Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
E DISEGNA UNA NUOVA EUROPA NON DELL’ECONOMIA MA DELLA COESIONE SOCIALE
Per una serie di motivi, interni ed esterni, rispetto al passato oggi la scena internazionale è molto
meno frequentata da parte delle grandi potenze.
Gli Stati Uniti di Trump sono in piena fase di ripiego, impegnati a minare quei ponti che loro stessi avevano costruito con Asia, America Latina ed Europa.
La Russia di Putin è fin troppo concentrata sul grande gioco della Siria e sul controllo dei confini con la Nato nell’Europa dell’Est. La Germania è ancora paralizzata dalla lunga trattativa per la formazione di un nuovo governo, il Regno Unito si sta leccando le ferite autoprovocate con la Brexit.
Solo la Cina dell’ormai presidente a vita Xi Jiping e la Francia di Emmanuel Macron sono attive in politica estera. Soprattutto Parigi sta approfittando del vuoto lasciato dai suoi principali competitor inglesi e tedeschi, e dell’insignificanza eterna dell’Italia, per rilanciare con forza la sua presenza in diversi scenari internazionali.
Partendo dalla Cina, dove nella sua recente visita Macron ha fatto capire che si candida a essere alleato del gigante asiatico nella costruzione di una globalizzazione controllata, basata sulla reciprocità soprattutto in materia di delocalizzazione produttiva e di perdita di posti di lavoro.
Il tema è già stato affrontato dall’inquilino dell’Eliseo nei confronti dei Paesi dell’Est europeo: cooperazione sì, dumping sociale sul costo del lavoro no.
Ma l’Asia non è solo Cina, in India Macron ha firmato accordi commerciali per 13 miliardi di euro con il governo Modi portando il livello di relazione tra i due stati a quello di “partnership strategica”. In buona sostanza, la Francia diventa l’alleato europeo chiave per New Delhi.
L’altro fronte che vede attiva Parigi è un “classico” della storia della Francia, progressivamente abbandonato nel tempo: il Medio Oriente. Il punto più alto dell’impegno di Macron è stata la mediazione tra Iran e Arabia Saudita che ha messo in sicurezza il Libano, strappando ai sauditi il premier libanese Saad Hariri, che era praticamente sequestrato a Riad ed è tornato a Beirut nel pieno dei suoi poteri.
Ultimo fronte di visibilità è l’Africa saheliana, il cortile di casa per i francesi, che sono impegnati in prima linea a tutela della stabilità dei regimi amici aggrediti dai gruppi jihadisti. Un grande impegno militare in condizioni difficili, ma che ha permesso la riconquista del Mali settentrionale e la tenuta del Niger, crocevia regionale.
Fa parte del buon momento della diplomazia francese anche l’avere convinto l’Italia a impegnarsi militarmente in quella zona con la promessa di incidere sul controllo dei flussi dei migranti, tema che in realtà non interessa minimamente alla Francia.
Il punto centrale dell’offensiva di Macron resta però il processo di integrazione europea.
Dopo la rottura con il Regno Unito, che a Parigi hanno più festeggiato che rimpianto, la Francia si considera la locomotiva che dovrebbe guidare l’Europa nel grande passo verso la costruzione di un’entità politica unica.
Un passo da fare insieme all’alleato di ferro, la Germania, ma senza disdegnare la solidarietà dei Paesi mediterranei, soprattutto Spagna e Italia, per riuscire a strappare meno vincoli di bilancio al rigore di stampo teutonico.
La Francia sta proponendo un modello di integrazione percorribile, con la creazione di un Ministero delle Finanze europeo, con un suo budget e con competenze per affrontare le crisi economiche anche sul fronte dell’occupazione.
Non solo economia quindi, ma anche coesione sociale.
E questo senza andare a toccare il parametro del 3% di deficit come massimo tollerato, per non urtare la sensibilità della cancelliera Merkel.
