDAGARE SUL MAGNATE: “TUTTI I TRUCCHI PER SCANSARE LE TASSE”
Persino i suoi legali l’avevano messo in guardia: quelle tattiche dubbie avrebbero potuto incastrarlo.
Ma Donald Trump l’ha fatto, sin dagli anni Novanta.
Ha fatto ricorso a una serie di trucchetti per evadere il fisco. Trucchetti dal valore di milioni di dollari non pagati allo Stato.
La denuncia è ben documentata e viene dal più autorevole quotidiano statunitense, il New York Times, che non fa mistero del suo appoggio alla candidata democratica nella corsa alla Casa Bianca.
Se Hillary Clinton è impantanata nell’email gate, anche per il repubblicano Donald Trump la strada non è in discesa.
L’Fbi avrebbe avviato indagini preliminari sui rapporti d’affari all’estero dell’ex manager della campagna di Trump, Paul Manafort, accusato di contati filo-russi. E poi, c’è l’inchiesta sul fisco.
Dalle carte di cui il Times è venuto in possesso emerge che il magnate newyorchese ha omesso di denunciare al fisco milioni di dollari.
E il “vizietto” ha origini lontane, comincia almeno a inizio anni Novanta.
In cerca delle carte che riguardavano una procedura di bancarotta, i giornalisti hanno messo mano sull’inghippo: Trump avrebbe strutturato le proprie compagnie in modo da ottenere vantaggi fiscali, e allo stesso tempo ridurre i rischi in caso in cui gli affari avessero dovuto andare male.
Meno tasse, meno assunzioni di responsabilità , il tutto in contemporanea, a svantaggio dello Stato e a discapito degli altri contribuenti e concorrenti.
Per ognuno dei suoi casinò di Atlantic City, l’imprenditore creava una partnership tra se stesso e una corporation che era in realtà completamente in suo possesso e che veniva creata ad hoc per quella specifica operazione di affari.
In questo modo, riusciva a evitare di pagare le tasse sui propri debiti in nome della partnership.
La serie di trucchetti fiscali era parsa azzardata persino ai suoi stessi avvocati, nota il quotidiano. Ma Trump ha rischiato.
E ora, per la campagna elettorale, è una bella grana.
(da agenzie)
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Ottobre 31st, 2016 Riccardo Fucile
FINALE DI CAMPAGNA ELETTORALE TRA VELENI, SOSPETTI E GIOCHI SPORCHI
“L’Fbi perseguita Hillary Clinton per l’email-gate, e intanto tiene nascoste delle rivelazioni esplosive sui rapporti fra Donald Trump e Vladimir Putin”.
L’accusa grave viene da uno dei massimi dirigenti del partito di Barack Obama e Hillary Clinton.
E’ il capogruppo democratico al Senato Harry Reid, a lanciare questa nuova polemica, un’altra prova della tensione che si è creata ai vertici delle istituzioni: fra l’intero partito democratico e la più importante agenzia federale di polizia.
Questa era già da mesi la campagna elettorale più negativa e incivile della storia recente, ora sta toccando il fondo, con un finale condito di veleni, sospetti e insinuazioni infamanti attorno al capo dell’Fbi, James Comey, repubblicano. Già la Clinton aveva definito “senza precedenti e profondamente inquietante” il comportamento di Comey, cioè la sua decisione di riaprire a pochi giorni dal voto un’indagine sull’email-gate che era stata ufficialmente chiusa a luglio.
Quella che in teoria è la capa di Comey, la ministra della Giustizia Loretta Lynch, a sua volta ha condannato la decisione dell’Fbi come una turbativa elettorale in contrasto con la prassi e con i regolamenti.
Ora arriva una lettera pubblica di Reid con le bordate più pesanti di tutte.
Il capogruppo democratico al Senato denuncia il “doppio standard” del direttore dell’Fbi, “che si affretta a rendere pubbliche informazioni sulla Clinton nel modo più negativo possibile, mentre non rilascia informazioni esplosive sugli stretti legami fra Donald Trump, i suoi consiglieri, e il governo russo”.
Lo stesso Reid era ai comandi del Senato nel 2013 quando ancora i democratici avevano la maggioranza, e la camera alta si occupò proprio della nomina di Comey, designato da Obama per guidare l’Fbi.
All’epoca Reid aiutò Comey a superare l’esame del Senato, appoggiandone la nomina contro l’ostruzionismo del repubblicano Rand Paul.
