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BRUXELLES FRENA SUL TAGLIO DELLE TASSE: “L’ITALIA PENSI A RIDURRE IL DEBITO”

Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile

LA COMMISSIONE UE: OCCORRE UNA NUOVA MANOVRA ENTRO OTTOBRE… IL PIANO DI RISANAMENTO E’ CREDIBILE SOLO FINO AL 2012… RICHIAMO AL MIGLIOR UTILIZZO DEI FONDI EUROPEI E A FAVORIRE L’OCCUPAZIONE

Considerando il debito che quest’anno arriverà  al 120% e il precario andamento dei conti pubblici, l’Italia non ha alcun margine per ridurre la pressione fiscale ma deve anzi «destinare all’accelerazione della riduzione del deficit e del debito ogni risorsa di bilancio che dovesse rendersi disponibile».
Inoltre, se il piano di risanamento delle finanze «è credibile» fino al 2012, il governo deve presentare «entro ottobre» un pacchetto di misure che consentano di conseguire gli obiettivi per il biennio 2013- 2014, anno in cui, secondo le previsioni presentate da Tremonti, si dovrebbe raggiungere un sostanziale pareggio di bilancio con un deficit dello 0,2 per cento.
E’ questo, in sintesi, il messaggio più importante contenuto nelle «raccomandazioni» sulla strategia di politica economica che la Commissione ha inviato ieri all’Italia e agli altri membri dell’Ue.
Per quanto riguarda il nostro Paese, il diktat di Bruxelles taglia corto al dibattito in corso nella maggioranza di governo sull’opportunità  o meno di allentare la linea di rigore economico voluta dal ministro Tremonti.
Non solo non ci può essere nessun allentamento del rigore, dice la Commissione, ma «occorrerà  tenersi pronti a intervenire con manovre correttive» in caso di deviazione degli obiettivi fissati per i prossimi due anni, e indicare subito le ulteriori misure necessarie per centrare il pareggio nel 2014.
La Commissione inoltre chiede al governo di fissare «tetti vincolanti sulla spesa» e di provvedere «al miglioramento del monitoraggio delle amministrazioni pubbliche».
Le raccomandazioni europee sono uno dei nuovi strumenti messi a punto nel quadro della riforma della governance della Ue varata a seguito della crisi economica degli ultimi anni.
E’ la prima volta, infatti, che Bruxelles invia pubblicamente dettagliate indicazioni sulla strategia che ciascun Paese dovrà  seguire in politica economica.
Anche se non sono formalmente obbligatorie, i governi che dovessero discostarsi dalle direttive di Bruxelles subirebbero pubblici richiami e si esporrebbero quindi alle sanzioni immediate da parte dei mercati prima ancora che da parte dell’Unione europea.
In questo senso, l’invito al rigore che ci arriva dall’Europa suona più come un ordine che come un suggerimento.
Ma il rigore non basta.
Oltre alla precarietà  dei conti, l’Italia è afflitta anche da un grave problema strutturale di debolezza della crescita economica, che si riflette negativamente non solo sulle entrate fiscali, ma anche sulla competitività  complessiva del Paese.
Per questo il governo deve varare urgentemente una serie di riforme per rilanciare la crescita: in primo luogo, dice Bruxelles, è necessario un migliore utilizzo dei fondi strutturali europei per colmare il divario Nord-Sud.
Poi è necessario favorire l’occupazione delle donne e dei giovani, che in Italia è molto al di sotto della media europea.
Infine occorre liberalizzare il settore dei servizi e delle professioni, e facilitare i finanziamenti a ricerca e innovazione.

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LA SVIZZERA DICE STOP ALLE CENTRALI NUCLEARI: FERMATA GRADUALE CON TERMINE 2034

Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile

PER LE SCORIE L’IPOTESI DI UN DEPOSITO A 180 KM DA MILANO….LO SMANTELLAMENTO DELLE CENTRALI SVIZZERE SARA’ RIPAGATO VENDENDO ELETTRICITA’ ALL’ITALIA

