Febbraio 28th, 2019 Riccardo Fucile
DECISIVA LA MEDIAZIONE DELLE NAZIONI UNITE PER UNA PACIFICAZIONE DEL PAESE
Il presidente del “Governo di accordo nazionale” della Libia, Fayez al Serraj, e il maresciallo Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico, “hanno raggiunto un accordo ad Abu Dhabi per indire elezioni generali in Libia e preservare l’unità del Paese”. Lo ha confermato l’inviato speciale delle Nazioni unite, Ghassan Salamè, in un tweet: secondo l’ex ministro libanese i due leader si sono accordati “sulla necessità di terminare la transizione nel Paese attraverso elezioni generali e sulle modalità per mantenere la stabilità della Libia e unificare le sue istituzioni”.
Il capo del governo di Tripoli era volato negli Emirati direttamene dall’Egitto, dopo il vertice di Sharm El Sheik.
Da giorni giravano voci sul possibile vertice.
Salamè ha lavorato duramente per tenere questa riunione, a cui hanno partecipato anche alcuni inviati diplomatici come l’americano Peter Bodde: l’Onu in Libia vorrebbe organizzare una “conferenza generale nazionale” per far ripartire il dialogo politico, ma senza l’accordo dei due leader ogni passo sarebbe difficile. Un incontro fra Serraj ed Haftar era stato ipotizzato anche a Parigi, ma alla fine gli Emirati Arabi sono risultati essere il luogo migliore per il vertice.
Il vertice è stato chiesto soprattutto da Salamè, per accelerare il processo che dovrebbe portare a convocare la “grande assemblea” libica. Non è chiaro ancora se nell’accordo fra i due c’è anche questa “grande assemblea”. Sarebbe il passaggio con cui l’Onu voleva avviare il processo per arrivare a una nuova Costituzione, a una nuova legge elettorale e poi alle elezioni legislative e presidenziali.
Haftar nei giorni scorsi aveva fatto uscire su siti di informazioni libici la notizia secondo cui “il generale non è interessato a incontrare Serraj, perchè lui non è in grado di esercitare un vero potere a Tripoli”. Il che può anche essere vero: il presidente è limitato nei suoi poteri innanzitutto dal fatto che la capitale libica è controllata da milizie che il potere politico non riesce a governare.
Ma Serraj è anche il rappresentante di una istituzione, il Consiglio Presidenziale, designato con una procedura benedetta dalle Nazioni Unite e sostenuta da tutti gli Stati e dalle istituzioni internazionali coinvolte nel tentativo di stabilizzazione della Libia. E infatti non a caso Haftar si è poi convinto a partecipare al summit, che avrebbe avuto risultati positivi.
Ad Abu Dhabi in questi giorni sono arrivati altri leader libici, fa cui il capo della Noc, la compagnia petrolifera nazionale, Mustafa Senalla che ha tenuto riunioni per negoziare la riapertura dei campi petroliferi di Sharara.
Le installazioni petrolifere nelle settimane scorse erano passate sotto il controllo di milizie alleate ad Haftar.
La Noc aveva chiesto la chiusura di Sharara già a dicembre scorso la per “cause di forza maggiore” dopo le prostese di molti lavoratori sostenuti da gruppi armati che avanzavano richieste economiche alla compagnia petrolifera.
Negli Emirati la Noc avrebbe raggiunto un accordo di massima per revocare lo stato di forza maggiore. Non è chiaro quando i campi saranno riaperti e quando potranno rientrare in produzione.
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2019 Riccardo Fucile
MICHAEL COHEN SVELA GLI AFFARI RUSSI DEL PRESIDENTE, L’USO DI WIKILEAKS, I PAGAMENTI ALLA PORNOSTAR PER TACITARLA
Donald Trump è un “razzista”, un “truffatore”, un “imbroglione”.