Ora Reid rinfaccia al capo dell’Fbi quel precedente: “Fui io a guidare la battaglia per la sua conferma perchè credevo che lei fosse un onesto servitore dello Stato. Con grande delusione, oggi vedo che sei”
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 30th, 2016 Riccardo Fucile
E’ IL MOMENTO DEI VELENI: IL CAPO (REPUBBLICANO) DELL’FBI E L’INCERTEZZA SULLE RAGIONI DEL SUO INTERVENTO A DIECI GIORNI DAL VOTO
E il “Reality Show” di queste incredibili elezioni americane arriva alla miscela esplosiva finale: e-mail, conflitti di interesse, sesso, menzogne, abusi di potere, depravazioni, sospetti, si intrecciano seguendo un unico filo conduttore, l’incertezza. Incertezza sulle ragioni dell’intervento dell’Fbi a dieci giorni dall’appuntamento alle urne, incertezza sull’esistenza di e-mail che possano davvero inchiodare Hillary Clinton, incertezza sull’esito elettorale.
Incertezza dei mercati. Incertezza dello stesso capo dell’Fbi, James Comey: «Per ora non sappiamo granchè», ha di fatto scritto al Congresso.
Ma la bomba è esplosa lo stesso, facendo schricchiolare l’impianto democratico americano. Non era meglio aspettare?
«Nel dubbio astieniti» dice il vecchio proverbio. Eppure Comey nel dubbio è andato avanti.
Ecco perchè la crisi degli ultimi due giorni oltre che elettorale diventa istituzionale. La separazione dei poteri, cardine di questa democrazia, tutela l’autonomia dell’Fbi in cambio di un paio di contropartite, equilibrio e certezze.
Esattamente il contrario di quel che è successo, Comey non ha solo introdotto improvvisi drammatici elementi di incertezza a dieci giorni dalle elezioni per la Casa Bianca 2016, ma lo ha fatto con una forte impulsività
Per questo sia democratici che repubblicani chiedono i fatti e attaccano l’Fbi.
E fanno bene, perchè un’uscita di questo genere – la diffusione del sospetto e della calunnia senza possibilità di assoluzione o di conferme delle accuse “prima” delle elezioni – non è solo miscela esplosiva, ma abuso di potere.
Trump sa che solo la pubblicizzazione di una e-mail devastante per Hillary potrebbe davvero aprirgli le porte della Casa Bianca. Hillary sa che senza la prova che le e-mail non contengono nulla di nuovo rischia di vedere franare la sua solida maggioranza per vincere la Casa Bianca.
E se vincerà sarà anatra zoppa prima ancora di cominciare. L’unica certezza per ora è che nell’era di Internet dieci giorni sono un’eternità .
Resta un mistero: se Comey non sapeva, come ha confessato al Congresso, perchè non ha atteso l’esito dell’inchiesta, la verifica delle e-mail prima di gettare barili di benzina in uno scenario politico incandescente?
C’è chi dice, come Carl Bernstein, il giornalista che ha denunciato lo scandalo Watergate, che lo ha fatto perchè le prove erano schiaccianti.
Ma può aver anche ceduto alle pressioni di agenti disillusi dopo l’archiviazione del caso contro Hillary in luglio.
Sappiamo che Comey è stato attaccato all’interno. Sappiamo che è repubblicano. Ma sappiamo anche che è al di sopra di ogni sospetto di parzialità , per questo Obama lo ha scelto.
E allora? Per Comey forse ha prevalso la difesa dell’integrità e dell’autonomia del suo Bureau, la necessità di tirare dritto proprio per tutelare la separazione dei poteri ex post.
Ma l’autonomia istituzionale chiede responsabilità al servizio del Paese.
Che la sacrosanta separazione dei poteri abbia invece portato a irresponsabilità e al disservizio per gli americani, la dice lunga sulla crisi delle democrazie occidentali.
Mario Platero
(da “il Sole24ore”)
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Ottobre 29th, 2016 Riccardo Fucile
SOSPETTI DEM: “FAVORE AI REPUBBLICANI”
E’ “imperativo” che l’Fbi renda pubblici “tutti i fatti”. 
Hillary Clinton appare sorridente, composta, mentre da Des Moines, Iowa, reagisce alla notizia della riapertura del caso delle email.
