Destra di Popolo.net

TUTTI CONTRO TUTTI: LE TRECENTO MILIZIE CHE DILANIANO LA LIBIA

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

ALLEATE O CON IL GOVERNO DI TRIPOLI O CON IL GENERALE HAFTAR, SI COMBATTONO TRA DI LORO

Tutti contro tutti in un Paese che aveva trovato una difficile unità  prima sotto la monarchia e poi un punto di equilibrio con il regime di Gheddafi: nella Libia nata dopo il crollo del regime quarantennale del colonnello, nel 2011, e sprofondata nel caos, il controllo di sicurezza è finito nelle mani di centinaia di milizie (si stima siano almeno 300) sparse su tutto il territorio.
Pesantemente armate, anche con i carri armati sottratti al disciolto esercito del ‘rais’, finanziate anche dall’esterno, alcune sono riconosciute e più vicine al Governo di accordo nazionale, altre sono appoggiate dall’esercito libico del generale Khalifa Haftar.
Spesso, però, entrano in conflitto tra loro per espandere la propria giurisdizione e soprattutto controllare i pozzi petroliferi
E’ quello che sta avvenendo dal 26 agosto nella zona sud di Tripoli, dove la Settima Brigata ha voluto prendere il controllo di nuovi territori, in nome della lotta alla corruzione delle altre milizie.
Le fazioni armate godono di sostegno anche esterno, in particolare dalle due coalizioni impegnate a distanza: quella formata da Egitto e Emirati Arabi (che appoggia Haftar) e quella formata da Qatar e Turchia che sul suolo libico è contro le milizie di Tobruk.
Settima brigata.
E’ la milizia legata alla città  di Tarhuna, 60 chilometri a sud di Tripoli, ed e’ guidata da quattro membri della famiglia Al-Kani. Il leader attuale è Abdel Rahim Al-Kani.
Ha giocato un ruolo di rilievo nella guerra civile tra il 2014 e il 2015 prima di sparire dalla scena e riaffacciarsi con il Governo di accordo nazionale, a metà  2016, quando ha annunciato fedeltà  al nuovo esecutivo ed è entrata sotto l’ala del ministero della Difesa di Tripoli.
La milizia si è però scontrata in più occasioni con le Brigate rivoluzionarie di Tripoli, in particolare a Garabulli e a Ben Gascir, a est della capitale.
Di recente anche ex fazioni vicine al regime di Gheddafi, che godono dell’appoggio di Haftar, si sono unite alla Settima Brigata.
Negli ultimi giorni ha lanciato un’offensiva a sud di Tripoli e il governo di Fayez Serraj non e’ riuscito ad arginarla. Il leader Abderl Rahman Al-Kani ha più volte dichiarato di voler “liberare Tripoli dalle milizie che prosciugano il denaro pubblico”, riferendosi agli uomini pagati dal governo di Tripoli per la sicurezza.
Brigate rivoluzionariare Tripoli.
E’ la milizia guidata da Haithem Tajouri ed è la più importante dalla capitale libica (riunisce diversi gruppi del centro e dell’est di Tripoli). Ha giurato fedelta’ al Governo di accordo nazionale e si occupa della sicurezza del sud e del sud-est della capitale, finendo spesso in conflitto con la Settima Brigata.
Forze di dissuazione.
E’ la milizia guidata da Abdul Raouf Kara e ha come base l’aeroporto di Mitiga di Tripoli. Fa capo al ministero dell’Interno del Governo di accordo nazionale e aveva preso parte ai combattimenti contro la Settima Brigata nei primi giorni dell’offensiva ancora in corso, prima di ritirarsi. La milizia, altamente addestrata, si occupa della sicurezza dell’aeroporto e del penitenziario collegato che ospita oltre 1.300 detenuti, tra cui diversi ex combattenti del sedicente Stato islamico.
Brigata Abu Salim.
E’ la milizia formata per lo più da ex carcerati, è guidata da Abdel Ghani Al Kakali e si occupa della sicurezza nella zona di Abu Salim, a Tripoli. Nell’ultimo scontro ha combattuto contro la Settima Brigata ad Abu Salim e nella strada che porta all’aeroporto.

(da Globalist)

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CAOS ARMATO A TRIPOLI (PORTO SICURO PER SALVINI)

Settembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile

BATTAGLIA IN CORSO, SERRAI SEMPRE PIU’ DEBOLE… FARNESINA: “PRONTI A OGNI EVENIENZA”

