Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
CHI CONCORRE A UN POSTO AL SENATO O A GOVERNATORE ABBANDONA IL TYCOON PRIMA CHE LA BARCA AFFONDI
Trenta giorni al voto. E la crisi più devastante sperimentata sinora dal candidato repubblicano alla presidenza, Donald Trump, e dal suo stesso partito.
Le battute sessiste di Trump — registrate in un fuori onda del 2005, in cui l’allora imprenditore e celebrità tv diceva di poter fare qualsiasi cosa a una donna, in quanto VIP — stanno scatenando una reazione a catena dalle conseguenze incalcolabili. Trump dice di “non volersi ritirare”.
E’ chiaro però che i repubblicani stanno cercando tutti i modi per disfarsi di un candidato mai amato e che oggi rischia di fare molto male all’intero G.O.P.
Il problema è che non è facile — anzi, è quasi impossibile — liberarsi di Trump a questo punto della sfida elettorale.
Il vero dato politico è infatti questo. Nelle ultime settimane — dopo la prova deludente nel primo dibattito televisivo con Hillary Clinton, dopo le polemiche sulla regina del concorso di bellezza Alicia Machado — le chance di vittoria di Trump si sono ulteriormente assottigliate.
Di questo la leadership repubblicana era ed è perfettamente cosciente. Molti tra i repubblicani hanno anzi segretamente sperato che una sconfitta di Trump l’8 novembre spazzi via, per sempre, l’uomo che ha travolto il partito; e che da questa sconfitta/espiazione possa iniziare una fase nuova, di ricostruzione, per i conservatori americani.
Le frasi rubate nel 2005 cambiano però sensibilmente la situazione.
Intere fasce di popolazione — gli indipendenti, soprattutto donne, ma anche molti evangelici e l’elettorato più anziano e tradizionalista degli swing states — potrebbero essere portate a voltare le spalle non soltanto al candidato repubblicano alla Casa Bianca, ma anche ai candidati del G.O.P. al Senato e alla Camera.
Soprattutto il Senato appare a questo punto a rischio. Chi può cerca di abbandonare la barca prima che affondi definitivamente.
Per molti candidati repubblicani impegnati in un testa a testa all’ultimo voto, l’appoggio a Trump potrebbe infatti equivalere a un suicidio politico.
Ha preso le distanze Kelly Ayotte, impegnata in una rielezione difficile per il seggio senatoriale in New Hampshire. “Sono prima di tutto una mamma e un’americana — ha annunciato Ayotte — non posso sostenere e non sosterrò un candidato alla presidenza che si vanta di degradare e assalire le donne”.
Ha mollato Trump Joe Heck, anche lui alle prese con un’elezione complicata in Nevada.
Hanno disconosciuto il candidato repubblicano i senatori Richard Burr del North Carolina, Mark Kirk dell’Illinois e Mike Lee dello Utah.
“Sono arrivato alla conclusione che non posso più sostenere Donald Trump”, ha detto il senatore Mike Crapo dell’Idaho.
Ha rescisso ogni legame con Trump John Thune, numero tre dei repubblicani al Senato.
E poi molti deputati, tra cui Martha Roby dell’Alabama, Jason Chaffetz dello Utah, Frank Lo Biondo del New Jersey.
Fuga anche tra i governatori: dicono addio a Trump Gary Hebert dello Utah e Robert Bentley dell’Alabama.
I commenti ufficiali che più spesso si leggono o sentono tra i repubblicani, riferiti alle affermazioni di Trump sulle donne, sono: “orrende”, “vili”, “predatorie”, “riprovevoli”, “incredibili”, “disgustose”, “irrispettose”.
Carly Fiorina, ex-candidata alle primarie, chiede a Trump di “farsi da parte”. Condannano Trump, ma era prevedibile, Jeb Bush, John Kasich, Mitt Romney e John McCain (che si dice “stomacato” e ritira, anche lui, il sostegno ufficiale).
Paul Ryan esclude Trump da un evento elettorale in Wisconsin. Il suo vice, Mike Pence, rifiuta di far campagna per lui e dice di non poter “perdonare” quelle affermazioni.
“Il partito di Lincoln non è uno spogliatoio”, dichiara il presidente dell’associazione dei college Usa.
La Camera di commercio, solido bastione conservatore, chiede a Trump di “abbandonare il campo immediatemente”. “I finanziatori G.O.P. sono in uno stato di panico”, afferma una fundraiser repubblicana, Lisa Spies. E lo stesso partito fa girare una mail riservata in cui annuncia di aver bloccato la campagna denominata “Victory”, quella messa in campo per appoggiare la sfida di Trump.
Ci potrebbe essere più chiara dimostrazione di quello che il G.O.P. vorrebbe da Trump? Non sembra proprio.
La quasi totalità dei repubblicani vuole che Trump esca di scena. Solo che la cosa appare difficile, in realtà quasi impossibile.
