Febbraio 16th, 2015 Riccardo Fucile
UN PAESE SPACCATO TRA IL “LEGITTIMO” GOVERNO DI TOBRUK E LE MILIZIE RIVOLUZIONARIE DI MISURATA CHE CONTROLLANO TRIPOLI… LA COMPETIZIONE TRA LE MONARCHIE DEL GOLFO… IN PALIO I POZZI E I PETRODOLLARI
In Libia, a soli 350 kilometri dalle nostre coste, infuria un conflitto che sembra non avere più freni.
È dai tempi delle carneficine nei Balcani che non avevamo una guerra civile così vicino a casa, eppure la nostra stampa ne parla saltuariamente e i funzionari che se ne occupano attivamente non superano la decina.
Nei Balcani non avevamo tutti gli interessi che abbiamo in Libia: il gas e il petrolio, sì, ma anche le commesse per le nostre imprese e gli investimenti nel nostro sistema economico che la Libia assicurava fino a ieri.
Dai Balcani non dovevamo temere tutto ciò che dovremmo temere dalla Libia: uno Stato fallito a due passi da casa, potenziale rifugio per organizzazioni criminali e terroristiche (spesso i due aspetti si confondono), un potenziale buco nero.
Al momento, nel paese si confrontano due coalizioni militari, ognuna con il rispettivo governo e parlamento.
A est opera il governo di ‘Abdullah al-Thinni, insediato nelle città di al-Bayda e Tobruk, vicine al confine con l’Egitto.
Questo è il governo internazionalmente riconosciuto, perchè scaturito dalle elezioni parlamentari dello scorso 25 giugno. Il governo di Tobruk/al-Bayda appoggia l’Operazione Dignità lanciata dall’ex generale dell’Esercito Halifa Haftar.
Nel giorno di San Valentino e poi, con più successo, a metà maggio dell’anno passato, Haftar aveva lanciato proclami per combattere le milizie da lui definite islamiste.
Il governo di Tobruk rappresenta le forze autodefinitesi antislamiste, che riuniscono diversi soggetti: politici e membri dell’Esercito che, pur avendo lavorato per il regime in passato, sono stati alla guida della rivolta contro Gheddafi nel 2011; le milizie della città di Zintan, che hanno svolto un ruolo importante nella conquista di Tripoli; parte della minoranza tibu nel Sud; i gruppi cosiddetti «federalisti», che invocano di fatto la separazione della Libia orientale (Cirenaica) dal resto del paese.
Questa coalizione molto variegata controlla oggi il parlamento, dove tuttavia siede una notevole rappresentanza di esponenti delle diverse tribù, soprattutto dell’Est.
Alle elezioni per la Camera dei rappresentanti del 25 giugno, svoltesi in un paese di fatto già in guerra e caratterizzate da una bassa affluenza, le forze «rivoluzionarie» (parte delle milizie che hanno combattuto contro Gheddafi e che non accettano alcun compromesso con chiunque abbia anche solo lavorato per lo Stato durante il regime) hanno ottenuto un risultato peggiore del previsto.
Del fronte «rivoluzionario» fanno parte le milizie della città di Misurata, anch’essa cruciale nella caduta di Tripoli; forze più o meno islamiste, ma formalmente integrate nel ministero dell’Interno; parte della minoranza berbera.
Il fronte «rivoluzionario » si definisce tale perchè ritiene di dover difendere la «rivoluzione» del 2011 contro il ritorno del vecchio regime rappresentato dagli uomini di Tobruk.
Mattia Toaldo
(da “L’Espresso”)
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Febbraio 14th, 2015 Riccardo Fucile
“PRONTI A GUIDARE UNA FORZA INTERNAZIONALE DELL’ONU”, MA ALLA FARNESINA RIVELANO: “E’ UNA POSSIBILITA’ REMOTA”
Una missione di peacekeeping sotto la bandiera dell’Onu e coordinata dall’Italia in terra libica. 
Sarebbe questa l’ipotesi allo studio di Palazzo Chigi per tentare di ricomporre la frattura che ha dato origine alla guerra civile e far fronte all’avanzata degli jihadisti dello Stato Islamico in Libia.
Negli ultimi giorni le istituzioni italiane hanno fatto registrare un’improvviso interesse verso la guerra civile che dilania da almeno un anno il Paese, nel quale si susseguono le conquiste territoriali dei fondamentalisti islamici che si ispirano al califfo Al Baghdadi.
