Ottobre 10th, 2019 Riccardo Fucile
FINANZIAMENTO NON DICHIARATO DI 300.000 DOLLARI TRAMITE RUDY GIULIANI, SI AGGRAVA LA POSZIONE DI TRUMP SUL KIEVGATE
Conoscevano molto bene Rudy Giuliani, l’ex sindaco di New York, avvocato personale del presidente
Donald Trump. Lev Parnas e Igor Fruman, di origini ucraine e bielorusse, sono stati fermati per aver donato alla campagna dell’attuale presidente degli Stati Uniti, attraverso un comitato di sostegno America First, una cifra vicina ai 325mila dollari (295mila euro) di fondi russi, la cui provenienza sarebbe stata ascrivibile direttamente a Mosca.
Questi finanziamenti non sono stati dichiarati come stranieri e, per questo motivo, avrebbero violato la legge americana. Questo è il principale capo di imputazione dei due uomini, che aggravano così ancor di più la posizione di Donald Trump in quello che è stato ribattezzato Kievgate.
Il presidente Trump, infatti, avrebbe esercitato pressioni sull’omologo ucraino Volodimir Zelenskij al fine di individuare degli elementi che potessero incriminare il più probabile diretto avversario democratico nella corsa alla Casa Bianca, Joe Biden.
La notizia era stata diffusa dal Wall Street Journal ed è stata successivamente confermata da un portavoce del procuratore federale di Manhattan.
Con questo elemento si aggiunge un altro tassello alla vicenda che sta coinvolgendo la Casa Bianca in questi giorni. Una sorta di quadratura del cerchio. L’aver accettato soldi stranieri, infatti, comporta una ulteriore aggravante per quanto riguarda lo staff del presidente. E la prossimità dei due uomini con Rudy Giuliani complica ulteriormente le cose.
Ora bisognerà chiarire la posizione dei due uomini, imprenditori e finanzieri a Wall Street. Ma gli investigatori, adesso, avranno altri elementi per arricchire il fascicolo su questo pasticcio delle elezioni americane 2020. La corsa verso la rielezione di Donald Trump è sempre più piena di punti interrogativi.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2019 Riccardo Fucile
SE NESSUNO RAGGIUNGE IL 50% BALLOTTAGGIO A NOVEMBRE… FAVORITO NABIL KAROUI, IL “RE DELLA TELEVISIONE” ARRESTATO AD AGOSTO PER RICICLAGGIO E FRODE FISCALE
Ventisei candidati in lista, e la paura che alla fine la poltrona di presidente finisca a un miliardario populista o a un esponente del partito islamico: si aprono oggi su questo scenario le urne tunisine, in anticipo sul previsto per la morte del capo dello Stato, Beji Caà¯d Essebsi.
Il panorama politico non potrebbe essere più frammentato, e l’assenza di grandi personalità rende il risultato del tutto imprevedibile.
I sondaggi non ufficiali lasciano trapelare che sopra il 20 per cento dei consensi c’è solo Nabil Karoui, l’uomo che voleva essere il “Berlusconi del Maghreb” e utilizzava con disinvoltura le missioni umanitarie nei quartieri più poveri e la sua emittente, Nessma tv.
La sua popolarità era in discesa, ma ad agosto le autorità tunisine gli hanno regalato una grande opportunità mettendolo in prigione, e facendone una vittima del sistema. Una quadratura perfetta per la sua campagna populista, rivolta a persone di cultura modesta e scarse possibilità . Se fosse eletto si aprirebbe una crisi istituzionale, ancora più difficile da risolvere perchè l’uomo non è esattamente Nelson Mandela: le accuse contro di lui sono di riciclaggio e frode fiscale.
Qualche preoccupazione suscita anche Abdelfattah Mourou, il vicepresidente di Ennahda. E’ un volto presentabile del partito, ma l’esperienza degli islamici al governo è considerata tutt’altro che positiva. Le preoccupazioni sono interne ma anche sui collegamenti internazionali: Ennahda è legata ai Fratelli musulmani e ha spesso goduto di sostegno da parte del Qatar.
Al governo ha avuto un atteggiamento fin troppo “comprensivo” con gli estremisti salafiti, ed è ancora da chiudere lo scandalo che vede i servizi di sicurezza “interni” al partito coinvolti negli omicidi di due politici di sinistra.