Fa notare che “siamo a soltanto undici giorni dalle elezioni nazionali forse più importanti della nostra vita. Il voto è già in corso. Il popolo americano ha il diritto conoscere immediatamente i fatti”.
Clinton si dice sicura che anche questa nuova indagine si concluderà con un nulla di fatto, come la precedente chiusa a luglio. E, del resto, “persino il direttore Comey afferma che queste nuove informazioni possono non essere significative”. Clinton conclude spiegando di essere fiduciosa: “Non aspetto altro che concentrarmi sulle sfide che stanno dinanzi agli americani, per vincere l’8 novembre e lavorare con tutti gli americani e costruire un futuro migliore”.
Hillary Clinton va dunque all’attacco.
Sfida in modo esplicito James Comey, il direttore dell’Fbi che ha riaperto l’inchiesta sulle mail che Clinton inviò dal suo account privato quand’era segretario di stato (le nuove mail sarebbero state trovate sui un portatile condiviso da Huma Abedin e dall’ex marito Anthony Wiener, sotto inchiesta per una serie di messaggi erotici scambiati con una quindicenne).
Clinton chiede di fare chiarezza subito e dice di non avere nulla da nascondere. In realtà , questa storia si abbatte sulla sua candidatura con una violenza in grado di deragliare l’intera campagna.
L’October surprise, la sorpresa d’ottobre, è alla fine davvero arrivata.
Sorpresa e stupore sono proprio i sentimenti più diffusi nel team Clinton. La notizia ha raggiunto la candidata mentre stava viaggiando verso l’Iowa, per due tappe della campagna, con la fidata Huma Abedin citata nell’inchiesta e con la migliore amica d’infanzia, Betsy Ebeling.
Sull’aereo che la portava a Cedar Rapids, Clinton aveva posato per un servizio fotografico di Annie Leibovitz. Le cose parevano mettersi bene anche quanto a mappa elettorale, con Barack Obama, Bill Clinton, Michelle Obama, Joe Biden, Jennifer Lopez, Jay Z dislocati negli Stati che contano: Florida, Ohio, Colorado, Arizona, North Carolina.
La rabbia dei Democratici
Poi, appunto, il colpo. La riapertura delle indagini. “Siamo scioccati” dice, chiedendo l’anonimato, un collaboratore di Clinton. Il campo democratico non è però soltanto sorpreso e scioccato. E’ anche arrabbiato.
La rabbia emerge con chiarezza dalla dichiarazione che John Podesta, chair della campagna Clinton, ha immediatamente fatto circolare tra i giornalisti (e che pare ancora più esplicita della dichiarazione di Clinton).
“Il direttore dell’Fbi James Comey deve immediatamente fornire più informazioni al pubblico americano rispetto a quelle che ha mandato al Congresso… E’ incredibile assistere a qualcosa di questo tipo a soli undici giorni dalle elezioni… Siamo fiduciosi che quest’indagine non arriverà a nulla di diverso rispetto a quella chiusa dall’Fbi in luglio”.
I democratici sono furiosi con Comey.
Non si è mai visto, dicono, un direttore dell’Fbi informare i membri del Congresso su email che non ha esaminato e di cui egli stesso dice di non sapere “se possono portare a qualcosa di significativo”.
Il compito dell’Fbi, spiegano i democratici, è quello di indagare e di fornire i risultati delle proprie indagini al braccio giudiziario del Dipartimento alla Giustizia, in modo che questi decida se ci sono gli estremi per l’incriminazione. Il sospetto è soprattutto uno: che Comey abbia voluto fare un favore ai repubblicani che lo scorso luglio l’hanno accusato di aver insabbiato l’inchiesta sulle email di Clinton.
Confondere la questione delle email con uno scandalo a sfondo sessuale non farebbe che aumentare il clima di sospetto e di attenzione morbosa attorno a tutta la vicenda.
Oltre allo stupore e alla rabbia, nel campo democratico c’è però soprattutto un altro sentimento: lo scoramento.
Quello che è chiaro è che l’indagine non potrà infatti concludersi prima dell’8 novembre. Clinton arriverà al giorno delle elezioni quotidianamente massacrata dai repubblicani e messa in croce dalla stampa.
E anche se, come fa notare un democratico, l’ex governatore della Pennsylvania Ed Rendell, “questa è la donna più investigata della storia americana, senza che nessuno abbia mai trovato qualcosa”, la questione non cambia.
