Novembre 3rd, 2019 Riccardo Fucile
TRENT’ANNI DOPO LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO, INTERVISTA AL MUSICISTA MASSIMO ZAMBONI: “IL NUOVO PENSIERO UNICO E’ L’INVASIONE DEI MIGRANTI”
La prima volta che lo vide rimase perplesso: “E questo sarebbe il Muro di Berlino? La parete che
regge tutta la tensione della Guerra Fredda? Credevo mi sarei trovato di fronte i bastioni di Troia, di Micene, di Babilonia. Invece, avevo davanti un prefabbricato di cemento alto un paio di metri. Duro al tatto, scabro, silenzioso”.
Era il 1981 e Massimo Zamboni — musicista, scrittore, autore di Nessuna voce dentro (Einaudi), memoir della sua giovinezza berlinese — di lì a poco avrebbe fondato, insieme a Giovanni Lindo Ferretti, proprio a Berlino, il gruppo punk più formidabile della scena italiana, i CCCP: “Era impossibile immaginare allora che quel muro sarebbe crollato nel giro di pochi anni. Il mondo era spezzato in due. Da una parte c’era la metà governata da Reagan, dall’altra quella di Brèžnev. Niente poteva unire quel che il muro aveva diviso. Eppure, se si ascolta la musica dei gruppi della Germania Orientale — oggi che lo si può fare — ci si accorge che era identica a quella che si ascoltava nei locali underground della parte ovest di Berlino: sperimentale, dura, severa, tetra, consapevole. La presunzione del muro era quella di segnare il confine invalicabile tra due mondi nemici. In realtà , il punk quel limite l’aveva attraversato, senza che nessuna sentinella potesse fermarlo, sparandogli addosso. Il presagio del crollo era già tutto lì, sebbene ancora impossibile da decifrare”.
Era un’alchimia irripetibile quella di Berlino Ovest, dove, prima dei punkettoni, avevano vissuto, suonato, composto e, in certi casi, toccato il vertice della propria creatività artisti come David Bowie, Lou Reed, Iggy Pop: “In un regime claustrofobico come quello, se hai qualcosa da esprimere, sei costretto a esprimerlo con violenza, senza alcuna mediazione. Quella città era un moncone di occidente immerso nel territorio della Repubblica Democratica Tedesca, del tutto atrofizzata economicamente. Ci vivevano solo i turchi, i vecchi, i ragazzi che volevano essere esentati dal servizio militare, giovani strani che venivano da tutta Europa”.
Lei perchè ci andò?
Lessi un articolo di Frigidaire di un certo Franz Tunda. Raccontava che, da un po’ di tempo, la cosiddetta ‘vetrina del mondo libero’ aveva i vetri sporchi. C’erano casini continui. Occupazioni di case, sgomberi, ri-occupazioni. Prosperava la sottocultura alternativa: circoli, librerie, teatrini, gruppi di ricerca. Era uno scenario da sogno per me che mi sentivo asfissiato da Reggio Emilia. Lasciai tutto e andai. Volevo guardare al di là della torretta, dall’altra parte del muro, dentro quel mondo che l’Occidente voleva negare”
Cosa vide?
La prima volta che andai a Berlino Est ero con Giovanni Lindo Ferretti. Camminammo lungo la via principale, che oggi è piena di negozi e alberghi, mentre allora era tappezzata dalle gigantografie dei dirigenti del Partito comunista. La musica classica era sparata a tutto volume, come una marcia trionfale. Fummo travolti da un’idea politica del mondo. Che ci attraeva e, insieme, ci respingeva.
Cosa vi attraeva?
L’attrazione, a volte, nasce dal rifiuto di qualcosa di sè. Noi venivamo dall’Italia dei primi anni ottanta. Un’Italia nella quale l’eroina viaggiava a velocità vertiginosa, le ideologie si erano frantumate, dove non si poteva ragionare di politica se non avevi una pistola in mano. Un’Italia dove imperversava il refrain della superiorità morale dell’occidente, un tappeto sotto il quale si nascondeva tutto ciò che non funzionava. Era un ritornello insopportabile. E poter andare dall’altra parte, osservando il nemico con i propri occhi, fu un grande insegnamento.
Quasi le dispiacque quando, trent’anni fa, crollò il muro?