Emmanuel Macron ha davanti a sè una grande opportunità , quella di restituire alla Francia un ruolo da potenza globale. Oltre alle sue capacità personali, che il tempo confermerà o smentirà , è il contesto internazionale che sembra quasi congiurare per far tornare a splendere la stella di Parigi.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
LO SCRITTORE DI PAOLO: “GLI ADULTI SPAVENTATI DALLA CRISI HANNO DECISO IL RISULTATO DEL VOTO”
Paolo Di Paolo sta scivolando con i suoi 34 anni lentamente fuori dalla categoria giovani, ma ci rimane immerso, frequenta università , licei, tiene i radar accesi sulla sua generazione e quelle che la precedono. Parla con loro, alle sue presentazioni accorrono in tanti.
Ha discusso a lungo prima del 4 marzo con molti ragazzi per capire come si muovessero sull’onda lunga del cambiamento, che con più o meno precisione, tutti vedevano arrivare. Non ha ricette da vendere, ma una convinzione: «Non è detto che questa sia una rivoluzione di giovani per i giovani».
Partiamo da qui. Che rapporto hanno i venti/trentenni con la politica?
«Una delle cose che faccio più spesso è andare nelle scuole, e mi diverte molto provocare gli studenti. Chiedo loro della realtà che li circonda e li ho interrogati sulle elezioni, su quale schieramento si sarebbero orientati. Le risposte hanno manifestato disillusione, quando non apatia: una distanza quasi incolmabile da superare. Non lo capiamo, non ci interessa, non è cosa per noi, ripetono».
Oltre a questo dato comunque c’è un altro filo che li unisce?
«Sì, e mi ha colpito molto. Soprattutto i ragazzi nati a cavallo tra i due secoli, quelli andati a votare per la prima volta chiedono una cosa che non mi sarei mai aspettato, viste le premesse. Vorrebbero professori più “impegnati”, che spendessero più tempo a spiegare loro i fondamentali della vita pubblica. Questo, nelle nostre scuole, avviene di rado: i docenti, anche legittimamente, sono prudenti, o addirittura spaventati da polemiche e attriti con i genitori».
Salendo di qualche anno, arriviamo a una generazione più volte definita come perduta: senza lavoro, senza prospettive. Ha influito sul voto?
«Sì, certo. Nelle cene con i miei coetanei l’aria di disincanto era palpabile. Il non voto o la scheda bianca erano la tentazione più condivisa, con frasi del tipo: no, no, questa volta proprio non ce la faccio. Qualcuno ha volutamente “disperso” il voto verso formazioni minuscole, pur sapendo benissimo che non sarebbe stata una scelta decisiva. Ma alla fine, comunque, l’astensionismo nella fascia giovane non è stato oceanico, anzi».
Questo dimostra che non sono stati i giovani gli artefici della rivoluzione: chi sono stati i protagonisti?
«Mai come oggi nella storia dell’Italia, ma penso anche al resto del mondo, c’è una frattura così profonda tra adulti e giovani. A terremotare il panorama politico credo sia stata soprattutto la generazione di mezzo, quella che nel corso di questi anni difficili ha visto rimpicciolire sempre di più il proprio spazio, le proprie certezze. Inascoltati dalle forze tradizionali, le hanno abbandonate. E se i ragazzi sono nati post-ideologici, i loro padri sembrano esserlo diventati per disperazione».
Ma in teoria i giovani dovrebbero essere il motore di una nazione. Come si fa a risollevarsi senza la loro potenza?
«Non lo so, ma non vorrei svegliarmi quarantenne in un paesaggio dove il sentire comune si nutre solo di rancore. Bisogna ricostruire spazi di azione politica. Spesso la mia generazione si affida all’impegno sociale, al volontariato, ed è bellissimo, ma conta anche – per citare il giovane Gobetti, a cui ho dedicato un romanzo – restare politici nel tramonto della politica».
