Gennaio 11th, 2012 Riccardo Fucile
IL PREMIER ITALIANO CHIEDE IL RICONOSCIMENTO CHE L’ITALIA NON SIA PIU’ CONSIDERATA UN RISCHIO PER LA STABILITA’ EUROPEA
“Grande rispetto” per le riforme messe in campo dall’Italia è arrivato dalla cancelliera
tedesca Angela Merkel, al termine del bilaterale con il premier Mario Monti.
”L’Italia ha fatto cose straordinarie”, ha sottolineato la Merkel che si è detta ”impressionata dalla velocità con la quale sono partite le riforme” nel nostro Paese.
Riforme che, ha aggiunto Merkel, ”rafforzeranno l’Italia”.
“Noi abbiamo seguito con grande rispetto l’attuazione. Credo che il lavoro del governo italiano in questo modo viene onorato”.
Con Monti abbiamo avuto ”colloqui molto intensi e amichevoli ulla situazione dell’Unione europea” ha detto la cancelliera. “Il presidente del Consiglio italiano ha adottato la manovra nel giro di pochissimi giorni”.
Non “ricompense”, ma il “riconoscimento” che l’Italia non è più un “rischio” per la stabilità dell’Europa.
È quanto chiede il premier Mario Monti all’Europa.
Il premier italiano ha ricordato la “maturità ” degli italiani nell’accettare i sacrifici, che “merita non ricompense da parte dell’Europa perchè queste misure sono state adottate nell’interesse dell’Italia, ma un riconoscimento da parte dell’Europa che non deve più temere l’Italia come possibile fonte di infezione per la zona euro, ma può contare su un’Italia pronta a fare appieno la sua parte nella conduzione della Ue verso la stabilità “.
La Germania è disponibile, se lo faranno anche gli altri Paesi, ad aumentare le risorse a disposizione del fondo salva stati, ha affermato la cancelliera tedesca, che ha aggiunto: “Ognuno deve fare la sua parte. Siamo una entità unica nel mercato internazionale”.
“Insieme possiamo trovare la migliore soluzione”, ha rilanciati Mario Monti, sottolineando il ruolo fondamentale dell’Unione europea per superare la crisi. L’Europa – ha aggiunto – è una delle migliori costruzioni dell’Umanità alla quale l’Italia ha partecipato.
“Non è che la Germania non abbia nulla da imparare dagli altri paesi Ue. Qui dobbiamo scambiare le nostre esperienze”. Lo ha detto il cancelliere Angela Merkel.
“La prossima settimana dovremmo arrivare ad un provvedimento molto ampio per le liberalizzazioni”, ha detto Monti, in conferenza stampa, aggiungendo di aver “illustrato alla cancelliera i risultati avanzati della nostra fase 2”.
Oltre alle liberalizzazioni, c’è la riforma del mercato del lavoro: “Lo scopo è quello di conseguire contenporaneamente più crescita e più equità “.
Già al vertice europeo del 30 gennaio “Avremo fatto dei passi in avanti” sulle nuove regole di governance economica che i Paesi dell’area euro e dell’Ue intendono darsi, ha annunciato la cancelliera della Germania, al termine di un incontro a Berlino.
Inoltre “abbiamo parlato del fatto che il prossimo Consiglio europeo dovrà anche occuparsi di come rafforzare la crescita economica e in questo modo la crescita dell’occupazione”.
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Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
IL PREMIER MONTI: “LAVORIAMO MANO NELLA MANO CON FRANCIA E GERMANIA VERSO LA COSTRUZIONE EUROPEA”… SARKOZY E MERKEL A ROMA IL 20 GENNAIO…IL PRESIDENTE FRANCESE: “MONTI ISPIRA FIDUCIA AI LEADER EUROPEI”
Un grido d’allarme ma anche un messaggio di fiducia. Il premier Mario Monti a Parigi, prima tappa della sua missione europea, vede Sarkozy e si presenta con questo biglietto da visita ai partner Ue: l’Italia è tornata a ricoprire il suo ruolo tra i ‘big’ grazie a uno sforzo “senza pari tra gli altri Stati membri”.
Perchè l’Europa è come “un alpinista che cammina su un crinale. E’ un momento cruciale ma si può raggiungere la meta”.
Nel pieno della crisi economica continua il lavoro del governo Monti per dare via alle riforme interne ma anche per richiamare l’Europa alle proprie responsabilità .
Un doppio binario che vede in premier impegnato in un tour europeo (mercoledì andrà dalla Merkel per “trattare sulle rigidità tedesche”) in vista del vertice europeo del 30 gennaio.
“E’ essenziale prendere insieme le decisioni che consentano di dimostrare la fiducia che abbiamo sull’Europa e sull’ euro e che potranno permettere di pagare tassi più bassi” dice il premier.
E da Sarkozy arrivano parole di stima: “Monti ispira fiducia ai leader europei, tra Roma e Parigi sulla Ue c’è una perfetta identità di vedute. Crediamo nell’euro e siamo d’accordo sul fatto che in una fase così delicata per l’unione europea e l’eurozona è essenziale che che ogni stato membro faccia fino in fondo ciò che deve fare per consolidare i bilanci e le riforme”. Poi l’annuncio di un vertice a tre con la Merkel e Monti che si terrà il 20 gennaio.