Se c’è qualcuno che di referendum se ne intende va cercato in Svizzera.
Con l’ultima consultazione di metà  maggio, ad esempio, Zurigo ha bocciato la proposta di negare agli stranieri l’eutanasia.
Assolutamente pacifico, dunque, che negli ultimi anni i cittadini elvetici di ogni ordine e grado si siano espressi a più riprese anche sull’energia nucleare, confermando invariabilmente la loro vocazione «atomica».
Solo il 14 febbraio scorso, nel cantone di Berna, i residenti dicevano «sì» alla costruzione di un nuovo impianto nucleare a Mà¼hleberg, che avrebbe dovuto rimpiazzare quello esistente, uno dei cinque rossocrociati, in funzione dal 1971.
Una vittoria risicata, con un margine di soli novemila voti su 367 mila.
Un segnale che, al di là  delle Alpi, la fede nucleare stava iniziando a vacillare anche prima di Fukushima.
Nel 1990, sotto l’effetto Chernobyl, il 54,6% degli svizzeri aveva optato per una moratoria nucleare di dieci anni.
Moratoria, si badi bene, non chiusura.
Nel 2003 due proposte anti-nucleari furono rigettate in un colpo solo, con il 66 e il 58% dei votanti.
E non più tardi del mese di novembre dello scorso anno l’Ispettorato federale per la sicurezza nucleare ha dato il via libera a una rosa di tre siti (Niederamt, Beznau e, appunto, Mà¼hleberg) dove ubicare due nuove centrali.
Curioso, per di più, che proprio nella «verde» Svizzera si sia verificato nel 1969 l’unico episodio europeo di fusione del nocciolo: avvenne in una caverna a Lucens, vicino a Losanna, e interessò un reattore pilota da 6 megawatt.
Colpisce, dunque, che proprio qualche giorno prima della decisione ufficiale della Merkel, la settimana scorsa anche la nostra nuclearista vicina settentrionale abbia invertito rotta, scegliendo di abbandonare l’energia da fissione.
Questa volta non per referendum, ma per decisione governativa.
Un addio «graduale», che farà  sì che il distacco degli impianti si scaglioni tra il 2019 e il 2034. Un periodo durante il quale, vendendo l’elettricità  anche all’Italia, i previdentissimi svizzeri si garantiranno l’alimentazione del fondo che dovrà  ripagare lo smantellamento.
Ed è proprio il capitolo smantellamento, e trattamento delle scorie, che accomuna in parte Roma e Berna.
Entrambe hanno il problema di trovare un luogo, nel sottosuolo profondo, dove stoccare definitivamente le loro scorie ad alta, media e bassa intensità .
In Svizzera però, a differenza che in Italia, sono già  state individuate sei aree papabili: cinque a nord, tra Sciaffusa, Zurigo e il Giura.
Una a Wellenberg, nel Nidwalden. Per intendersi, a 240 chilometri di autostrada da Milano, poco più di 180 in linea d’aria.
Lo scorso febbraio, nel Nidwalden, l’80% dei votanti ha detto «no» in un referendum al deposito delle scorie.
Lì, forse, la Svizzera assomiglia di più all’Italia.

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LA DIPLOMAZIA DEL COLLE E IL FASTIDIO DI BERLUSCONI CHE SI SENTE ORMAI OSCURATO DA NAPOLITANO

Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile

DALL’AMBASCIATA USA RINGRAZIAMENTI AL COLLE PER IL RUOLO CHE SVOLGE IN LIBIA…LA CENA AL QUIRINALE CON I CAPI DI STATO: UN   SUCCESSO DI NAPOLITANO CHE IL PREMIER HA DOVUTO SUBIRE

È il suggello su un’assenza politica, quella di Berlusconi, e su un’inevitabile supplenza.
La festa al Quirinale peri 150 anni della Repubblica è un successo per Giorgio Napolitano, la conferma del suo standing intenazionaie (a Roma sono arrivate 80 delegazioni internazionali, con 42 capi di Stato e di governo presenti), ma allo stesso tempo rivela quanto sia diventato problematico per il capo del governo avere un ruolo sulla scena.