L’unica soluzione starebbe nell’addio volontario da parte di Trump stesso. Ma Trump, al momento, appare combattivo, irremovibile, e dà anzi appuntamento ai suoi sostenitori per stasera, quando incontrerà per il secondo dibattito televisivo Hillary Clinton. “E allora solleverò il caso dei tradimenti di Bill Clinton e della foga mostrata da Hillary nel distruggere le amanti di Bill”, ha minacciato Trump.
In mancanza di un abbandono volontario, resta al Republican National Committee una sola strada: quella di appellarsi alla “rule nine” del regolamento, che dice che il partito può sostituire il candidato in caso di “morte, abbandono o diversamente”. L’abbandono di Trump è, tranne sorprese clamorose, escluso. La morte non pare in vista. Rimane quell’”altrimenti“, che i leader repubblicani potrebbero interpretare in modo esteso e usare per far fuori Trump.
La cosa non è semplice. Come definire quell’”altrimenti”?
Si può cacciare via Trump per indegnità morale? Per aver disatteso principi e valori del partito repubblicano? E cosa succederebbe, a quel punto, con i milioni di suoi sostenitori? Cosa fare nel caso Trump decidesse di adire alle vie legali contro il partito?
Senza contare che l’early voting è iniziato, migliaia di persone hanno già votato e un eventuale abbandono/cacciata del candidato potrebbe far esplodere una miriade di problemi legali. No, meglio, molto meglio, tapparsi naso, occhi, orecchie e affrontare questi ultimi giorni di campagna elettorale.
Sperando che la nemica di sempre, Hillary Clinton, faccia quello che i repubblicani non sono stati capaci di fare: cancellare dalla mappa politica, definitivamente e senza ferite ulteriori, l’uomo che ha messo a rischio la sopravvivenza stessa del partito repubblicano.
Roberto Festa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
NUOVO AUDIO SCANDALO… E CI SONO ANCORA MENTECATTI CHE DIFENDONO UN SOGGETTO CHE NON HA RISPETTO NEANCHE PER LA PROPRIA FIGLIA
Il partito repubblicano è sempre più nel caos dopo le dichiarazioni sessiste, volgari e offensive nei
confronti delle donne fatte da Donald Trump nel 2005 e pubblicate venerdì dal Washington Post.
Molti importanti esponenti del gruppo conservatore hanno voltato le spalle al magnate americano, rilanciando le teorie di un improvviso ritiro dalla corsa del candidato repubblicano a un mese dal voto.
Una circostanza che è stata esclusa dallo stesso Trump, che non ha alcuna intenzione di mollare.
Intanto, dal passato spuntano nuovi audio imbarazzanti per Trump.
A pubblicarli questa volta è la Cnn: le parole di Trump risalgono al 2006, quando fu intervistato dal conduttore radiofonico Howard Stern.
L’attuale candidato dei repubblicani spiegò allora che una donna va lasciata dopo i 35 anni e si soffermò anche sulla figlia Ivanka, che a quel tempo aveva 24 anni: “Va bene se la chiamano pezzo di f…, è molto sensuale”.
E poi, ancora, racconti vari sul sesso a tre e sul sesso con le donne durante il ciclo mestruale.
(da Huffingtonpost”)
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Ottobre 8th, 2016 Riccardo Fucile
RYAN, PORTAVOCE REPUBBLICANO: “DISGUSTATO”… SPUNTA LA RICHIESTA DI SOSTITUIRLO COL VICE, MIKE PENCE
Donald Trump e le donne. Puntata sedicesima, forse. A seguire, certamente. 
L’ultima rivelazione è a luci rosse, almeno per quanto riguarda i contenuti dei dialoghi, non riproducibili senza l’uso di puntini, stelline, altri segni sostitutivi.
Si vanta di “afferrare una donna dalla f… (sue parti intime)”, in uno dei passaggi più espliciti.
Appare in un video, una delle tante interviste in cui il tycoon immobiliare parlava a briglia sciolta, in epoca ben lontana dalla sua candidatura ovviamente.
Qui siamo nel 2005, la chiacchierata sui suoi exploit sessuali è per il programma “Access Hollywood” condotto da Billy Bush, il video è riemerso oggi sui siti del Washington Post e della Nbc News.
Sembra incredibile che esistano ancora degli “inediti” da scoprire a un mese dal voto, ma il Trump prima maniera era un tale habituè di tv, radio, riviste per soli uomini, che la miniera da esplorare è immensa.
Qui lo si vede che si vanta delle sue conquiste, o in certi casi delle sue avances molto aggressive, orgoglioso del fatto che “quando sei una celebrity le donne non ti dicono di no”. “Ci ho provato, a scoparla”, dice di una. “Mi sono mosso su di lei come una cagna. Ed era sposata. Poi di colpo la vedo, aveva le grosse tette finte e tutto quanto. Era rifatta”.