Una possibilità , quella della missione di pace, su cui gli analisti di diversi quotidiani collocano in un orizzonte temporale ancora lontano: “Obiettivi che per il momento appaiono come una sorta di miraggio“, scrive La Stampa.
“I tempi però sono lunghi, l’Onu non ha ancora messo a fuoco il problema e siamo lontani da un consiglio di sicurezza che potrebbe varare la risoluzione ad hoc”, spiegano dalla Farnesina al Messaggero.
Era stato Matteo Renzi il 12 febbraio, giorno seguente all’ennesima strage di migranti avvenuta davanti alle coste libiche, a sollevare il tema a Bruxelles nel corso della riunione informale dei capi di Stato e di governo della Ue. Quella della Libia è “un’emergenza europea” al pari della crisi in Ucraina, aveva sottolineato il presidente del Consiglio, che annunciava: l’Italia è “pronta a fare ancora di più”.
Il giorno dopo, il 13 febbraio, al mattino, Angelino Alfano tornava sul tema: “Il presidente Renzi, parlando della Libia, ha individuato il centro del problema — si leggeva in una nota diramata dal ministro dell’Interno — e ancora più è valso farlo in ambito europeo. Oggi, quel Paese è fuori controllo e in preda al caos, con il rischio che si trasformi anch’esso in un califfato islamico”.
Mentre le agenzie di stampa battevano le notizie dell’ingresso dell’Isis nella città di Sirte e l’appello a lasciare il Paese lanciato dall’ambasciata italiana ai connazionali, Paolo Gentiloni andava oltre: in un’intervista a SkyTg24, il ministro degli Esteri spiegava che l’Italia è pronta a “combattere in Libia in un quadro di legalità internazionale”, sottolineando che “l’Italia è minacciata da quello che sta accedendo in Libia. Non possiamo accettare l’idea che a poche miglia di navigazione ci sia una minaccia terroristica”.
Sui giornali di oggi, 14 febbraio, è Federica Mogherini a lanciare la palla in avanti: “L’Unione Europea ha già individuato misure che possono eventualmente accompagnare e proteggere il processo di formazione di un embrione di governo di unità nazionale in Libia”, spiegava al Corriere della Sera l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, completamente assente nella maratona diplomatica che il 12 febbraio ha portato all’accordo per il cessate il fuoco nell’est dell’Ucraina.
“Mogherini è attenta a sottolineare — continua il quotidiano di via Solferino — che ogni iniziativa europea dovrà essere necessariamente subordinata a un minimo d’intesa fra le fazioni in guerra, quella di Tobruk e quella islamista che controlla Misurata e Tripoli.
L’offensiva del Califfato aggiunge però caos al caos e rende più difficile il dialogo tra le parti, ponendo un’ulteriore sfida alla comunità internazionale”.
“Ho appena parlato con l’inviato speciale dell’Onu per la Libia Bernardino Leon ed il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry per coordinare come procedere”, ha twittato Lady Pesc nel pomeriggio.
Ma la strada, scrive ancora Il Messaggero, è ancora lunga.
Leon, principale sostenitore dei colloqui tenuti tra le parti nelle scorse settimane a Ginevra, “sta tentando di mettere i vari contendenti di fronte a un tavolo.
‘Inutilmente’ secondo il governo Renzi che vuole spingere la comunità internazionale a compiere un passo ulteriore convincendo l’Onu della necessità di una risoluzione che autorizzi l’invio di truppe”.
Ma i tempi sono lunghi: “Per capire come finirà bisognerà attendere ancora uno o due mesi.
‘Prima è impossibile che l’Onu si muova’, dicono rassegnati a Palazzo Chigi”, conclude il quotidiano romano.
Ma secondo gli esperti, quand’anche prendesse il via, una missione di pace sotto il vessillo delle Nazioni Unite non sarebbe la soluzione.
“Un’operazione di peacekeeping o di peaceenforcing in Libia? Difficile se non c’è la pace — spiega in un’intervista a Repubblica Claudia Gazzini, ricercatrice dell’International Crisis Group — o perlomeno un accordo di pace. E purtroppo in Libia le condizioni militari, politiche e di sicurezza sono disperate”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
“LA CANCELLIERA TEDESCA HA CAPITO CHE L’OCCIDENTE DVE RITROVARE SICUREZZA E FORZA”
L’Occidente è in crisi, divorato dalla crisi finanziaria e dal senso di colpa nei confronti delle culture lontane come l’Islam. Eccessiva, cautela, scarso coraggio, incertezza del proprio ruolo, ai quali si aggiunge “uno scetticismo corrosivo”.