No, non mi dispiacque affatto. L’enorme compressione dei diritti che subirono le persone della Germania dell’Est, con il suo paranoico sistema di controllo, non poteva che generare quello scoppio. La storia è un motore implacabile. Ha il suo ritmo. Compressione. Oppressione. Espansione. Liberazione. I suoi tempi sono stati rispettati con estrema precisione anche nel caso della caduta del muro di Berlino.
Cosa non la convince, allora?
La caduta del muro è stato un avvenimento sacrosanto e benedetto. L’enfasi con cui è stata presentata, però, è sospetta. Non si può celebrare il valore della libertà degli uomini un giorno, e dimenticarsene immediatamente il giorno successivo. Sì, il muro è crollato, ma nel mondo tanti altri muri sono stati eretti. Il grande nemico comunista è franato. E l’occidente è subito corso a sostituirlo. Oggi non abbiamo più paura dell’Impero sovietico. Il nuovo incubo che ci viene servito è l’invasione dei migranti che arrivano a depredarci dalle coste. La grande paura che regna nel nostro tempo è un nuovo muro — un muro mentale —, eretto dentro ciascuno di noi. Come tutti i muri, è oppressivo. Perchè spinge nell’angolo del pensiero unico.
Ma il crollo del muro non ha reso il mondo più libero?
Per certi aspetti sì, la liberazione ha dato più ossigeno. Ma alla liberazione è seguita una nuova compressione. Nel nord est della Germania, per esempio, la destra xenofoba avanza pericolosamente. Ora: io detesto pensare che la storia sia ciclica. Preferisco credere che abbia così poca fantasia che tenda a imitare se stessa. In ogni caso, sembra di essere alla vigilia di una nuova forma di oppressione.
È la sensazione che ebbe allora?
Allora mi sembrò che, con il muro, crollasse la diga che aveva impedito a due mondi dissolti di franare l’uno sull’altro. Da una parte, c’era il disfacimento del mondo comunista. Dall’altra, c’era il frantumarsi del mondo occidentale, altrettanto chiaro, ma completamente rimosso dalla retorica trionfalista della superiorità occidentale. Dopo la caduta del muro, queste due frane furono libere di mescolarsi. E infatti si mescolarono.
Perchè dice che il mondo occidentale era in crisi?
Fino alla fine degli anni settanta, in Europa e in America, la politica immaginava ancora il futuro come una possibilità . Poi, le bombe, la droga, la violenza di quegli anni chiusero completamente l’orizzonte, precipitandoci nel burrone in cui siamo ancora oggi: l’impotenza.
Nega che l’occidente sia uscito vittorioso dallo scontro con il comunismo?
Contesto la lettura appagante che i vincitori hanno dato del Novecento, seppellendo sotto la superficie della loro “vittoria” l’insieme di speranze, sacrifici e lotte che hanno costituito l’essenza della parola socialismo, e il cui significato non si esaurisce certo nella storia dell’Europa dell’Est.
Ha qualche nostalgia?
No, non credo che sia esistito, nè che possa esistere, il paradiso in terra. Quello in cui sono nato è l’unico mondo in cui io potrei vivere. In altri contesti, probabilmente, non sarei arrivato vivo all’età adulta. Siano benedette perciò l’Europa e l’Italia. Sia glorificata l’Emilia. Sia adorata la provincia di Reggio, nella quale vivo.
Però?
Però ritengo insopportabile la convinzione di noi occidentali di vivere nel migliore dei mondi possibili. E detesto il perbenismo con il quale giudichiamo, guardando dall’alto verso il basso, qualsiasi altra civiltà del mondo. Il problema è che la caduta del muro di Berlino ha accentuato questa pulsione, dando ancora più arroganza agli arroganti.
Cosa le piaceva del muro?
Il suo linguaggio franco e diretto. Non proclamava una finta libertà , nè passaggi facili, non ti faceva credere che il mondo potesse essere tuo. Era uno strumento politico. Affermava: “Di qui non si passa”. Era un imperativo sgradevole, ottuso, spietato, terribile, persino criminale. Però diceva la verità . Nelle nostre città , invece, le parole proclamano un cosa, la realtà ne afferma tante altre.
Come viveste il crollo del muro nei CCCP?