Sospetti, scandali, illazioni, accuse, veleni, misteri — pane quotidiano dei Clinton da quando è iniziata la loro storia politica — sono qui per restare.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 28th, 2016 Riccardo Fucile
A HILLARY IL VOTO DEI MILLENNIALS
È una generazione che non ha mai amato Hillary Clinton. Eppure questa volta appare pronta a
sostenere in massa il candidato democratico alla Casa Bianca il prossimo 8 novembre.
I Millennials, l’ex generazione Y cresciuta agli albori del nuovo secolo, favoriscono Clinton al 49% contro il 21% di Donald Trump, che tra i giovani viene più che doppiato dalla rivale.
Un vantaggio che neppure Barack Obama, eroe di questa generazione, aveva ottenuto tanto. E che se mantenuto potrebbe rivelarsi determinante per una vittoria con i sondaggi nazionali che mostrano ancora un insolito grado di volatilità .
Il responso sui Millennials arriva da uno studio dell’Institute of Politics dell’università di Harvard tra i probabili elettori di età compresa tra i 18 e i 29 anni.
Un’analisi che trova i candidati minori, abitualmente amati dai giovani, fuori corsa: il libertario Gary Johnson vanta un rispettabile 14% — ma ben il 17% di questo 14% dice che potrebbe cambiare opinione — e la verde Jill Stein deve accontentarsi di un 5 per cento.
E a chi andrebbero le preferenze dei sostenitori dei candidati “altri” è altrettanto chiaro. In uno scontro limitato ai due principali sfidanti il successo di Clinton diventa ancora più netto: vince con il 59% contro il 25% dell’avversario
Chi pensasse che questo elettorato conta poco sbaglia.
I Millennials sono ormai la generazione più numerosa in assoluto, avendo superato i baby boomers, i nati all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, nei calcoli del censimento: i 18-34enni nel 2015, definizione formale di questa generazione, erano 75,4 milioni negli Stati Uniti rispetto ai 74,9 milioni di baby boomers tra i 51 e i 69 anni di età .
Una crescita rafforzata da una fascia particolarmente ostile a Trump, i giovani immigrati. Il loro peso nell’elettorato è ormai superiore al 31 per cento
La grande incognita, per l’esito delle elezioni, resta la loro partecipazione al voto, tradizionalmente inferiore a quella degli elettori più anziani.
Il picco lo raggiunsero nel 2008, la prima elezione di Obama, quando ben metà dei Millennials si recò alle urne.
Comunque anche allora meno del 61% dei loro immediati predecessori, la Generazione X dei 36-51 anni di oggi.
Risultato: otto anni or sono erano il 18% dell’elettorato potenziale e furono solo il 14% dei reali votanti. Quattro anni dopo, alla rielezione di Obama, risentirono di un calo di partecipazione, con il 46% che si recò ai seggi
La loro rapida crescita demografica fece tuttavia sì che in quell’occasione, il 2012, rappresentassero il 19% dell’elettorato.
A novembre, se andranno a votare, la loro influenza potrebbe farsi sentire ancora di più: secondo i sondaggi dichiarano una propensione al voto del 49 per cento, vicina a quella effettiva del 2008.
Un loro affollamento delle urne andrebbe a vantaggio di Clinton.
A un esame più approfondito, la portabandiera democratica si dimostra irraggiungibile per Trump in questo elettorato.
Tra le giovani donne e tra i giovani bianchi ha un appoggio nettamente superiore a quello di Obama nel 2012.
Tra le ragazze Clinton fa meglio di 14 punti, tra i bianchi di 2 punti e tra chi è senza una laurea — teoricamente un bacino di voti più sensibile a Trump — di ben 10 punti. Trump, al contempo, fa peggio del suo predecessore Mitt Romney persino in una constituency fedele quale quella dei giovani repubblicani, dove soffre di una voragine di 17 punti, oltre a indurli a una maggior probabilità (salita del 9%) di astensione.
Simili esiti appaiono ormai in una buona parte cementati: solo il 6% dei sostenitori di Hillary e il 5% dei seguaci di Trump afferma che potrebbe cambiare idea entro l’8 novembre.