Più che un caos armato, ormai è un tentativo di golpe. Obiettivo praticato: far cadere il governo guidato da Fayez al-Serraj.
La battaglia di Tripoli ha questo come posta in gioco. Il premier cerca di resistere e ha dato mandato alla milizia Forza Anti Terrorismo di Misurata, guidata dal generale Mohammed Al Zain, di entrare nella capitale per organizzare un nuovo cessate il fuoco e far terminare le violenze nella periferia sud della città .
Ma a pochi chilometri dal centro sono ripresi gli scontri.
Tripoli resta un campo di battaglia con “violenti scontri fra la 7/a Brigata e la sicurezza centrale» in corso nell’area Abu Salim: lo riferisce un tweet dell’emittente Al Ahrar citando una “fonte della sicurezza” e riferendosi alla milizia ribelle che sta attaccando Tripoli e ad una (che la sta affrontando in un zona a meno di 6 km in linea d’aria da Piazza dei Martiri, il centro della capitale libica, situato sul mare).
Il bilancio degli scontri scoppiati la scorsa settimana è di almeno 47 morti, tra cui numerosi civili, e 130 feriti. Lo ha comunicato il ministero della Sanità  libico, secondo quanto riferito dai media locali.
Gli scontri sono iniziati quando la Settima Brigata, di stanza a Tarhouna (città  a 60 km da Tripoli), ha attaccato alcune aree della zona sud della capitale in mano a milizie che sostengono il governo di concordia nazionale. La 7/a brigata per quasi un anno e fino all’aprile scorso era stata dipendente dal Governo di accordo nazionale (in particolare il suo ministero della Difesa) ma poi era stata sciolta come ricordato di recente dallo stesso Serraj. La milizia è guidata dai fratelli Kany (da qui l’altro nome con cui è nota: Kaniyat).
Dalla settima brigata di Tarhouna dicono di volere riconquistare Tripoli per spazzare via i miliziani di Serraj, che accusano di essere corrotti, per formare un nuovo esercito nazionale unificato.
Dicono anche di avere rifiutato il denaro offerto loro da Serraj stesso (circa 250 dollari a testa) per convincerli a ritirarsi dalla capitale. In questa fase degli scontri, stando alla fonte di Al Ahrar, acombattere la 7/a è dunque la “Forza di sicurezza centrale Abu Salim”, una milizia guidata da Abdul-Ghani Al-Kikli, detto “Ghneiwa” da cui l’altro nome della formazione.
Assieme alle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli (Tbr, note anche come “Prima Divisione” del Ministero dell’Interno, gestite da Haitham al-Tajouri), al gruppo islamista fortemente anti-Haftar e anti-Isis detto “Nawasi” (o “Ottava Divisione”) e alle Forze Speciali Radaa (di cui è leader Abdel Raouf Kara), le Abu Salim sono uno dei quattro pilastri dell’attuale controllo del territorio a Tripoli. L’obiettivo dei miliziani — secondo il Consiglio presidenziale, altro nominativo del governo Serraj – —”è quello di interrompere il processo pacifico di transizione politica” cancellando “gli sforzi nazionali e internazionali per arrivare alla stabilizzazione del Paese”.
Approfittando dei combattimenti, almeno 400 detenuti sono evasi dal carcere nella periferia sud di Tripoli a seguito di una rivolta, ha annunciato la polizia giudiziaria. “I detenuti sono riusciti a forzare le porte e uscire” dopo “un tumulto e una rivolta” dovuti a combattimenti tra milizie rivali in prossimità  del carcere di Aine Zara, secondo la polizia. Non è stato chiarito per quale genere di reati fossero in carcere i detenuti evasi.
Molti dei detenuti del carcere di Ain Zara sarebbero sostenitori dell’ex leader libico Muammar Gheddafi, condannati per le violenze durante la rivolta del 2011.
Un colpo ulteriore alla capacità  di Serraj di garantire la sicurezza nel Paese è arrivato con la scomparsa di Mohamed al Haddad, comandante della Zona militare centrale. Pare sia stati sequestrato dalle milizie rivali nella sua città  natale, a Misurata. Haddad era stato nominato da Serraj stesso con il compito di garantire il rispetto del cessate il fuoco tra le milizie.
In Libia ci sono due governi: uno è quello riconosciuto dall’Onu, guidato a Tripoli dal primo ministro Serraj, appoggiato Turchia e Qatar. L’altro è quello del generale Khalifa Haftar, comandante della Cirenaica, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto, in modo esplicito, e “sottotraccia” ma neanche tanto dalla Francia.
Ognuno dei due governi ha una propria banca centrale e una compagnia petrolifera nazionale.
In più, nel resto del Paese imperversano centinaia di milizie armate, che si combattono per ottenere più potere e ricchezza, anche alleandosi con i trafficanti di esseri umani o sviluppando il contrabbando di armi o di petrolio.
Per resistere al golpe orchestrato da Haftar, Serraj deve pagare pegno alle milizie rimastegli fedeli, le quali hanno guadagnato nel tempo molto potere sull’esecutivo di Serraj, diventato col tempo sempre più debole.
Secondo gli analisti, in cambio della difesa del governo sostenuto dall’Onu, i miliziani fedeli avrebbero ottenuto risorse sempre maggiori, a cui ora anche le altre milizie, quelle finora escluse, puntano con forza. E Serraj non è riuscito a smobilitare le forze irregolari e a integrarle nel suo sistema di difesa e in un apparato di sicurezza, suscitando la reazione delle altre milizie che si sono coalizzate nel corso degli ultimi mesi e ora — con la scusa di ribaltare un sistema corrotto che “affama i libici” — pretendono “una fetta della torta”, in particolare derivanti dai pozzi petroliferi.
Dagli scontri di Tripoli agli appelli di Bruxelles. Un portavoce della Commissione europea è intervenuto per chiedere ” a tutte le parti in Libia di cessare immediatamente le ostilità .
Non c’è soluzione militare per la situazione nel Paese, solo politica. L’escalation della violenza sta minando una situazione che è già  fragile. La violenza porterà  solo altra violenza a svantaggio dei libici”. L”Onu ha convocato per domani, 4 settembre, un vertice d’emergenza sulla sicurezza a Tripoli.
Si legge in una nota: “Sulla base delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell’offerta del Segretario generale delle Nazioni Unite di mediare e di rispondere alle richieste delle varie parti, compreso il governo di accordo nazionale riconosciuto a livello internazionale, Unimil (la missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia, ndr) invita le varie parti interessate a un incontro allargato”, recita un comunicato del Palazzo di Vetro. Unsmil ha convocato per domani alle 12 “in un luogo che verrà  annunciato in seguito” le varie parti coinvolte nella recente escalation di violenza a Tripoli. Nella nota diffusa da Unsmil si legge che l’obiettivo dell’incontro è quello di avviare un “dialogo urgente sull’attuale situazione della sicurezza a Tripoli”. La convocazione segue quanto scritto nelle “pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu”.
La battaglia di Tripoli è seguita con particolare attenzione, e inquietudine, da Roma. Anche se l’ambasciata italiana ufficialmente resta aperta, sono stati fatti evacuare alcuni diplomatici mentre dalla Farnesina fanno sapere che “siamo pronti ad ogni evenienza”.
Restano invece sul territorio i dipendenti dell’Eni. L’azienda ha infatti dichiarato, contrariamente alle notizie circolate precedentemente, che allo stato attuale “non c’è personale espatriato presente a Tripoli e che le attività  nel paese al momento procedono regolarmente”. Attraverso una nota il governo italiano “smentisce categoricamente la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia. L’Italia continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione sul terreno e ha già  espresso pubblicamente preoccupazione nonchè l’invito a cessare immediatamente le ostilità  assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito”, si legge in una nota di Palazzo Chigi.
Al di là  delle bordate polemiche e dei rimpalli di responsabilità , una cosa è certa: la Libia è oggi più che mai un Paese senza guida, precipitato nel baratro di un caos armato fomentato dall’esterno. L’incubo che torna a materializzarsi è quello di una “nuova Somalia” alle porte dell’Italia. Una terra di nessuna dove a dettar legge siano milizie, tribù e signori della guerra spacciati per statisti.