Apparentemente è il timore di un secondo turno con una scelta fra questi due personaggi a spingere il nome più forte dei centristi, quello del ministro della Difesa Abdelkrim Zbidi.
In suo favore si sono già ritirati due candidati più deboli, con un ripensamento dell’ultima ora. Zbidi è stimato, ma considerato un uomo dell’establishment. E pesa la gaffe compiuta nei mesi scorsi, quando ha mandato i carri armati davanti al Parlamento perchè “temeva un golpe” dopo la notizia dei guai di salute di Essebsi.
Ma la corsa è ancora aperta, con outsider del calibro di Youssef Chahed, premier uscente, o Abir Moussi, erede di Ben Ali che ne rivendica il mandato, o Kaà¯s Saà¯ed, costituzionalista popolare fra gli studenti, il tecnocrate Mehdi Jomaa o “l’uomo onesto” Mohammed Abbou. La sinistra è divisa, le possibilità di Hamma Hammemi, leader del Fronte Popolare, sono considerate di fatto inesistenti.
I primi risultati potrebbero aversi già in tarda serata, ma per il probabile ballottaggio bisognerà aspettare novembre.
(da agenzie)
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Settembre 5th, 2019 Riccardo Fucile
POI TAGLIA IL PARAGRAFO, MA ORMAI LA FRITTATA E’ FATTA
La Xinhua News Agency è l’agenzia di stampa ufficiale della Repubblica Popolare Cinese. Nelle ultime ore sul suo portale web, disponibile anche in lingua inglese, è apparso un lungo articolo sulla squadra dei ministri scelta dal premier Giuseppe Conte per la sua nuova esperienza di governo.
Viene descritta la direzione che prenderà questo esecutivo, si parla dei rapporti con Bruxelles, e vengono passati in rassegna anche alcuni dei nomi dei ministri che hanno giurato davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Fra questi, almeno nella versione originale dell’articolo, compaiono anche alcune righe su Luigi Di Maio. Parole non esattamente lusinghiere che riportano i dubbi sulla scelta di assegnarlo al ministero degli Esteri.
Un paragrafo che poi, forse per evitare conseguenze sul piano diplomatico, è stato rimosso in un momento successivo.
La decisione di mettere Di Maio a capo della Farnesina, in quel testo, viene definita «inusuale». Del capo politico dei Cinque Stelle si dice: «Non si è mai laureato all’università , ha delle conoscenze molto limitate sulle lingue straniere e nella sua vita pubblica non ha mai mostrato molto interesse nelle tematiche internazionali».
Internet non è un luogo dove il passato si dimentica facilmente, o dove gaffe e parole fuori posto vengono lasciate perdere. Su Twitter, infatti, si può trovare il testo originario in cui si riescono a leggere ancora i commenti su Di Maio.
Durante una vista a Shangai nel novembre 2018, Luigi Di Maio aveva sbagliato per due volte il nome di Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese dal marzo 2013. In entrambi i casi, il nuovo ministro degli Esteri lo aveva chiamato semplicemente «Ping».
(da agenzie)
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Agosto 12th, 2019 Riccardo Fucile
LA RETORICA DI TRUMP NON FA PIU’ PRESA: I CONTI PARLANO CHIARO
Era prevedibile. E, forse, anche già messo in conto dal diretto interessato. La visita di Donald Trump sui luoghi teatro delle ultime stragi della follia negli Usa, Texas e Ohio, non si è rivelata un bagno di folla, nè una cartina di tornalsole incoraggiante in vista dell’inizio formale della campagna elettorale per le presidenziali del 2020. C
erto, le proteste erano in gran parte organizzate da cittadini e movimenti dichiaratamente e aprioristicamente contrari al Presidente e anche l’annosa e divisiva questione delle “armi facili” ha giocato a favore delle contestazioni ma resta il fatto che, al netto della sacralità bipartisan per l’americano medio del Secondo Emendamento, qualcosa nell’America profonda che ha mandato Donald Trump a Pennsylvania Avenue comincia a scricchiolare. Sempre di più.
E con essa, la retorica e la narrativa da boom epocale che la Casa Bianca ha spacciato finora, fra alluvioni di tweets e proclami propagandistici.