Per Hillary un ruolo cruciale lo ha svolto il supporto che le ha garantito nelle ultime settimane l’ex rivale alle primarie, il “socialdemocratico” senatore del Vermont Bernie Sanders, che era stato capace di mobilitare le platee giovani e raccogliere la maggioranza dei loro consensi con proposte di college gratuito, aumenti del salario minimo e trasparenza.
«Dopo otto anni di una complicata relazione con i Millennials, negli ultimi giorni della campagna elettorale Hillary Clinton se li sta aggiudicando in modo convincente», ha commentato John Della Volpe, responsabile dei sondaggi dell’Istituto di Harvard.
«Il suo tasso di popolarità nella fascia dei probabili elettori tra i 18 e i 29 anni è aumentato significativamente dall’estate e la combinazione delle sue performance solide nei dibattiti presidenziali e dell’incapacità , sia di Trump che degli altri rivali, di espandere la loro base le da’ un vantaggio di 28 punti».
I Millennials vedono oggi Clinton e non Trump, nonostante il suo populismo ribelle, come il candidato meglio attrezzato per rispondere alle loro inquietudini.
E inquieti lo sono, eccome, davanti a un’economia in lenta ripresa che fatica a creare opportunità per le nuove generazioni.
Un dato esemplare su tutti: la creazione di startup, fucina di innovazione e nuovo lavoro nel Paese, oggi gira ai ritmi più deboli della storia recente.
Le imprese con meno di un anno di età sono scivolate all’8% rispetto al 12% degli anni 80. Nello stesso periodo gli impieghi nelle startup sono diminuiti dal 4% al 2% del totale.
La frenata investe anche l’hi-tech: su oltre mille nuove società tecnologiche che hanno ricevuto fondi nel 2009 e 2010, ha rilevato CB Insight, solo nove, neppure l’1%, hanno raggiunto il miliardo di valore, simbolo di successo consolidato.
Se gli Stati Uniti creassero nuove imprese al ritmo di 40 anni fa, ogni anno comparirebbero altre 200mila aziende e quasi due milioni di posti di lavoro.
Non sorprende così che il 51% della Generazione Y guardi con “apprensione” al futuro nello studio di Harvard e che soltanto il 20% mostri speranza e ottimismo.
Le ragazze bianche hanno espresso la maggior ansia, condivisa dal 60% delle interpellate. In discussione, per tutti, è anzitutto la possibilità di realizzare il “Sogno americano”, con soltanto il 33% delle giovani bianche che crede di poter fare meglio dei genitori sotto il profilo finanziario e un numero di poco superiore, il 36%, di ragazzi convinti di essere in grado di raggiungere un tale traguardo. Un sogno incrinato che i Millennials vorrebbero affidare alle cure del primo presidente donna nella storia del Paese.
Marco Valsania
(da “il Sole24Ore”)
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Ottobre 25th, 2016 Riccardo Fucile
LA CRISI VALUTARIA NON PERMETTE DI ACQUISTARE SUI MERCATI MONDIALI…SI AVVICINA LA RESA DEI CONTI ANCHE PER GLI ASSASSINI DI REGENI
La crisi economica egiziana inizia ad avvitarsi in maniera pericolosa per il governo del generale Abdel
Fatah al Sisi.
Il regime negli ultimi giorni ha dato ordine ai militari di sequestrare tonnellate di zucchero nelle fabbriche dolciarie e nei depositi dei distributori alimentari.
Questo perchè il primo fra gli alimenti sovvenzionati che inizia a scarseggiare nel paese è proprio lo zucchero.
La crisi valutaria che sta paralizzando le finanze dello Stato egiziano non permette di acquistare con velocità sui mercati mondiali i quantitativi necessari al fabbisogno del paese.
Ieri sera il primo ministro Sherif Ismail si è dovuto presentare in televisione per confermare che l’esercito ha fatto razzia di zucchero in fabbriche e nei depositi privati. Il premier ha detto che “gli interventi nelle fabbriche sono stati necessari ma saranno limitati, ora abbiamo zucchero per tre mesi”.
Una delle fabbriche in cui i militari hanno fatto irruzione è uno stabilimento di produzione della Pepsi Cola. Un’altra è una delle quattro sedi della Edita, principale produttore di cioccolata e dolci vari del paese, a cui sono state sequestrate duemila tonnellate di zucchero.
Da settimane in tutti i negozi e supermercati del paese lo zucchero ormai è scomparso, mentre iniziano a verificarsi fenomeni di accaparramento anche di farina e olio per friggere.