Non pensa che per far questo serva anche un ruolo più attivo degli intellettuali, mai così silenziosi come questa volta?
«Assolutamente sì. Sono, anzi siamo, stati in disparte, per imbarazzo forse: abbiamo smesso di porre temi al centro del dibattito, abbiamo rinunciato a lavorare sulle parole, lasciando che prevalessero le peggiori del vocabolario pubblico, le più pericolose. Prenda la parola “sicurezza”: era in tutti i programmi. Ma cosa significa di preciso? È una parola-bandiera, troppo facile e approssimativa».
Cosa suggerisce ora come rimedio?
«Basta chiudersi dentro le nostre rassicuranti comfort zone. Sono importanti i saloni del libro, ma non bastano. Apriamo le finestre, facciamo entrare domande nuove».
Nel solco di quello che lei dice c’è stata forse anche una sorta di demonizzazione di 5Stelle e Lega. Concorda?
«Demonizzati non so, ma sicuramente c’è diffidenza reciproca. O almeno c’è stata fino all’altro ieri. Salvini e Grillo non amano gli intellettuali – parola che usano come un insulto – e gli intellettuali sembrano (o sembravano) non amare Salvini e Grillo. E ora? Forse rintanarsi in una opposizione astratta, mentale, è facile. Cercare uno spazio di dialogo, con i cittadini più che con i leader, è necessario».
Oltre a sicurezza una delle parole oscure, velenose di questa campagna elettorale è stata «Europa», vista solo in chiave negativa. Che ne pensa?
«Ecco, su questo terreno potrebbero giocare un ruolo decisivo e salvifico i giovani. I più anziani la detestano, riescono a vedere solo i diktat di Bruxelles o della Merkel, ma tra i ragazzi il sentimento è diverso. Per molti di loro l’Europa è una sola immensa città : così l’hanno scoperta e vissuta. Tempo fa, ho fatto un esperimento che mi ha molto emozionato».
Quale?
«Ho domandato, con alcuni amici scrittori, a un gruppo di ragazzi di completare la frase “Se dico Europa”. Dite la prima cosa che viene in mente. Hanno restituito solo esperienze e immagini positive: non politiche, questo no, ma vitali, luminose».
Come si può tradurre questo in politica?
«Ripartendo proprio da un paesaggio emotivo, da una conquista – un continente senza passaporti – che stiamo mettendo in discussione. Sono convinto che se le forze vincenti confermassero le loro spinte anti-europeiste, l’elettorato giovane proverebbe a frenarle».
(da “La Stampa”)
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Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
JEAN MARIE CONTRO LA FIGLIA: “FARA’ LA FINE DI FINI IN ITALIA”
Il nome Rassemblement national, con il quale Marine Le Pen vuole ribattezzare il Front National, è già un pasticcio a poche ore dall’annuncio, domenica a conclusione del congresso di Lille.
“Un nome nazionale, un grido di raduno” aveva detto dal palco la leader. Ma il nome nuovo era già stato utilizzato fra il 1986 e il 1988 come appellativo del gruppo parlamentare del Front all’Assemblea nazionale.
Ma non solo: il Rassemblement national populaire era il partito del collaborazionista Marcel Deat durante la Seconda guerra mondiale.
Inoltre, Rassemblement national è un nome già depositato all’Istituto nazionale della proprietà industriale (INPI) dal dicembre 2013 da parte di Frederick Bigrat, segretario generale del movimento sovranista Rassemblement pour la France.
Lo stesso Bigrat ha depositato all’INPI il logo del Rassemblement pour la Republique (RPR), il partito di Jacques Chirac sciolto nel 2002 e del quale nessuno aveva pensato a depositare il nome in precedenza.
Il consigliere della Le Pen, Phlippe Olivier, spiega al settimanale L’Obs che il Front ha acquistato regolarmente la denominazione Rassemblement national.