Sono alcuni degli attributi che l’ex avvocato personale e tuttofare del presidente, Michael Cohen, utilizzerà per definire il presidente degli Stati Uniti davanti alla Commissione investigativa della Camera.
Tre giorni di fila, a partire da oggi, con un’udienza a porte aperte. Michael Cohen accuserà Donald Trump per WikiLeaks, per i progetti con Mosca, per i pagamenti a Stormy Daniels.
Cohen, condannato a tre anni e in procinto di andare in carcere (il 6 maggio) per uso illecito di fondi elettorali, potrebbe raccontare anche storie personali dei suoi dieci anni al servizio di Trump.
Il New York Times ha anticipato il testo del discorso di apertura della testimonianza, da cui emerge che, secondo Cohen, Trump sapeva che un suo ex consulente, Roger Stone, avesse avuto contatti con WikiLeaks prima che quest’ultima diffondesse le mail della Convenzione Elettorale Democratica che rivelarono l’orientamento dell’organismo, sulla carta neutrale, a favore della campagna di Hillary Clinton e ai danni di Bernie Sanders.
Cohen testimonierà di essere stato a conoscenza di un progetto immobiliare in Russia che Donald Trump, al tempo candidato repubblicano alle presidenziali, stava portando avanti nonostante fosse già in campagna elettorale.
“Nelle conversazioni che avemmo durante la campagna, mentre ero occupato a negoziare con la Russia per suo conto, mi guardò negli occhi e mi disse che non c’era nessun affare in corso con la Russia e di andare a mentire al popolo americano ripetendo la stessa cosa”, è la versione di Cohen, “in questo modo, mi stava chiedendo di mentire. Trump non mi disse in modo esplicito di mentire al Congresso. Questo è il suo modo di operare”.
Altra accusa riguarda i rapporti con l’ex pornostar Stormy Daniels.
Cohen dirà che Trump gli ordinò di pagare 130 mila dollari alla donna per mettere a tacere la relazione sessuale subito dopo la nascita di Barron, l’unico figlio di Melania.
I documenti che Cohen consegnerà alla commissione comprendono un assegno che Trump firmò dopo essere divenuto presidente, per rimborsare Cohen della somma pagata all’attrice porno Stormy Daniels che sosteneva di avere avuto una relazione con Trump. Secondo Cohen, il denaro proveniva direttamente dal conto bancario dell’ex tycoon.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2019 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI BREMA DOVE AVER VISIONATO LE TELECAMERE DI SORVEGLIANZA: E’ CADUTO PER UNA SPINTA
La Procura di Brema sconfessa la ricostruzione diffusa ieri dall’Afd della presunta aggressione del deputato populista Frank Magnitz con un oggetto contundente.
Dopo aver analizzato le riprese dalle telecamere di sorveglianza, “presumiamo che le ferite siano da attribuire alla caduta” ha detto oggi alla Dpa il portavoce della Procura Frank Passade. In base alle immagini, tre uomini lo hanno spinto da dietro e per effetto della spinta Magnitz è caduto di faccia.
Il deputato, uscito oggi dall’ospedale, non ricorda nulla dell’accaduto ma ammette che “è improbabile, ma potrebbe essersi trattato anche di un caso di rapina”, ha dichiarato a Bild.
La Procura ha escluso la possibilità che Magnitz sia stato colpito con un oggetto contundente
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
CON TRUMP E’ RIMASTO SOLO IL 40% DEGLI ELETTORI, IL 60% VUOLE LA FINE ANTICIPATA DEL MANDATO
Secondo un sondaggio realizzato da Harvard Caps/Harris per The Hill, quasi il 60% degli
americani sono convinti che Donald Trump dovrebbe essere rimosso dall’incarico.
La maggior parte, il 39%, si è dimostrata favorevole alla possibilità di impeachment, mentre il 20% ritiene che il Congresso debba agire, ma con un’azione di portata minore, votando una censura formale.
A sostegno del presidente si è espresso il 41% degli intervistati per il quale il Congresso non ha il diritto di prendere nessuna azione contro Trump.