Anche noi eravamo un piccolo stato socialista, e perciò franammo insieme a tutti gli altri stati fratelli. La caduta del muro ci spinse a dichiarare che una storia era finita.
Poi però ricominciò, con i CSI.
Sì, ma era un’altra storia.
Invece, la sua storia con Lindo Ferretti?
Iniziò a Berlino, una sera d’estate del 1981 e si concluse alle fine del 1999, sempre a Berlino, dove eravamo andati a registrare il primo album di un nuovo piano quinquennale.
Perchè non ci riusciste?
Perchè i conflitti tra noi esplosero e non c’era più modo di governarli.
A Berlino iniziaste, a Berlino finiste.
Tutto quello che Berlino mi ha dato, con estrema generosità , nel 1981, Berlino me lo ha tolto, con altrettanta ferocia, diciotto anni dopo. Ma ho il conto in pari, con lei. E mi va bene così.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 2nd, 2019 Riccardo Fucile
NUOVA POLIZIA FISCALE, INCROCIO DEI DATI E NOMI DEGLI EVASORI ONLINE
Mentre il governo italiano vara nuove misure di contrasto all’evasione, la Francia raccoglie i
primi frutti della nuova legge contro le frodi fiscali varata ad ottobre del 2018.
La ricetta? Una nuova polizia fiscale, il raddoppio delle sanzioni, l’incrocio dei dati per indirizzare i controlli e la pubblicazione dei nomi dei condannati, Nei primi nove mesi dell’anno, le casse pubbliche d’Oltralpe sono riuscite a recuperare 5 miliardi e 600 milioni, il 40% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Per il ministro francese dei conti pubblici, Gèrald Darmanin, la somma rappresenta un successo dello Stato nella lotta all’evasione. Anche se la cifra include anche un assegno da 465 milioni staccato da Google per patteggiare con il fisco d’Oltralpe, oltre a 30 milioni versati dalla gruppo di asset management Carmignac per chiudere un contenzioso con lo Stato.
Al netto dei soldi sborsati dal colosso di Mountain View e dalla società di gestione francese, il risultato è comunque positivo perchè il fisco francese ha strappato all’evasione il 25% in più rispetto all’anno prima.
Su un totale sottratto all’erario stimato in circa 100 miliardi l’anno, cifra non molto lontana da quella italiana (110 miliardi). Ma come è riuscita Parigi a ingranare la marcia giusta nel recupero dell’evasione?
A seguito di uno scandalo per frode fiscale in cui era coinvolto l’ex ministro al Budget Jèrà’me Cahuzac, lo scorso anno il governo francese ha deciso di cambiare le regole del gioco approvando una legge ad hoc.
Innanzitutto la nuova legge (2018-898 del 23 ottobre 2018) ha istituito la “polizia fiscale”. Contrariamente al vecchio sistema di controlli, gli agenti del fisco hanno il diritto di fare delle vere e proprie indagini, esattamente come un normale corpo di polizia.
A regime saranno 200 gli agenti impegnati sul fronte evasione sotto il coordinamento di un magistrato che può autorizzare atti come perquisizioni o intercettazioni. Il legislatore d’Oltralpe ha inoltre rafforzato i poteri delle Dogane in materia di lotta ai software che consentono di effettuare frodi o dissimularle e ha incremento lo scambio di informazioni all’interno dei diversi rami della pubblica amministrazione.
Secondo la radio francese Europe1, solo sfruttando le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale le casse pubbliche sono riuscite a recuperare 640 milioni attraverso il “data mining”, cioè l’incrocio dei dati già in possesso dell’amministrazione.
La nuova legge ha poi previsto anche l’adozione del “naming and shaming”, cioè la pena accessoria della pubblicazione e diffusione delle sentenze di condanna per frode fiscale (come avviene negli Stati Uniti) che in precedenza era decisa in via facoltativa dal giudice.
E’ stato introdotto anche una sorta di Daspo per i consulenti fiscali, una sanzione amministrativa per i professionisti “complici” della frode.
A livello penale, sono state raddoppiate le sanzioni e accelerati i procedimenti, oltre ad essere stato rinforzato il sistema di ammende applicabili nel caso di offese ai pubblici ufficiali impegnati sul fronte
dell’evasione. Così oggi, nel caso di frode fiscale, in Francia si rischia un’ammenda fino a 500mila euro e fino a 5 anni di prigione.