“Quanto freddo e piatto è diventato l’Occidente?” si chiede il New York Times, in un commento del giornalista tedesco di Die Zeit, Jochen Bittner.
Per Bittner la nostra società “ha bisogno urgentemente di una dose dello spirito di Kennedy, perchè la legittimazione di un sistema può andare perduta velocemente se i suoi rappresentanti perdono la fiducia nel perseguire quello che è giusto”.
Come esempio negativo, l’opinionista indica Federica Mogherini, rappresentante della politica estera dell’Unione europea, che sul conflitto russo-ucraino si è mostratta troppo “dubbiosa” e “cauta”.
E quindi dopo aver scartato Barack Obama, David Cameron e Franà§ois Hollande, il quotidiano americano arriva a una conclusione: l’unico leader in grado di rivitalizzare lo spirito di John Fitzgerald è Angela Merkel.
Non accetterebbe mai il titolo. Tuttavia potrebbe ritrovarsi a forza dentro quel ruolo, così come è diventata con riluttanza la leader dell’Europa. E ci sono i segnali che ne è consapevole – e pronta ad accettarne – il carico. Le sue dichiarazioni sulla Russia (deve ritirarsi dall’Ucraina, o rimarrà sempre più isolata) e sull’Islam (appartiene alla Germania ma deve diventare più moderno) stanno acquisendo una forza sempre maggiore.
Una forza anche fisica: nei giorni scorsi ha intrapreso una maratona diplomatica che avrebbe stroncato chiunque.
Il 5 febbraio si trovava a Kiev in missione per la crisi ucraina, il 6 febbraio era a Berlino per ricevere il premier iracheno, nello stesso giorno ha preso il volo per Mosca dove ha avuto un colloquio cruciale con Vladimir Putin e Franà§ois Hollande, il 7 febbraio ha partecipato alla Conferenza sulla sicurezza per poi recarsi negli Stati Uniti.
Ma sono stati gli ultimi appuntamenti a mettere a dura prova la resistenza della Cancelliera: mercoledì 11 febbraio il lunghissimo e delicatissimo vertice di Minsk con Vladimir Putin e Petr Poroshenko, dal quale è comunque scaturito un accordo; dopo una notte al tavolo dei negoziati, la Merkel è volata a Bruxelles per il vertice dell’Eurogruppo dove ha incontrato per la prima volta Alexis Tsipras.
Per il New York Times, la statura politica della Merkel risiede non tanto nella qualità delle decisioni bensì nella visione complessiva:
Ciò che davvero importa è il fatto che la Merkel non si fa illusioni sulla gravità dell’attacco intellettuale all’Occidente, e sulla sua vulnerabilità . Lo scorso weekend alla conferenza sulla sicurezza di Monaco ha dedicato gran parte del suo discorso alla “irrequietezza” della società occidentale. Questo è un buon punto di partenza. Ma avrà bisogno di essere ancora più chiara contro le frange che desiderano diventare il nuovo centro.
Nel frattempo, dovrebbe ispirarsi alla saggezza di uno dei suoi predecessori, Otto Von Bismarck, che un giorno disse: “La parte più forte è occasionalmente debole a causa dei sussulti di coscienza; la parte più debole a volte è forte per la sua sfrontatezza”. Certe verità sono senza tempo. Non siamo timidi. L’Occidente può dominare la propria malattia auto-immune.Ma per farlo, deve bilanciare la propria coscienza con una piccola dose di sfrontatezza.
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Febbraio 4th, 2015 Riccardo Fucile
“ASSASSINI, MERITANO DI ESSERE CROCIFISSI”… MANIFESTAZIONI DI PIAZZA E LA DURA PRESA DI POSIZIONE DELL’ATENEO AL AZHAR, ALTA AUTORITA’ MUSULMANA
Una condanna a morte per rispondere ad un assassinio. 
La vita, e la morte, della Sajida Al Rishawi opposta alla barbara uccisione di Muath al-Kasaesbeh. Sangue su sangue.
La Giordania ha risposto con l’impiccagione della terrorista di cui lo Stato Islamico aveva chiesto la liberazione alla messa a morte del suo pilota militare, mentre il mondo arabo è attraversato da un’onda tellurica.
Le reazioni al rogo inscenato per uccidere l’ostaggio giordano vanno dalla condanna della “disumana uccisione” arrivata da Teheran a quella pronunciata dall’università Al Azhar del Cairo: “Gli assassini meritano di essere uccisi, crocifissi o anche di avere i loro arti amputati”.