(da “Huffingtonpost”)

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“HAFTAR E’ APPOGGIATO DALLA FRANCIA CHE TUTELA I SUOI INTERESSI PETROLIFERI, L’ITALIA NON LO STA FACENDO”

Settembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile

MARGELLETTI, PRESIDENTE DEL CENTRO STUDI INTERNAZIONALE: “MACRON PERSEGUE L’INTERESSE NAZIONALE”

La Francia segue un’unica regola in Libia: perseguire l’interesse nazionale, anche a costo di staccarsi dalle posizioni dei suoi alleati europei, uno su tutti l’Italia.
Anche questa è una delle cause dell’instabilità  libica che si protrae, ormai, dalla caduta del regime di MuÊ¿ammar Gheddafi nel 2011, e che oggi si traduce nella nuova escalation di violenza che ha portato all’avanzata su Tripoli delle milizie ribelli della Settima Brigata, considerata vicina al generale Khalifa Haftar, appoggiato da Parigi. “La Francia, storicamente, agisce fuori dai propri confini perseguendo gli interessi nazionali, anche andando contro, come in questo caso, a quelli della coalizione di cui fa parte — spiega Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali — un atteggiamento più spregiudicato che l’Italia, invece, non ha mai avuto”.
“Si dice che nessun afghano sia in vendita, ma in affitto. Lo stesso vale per la Libia: dietro ai ribelli che avanzano su Tripoli ci sono gli interessi comuni dei capi della milizia e del generale della Cirenaica, anche se non è lui a manovrarli direttamente”, prosegue Margelletti.
Una situazione complessa, quella libica, che deve essere analizzata da un doppio punto di vista: interno ed esterno.
“Mentre internamente — continua l’analista — la situazione è fluida e soggetta a repentini cambiamenti, con milizie che perseguono diversi interessi e che non possono essere inserite all’interno di macro alleanze, lo scenario esterno è caratterizzato da una lotta tra diversi Paesi che cercano di portare la situazione libica dalla propria parte, per favorire i propri interessi nazionali. Fino a quando questa lotta tra Stati rimarrà  equilibrata, difficilmente assisteremo a un processo di stabilizzazione della Libia”.
Il riferimento è soprattutto alla Francia del Presidente Emmanuel Macron, che sostiene, senza farne mistero, il generale Haftar, mentre la maggior parte dei Paesi europei, Italia in testa, è vicina al Presidente Sarraj voluto dalle Nazioni Unite.
“Non avere un approccio unitario sulla Libia — dice Margelletti — è una disgrazia. La Francia, storicamente, agisce fuori dai propri confini perseguendo gli interessi nazionali, anche andando contro, come in questo caso, a quelli della coalizione di cui fa parte. Un atteggiamento più spregiudicato che l’Italia, invece, non ha mai avuto. Forse sarebbe il caso di iniziare”.
In ballo ci sono interessi politici e strategici, soprattutto per l’Italia che ha nella Libia “il proprio Messico”, visto che dai porti del Paese partono la quasi totalità  dei migranti diretti verso le coste siciliane, ma anche economici, legati soprattutto alle risorse naturali (petrolio, terre rare…).
Arrivare allo scontro frontale con i francesi, però, non farebbe che allungare o mettere a rischio il processo di stabilizzazione del Paese, ancora oggi in alto mare: “Dobbiamo adottare la strategia del dialogo con la Francia e raggiungere una posizione comune — insiste Margelletti —   Problemi tra il governo italiano e quello transalpino? Quando gli interessi collimano, gli screzi delle settimane precedenti si annullano molto velocemente”.
Margelletti si dice anche stupito delle indiscrezioni secondo cui si starebbe valutando l’intervento di forze speciali italiane per contrastare l’avanzata dei ribelli della Settima Brigata verso Tripoli.
L’analista, che è anche l’unico membro onorario del Cofs, il Comando interforze per le operazioni delle forze speciali italiane che si occupa della pianificazione delle operazioni per tutte le Forze speciali italiane, spiega che questa eventualità  è irrealizzabile e avrebbe poco senso anche da un punto di vista militare: “Ma chi ipotizza certi scenari sa come funzionano le forze speciali? — conclude — I reparti speciali si chiamano ‘incursori’. Significa, appunto, che compiono delle incursioni, delle operazioni precise, mirate e a breve termine, con un dispiegamento molto limitato: 15, 20, 30 uomini. Non si schierano gli incursori contro un esercito, seppur non regolare, che avanza verso una città ”