“Queste pene possono arrivare fino a 3 milioni di multa e 7 anni di carcere se i fatti sono commessi in maniera organizzata”, spiega il sito del ministero delle finanze francesi. Inoltre, Parigi ha stabilito l’obbligo a carico delle piattaforme internet di trasmettere al fisco il fatturato dei loro utilizzatori al fine di assicurarsi che non siano utilizzati da professionisti che evadono il fisco: a tal fine è stata fissata la soglia minima di 3mila euro e di 20 transazioni per anno e per piattaforma da cui poi scatta la comunicazione obbligatoria. Infine è stata adottata una lista francese degli Stati e dei territori “non cooperativi”.
Per concludere Parigi ha poi cancellato il “Verrou de Bercy”, una sorta di monopolio accordato, nel diritto francese, all’amministrazione fiscale per avviare procedimenti penali in casi di frode.
Il “Verrou de Bercy” è stato cassato in seguito allo scandalo di cui è stato protagonista l’ex ministro del budget Cahuzac, che si era ritrovato nella paradossale situazione di dover decidere se procedere contro se stesso per evasione fiscale.
Oggi in caso di frode fiscale l’amministrazione francese è tenuta a trasferire il dossier in procura senza più chiedere l’autorizzazione di Bercy. Insomma anche la politica ha perso il suo scudo di protezione.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 2nd, 2019 Riccardo Fucile
MANIFESTAZIONE A GLASGOW
Sono state almeno 20mila le persone che hanno sfilato per le strade di Glasgow per chiedere
l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito.
Alla manifestazione ha partecipato anche Nicola Sturgeon, leader dello Scottish National Party e first minister scozzese. E’ stata la sua prima partecipazione ad un evento indipendentista negli ultimi cinque anni
“Una Scozia indipendente è più vicina che mai. E’ veramente a portata di mano”, ha affermato la Sturgeon in una dichiarazione diffusa prima della manifestazione di oggi.
Ieri, la first minister scozzese ha affermato che intende chiedere entro la fine dell’anno un nuovo referendum per l’indipendenza da Londra
Le elezioni anticipate del 12 dicembre, chieste dal premier Boris Johnson per uscire dall’impasse politica legata alla Brexit, secondo la Sturgeon sono per la Scozia “la possibilità di sfuggire alla Brexit e mettere il nostro futuro nelle nostre mani”.
La leader dell’Snp ha invitato gli elettori scozzesi a votare in massa per il partito, per rafforzare le chance di indipendenza della Scozia
Nel 2014, nel primo referendum per l’indipendenza, il 55 per cento degli scozzesi votarono contro il distacco dal Regno Unito. Tuttavia, nel referendum del 2016 sulla Brexit, il 62 per cento degli elettori in Scozia si pronunciarono a favore della permanenza nell’Unione europea.
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2019 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE HA SALVATO L’EURO, MA E’ STATO LASCIATO SOLO DAI GOVERNI UE… DEFINITO “IL MIGLIOR BANCHIERE CENTRALE SULLA FACCIA DELLA TERRA” DAL PREMIO NOBEL KRUGMAN, DRAGHI HA RESO LUSTRO ALL’ITALIA NEL MONDO
Mario Draghi è l’uomo delle crisi, quello che ti riacciuffa dal pozzo in cui sei precipitato e ti indica la strada, quello che quando la speranza ha abbandonato gli altri lui sa cosa fare.
Si potrebbe quasi dire che nella sua trentennale carriera questo è stato il suo vero mestiere.
Nel 1992 da direttore generale del Tesoro ha contribuito ad affrontare il più grande shock finanziario mai capitato all’Italia, nel 2006 è stato chiamato alla guida della Banca d’Italia per risollevarne la reputazione caduta fin troppo in basso durante il regno di Antonio Fazio, nel 2012 come presidente della Bce ha salvato l’euro dall’autodistruzione.
Quando la prossima settimana, raccolte le sue ultime cose, uscirà definitivamente dal suo ufficio al 40mo piano della Eurotower, dire che lascerà un vuoto è dir poco.