Chi era presente riferisce di un Berlusconi immusonito al grande banchetto del Quirinale. Irritato, oltretutto, per dover fare la comparsa allo spettacolo messo in piedi da quello che considera ormai un suo rivale politico.
E non c’è solo la politica estera, dove Napolitano ha acquistato una crescente credibilità  – confermata dai ringraziamenti giunti di recente dall’ambasciata americana per il ruolo svolto sulla Libia – di pari passo al declino di quella del premier.
Contano anche i piccoli dettagli.
Ieri ad esempio la prova della piazza si è di nuovo rivelata amara per il Cavaliere. Mentre al capo dello Stato, che passava in rassegna il picchetto d’onore, venivano tributati applausi corali e scroscianti, Berlusconi doveva sperimentare anche i fischi. Persino in un’occasione di festa bipartisan e politicamente “neutra” come il 2 giugno. Ormai per il premier il confronto con Napolitano è diventato un cruccio continuo, quasi un’ossessione.
Considera l’attivismo del Colle una vera e propria «invasione di campo».
Quando ha saputo degli incontri al massimo livello che avrebbe avuto il capo dello Stato (da Biden all’astro nascente cinese Xi Jimping), Berlusconi ha chiesto al suo staff di correre ai ripari, organizzando in fretta e furia un incontro a villa Pamphili con il russo Dimitrij Medvedev e Joseph Biden.
Ma il vice di Obama ha lasciato prima degli altri il casino dell’Algardi, disertando la conferenza stampa con Berlusconi.
Con gli americani il rapporto tra il “comunista” Napolitano è ormai molto stretto. Consolidato grazie anche al ruolo decisivo del capo dello Stato in occasione della crisi libica, mentre il premier – paralizzato dal rapporto con Gheddafi e dal veto di Bossi – appariva in Europa e a Washington come un “re Tentenna”.
«Per gli americani – confida un diplomatico italiano – ormai in Italia ci sono solo tre interlocutori per la politica estera: Napolitano, Frattini e Gianni Letta. Berlusconi non viene più considerato reliable, affidabile».
Di certo non deve aver aiutato a migliorarne la considerazione la scena vissuta in prima persona da Obama al G8 di Deauville.
Quando il capo del governo, saltando ogni protocollo, provò ad arruolare il presidente Usa nella sua crociata contro i magistrati e la loro «quasi dittatura».
Lo stesso Berlusconi, tornato a Roma, a un amico ha confidato la ragione di quel gesto sorprendente: «Mi guardavano tutti con una certa freddezza. Così sono stato costretto a spiegare di persona cosa sta succedendo in Italia».
La «freddezza» degli altri leader e delle cancellerie europee (Sarkozy, Merkele Obama, dopo quel G8, hanno deciso di disertare Roma) paragonata al «calore» con il quale ieri Napolitano è stato omaggiato da tutti.
Arrivando persino a mettere a tavola vicini il presidente di Israele Shimon Peres e quello dell’Anp Abu Mazen, dopo un vertice a tre sulla ripresa del processo di pace. «Sono vecchi amici», ha spiegato Napolitano, riferendosi a quella mini Camp David al Colle.
Ad aumentare l’irritazione di Berlusconi nei confronti del Quirinale ha contribuito da ultimo la decisione della corte di Cassazione di trasferire il referendum contro il nucleare sulle nuove norme.
«Non si sarebbero mai permessi una forzatura del genere – ha confidato Berlusconi a un ministro – se non fossero stati sicuri dell’avallo di Napolitano».
E proprio il referendum potrebbe essere il terzo tempo delle elezioni amministrative, assestando il colpo finale al governo Berlusconi.
Un timore che ha aumentato i sospetti del Cavaliere.
Senza contare l’elemento della popolarità . Negli ultimissimi sondaggi, infatti, il Quirinale surclassa Palazzo Chigi.
La popolarità  di Napolitano sfiora il 90 per cento.
Quella del Cavaliere è ormai precipitata al 33 per cento.