E a confermare che il malessere americano, oltre che profondo, è soprattutto radicato nel cuore della Real America, ci ha pensato l’ultima inchiesta del Wall Street Journal, dedicata alla lenta e incessante agonia della classe media statunitense
Al netto della retorica anti-establishment e anti-elites del sovranismo presidenziale, le cifre parlano chiaro: la mitica middle-class americana, protagonista di centinaia di film hollywoodiani, sta infatti precipitando sempre più nell’indebitamento strutturale, soltanto per mantenere il proprio stile di vita.
Insomma, nessun miglioramento, nessun ascensore sociale. A fronte di almeno due decadi di dinamiche salariali stagnanti, il potere d’acquisto dell’americano medio si è eroso in maniera esponenziale. E la sua discesa nel limbo dell’indebitamento non è appunto finalizzata all’ottenimento di un lifestyle migliore, bensì un necessario riaggiustamento rispetto al costo della vita nelle sue voci primarie: abitazione, bollette, spesa per mangiare e vestirsi, mutuo scolastico, automobile.
Tutto aumentato e sensibilmente, in ossequio alla cosiddetta “inflazione reale” che campeggia da sempre nelle statistiche ma che ora sta limando pericolosamente verso il basso i risparmi di una fetta non più maggioritaria di America, la quale dal 2000 in poi ha cominciato a non riuscire più a tenere il passo con dinamiche salariali e del lavoro destinate a tramutarsi in stock di debito in lenta ma continua espansione.
Oggi, proprio nel momento di maggior tensione economica, ecco che un primo redde rationem post era della globalizzazione clintoniana comincia a mostrare la testa.
Tanto per mettere la questione in prospettiva, basti sottolineare come alla fine del 2017, il reddito medio negli Usa fosse di 61.372 dollari, poco superiore a quello del 1999, una volta aggiustato all’inflazione.
Ma a fare sensazione è il dato puro, ovvero senza revisione rispetto al costo della vita: in quel caso, il reddito appare in aumento del 135% nelle ultime tre decadi. Peccato che nel medesimo arco temporale, le tasse universitarie per mandare i figli al college siano salite del 549%, le spese mediche del 276% e quelle legate alla casa del 188%.
Per Adam Levitim, professore alla facoltà di legge della Georgetown University, “occorre ammettere che il costo per il mero mantenimento del proprio status di middle class è salito in maniera esponenziale“.
E se la crisi finanziaria del 2008 ha già di suo operato una drammatica “scrematura” al ribasso, facendo aumentare a dismisura il tasso di proletarizzazione forzata del ceto medio negli Stati che maggiormente hanno patito il contraccolpo sull’economia reale, restano dati incontrovertibili di crisi generalizzata di un modello.
Fra il 1989 e il 2016, infatti, l’economia Usa è quasi raddoppiata nel suo controvalore, mentre nello stesso lasso di tempo il net worth medio statunitense è cresciuto solo del 4%. Ecco, quindi, il fenomeno di polarizzazione che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca: in un contesto simile, ovviamente la discrepanza fra 10% delle popolazione più ricca e 90% che fa i conti con l’inflazione reale che morde i redditi, si fa più stridente e inaccettabile, tanto da portare a scorciatoie populiste come quelle offerte da Steve Bannon e dalla sua crociata politica al fianco del tycoon newyorchese, tramutato in Robin Hood.
Ora, però, la favola pare finita. Così come l’incantesimo. Numeri alla mano.
Ad esempio, quelli forniti dall’American Bankruptcy Institute, a detta del quale a luglio di quest’anno il numero di bancarotte è aumentato del 5% su base mensile, arrivando a 64.283.
E non si tratta soltanto di aziende che portano i libri in tribunale o in concordato per il Chapter 11 ma, soprattutto, cittadini costretti a indebitarsi per ripagare i prestiti già in essere e verso cui si è morosi per una o più scadenze. E per somma sfortuna di Donald Trump, la collocazione geografica delle sempre crescenti criticità economico-finanziarie della classe media Usa è ubicata in aree a stretta osservanza repubblicana, ovvero bacini elettorali potenziali dell’inquiliino della Casa Bianca.
Se infatti l’aumento delle bancarotte e dei default su indebitamento vede ai primi posti gli Stati del Sud, come Alabama, Mississippi, Tennessee e Georgia, una criticità in rapido deterioramento arriva dal Mid-West agricolo, di fatto la mappa di quello che gli analisti hanno già ribattezzato come Farmageddon, dopo la decisione cinese di bloccare l’import di beni agricoli statunitensi da parte delle aziende statal
Non a caso, proprio per rispondere all’espandersi della macchia rosso fuoco dei fallimenti di aziende agricole, Donald Trump ha immediatamente rassicurato gli allevatori con un tweet, nel quale prometteva aiuti per il prossimo anno.