Protesta, infine, in questo inizio caotico per il neonato RN (sottoposto peraltro al voto degli iscritti), Igon Kurek, collaboratore dell’ex ministro Charles Pasqua, presidente del Rassemblement pour la France: “RN esiste già – fa sapere – sono molto stupito dal dilettantismo di Marine Le Pen e del FN… il RN esiste e si presenterà alle elezioni amministrative nel 2020”.
Il Front National ha replicato di voler portare in tribunale chiunque utilizzi il marchio Rassemblement national per “uso fraudolento” del nome, regolarmente acquisito.
Intanto per Marine Le Pen, arriva l’ennesimo attacco da parte dell’anziano padre, Jean Marie. “Sa, qualcuno in Italia ha avuto l’approccio della signora Le Pen e si chiamava Fini, finito prima al 3 per cento e poi allo 0,3 per cento”, ha dichiarato il cofondatore del partito nato nel 1972, intervenendo su France Inter.
“Trovo disastroso che si abbandoni il nome di Front National”, ha dichiarato Le Pen, paragonando le “battaglie” condotte per anni dal partito all’azione di un “rompighiaccio nell’Artico”. “È più di un nome, è un’anima, è una storia, è un passato”. “Il fatto che non si chiami più Front National è un vero assassinio politico”.
Quanto a Steve Bannon, invitato al congresso del Front National, Jean Marie Le Pen ha osservato: “Ho trovato abbastanza singolare che il movimento nazionale francese faccia il suo congresso sotto l’egida di un leader politico straniero. Lo trovo, anche questa volta, abbastanza pittoresco e abbastanza paradossale”.
(da agenzie)
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Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
“GOVERNO HA BASI SOLIDE”… CAPACITA’ DI TROVARE COMPROMESSI, CONVINTI DI DURARE TUTTA LA LEGISLATURA
Angela Merkel, Horst Seehofer e Olaf Scholz hanno firmato il contratto della Grosse Koalition a
Berlino, dopo sei mesi dalle elezioni del 24 settembre.
Nove persone hanno sottoscritto l’intesa: i tre segretari generali di Cdu Csu e Spd, i tre capigruppo parlamentari e i tre presidenti dei partiti.
“Abbiamo un governo stabile e in grado di agire”, ha affermato Merkel, aggiungendo che “la capacità della democrazia consiste nel fatto di trovare dei compromessi”, per cui è possibile che partiti anche molto diversi trovino un accordo per governare.
“Se prendiamo un tema come il fisco ad esempio, neppure nel mio partito sono tutti della stessa opinione all’inizio. Figurarsi fra partiti diversi. Non è possibile che si sia tutti d’accordo”, ha spiegato.
Merkel sostiene la necessità di “una buona cultura del dibattito”, come presupposto della democrazia.
“Sono contenta innanzitutto per i cittadini, e per il fatto che con l’esito del voto abbiamo fatto quello che ci si aspettava da noi: formare un governo”.
Anche Olaf Scholz si è detto soddisfatto: “Sono certo che arriveremo alla fine della legislatura”, ha risposto, dopo i molti mesi trascorsi nella formazione del governo. “Non è un matrimonio d’amore”, ma nonostante le differenze saremo “in grado di lavorare e governare costruttivamente”.
(da “Huffintonpost”)
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Marzo 11th, 2018 Riccardo Fucile
IL 79% DEI DELEGATI HA VOTATO IL NUOVO STATUTO CHE SOPPRIME LA CARICA DI PRESIDENTE ONORARIO… L’AVVOLTOIO RAZZISTA BANNON BENEDICE L’ASSEMBLEA
Una rielezione snza soprese e che mette la parola fine a una guerra familiare divenuta in seguito
anche una battaglia legale.
Come previsto il Front National, partito francese di estrema destra, ha eletto presidente per la terza volta Marine Le Pen e, allo stesso tempo, ha tolto al padre e storico fondatore il ruolo di presidente onorario.