A un certo punto nel video appare il nome dell’attrice Arianne Zucker. Lui prosegue dicendo: “Sono attratto dalle belle donne e comincio a baciarle subito, è come un magnete. Bacio, senza aspettare. E quando sei una star puoi fare quello che vuoi. Afferrale dalla f…. Puoi fare tutto”.
Dichiarazioni “fuori onda” prese tre mesi dopo il suo matrimonio, il terzo della sua vita, con l’attuale moglie, Melania.
La reazione di Hillary Clinton al video non si fa attendere, arriva via Twitter: “Orripilante. Non possiamo lasciare che quest’uomo diventi presidente”.
Ma lui replica a muso duro. “E’ un dialogo tipico da spogliatoio maschile. E’ una conversazione privata, accaduta molti anni fa. Bill Clinton mi diceva di peggio quando giocavamo a golf insieme, molto peggio. Chiedo scusa se qualcuno si sente offeso”.
Quest’ultima rivelazione segue di poco quella dell’Associated Press che ha pubblicato racconti di venti persone che collaboravano con Trump all’epoca del suo programma televisivo The Apprentice, e riferiscono i suoi commenti sui corpi delle concorrenti, le richieste di abiti più corti per le donne.
Le rivelazioni arrivano a getto continuo e forse non stupiscono più nessuno.
Chi fosse Trump, lo si sapeva. Pochi personaggi hanno avuto una vita più “pubblica” di lui, sempre in vetrina, sempre alla ricerca di pubblicità , con forme di esibizionismo. Se a destra molti elettori di provata fede religiosa hanno deciso di votarlo lo stesso, le nuove rivelazioni probabilmente non cambieranno la loro decisione.
Dove però Trump sembra davvero vulnerabile, è nell’elettorato femminile, soprattutto le donne con livello d’istruzione medio-alto.
La stragrande maggioranza lo detesta e ha deciso di votare per Hillary, secondo quanto indicano molti sondaggi. Lui recupera con uno schiacciante vantaggio tra i maschi bianchi. Un’elezione che sta diventando – anche – una guerra dei sessi?
Intanto, però, in campo repubblicano scattano le reazioni e i vertici si dissociano e condannano le affermazioni del tycoon.
Il portavoce della Camera, Paul Ryan, si è detto “disgustato” dal video di Trump e ha annullato l’invito al tycoon che doveva partecipare ad un evento programmato oggi in Wisconsin.
La risposta del miliardario americano non si è fatta attendere: “Al posto mio ci sarà il candidato vicepresidente Mike Pence”, spiegando che passerà la giornata a New York per prepararsi al dibattito con Hillary Clinton di domani sera.
Preparazione che dovrebbe fare con il leader del partito repubblicano Reince Preibus e il governatore del New Jersey Chris Christie.
In serata volerà già per St. Louis, Missouri, dove si svolgerà il duello tv.
La preparazione di Trump al dibattito con Hillary Clinton potrebbe però “saltare” o quanto meno ridimensionarsi, perchè ancora più duro contro il tycoon è stato proprio il leader del Grand Old Party, Reince Preibus: ”Nessuna donna dovrebbe essere descritta in questi termini o trattata in questa maniera”, definendo le parole di Trump ”oscene”.
E così spunta anche l’ipotesi di un cambio della guardia ai vertici del ticket repubblicano per la Casa Bianca tra Donald Trump e Mike Pence.
”E’ ora che Donald Trump si ritiri dalla corsa e che Mike Pence prenda il suo posto”, afferma l’ex governatore repubblicano dello Utah ed ex candidato presidenziale nel 2012 John Huntsman.
Una posizione che secondo alcuni media Usa sarebbe condivisa da molti nel partito repubblicano, che vedono in Pence un anti-Trump: un candidato che ha tutto quello che il tycoon non ha.
Contro il miliardario americano si è schierato il leader della maggioranza repubblicana al Senato americano, Mitch McConnell, che ha definito ”ripugnanti e inaccettabili in ogni circostanza” i commenti di Donald Trump nel video shock pubblicato dal Washington Post.
”Come padre di tre figlie – aggiunge – chiedo che Trump si scusi ufficialmente con tutte le donne e si assuma tutte le responsabilità per la mancanza di ripetto mostrata per il mondo femminile”. Secondo il senatore Ted Cruz, acerrimo rivale di Trump nel corso delle primarie (anche se giorni fa ha dato il suo endorsement al tycoon) ”i commenti del video sono inquietanti e inappropriati, e non c’è alcuna scusa che tenga. Ogni madre, figlia e moglie merita di essere trattata con dignità e rispetto”.
Il governatore repubblicano dello Utah, Gary Herbert, ha ritirato il suo appoggio al tycoon e ha annunciato che non lo voterà . “Le parole di Trump oltre che offensive sono disprezzabili – ha detto Herbert – e anche se non posso votare per Hillary Clinton, di certo non lo farò per lui”.
Anche il deputato repubblicano Jason Chaffetz ha fatto sapere che ritirerà il suo appoggio al miliardario newyorkese.
