Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
A BARCELLONA ORA SI ORGANIZZA ANCHE LA MAGGIORANZA CHE NON VUOLE LA SECESSIONE
A Barcellona iniziano a organizzarsi anche gli unionisti contrari al distacco da Madrid. Ieri sera, durante il discorso tv del presidente catalano si potevano, per la prima volta, ascoltare le pentole.
Una “cacerolada” (pentolata) organizzata da movimenti civici mentre Carles Puigdemont confermava l’intenzione di avviare le procedure per l’indipendenza nella seduta del Parlamento convocata per lunedì prossimo.
Alle elezioni regionali del 2015 in Catalogna, i partiti che si oppongono all’indipendenza, tutti insieme, avevano un vantaggio in suffragi ma, per la legge elettorale, meno seggi. Però fino a oggi non sì sono mai organizzati con proteste e manifestazioni.
I più importanti sono quelli del partito di Ciudadanos che nel 2015 ebbero 700mila voti pari al 18% del totale.
I popolari di Rajoy si sono fermati a 350mila voti, 8%.
Ora la radicalizzazione delle ultime settimane e il referendum di domenica li ha convinti a scendere in piazza.
Domenica a Barcellona è convocata dalle organizzazioni civiche di base una manifestazione per protestare contro i progetti irredentisti.
Albiol, il leader dei popolari, ha lanciato un appello “a tutti gli spagnoli” affinchè vengano in Catalogna a protestare.
Al di la dei numeri, il peso degli unionisti è stato finora molto scarso. Soprattutto perchè molti catalani che non sono radicali e indipendentisti non sono neppure fan unionisti, vorrebbero non solo conservare l’autonomia ma anche allargarla, senza strappi però.
Sondaggi recenti hanno messo in luce come una larga maggioranza, fra il 75 e l’80%, fosse favorevole a un voto referendario sul futuro, anche se non con una domanda secca di sà o no.
Ci sono anche terze vie in ballo.
In Catalogna contro l’indipendenza si schierano soprattutto coloro che sono immigrati qui per lavorare. Un fenomeno molto esteso negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.
E che oggi sopportano con molto fastidio le politiche più nazionaliste dei governi autonomisti come l’imposizione del catalano prima lingua di uso nelle scuole pubbliche a discredito del castigliano, ossia lo spagnolo.
O l’obbligo della buona conoscenza del catalano per poter partecipare a concorsi in tutte le istituzioni pubbliche, negli ospedali, o semplicemente per avere licenze.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 4th, 2017 Riccardo Fucile
LA PROTESTA DI CHI HA VOTATO NO: “NON CI SERVONO NUOVI CONFINI”
Mentre gli indipendentisti sfilano sulla Diagonal dentro le loro bandiere gialle e rosse, mentre risuonano clacson all’impazzata e pentole sbattute in segno di solidarietà , mentre gli studenti urlano «fuori le truppe di occupazione!» e tutti, insieme, alzano il dito medio a ogni passaggio dell’elicottero della polizia nazionale, c’è qualcosa che si perde in mezzo al frastuono.
Un’altra idea del futuro per questo pezzo d’Europa.
Quello che non si vede è la tassista Julia Correa che attraversa il centro sulla sua vecchia Renault Kangoo, nella giornata dello sciopero generale.
«Sono molto triste», dice. «Questa è sempre stata la città dell’accoglienza. Non mi sembra giusto non fornire neppure i servizi essenziali alle tantissime persone che vengono qui a fare la nostra fortuna. Trattare male i turisti significa trattare male noi stessi. Sono triste perchè questi ragazzi che stanno manifestando inseguono un’idea che risale al 1714. Guardano indietro, non avanti. Sono legati al passato. Ma io non credo che a noi servano dei nuovi confini. Questa città si fonda da sempre sull’apertura al mondo».
L’11 settembre del 1714 Barcellona cadde nelle mani della Spagna, dopo 14 mesi di assedio.
Ogni anno quella data viene celebrata con la festa nazionale della comunità autonoma della Catalogna. La resistenza all’assedio è l’origine del mito.
Ecco perchè i poliziotti mandati a manganellare dal presidente del governo Rajoy lo hanno fortificato. È sembrato un altro assedio, così come questi elicotteri che continuano a sorvolare Barcellona. Ora sono tutti in piazza. Almeno così sembrerebbe.
Parlano di un’adesione allo sciopero superiore all’80%.