E’ il segnale che la maggiuoranza dell’elettorato americano non la più fiducia nel Presidente.
(da Globalist)
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Dicembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
DOPO ANNI DI POLITICA DI CHIUSURA, IL PAESE CAMBIA LINEA
Mentre in Italia la questione immigrazione viene trattata alla stregua di un problema di
ordine pubblico, il Giappone, un paese che finora era stato fieramente ostile ad aprire le frontiere ha riconsiderato il suo atteggiamenti.
La Camera bassa del Parlamento giapponese, ha approvato la nuova normativa per i visti dei lavoratori stranieri: grazie all”Immigration Bill’, circa 300mila lavoratori stranieri potranno entrare in Giappone nei prossimi anni.
Lavoratori qualificati ma anche, ed è questa la novità cruciale, lavoratori poco qualificati.
Non si tratta, evidentemente, di numeri imponenti, ma segna un cambiamento epocale nella tipica scorza di stampo quasi xenofobo del Sol Levante.
Quindi questo provvedimento sia pur di portata limitata, costituisce comunque un fattore politico interessantissimo. Anche perchè varato da un governo conservatore come quello di Shinzo Abe, di coalizione fra il Partito liberal-democratico e la formazione del ‘Nuovo Komeito’, centrista e buddista.
Il provvedimento sull’immigrazione peraltro si inserisce in una fase politica, forse storica, di estrema innovazione per il Giappone moderno.
Con la ‘Restaurazione Meji’, nel 1868 con la quale il Sol levante aprì ai ‘diavoli bianchi, abolì lo ‘shogunato’ feudale, e instaurò un primo governo rappresentativo, seppur fortemente limitato dal ruolo della Corte imperiale e degli apparati statali. Questa prima fase finì con il ‘fascismo militare giapponese’ e con la catastrofe della seconda guerra mondiale.
La ‘seconda’ fase di apertura al mondo del Giappone moderno fu, ovviamente, quella iniziata con l’occupazione americana e la Costituzione di MacArthur.
Con l’abolizione del mandato divino dell’Imperatore e con una nuova forma più coerente di governo rappresentativo. Ora potremo essere alla ‘terza’ fase dell’apertura al mondo, la fase ‘asiatica’: Shinzo Abe da un lato ha rafforzato la sua premiership e leadership con il terzo mandato alla presidenza del Pld. In tale modo ha messo in piedi una specie di ‘shogunato democratico’.
E dall’altro lato, con i vertici bilaterali delle scorse settimane, con il presidente cinese e con il primo ministro indiano, ha aperto la strada dell’Asia ancora una volta al Giappone moderno.
L’alleanza strategica con gli Usa rimane fondamentale ma non esaurisce più la collocazione internazionale del’Impero. Insomma prima una fase ‘occidentale’ con un ruolo molto forte in Asia, poi la fase ‘americana’ conflittuale con l’Asia profonda, oggi la fase ‘asiatica’?
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 1st, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA 94 ANNI, IL RICORDO DI OBAMA: “UN GRANDE PATRIOTA”
E’ morto l’ex presidente americano George H.W. Bush. Aveva 94 anni.
Bush padre è stato il 41 º presidente Usa dal 1989 al 1993. Lo ha reso noto il figlio George W. Bush, presidente degli Stati Uniti per due mandati, con una nota.
Nello scorso aprile era morta all’età di 93 anni la moglie Barbara. La coppia era sposata da 73 anni.
Il portavoce della famiglia Bush, Jim McGrath, ha spiegato che l’ex presidente, che da anni soffriva del morbo di Parkinson ed era costretto su di una sedia a rotelle, è deceduto poco dopo le 10 di sera di venerdì.
George H. Bush, eroe della seconda guerra mondiale e alla Casa Bianca dal 1989 al 1993, nel periodo della fine della Guerra fredda, visse il suo momento più alto di popolarità con la Guerra del Golfo del 1991, quando gli Usa sconfissero l’Iraq dopo l’invasione del Kuwait.