Se però la crisi si aggraverà e i ricaschi dei tonfi azionari andranno a colpire il sentiment bancario, anche e soprattutto delle banche locali e territoriali, il rischio è quello di una catena auto-alimentante di default a causa del taglio di fidi e linee di credito per le imprese più piccole e fragili del comparto.
E che il Mid-West sia l’epicentro vitale della battaglia politica declinata in ambito economico lo dimostra il fatto che una finanziaria del Wisconsin ma con licenza operativa in 48 Stati, la Waterstone Mortgage Corporation, abbia dato vita a quello che ha eufemisticamente denominato Non-Traditional Credit Program, di fatto uno schema di concessione prestiti a clienti subprime senza alcun rating creditizio.
Le garanzie richieste all’atto della sottoscrizione? Bollette telefoniche del cellulare o di altre utiities, contratti d’affitto e premi assicurativi.
E la questione si fa seria, visto che stando agli ultimi dati forniti dal Consumer Financial Protection Bureau (Cfpb), sono circa 26 milioni i cittadini statunitensi senza alcun rating di affidabilità creditizia, mentre altri 19 milioni hanno una credit history limitata od ormai risalente ad anni fa.
E cosa che fa ancora più paura, rimandando sinistri echi della crisi subprime del 2008, questo nuovo programma di finanziamento è specificatamente designato per mutui legati a compravendite immobiliari.
Il tutto, infine, in un contesto generale di Paese che, stando agli ultimi dati della Fed di New York, vede il debito privato aver sfondato quota 14 trilioni di dollari, in netto aumento dai 13 del 2008. E, come già detto, quelle spese extra che necessitano il ricorso all’indebitamento sono riconducibili a voci essenziali come abitazione, cibo e sanità . Non a vizi o spese voluttuarie.
Infine anche la più ottimista e conservativa delle banche d’affari, JP Morgan, nel suo ultimo report ha rivisto al rialzo le probabilità di un ingresso anticipato degli Usa in recessione, portandole ora al 40% entro i prossimi 12 mesi, il massimo livello mai raggiunto nel ciclo economico in atto.
Insomma, Donald Trump potrà anche non dare troppo peso alle proteste di El Paso e Dayton ma la situazione pare aggravarsi di giorno in giorno.
E la favola del working class hero che abbandona la Fifth Avenue per salvare gli ultimi e rifare grande l’America un’altra volta, potrebbe rivelare e riservare un finale amaro.
Degno proprio di un’epopea letteraria a stelle e strisce come quella di John Steinbeck.
(da “Business Insider”)
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Luglio 28th, 2019 Riccardo Fucile
TUTTI I MEDIA USA DENUNCIANO “UN ATTO ILLEGALE”… NON TUTTI POSSONO VANTARE UN MINISTRO DEGLI INTERNI SEQUESTRATORE DI PERSONE CHE SI SALVA DAI PROCESSI GRAZIE ALL’IMMUNITA’
Diventa un caso internazionale la foto di Gabriel Natale-Hjorth, uno dei due americani fermati per
l’efferato omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega.
L’immagine del giovane con la testa china, ammanettato e bendato, circondato dai Carabinieri, viene rilanciata dai media di tutto il mondo.
La Cnn decide di pubblicare la foto, “un’immagine scioccante”, molte altre testate americane — dal Washington Post al New York Times passando per il Los Angeles Times — danno molto risalto a quanto accaduto a Roma, e soprattutto all’avvio dell’indagine della Procura sulla fotografia.
Scrivono di un “atto illegale”, puntando il dito contro le autorità italiane, pur dando rilievo alla presa di distanza e alla reazione dei Carabinieri., che hanno trasferito il responsabile in un reparto non operativo.
La Cnn cita il tweet di Matteo Salvini: “Ricordate che l’unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un Carabiniere, un servitore della Patria” – e le dichiarazioni di ieri, nelle quali invocava l’ergastolo per i due giovani, “nonostante non siano neanche ancora stati rinviati a giudizio”
Lo scatto viene definito “intollerabile” dal Washington Post, mentre il New York Times dà conto dell’avvio dell’indagine sulla foto che ritrae il giovane americano “con la testa piegata e gli occhi coperti da un pezzo di stoffa blu”.