Ma quello che non si vede è il presidente della associazione «Società Civile Catalana», l’architetto Mariano Gomà , al terzo piano di una palazzina moderna in Carrer de Còrsega. Sta discutendo animatamente al telefono: «Sì, ho capito, ma allora i prossimi saranno i Lombardi della Padania, oppure la Corsica o magari la Scozia. No… Io penso questo: se si rompe la Spagna, si rompe tutta l’Europa. Devono fare la massima attenzione a quanto sta accadendo qui in Catalogna».
Loro, quelli dell’associazione «Società Civile Catalana», hanno cercato di farsi sentire in ogni modo. Ma non ci sono riusciti più di tanto.
«Noi unionisti sembriamo quattro gatti», dice amaramente la tassista Correa. «Nessuno ha fatto campagna per il “No”. Questo è stato un grosso problema. Nessun politico è venuto qui a manifestare per la Spagna unita. E mentre molti si sono fatti prendere da questa furia indipendentista, i problemi pratici della città sono rimasti identici.
Nessuna strada. Nessun nuovo giardino oppure una scuola. Tutti i fondi sono bloccati. Siamo fermi. Soggiogati da questa vecchia idea di indipendenza».
Quello che non si vede è l’unionista Susana Gallardo, che ha messo in rete un video di lei ai seggi del referendum con una bandiera spagnola sulle spalle.
«Tutti mi chiedevano di toglierla, come se essere spagnoli equivalesse a qualcosa di vergognoso.
In compenso, sono riuscita a votare in quattro posti diversi con lo stesso nome, il che la dice lunga su quanto sia stato serio il referendum».
Non si vede l’infermiera Marta Colmenero lassù, nel quartiere Pedralbes, quello con la maggiore percentuale di unionisti. È una zona ricca, residenziale, con il Liceo francese, il monastero e certe villette in pieno sole.
L’infermiera è in bici, suo figlio nel seggiolino: «Per me, prima di tutto, è una questione sentimentale. La mia famiglia arriva dall’Andalusia. Mia madre e mio padre mi hanno educata così. A pensare alla Spagna come a un grande Paese pieno di diversità . Separarsi, può solo peggiorare le cose. Devono smetterla di litigare. Io credo che alla Catalogna potrebbe essere concessa l’indipendenza fiscale, sul modello di quella dei Paesi Baschi».
Ad appena cinque chilometri da qui c’è il comune di Hospitalet de Llobregat.
Con 260 mila abitanti il secondo più grande della Catalogna. Qui il 70 per cento della popolazione è unionista.
Come la sindaca Nàºria Maràn, eletta con il partito socialista. Ma essersi inizialmente opposta alla concessione delle scuole per il referendum, dichiarato illegittimo dal Tribunale costituzionale, l’ha messa al centro di una violenta contestazione.
«Non mi sento sola» dice adesso, mentre gli indipendentisti sfilano sotto al suo ufficio. «Ci sono molte persone in Catalogna che mi stanno vicine. Ma sono triste, indignata e molto preoccupata. Perchè gli animi sono esasperati, ci sono anziani in lacrime, c’è paura e rabbia nell’aria. La violenza della polizia nazionale contro la popolazione inerme, domenica ai seggi, ha peggiorato le cose. È stata una scelta politica sciagurata, quella del governo Rajoy. Serve una soluzione per tutti. Una strada condivisa. Un accordo».
Anche questo non si vede, nella giornata del frastuono.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 4th, 2017 Riccardo Fucile
OGNUNO SI DEVE ASSUMERE LE PROPRIE RESPONSABILITA’
Josep Lluis Trapero, il capo dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, è stato convocato in tribunale
con l’accusa di sedizione.
Secondo la Vanguardia online, Trapero rischia tra i quattro e gli otto anni di carcere. La convocazione – spiega la stampa spagnola – nasce dalla denuncia della procura generale dopo una manifestazione il 20 settembre scorso davanti al Dipartimento dell’economia del governo catalano, dove era in corso una perquisizione per rallentare i preparativi del referendum d’indipendenza del primo ottobre.
Oltre a Trapero è indagata la sua numero due Teresa Laplana.
Il reato di sedizione in Spagna è punibile con una condanna da quattro a otto anni di carcere, 15 anni se a commetterlo è un’autorità .
I Mossos sono nell’occhio del ciclone dopo che i loro agenti hanno scelto di non usare la forza per sgomberare i seggi del referendum illegale sull’indipendenza catalana domenica scorsa. Sono intervenute la polizia nazionale e la Guardia civil che hanno causato oltre 840 feriti.
La tensione tra Barcellona e Madrid resta altissima, con la sindaca del capoluogo catalano che, in un’intervista a Repubblica, ribadisce la linea dura: dopo le violenze del primo ottobre, con Rajoy è impossibile trattare.