Al momento di assumere l’incarico di presidente della Bce nel novembre del 2011 l’euro era nella tempesta, la crisi della Grecia aveva contagiato Italia e Spagna, il sistema della moneta unica poteva saltare e nessuno, nè i governi, nè gli organismi internazionali nè gli studiosi di tutte le scuole di pensiero sapevano cosa fare, molti pronosticavano il crollo dell’intero sistema nell’arco di pochi mesi.
Con quelle poche parole pronunciate il 26 luglio del 2012 a Londra davanti a un pubblico attonito – “Faremo qualunque cosa per salvare l’euro e credetemi basterà ” – Draghi riuscì ad arginare la speculazione, riportare la calma sui mercati e passare alla controffensiva, avviando una politica di tassi d’interesse minimi o negativi e immettendo nel sistema circolatorio dell’economia europea una enorme massa di denaro con il Quantitative easing.
L’obiettivo era una crescita nella stabilità finanziaria. Tutto ciò gli è stato possibile grazie al sostegno o meglio alla non opposizione della cancelliera Angela Merkel e della Francia dato che la Bundesbank e i media tedeschi lo hanno sempre ferocemente avversato. Un comportamento questo che è stato per lui un cruccio costante.
Ma dato che come diceva Milton Friedman nessun pasto è gratis, anche il salvataggio dell’euro ha avuto un costo che non si misura solo nella ostilità dell’opinione pubblica del paese europeo leader.
Per far crescere l’Europa e rianimare l’inflazione quel tanto che basta ad allontanarsi dalla linea di demarcazione della deflazione Mario Draghi ha dato fondo con creatività a tutto l’armamentario di una politica monetaria espansiva.
Ha messo in campo gli Omt, ovvero gli acquisti di titoli di Stato dei paesi in affanno sotto condizioni, un programma generalizzato di interventi sul mercato dei debiti sovrani con volumi e tempi predeterminati ma senza condizioni (il Quantitative easing), la riduzione dei tassi sui depositi delle banche presso la Bce a livelli negativi in modo da stimolarle a utilizzare la liquidità nel finanziamento dell’economia e non parcheggiarla a Francoforte. Più molto altro.
Ma come diceva Guido Carli negli anni Sessanta “il cavallo non ha bevuto”. L’economia europea dopo un biennio di ripresa nel 2016-2017 è tornata a rallentare ed ora si avvia alla recessione. Draghi che aveva rimesso nella cassetta degli attrezzi il Qe è stato costretto a riprenderlo in mano in fretta e furia.
L’eredità che Super Mario lascia al suo successore è dunque pesante. Intanto Christine Lagarde con ogni probabilità si troverà a convivere per anni con il fantasma di quello che il premio Nobel Paul Krugman ha definito “il miglior banchiere centrale sulla faccia della Terra”.
Ogni sua mossa sarà misurata in rapporto a quello che avrebbe fatto Draghi, nonostante il suo compito sia per certi versi anche più difficile di quello del suo predecessore. E questo perchè la cassetta degli attrezzi utili a tirare su l’economia dalle sabbie del suo immobilismo sembra essersi esaurita e Madame Christine dovrà inventarsi qualche nuovo strumento da impiegare nella lotta a questa strisciante stagnazione nella quale sembra essere precipitata l’economia europea.
Molto dipenderà anche dal comportamento dei governi europei. Se essi riusciranno in modo coordinato ad azionare la leva della politica fiscale per la crescita, il lavoro della Lagarde sarà facilitato. Ma se resterà come è stato per molti anni Draghi sola, il suo sarà un mandato molto impegnativo.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 24th, 2019 Riccardo Fucile
BOCCIATA PER SOLI 2 VOTI UNA MOZIONE CHE RICHIAMAVA AL RISPETTO DELLE NORME INTERNAZIONALI VIGENTI, DECISIVI 14 ASTENUTI GRILLINI… STANNO ANCORA A DIFENDERE I DECRETI SICUREZZA CRIMINALI DEL LORO EX COMPAGNO DI MERENDE
Non è passata per soli 2 voti, in aula a Strasburgo, la risoluzione di ‘Socialisti&Democratici’, Liberali
(Renew Europe), Verdi e sinistra del Gue che chiedeva, tra le altre cose, porti aperti alle ong che soccorrono migranti in mare e si esprimeva contro la criminalizzazione delle ong.