Bei Francesco
(da “La Repubblica“)

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INDIGNADOS: I GIOVANI D’EUROPA SI SVEGLIANO SUL WEB E SI MOBILITANO PER CHIEDERE LAVORO E DIGNITA’

Giugno 2nd, 2011 Riccardo Fucile

RIFORMA ELETTORALE PROPORZIONALE, LOTTA ALLA CORRUZIONE, SEPARAZIONE DEI POTERI, FORME DI VIGILANZA DEI CITTADINI SULLA POLITICA, CONTROLLO DEL SISTEMA BANCARIO, MISURE PER GARANTIRE IL DIRITTO ALLA CASA, AGEVOLAZIONI PER LE AZIENDE CHE ASSUMONO…UNA PIATTAFORMA CHE NON E’ DI DESTRA O DI SINISTRA, SOLO DI BUON SENSO

Madrid. Due settimane. Quasi niente, ma anche un’eternità .
Soprattutto se si pensa che lo straordinario spettacolo di un movimento nato dal nulla, capace di occupare in contemporanea decine di piazze schivando pesanti ostacoli legali, e di raccogliere in un baleno mezzo milione di simpatizzanti sui social network, è un fenomeno del tutto inedito nella storia d’Europa.
Tanto da aver subito provocato — in quello che qualcuno vede già  come l’inizio di un inarrestabile “effetto domino” — il primo significativo contagio nel Paese che è il vero “grande malato” del continente: le migliaia di “indignati” greci che da giorni protestano sulla piazza Sintagma di Atene contro le durissime misure di austerità  del governo Papandreou, hanno risposto a tempo di record all’appello che arrivava dalla Puerta del Sol.
“Svegliatevi”, hanno detto loro gli amici spagnoli, ormai convinti che a Madrid “stiamo riscrivendo la storia”.
Non ci hanno pensato due volte: una pagina su Facebook, una martellante campagna su Twitter, e anche la Grecia si è messa in moto, senza etichette partitiche, con la consegna irrinunciabile al pacifismo, e poche idee chiare capaci di convogliare nelle piazze la rabbia popolare.
E’ l’effetto miracoloso delle wiki-revoluciones, come le ha battezzate il sociologo Manuel Castells. Rivolte digitali frutto di un lavoro collettivo, dove alla fine è impossibile attribuire il merito o la colpa di quello che sta accadendo a un singolo individuo,o a un gruppo ristretto di persone.
Senza leader, a differenza della politica tradizionale,ma con una capacità  di far circolare idee e proposte a un ritmo forsennato grazie a Internet.
E poi basta un clic del mouse per far scattare il passaggio dal virtuale al reale.
Dal computer alla piazza.
Il problema, semmai, viene dopo. E in Spagna stanno cominciando a pensarci seriamente. Perchè sta tutto qui il senso della sfida, tanto grande da provocare una sensazione di vertigine a chi ci si è trovato in mezzo.
Come consolidare e rendere produttiva un’energia che nessuno immaginava potesse esplodere con la forza che si è vista in questi quindici giorni?
In altre parole: cosa vogliono fare da grandi i protagonisti del movimento “15M”?
Ne discutono senza sosta, giorno e notte, in decine di assemblee, non più solo nelle grandi piazze dei centri storici (proprio ieri a Madrid hanno convocato 250 riunioni in tutti i quartieri della capitale e nei comuni vicini).
Dal nucleo iniziale che ha dato vita alla protesta del 15 maggio — Democracia Real Ya — diventato ormai solo una piccola parte di un meccanismo molto più vasto e complesso, era partita una proposta di programma in otto punti, nella convinzione che da quella bozza si potesse arrivare a un consenso generale.
Si andava dall’eliminazione dei privilegi della classe politica, con la pubblicazione obbligatoria dei patrimoni e l’ineleggibilità  per gli imputati di corruzione, a una serie di misure contro la disoccupazione, tra cui il pensionamento a 65 anni, agevolazioni per le aziende con minore percentuale di contratti part time e proibizione dei licenziamenti collettivi nelle imprese in attivo.
Da una serie di misure per favorire il diritto alla casa, alla soppressione di posti inutili nella pubblica amministrazione.
Dai provvedimenti fiscali (aumento delle imposte sulle grandi fortune, tassa sulle transazioni internazionali) a un controllo più rigido sul sistema bancario, con la nazionalizzazione degli istituti in difficoltà  e la proibizione dei piani di salvataggio pubblici.
E poi ancora: riforma della legge elettorale in senso proporzionale e referendum vincolanti su questioni di grande interesse.
Programma vastissimo, forse troppo, tanto che alla fine hanno deciso di limitarlo, almeno in partenza, a quattro punti essenziali: riforma elettorale, lotta contro la corruzione, separazione effettiva dei poteri, creazione di meccanismi di controllo della cittadinanza sulle decisioni della politica.
Il guaio è che, con le regole snervanti della democrazia strettamente assembleare che gli indignados si sono imposti, qualcuno comincia a dubitare che si possa arrivare a decisioni concrete.
Ancora è presto per capire se ci troviamo di fronte a una versione riveduta e aggiornata del Maggio francese 1968 o, al contrario, a un grande e inconcludente happening.
“Meno circo e più rivoluzione”, ammonisce un grande striscione affisso alla Puerta del Sol.
Ma lì, nel cuore della protesta, tra tende da campeggio e grandi stand, banchetti per la raccolta di firme e biblioteca, ufficio informazioni e capannelli dove chiunque prende in mano un megafono ed espone le proprie ragioni — al vecchio stile dello Speaker’s Corner londinese — si vede ormai un po’ di tutto.
Compreso l’angolo “dell’amore e della spiritualità ”, con sessioni di yoga e tai chi, massaggi orientali e momenti di riflessione.
Con le telecamere dei grandi network puntate addosso — dalla Cnn alla Bbc ad Al Jazeera — i giovani della Spanish Revolution sentono il peso di una responsabilità  forse troppo grande. Dimostrare che “costruire una democrazia migliore” è possibile.
I migliori sociologi osservano, in parte smarriti, e cercano di capire.
C’è chi, come Javier Elzo, specialista nel comportamento e nei valori della gioventù all’Università  di Deusto, si chiede: “Cos’è rimasto dell’indignazione degli studenti francesi che lo scorso anno si ribellarono contro la riforma del sistema pensionistico?”.
O, per citare un caso più recente, cosa resterà  della mobilitazione dei book bloc britannici, in rivolta contro l’aumento delle tasse universitarie?
In Portogallo, un movimento nato appena due mesi fa, “Geraà§ao a rasca” (generazione nei guai) sembra aver già  esaurito la sua carica innovativa.
Ma lo scontento per un modello economico che crea emarginati, precari e nuovi poveri, si è ormai esteso su scala continentale.
E non è più limitato ai Paesi “fanalino di coda”.
Persino la solida Germania scuote alle fondamenta la classe politica.
Per il momento penalizzando alle urne i cristiano-democratici della cancelliera Angela Merkel, e premiando i Verdi come non era mai accaduto in passato.
Il futuro dirà  se il vento di Madrid, con le sue raffiche per ora irregolari ma ancora poderose, sarà  capace di raggiungere l’intera Europa.

Alessandro Oppes
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LOTTA ALL’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA: PIU’ FACILE REINTRODURRE VISTI NELLA UE

Maggio 25th, 2011 Riccardo Fucile

TORNANO I CONTROLLI IN CASO DI FLUSSI   MIGRATORI IMPROVVISI, PREVISTI ACCORDI CON I PAESI DEL NORDAFRICA….FACILITAZIONI PER L’INGRESSO DI STUDENTI, RICERCATORI E UOMINI DI AFFARI… QUALCHE MISURA DI BUON SENSO CHE INFATTI NON VIENE DAL GOVERNO ITALIANO