“Domani ci sarà la seconda riunione. Il Manifesto sottoscritto a Saragozza il 24 settembre è stato il primo passo di un progetto politico che punta ad arrivare a un’alternativa al governo Rajoy. È una mano tesa ai socialisti di Pedro Sanchez. Solo un nuovo governo può trattare con la Catalogna, ormai, dopo le violenze di domenica scorsa”, afferma la sindaca di Barcellona Ada Colau, per la quale “una trattativa che porti a un referendum concordato fra Spagna e Catalogna è l’unica via d’uscita da questa situazione pericolosissima”.
“La dichiarazione unilaterale d’indipendenza non è una soluzione, porterebbe certamente alla sospensione dell’autonomia catalana da parte del governo centrale con conseguenze che nessuno può immaginare. Serve quindi – spiega – un governo in grado di trattare con la Generalitat catalana, e questo non è il governo di Mariano Rajoy”.
La sindaca ha già rivolto un appello alla responsabilità al Psoe.
Colau ha votato scheda bianca, non è a favore dell’indipendenza ma, dice, “votare dev’essere possibile, sempre. La Catalogna deve poter votare”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
BASTANO QUATTRO MINUTI PER CHIARIRE LA REALTA’: “GIORNI DIFFICILI, MA RIUSCIREMO AD ANDARE AVANTI”
Il Re Felipe ha rotto il silenzio e ha inviato un messaggio alla Nazione: secondo il sovrano, in
Catalogna “c’è stata una slealtà inaccettabile verso lo Stato” e, rivolto direttamente alle autorità indipendentiste, ha scandito: “C’è l’impegno della corona nei confronti della Costituzione e della democrazia e il mio impegno per l’unità della Spagna”.
In un discorso breve, durato poco più di quattro minuti, Felipe VI ha sottolineato che “la società catalana è fratturata”, e che questo referendum “ha messo a rischio l’unità e l’economia del Paese”.
Soprattutto, insiste il re, “c’è stata una condotta irresponsabile da parte delle autorità della Catalogna”, con un “inaccettabile intento di appropriazione delle istituzioni storiche della Catalogna”.
“Autorità che in maniera chiara si sono messe al margine del diritto e della democrazia, hanno voluto spezzare l’unità della Spagna”.
Ma il re abbraccia il popolo catalano che non segue l’opzione indipendentista: “Voglio dire ai catalani che sono preoccupati per il comportamento delle loro autorità che non siete soli, avete la solidarietà di tutti gli spagnoli per difendere i vostri diritti”.
In questo discorso che non piacerà affatto al governo catalano, il re però non fa alcun cenno alle violenze da parte della polizia di Madrid nel giorno del referendum tanto inviso dalla Corona.
(da agenzie)
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Ottobre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
“UNA FIGURA PENOSA IN TUTTO IL MONDO”
Il giorno dopo il referendum sull’indipendenza della Catalogna, tutti sotto processo sulla stampa
spagnola.
Il quotidiano El Pais in un editoriale attribuisce la maggior parte delle responsabilità al governo catalano, ma non risparmia le critiche al governo centrale di Madrid. Rajoy è accusato di “passività e imperizia”. In sostanza, di non essere stato capace di gestire la crisi fin dall’inizio, facendo precipitare la Spagna in una spirale pericolosa per la democrazia.
Scrive El Pais
“Il governo centrale da un lato, e quello della Generalitat dall’altro, si sono precipitati ieri a cantar vittoria dopo la vergognosa giornata che i cittadini della Catalogna sono stati costretti a vivere a causa dell’arroganza xenofobica – in alleanza con le forze antisistema — rappresentata da Carles Puigdemont e dell’assoluta incapacità di gestire il problema da parte di Mariano Rajoy fin dall’inizio di questa crisi”.
La giornata di ieri — continua il quotidiano — “è stata una sconfitta per il nostro Paese, per gli interessi e i diritti di tutti gli spagnoli, sia catalani che di qualsiasi altro posto della Spagna, per il destino della nostra democrazia e per la stabilità e il futuro del sistema di coesistenza che ci siamo dati per quasi quarant’anni”.
E ancora:
“È chiaro che non siamo affatto equidistanti rispetto alle responsabilità che devono essere attribuite a coloro che hanno causato ieri questa distruzione monumentale della nostra democrazia, che avrà bisogno di anni per essere sanata. I principali colpevoli sono il presidente della Generalitat e il presidente del Parlamento […]. Ma nè i loro crimini flagranti nè la loro spavalderia possono giustificare la passività e l’imperizia del presidente Rajoy, la sua afasia politica, la sua inconsistenza nel dibattito pubblico” nè — prosegue il quotidiano — il fatto di aver delegato codardamente le responsabilità nell’amministrazione della giustizia.