Il premier, al termine di un pranzo di lavoro di un’ora e mezza a Parigi con il primo ministro francese Francois Fillon, descrive un’Italia “che lavora mano nella mano con la Francia, così come con la Germania (che oggi ha visto crollare gli ordinativi industriali del 4,8%), per proseguire insieme verso la costruzione europea”.
Per questo Italia, Francia e Germania devono “aiutarsi” per “eliminare i dubbi che caratterizzano la zona euro quanto al suo futuro”.
Un fronte comune europeo che deve affrontare le politiche per la crescita finanziate dal disavanzo. “Non facciamo come Penelope, disfacendo di notte quello che si è fatto di giorno”.
Vede un rischio Monti.
Ovvero “la nascita e lo sviluppo di incomprensioni di fondo tra popolazione e stati membri con il ritorno a pregiudizi tra nord e sud dell’Europa, tra vecchi e nuovi stati, con un potenziale di grande divisione”.
In un’Europa dove la crescita “stenta e rischia di fermarsi”.
Un’Europa “che è dimostrata più debole di quanto pensavamo che fosse e questo in particolare per le difficoltà a fare fronte ad una crisi che non riguarda l’euro ma riguarda gli aspetti finanziari e di bilancio pubblico di alcuni paesi”.
Un’Europa che si trova “in questi anni ad essere contemporaneamente più forte e più debole e a vedere nella sua storia, più che mai, l’esito della propria sfida nelle proprie mani e non in quelle di altri”.
Tobin Tax.
Disco verde sulla Tobin tax.
“Il mio governo ha fatto un’apertura sulla tassazione delle transazioni finanziarie” e su questo “elemento di convergenza” si sta lavorando” sottolinea Monti in sintonia con l’intenzione della Francia di andare avanti “il più velocemente possibile” nel varo della Tobin Tax.
Il premier italiano, però, avverte: “E’ necessario che i vari paesi europei non vadano avanti da soli nell’applicazione”.
Lapidario Sarkozy: “Sulla Tobin Tax Parigi andrà avanti anche da sola se non riusciremo a convincere gli altri partner europei”
Euro.
“La crisi non riguarda l’euro come moneta, ma il bilancio di diversi Paesi nell’ambito dell’Eurozona” spiega il premier.
“Il rischio principale di questa crisi è quello della nascita e dello sviluppo di possibili divisioni tra popolazione e Stati membri, con il ritorno di pregiudizi tra nord e sud dell’Europa – osserva il Professore – La gestione rapida ed efficace dela gestione dell’euro deve portare all’unione e non alla divisione dei Paesi dell’Europa”.
Piuttosto servo “munizioni” per fare in modo “che sparisca dalla mente dei mercati il rischio relativo alla permanenza dell’Euro”.
Italia.
L’Italia è un Paese “che per corrispondere alle attese e non ai vincoli imposti dall’Europa con un’azione concentrata di disciplina di bilancio ha messo in opera riforme in vigore dal 1 gennaio” dice Monti annunciando altre misure “nel giro di due mesi.
“Con questo treno di misure da approvare entro due mesi l’Italia viaggia verso un bilancio in pareggio nel 2013, sarà uno sforzo credo senza pari” aggiunge il premier.
“Era giusto che lo facessimo, non era facile accettarlo. Ora gli italiani hanno bisogno di vedere che il quadro europeo evolva positivamente”.
Poi l’annuncio che, “nel giro di due mesi”, ci saranno nuove misure economiche.
E vale la pena di ricordare che Monti aveva escluso nuove manovre.
Infine, una battuta ‘politica’: “Sono un primo ministro che non ha affrontato le elezioni, se no mi sarei guardato dal candidarmi…”.
Passera.
“L’Europa deve dare una risposta alle aspettative e dobbiamo ammettere che la via seguita per gestire la crisi è stata molto deludente”.
E’ questa l’opinione del ministro dello Sviluppo Corrado Passera – partecipando ad un convegno a Parigi, organizzato dal ministro dell’Industria Eric Besson, sul ruolo dell’Europa – secondo cui i governi “non si stanno muovendo con sufficiente rapidità “.
Secondo Passera, però, “ciascun paese deve fare i compiti a casa per contribuire al salvataggio, ma l’Europa deve essere in grado di rispondere alle aspettative e di affrontare i rischi” che ci sono, “il modo in cui la crisi è stata gestita è molto deludente”.
Per il ministro “serve un vero mercato unico europeo e c’è bisogno di maggior coordinamento” sulle iniziative economiche.
“Dobbiamo rafforzare il bilancio europeo ma abbiamo bisogno di innovazione, infrastrutture, di maggiore competività e l’Europa può dare un supporto importante – sottolinea il ministro – Dobbiamo avere il coraggio per affrontare la crisi con gli strumenti giusti. In Europa ci stiamo muovendo nella giusta direzione ma occorrono tempi più veloci”.
E serve anche “un’autentica Banca centrale con risorse e strumenti necessari per affrontare la stabilità e la liquidità dei mercati finanziari”.
Secondo Passera “non c’è un piano d’azione che valga per tutti. L’Italia è un caso emblematico: negli ultimi mesi abbiamo portato avanti una serie di iniziative per 80 miliardi di euro”.