Trump, in evidente difficoltà , cerca un’ultima difesa: si scusa, promette di diventare un uomo migliore, accusa Bill Clinton di aver maltrattato le donne e poi aggiunge: “Quel video è uscito in questo momento per distrarre tutti dai veri problemi politici del paese”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO LA STORICA SERATA CHE LI HA VISTI CONTRAPPOSTI, AUMENTA IL VANTAGGIO DI HILLARY
Hillary ha vinto, ma non è un trionfo, e i duelli tv raramente sono decisivi. 
Esce il primo sondaggio dopo la storica serata in cui quasi 100 milioni di americani hanno guardato il dibattito fra Donald Trump e Hillary Clinton.
Si conferma il verdetto dei media, degli esperti, e degli instant poll fatti nella tarda serata di lunedì dalla Cnn. Hillary ne esce con tre punti di vantaggio su Trump, il beneficio netto di quello scontro televisivo sembra reale. Ma non immenso.
Lo stesso sondaggio, effettuato da Politico.com e Morning Consult dava la Clinton davanti di un punto.
Quindi l’effetto netto della serata alla Hofstra University sarebbe un rimbalzo positivo di due punti percentuali, buono ma non clamoroso.
D’altra parte gli stessi elettori intervistati nell’indagine Politico/Morning Consult rivelano che solo per il 9% tra loro il dibattito ha provocato un cambiamento nelle intenzioni di voto.
Questo non stupisce gli osservatori della politica americana.
La fedeltà di partito è aumentata nel corso del tempo, la fascia degli indipendenti che decidono solo all’ultimo per quale candidato votare, si è assottigliata.
Conta di più, all’interno di ogni campo, la capacità di un candidato di galvanizzare i suoi e di portarli in massa alle urne, in un paese dove l’assenteismo è molto elevato.
Detto questo, visto che all’appuntamento televisivo del 26 settembre si era arrivati in una situazione di quasi parità fra la Clinton e Trump, anche spostare due punti percentuali di elettori è un buon risultato.
Più importante sarà verificare se lo stesso effetto sposta gli equilibri in Stati-chiave come la Florida, che possono risultare davvero decisivi l’8 novembre.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
IL TYCOON INCALZATO SU TASSE E TRASPARENZA PERDE NETTAMENTE IL PRIMO CONFRONTO TV
Cento minuti senza esclusioni di colpi.
Il primo dibattito presidenziale tra Hillary Clinton e Donald Trump rispetta tutte le aspettative della vigilia, con l’ex segretario di Stato che sfodera dal primo all’ultimo minuto una sicurezza da statista esperta, e il tycoon che gioca la carta dell’outsider, provando a presentare la sfidante come in perfetta continuità con l’amministrazione Obama.
Inizio difficile per Trump, che viene incalzato ripetutamente su economia, lavoro e tasse. Hillary prova subito a marcare la differenza con l’avversario, ricordando come da giovane sia cresciuta in una famiglia del ceto medio e sottolineando invece come Trump abbia vissuto una vita molto più agiata: “Donald è molto fortunato nella vita…ha preso in prestito 14 milioni da suo padre e crede seriamente che più si aiuta la gente ricca e meglio si sta”.
L’ex first lady insiste sul tema del fisco se sulla dichiarazione dei redditi che l’imprenditore non ha voluto presentare. “C’è qualcosa che Donald Trump sta nascondendo”, dice. “Forse non è poi così ricco come dice di essere forse non fa donazioni…deve 600 milioni di dollari a banche straniere o forse non vuole che gli americani sappiano che non paga le tasse”, rincara la candidata democratica.
“Renderò nota la mia dichiarazione delle tasse quando Hillary Clinton pubblicherà le sue email”, replica lui. Poco dopo, la Clinton fa pubblicamente ammenda per il cosiddetto emailgate: “Ho commesso un errore”.
Il candidato repubblicano arranca e rientra in carreggiata solo quando il dibattito verte su sicurezza e politica estera, attaccando in particolare ripetutamente la Clinton per alcune scelte incoraggiate da segretario di Stato, come la riapertura dei rapporti con l’Iran.
Clinton non risparmia critiche per il presunto passato razzista dell’avversario. Donald Trump – dice – “ha una lunga storia di comportamenti razzisti”.
“Donald – aggiunge – ha iniziato la sua carriera nel 1973 con una causa avviata contro di lui dal Dipartimento di stato per discriminazione razziale”.
Si scaldano gli animi sul finale, quando Trump accusa la sfidante di non avere forza e resistenza fisica per fare il presidente.
“Prima di parlare Donald deve dimostrare di poter visitare 112 paesi come ho fatto io da segretario di Stato”, replica lei che a sua volta accusa Trump di avere ripetutamente insultato le donne.
Dell’intero dibattito – conclusosi con una stretta di mano quasi cordiale – resta impressa una delle battute più riuscite pronunciate da Hillary Clinton, rispondendo a Trump che la criticava per essersi preparata le risposte. “Donald mi critica per essermi preparata per il dibattito. Volere sapere per cosa altro sono preparata? Sono preparata per essere presidente”.