Per tutta la giornata la tv di Stato giordana ha deciso di trasmettere i propri programmi tenendo in sovrimpressione, in alto a sinistra sullo schermo, l’immagine fissa di Muath al-Kasaesbeh.
Re Abdallah ha interrotto la sua visita negli Stati Uniti ed è tornato precipitosamente ad Amman, non prima di aver chiuso un nuovo accordo di collaborazione con Washington: gli Usa verseranno nelle casse del Paese un miliardo di dollari l’anno per i prossimi tre anni, aumentando un budget che era di 660 milioni l’anno per 5 anni. Mentre è ipotizzabile aumenti il peso di Amman all’interno della coalizione internazionale che bombarda da mesi l’Isis, da Damasco arriva alle autorità giordane una nuova offerta di collaborazione: il regime di Bashar al-Assad ha invitato la Giordania a “cooperare nella lotta contro il terrorismo rappresentato dallo Stato islamico e dal Fronte al-Nusra (il braccio di Al Qaeda in Siria, ndr)”.
Le immagini di al-Kasaesbeh che arde tra le fiamme ha scosso il Paese.
Safi al-Kassasbeh, padre del pilota, ha chiesto”vendetta” per il figlio, invitando le tribù giordane a fare fronte comune contro lo Stato islamico e la Coalizione internazionale a guida americana, di cui Amman fa parte, a “distruggere” i jihadisti. A Karak, città natale del pilota, manifestanti hanno marciato per le strade chiedendo anch’essi “vendetta” e gridando slogan di sostegno al re Abdallah.
Ma oggi è tutta la Giordania che sembra unita nella reazione di shock e di sdegno contro l’Isis, dopo che nei mesi precedenti il Paese era parso diviso sull’opportunità di partecipare ai raid aerei della Coalizione.
Anche Murad al Adayleh, uno dei leader dei Fratelli Musulmani giordani, movimento che con le autorità di Amman ha rapporti tesi, ha condannato l’uccisione del pilota: “Questa non è la morale dell’Islam, e non ha niente a che fare con i musulmani”, ha affermato Adayleh.
La rabbia si diffonde anche attraverso i social network.
Un imprenditore giordano ha annunciato via Facebook di aver messo una taglia da un milione di dollari sulla testa di Abu Bakr al-Baghdadi, autoproclamato califfo dell’Is. Lo scrivono i media di Amman, precisando che la taglia vale se al-Baghdadi viene consegnato vivo, mentre scende a 100.000 dollari per chi riesce a ucciderlo.
“Sono Hani Abu Asfar, presidente del consiglio di amministrazione della holding del gruppo Asfar — si legge sulla pagina dell’imprenditore — annuncio un premio di 100.000 dollari per chi riesce a portarci la testa di quello che viene chiamato al-Baghdadi. Annuncio inoltre un premio da un milione di dollari a chi riesce a consegnare vivo quest’uomo malvagio”.
Già in precedenza, il governo statunitense ha offerto per la cattura di al-Baghdadi una taglia da 10 milioni di dollari.
La reazione più dura, destinata ad avere strascichi nel dibattito che si è aperto nel mondo arabo, è arrivata dall’università di al-Azhar del Cairo, alta autorità musulmana riverita dai sunniti nel mondo, ha emesso un comunicato esprimendo rabbia profonda. L’università ha definito i militanti “un gruppo satanico, terrorista”.
Il grande sceicco di al-Azhar, Ahmed al-Tayeb, ha detto che gli assassini stessi meritando di essere “uccisi, crocifissi o anche di avere i loro arti amputati”.
Il portavoce del governo ha annunciato che “la Giordania farà tremare la terra” sotto lo Stato Islamico.
E in serata account Twitter vicini ai peshmerga curfi hanno riferito che “la Giordania ha bombardato Mosul uccidendo 55 membri dell’Isis tra cui un loro leader, Abu-Obida AL-Tunisian”.
Altre fonti, sempre vicine ai curdi, parlano di 37 uccisi in raid condotti su “al-Kesk” una località nella zona ovest di Mosul.
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Gennaio 26th, 2015 Riccardo Fucile
“IL DIBATTITO ITALIANO E’ RIDICOLO, CON RENZI ALEXIS HA IN COMUNE SOLO L’ETA'”
“È tutto nuovo, è un nuovo capitolo della politica europea, non lo si può rinchiudere nei canoni
tradizionali”.