Una clausola di salvaguardia per reintrodurre rapidamente in Europa l’uso dei visti “in caso di improvvisi aumenti dei flussi migratori” dai Paesi, come quelli dei Balcani occidentali, dove essi sono stati liberalizzati; una nuova politica comune per l’asilo; l’avvio di accordi “su misura” con i Paesi del Nord Africa; facilitazioni per l’ingresso nella Ue di studenti, ricercatori e uomini d’affari. Sono i punti essenziali del pacchetto di misure contro l’immigrazione clandestina in Europa che è stato presentato oggi dalla Commissaria europea per gli affari interni, Cecilia Malmstrom.
Secondo Bruxelles il pacchetto di misure, che fa seguito alla comunicazione del 4 maggio scorso, ha lo scopo di “gestire meglio i flussi migratori dalla sponda sud del Mediterraneo” e “far sì che il regolamento attuale dei visti non permetta abusi”.
Resta “assolutamente cruciale”, per la Commissione, “la solidarietà  con gli Stati membri più esposti di fronte alle pressione resta assolutamente cruciale”.
“Quello che propongo oggi – ha detto la Commissaria – va oltre l’urgenza. Il nostro piano è quello di sviluppare una cooperazione più strutturata con i paesi del Nord Africa. E’ interesse tanto della Ue quanto dei paesi nordafricani di promuovere la mobilità  ed una migrazione ben gestita”.
“L’Europa – ha rilevato la Malmstrom – sarà  sempre più dipendente dai lavoratori immigrati. Il potenziale offerto dal Nord Africa dovrebbe essere sfruttato con benefici per entrambe le parti”.
Nel pacchetto di misure è prevista anche l’introduzione di una “clausola di salvaguardia” nella attuale politica europea dei visti.
Si tratta di un emendamento che, passando per una “corsia preferenziale”, permetterà  entro poche settimane di rivedere con estrema rapidità  la lista dei paesi i cui cittadini hanno bisogno di visto per entrare nell’Unione europea.
Attualmente il processo di entrata ed uscita dalla lista dura anni, lo scopo della clausola è quello di “impedire abusi” e fronteggiare “ogni possibile conseguenza negativa delle liberalizzazione dei visti”, rinforzando le frontiere esterne rapidamente “in casi eccezionali e ben determinati” di fronte a “imprevedibili e improvvisi” flussi migratori.
Attualmente i visti sono necessari per tutti i paesi del Nord africa, mentre sono stati liberalizzati per i paesi dei Balcani occidentali come Serbia, Macedonia, Montenegro e Albania.
La Commissaria ha detto di “non avere alcun paese in mente” verso il quale pensare ad una reintroduzione dei visti e che la clausola è pensata come “ultima ratio”, che spera “di non doverla usare mai”, ma che essa sarà  necessaria “per garantire l’integrità  del sistema”.

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ISTAT: UN ITALIANO SU QUATTRO SPERIMENTA LA POVERTA’, 500.000 GIOVANI DISOCCUPATI IN PIU’ IN DUE ANNI

Maggio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IL PIL STENTA, SIAMO IL FANALINO DI CODA DELLA UE…UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE E’ A “RISCHIO ESCLUSIONE”..L’ECONOMIA NEGLI ULTIMI DIECI ANNI E’ CRESCIUTA IN ITALIA SOLO DELLO 0,2% CONTRO UNA MEDIA UE DELL’1,1%….E AL GOVERNO PENSANO SOLO A LITIGARE

Circa un quarto degli italiani (il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni) «sperimenta il rischio di povertà  o di esclusione sociale».
Si tratta di un valore del 23,1% superiore alla media Ue.
Lo rileva l’Istat nel rapporto annuale presentato lunedì alla Camera dei Deputati dal presidente dell’Istituto di statistica, Enrico Giovannini , dal quale emerge un Paese in grande affanno.
«Nel decennio 2001-2010 l’Italia ha realizzato la performance di crescita peggiore tra tutti i paesi dell’Unione europea».
Il paese è «fanalino di coda nell’Ue per la crescita»: è questa la fotografia della situazione economica del paese contenuta nel rapporto annuale Istat.
Quella italiana «è l’economia europea cresciuta di meno nell’intero decennio», con un tasso medio annuo pari allo 0,2%, contro l’1,1% dell’Ue.
«Il ritmo di espansione della nostra economia – si legge – è stato inferiore di circa la metà  a quello medio europeo nel periodo 2001-2007».
L’Italia, insomma, ha avuto una «crescita dimezzata» e il divario «si è allargato nel corso della crisi e della ripresa attuale».
Nella media dello scorso anno l’economia italiana, ricorda l’Istat, è cresciuta dell’1,3 per cento, contro l’1,8 per cento dell’Ue.
«In Italia l’impatto della crisi sull’occupazione è stato pesante. Nel biennio 2009-2010 il numero di occupati è diminuito di 532 mila unità ».
I più colpiti sono stati i giovani tra i 15 e i 29 anni, fascia d’età  in cui si registrano 501 mila occupati in meno.
L’oltre mezzo milioni di occupati in meno (-2,3%) in due anni è quindi il risultato di una perdita di 501 mila posti tra gli under 30 (-13,2%), di un calo dei 322 mila unità  nella fascia d’età  compresa tra i 30 e i 49 anni (-2,3%) e di un aumento di 291 mila occupati tra gli over-50 (+5,2%).
L’economia che arranca incide profondamente sui i fenomeni sociali: nel 2010, gli abbandoni scolastici prematuri rimangono consistenti, al 18,8 per cento.
Il dato è più alto tra i ragazzi, 22,0 per cento contro il 15,4 delle ragazze. L’obiettivo fissato dal Pnr (15-16 per cento) non appare particolarmente ambizioso e non consente un avvicinamento deciso rispetto agli obiettivi comunitari.
Nella «Strategia Europa 2020», il piano che delinea le grandi direttrici politiche per stimolare lo sviluppo e l’occupazione nell’Ue gli abbandoni scolastici prematuri devono essere contenuti al di sotto della soglia del 10 per cento.
I giovani (20-24 anni) che hanno abbandonato gli studi senza conseguire un diploma di scuola media superiore interessa tutti i paesi dell’Unione (media 14,4 per cento).
Sono forti le disparità  tra gli Stati che già  hanno raggiunto o sono prossimi all’obiettivo (paesi del Nord Europa e molti tra quelli di più recente accesso) e alcuni paesi del Mediterraneo (Spagna, Portogallo e Malta), dove le quote di abbandono superano il 30 per cento.
Quasi ovunque l’incidenza è superiore tra i ragazzi rispetto alle ragazze.
L’occupazione femminile rimane stabile nel 2010, ma peggiora la qualità¡ del lavoro e rimane la disparità¡ salariale rispetto ai colleghi uomini (-20%).
Cresce inoltre i part time involontario e aumentano le donne sovraistruite.
I dati sul mondo del lavoro femminile in Italia sono contenuti nel rapporto annuale dell’Istat ‘La situazione del paese nel 2010’.
L’occupazione qualificata, tecnica e operaia, secondo quanto si legge è scesa di 170 mila unità¡, mentre è aumentata soprattutto quella non qualificata (+108 mila unità¡).
Si tratta soprattutto di «italiane impiegate nei servizi di pulizia a imprese ed enti e di collaboratrici domestiche e assistenti familiari straniere».
Un quadro drammatico del nostro Paese, mentre gli italiani assistono ai litigi della loro classe politica.