Alla fine dei conti, chi esce vincente dal confronto?
Il giudizio finale del pubblico sembra essere abbastanza netto. Secondo un sondaggio della Cnn, Hillary Clinton vince con il 62% delle preferenze degli intervistati, a fronte del 27% di Donald Trump.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
CLINTON RIESCE A FAR APPARIRE TRUMP COME UN RICCO CORROTTO… DONALD IMPREPARATO
Preparatissima, cattivissima e antipaticissima, Hillary. Impreparatissimo, mentalmente disorganizzato e a
tratti agitato, Donald.
Il primo round del faccia a faccia fra i candidati presidenziali va a una Hillary che affonda l’avversario con argomenti diremmo “di sinistra”, descrivendolo cioè come un privilegiato, un figlio di papà , un ricco e anche un disonesto.
Il tipo di persona insomma contro cui il partito democratico intende battersi, dice la candidata, applicando quella che in Italia chiameremmo una sostanziosa “patrimoniale”, con aumento delle tasse e fine di ogni sconto fiscale.
Look presidenziale in anticipo – abito in rosso secondo il codice preferito delle matrone di Washington, capelli sempre più simili al caschetto di Margaret Thatcher – in grande forma fisica, alla faccia di chi la voleva semimorta, e senza una smagliatura di nervi, Clinton ha fatto al meglio quello che quello che al meglio sa fare: ha esibito la sua mostruosa preparazione e la sua altrettanto mostruosa aggressività : al povero Donald non ha risparmiato nulla.
Donald invece, a sorpresa, non è riuscito viceversa a far passare la Clinton per un membro dell’elite, distaccata dalla vita reale del popolo americano, soprattutto bianco. Afflitto da un problema di sinusite scontento, arruffato nei suoi argomenti, Trump è apparso anche privo di quella verve, energia e quel fascino da simpatico mascalzone che lo hanno lanciato in questa strepitosa campagna elettorale.
Persino le sue accuse all’avversaria – aver aiutato l’Isis, non stroncandolo all’inizio, aver fatto perdere posti di lavoro all’economia americana, aver incasinato il mondo, il medioriente, e avere un pessimo carattere e scarsa energia – sono state poste in maniera così strampalata da non aver nemmeno spettinato un capello del rigido caschetto biondo della candidata democratica.
Eppure la partita non era del tutto scontata.
Il confronto stavolta è stato organizzato senza rigidità dei tempi, a favore di una fluidità di replica fra i due regolata ma non interrotta dalla forzata liturgia degli orologi.
Un formato che favoriva la spontaneità , e in cui Trump poteva essere molto a suo agio.
Ma sui tre round in cui è stato grosso modo scandito il confronto, proprio lui è apparso in difficoltà fin dal primo scontro, quello sulla crisi economica, che pure avrebbe dovuto offrirgli l’argomento più forte del suo carnet.
Ci ha sicuramente provato – il suo tema principale è infatti il lavoro che sta sparendo dagli Stati Uniti insieme alle aziende che stanno trasferendo le proprie fabbriche in paesi altri, come il Messico.
“Migliaia di posti di lavoro che vanno via e che non torneranno più”, accusa Trump, per colpa dei democratici che hanno fatto disastrosi accordi commerciali, e scandisce il lungo elenco dei grandi stati industriali, il Michigan, la Pennysilvania, l’Ohio, il New England.
Sono gli stati della classe operaia e media, bianca, spesso cattolica, la spina dorsale del voto democratico da tempo afflitta da sfiducia nei propri leader e oggi come mai, nella sua componente più forte, i maschi bianchi, attratta da Trump, che ne promette la difesa, e avversa ad Hillary.
E’ il punto di forza della campagna del repubblicano – tagli delle tasse, rilancio del nazionalismo economico, muri commerciali invece che aperture commerciali, scontro con la Cina che manipola il mercato Americano.
E Hillary in questa prima parte appare all’inizio vulnerabile. Come di questi tempi fanno i democratici in tutto l’Occidente parla di nuove tecnologie, web, innovazione, energia rinnovabile. Trump ha facile gioco a dire che sono fumisterie – e nelle sue parole si sentono gli umori di tutti i pub d’America a sera, densi di scontento e birra, nelle ore prima di andare a casa. “Disaster, disaster” è la parola d’ordine di Donald.
Ma Hillary capisce e gira bene il suo discorso. Lascia il lavoro e parla di lui, o meglio parla della rendita di gente come lui.
Ricorda che lui è un privilegiato “che ha iniziato la sua carriera con i soldi di papà “, lo descrive come uno che non ha mai davvero provato com’è il mondo reale a differenza di lei che viene da un padre che lavorava davvero.
Parla di uno che è contro le tasse perchè non le paga. E a questo punto il gioco si fa davvero duro: con abilita e scientifica crudeltà Hillary spiega tutte le ragioni per cui non paga “forse perchè non sei cosi ricco? Forse perchè non puoi dichiarare tutti I tuoi affari? Forse solo perchè non le hai mai pagate?”.