Non importa quante possibilità abbia Alexis Tsipras di sovvertire l’ordine continentale. Non importa nemmeno che si allei con una destra con tendenze xenofobe.
“Non è realpolitik”, perchè si sta parlando di “uno sconvolgimento degli schemi originari”, davanti ai quali questo tipo di obiezioni non tiene. Così come non tengono i paragoni con lo scenario italiano, con i Vendola e con i Renzi che tirano per la giacchetta il recente vincitore delle elezioni in Grecia: “Non vedo proprio come abbiano ragion d’essere, in cosa risieda il parallelo. Una questione generazionale? La prestanza fisica? Stiamo parlando di due cose radicalmente diverse”.
Fausto Bertinotti vede in Tsipras quella sinistra 2.0 che invano per decenni i movimenti di tutt’Europa, Italia compresa, hanno provato a costruire con esiti tutt’altro che trionfali.
Entriamo nel cuore del problema. Il primo atto del vincitore è stato quello di allearsi con il leader di un partito che molti osservatori descrivono come reazionario e xenofobo.
La fermo subito. Siamo davanti a un caso rispetto al quale le letture tradizionali devono essere dismesse. Quello che è accaduto ieri rappresenta un nuovo capitolo della politica europea, e i canoni tradizionali non servono ad altro che a portare fuori strada. Syriza è una vicenda del tutto inedita per la sinistra.
Perchè nuova?
Perchè i nuovi partiti di sinistra sono sempre nati su canoni conservativi. È sempre funzionato che una costola di un partito già esistente rompesse per difendere diritti acquisiti, per tutelare l’esistente. Anche la storia di Rifondazione comunista è stata questa, così come un po’ tutta la storia del Movimento Operaio. Syriza, come anche Podemos, sono frutto di una nuova stagione, sono movimenti nuovi e non costole, perchè là dove sono nati le sinistre storiche sono morte.
Le dimensioni del Pasok sono effettivamente ridottissime. Ma insisto: pur con tutti gli elementi di novità da lei evidenziati, Syriza si è comunque alleata con una destra che c’entra poco con la sua sia pur brevissima storia politica.
Sì, ma senza quel punto di partenza non se ne può discutere. Vede, è la prima volta che il populismo ha avuto uno sbocco a sinistra. Finora si è incanalato o in movimenti di destra, si veda Marine Le Pen, o in soggetti difficilmente inquadrabili, come quello di Beppe Grillo. Ma Tsipras è riuscito a incanalare a sinistra lo scontro sociale prevalente in questi anni, quello tra l’alto e il basso della collettività . Esclusi Nd e Pasok, forze tradizionalmente di governo, tutti gli altri competitor hanno battuto su questo tasto. Oggi Syriza, tra questi, è in posizione dominante, e sulla base di quello stabilisce le alleanze. Io mi fido di Tsipras, alla luce di quel che ha fatto finora, bisogna aspettare. E dargli credito.
Diciamo allora che è una strizzata d’occhio alla realpolitik, il tentativo di creare una coalizione che condivida alcuni punti fermi contro l’austerity europea.
Ma no, non c’entra la realpolitik. È una prosecuzione dello sconvolgimento degli schemi originari. Non si ragiona su un modello di vicinanze politiche. Sparigliano per rinnovare tutti i giochi, è tutto tranne che una dinamica inquadrabile nell’ordine conosciuto. Per la prima volta i greci non hanno votato per un governo, ma per un certo tipo di politiche. Si sceglie la politica, e la politica sceglie le alleanze. È la mossa del cavallo.
In Italia tutti tirano per la giacca Tsipras, dal Pd a Vendola, passando per Salvini. Ma cosa insegna il caso greco alla sinistra italiana?
Insegna solo a chi vuole imparare. Detto questo il dibattito italiano è ridicolo. Quel che si può dire è che Syriza ha dimostrato che se si vuol ricostruire la sinistra bisogna ricominciare daccapo. Serve una messa a disposizione di chi ci ha provato, che sia disposto a sacrificare tutto quel che è stato fatto in favore di un nuovo paradigma. La cosa straordinaria di Syriza è il suo essere insieme nuovo e antico. Si pensi a quanto ci sia nel suo programma di mutualismo di stampo ottocentesco. Lo stato sociale autogestito, la tutela delle famiglie, la preoccupazione per gli indigenti: tutti temi simili a quelli delle società di mutuo soccorso di fine ‘800. Contemporaneamente c’è il massimo dell’innovazione politica, comunicazionale, relazionale. Il tutto tenendo ferma la scelta di inquadrare il rapporto alto-basso come il rapporto cruciale nelle proprie scelte
I paragoni con Renzi si sprecano.