Bocciata con 290 no contro 288 sì, 36 gli astenuti tra i quali anche i 14 del Movimento cinquestelle che avevano prima assicurato il loro sostegno dopo aver presentato un emendamento anti-Carola Rackete, la capitana tedesca che a giugno, senza autorizzazione allo sbarco, ha condotto in porto a Lampedusa la nave Sea Watch con 53 migranti a bordo. Caduto il loro emendamento, si sono sfilati.
I fatti stanno così: la risoluzione su ‘Ricerca e soccorso’ nel Mediterraneo era stata approvata in Commissione Libe da tutti i gruppi progressisti. Ma il Movimento aveva offerto il proprio sostegno a patto che fosse approvato un emendamento che chiedeva porti aperti nel rispetto delle “convenzioni internazionali e di tutte le norme applicabili”. Una formula vaga che ieri l’eurodeputata pentastellata Ferrara spiegava in questi termini davanti alle tv e alla stampa italiana a Strasburgo: “Vogliamo rifarci a quelle che sono le normative internazionali in materia, le convenzioni internazionali e le leggi nazionali applicabili ai diversi casi. Questo è ciò che deve rappresentare la bussola per le operazioni di sbarco”.
“Leggi nazionali”. Dunque anche le leggi sulla sicurezza di Salvini.
Di fatto un emendamento anti-Carola, per impedire altri casi come quello della Sea Watch che, dopo oltre due settimane di mare aperto con 53 migranti a bordo, ha potuto sbarcare a Lampedusa per la decisione ferma della Capitana Rackete di sfidare i divieti di Salvini. Non è una forzatura giornalistica: è nelle cose, almeno per come le ha spiegate ieri Ferrara.
Diversa, se non opposta, l’interpretazione dei socialisti e dei Verdi che pure avevano firmato l’emendamento M5s. “Per noi il riferimento è soltanto alle convenzioni internazionali e non alle leggi di Salvini, che non appoggiamo assolutamente”, ci diceva ieri la Verde tedesca Alexandra Geese, stranita dalle dichiarazioni di Ferrara.
Così anche il Dem Pierfrancesco Majorino: “E’ questa l’interpretazione corretta: nel rispetto delle convenzioni internazionali e basta”.
Polemica di ieri sera: oggi l’emendamento in questione non è stato messo ai voti. E’ caduto perchè i Liberali ne hanno presentato un altro che chiedeva l’apertura dei porti “alle navi delle ong che hanno effettuato operazioni di salvataggio e intendono far sbarcare i passeggeri”. Stop. Questo emendamento è passato.
Ma a questo punto per il M5s l’accordo non c’era più. Perchè volevano la specifica “tutte le norme applicabili”, che per i pentastellati significa, come ha spiegato ieri Ferrara: anche le leggi di Salvini, ancora in vigore.
Per chi ha dimestichezza con il diritto, le leggi e convenzioni internazionali che l’Italia ha sottoscritto sono prevalenti sul diritto nazionale. In pratica i decreti sicurezza di Salvini sono carta igienica . Evidentemente il M5s ama la cellulosa padana.
(da agenzie)
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Ottobre 19th, 2019 Riccardo Fucile
UN MILIONE DI EUROPEISTI IN PIAZZA A LONDRA: CHIEDONO UN NUOVO REFERENDUM
È un clamoroso colpo di scena. L’emendamento del parlamentare conservatore moderato Sir Oliver
Letwin, è passato. Piombando come un macigno su quello che sarebbe dovuto essere il giorno dell’ufficialità¡ dell’uscita Ue e della consacrazione politica per Boris Johnson, dopo il controverso accordo Brexit con l’Ue e dopo 24 ore di pressioni enormi sugli indecisi tory e laburisti che, in numero sufficiente per Boris, avevano ceduto per il voto di oggi.
Westminster ha quindi fermato il premier britannico: con il sostegno trasversale di altri ‘ribelli’ conservatori, degli unionisti nordirlandesi del Dup e della gran parte dei deputati dei partiti di opposizione l’emendamento ha ottenuto 322 sì contro 306 no.