Popolarità che fu poi travolta dalla crisi economica di quegli anni che lo condannò ad essere presidente di un solo mandato. A sconfiggerlo nelle urne fu Bill Clinton.
Negli ultimi anni era stato ricoverato più volte, ma era sempre riuscito a riprendersi, non nascondendo in diverse occasioni anche la sua avversità verso le posizioni dell’attuale presidente Donald Trump, che alle primarie del 2016 sconfisse l’altro suo figlio, Jeb Bush
Cordoglio è stato espresso da Donald Trump e dalla moglie Melania in una dichiarazione diffusa dall’Argentina, dove il presidente sta partecipando al vertice G20.
“Ha ispirato – queste le parole di Trump – generazioni di americani”. “Con giudizio, buon senso e impassibile leadership Bush ha guidato il nostro Paese e il mondo verso una pacifica e vittoriosa fine della Guerra fredda”, scrive Trump. “Il suo esempio continuerà a ispirare gli americani a perseguire le cause più giuste”, conclude il presidente americano.
Immediata la reazione dei suoi successori democratici, Bill Clinton e Barack Obama che ha twittato il suo ricordo: “Abbiamo perso un patriota e un umile servitore dell’America”. “Sarò per sempre grato per l’amicizia creata”, è il messaggio dell’ex presidente Clinton che ha aggiunto: “Pochi americani sono stati, o saranno mai, in grado di eguagliare il primato del servizio di Bush per l’America e la gioia che ne traeva”.
Tra i primi a manifestare la commozione per la scomparsa di Bush sr anche l’ex governatore della California, Arnold Schwarzenegger: “Questa sera dovremmo tutti prenderci un minuto per guardare al cielo e offrirgli un silenzioso ringraziamento”.
E l’attrice Goldie Hawn: “Un essere umano autenticamente amorevole che non ha mai nascosto la sua verità “. Poi le parole di Tim Cook, ceo di Apple: “Abbiamo perso un grande americano. Ha insegnato a tutti la leadership, il sacrificio e il decoro”.
Anche l’ex presidente dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbaciov ha espresso profonde condoglianze per la morte di Bush. “Le mie profonde condoglianze alla famiglia di George Bush e a tutti i cittadini statunitensi per la scomparsa del 41 presidente degli Stati Uniti”, ha dichiarato l’ex capo del Cremlino.
“Ho molti ricordi di quest’uomo, abbiamo avuto l’opportunità lavorare insieme durante l’era dei grandi cambiamenti. E’ stato un periodo drammatico, che ha richiesto a tutti di essere tremendamente responsabili. Il risultato è stato la fine della guerra fredda e della corsa agli armamenti nucleari”, ha detto Gorbaciov.
“Rendo omaggio al contributo di George Bush a questo accordo storico. Era un vero partner”.”Raisa Maksimovna e io abbiamo sempre apprezzato l’attenzione, amabilità e facilità nella comunicazione caratteristica di George e Barbara Bush, di tutta la loro grande e famiglia”.
L’ex presidente sovietico si dice fiducioso che “il ricordo di George Bush, come statista e come uomo, rimarrà a lungo nel cuore di molte persone per molto tempo”.
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
PESANO I DAZI VOLUTI DAL PRESIDENTE, A SPASSO 14.700 LAVORATORI… L’IMPORTAZIONE DELLE MATERIE PRIME HA COMPORTATO UN AUMENTO DEI COSTI DI UN MILIARDO DI DOLLARI
General Motors ridurrà la propria forza lavoro in Nord America del 15%, tagliando di fatto
14.700 posti. Gm potrebbe anche chiudere cinque impianti in Nord America entro la fine del prossimo anno.