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DE MAGISTRIS OTTIENE, CON I VOTI DEL PDL, L’IMMUNITA’ PARLAMENTARE A STRASBURGO, LA STESSA CHE A PAROLE COMBATTE IN ITALIA

Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile

IL PARLAMENTO EUROPEO CONCEDE L’IMMUNITA’ ALL’EX PM IN UNA CAUSA DI DIFFAMAZIONE INTENTATA CONTRO DI LUI DA MASTELLA… LA STRANA COERENZA DI CHI PREDICA BENE E POI RAZZOLA MALE

Via libera all’immunità  parlamentare per Luigi de Magistris.
La sessione plenaria del Parlamento europeo ha approvato la richiesta dell’eurodeputato dell’Idv, per usufruire dell’immunità  parlamentare nella causa per diffamazione che gli è stata intentata da Clemente Mastella, anche lui eurodeputato (Udeur/Ppe) e come de Magistris in corsa per la poltrona di sindaco di Napoli.
L’approvazione è stata a larga maggioranza per alzata di mano.
De Magistris non era presente a Strasburgo.
L’11 aprile scorso la commissione giuridica aveva dato parere positivo a favore di de Magistris.
Nel dicembre 2009 Mastella aveva incaricato i suoi legali di agire contro de Magistris per il risarcimento dei «gravissimi danni subiti in ragione dell’operato dell’ex pm di Catanzaro» nella gestione «dell’inchiesta giudiziaria Why Not». All’epoca Mastella aveva chiesto un risarcimento di un milione di euro.
Ironico il commento di Clemente Mastella: «L’ex pm, invece di esercitarsi nell’insulto gratuito, invece di attaccare il Cavaliere, dovrebbe ringraziarlo pubblicamente. Quando Berlusconi verrà  a Napoli, de Magistris dovrà  farsi trovare in prima fila ad applaudirlo, per dirgli: grazie di cuore . Oggi, infatti, con i voti determinanti dei parlamentari del Partito popolare europeo, l’Asssemblea di Stasburgo ha votato ed approvato la sua richiesta di immunità  parlamentare, richiesta avanzata dall’ex Pm per sfuggire ad una mia querela, dopo che l’inchiesta Why Not si e’ rivelata una bufala, uno stratagemma per fare carriera politica».
«L’ex pm continua a scappare ed a farsi scudo dell’immunità  di parlamentare europeo – continua Mastella – la stessa immunità  che lui ed i suoi amici di partito continuano a condannare come un intollerabile privilegio. Complimenti, complimenti davvero per una così bella faccia tosta. Un chiaro esempio di doppia morale, che gli elettori sapranno sicuramente apprezzare».
Luigi de Magistris, candidato sindaco a Napoli, commenta così l’ok dell’europarlamento all’immunità : «Ad aprile la commissione giuridica ha dato parere positivo, oggi lo stesso parere è stato dato dal Parlamento europeo. Niente è cambiato e non ho intenzione di farmi trascinare in qualsiasi triviale gazzarra pre elettorale. Del resto, ho già  detto che non ho mai usufruito di scudi e immunità  nei procedimenti penali, e nelle cause civili, con le quali mi viene richiesto un risarcimento economico per le opinioni da me espresse, ho semplicemente fatto ricorso ad un diritto stabilito dalla Costituzione e dalla normativa europea. Le opinioni dei parlamentari sono insindacabili, come è giusto che sia e come ha confermato il Parlamento Ue».
Resta il fatto che lui e l’Idv in Italia sono contro la Casta e contro l’immunità , mentre a Strasburgo l’ex pm chiede e ottiene, per giunta con i voti del Pdl, lo scudo europeo in una causa di diffamazione.
Avrebbe fatto meglio per coerenza a farsi processare: la dignità  per noi non ha prezzo.
Forse per lui sì.