Cosa provoca l’emendamento Letwin
L’emendamento mira a imporre una nuova proroga della Brexit: suggerendo la sospensione della ratifica del deal fino all’approvazione di tutta la legislazione connessa, se necessario anche oltre la scadenza del 31 ottobre, contro il volere di Johnson che ha già annunciato di voler spostare l’accordo sul suo deal alla settimana prossima, allegato alla legislazione connessa. “Non negozierò un rinvio con l’Ue e la legge non mi obbliga a farlo”, ha spiegato il premier dopo il voto, “la cosa migliore per il Regno Unito e la Ue” è l’uscita in base ai termini dell’accordo negoziato tra Londra e Bruxelles. “La prossima settimana”, ha annunciato, il governo presenterà ai Comuni la legislazione per l’uscita dalla Ue il 31 ottobre”.
Johnson, “ora deve rispettare la legge” che prevede un rinvio della Brexit, ha dichiarato il leader dei laburisti, Jeremy Corbyn sollecitando il premier conservatore a “riflettere molto attentamente” sul suo rifiuto di chiedere una proroga del periodo di negoziazione sulla base dell’articolo 50. “Riteniamo che alla fine il popolo debba avere l’ultima parola sulla Brexit”, ha aggiunto confermando l’intenzione di chiedere un referendum sull’accordo raggiunto tra Johnson e Bruxelles
La marcia per un nuovo referendum
L’emedamento sposta il voto decisivo sull’accordo Brexit a dopo l’approvazione di tutta la legislazione allegata e non prima, cioè oggi come è previsto, in una giornata ad alta tensione con centinaia di migliaia di manifestanti anti-Brexit attesi fuori dal Parlamento. Gli organizzatori della marcia in corso a Londra in favore di un secondo referendum sulla Brexit affermano di aver portato in piazza “un milione di persone”.
Le possibilità di Johnson
Ora Johnson è costretto a chiedere preventivamente un rinvio alla Ue, anche se lui ha detto che non lo farà mai (“meglio morto in un fosso”), aprendo così uno scontro costituzionale senza precedenti. Johnson non può tecnicamente ritirare la mozione ma molto probabilmente farà uscire i deputati conservatori favorevoli alla Brexit e la farà dunque cadere.
Lo scontro costituzionale
Letwin sostiene che il suo è un emendamento per scongiurare ogni possibilità di No Deal e legare le mani ai brexiter estremisti e a loro eventuali follie. A Downing St invece credono che sia solo una mossa per far ritardare la Brexit, se non deragliarla.
In ogni caso, sembra – ma lo vedremo – che Johnson si sia convinto a inviare comunque all’Ue la lettera di rinvio, per evitare anche uno scontro costituzionale senza precedenti e magari rischiare il carcere.
Quindi perdono, al momento, significato le parole molto diplomatiche pronunciate dal premier nel discorso stamani che ha esortato a votare il piano per “portare a termine la Brexit dopo tanti anni di divisione: una vera Brexit, con cui riprenderemo il controllo dei confini, delle leggi, del commercio, agricoltura e pesca”.
E un significato relativo acquistano anche le parole del leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, che ha definito l’accordo “peggiore di quello di Theresa May, pericoloso per l’unità del Regno Unito” chiedendo pure, come fa da un po’ di tempo dopo lunghi mesi di ambiguità sul tema, un secondo referendum sulla Brexit.
Insomma, il super-sabato che doveva timbrare l’uscita del Regno Unito dalla Ue è diventato un altro incredibile rinvio della Brexit, oramai diventata un thriller imprevedibile e una lunghissima, estenuante, forse infinita partita a scacchi.
(da agenzie)
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Ottobre 5th, 2019 Riccardo Fucile
LE CARTE VINCENTI: INCENTIVI ALLA IMMIGRAZIONE E LOTTA ALLA DISOCCUPAZIONE
Mancano poche ore al voto per le elezioni legislative in Portogallo, ma dagli ultimi sondaggi sembra che il Partito Socialista (Ps) del primo ministro Antà³nio Costa sia in netto vantaggio, si parla di 7 punti, sui rivali del Partito Social Democratico (Psd) di centro-destra guidato da Rui Rio.