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
SONO IMPRENDITORI E PROFESSIONISTI TRA I 40 E I 50 ANNI, TEMONO L’INCERTEZZA POLITICA ED ECONOMICA, UNA STRETTA FISCALE E SONO IN CERCA DI UN INVESTIMENTO IMMOBILIARE SICURO
Una discreta transumanza di capitali, ma anche di persone.
Durante l’agonia del governo Berlusconi, intimoriti dalla giostra dello spread, più recentemente dal rigore del governo Monti, molti italiani benestanti hanno deciso di trasferire i loro soldi, in alcuni casi anche i loro cari, in Svizzera.
“Quelli che hanno grossi capitali, intere famiglie, stanno cercando di piazzare i propri beni in posti sicuri e in qualcosa che duri nel tempo”, ha confermato, in un’intervista alla radio pubblica elvetica, la presidente della federazione di fiduciari del Canton Ticino, Cristina Maderni.
“Noi fiduciari siamo stati interpellati, per valutare se c’è la possibilità di un trasferimento totale di alcune famiglie”, ha aggiunto.
Per poi spiegare che “il fenomeno è sempre esistito ma è vero che, in questi ultimi mesi, abbiamo assistito a un’accelerazione delle richieste di questo tipo”.
Quindi la presidente dei fiduciari ticinesi rileva, pure, che quello che sta avvenendo assomiglia a una vera e propria fuga, dal belpaese. “Ci sono, ad esempio – dice – persone e gruppi famigliari, con consistenti patrimoni, che chiudono la loro attività imprenditoriale, per trasferirsi in Svizzera”.
Dove, in molti casi, chi lascia l’Italia e i suoi problemi, ha già sovente una residenza e, magari, un cospicuo gruzzoletto.
“Il più delle volte si tratta di 40-50 enni, in prevalenza lavoratori autonomi e imprenditori”, ci conferma Giancarlo Cervino, del Centre for International Fiscal Studies di Lugano, secondo il quale il fenomeno è in corso da circa un anno e mezzo.
Tutta questa gente, come ha avuto modo di constatare Cristina Maderni “è angosciata dall’insicurezza esistente, oggi, in Italia e nel resto dell’Europa” e, quindi, cerca posti come la Svizzera “dove la stabilità economica e politica e la forza della moneta sono tali, da trasformarsi in una sorta di polizza sulla vita”.
Anche se, di questi tempi, di approdi sicuri ce ne sono sempre meno.
Nella Confederazione, ad esempio, i prezzi di vendita, al metro quadro, degli immobili di un certo livello, vanno dai 10 mila euro in su di Lugano e dell’Engadina, ai circa 40 mila di Zurigo, tanto da far temere l’esplosione di una bolla immobiliare.
Va detto, poi, che in caso di definitivo deragliamento dell’Ue e della moneta unica, la Svizzera ne soffrirebbe, pesantemente, le conseguenze.
Già adesso, in presenza della crisi nell’eurozona, la crescita del prodotto interno lordo elvetico è continuamente rivista al ribasso tanto che, l’anno prossimo, non dovrebbe superare lo 0,5 per cento.
Anche nella Confederazione, inoltre, pur con uno Stato che, quest’anno, ha chiuso i conti in attivo, la pressione fiscale sta aumentando.
Dal prossimo anno, ad esempio, potrebbe venire introdotta un’imposta di successione del 20 per cento, sui beni superiori ai due milioni di franchi, la qual cosa ha indotto molti benestanti a una corsa frenetica negli studi notarili, per trasferire i propri patrimoni agli eredi ed evitare, così, la stangata.
“Ma la paura di un epilogo italiano alla greca, con manifestazioni di piazza e attentati anarchici, unito al timore di un default delle banche, è tale da indurre chi se lo può permettere ad andarsene”, constata il fiscalista Cervino.
“Sicuramente – conclude – in nessuna città svizzera metteranno mai una bomba davanti all’Agenzia delle Entrate, come è capitato a Roma”.
Franco Zantonelli
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
ABBANDONARE L’EURO COSA COSTEREBBE ALLA NOSTRA ECONOMIA E QUANTO INCIDEREBBE NELLA NOSTRA VITA QUOTIDIANA?
Molti sono convinti che dovremo prima o poi abbandonare l’euro. 
Ma quali sono i vantaggi di cui abbiamo goduto e a cui dovremmo rinunciare?
Chi dice che con la vecchia lira si stava meglio, non sa (o fa finta di non sapere) che l’euro ha portato grandi vantaggi all’economia italiana.
In primo luogo, ci ha garantito quasi 15 anni di bassa inflazione.
In altre parole, il potere d’acquisto dei salari e dei risparmi degli italiani ha goduto di condizioni che non avevamo più visto dai tempi dell’ormai mitico miracolo economico degli anni Sessanta.
Senza l’euro avremmo subito in modo ben più grave i rialzi dei prezzi (in dollari) delle merci a cominciare da quello del petrolio.
Se soffrite ogni volta che fate il pieno, pensate che con la vecchia lira, che non si sarebbe certo rafforzata rispetto al dollaro, sarebbe stato molto peggio.
L’euro ha portato vantaggi alle imprese italiane?
Con una lira debole al posto di un euro forte, le imprese italiane avrebbero probabilmente esportato di più.