Donald cerca di buttare nella mischia le 30mila email. Hillary sorride, non raccoglie e continua a sparare su Donald: racconta che ha conosciuto tanti dei suoi dipendenti che lui ha “fregato”, gente rovinata, gente che non è stata pagata tra cui, svela Hillary, un architetto che ha costruito una Clubhouse per lui e che è in quel momento presente nel pubblico.
Donald si agita, ma la replica è debole “non è vero, mi amano tutti, mi amano tutti”. Far pagare ai ricchi viene a questo punto a Hillary come una naturale conseguenza, una patrimoniale dal sapore sandersiano al grido di ” Donald, il trickle down non funziona”, con abile richiamo alla famosa ricetta del primo Reagan, e il cerchio si salda.
La Clinton si reinsedia dalla parte della giustizia sociale e Trump dalla parte dei cattivi.
Perso questo primo round, il resto è solo una caduta libera per il repubblicano.
La Nato, l’Isis , la frizione sulla Russia, nulla gli riesce più bene.
Mentre Hillary non gli risparmia più nulla: razzismo , disprezzo delle donne, processi avuti in passato, e persino sfottò sui libri non letti.
Il tutto chiamandolo sempre Donald, in terza persona, come si fa con i camerieri quando se ne parla ad altri. Molto molto poco simpatico. Ma molto molto Hillary.
Alla fine della serata le famiglie dei due candidati salgono sul palco.
Ma I Trump salutano e vanno via subito. Rimangono invece I due Clinton, a lavorarsi la platea fino all’ultimo.
Come si deve per un ex Presidente e un futuro Presidente.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 20th, 2016 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DI STATO USA: “L’ITALIA E’ FONDAMENTALE PER LA STABILITA’ DELLA LIBIA”
«L’Italia sta offrendo un contributo cruciale in Libia, per affrontare la doppia minaccia dell’instabilità
interna e dell’estremismo violento straniero». Questo riconoscimento, e insieme l’incoraggiamento a proseguire il lavoro fatto finora, viene dal segretario di Stato americano John Kerry, nel giorno del rapimento di due lavoratori del nostro Paese.
Ieri sera Kerry ha consegnato il Global Citizen Award a Matteo Renzi durante il gala annuale dell’Atlantic Council, tenuto al Museum of Natural History di Manhattan.
In questa occasione, sullo sfondo dell’instabilità globale che si manifesta dalla Libia ai recenti attentati di New York, Kerry ha accettato di rispondere alle domande de «La Stampa» per fare il punto sui rapporti bilaterali, anche in vista della visita che il premier italiano farà alla Casa Bianca il 18 ottobre.
Il segretario di Stato ha insistito molto nell’appoggiare l’approccio complessivo di Roma per affrontare le crisi sovrapposte delle migrazioni, dei rifugiati e del terrorismo, dicendo che «sono d’accordo con Renzi, per l’Europa è arrivato il momento di muoversi».
Perchè le relazioni con l’Italia sono importanti per gli Stati Uniti, e cosa può fare Roma per promuovere crescita e stabilità nell’Unione europea?
«Fra Stati Uniti e Italia ci sono sempre stati, e sempre ci saranno, legami profondi e solidi di famiglia e amicizia. Questi legami sono cementati dalla storia, i valori e gli obiettivi condivisi, su un ampio spettro di temi globali. Io applaudo e ammiro la leadership del primo ministro Renzi. Lui ha rappresentato una voce potente ed eloquente riguardo la sicurezza e la prosperità condivisa in Europa e attraverso l’Atlantico. Noi apprezziamo la sua visione di una Ue basata su ideali e principi comuni. L’Italia è stata all’avanguardia negli sforzi per difenderci contro l’estremismo violento, addestrare e consigliare i nostri partner in Iraq e rispondere alla crisi molto seria dei rifugiati e dei migranti. Io sono d’accordo col premier che ora per l’Europa è venuto il momento di muoversi».
Cosa può fare l’Italia per stabilizzare la Libia?
«L’Italia ha lavorato con noi e col Governo di accordo nazionale per affrontare le minacce gemelle dell’instabilità interna e dell’estremismo straniero violento. Noi apprezziamo il sostegno cruciale che Roma ha fornito agli sforzi del governo libico, inclusa la cura dei libici feriti nella lotta contro Isis».
Come possiamo affrontare l’emergenza dei migranti, che continua ormai da diversi anni, raggiungendo soprattutto le coste dell’Italia?