Quattro stabilimenti negli Stati Uniti e uno in Canada potrebbero essere chiusi alla fine del 2019 nel caso in cui non fosse raggiunto un accordo con i sindacati per allocare maggiore lavoro in questi impianti.
La decisione assunta dalla casa automobilistica è una diretta conseguenza della guerra commerciale avviata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti di Unione Europea e Cina.
Nel complesso, fino ad ora, i dazi hanno portato a un aumento dei costi di circa un miliardo per l’acquisto di materie prime, riporta il Financial Times.
L’azienda ha annunciato di voler interrompere la produzione in tre impianti di assemblaggio e due impianti di produzione di motori negli Stati Uniti e in Canada e due siti a livello internazionale.
L’obiettivo è ridurre i costi di 4,5 miliardi di dollari e ridurre la spesa in conto capitale di 1,5 miliardi di dollari all’anno.
L’elenco degli impianti nordamericani coinvolti comprende quello di Lordstown, Ohio, dove si produce la Chevrolet Cruze; la fabbrica di Detroit-Hamtramck, dove vengono prodotte la Chevrolet Volt, la Buick LaCrosse e la Cadillac CT6; e la fabbrica di Oshawa, in Ontario, dove viene prodotta la Chevrolet Impala. Allo stop saranno interessati anche gli impianti di Baltimora e di Warren, nel Michigan, dove vengono prodotti motori e sistemi di trasmissione.
Il United Auto Workers, il sindacato dei metalmeccanici americano, dichiara guerra a General Motors e alla sua decisione di fermare la produzione in alcuni impianti negli Stati Uniti. “La decisione spietata di Gm di ridurre o fermare le operazioni in impianti americani, aprendo o aumentando quella negli stabilimenti in Messico e in Cina, danneggia profondamente i lavoratori americani” afferma il vice presidente del Uaw, Terry Dittes. “Le decisioni di Gm, alla luce delle concessioni ottenute durante la crisi e il salvataggio con soldi pubblici, mettono i profitti prima della famiglie che lavorano”.
(da agenzie)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
E’ ESPOSTO ALL’IMPEACHMENT MA MANTIENE AUTONOMIA IN POLITICA ESTERA
Il partito repubblicano nelle elezioni di metà mandato ha perso il controllo della Camera dei
rappresentanti, ma ha mantenuto (anzi rafforzato) il controllo del Senato. Il presidente quindi non potrà più contare sul supporto del Congresso nel suo complesso, una situazione che avrà importanti ripercussioni sulla sua politica interna. E lo trasforma – seppur parzialmente – in “un’anatra zoppa”.
Cosa succederà alla politica estera?
Il presidente manterrà autonomia e ampi poteri, come prevede la Costituzione americana, che assegna alla Casa Bianca le prerogative in politica estera. In quel campo l’influenza del Congresso è più modesta.
Cosa succederà alla politica interna?
Di fatto questo significa entrare in una fase di difficoltà della presidenza perchè le sue proposte si possono arenare di fronte al veto parlamentare. Il sistema politico americano è infatti “meno presidenziale” di quanto appaia. Le leggi più importanti, nuove tasse o nuove spese, non possono passare senza il sì del Congresso.
È importante che Trump abbia mantenuto il Senato?
Sì, anche perchè il Senato ha un potere aggiuntivo rispetto alla Camera, quello di confermare o bocciare le più importanti nomine del presidente: membri dell’esecutivo e giudici. Come si è visto nel caso del giudice della Corte Suprema Kavanaugh. La guerra dei repubblicani si estenderà anche alle nomine, quindi, privando il presidente di uno degli strumenti per cambiare gli equilibri di potere
La Camera può proporre impeachment contro Trump?
Sì, il procedimento di messa sotto accusa del presidente è una prerogativa della House of Representative. Bisognerà capire come la maggioranza democratica vorrà usare questo potere o questa minaccia. Un’ala radicale del partito vorrebbe avviare subito dei procedimenti di impeachment sia contro il presidente sia contro il giudice Kavanaugh. Ma questo potrebbe trasformarsi anche in un autogol per i democratici, trasformando – per il suo elettorato – Trump in una vittima.