Il condizionale è d’obbligo perchè oggi non ci si può illudere di competere con i Paesi asiatici solo grazie a prezzi bassi.
La qualità e la tecnologia sono fattori ben più importanti.
E la perdita di competitività delle imprese italiane non dipende dai salari (che sono cresciuti anche meno degli altri Paesi), ma dalla bassa produttività che dipende anche da insufficienti investimenti in ricerca e sviluppo, cioè problemi che l’industria italiana aveva anche prima di entrare nell’euro.
È poi certo che le imprese hanno pagato tassi di interesse molto bassi sui loro debiti. Secondo i dati Mediobanca riferiti a tre quarti del sistema produttivo italiano, nel 2010 gli oneri finanziari erano il 3 per cento del fatturato, contro il 5,5 del 1991.
Se si considera che oggi l’utile netto si colloca al 4,8 per cento del fatturato, è facile capire che con l’incidenza di allora degli oneri finanziari, i profitti sarebbero praticamente dimezzati.
…e la Germania?
Anche la Germania ha avuto grandi vantaggi, in primo luogo perchè ha potuto esportare più facilmente i suoi prodotti all’interno di Eurolandia, che rappresenta la stragrande maggioranza del suo commercio estero.
Non solo: a fronte dei suoi surplus commerciali ha acquisito crediti nei confronti dei Paesi che importavano.
È sbagliato quindi dividere l’Europa in cicale spendaccione e formiche laboriose: le prime compravano anche Mercedes e Volkswagen e si indebitavano con le banche tedesche.
Era una situazione squilibrata d’accordo, ma finora le banche e le imprese delle formiche hanno prosperato grazie alle cicale che hanno comprato i prodotti e pagato gli interessi sui debiti accumulati per comprarli.
Cosa succederebbe se uno o più Paesi decidessero di abbandonare l’euro?
La situazione, già molto grave, precipiterebbe.
Nell’imminenza del provvedimento, le banche di quei Paesi sarebbero soggette a deflussi di fondi difficilmente sopportabili e le loro passività dovrebbero essere congelate.
Per evitare fughe di capitali che metterebbero definitivamente in ginocchio l’economia, bisognerebbe introdurre controlli sui movimenti dei capitali e forse anche restrizioni all’acquisto di valuta per motivi turistici.
In breve, si dovrebbe vivere per un po’ di tempo in una condizione da stato di guerra analogo a quello sperimentato dall’Argentina quando abbandonò l’ancoraggio al dollaro della sua moneta.
In quel caso, fu necessario congelare di fatto i depositi bancari per 12 mesi ed emettere dei buoni statali chiamati (con sublime ironia involontaria) patacones.
Quando la moneta muore (come dice il titolo di un bellissimo libro sulla fine della Repubblica di Weimar) il problema tecnico è difficilissimo da gestire, quelli che pagano sono le categorie meno protette e ogni scenario politico diventa possibile.
Senza il disastro inflazionistico di allora, Hitler non sarebbe mai arrivato (con elezioni) al Reichstag.
Ma perchè lo scenario di uscita dall’euro deve essere così catastrofico?
Il problema sono i debiti in euro accumulati dai Paesi che intendessero uscire dall’euro.
Per evitare di dover rimborsare con una moneta svalutata, dovrebbero anche dichiarare default, cioè proporre un rimborso parziale.
A quel punto si innesca una reazione a catena come in una centrale nucleare impazzita.
Lo ha affermato a chiare lettere proprio nei giorni scorsi un organismo autorevole e indipendente come l’Ocse, che ha testualmente previsto: ‘Forti cadute del Pil dei Paesi Ocse, ma soprattutto nell’area dell’euro’, che potrebbe essere ancora più forte se uno o più Paesi decidessero di abbandonare l’euro, nell’illusione di ottenere vantaggi di breve periodo.
In quel caso avremmo una svalutazione delle monete nazionali che implica “enormi perdite per i possessori di titoli, a cominciare dalle banche che diventerebbero insolventi”. Un quadro di ‘massiccia distruzione di ricchezza, fallimenti e crollo della fiducia nell’integrazione europea porterebbero a una profonda depressione’ non solo per i Paesi che escono, ma anche per quelli che rimangono.
E ovviamente, sarebbero le categorie più deboli, a cominciare dai lavoratori e dai risparmiatori quelli che non avrebbero alcuna difesa.
In altre parole, la svalutazione sarebbe uno choc inflazionistico micidiale per i lavoratori e per i detentori di obbligazioni, pubbliche o private.
Come è accaduto in Italia negli anni Settanta, quando peraltro la copertura della scala mobile era molto elevata e quindi il potere d’acquisto dei salari era relativamente protetto.
Oggi si tratterebbe di un salto nel vuoto senza paracadute.
Marco Onado
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 25th, 2011 Riccardo Fucile
MONTI HA PARLATO DI IMPEGNI ITALIANI, RICORDANDO ALTRI PERIODI DI CRISI: “NEL 2003 NON AVETE RISPETTATO IL PATTO DI STABILITA'”
Una scena inattesa. Un rovesciamento dei ruoli consumato davanti alle telecamere e ai
giornalisti di tutta Europa.
Nella sala della Prefettura di Strasburgo, la Cancelliera di Germania e il presidente della Repubblica di Francia hanno già detto la loro e ora, entrambi con lo sguardo fisso all’orizzonte, ascoltano il professor Mario Monti, il “festeggiato”.