«La crisi dei rifugiati e migranti è una sfida globale di proporzioni e dimensioni storiche. Mette alla prova i nostri valori e la nostra stessa umanità . Dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per sviluppare una risposta complessiva, coordinata e umana. L’Italia è stata sul fronte dello sforzo per gestire questa crisi in maniera efficace ed umana, e noi dovremmo ricordare che il movimento dei rifugiati e dei migranti è più complicato della semplice narrativa delle persone impaurite e disperate forzate a fuggire dalle loro case. È anche la storia, in alcuni casi, di criminali e trafficanti che cercano di fare soldi stipando questa povera gente dentro barche sovraccariche, senza alcuna preoccupazione se vivono o muoiono. Noi apprezziamo l’approccio complessivo che il premier Renzi raccomanda, sostenendo una fine diplomatica alla guerra in Siria, affrontando alle radici le cause delle migrazioni di massa lungo tutta la rotta di transito, e intervenendo quando emergono le emergenze, aiutando oltre 450.000 rifugiati e migranti a raggiungere le coste in sicurezza solo negli ultimi tre anni. È una notevole dimostrazione della compassione dell’Italia e dell’impegno a prevenire la perdita di altre vite. Comprendiamo che la crisi europea dei rifugiati e migranti continua. Sollecitiamo tutti gli stati membri della Ue a mantenere gli impegni di riallocare i richiedenti asilo dall’Italia e la Grecia, che sono stati entrambi sul fronte di questa crisi. Una Europa unita è oggi più importante che mai».
Come può l’Italia aiutare la lotta contro Isis in Iraq e Siria?
«Roma è uno dei principali fornitori di truppe alla Global Coalition to Counter Isis, e fornisce una leadership significativa negli sforzi della coalizione in Iraq per addestrare la polizia irachena e offrire un cruciale supporto umanitario, incluso il recente impegno di luglio alla Pledging Conference in Support of Iraq. Noi diamo molto valore al ruolo che l’Italia svolge sul palcoscenico globale per far progredire tali iniziative decisive per la sicurezza. Sul terreno in Iraq, dove insieme forniamo i due contingenti più ampi della coalizione, i Carabinieri italiani guidano la missione per addestrare la polizia irachena, le truppe italiane stanno aiutando gli iracheni a proteggere la diga di Mosul, mentre le riparazioni essenziali vengono effettuate da una compagnia di ingegneri italiani. Roma è nel cuore dei nostri sforzi militari e umanitari per mettere gli iracheni in condizione di sconfiggere Isis. Le truppe italiane, poi, rappresentano il contingente europeo più ampio nelle missioni di peacekeeping dell’Onu, e servono in operazioni di pace e stabilizzazione in tutto il mondo. E Roma sta lavorando con noi per cercare una soluzione politica al conflitto in Siria, attraverso l’International Syria Support Group».
Cosa può fare l’Italia per spingere la Russia ad applicare l’accordo di Minsk in Ucraina?
«Noi siamo grati all’Italia per il continuo supporto delle sanzioni dell’Unione europea contro la Russia. Restare uniti sulle sanzioni è stato cruciale per portare Mosca al tavolo del negoziato. Noi dobbiamo rimanere determinati; le sanzioni devono restare in vigore fino a quando la Russia non applicherà pienamente i suoi impegni stabiliti dagli accordi di Minsk e metterà fine alla sua aggressione dell’Ucraina».
Paolo Mastrolilli
(da “La Stampa”)
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Settembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
LA FINTA OPPOSIZIONE DEL PARTITO LIBERALE E L’ACCORDO CON PUNTIN PER ACCEDERE AI FINANZIAMENTI PUBBLICI… “LA CLASSE MEDIA NON HA VOTATO”
Professore Belkovsky, politologo e direttore del National Strategy Institute, è un risultato totalmente scontato?
«Nessuna sorpresa, la Duma è rimasta quel che era, come previsto. E il partito liberale Yabloko, accordandosi con il Cremlino, ha oltrepassato la barriera del 3% che gli permette di accedere ai finanziamenti pubblici. Unica cosa positiva dal punto di vista dell’elettorato russo critico verso il potere, è che sono apparsi alcuni nuovi volti brillanti, specie dal partito d’opposizione Parnas, come Viacheslav Maltsev e Maria Baronova».
La classe media non ha votato?
«Tutta la strategia del Cremlino era ottenere bassa affluenza proprio su quelle fasce, per questo ha anticipato le elezioni a settembre. Le grandi città che potevano votare per l’opposizione sono state scoraggiate. Tutta la propaganda pre-elettorale è stata costruita sul fatto che non serviva votare perchè non sarebbe cambiato nulla. L’operazione è un successo personale del vice capo dell’amministrazione presidenziale, Viacheslav Volodin».
Il rapporto tra Putin e il premier Medvedev?
«Putin non si divide dal proprio figlioccio. Lavorerà ancora con lui e secondo me il premier può ridiventare presidente, forse già nel 2017. Non escludo elezioni presidenziali anticipate, ma non credo che Putin le voglia. Anche se crescono le voci e i leak su questo. Dipende tutto da quando Putin decide di lasciare il potere. Anche se lui è molto conservatore, difficile anticipi i tempi».
L’opposizione ha fallito?