Francamente non capisco in cosa risieda il parallelo. Una questione generazionale? La prestanza fisica? Stiamo parlando di due cose radicalmente diverse. È vero però che dal risultato greco molti governi europei sperano di ottenere rendite di posizione.
Si spieghi.
Se Syriza riesce a rinegoziare il debito in patria apre la strada alla realizzazione del proprio programma, e in Europa la spiana a coloro che si sono mossi nel cercare di temperare le politiche di austerity, magari, da ultimo, sostenendo il tentativo di Mario Draghi. Insomma, i partiti socialisti in Europa potrebbero approfittarne.
Per ora sembra che la grancassa la suonino i populisti di destra, come la Le Pen e Salvini.
Come i socialisti sperano di acquistare margini nei confronti delle politiche della Germania, i populisti hanno in comune con Syriza questa centralità dello scontro sociale tra alto e basso. Certo, a dividerli ci sono i temi dell’immigrazione, più in generale della discriminazione sociale. Ma Syriza non si farà cooptare.
Lei si aspetta un tangibile cambiamento degli equilibri continentali? O è solo una suggestione mediatica?
Questa è un’Europa oligarchica, una costruzione antidemocratica che costruisce un modello economico e sociale funzionale al capitalismo finanziario. Gli unici spunti di politiche redistributive che si sono visti negli ultimi anni arrivano dal di là dell’oceano, da Obama. Per questo la partita è molto dura. Non basta quel che riuscirà a fare Syriza in Grecia, ma si dovrà vedere quello che faranno i movimenti di tutta l’Europa, se riusciranno a riaprire il conflitto sociale nel continente.
E in Italia?
In Italia le controriforme che stanno andando avanti chiudono il cerchio su un modello che spinge verso la governabilità . In Grecia ripartono dalla partecipazione. Ecco la differenza.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 26th, 2015 Riccardo Fucile
MOSSA PRAGMATICA DEL PREMIER, MA SUL SOCIALE SYRIZA E ANEK SONO DIVISI SU TUTTO
PERCHà‰ TSIPRAS SI ALLEA CON LA DESTRA?
Con ogni probabilità perchè è l’unico modo per poter mantenere, se troverà i soldi, la sua promessa elettorale di varare subito un piano umanitario che ripristini alcuni diritti cancellati dalla Troika: tredicesima per i pensionati più poveri, stipendio minimo aumentato e aiuti per elettricità e abitazione oltre ai buoni pasto e al ripristino dell’assistenza sanitaria obbligatori per tutti (ora si perde dopo un anno di disoccupazione).
Gli indipendenti greci di Anel e Panos Kamennos – fieramente contro il memorandum e l’austerity – sono l’unico partner che gli consente di vararlo senza opposizione.
PERCHà‰ TSIPRAS NON SI ALLEA CON I COMUNISTI DEL KKE O IL POTAMI?
La storia della sinistra greca è segnata da decine di scissioni.
Syriza nasce da una costola del Kke. Ma proprio per questo le relazioni sono avvelenate da antichi rancori.
Non è escluso però che dopo i primi passi con Anel, Tsipras – cui tutti riconoscono grande cinismo e pragmatismo politico – possa cercare intese con loro.
Un’intesa con To Potami, che ha toni molto più morbidi sul memorandum e la Troika, avrebbe costretto Tsipras a un lungo negoziato con il partner di governo prima ancora che con i creditori.
E chi ha votato Syriza si aspetta subito provvedimenti che cambino la sua vita. Altrimenti il consenso, come è arrivato, se ne può andare.
COS’HANNO IN COMUNE ANEL E SYRIZA E COSA LI DIVIDE?
In comune hanno la posizione sulla Troika e qualche iniziativa sociale sul territorio, oltre all’asse che ha fatto saltare la nomina del presidente Stavros Dimas portando il paese alle elezioni.
Contro tutto il resto: su immigrazione, diritti civili, matrimoni omosessuali e rapporto Stato-Chiesa, solo per dare un’idea dei temi più caldi, siamo su pianeti opposti.
Anel del resto nasce da una scissione – verso destra – di Nea Demokratia.
Kamennos (che sogna da sempre di diventare ministro della difesa) garantisce però una copertura a Syriza con esercito e polizia.
Tema delicato in Grecia visto che la giunta dei Colonnelli è storia di solo quarant’anni fa.
COSA PENSA LA TROIKA DI QUEST’ASSE?