Le Pen, 49 anni, era candidata unica ed ha ottenuto il 100% dei consensi con un 2.87% di schede bianche o nulle. Il voto si è tenuto per corrispondenza.
I 1500 militanti presenti al congresso del partito sovranista in corso a Lille nel nord della Francia hanno invece espresso parere favorevole nel 79.7% dei casi al nuovo statuto.
Il documento prevede la soppressione della carica di presidente onorario per l’89enne padre Jean-Marie che, in seguito alle sue polemiche ripetute sulla Shoah, era già stato escluso dal partito da parte della figlia nel 2011 dopo una lunga battaglia giudiziaria
Il voto è stato annunciato dal vicepresidente del partito Jean-Francois Jalkh all’inizio della seconda giornata di un congresso che secondo Marine Le Pen intende rilanciare il partito e che, nel suo discorso programmatico di oggi pomeriggio, proporrà anche un cambio di nome.
Presente al congresso Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump. La sua partecipazione era stata annunciata da uno dei dirigenti del Fn, Louis Aliot, in un tweet. “Benvenuto Steve Bannon – ha scritto Aliot -. I popoli si risvegliano e riprendono in mano il loro destino”.
Già responsabile di un sito di estrema destra, Bannon ha vissuto da vicino l’ascensione di Trump. Ha diretto la sua campagna nella fase finale, poi è stato suo consigliere nei primi 7 mesi di presidenza. Il sodalizio si ruppe lo scorso agosto, quando fu costretto a lasciare la carica di consigliere strategico alla Camera dopo la scoperta di fughe di notizie sulla stampa da lui stesso orchestrate.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
“CI ABBIAMO RIMESSO ENTRANDO NELL’EURO, NON VORREI CI RIMETTESSIMO DI PIU’ USCENDO DALL’EURO”… E ALLORA A CHE TITOLO PARLA BORGHI HA DETTO CHE LA LEGA VUOLE USCIRE DALL’EURO? METTETEVI D’ACCORDO, ALMENO TRA DI VOI
“Ci abbiamo rimesso entrando nell’euro. Non vorrei ora ci rimettessimo di più uscendo dall’euro. Come si dice, ‘cornuti e mazziati’”: il leader leghista Matteo Salvini, intervistato a Matrix in onda stasera, ha risposto così alla domanda sulla moneta comune postagli da Nicola Porro.
Il tema della moneta unica sarà giocoforza un tema politico con cui il centrodestra avrà a che fare se vincerà le prossime elezioni.
A Cartabianca di recente Giorgia Meloni ha detto di essere per la risoluzione controllata della zona euro (specificando: non per l’uscita unilaterale dall’euro) e quindi, giocoforza, per una decisione che dovrebbero prendere insieme tutti gli stati membri: in questo periodo però non sembra certo questo un tema che fa parte dell’agenda di Bruxelles a nessun livello, quindi l’ipotesi di Meloni passa in secondo piano (o forse l’intenzione della leader di FdI era proprio quella di proporre qualcosa che oggi non è in agenda per evitare la discussione sul punto).
Durante una polemica su Twitter con Carlo Calenda, il candidato della Lega all’uninominale di Siena Claudio Borghi, “cervello” della Lega sulla moneta, aveva specificato che la Lega è indiscutibilmente favorevole a uscire dall’euro:
Ora però Salvini dice che a uscire si rischia di finire “cornuti e mazziati”.
Forse ci sta ripensando?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
MIGLIORANO TUTTI GLI INDICI ECONOMICI MA LA GENTE NON CAPISCE UNA MAZZA, DIMEZZATI I CONSENSI
Come stai, Grecia? Leggermente meglio, grazie.
L’ultimo indizio sul fatto che la cura è riuscita e il paziente se è ancora grave almeno non è morto (contrariamente a molte previsioni) lo fornisce l’agenzia Fitch che il 19 febbraio scorso ha alzato il rating del paese da B- a B con outlook positivo. Un piccolo passo che ne segue però alcuni altri.