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IL GOVERNO TEDESCO ALL’ITALIA DI MARONI: “BASTA LAMENTARSI PER GLI ARRIVI DEI PROFUGHI, SOLIDARIETA’ E’ ANCHE ADEMPIERE AGLI OBBLIGHI”

Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile

IL MINISTRO TEDESCO IN UNA INTERVISTA AL “FIGARO” DENUNCIA IL GOVERNO ITALIANO PIAGNONE: “UN PAESE GRANDE COME L’ITALIA E’ PERFETTAMENTE IN GRADO DI ACCOGLIERE 12.000 RIFUGIATI”…LO SCORSO ANNO LA GERMANIA DA SOLA HA ACCOLTO 40.000 PROFUGHI SENZA LAMENTARSI OGNI GIORNO

Troppe lamentele di fronte a un problema non così grave: arriva dalla Germania, attraverso il giornale francese Le Figaro, il rimprovero del ministro dell’interno tedesco, Hans-Peter Friedrich: “L’Italia non ha alcun motivo di lamentarsi per la mancanza di solidarietà ” da parte dell’Europa sulla vicenda degli immigrati arrivati sulle coste meridionali.
”Il principio della libertà  di circolazione all’interno dell’Ue non può essere in nessun caso rimesso in questione, ma è altrettanto importante che il sistema Schengen venga rafforzato per far fronte a situazioni eccezionali” ha detto Friedrich.
”Dall’inizio del sollevamento democratico (in Nordafrica) sono stati appena 25mila gli immigrati arrivati in Italia e la maggior parte di essi hanno immediatamente proseguito il viaggio verso il nord, in particolare verso Francia e Belgio”, ha sottolineato il ministro.
”Un grande Paese come l’Italia”, ha proseguito Friedrich, ”può accogliere senza grandi difficoltà  i 10mila-12mila rifugiati che hanno deciso di rimanere sul suo territorio. La solidarietà  implica anche che si rispettino i propri obblighi. Lo scorso anno la Germania da sola ha accolto oltre 40mila richieste d’asilo”.
Invece non passa giorno che Maroni si pianga addosso e si lamenti per il mancato aiuto europeo, come se un grande Paese come il nostro non potesse far fronte a questi modesti arrivi in modo autonomo.
Se altri Paesi europei avessero avanzato le stesse richieste, quando è toccato a loro far fronte alle emergenze profughi, ci avrebbero dovuto inviare decine di migliaia di rifiugiati.
Ma non ci risulti che allora l’Italia si sia dichiarata disponibile ad accoglierli, in base a quegli stessi principi che ora pretenderebbe di imporre agli altri Stati.

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ECCO PER COSA SI DIMETTONO I POLITICI ALL’ESTERO: ANCHE PER AVER PAGATO CON SOLDI PUBBLICI UNA BARRA DI TOBLERONE

Maggio 9th, 2011 Riccardo Fucile

DA NOI NON SE NE VANNO NEANCHE DOPO DUE CONDANNE PER MAFIA… UNA SERIE DI CASI PER CUI I POLITICI STRANIERI SI SONO DIMESSI….LA FORMAZIONE PROTESTANTE INCIDE, MA SOPRATTUTTO IL FATTO CHE ALTROVE ESISTONO REGOLE, DA NOI NO