Gli ultimi dati sui consensi parlano addirittura di un Ps al 38%, risultato che, se confermato dallo spoglio, permetterebbe al premier di continuare a governare rinunciando anche a uno dei due alleati che fino a oggi hanno appoggiato l’esecutivo di estrema sinistra: il Bloco de Esquerda, dato al 10%, e i Comunisti, al 6%.
A differenza di altri Paesi europei, la campagna elettorale non è stata dominata dalla questione dell’immigrazione.
In Portogallo vi è un ampio consenso sulla necessità di accogliere i migranti per far fronte alla domanda di lavori non qualificati e per contribuire a compensare il basso tasso di natalità .
Per questo, Costa ha promesso che se verrà eletto proporrà di rendere l’immigrazione più semplice abolendo un sistema di quote introdotto dal precedente governo di centro-destra. Da parte sua, Rio preferirebbe più cautamente trovare un equilibrio tra una politica delle porte aperte e le esigenze del Paese.
Alla base del problema c’è soprattutto il basso tasso di natalità che minaccia il finanziamento del sistema di welfare, anche alla luce delle previsioni Ue secondo cui la popolazione del Portogallo scenderà a 6,6 milioni nel 2100 rispetto agli attuali 10,3 milioni.
Ma la carta vincente di Costa rimane l’economia, che durante il governo socialista è passata da una crescita dello 0,19% nel 2014 al 2,1% nel 2018, mentre il tasso di disoccupazione si è dimezzato a circa il 6%.
(da agenzie)
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Ottobre 1st, 2019 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DI STRACHE PRIMA DI ESSERE ESPULSO DOPO L’IBIZA-GATE E LO SCANDALO DELLE SPESE PAZZE
L’ex leader della ultradestra austriaca Fpoe, Heinz-Christian Strache, si è autosospeso dal partito, che ha guidato per 14 anni, e ha annunciato la sua uscita dalla politica.
L’ex cancelliere ha convocato in mattinata una conferenza stampa, giocando così in anticipo per evitare la sua espulsione dal partito che ormai era imminente dopo Ibiza-gate e lo scandalo delle spese pazze. Strache ha respinto tutte le accuse e ha sottolineato che non punta alla scissione della Fpoe.
Strache ha negato future ambizioni politiche. “Non voglio che mia moglie soffra un secondo in più”, ha detto, annunciando che ora si dedicherà maggiormente alla famiglia. Strache non ha invece chiarito se sua moglie Philippa accetterà il seggio in parlamento che le spetta. Dopo la breve dichiarazione Strache ha lasciato la sala, senza rispondere alle domande dei giornalisti.
Strache aveva assunto la guida del partito nel 2005, quando la Fpoe era in una profonda crisi e i sondaggi la davano addirittura al 3%, ovvero sotto la soglia di sbarramento.
È seguita una lunga ascesa e – prima dell’arrivo del giovane popolare Sebastian Kurz sulla scena politica – il partito di ultradestra era addirittura in testa nei sondaggi.
La stampa austriaca ipotizza comunque che Strache possa avere un piano B, visto che ieri è stato registrato l’indirizzo internet “liste-strache.at”, che fa pensare a una sua candidatura alle comunali a Vienna nel 2020.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2019 Riccardo Fucile
“FACILE BENEFICIARE DEI VANTAGGI ECONOMICI DELL’EUROPA E POI NON ACCETTARNE GLI ONERI”… BEN DETTO: FUORI DAI COGLIONI CHI HA ADERITO ALL’EUROPA SOLO PER SUCCHIARE SOLDI
Ora sui migranti si dovrà fare sul serio: “Nessun paese europeo può essere membro della zona
Schengen, beneficiare della libertà di movimento delle persone, e al tempo stesso rifiutarsi di partecipare agli accordi di ripartizione degli oneri relativi alla crisi migratoria”.
A dichiararlo, intervenendo oggi alle Nazioni Unite, è stato il premier greco Kiriakos Mitsotakis.
“La solidarietà non è una strada a senso unico”, ha aggiunto.
“I paesi di arrivo non possono e non dovrebbero sopportare il peso della pressione migratoria da soli”, ha poi sottolineato, parlando della gestione del flusso migratorio come di “una sfida europea” che richiede un approccio integrale e soluzioni ampie “basate sulla ripartizione delle responsabilità e non su agende xenofobe”.
(da agenzie)
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