Sono tutti beni di prima necessità sovvenzionati dallo Stato, che però ormai non ha più fondi sufficienti in dollari per rifornirsi liberamente sui mercati internazionali e soprattutto ha iniziato ad alzare i prezzi su richiesta del Fondo monetario internazionale.
Un grossista privato di alimentari, Abdel Abdou, intervistato dalla Associated Press, conferma che l’esercito è stato anche nei suoi depositi: “Ci hanno sequestrato 45 tonnellate di zucchero, mi hanno trattato come un trafficante di droga”.
“Stanno perdendo la testa” ha dichiarato ieri Hani Berzi il presidente della Edita, “se il governo aveva un problema doveva venire da noi e negoziare una soluzione, ma venire qui, sequestrare lo zucchero e trattarci come contrabbandieri è vergognoso”.
Molti analisti ritengono che il governo Sisi sia entrato in una fase di vero e proprio panico: per avere un prestito di 12 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale, il governo si è impegnato a tagliare i sussidi ai beni alimentari, che dissanguano le casse dello Stato.
Ma prima che i tagli iniziassero è iniziato l’accaparramento, a cui hanno fatto seguito le prime proteste, soprattutto su Internet, come quella del tassista di “tuk tuk” del Cairo che per giorni ha monopolizzato l’attenzione nel paese.
A questo si aggiunge il fatto che sfruttando l’ondata di proteste contro il governo per la situazione economica, per l’11 novembre è stata organizzata una giornata di mobilitazione nazionale.
Una protesta che secondo il governo viene sobillata dai Fratelli Musulmani, dichiarati fuorilegge dal colpo di Stato militare del 2013.
La crisi dello zucchero è soltanto l’ultimo episodio del disastro economico che sta facendo crollare l’Egitto del generale Sisi: l’inflazione è al 14 per cento, il massimo da 7 anni.
Il cambio in dollari è stato contingentato, per cui la lira egiziana da un cambio ufficiale di 1 dollaro per 8,8 viene venduta al mercato nero a 1 dollaro per 15,5 lire.
In questo contesto la polizia ha già iniziato a fare arresti in vista della manifestazione dell’11 novembre. Almeno 70 persone sono finite in carcere, quasi tutte accusate di legami con i Fratelli Musulmani che vengono definiti dal governo militare semplicemente “terroristi”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 24th, 2016 Riccardo Fucile
LAVORAVANO PER PROGRAMMI SPIA IN GRADO DI RINTRACCIARE “CHI ERA SOTTO OSSERVAZIONE”… LO STAFF AMMETTE: “SIAMO INDIETRO”
Dopo le ennesime accuse di molestie sessuali rivolte a Donald Trump “siamo indietro anche se non è
ancora finita”, ha confessato la responsabile della campagna elettorale del candidato repubblicano, Kellyanne Conway che ha inoltre rivelato le intenzioni del magnate di investire soprattutto negli Stati che si considerano ‘chiave’ per vincere le elezioni, tra cui Florida, Ohio, Iowa, Carolina del Nord e Nevada.
“Sappiamo che possiamo sempre farcela”, ha aggiunto. Intanto i sondaggi parlano di un distacco notevole di Clinton, che sarebbe in vantaggio di 12 punti su Trump, 50% a 38%.
Due degli ex collaboratori più stretti di Donald Trump, Paul Manafort e Rick Gates, hanno legami finanziari con una società che ha cercato di aiutare il governo russo a spiare i propri cittadini.
Lo riporta il New York Post citando alcune fonti, secondo le quali la società EyeLock ha fatto lobby sul presidente russo Vladimir Putin nel tentativo di ampliare il programma di spionaggio del Paese.
Mosca puntava a usare la tecnologia per la lettura dell’iride nella metropolitana per rintracciare chi era ”sotto osservazione”. EyeLock ha cercato di aggiudicarsi il contratto per ‘nascondere i dispositivi per la lettura dell’iride nella metropolitana, ma senza successo.
I legami fra Trump e Putin tramite Manafort e Gates sollevano dubbi sul potenziale conflitto di interessi.
Il tycoon continua però ad attaccare sul piano della paura degli americani per il terrorismo: ”Con me il terrorismo islamico resterà fuori dal Paese”: è la promessa di Donald Trump, che assicura una stretta sull’immigrazione, anche con la costruzione del muro al confine con il Messico.