(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’ITALIA RISCHIA DI FINIRE SOTTO LE MACERIE DI SERRAJ DOPO AVER PUNTATO SUL CAVALLO PERDENTE

Settembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile

RISCHI ENORMI PER I NOSTRI INTERESSI ECONOMICI IN UNA TRIPOLI TRASFORMATA IN CAMPO DI BATTAGLIA: IN BALLO 130 MILIARDI DI EURO

Ora l’Italia rischia di finire sotto le macerie libiche. Trascinata nel baratro da un Governo, quello di Fayez al-Serraj, sempre più debole e sotto assedio in una Tripoli trasformata da giorni in un campo di battaglia, dove è stato decretato lo stato d’emergenza.
Dalla nostra ambasciata a Tripoli è iniziato il rientro di parte del personale diplomatico. La sede resta ancora aperta, ma i piani per il rimpatrio totale sono già  stati predisposti, e se non sono stati ancora attuati è per evitare una fuga che assesterebbe un colpo micidiale alla nostra immagine e credibilità  a livello internazionale.
Al-Serraj è sempre più all’angolo: la “cupola” di milizie che ne garantisce la sopravvivenza — formata dai “rivoluzionari” di Haithem Al Tajouri, i salafiti di Abdul Rauf Kara e dagli uomini di Abdul Ghani Al-Kikli e, appunto, Hashm Bishr — sembra incrinarsi tanto è vero che Serraj è stato costretto a richiamare a Tripoli, dopo che ne erano state scacciate nel 2014, le milizie di Zintan che nei mesi scorsi avevano stretto uno storico accordo di pace con gli arci-nemici di Misurata.
Quest’ultimi, sono corsi in aiuto del premier assediato. Tuttavia, il “ritorno” degli Zintani a Tripoli, come dei Misuratini, non poteva incontrare il favore di alcuni pezzi da novanta della cerchia del Premier riconosciuto, da qui il caos che è tornato a regnare sulla capitale.
In politica estera non c’è niente di peggio che restare in mezzo al guado. E il governo gialloverde lo ha fatto in Libia.
Da mesi, Giuseppe Perrone, l’attivissimo ambasciatore a Tripoli, aveva avvertito Roma delle crescenti difficoltà  che Serraj incontrava non solo nell’allargare lo schieramento di forze — tribù e milizie — a sostegno del suo Governo, ma anche del fatto che a rafforzarsi sempre più era l’antagonista principale dell'”uomo di Roma” (Serraj): il generale Khalifa Haftar, l’ex ufficiale di Gheddafi, l’uomo forte della Cirenaica.
Forte non solo sul piano interno — con un esercito che conta oltre 40mila uomini, il sostegno del parlamento di Tobruk e di alcune tra le più radicate e potenti tribù libiche — ma anche sul piano esterno, potendo contare sull’appoggio esplicito della Francia e dell’Egitto, e di quello, meno sbandierato, ma altrettanto pesante, di Russia ed Emirati Arabi Uniti.
Nel momento, ritardato, in cui a Roma si è compreso di aver puntato sul “cavallo perdente”, si è cercato di correre ai ripari, cercando di riaccreditarsi verso Haftar e le forze che lo sostengono, attraverso la benevola intercessione del presidente-generale egiziano, Abdel Fattah al-Sisi.
Era soprattutto questo il senso politico della missione agostana al Cairo del titolare della Farnesina, Enzo Moavero-Milanesi. Troppo tardi.
Perchè, nel frattempo, al-Sisi aveva cementato il patto di azione con il suo omologo francese, Emmanuel Macron, nel ribadire che, caos o non caos, i libici dovevano andare al voto, presidenziale e legislativo, nei tempi decisi dalla Conferenza di Parigi del luglio scorso: a dicembre 2018.
Una ipotesi contro cui Roma si è apertamente schierata, come aveva ribadito esplicitamente la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, nella sua missione lampo, a luglio, a Tripoli. In quell’occasione, la ministra aveva incontrato Serraj e gli uomini che contano nel governo di Tripoli, senza però aver modo e possibilità  di interloquire con personaggi vicini ad Haftar.
Ed ora, come scritto più volte e documentato da HuffPost, l’Italia rischia seriamente di essere fatta fuori dalla “partita libica”.
Con pesanti ricadute non solo sulla questione migranti ma su terreni cruciali agli interessi nazionali: petrolio, ricostruzione e sicurezza.
Eni ricopre oggi un ruolo predominante con i suoi 320mila barili di petrolio estratti ogni giorno contro i 31mila della Total, ma i rapporti diplomatici ed economici possono mutare proprio in virtù delle alleanze che in Libia sono divise tra Italia e Francia.
Haftar controlla aree chiave per l’esportazione del petrolio, la principale ricchezza del Paese. Per sabotare la cabina di regia italiana, sottolineano a Roma, Parigi “userà ” i suoi più fedeli alleati libici, a cominciare, per l’appunto, da Haftar.
Una avvisaglia in proposito si è avuto lo scorso 8 agosto, quando il parlamento di Tobruk, saldamente in mano ai fedelissimi di Haftar, ha dichiarato l’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone persona non grata, secondo quanto si legge in un documento del Comitato affari esteri pubblicato dal giornalista libico Faraj Aljarih. Nel documento si condannano “nei termini più forti” le dichiarazioni rilasciate dall’ambasciatore “a un’emittente satellitare” sulle elezioni in Libia, “in cui ha chiesto con insistenza di rinviare le elezioni”, considerate una “flagrante interferenza negli affari interni della Libia, una violazione pericolosa alla sovranità  nazionale e un’aggressione alla scelta del popolo libico”. §
“Un’offesa che richiede le scuse italiane”, si legge nel documento. Non basta. L’autoproclamato Esercito nazionale libico (Libyan National Army, Lna) del generale Haftar, ha avvertito il governo di Roma di “non trattare la Libia come una ex colonia”. Gli italiani, ha detto il portavoce del “feldmaresciallo” Haftar, si sono scusati in precedenza per le azioni compiute durante l’occupazione della Libia.
“Se manterranno queste scuse, allora saremo amici e avremo interessi comuni in termini di sicurezza e stabilità  politica”, ha aggiunto il portavoce.
Poi l’uomo di Haftar è andato al nocciolo della questione che contrappone Haftar e Francia all’Italia: “Il ruolo italiano è apparso in competizione con quello francese: abbiamo avuto la conferenza di Parigi (tenuta il 29 maggio scorso) e ora abbiamo l’Italia che organizza una conferenza a Roma, ma non sappiamo quali fazioni saranno rappresentate. Se ci lasciassero fare da soli, risolveremmo i nostri problemi”.
Tra Italia e Francia si gioca in Libia una delicatissima partita petrolifera. La grande spartizione della Libia è un affare da almeno 130 miliardi di euro.
Una torta miliardaria che non chiama in causa solo l’Eni. Perchè in Libia, in campi diversi ma tutti strategici – a cominciare dalla ricostruzione di una rete ferroviaria ad altre infrastrutture strategiche – sono impegnate, tra le altre, Finmeccanica, Impregilo, Edison, Saipem e Unicredit…
A farsi garante del rispetto degli impegni – leggi contratti — stilati è il governo di al-Serraj e le istituzioni, bancarie e petrolifere, che da esso dipendono.
Ecco perchè se cade Serraj, per l’Italia sarebbe un guaio serio, molto serio.