«La colpa del risultato è anche dell’opposizione, che ha litigato ante voto, e dei cittadini dissidenti che non sono andati a votare. Oppure hanno votato per Yabloko, cosa che discredita del tutto quel partito liberale, perchè ci fa pensare che ha concorso solo per i fondi pubblici e non per vincere. Ecco la differenza tra Yavlinski e Khodorkovsky, almeno l’oligarca puntava al 5%»
La Duma non cambia, ma in Russia cambia qualcosa?
«Le elezioni alla Duma in Russia non sono mai importanti di per se, ma per dare il tono politico. Si tratta di un congelamento del potere, non un consolidamento. La società russa oggi consiste in gruppi ostili l’uno all’altro ed è in uno stato di confusione».
(da “la Stampa“)
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Agosto 22nd, 2016 Riccardo Fucile
INDICATO COME “PRINCIPE EREDITARIO DELLA JIHAD, POTREBBE PRENDERE IL POSTO DI AL ZAWAHIRI E TOGLIERE SPAZIO ALL’ISIS
Nell’ultimo messaggio diffuso il 14 agosto ha detto: «Rovesciate il regno saudita e liberate il Paese dall’influenza statunitense».
Poi, l’esortazione ai giovani sauditi a unirsi ad Al Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap) e riprendere i combattimenti dai santuari in Yemen.
E’ Hamza Bin Laden a parlare, quello che molti indicano come il possibile e futuro leader di Al Qaeda.
«Principe ereditario jihadista», come lo definisce la Suddeutsche Zeitung, Hamza all’epoca del raid di Abbottabad, nel 2011, ha vent’anni.
A differenza del fratello Khalid, che venne ucciso durante l’operazione dei Navy Seal in Pakistan, Hamza sopravvive.
Figlio di Khairiah Sabar, una delle tre mogli di Bin Laden, è l’unico che risulta “scomparso” dopo l’incursione nel rifugio del padre.
In realtà quando i militari statunitensi fanno irruzione nel compound, Hamza si trova altrove.
In una lettera confiscata nel rifugio si scoprirà come il padre avesse manifestato il desiderio che studiasse in Qatar «affinchè rifiutasse i sospetti intorno al Jihad». Hamza dunque sembra essere il figlio preferito di Osama Bin Laden, il prescelto. Come racconta David Ignatius sul Washington Post, «il tono della lettera è quello di un padre che sente la fine vicina e vuole che il figlio segua la sua strada».
Nel 2001, durante l’attacco dell’11 settembre era al fianco del padre in Afghanistan. In un video del 2005, dal titolo i Mujahideen del Waziristan, lo si vede mentre partecipa ad un’incursione nella regione del Waziristan.
Fino al 2011, quando il padre viene ucciso.
Di Hamza dopo Abbottabad si perdono le tracce. Rimangono solo vecchi filmati che lo mostrano mentre gioca coi cugini in Afghanistan tra i rottami di un elicottero statunitense e una vecchia foto che lo mostra vestito come il padre, con un turbante bianco e un gilet mimetico.
Di lui oggi sappiamo poco e non abbiamo immagini. Ma è con la nascita di Isis e con la rottura di Al Baghdadi dal vecchio leader di Al Qaeda Al Zawahiri, che il nome di Hamza torna alla ribalta con sempre maggiore frequenza.
Nel 2015 Al Zawahiri in un audio lo presenta al mondo. In maggio è lui, in un nuovo messaggio, a spingere per l’unione delle fazioni jihadiste in Siria, in contrapposizione all’ascesa di Isis.
Poi in luglio, un altro audio, in cui minaccia gli Stati Uniti di vendicare la morte del padre
La retorica dei suoi discorsi è quella classica qaedista, rivolta contro l’Occidente e contro il nemico americano.
E se il suo ruolo appare per il momento più propagandistico che operativo, Hamza potrebbe rappresentare il ricambio generazionale necessario ad Al Qaeda per rinnovarsi e recuperare terreno su Isis, soprattutto ora che il gruppo di Al Baghdadi è in difficoltà .
«Hamza è il nuovo volto di Al Qaeda e ha il vantaggio di portare il cognome di suo padre», ha sottolineato l’analista del Brooking Institution.
Il nome di Bin Laden dunque potrebbe rappresentare un richiamo potente anche nelle fila di Isis, soprattutto dopo le sconfitte militari in Siria, in Iraq e in Libia. Ma non solo.
Ayman al-Zawahiri, diventato leader di Al Qaeda dopo la morte di Bin Laden, ha 65 anni e rappresenta la vecchia generazione di qaedisti, la stessa che non ha saputo rinnovarsi a sufficienza e che è stata scavalcata da Al Zarqawi prima e da Al Baghdadi poi, decisi – a differenza degli anziani – a instaurare uno Stato Islamico.
Hamza potrebbe davvero essere il principe ereditario che riprende il posto ai vertici della galassia jihadista, usurpato dal Califfo.
(da “il Corriere della Sera”)
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