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2018 Riccardo Fucile
MOLTI STATI IN BILICO, AFFLUENZA RECORD
Le elezioni di midterm sono una sorta di incubo per i presidenti in carica, dal 1934 solo due presidenti hanno vinto l’appuntamento di metà mandato: Franklin Delano Roosevelt e George W. Bush.
Secondo i sondaggi lo stesso destino potrebbe toccare a Donald Trump.
Quello dell’anatra zoppa, quando il presidente si ritrova senza la maggioranza del Congresso che lo sostiene e quindi, vede attenuata la sua forza legislativa nel secondo biennio del suo mandato.
Al di là dei molteplici pronostici la cui attendibilità è dimostrabile solo a posteriori, l’esito della lunga notte elettorale americana è profondamente incerto.
I sondaggi raccontano una sfida a portata di mano per i democratici, ai quali più che l’efficacia della loro strategia elettorale (in un voto profondamente connotato a livello locale) viene in soccorso la matematica: il Senato, dove hanno più seggi da difendere tra i 35 che saranno rinnovati, dovrebbe restare nelle mani dei repubblicani; per il ragionamento opposto, alla Camera i dem sono dati in discreto vantaggio, perchè qui il partito del presidente Donald Trump ha molti più collegi da difendere (o da perdere).
Tendenza fisiologica, visto che in media chi governa perde circa trenta seggi alle elezioni di Midterm, e ai dem ne bastano 23 per capovolgere gli equilibri e azzoppare Trump.
Ma dove si giocano le sfide decisive?
Dalla California al Texas passando per il Midwest che tanto contribuì alla vittoria di Trump alle presidenziali di due anni fa: sono circa venti i duelli dove la posta in gioco è più alta, quelli definite “tossup”.
Si inizia dal Kentucky, primo Stato di cui si conoscerà l’esito elettorale: qui nel sesto distretto la sorpresa può arrivare dalla democratica Amy McGrath, nota per essere stata la prima donna pilota di un F18 in Iraq e Afghanistan, che si troverà di fronte un volto noto della politica locale, il senatore Andy Barr.
Due anni fa Trump ha vinto in scioltezza contro Clinton ma ora, oltre all’appeal ormai offuscato di Barr, può certamente giocare un ruolo la guerra commerciale avviata da Trump che ha avuto ripercussioni sul prezzo del bourbon e sui costi di produzione d’auto della Toyota. Se vincesse McGrath, sarebbe già un primo segnale dei dem a Trump.
Altro scontro importante è quello in Indiana, per il Senato: un seggio difficile ma non impossibile da difendere per i democratici guidati dal “conservatore” Joe Donnelly, contrapposto al repubblicano Mike Braun.
Qui il vicepresidente Usa Mike Pence è di casa, e alle presidenziali Trump distaccò la Clinton di 19 punti. Interessanti per il Senato le sfide, in bilico, per l’Arizona e Nevada, in cui è fortissimo il tema dell’immigrazione, ma nel 2016 nel primo vinse Trump, nel secondo Clinton.
Attenzione rivolta ovviamente alla Florida, per il Senato ma anche per la scelta del nuovo Governatore: il sindaco di Tallahassee, Andrew Gillum, se la gioca con il repubblicano Ron DeSantis, trumpista della prima ora.
Se i democratici riuscissero a spuntarla potrebbero dare allo stato dell’East Coast il primo governatore nero.
Gillum nei più recenti sondaggi ha un lieve vantaggio, all’interno però del margine di errore. Ma la Florida, insieme ad altri, è swing state per eccellenza, e i repubblicani sognano di sottrarre la poltrona di senatore all’uscente Bill Nelson, grazie a Rick Scott.