Nel citare la presa di distanze da parte del Comando dell’Arma, il quotidiano di New York scrive che “alcuni gruppi per i diritti umani hanno condannato la foto come inquietante..
Ampio spazio allo scatto è dedicato anche da Abc, che parla di bendaggio illegale.
Il Los Angeles Times sottolinea come i media italiani abbiano paragonato il caso a quello di Amanda Knox. Ma, scrive il Los Angeles Times, “le prove in questo caso sembrano più solide
Ma i primi ad accomunare la brutale uccisione di Rega al caso della morte di Meredith Kercher erano stati per primi i media americani ieri. E ancora oggi è il legale di Amanda Knox, Carlo Dalla Vedova, a evidenziare “molte similitudini”.
Sui media Usa il gravissimo errore commesso dai Carabinieri nel bendare un uomo fermato, pur responsabile di un crimine gravissimo, conquista più spazio dell’atto stesso commesso dai due ragazzi americani.
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2019 Riccardo Fucile
“MOSCA INTERFERI’ IN MODO VASTO E SISTEMATICO NEL VOTO USA”
Il rapporto sul Russiagate non esonera Donald Trump ed evidenzia una interferenza della
Russia nelle elezioni americane “vasto e sistematico”.
È quanto detto dall’ex procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller, nel corso della sua attesissima testimonianza alla Commissione Giustizia della Camera.
Mueller ha respinto l’affermazione di un “totale esonero” del presidente nelle sue indagini. “Non è quello che il mio rapporto dice”, ha detto, sottolineando che Donald Trump potrebbe essere incriminato a fine mandato, ma di non aver trovato prove sufficienti della colpevolezza di Trump nella cospirazione con i russi e ha sottolineato che cospirazione e collusione non sono sinonimi.
Donald Trump, ha aggiunto poi, rifiutò di farsi interrogare dal suo team; non ha collaborato nonostante il team del procuratore avesse spiegato agli avvocati del presidente che la sua testimonianza sarebbe stata “vitale” per l’inchiesta.
Nessuna risposta invece alle domande sulle origini delle indagini del Russiagate e sul dossier Steele (redatto da un ex spia britannica).
Mueller ha detto anche che non commenterà alcuna azione presa dall’attorney general William Barr o dal Congresso. “La nostra indagine ha scoperto che il Governo russo interferì nelle nostre elezioni in modo vasto e sistematico” ha poi detto l’ex procuratore speciale del Russiagate.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
CON IL 31,5% DEI VOTI HA RECUPERATO 5 PUNTI RISPETTO ALLE EUROPEE… IL CENTROSINISTRA AVREBBE LA MAGGIORANZA SE NON SI FOSSE PRESENTATO DIVISO
Un’economia che cresce da tre anni ininterrottamente, a un ritmo più elevato della media dell’Eurozona.
Investimenti che a fine anno dovrebbero raggiungere il 10,1% del Pil, dieci volte quanto previsto dall’Italia.
Un tasso di disoccupazione passato da quasi il 25% al 16,8% previsto per il 2020. E se nel 2015, al massimo della sua ascesa politica, Syriza aveva ottenuto 1,9 milioni di voti, dopo 4 anni di governo gli elettori sono stati quasi 1,8 milioni.
Un calo di consensi per l’ormai ex premier ellenico Alexis Tsipras che non è certo quel tramonto politico o quella “punizione per l’austerity” che i media di mezza Europa si sono affrettati a bollare subito dopo i primi risultati delle elezioni in Grecia.
Le urne, è vero, hanno decretato la vittoria del partito di centrodestra Nuova Democrazia guidato Kyriakos Mitsotaki con quasi il 40% dei voti. Ma i numeri dicono che Tsipras “non esce di sicuro con le ossa rotte”, per dirla con il giovane ministro dell’Interno uscente Alexis Charizis.
Chi preannunciava la morte politica del partito di Tsipras dopo quattro anni di governo e soprattutto dopo aver abbandonato il muro contro muro con Bruxelles e la Troika, avviando un percorso di riforme contestato dalla sinistra estrema ai moderati di centrodestra (per opposte ragioni), si è dovuto ricredere.
Syriza è rimasto in piedi e ha raccolto intorno a sè un terzo dei voti del Paese.