Il presidente del Consiglio italiano sta rispondendo ad una domanda sull’applicazione automatica delle sanzioni ai Paesi inadempienti, misura da sempre molto cara ai tedeschi: «Gran parte della perduta credibilità del Patto di stabilità è dovuta al fatto che, quando Germania e Francia nel 2003 stavano andando in conflitto col patto stesso, quei due governi, con la complicità del governo italiano, sono passati sopra quelle regole…». Proprio così: il capo di un governo, fino a poche settimane fa letteralmente deriso da Sarkozy e dalla Merkel, si toglie il lusso di ricordare ai “padroni” dell’Unione quella loro violazione delle regole comunitarie.
Uno strappo – si ricorda agli smemorati – consumato con la «complicità » di Giulio Tremonti e del governo Berlusconi.
Sembrerebbe finita lì e invece no, perchè il rovesciamento dei ruoli viene personalmente rivendicato da Monti, nel 2003 commissario europeo: «Dentro la Commissione mi battei perchè il Consiglio fosse denunciato davanti alla Corte di giustizia europea. Quindi sono pienamente d’accordo sulla necessità che le regole vengano applicate senza guardare in faccia ai Paesi grandi o piccoli e che le sanzioni abbiano la maggiore automaticità possibile».
E’ come se Monti avesse detto: cari tedeschi, io sono più tedesco di voi. Sottotesto: quando i problemi li avete avuti voi, ve la siete cavata con l’aiuto dei miei connazionali e dei francesi.
Naturalmente, non c’è iattanza nel tono del professore. Naturalmente Monti sa che 8 anni fa il cancelliere si chiamava Gerhard Schroeder e il presidente francese era Jacques Chirac e dunque nulla di personale verso i due colleghi che lo stanno ascoltando col fiato (almeno un po’) sospeso.
Alla fine l’essenza del messaggio è un’altra: l’Italia sarà rigorosa, tanto è vero che, parafrando la Merkel, Monti dice: «Faremo i compiti a casa».
Il vertice a tre di Strasburgo era stato pensato da Sarkozy – che lo ha ricordato – come segno di attenzione verso il nuovo governo italiano e verso la «terza economia europea» e anche – ma questo era implicito – come chiusura di una stagione diplomatica tra le più bizzarre e volgari del dopoguerra europeo, per effetto degli indimenticabili epiteti berlusconiani sulla Merkel (sia pure emersi da conversazioni private), ma anche delle risatine di scherno del presidente Sarkozy verso il presidente del Consiglio italiano.
Il ritorno dell’Italia nel club dei grandi ha preso corpo nelle parole di stima e incoraggiamento di Sarkozy e della Merkel («impressionanti le misure che l’Italia vuole prendere»), nelle immagini delle strette di mano e nell’invito di Monti (ovviamente accettato dagli altri) di un nuovo incontro a tre, stavolta in Italia.
Ma, paradossalmente, il ritorno dell’Italia nel club dei leader si è rivelato anche un fatto di stile, accentuato dai “numeri” nei quali si sono prodotti Cancelliera e Presidente.
La Merkel, rivolta ad un giornalista francese che gli aveva fatto una domanda non gradita, ha detto: «Ha capito? Sa, non sapevo se avesse o no la cuffietta per la traduzione…».
E Sarkozy ad un giornalista tedesco: «Mi chiede della tripla A? La prospettiva della Francia è stabile! Ma forse la traduzione non ha varcato il Reno».
Imperturbabile Monti, in piedi dietro al podietto, che essendo il terzo a destra, accentuava l’effetto “scaletta”, con l’italiano più alto degli altri due.
Durante il pranzo, Monti ha raccontato, a grandi linee le misure che ha in mente, assicurando che la prima manovra sarà discussa in Parlamento «tra il 29 novembre e il 9 dicembre», data del vertice europeo e ha suggerito l’ipotesi di scorporare per tutti i Paesi gli investimenti dal computo del pareggio di bilancio.
Fabio Martini
(da “La Stampa“)
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Novembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
MONTI STUDIA UNA CURA D’URTO SUI CONTI… SI PENSA A TASSA SULLA CASA, ICI, TAGLIO ALLE PENSIONI DI ANZIANITA’ E STRETTA SULL’USO DEL CONTANTE… LA UE: ITALIA MONITORATA
Mario Monti stila il programma di governo con l’incubo dei mercati: oggi riaprono le
contrattazioni e c’è pure una delicata asta di Btp da piazzare.
Serve un segnale.
E dunque il Professore pensa a un decreto immediato per mettere in sicurezza i conti pubblici con provvedimenti forti in grado di rassicurare i mercati.
Poi passerà alle misure per la crescita.
Un intervento in due tempi, insomma, ma tutti rapidissimi.
Dall’incontro con il presidente della Bce, Mario Draghi, è emerso che non c’è un minuto da perdere, la speculazione è in agguato.
Come se non bastasse, il presidente Ue Van Rompuy e quello della Commissione Barroso, pur giudicando l’incarico a Monti “un segnale incoraggiante”, annunciano che Bruxelles continuerà il monitoraggio sui conti del paese e sulle riforme che è chiamato ad effettuare.