(da “Huffingtonpost”)

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CAOS A TRIPOLI, SCAPPANO 400 DETENUTI NELLE PRIGIONI

Settembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile

MILIZIANI AVANZANO VERSO L’AEROPORTO, SACCHEGGI NEI NEGOZI E NEI CONCESSIONARI

Oltre 400 detenuti nella prigione di Ain-Zara, nei sobborghi meridionali di Tripoli sono scappati durante la notte dopo che i combattimenti fra milizie ribelli avevano costretto la maggior parte delle guardie a fuggire. I carcerati hanno aperto le porte e si sono dileguati.
Nella stessa area, quattro giorni fa, erano stati portati via da funzionari dell’Onu centinaia di migranti rinchiusi in un centro gestito dal governo. Sono in totale novemila i migranti che sono stati condotti fuori dalla capitale in altri centri lungo la costa.
Gli insorti puntano a conquistare l’aeroporto di Mitiga, chiuso, che si trova nella parte nord-orientale della capitale, vicino alla costa, ed è controllato da un’altra potente milizia, la Rada del signore della guerra Al-Kara.
Il governo ha dichiarato ieri sera lo stato di emergenza e Al-Serraj ha incaricato il generale Emad Trabelsi di proteggere i palazzi governati e gli edifici statali. Sono stati segnalati saccheggi in tutti i sobborghi meridionali, con magazzini pubblici, negozi, concessionari svuotati.
Il governo non controlla la parte meridionale della città , l’aeroporto è chiuso perchè a portata dei razzi degli insorti, e non è più scontata la fedeltà  dei combattenti di Misurata, un alleato strategico del governo di «accordo nazionale» che doveva condurre alla pacificazione del Paese.
Sabato Stati Uniti ed Europa avevano chiesto alle milizie di moderarsi ma ieri Abdel Rahim Al-Kani, comandante della cosiddetta Settima Brigata, una formazione con base nella cittadina di Tarhouna, 60 chilometri a Sud di Tripoli, ha annunciato l’assalto decisivo. Al-Kani ha dichiarato che «continuerà  a combattere fino a quando le milizie armate non lasceranno la capitale e la sicurezza sarà  ripristinata». Le sue forze, ha precisato, «sono posizionate lungo la strada per l’aeroporto» e si apprestano ad attaccare il quartiere di Abu Selim, la porta di accesso al centro storico. Se prende Abu Salim il comandante ribelle potrebbe piombare sulla zona dei ministeri, fino alla base navale di Bu Sitta, l’estremo fortino del governo.
Al-Kani ha già  minacciato di «ripulire» la città  dalle milizie rivali, accusate di essere «l’Isis dei soldi pubblici», perchè si accaparrano la maggior parte dei fondi pubblici che derivano dagli introiti petroliferi, ma anche i finanziamenti che arrivano dall’Unione europea.