Se il centrosinistra in Grecia è ancora vivo, il merito è anche, se non soprattutto, di Tsipras. I socialisti del Pasok, che insieme a Nuova Democrazia hanno governato il Paese prima dell’arrivo di Syriza, hanno cambiato nome e creato un nuovo soggetto, Kinima Allagis, allargato ad altri pezzi del centrosinistra. Ma si sono fermati all’8,1%.
Le forze tacciate di populismo di sinistra, dal Partito comunista al movimento MeRA25 dell’ex ministro Yanis Varoufakis, hanno ottenuto rispettivamente il 5,3% e il 3,4%. In altre parole, non c’è stata quell’emorragia di voti verso questi soggetti che si pensava potesse avvenire con le scelte ‘riformiste’ di Tsipras.
Anche il populismo di destra è andato male: gli ultra-cattolici e pro-Russia di Elliniki Lysi hanno raccolto appena il 3,7%, mentre gli estremisti di Alba Dorata non hanno superato la soglia di sbarramento e resteranno fuori dal Parlamento greco.
In termini assoluti, il centronistra ellenico unito sarebbe la maggioranza del Paese. E questo dato non potrà non condizionare le scelte future del premier in pectore Mitsotaki.
Ma i numeri più importanti per misura l’operato di Tsipras sono quelli economici.
Tra il 2010 e il 2014, prima del suo arrivo al potere, la Grecia governata da Nuova Democrazia con il sostegno del Pasok aveva portato il Paese sull’orlo del baratro: il Pil si era contratto quasi del 5%.
La risposta era stata un taglio agli investimenti pubblici del 15,4% in 5 anni, ma i risparmi nella spesa avevano contribuito a far crescere la disoccupazione fino al dato record del 24,9% nel 2015, ossia quando Tsipras vinse le sue prime elezioni.
Con Syriza al governo, il trend è stato invertito. Certo, le promesse di ribellione all’Unione europea e alla Troika non sono state mantenute, ma il percorso riformatore di Tsipras ha avuto i suoi effetti sull’economia, ribaltando le previsioni pessimistiche di Bruxelles.
A certificarlo, oggi, sono gli stessi dati Eurostat: Mitsotaki si troverà a guidare un Paese che cresce al ritmo del 2% all’anno, al di sopra della media dell’Eurozona (l’Italia è ferma allo 0,1% secondo le previsioni).
Gli investimenti pubblici per il 2019 sono sopra il 10%, cinque volte più alti della media del resto dell’area Euro (da noi -0,3%). E il tasso di disoccupazione è sceso costantemente negli anni di governo di Syriza fino al 18,2% atteso per quest’anno.
“Le aspettative del Paese erano molto alte – dice Charizis, che per la sua giovane età è tra i possibili successori di Tsipras alla guida di Syriza – Si pensava forse a un’uscita dalla crisi più rapida. Tutti pero’ si dimenticano di una cosa: le condizioni in cui abbiamo preso la guida del Paese a inizio 2015. Allora c’era una crisi umanitaria, noi l’abbiamo combattuta e risolta. Oggi la Grecia è in grado di camminare con le sue gambe. Noi siamo stati battuti, è ovvio quindi che questo messaggio ha faticato a passare. Ma sono sicuro che il tempo aiuterà a riconoscere le buone cose che abbiamo fatto”.
Tra le ‘buone cose’, per esempio, qualcuno un giorno potrebbe citare anche l’accordo storico con la Macedonia del Nord, osteggiato da larghi pezzi dell’opinione pubblica greca. Oggi, questo accordo è costato consensi a Tsipras. Ma governare significa anche guardare al di là delle urne.
(da agenzie)
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Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile
I SONDAGGI LO DANNO OTTO PUNTI AVANTI
L’ex vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden lancia oggi la sua terza candidatura per la
presidenza Usa. Lo riferiscono i media Usa. Il 76enne Biden scende così in campo nella folta schiera di democratici che ambiscono alla nomination del partito in vista delle presidenziali del 2020.
Secondo un sondaggio di Morning Consult/Politico, l’ex vice presidente democratico risulta in vantaggio su Donald Trump di 8 punti percentuali in vista delle elezioni per la Cssa Bianca del 2020. Biden gode del sostegno del 42% dei votanti registrati contro il 34% di Trump.
Il 19% si è dichiarato indeciso mentre il 5% ha detto che non voterà .