Così, mentre il presidente incaricato promette sforzi “per il risanamento e l’equità sociale”, fonti vicine ai dossier tecnici tratteggiano le linee su cui il nuovo governo intende muoversi. In pratica, l’agenda economica di Monti.
E dunque, per cominciare non escludono il ricorso ad una nuova manovra correttiva (almeno 25 miliardi) da effettuarsi entro l’anno.
Nei loro ragionamenti, tutto nascerebbe dal fatto che la Ue, per colpa della mancata crescita, prospetta per l’Italia un percorso deficit-Pil più alto di quello immaginato dall’ex governo, fino a prevedere un rapporto dell’1,2% nel 2013 al posto del pareggio (circa 18 miliardi).
Ma per rimettere il paese in carreggiata, bisognerebbe fare qualcosa subito perchè già dal prossimo anno le due valutazioni di deficit-Pil – quella della Ue e dell’ex governo – divergono, con uno scarto dello 0,7%: cioè circa 11 miliardi.
Al quadro generale va aggiunta la maggior spesa per interessi, dovuta agli sconquassi dei mercati: 10 miliardi sarebbero già acquisiti. Monti punta comunque ad una “due diligence” sui conti, da realizzare a tambur battente con l’aiuto degli esperti della Banca d’Italia e del Tesoro.
E ancora: si ipotizza una patrimoniale e/o la reintroduzione di una imposta sulla prima casa.
Ma si parla anche di una imposizione “modello francese” che oltre all’Ici prevede pure una “tassa sull’abitazione” comprensiva di canone tv e balzello per la spazzatura.
Calcoli del precedente governo, appena trasmessi alla Ue, stimano in 3,5 miliardi il gettito di un eventuale ritorno dell’Ici.
Per dare un messaggio al paese sul terreno dell’equità , sarebbe allo studio un pacchetto anti-evasione basato sulla tracciabilità dei pagamenti a partire da somme contenute, 200-300 euro.
Sulle questioni politicamente più sensibili, come il lavoro e la previdenza, Monti vorrebbe aprire un tavolo con le parti sociali.
Ma i suoi obiettivi, su questo terreno, sarebbero già definiti: alzare la soglia per la pensione di vecchiaia, adottare il metodo contributivo e, non ultima, una eventuale abolizione delle pensioni di anzianità .
E poi, liberalizzazioni, privatizzazioni e dismissioni. Tagli ai costi della politica e ai privilegi. Sburocratizzazione della pubblica amministrazione.
Monti è convinto che la crescita non si fa prendendo a prestito denaro, e quindi passando per aiuti esterni, ma si ottiene rimuovendo le cause che la ostacolano.
Così come i punti deboli del paese non vanno nascosti, ma evidenziati: dal Pil, che aumenta della metà rispetto alla media europea, alla competizione troppo frenata: l’approdo è sempre lo stesso, la necessità di riforme strutturali. Rigore, sviluppo e equità vanno coniugati.
C’è la lettera della Bce, quella firmata da Trichet e Draghi ad agosto, ad indicare buona parte delle misure da adottare.
Restano dei margini di discrezionalità che un governo autorevole può esercitare. Un primo test è atteso appunto già oggi, con la riapertura dei mercati. Piazza Affari ha già premiato, con il balzo dei listini, lo scenario di un esecutivo affidato a un ‘tecnicò autorevole come l’ex Commissario Ue.
L’effetto-Monti s’è già sentito anche sugli spread, scesi di quasi 100 punti al solo apparire del Professore sulla scena.
Oggi il banco di prova sulla ritrovata credibilità dell’Italia sarà l’asta dei Btp quinquennali per un importo compreso fra 1,5 e 3 miliardi.
Elena Polidori
(da “La Repubblica”)
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Novembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREFETTO CANCELLIERI VERSO L’INTERNO, SETTIS VERSO LA CULTURA….NONOSTANTE LE PRESSIONI DI BERLUSCONI PER NORDIO, ALLA GIUSTIZIA DOVREBBE ANDARE UN EX DELLA CONSULTA
Due certezze. E molte incertezze.
Le prime due sono queste: saranno solo dodici i protagonisti del nuovo governo.
E a palazzo Chigi non ci sarà nè uno, nè più vice premier.
Le incertezze riguardano principalmente l’ingresso di uomini politici puri e che comunque hanno avuto a che fare con la politica.
Emblematico il caso di Amato. Raccontano che Monti non sarebbe di per sè contrario, anzi ne valuterebbe l’eventuale presenza come una fonte di maggiore garanzia nei voti in Parlamento.
Al punto che un’ipotesi potrebbe essere quella di affidare incarichi ministeriali a qualche vice presidente della Camera o del Senato.
In predicato, ovviamente, c’è il sempre super gettonato Maurizio Lupi.
Ma contro la presenza dei politici gioca il pericolo, assai temuto dal Quirinale, che l’affannosa ricerca di un equilibrio allunghi i tempi.
Mentre il governo Monti deve nascere il prima possibile. Anche se il Quirinale e lo stesso Monti, appena fresco di incarico, negano l’esistenza di una possibile lista dei prossimi ministri, ormai l’elenco dei nomi è già stampigliato in un foglio che passa di mano in mano.