Probabilmente tutto il male possibile.
Ue, Bce e Fmi speravano in un governo di coalizione che annacquasse le richieste di Syriza.
Con Anel è successo l’esatto opposto.
Ettore Livini-
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 26th, 2015 Riccardo Fucile
LE FORZE ANTI-ISIS HANNO CONQUISTATO IL 90% DELLA CITTA’
Da questa mattina la bandiera dei curdi sventola sulla collina che domina Kobane, la città curdo-siriana
a ridosso della frontiera turca liberata dopo quattro mesi d’assedio da parte delle milizie jihadiste dello Stato islamico.
La notizia della liberazione di Kobane è stata data dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, basato a Londra.
L’Ong segnala sporadici combattimenti in due sobborghi, dove c’è una residua presenza dei jihadisti.
Gli attivisti hanno pubblicano su Twitter alcune foto della bandiera curda sulla collina di Kobane. In una di queste immagini, pubblicata da Askanew, si vede un combattente curdo issare la bandiera gialla con una stella rossa delle unità a difesa del popolo curdo (Ypg) che prende il posto di quella nera del califfato islamico, simbolo di mesi di assedio da parte degli islamisti.
La notizia della liberazione di Kobane sta rimbalzando su tutti i siti in lingua araba e curda.
I combattenti curdi, guidati da Mahmoud Barkhadan, sono avanzati sin nei sobborghi di Kani Erban e Maqtalah.
Le forze anti-Isis hanno conquistato il “90%” di Kobane, precisa l’Osservatorio, mentre i miliziani residui dell’Isis – tra i quali ci sarebbero molti minorenni – si sono asserragliati in due aree nella periferia orientale.
Da metà settembre a oggi, si stima vi siano stati oltre 1.600 morti nei combattimenti.
Circa l’80% dei raid della Coalizione si sono concentrati proprio sull’area di Kobane.
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Gennaio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
XI JINPING ROMPE IL SILENZIO SUL SUO STIPENDIO E LO RITOCCA DEL 62%… MA IL POPOLO LO APPLAUDE
Se un leader politico occidentale si auto-aumentasse lo stipendio del 62%, è comprensibile che per
contenere la folla inferocita dovrebbe ricorrere all’esercito.
Se lo fa il presidente della Cina, invece, fa quasi tenerezza e la gente applaude.
Xi Jinping e i sei membri permanenti del Politburo, dopo dodici anni, hanno aggiornato la paga alla realtà della seconda economia mondiale.
Il compenso è passato dall’equivalente di mille euro al mese a 1.580.
Il leader più influente del pianeta guadagnerà così 19.207 euro all’anno, assai meno di quanto percepiscono mensilmente presidenti e primi ministri del G20.
Dettagli sulla retribuzione dei dirigenti comunisti rappresentano un’eccezione.
I media cinesi questa volta ricordano che nel 2007 l’ex presidente Hu Jintao guadagnava 274 euro al mese, arrivati a mille solo a fine mandato.
Il reddito del “nuovo Mao” corrisponde oggi a circa il doppio di quello medio di un residente a Pechino, al quadruplo dello stipendio di un operaio che fa gli straordinari nel Guangdong.
Nulla però in confronto alle indennità d’oro che in Occidente vengono riconosciute per legge anche ad assessori e sindaci di Comuni che non contano i residenti di un solo quartiere della capitale cinese.
I media di Stato sottolineano che il presidente Usa, Barack Obama, percepisce un’indennità annua pari a 345mila euro, oltre venti volte più alta di quella del collega cinese se sommata ai fondi per viaggi e rappresentanza.
Il premier giapponese Shinzo Abe guadagna ancora di più, circa 30mila euro al mese, mentre il presidente russo Vladimir Putin è accreditato ufficiosamente di quasi 17mila euro mensili.
Record imbattibile, quello del primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong, che due anni fa si è ridotto lo stipendio annuo a 1,8 milioni di dollari.
Il proletario “compagno Xi”, nonostante il maxi-aumento, non può certo permettersi il lusso e gli eccessi che stordiscono il nuovo simbolo del capitalismo asiatico.
Una cena, in un ristorante alla moda di Pechino e Shanghai, costa già più del reddito mensile presidenziale.
La propaganda di Stato rompe così il silenzio sul potere solo per annunciare che salari più alti compenseranno milioni di funzionari pubblici, tenuti in cambio a rendere trasparenti i beni propri e dei famigliari.