Trump in Florida, dove secondo gli ultimi sondaggi è indietro di tre punti rispetto a Hillary Clinton, attacca l’ex segretario di Stato e John Podesta, il responsabile della sua campagna, definendolo un ‘nasty guy’, un ragazzo cattivo facendo eco all’espressione ‘nasty woman’ usata per la Clinton nell’ultimo dibattito.
E Donald Trump cita anche la first lady Michelle Obama per attaccare Hillary Clinton. E critica il presidente Barack Obama: è un ”incompetente”
Al miliardario newyorkese risponde direttamente il presidente degli Stati Uniti: ”Non possiamo permetterci” Donald Trump alla Casa Bianca, ”non possiamo farlo. Non è uno scherzo”.
Lo afferma Barack Obama nel corso di un comizio a Las Vegas, dove è impegnato a fare campagna per Hillary Clinton. ”Se ci tenete a creare posti di lavoro e se volete che la riforma dell’immigrazione sia approvata, allora volete Hillary Clinton presidente”, mette in evidenza Obama, invitando anche a votare per i democratici in Congresso.
“Donald Trump e Vladimir Putin ”hanno una storia d’amore”. Lo afferma scherzando il presidente americano Barack Obama, nel corso del comizio elettorale per Hillary Clinton. Trump quando parla di elezioni di truccate ”significa che sta perdendo”, aggiunge Obama.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
L’ULTIMO SONDAGGIO ABC CERTIFICA L’AUMENTO DEL DISTACCO: 50% A 38%…E NEL VOTO FEMMINILE IL DIVARIO SALE AL 20%
Hillary Clinton è avanti di 12 punti su Donald Trump.
E’ quanto emerge da un sondaggio di Abc, secondo il quale la candidata democratica ha il 50% delle preferenze, contro il 38% del rivale.
Negli ultimi giorni Hillary pare aver preso il volo, da qui si capisce anche il nervosismo manifestato in più occasioni dal candidato repubblicano che comincia a mettere le mani avanti, parlando di blogli.
Nella discesa di consensi per Trump hanno sicuramente pesato i tre confronti Tv con la candidata democratica che lo hanno visto sconfitto tre volte.
Ma anche il fatto che tutti i maggiori esponenti repubblicani hanno preso le distanze da un candidato che non rappresenta vaste fasce del loro elettorato tradizionale.
Da segnalare un altro fatto: la Clinton è in testa anche fra le donne, con il 55% delle preferenze a fronte del 35% del tycoon.
Un divario enorme del 20% che rende ancora più evidente l’errore di aver scelto un candidato improponibile per l’elettrice media americana, con i suoi scheletri dell’armadio mai rimossi e i toni fuori dal mondo sull’universo femminile.
(da agenzie)
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Ottobre 20th, 2016 Riccardo Fucile
VIAGGIO TRA GLI STUDENTI A LAS VEGAS SU CANDIDATI CHE NON LI CONQUISTANO
Las Vegas, Università del Nevada: oggi qui si è respirato l’orgoglio studentesco di essere i prescelti di questo terzo ed ultimo dibattito, in uno scontro per le presidenziali che si è trascinato dietro un’emozione composta e, onestamente, non eccessiva.
Più di 1000 studenti e volontari si sono impegnati nell’organizzazione di questo evento, la mascotte della UNLV è protagonista di una giornata dove tutto è colorato di rosso bianco e blu: i colori di un’America che ha invece molte sfumature.
Gli studenti sono tanti, diversi, e il melting-pot culturale di questo Paese è quello che fa di questo Paese l’America vera, con le sue contraddizioni e le sue libertà .
Meta di tanti, ma trampolino per pochi fortunati. Qui si studia per diventare qualcuno, prima di diventare qualcosa: studiare è un’opportunità più che un diritto da queste parti, e lo sa bene anche Lydia, studentessa afroamericana della California, che è stata particolarmente attenta ai punti del dibattito in cui i due candidati si sono sfidati su un tema importante come quello dell’educazione.
Si fa fotografare emozionata con il cerchietto in testa e le stelle della sua bandiera. Insieme a lei c’è Dannica, 22 anni, ha origini filippine ma è cresciuta qui, dove la sua famiglia si è trasferita più di 12 anni fa. Studia business management, vuole diventare una “business woman”, ma non nasconde quel lato fortunatamente ancora adolescente e molto “America’s got talent” di poter realizzare anche il sogno di diventare una cantante famosa.