(da “La Stampa”)

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LIBIA, 200 MORTI, RIBELLI ALL’ASSALTO DI TRIPOLI, VIA I DIPLOMATICI ITALIANI: MENO MALE CHE PER SALVINI ERA UN PAESE SICURO

Settembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile

400 DETENUTI FUGGITI DAL CARCERE, SACCHEGGIATI NEGOZI

Tripoli è piombata di nuovo nel caos.
Le truppe ribelli del generale Haftar si sono lanciate all’assalto della capitale della Libia dove il consiglio presidenziale guidato da Fayez al Sarraj, sostenuto dall’Onu, è stato costretto alle misure di emergenza.
Dopo una settimana di combattimenti violenti, la Settima Brigata, protagonista dell’attacco che in una settimana è costato la vita, secondo il Corriere della Sera, ad almeno 200 persone e ha provocato centinaia di feriti, avanza da sud e punta al centro della città , senza nessuna intenzione di fermarsi.
Il governo parla di “attentato alla sicurezza della capitale e dei suoi abitanti, davanti ai quali non si può restare in silenzio”. L’obiettivo dei miliziani — sempre secondo il consiglio — “è quello di interrompere il processo pacifico di transizione politica” cancellando “gli sforzi nazionali e internazionali per arrivare alla stabilizzazione del Paese”.
Circa 400 detenuti sono fuggiti da un carcere ad Ain Zara, approfittando della confusione, semplicemente forzando le porte. Molti dei detenuti del carcere di Ain Zara sarebbero sostenitori dell’ex leader libico Muammar Gheddafi, condannati per le violenze durante la rivolta del 2011.
Sarraj ha passato la domenica protetto (per non dire asserragliato) nel suo quartier generale in una base navale incontrando ministri e responsabili militari, ai quali ha affidato i piani per ristabilire l’ordine.
Si cerca di negoziare una nuova tregua, l’ennesima. Sarraj ha dato mandato alla milizia Forza Anti Terrrorismo di Misurata, guidata dal generale Mohammed Al Zain, di entrare nella capitale per organizzare un nuovo cessate il fuoco e far terminare le violenze nella periferia sud.
Che la situazione di crisi come non succedeva da tempo e che la tensione sia altissima lo dimostra il fatto che diversi diplomatici che lavorano all’ambasciata d’Italia a Tripoli sono stati evacuati.
Detto con il linguaggio della Farnesina, l’ambasciata “resta operativa — spiegano fonti qualificate all’agenzia Ansa — ma con una presenza più flessibile, che si sta valutando sulla base delle esigenze e della situazione di sicurezza”.
I miliziani hanno annunciato l’imminente assalto al quartiere di Abu Salim a Tripoli, tristemente celebre perchè vi sorge il carcere dove il defunto rais Muammar Gheddafi fece strage di oppositori nel 1996, quasi 1.300 i prigionieri massacrati a colpi di granate.
La Brigata “continuerà  a combattere fino a quando le milizie armate non lasceranno la capitale e la sicurezza sarà  ripristinata”, ha tuonato il leader Abdel Rahim Al Kani. “Noi non vogliamo la distruzione, ma stiamo avanzando in nome dei cittadini che non riescono a trovare cibo e aspettano giorni in coda per avere lo stipendio, mentre i leader delle milizie si godono il denaro libico”, ha incalzato Kani. La Brigata ha assunto il controllo di diversi quartieri, nei quali “i residenti erano costretti a pagare un tributo” alle milizie fedeli al governo Sarraj. Nella serata di domenica i suoi portavoce militari hanno annunciato la conquista di centri strategici lungo l’asse verso l’aeroporto, chiuso da due giorni dopo il lancio di alcuni razzi e colpi di mortaio verso lo scalo.
Proprio in quest’area, stando a quanto si apprende, si sarebbero consumati “feroci combattimenti”, i miliziani di Kani affermano di aver conquistato un’accademia di polizia e una sede del ministero dell’Interno lungo la direttrice verso l’aeroporto. I detenuti del vicino carcere di Ain Zara, temendo un attacco, si sono dati alla fuga.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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STATO DI EMERGENZA A TRIPOLI, SI RIAPRE IL FRONTE LIBICO ANCHE PER L’ITALIA, AL SERRAJ ALLE CORDE