La disoccupazione è scesa dal 27,9 al 21,7 per cento, il Pil cresce oltre il 2 per cento, il debito pubblico rimane altissimo attorno a quota 180 per cento ma è in leggera flessione.
Torna la fiducia sui mercati dove i bond rendono meno, ad esempio, di quelli americani.
I ministri delle Finanze dei Paesi euro hanno chiuso un accordo per un nuovo prestito da 6,7 miliardi di euro (il totale fa 326 miliardi, il più grande salvataggio finanziario della storia) dopo aver concluso, a fine gennaio, la terza verifica del programma di aiuti.
Tanto che il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici ha parlato del possibile ingresso della Grecia in una “nuova era” di rilancio dell’economia e meno sacrifici. A patto che completi le riforme: sinora ne ha promosse 95 sulle 110 richieste.
Tutto bene ad Atene dopo sette anni di vacche magre? Dipende dai termini di paragone.
Nel 2010, all’inizio della grande crisi, la disoccupazione era al 12,7 per cento, il Pil pro capite si attestava a 20.300 euro contro i 17 mila attuali, le persone nella fascia di povertà assoluta erano l’11,6 per cento della popolazione contro il 22,4 di oggi.
Nello stesso periodo si stima che mezzo milione di giovani abbia lasciato l’Ellade per cercare fortuna altrove.
La memoria del tempo in cui si stava meglio (ma il rapporto deficit-Pil aveva toccato l’ insostenibile tetto del 15 per cento) è il peggior nemico dell’artefice del piccolo miracolo, il premier Alexis Tsipras di Syriza, sinistra radicale, costretto dalla Troika ad adottare la politica del rigore per scongiurare il default, a bere medicine amare come il taglio dei salari pubblici tra il 10 e il 40 per cento, la riduzione della spesa, la riforma delle pensioni e l’aumento dell’Iva.
Tutte misure impopolari che pagherà probabilmente nelle urne, elezioni previste a fine anno o nel 2019, se i sondaggi gli attribuiscono il 15 per cento dei consensi (meno 14 punti rispetto alle elezioni del 2015), secondo partito e nettamente staccato dal centrodestra di Nea Demokratia (36,9), mentre i neonazisti di Alba Dorata crescono all’8,3 cavalcando le paure della gente e gli effetti dell’onda migratoria.
Il numero dei profughi in arrivo, in diminuzione dopo la chiusura della rotta balcanica, ha ripreso leggermente a salire dopo l’apertura di un nuovo percorso che risale sempre l’ex Jugoslavia ma passando dalla Bosnia anzichè dalla Serbia.
Considerato dai più estremisti come un traditore per essersi piegato ai diktat della Troika, tanto che Syriza ha subito due scissioni, Alexis Tsipras ha deciso di abiurare le profonde convinzioni con cui era entrato sulla scena pubblica per far sopravvivere la Grecia.
Al prezzo molto probabile di morire politicamente nella prossima tornata elettorale. Lo ha messo nel conto se invece di cavalcare il populismo dai dividendi immediati ha guardato a una prospettiva più lunga.
Recentemente ha dichiarato: «Accadrà quello che nessuno pensava sarebbe successo. Faremo uscire il Paese dalla lunga crisi e su questo saremo giudicati».
Si è scelto il tribunale della Storia invece di quello della cronaca.
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
MOLTI PROGRAMMI GESTITI DAI MINISTERI E DALLE REGIONI SONO LONTANI DAGLI OBIETTIVI E SI RISCHIA IL TAGLIO DEI FONDI
L’Italia deve spendere entro il 31 dicembre 2018 3,6 miliardi di fondi UE, quelli che sono stati assegnati con la programmazione che va dal 2014 al 2020 attraverso i due strumenti dell’Unione, ovvero il Fondo Europeo per lo sviluppo regionale (FESR) e il Fondo Sociale Europeo.