In bilico è anche il settimo distretto per la Camera in Virginia: repubblicano da decenni, questa volta è considerato a rischio per il partito di Donald Trump rappresentato da David Brat, al suo secondo mandato.
Contro di lui i dem hanno schierato una donna, ex agente della Cia, Abigail Spanberger, capace nelle settimane di campagna elettorale di risvegliare la base democratica con battaglie progressiste su immigrati e assistenza sanitaria.
Se nel 14esimo distretto di New York la partita pare già vinta da colei che la stampa americana ha battezzato come il nuovo astro democratico, Alexandria Ocasio-Cortez, più incerto è lo scontro per il Senato in West Virginia.
Al senatore dem Joe Manchin l’arduo compito di difendere il seggio dal candidato repubblicano Patrick Morrissey, un nome forse debole in uno Stato, però, che ha visto la schiacciante vittoria di Trump solo due anni fa. §
In Michigan, nell’undicesimo distretto storicamente rosso, la sfida è tra due donne alla prima esperienza nell’agone politico, almeno da protagoniste: la dem Haley Stevens contro Lena Epstein, i sondaggi danno leggermente in vantaggio la prima.
Occhi naturalmente puntati sul Texas, Stato tradizionalmente ‘rosso’. Per la Camera, da osservare il settimo distretto, un tempo roccaforte Gop, vinto di un soffio da Hillary Clinton nel 2016: il repubblicano John Culberson se la vede con la democratica Lizzie Fletcher.
La corsa per il Senato vede a confronto un vecchio leone repubblicano, l’uscente Ted Cruz, nel passato anche candidato alla Casa Bianca, e il democratico Beto O’Rourke, astro nascente del Partito democratico che potrebbe diventare il primo senatore dem del Texas da decenni.
La corsa è molto ardua ma se per caso ce la facesse per i democratici vorrebbe indicare che è partita l’onda lunga.
In Georgia, dove si vota anche per il Governatore (la dem Stacey Abrams spera di diventare la prima governatrice afroamericana ma se la dovrà vedere con il segretario di Stato della Georgia Brian Kemp) è interessante anche la corsa per il seggio alla Camera, dove la repubblicana Karen Handel, che l’aveva spuntata per un soffio in un’elezione speciale nel 2017, se la vede con una donna che lotta per una delle battaglie storiche dei progressisti americani, il maggiore controllo delle armi: Lucy McBath ha visto un figlio morire per una lite causata da musica troppo alta.
Nel settimo distretto alla Camera in New Jersey corrono il repubblicano Leonard Lance, che rappresenta l’area dal 2008, e il democratico Tom Malinowski.
E’ un duello importante per i democratici che ci sperano (Malinowski nei due sondaggi della scorsa settimana era in entrambi davanti) così come sperano anche in Pennsylvania: alla Camera, il repubblicano Brian Fitzpatrick se la vede con il democratico Scott Wallace, che ha speso ingenti somme per la sua campagna, in particolare con la sua fondazione filantropica, la Wallace Global Fund.
Una volta chiusi anche i seggi in Colorado, Louisiana, Nebraska, New Mexico e Wisconsin, se ancora non sarà chiaro l’esito del Midterm si dovrà guardare al Minnesota: alla Camera il repubblicano Erik Paulsen sfida il democratico Dean Phillips nel sobborgo di Twin Cities, dove Clinton vinse di nove punti.
A questo punto (alle 4.00 ora italiana) l’esito dello scontro dovrebbe essere chiaro.
Più tardi chiudono i seggi in Iowa e in Nevada, e poi la California, dove nel decimo distretto della Camera il navigato Jeff Denham si troverà di fronte un giovane democratico, Josh Harder, che potrebbe dargli parecchio filo da torcere.
Alle sei chiuderanno gli ultimi seggi, quelli delle Hawaii e dell’Alaska. Ma a quel punto Donald Trump avrà già capito con quale passo, se spedito o claudicante, correrà verso le presidenziali del 2020.
(da “Huffingtonpost”)
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