Lì è scritto, innanzitutto, che non ci saranno vice premier. E che al delicato incarico di sottosegretario alla presidenza andrebbe un uomo di Monti, quell’Enzo Moavero che ha già avuto il ruolo di suo uomo ombra quando ha svolto l’incarico di capo di gabinetto a Bruxelles con Monti commissario per la Concorrenza.
Ad affiancarlo potrebbe essere Antonio Catricalà , attuale presidente dell’Antitrust, che con palazzo Chigi ha molta dimestichezza essendone stato il segretario generale nel 2001. Ma Catricalà corre anche al ministero dello Sviluppo economico, dove è in lizza anche l’ex rettore della Bocconi Carlo Secchi.
I nodi di più difficile soluzione per il professor Monti restano quelli dell’Economia, degli Esteri, dell’Interno, della Giustizia.
Per quest’ultima poltrona, ancora ieri, persa la battaglia a sostegno dell’uscente Nitto Palma, Berlusconi ha perorato la causa del magistrato di Carlo Nordio, che ha presieduto una commissione per la riscrittura del codice penale.
Ma le maggiori chance di riuscita ce l’ha, al momento, l’ex presidente della Consulta Cesare Mirabelli.
Con lui se la batte un altro ex della Corte, Piero Alberto Capotosti.
Il prossimo inquilino di via XX settembre potrebbe essere lo stesso Monti, se deciderà che la soluzione migliore per garantire il peso delle misure economiche sia proprio quello di metterci proprio la sua faccia.
In alternativa, in pole position resta il rettore della Bocconi Guido Tabellini. E anche Anna Maria Tarantola, vice direttore di Bankitalia.
Negli organigrammi finora trapelati la presenza femminile era del tutto assente. Da ieri, al nome della Tarantola, si aggiunge quello di Anna Maria Cancellieri, prefetto in pensione, ex commissario a Bologna dopo lo scandalo Del Bono.
Ma è tuttora valida anche l’ipotesi di Carlo Mosca, l’ex prefetto di Roma entrato in rotta di collisione con il sindaco Gianni Alemanno, profondo conoscitore del Viminale, dove per anni è stato uno dei direttori generali, nonchè capo di gabinetto di Scajola e Pisanu. Per quel palazzo sembra del tutto tramontata la candidatura di Giuliano Amato, buon nome da spendere per la Farnesina, dove resta in piedi anche la soluzione del segretario generale Giampiero Massolo.
Stabile per la Difesa l’ex comandante della Gdf Rolando Mosca Moschini.
Ugualmente confermati per l’Istruzione Lorenzo Ornaghi, per i Beni culturali Salvatore Settis, per il Welfare Carlo Dell’Aringa.
Una novità invece per l’Ambiente dove l’attuale direttore generale Corrado Clini farebbe il salto al piano nobile del ministro.
Per la Pubblica amministrazione corre il nome di un’altra donna, Luisa Torchia, che viene dalla scuola di Cassese.
Luisa Milella
(da “La Repubblica“)
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Novembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL SOLITO DECRETO SVILUPPO SENZA SPENDERE UN EURO::: I VARI INTERVENTI SUI SINGOLI CAPITOLI…”ROBETTA”, COMMENTANO FONTI INTERNE AL MINISTERO
Maxi-emendamento al ddl stabilità snello e approvazione del Parlamento a rotta di collo
già sabato pomeriggio: questo il risultato delle pressioni del capo dello Stato sul quasi ex governo Berlusconi.
Giorgio Napolitano ha chiamato a rapporto al Quirinale Giulio Tremonti e Gianni Letta per farsi illustrare le misure, poi il ministro dell’Economia ha passato il pomeriggio a scrivere la relazione tecnica.
Quando, infine, il fiscalista di Sondrio s’è presentato in Senato coi suoi 25 articoli in 23 pagine – erano le 18 e trenta circa – il testo era quello che lui avrebbe voluto fin dall’inizio: sostanzialmente il famigerato decreto Sviluppo a costo zero che faceva infuriare l’intero PdL, oggi trasformato in maxi-emendamento.
Il nostro peraltro — per far capire chi comanda – ci ha tenuto subito a specificare che il testo ricalca i contenuti della lettera all’Unione europea e che il Quirinale aveva dato il suo imprimatur auspicandone “la più ampia condivisione”.
Insomma, deluso chi si aspettava sfracelli: non c’è la nuova manovra economica e nemmeno i licenziamenti facili, cose per cui servono tempi tecnici che il Quirinale non ha mai pensato di concedere al Cavaliere. Se servirà un decreto di correzione dei conti lo farà il prossimo governo (o questo in campagna elettorale).
Pensioni.
Su questo delicato argomento il governo regala ai partner europei l’ennesima supercazzola: dal 2026 si andrà in pensione a 67 anni.
Lo avevano scritto nella lettera all’Ue e oggi lo scrivono nel ddl stabilità : peccato che fosse già previsto dalla manovra di luglio, con cui si adeguava l’età per la pensione di vecchiaia alle nuove aspettative di vita.
Ora Tremonti ha precisato che l’età sarà fissata a 67 anni anche se le aspettative di vita si abbassano: pensiero preoccupante.
Lavoro e statali.