Cadono per lussuria, gola, superbia, ma anche per molto meno.
Raffiche di sms dal telefono di servizio a una spogliarellista (Ilkka Kanerva,
ministro degli esteri finlandese).
Una partita pantagruelica di sigari rimborsati a pie’ di lista (Christian Blanc, ministro per lo sviluppo francese).
Spiritosaggini con i giornalisti (Minoru Yamagida, ministro della giustizia giapponese).
Se sei un politico, altrove, basta e avanza per dimetterti.
Nell’ultimo mese hanno abbandonato almeno in due.
Il senatore repubblicano del Nevada John Ensign per una tresca con una sua dipendente sulla quale il comitato etico indaga da quasi due anni.
E il deputato indonesiano Arifinto, il cui Partito della prosperosa giustizia islamica aveva ispirato una draconiana legge anti-pornografia, beccato in aula a guardare un film a luci rosse.
A marzo ha lasciato Seiji Maehara, ministro degli esteri giapponese, reo di aver accettato 500 euro da una vecchietta che si è scoperto poi essere cittadina sudcoreana (la legge lo vieta per evitare interferenze straniere nella politica nazionale).
E Karl-Theodor zu   Guttenberg, la cause celèbre.
Nobile, bello, ministro delle difesa tra i preferiti del governo Merkel. Sino a quando la Sà¼ddeutsche Zeitung rivela che ha copiato parte della tesi di dottorato. Lui prima rinuncia al titolo di studio. Poi presenta le dimissioni. Con la faccia del samurai che si avvia al seppuku politico.
A scartabellare gli archivi dei giornali non passa mese senza che casi analoghi si verifichino.
Ingigantendo, per contrasto, l’allegra anomalia italiana di un premier ancora impassibilmente sulla poltrona dopo essere scampato alla giustizia per amnistie, prescrizioni e cambiamenti di legge in extremis.
Esagerano loro o sottovalutiamo noi?
E, soprattutto, a cosa si deve questa differenza culturale?
Intanto c’è un elemento religioso. «Per il cattolicesimo, filtrato dal senso comune, mai nulla è così grave da determinare una seria crisi di coscienza» spiega Sergio Fabbrini, direttore della School of government della Luiss, «basta una confessione per poter ricominciare da capo. Nei paesi protestanti questo azzeramento è molto più difficile. Il rapporto con dio è individuale, ogni persona — politici inclusi — risponde per se stessa. Perciò quelle opinioni pubbliche sono molto meno accomodanti della nostra».
Così, quando al presidente tedesco Horst Koehler in visita a Kabul nel maggio scorso scappa detto che «un Paese concentrato sull’export deve rendersi conto che sviluppi militari sono necessari per proteggere i nostri interessi» i tedeschi, contrari alla guerra in Afghanistan, lo crocifiggono .
Per arrivare all’estremo di Rhodri Glyn Thomas, ministro della cultura gallese, che   ha gettato la spugna per essere entrato fumando un sigaro acceso in un pub dov’era vietato, a poche settimane dalla gaffe di aver svelato il vincitore di un importante premio letterario.
«La grande differenza» dice ancora Fabbrini, autore del recente “Addomesticare il principe”, «sta nell’idea di leader. L’Italia, da sempre allergica alle èlite, ne vuole uno “come noi”, non c’è discontinuità  tra chi comanda e chi è comandato. All’estero no: lo vogliono “diverso da noi”. Obama, Clinton, Kennedy vengono dal circuito Harvard-Yale.
Abituati a parcheggiare in terza fila, passare col giallo e così via, preferiamo qualcuno che replichi i nostri difetti civici. Ma a quel punto chiederne la testa diventa impensabile».
Differenze confessionali, avversione per la classe dirigente: tutto necessario ma ancora non sufficiente a spiegare l’italica «sindrome SuperAttack» al potere.
Perchè nella pur pia Spagna il ministro della giustizia Mariano Fernandez si dimette nel febbraio 2009 sul semplice sospetto che possa aver cercato di interferire nelle indagini del giudice Baltasar Garzà³n sui membri dell’opposizione.
O quello dell’economia portoghese Manuel Pinho fa le valige nel luglio 2009 dopo aver dato ostentatamente del cornuto al capo del partito comunista per una divergenza di opinioni.
«Il dato cultural-antropologico esiste ma per spiegare il nostro eccezionalismo va ricordato» sostiene Alessandro Campi, direttore della Fondazione FareFuturo, «che mentre gli altri sistemi politici hanno regole, scritte e non, oltre le quali è impensabile andare, il nostro è da questo punto di vista un Paese totalmente destrutturato, con i meccanismi di sanzione saltati negli ultimi anni. La dialettica democratica richiede un’opinione pubblica vigorosa che si alimenti di una libera informazione. Ma se questa, e quasi tutto il resto, appartiene o è controllata da una sola persona, come nella deriva berlusconiana, chi dovrebbe innescare la reazione?».
Dai protestanti mutiamo giusto la natura diretta della relazione con la divinità , dirottandola però sul leader.
Il politologo Gianfranco Pasquino data lo spostamento nel 1994.
«Quando il candidato democratico Gary Hart si dimette sulla notizia che ha un’amante lo fa per non danneggiare il suo partito. Idem nei tanti esempi di cui lei parla. La discesa in campo di Berlusconi però cambia il rapporto degli elettori con la politica: non passa più attraverso il partito ma si salda direttamente al capo carismatico. Aggiungete poi il sistema uninominale che li blinda e vi accorgerete che da noi chiedere conto a un politico è impossibile».
La vice-premier svedese Mona Sahlin nel ’95 si fece da parte per aver pagato coi soldi pubblici una barra di Toblerone.
Le sembrava un peccato capitale.
Il senatore Marcello dell’Utri reputa evidentemente veniale una doppia condanna per associazione mafiosa.
Per non parlare delle pinzillacchere di 16 dibattimenti penali da cui è rocambolescamente passato il suo amico di sempre.
Nell’annunciare il suo passo indietro per difendersi in tribunale da varie accuse di corruzione l’allora premier israeliano Ehud Holmert dirà  «Sono orgoglioso di essere cittadino di un Paese in cui il primo ministro può essere inquisito come tutti».
Chissà  che emozione essere cittadini di un Paese con un presidente del consiglio così.
Inimmaginabile.

(da “PNE Presi dalla rete”)
Riccardo Stagliano

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