Alla fine del dibattito sorride ma è più indecisa di prima e non sa davvero chi potrebbe essere la persona migliore tra i due candidati di oggi per rappresentare il ruolo più ambito del mondo.
È stata pro Trump fin dall’inizio, oggi è più vicina a Hillary sui punti dedicati alle donne e alle difficili scelte che a volte solo le donne possono comprendere e sostenere. Trump si dichiara in questo dibattito anti-abortista, la senatrice Hillary sostiene fortemente che “non tocca ai governi decidere la scelta più difficile e dura che una donna deve fare. Non dobbiamo diventare come la Cina o la Romania” dice.
Le donne, poi, a quanto pare sono proprio un punto debole per Mister Trump.
Ma chi vince? Se lo chiediamo a Lamont, autore di “The Horoscope of the USA”, è Trump. Trump e ancora Trump. Anche lui afroamericano, cresciuto a Chicago, vede in Trump qualcosa di diverso.
Parla di Chicago come una città a pezzi, specchio di un Governo che non ha fatto nulla per migliorare le condizioni di vita di alcune zone del Paese e di un Presidente, Obama, che si è dimenticato della sua gente. Appassionato di astrologia fa notare che sia Obama che Bill Clinton appartengono al segno zodiacale del leone: Hillary è uno scorpione nell’arena dei leoni, e non cambierebbe nulla se diventasse il nuovo presidente.
Trump ha i suoi fan. Diversi, alcune volte insospettabili. C’è chi si dichiara sfacciatamente con una t-shirt che dice “Trump 2016- Let’s rebuild America”, chi ne ha un’altra con i volti di Hillary e Bill Clinton insieme nello slogan “Get two for one”, ne prendi due con uno! Durante lo scontro tra i due candidati ci si schiera nella sala del watch-debate party: si applaude se è Hillary a tirare il colpo giusto, si esulta grossolanamente se è Donald a mettere in difficoltà l’avversario
I trumpisti sono forse più rudi, e non nascondono il compiacimento per alcune affermazioni del loro leader. Hillary invece – non c’è dubbio – è rappresentata da un pubblico più soft ed elegante.
La hall del watch-debate era colma di addobbi e di stand. Per gli ospiti il catering ha preparato un buffet molto americano e molto abbondante, e chiedendo agli studenti qualche previsione su chi sarà il vincitore di questa sfida c’è chi azzarda una metafora gustosa: “E’ come scegliere se mangiare uno di questi hot-dog o uno di questi cupcake”, devi solo decidere con cosa vuoi ingrassare”.
Ted G. Jelen, Ph.D, Professore del dipartimento di Scienze politiche della UNLV esamina questo dibattito e queste elezioni: “Le posso paragonare a quelle del 1824, in uno scenario in cui nessuno dei candidati ottenga un numero di voti elettorali sufficiente per vincere le elezioni, la scelta dei presidenti è decisa attraverso un ballottaggio della camera dei Rappresentati. Quello del 1824 fu l’unico caso in cui ciò accadde. Ma sono paragonabili a quelle elezioni anche per le figure che i candidati rappresentano e che sembrano in qualche maniera reinterpretate” dice.
Alla domanda su quale tipo di America avrebbero bisogno oggi gli americani e di quale America ha bisogno invece il mondo il professore risponde: “C’è bisogno per tutti di un Paese più forte ma anche più empatico. Aperto agli altri per diventare, con il mondo davanti, un posto più solido”.
Alcuni studenti discutono intorno a un tavolo su Putin e Gorbaciov: l’impressione è che ci sia una coscienza. E’ sottile da parte di alcuni, ma c’è un approccio più umile e consapevole di essere un’America più debole.
In altri invece domina la forza dell’orgoglio americano: quello di non sentirsi minacciati da nessuno, di essere giovani e forti. Non sono mancate le proteste fuori e dentro. Le forze dell’ordine hanno monitorato l’università tutto il giorno e sono stati obbligatori i metal detector per entrare, e all’ingresso della UNLV c’era anche il banchetto dei selfie: 4 dollari per indossare la maschera di Hillary o Trump e farsi la foto pazza di questo “Big day” universitario. Ma quasi tutti hanno rinunciato alle maschere.
(da “Huffingtonpost”)
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