Se non ci riuscirà , spiega oggi Il Sole 24 Ore in un articolo a firma di Giuseppe Chiellino, scatterà la tagliola del disimpegno automatico in base alla “regola N+3”: se entro tre anni dall’impegno di spesa indicato dalla regione o dal ministero che gestisce fondi strutturali non è stata presentata la domanda di pagamento alla Ue, Bruxelles “cancella” automaticamente (salvo alcune eccezioni) la relativa quota di finanziamento.
Nell’infografica pubblicata dal quotidiano economico la distanza che separa i programmi regionali e nazionali dall’obiettivo di spesa: ci sono regioni virtuose come il Piemonte e ministeri efficienti come il MISE, e regioni non esattamente virtuose come la Sicilia (oltre alle province autonome) e ministeri meno efficienti come quello dell’Interno.
I dati, ottenuti con enorme difficoltà , sono considerati “sensibili” nel timore — è stato detto — di strumentalizzazioni elettorali.
Un timore infondato, a giudicare dal peso che la politica di coesione europea ha nel dibattito e nei programmi dei partiti, nonostante l’annuncio di tagli per la prossima programmazione 2021-2027 che quasi certamente colpiranno anche l’Italia.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 19th, 2018 Riccardo Fucile
AI FRANCESI NON PIACE TROPPO IL DECISIONISMO NAPOLEONICO MA APPREZZANO LE RIFORME DELLA FUNZIONE PUBBLICA E DELL’ISTRUZIONE E IL GOVERNO VA A GONFIE VELE
Da presidente “jupitèrien” a monarca assoluto? Mentre Macron continua a collezionare successi diplomatici al di fuori delle frontiere nazionali grazie ad un’intensa attività diplomatica, i francesi non sembrano essere troppo soddisfatti del suo atteggiamento “napoleonico”.
Secondo l’ultimo sondaggio pubblicato dal Journal de Dimanche, in quest’ultimo mese il capo dell’Eliseo ha perso sei punti nell’indice di gradimento, scendendo al 44%. Una flessione che, sebbene non rappresenti ancora un segnale d’allarme, dà un’idea del difficile rapporto tra il presidente e l’elettorato francese.
Dall’inizio del suo mandato, l’immagine di Macron ha subito una serie di accelerazioni alternate a brusche frenate. Un andamento altal
Lo storico discorso pronunciato davanti alla piramide del Louvre la sera della vittoria alle elezioni, l’utilizzo della Reggia di Versailles per i summit internazionali: il presidente si è ben presto guadagnato un’immagine da “monarca”, accentrando su di sè tutta l’attenzione mediatica.
Il suo protagonismo, unito a quel retrogusto da Ancièn regime, lo hanno reso agli occhi dei cittadini un presidente distaccato dal mondo reale e, di conseguenza, dai veri problemi economici e sociali.
Nonostante il calo di consensi, il presidente continua dritto sulla sua strada, costringendo la sua maggioranza parlamentare a lavorare a pieni ritmi per realizzare tutte quelle riforme promesse in campagna elettorale.
Macron sta sfruttando a pieno una congiuntura interna che gli è particolarmente favorevole, con la destra che fatica a riconoscere il suo leader in Laurent Wauquiez e una sinistra frammentata in diversi partiti.
Dal lavoro alla scuola, passando per la sicurezza, immigrazione e settore pubblico: il governo avanza a grandi passi seguendo le direttive del suo leader, impaziente di portare a termine la prima fase del suo cantiere.
Paradossalmente, i sondaggi hanno mostrato un buon indice di gradimento nei confronti delle nuove leggi, come quella dell’istruzione (69%) o della funzione pubblica (76%).
In campagna elettorale Macron si definì come il futuro “presidente jupitèrien”, da Jupiter (Giove in italiano), il capo di tutti gli dei.
Una metafora mitologica che nel corso dei mesi ha cambiato gradualmente significato, fino a diventare “presidente monarca”.
(da agenzie)
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