La battaglia per la trasparenza dei patrimoni accumulati dai dirigenti rossi, spesso miliardari, negli ultimi anni è costata il carcere a decine di attivisti e di avvocati.
I tesori nascosti all’estero dai parenti dell’ex premier Wen Jiabao, ma pure da quelli dello stesso Xi Jinping, sono stati al centro di inchieste, censurate, dei media stranieri
Pubblicando i redditi “low cost” dei nuovi leader, il potere cinese punta ora a confermare l’appartenenza popolare dei dirigenti, a garantire compensi con cui sia possibile vivere onestamente e a rilanciare la guerra dei riformisti contro la corruzione che ha contagiato i falchi della sinistra neo-maoista.
Un burocrate comunista fino a ieri guadagnava quanto un operaio, o un contadino, ossia l’indispensabile per la sopravvivenza.
Difficile da giustificare il boom dei consumi e del lusso in metropoli con un costo della vita ormai pari a quello di Usa e Ue.
L’aumento degli stipendi pubblici, che restano doppi rispetto a quelli del settore privato, per la prima volta permetterà inoltre allo Stato il prelievo dei contributi per la pensione, primo passo verso la costruzione di un welfare cinese.
A Pechino lo slogan è «paghe più alte, furti più bassi».
Tutto da dimostrare: ancorchè vero, miracolo impossibile da esportare.
Giampaolo Visetti
(da “La Repubbica”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
SONO ARRIVATE A CIAMPINO ALLE 4, OGGI SARANNO SENTITE DAI GIUDICI
È atterrato alle 4 in punto all’aeroporto di Ciampino l’aereo che ha riportato in Italia Greta Ramelli
e Vanessa Marzullo, le due volontarie italiane di 20 e 21 anni sequestrate nel nord della Siria alla fine di luglio.
Le ragazze sono scese dal Falcon dell’ Aeronautica militare alle 4.20, dopo un volo di tre ore dalla Turchia.
Ad accoglierle sulla pista, il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni.
Entrambe le ragazze indossavano giubbotti scuri con il cappuccio tirato sul capo, pantaloni neri e scarpe da ginnastica bianche e rosse.
Apparivano molto provate e non hanno salutato la folla di giornalisti e cameraman che le attendeva. Sono subito entrate con il ministro nell’edificio dell’aeroporto militare.
Visite mediche
Subito dopo Vanessa e Greta sono state condotte all’ospedale militare del Celio per un controllo medico.
In giornata saranno sentite dalla Procura di Roma che ha aperto un inchiesta sul loro rapimento.
I genitori delle due volontarie sono già arrivati a Roma per incontrarle ma non sono stati visti all’aeroporto. Vanessa Marzullo, 21 anni, di Brembate, in provincia di Bergamo, è una studentessa di Mediazione linguistica.
È stata lei ad organizzare il progetto Horryaty, che riuniva varie associazioni di volontariato per portare medicine in Siria e tenere corsi di formazione di primo soccorso.
Greta Ramelli, 20 anni, di Gavirate (Varese), è una studentessa di scienze infermieristiche e volontaria della Organizzazione internazionale di Soccorso.
Ha svolto esperienze di cooperazione in Zambia e a Calcutta. Le due giovani erano state rapite il 31 luglio del 2014 nel nord della Siria, fra Aleppo e Idlib. In seguito, erano state cedute dai rapitori al fronte Al Nusra, il ramo siriano di al Qaida.
Il 31 dicembre era stato diffuso un video in cui le due ragazze, vestite con un chador nero, chiedevano aiuto dal governo italiano e dicevano di rischiare di essere uccise.
Il governo italiano, come d’uso, nega di avere pagato un riscatto. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni riferirà oggi alle 13 alla Camera sulla vicenda.
Abbraccio coi genitori
Un lungo e commosso abbraccio quello di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo con i rispettivi genitori, parenti ed amici giunti dalla Lombardia, avvenuto in una saletta dell’aeroporto di Ciampino, lontano da giornalisti, fotografi e telecamere.
Le famiglie delle due ragazze sono giunte in auto, un po’ in ritardo a causa di una foratura: per Vanessa i genitori e il fratello; per Greta, oltre ai genitori, il fratello e la sua fidanzata, anche due amiche, compagne delle scuole medie, volontarie anche loro. Lacrime di gioia e abbracci per Greta e Vanessa che, nonostante la stanchezza hanno poi scambiato con parenti ed amici qualche frase, prima di concludere le procedure di rito e lasciare l’aeroporto.
(da “il Corriere della Sera”)
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