C’è qualche incentivo per l’occupazione giovanile e femminile, ma non le modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, nè all’articolo 8 della manovra estiva (quello con cui il governo ha esteso la derogabilità alla Marchionne del contratto nazionale). Arriva pure la mobilità per gli statali: al massimo due anni all’80 per cento dello stipendio e dopo, se non si è ricollocati, il licenziamento.
Dismissioni.
Sono un po’ fumosamente previste sia per gli immobili che per i terreni agricoli.
Nel primo caso il Tesoro può trasferire palazzi e quant’altro “ad uno o più fondi comuni di investimento immobiliare”. Il primo scalino è fissato “entro il 30 aprile 2012” e riguarderà anche non meno “del 20 per cento delle carceri inutilizzate e delle caserme”. Quanto ai terreni il ministero dell’Agricoltura dovrà censirli in tre mesi, poi l’Agenzia del Demanio li venderà .
Liberalizzazioni.
C’è quella dei servizi pubblici locali di rilevanza economica: i comuni — come già previsto dalla manovra di agosto — dovranno metterli a gara (stavolta si prevede che il governo potrà fare lui se i sindaci non si daranno una mossa).
Quanto agli ordini professionali, invece, è prevista la riforma entro un anno e l’abolizione delle tariffe minime (già cancellate da Bersani e reintrodotte da Tremonti) per incentivare l’accesso alle professioni anche attraverso società multidisciplinari.
Editoria.
Napolitano era preoccupato per i tagli, ora lo sarà un po’ meno: Tremonti ha recuperato per il prossimo triennio 49 milioni rispetto ai 75 sforbiciati nelle manovre estive.
Tav.
Come previsto, la Torino-Lione è dichiarata di “interesse strategico nazionale” con relativa galera per chi viola i cantieri in Val di Susa.
Benzinai.
A loro viene concesso un bonus fiscale, ai consumatori l’onere di finanziarlo: le accise sui carburanti aumenteranno già da gennaio per crescere ancora un po’ nel 2013.
L’Aquila.
Miniproroga per la restituzione delle tasse nei paesi terremotati: invece che dal 15 novembre, Equitalia potrà lavorare dal 1 gennaio. C’è pure lo sconto però: gli aquilani dovranno pagare il 60 per cento del dovuto.
Varie ed eventuali. Sperimentazione di zone a burocrazia zero, qualche semplificazione, certificati elettronici, interventi per velocizzare il contenzioso civile, “bancabilità ” dei crediti verso lo stato, incentivi per chi investe in infrastrutture, più la proroga al 2014 del bonus bebè.
“Robetta”, dice una fonte dello Sviluppo economico.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: denuncia, economia, emergenza, Europa | Commenta »
Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
DURO ATTACCO AL “COMPORTAMENTO IRRESPONSABILE” DI BERLUSCONI CHE “HA MESSO I PROPRI INTERESSI DAVANTI A QUELLI DEL PAESE”…LA STRADA MAESTRA E’ UN ESECUTIVO CHE PORTI AVANTI LE RIFORME CON AMPIA MAGGIORANZA
“L’unica strada possibile per la salvezza di Roma”: è questo il titolo dell’editoriale che apre
oggi la pagina delle opinioni e dei commenti sul Financial Times.
Il sottotitolo spiega quale sia questa via da seguire: “Un governo di unità nazionale deve fare seguito alle dimissioni di Berlusconi”.
L’articolo non firmato, dunque espressione della direzione del più importante quotidiano finanziario d’Europa (e scritto ieri pomeriggio, evidentemente prima delle ultime indicazioni di Berlusconi a favore di un governo di transizione guidato da Mario Monti), comincia notando che il comportamento del Cavaliere negli ultimi giorni non potrebbe essere un migliore esempio della sua irresponsabilità politica: “Prima ha rifiutato ostinatamente di dimettersi, quindi ha voluto un voto sul budget 2010 nonostante le ammonizioni che non aveva più una maggioranza, poi dopo averlo perso ha acconsentito a dare le dimissioni ma solo secondo i suoi tempi”, e nel fare ciò ha messo “i propri interessi davanti a quelli del paese”.
La reazione di panico dei mercati è stata la drammatica risposta.
E’ vero che la situazione italiana peggiora in parte per ragioni tecniche, osserva il Ft, ma ciò spiega solo in parte quanto sta accadendo.
“Gli investitori sono preoccupati da quanto ci vorrà per risolvere la crisi politica”.
In un mondo ideale, prosegue l’editoriale, Berlusconi dovrebbe ripensarci e dimettersi subito. In alternativa, il parlamento deve approvare nel più breve tempo possibile la legge sulle misure d’emergenza richieste da Bruxelles.
Ma a questo punto nemmeno questo basterebbe.
Perciò, conclude il Financial Times, il parlamento deve anche “appoggiare un nuovo governo che porti avanti l’agenda delle riforme, guidato da una figura che può promettere con credibilità di pareggiare il budget e realizzare un piano di crescita economica.
E deve essere un governo con un’ampia base, inclusa una rilevante proporzione dell’attuale coalizione di centro-destra”.
Nonostante le sue molte debolezze, afferma l’editoriale, l’economia italiana, con una ricchezza stimata in 8600 miliardi di euro cioè quattro volte il debito nazionale, è in condizioni molto migliori della politica italiana.
“I parlamentari italiani devono fare tutto quello che possono per risolvere dunque quello che è il vero problema di Roma”.
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