Settembre 2nd, 2018 Riccardo Fucile

L’AMICO DI MINNITI E SALVINI FATICA A CONTENERE LA SETTIMA BRIGATA, PREOCCUPAZIONE PER I NOSTRI MILITARI IN LIBIA

Alla vigilia della settimana italiana che si annuncia decisiva per porre le basi della manovra economica e del primo consiglio dei ministri dopo l’estate, si riapre il fronte libico.
Era nell’aria da giorni, con la settima brigata in avanzamento, ma la formalizzazione del salto di scala nella crisi si ha con la proclamazione dello stato di emergenza a Tripoli per gli scontri tra le milizie intorno alla capitale.
La decisione assunta “per proteggere i cittadini e la sicurezza, gli impianti e le istituzioni vitali che richiedono tutte le necessarie misure militari e civili” dal consiglio presidenziale libico guidato da Fayez al Sarraj, sancisce la difficoltà  dell’uomo appoggiato anche dal governo italiano, che solo ieri, insieme a Usa, Francia e Gran Bretagna, aveva diffuso un comunicato congiunto in cui si “condannava fermamente la continua escalation di violenza a Tripoli e nei suoi dintorni, che ha causato molte vittime e che continua a mettere in pericolo la vita di civili innocenti”. A suggellare le difficoltà  di al Sarraj e la la posizione non facile del nostro Paese, sempre sabato c’era stato un avvertimento a colpo di mortaio che ha sfiorato l’ambasciata italiana nella capitale.
Per l’esecutivo guidato da Conte, in procinto di celebrare i primi cento giorni, l’escalation rappresenta un problema non di poca rilevanza per diversi fattori che fatalmente incrociano dossier ‘caldi’ per il nostro Paese.
L’immigrazione, in primis, vista la presenza nel Paese dei famigerati centri di detenzione di migranti, che tentavano la rotta verso l’Italia in Europa.
Secondo, non va dimenticata ovviamente la presenza dell’Eni e i relativi nostri interessi geo-strategici nella regione.
Terzo, la presenza sul territorio di truppe italiane (“totalmente in sicurezza”, come assicurato immediatamente dalla Difesa) e di uomini dei nostri servizi, che molto si sono spesi nella stabilizzazione post Gheddafi, sotto la guida del generale Manenti, in predicato – probabilmente proprio lunedì – di essere sostituito.
Tornando in Libia, ora si tratta di capire se la misura di al Sarraj produrrà  qualche effetto.
Il consiglio presidenziale è stato costretto alle misure di emergenza dopo la violazione reiterata delle fragili tregue proclamate nei giorni scorsi. Il governo di unità  bolla i combattimenti come un “attentato alla sicurezza della capitale e dei suoi abitanti, davanti ai quali non si può restare in silenzio”.
L’obiettivo dei miliziani – sempre secondo il consiglio – “è quello di interrompere il processo pacifico di transizione politica” cancellando “gli sforzi nazionali e internazionali per arrivare alla stabilizzazione del Paese”.
Sarraj ha passato la domenica protetto nel suo quartier generale in una base navale incontrando ministri e responsabili militari, ai quali ha affidato i piani per ristabilire l’ordine.
I consigli municipali degli anziani, in uno strenuo tentativo di mediare tra le parti, hanno lanciato un appello a fermare gli scontri. Un appello che tuttavia sembra destinato a rimanere inascoltato.
La 7/ma Brigata, protagonista dell’assalto alla capitale che da lunedì scorso è costato la vita a oltre 40 persone e ha provocato centinaia di feriti, avanza da sud e punta sul centro della città .
La Brigata “continuerà  a combattere fino a quando le milizie armate non lasceranno la capitale e la sicurezza sarà  ripristinata”, ha tuonato il leader Abdel Rahim Al Kani. “Noi non vogliamo la distruzione, ma stiamo avanzando in nome dei cittadini che non riescono a trovare cibo e aspettano giorni in coda per avere lo stipendio, mentre i leader delle milizie si godono il denaro libico”, ha incalzato Kani.
L’ambasciata italiana in Libia “resta aperta. Continuiamo a sostenere l’amata popolazione di Tripoli in questo difficile momento”, ha scritto su Twitter la sede diplomatica, smentendo le indiscrezioni sulla chiusura della stessa e la fuga dei responsabili.

(da “Huffingtonpost“)

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IN MESSICO TRIONFA UN NAZIONALISTA DI SINISTRA: OBRADOR ELETTO PRESIDENTE CON IL 53% DEI VOTI

Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile

NEL SUO PROGRAMMA LOTTA ALLA CORRUZIONE. LIBERTA’ DI IMPRESA, DI ASSOCIAZIONE, DI RELIGIONE E DIRITTI CIVILI

Il Messico volta pagina. Lo fa consegnando la presidenza con oltre il 50% dei voti ad Andres Manuel Lopez Obrador, e quasi cancellando il Pri, il partito che aveva governato il Paese per tutto il secolo scorso.
Ma le prime parole del nuovo capo dello Stato, nonostante la sua reputazione di populista, sono state dedicate alla riconciliazione nazionale e al rispetto delle leggi. Anche il presidente americano Trump si è subito congratulato, scrivendo via Twitter di essere determinato a lavorare con lui.
La vittoria di AMLO, come lo chiamano i suoi sostenitori, è apparsa evidente subito dopo la chiusura dei seggi.
I sondaggi della vigilia lo davano avanti di 20 o 30 punti sui due rivali più accreditati, Ricardo Anaya del Pan e Josè Meade del Pri, ma in altre due occasioni precedenti era accaduto lo stesso, 2006 e 2012, e alla fine Obrador era stato sconfitto, forse dai brogli.
Stavolta però le previsioni si sono confermate anche nel segreto dell’urna, e AMLO ha più che doppiato gli avversari, prendendo il 51,6%, contro il 24,8% di Anaya e il 14,8% di Meade.
Una valanga che produce una svolta storica, non solo perchè consegna la presidenza al candidato anti establishment, ma anche perchè rivoluziona l’intero panorama politico messicano.
Verso le undici della sera Obrador si è presentato nel suo quartier generale all’hotel Hilton del centro storico, per pronunciare le prime parole da presidente eletto, e ha scelto la via della moderazione.
Come messaggio iniziale, ha invitato il paese alla riconciliazione: «La patria viene prima di tutto».
«Il nuovo progetto della nazione punterà  a stabilire una democrazia autentica, ma non vogliamo costruire una dittatura nè aperta, nè coperta. I cambiamenti saranno profondi, ma avverranno nel rispetto dell’ordine legale stabilito. Ci sarà  libertà  di impresa, di espressione, di associazione e di religione. Si garantiranno tutte le libertà  individuali e sociali, così come i diritti civili e politici consacrati nella nostra costituzione».
Sul piano economico, ha promesso che «il nuovo governo manterrà  la disciplina finanziaria e fiscale. Si riconosceranno gli impegni presi con le imprese, le banche nazionali e straniere».
Però «i contratti del settore energetico saranno rivisti, per prevenire atti di corruzione e illegalità ». Ha garantito che «non attueremo il programma in maniera arbitraria, nè ci saranno confische o espropriazioni di beni».
Il nuovo presidente, oltre a ribadire l’impegno contro la corruzione, ha spiegato che affronterà  alla radice le emergenze della violenza e del narcotraffico: «Entrambe sono un prodotto della povertà , e quindi cercheremo di superarle prima di tutto creando condizioni di vita migliori per tutti i cittadini».
Però continuerà  anche la lotta sul piano dell’ordine pubblico, e a questo scopo convocherà  una conferenza per chiedere l’aiuto di tutte le autorità  internazionali e i paesi che hanno esperienza nel combattere il crimine organizzato.
Anche le migrazioni dipendono dalla povertà , e quindi lui cercherà  di gestirle «garantendo una qualità  della vita che permetta a tutti di vivere dove sono nati e cresciuti, così che coloro che decideranno di emigrare lo faranno per il loro piacere, e non per necessità ».
Quindi ha teso la mano anche agli Stati Uniti: «Vogliamo sviluppare con loro un rapporto di collaborazione, nell’interesse di tutti, basato sul rispetto reciproco».
Trump ha notato questa frase, e nel suo tweet di congratulazioni ha risposto così: «C’è molto da fare che beneficerà  tanto gli Stati Uniti, quanto il Messico».
Anche il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Bolton, ha invitato all’ottimismo: «Stiamo già  comunicando col nuovo presidente. Quando i due leader si incontreranno, sarete sorpresi dai risultati».

(da agenzie)

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REPUBBLICANI CONTRO TRUMP: STOP A SEPARAZIONI AL CONFINE, PRONTI A VOTARGLI CONTRO

Giugno 20th, 2018 Riccardo Fucile

LO STRAZIO DEI BIMBI MIGRANTI PIEGA IL PARTITO

Lo strazio per i pianti dei bambini stranieri, separati dai genitori e rinchiusi in centri di detenzione, sta piegando il partito repubblicano.
Contro la volontà  di Donald Trump, i leader della destra al Congresso sono pronti a votare nuove leggi che impediscano le separazioni dei nuclei familiari tra gli immigrati arrestati mentre attraversano la frontiera.
Al Senato è già  pronto un disegno di legge presentato dal capo della maggioranza repubblicana, Mitch McConnell. Un disegno analogo è in gestazione alla Camera, anche quello è sostenuto dai leader del partito di maggioranza.
L’onda di sdegno che in America e nel mondo ha reagito alle notizie sui bambini strappati ai genitori, se non è bastata a piegare Trump ha però spinto all’azione diversi esponenti del suo partito.
Il Grand Old Party rischiava una crisi interna, dopo che diversi esponenti autorevoli hanno condannato le separazioni dei minori e almeno un governatore repubblicano (Maryland) ha ritirato i suoi riservisti dalle operazioni di polizia sul confine col Messico.
I disegni di legge sostenuti dal partito del presidente prevedono anche un rafforzamento dei tribunali che esaminano le richieste di asilo.
Proprio quei tribunali che nella mattinata erano stati oggetto di dileggio da parte del presidente. “Vogliono aggiungere migliaia di giudici – aveva detto Trump in conferenza stampa – ma non ci servono giudici, occorre un confine sicuro. Tanti giudici in più, ve l’immaginate quanta corruzione?”. Se l’era presa anche con gli avvocati dei migranti definendoli disonesti.
Non risulta invece, almeno nelle prime stesure, che Trump riesca a far passare in tempi rapidi le sue priorità  sulla riforma dell’immigrazione: fondi per la costruzione del Muro col Messico, abolizione della Green Card estratta a sorte per le minoranze etniche, e restrizione di tutti i visti di lavoro per selezionare gli ingressi in base ai talenti professionali.

(da Globalist)

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