Il vantaggio di Biden su Trump è ancora più marcato tra le donne (con il 45% a favore del primo e il 28% a favore del secondo) e tra i millennials, dove è in testa con uno scarto di 22 punti. Il sondaggio è stato condotto tra il 19 e il 21 aprile scorsi.
“Benvenuto in gara sonnolento Joe. Spero solo che tu abbia l’intelligenza, a lungo in dubbio, di intraprendere una campagna di successo nelle primarie. Sarà brutto, dovrai affrontare persone che davvero hanno alcune idee molto malate e dementi. Ma se ce la farai, ti vedrò ai nastri di partenza!”:
lo ha twittato Donald Trump commentando la candidatura di Joe Biden alla Casa Bianca.
(da agenzie)
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Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile
“QUEI MILITARI HANNO COMPITI POCO CHIARI”
L’Italia sempre più al centro della crisi libica. 
Nel cuore delle basi del maresciallo Khalifa Haftar, l’ostilità per le scelte di campo considerate filo-tripoline del governo italiano solleva passioni e accuse davvero pesanti.
Per domani si stanno organizzando a Bengasi e Tobruk cortei di protesta contro Roma in quelle stesse piazze e di fronte alle moschee che nel febbraio 2011 lanciarono la sfida alla dittatura di Muammar Gheddafi. Soprattutto, dopo le richieste di sostegno e aiuto a Roma da parte della coalizione della Tripolitania che fa capo a Fayez Sarraj, anche le forze in Cirenaica che stanno con l’uomo forte di Bengasi chiedono all’Italia di essere ascoltate, accusandola persino di sostenere il terrorismo assieme a Turchia e Qatar.
E lo fanno in queste ore con un appello dai toni forti di denuncia contro le «mosse pro Tripoli» italiane e, come scrivono, contro la «presenza di soldati italiani con compiti poco chiari e sicuramente non di carattere umanitario». Il documento è firmato da 45 tra leader della società civile, dirigenti di associazioni umanitarie e personalità tra Tobruk e Bengasi.
Per le strade la gente insiste nel magnificare la sicurezza e la mancanza di vessazioni da parte delle milizie. Bengasi è una città molto sporca, con ancora ben visibili i danni delle rivolte di otto anni fa, il mare inquinato e le infrastrutture mancanti.
«Ci mancano i fondi per garantire la ricostruzione. Ma almeno Haftar ha posto fine alla criminalità , sono terminati i sequestri di persona e specialmente polizia ed esercito obbediscono a un comando unificato. Non ci sono milizie a importunare e rubare come invece avviene a Tripoli», ci dice Mohammad Alsharif, un consulente finanziario 32enne che ha lavorato con importanti associazioni umanitarie occidentali.
Già in passato lo stesso Haftar aveva puntato il dito contro l’ospedale militare italiano di Misurata accusandolo di costituire a tutti gli effetti una forma di aiuto bellico al campo avversario. Ma ora l’appello va molto oltre nello sparare a zero contro «le forze militari» italiane che si trovano nell’Accademia dell’aeronautica militare di Misurata «con il compito di proteggere la base».
E specifica: «Da questa base sono partiti gli aerei che hanno bombardato i civili a Tarhuna, Allasabah, Ein Zara, Suk al Khamis e sulla strada principale per Gharian». Aggiunge inoltre che gli italiani starebbero fornendo «un supporto logistico a bande e milizie che stanno combattendo contro l’esercito nazionale libico».
Ad aggravare i toni, torna l’accusa alle milizie legate a Sarraj, per cui alcune sarebbero legate all’estremismo islamico e al traffico di esseri umani.
Già il 16 aprile Abdulhadi Ibrahim Iahweij, responsabile dell’ufficio per gli Affari Esteri in Cirenaica, aveva pubblicato una «lettera al popolo italiano» chiarendo che solo il suo governo sarebbe stato in grado di garantire il blocco del traffico di migranti.
Da Roma, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dopo aver incontrato l’inviato dell’Onu per la Libia Salamè, dice: «Noi crediamo nel dialogo, anche se non è facile. Ma esiste e si può portare avanti: occorrono determinazione e azioni talvolta non visibili, ma efficaci. Occorre credere nella possibilità che esiste di raggiungere il risultato, nell’interesse della comunità internazionale, del popolodella Libia, nel nostro interesse come Italia e come Europa».
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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