Anche El Mundo, in un editoriale intitolato “Non un minuto da perdere di fronte all’indipendentismo”, dà la colpa per la “vergogna” che si è consumata ieri sia all’irresponsabilità della Generalitat che al “fallimento di un governo a lungo assente”. Un binomio che, insieme, ha prodotto soltanto caos.
“I massimi colpevoli” – sentenzia il quotidiano – sono le autorità catalane, responsabili di aver reso l’intera società ostaggio di un “progetto unilaterale di segregazione, vestito con design patriottico”. “Il loro comportamento non può essere giudicato da un editoriale, ma da un tribunale”.
Ma sulle spalle di Rajoy pesa un fallimento enorme: quello di “non essere stato in grado di impedire che immagini così drammatiche facessero il giro del mondo”. Quelle immagini, per El Mundo, non fanno che accrescere il capitale politico già accumulato dal separatismo, rafforzando e prolungando una ribellione che il premier si ostina a non voler considerare.
Di fronte a un’insurrezione che mina l’ordine legittimo, “il governo non può più ritardare l’adozione di misure per frenare i piani dei separatisti, compresa l’applicazione immediata dell’articolo 155 o la legge per la sicurezza dei cittadini, al fine di preservare la legalità e mettere i Mossos sotto il controllo dello Stato. Il governo non può perdere un minuto nè deve avere il polso tremante quando è ora di fronteggiare, con la legge in mano, i crimini dell’indipendentismo”.
A difendere l’uso della forza, giudicato inevitabile, è invece un editoriale di ABC Spagna, che scrive:
“L’intervento della Guardia Civile e della Polizia Nazionale ha risposto alla necessità inevitabile di ripristinare l’ordine giuridico, assicurare il primato della Costituzione e rispettare gli ordini giudiziari […]. L’uso della forza era legittimo, proporzionale e necessario. Le nostre forze di sicurezza hanno agito con una professionalità lodevole in uno scenario molto complicato”.
La Vanguardia, il principale giornale catalano, utilizza la parola “desolazione” per descrivere la giornata di ieri. Una desolazione che si sarebbe potuta evitare, e di cui sono responsabili entrambe le parti. “I governanti catalani non avrebbero mai dovuto forzare il cammino dell’unilateralismo […] e il governo spagnolo avrebbe dovuto creare un quadro di dialogo capace di creare nuovi consensi in Catalogna. Il governo spagnolo ha affrontato un atto di disobbedienza a un costo elevato. Ieri non c’è stato alcun referendum in Catalogna, prima i partiti lo riconosceranno e meglio sarà per tutti. Il governo di Mariano Rajoy, tuttavia, ha fatto più che garantire l’ordine costituzionale. Voleva inviare un messaggio di autorità a tutta la società spagnola: i catalani e il resto della società spagnola. Un gesto di autorità particolarmente pensato per i suoi elettori. Un gesto di fermezza davanti agli altri governi europei in un momento difficile per l’Unione. Il prezzo di questa politica di fermezza, mai accompagnato da una reale proposta di dialogo, è alto”.
“E adesso, cosa fare?”, si domanda il quotidiano catalano. “È necessario aprire immediatamente percorsi di dialogo reali. Dobbiamo avere il coraggio di proporre la creazione di una commissione indipendente composta da giuristi e personaggi di rilievo che in breve tempo possa offrire al governo spagnolo e al governo della Generalitat una via d’uscita che, una volta concordata, possa essere votata dalla società catalana, come primo passo […]”.
Quanto a Barcellona, “il Parlamento catalano dovrebbe affrontare la questione senza frenesie. Nella Generalitat sono necessarie nuove maggioranze. A questo proposito, vogliamo essere chiari. La dinamica politica catalana non può rimanere nelle mani di un partito con appena l’8% dei voti nelle ultime elezioni […]. Servono dignità , intelligenza, volontà di disinfiammare gli animi e ricerca di una via d’uscita che possa essere liberamente votata dai cittadini della Catalogna”, insiste il quotidiano catalano.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
BASTAVA UN SONDAGGIO E SI SAREBBERO EVITATI TANTI FERITI… I QUATTRO POSSIBILI SCENARI
Gli ultimi sondaggi prima della tragica domenica di scontri in Catalogna davano i favorevoli all’indipendenza tra il 40% e il 42%, i contrari al 49%.
Tre anni fa un referendum analogo vide la partecipazione solo del 35% della popolazione catalana.
Sarebbero bastati questi dati per capire che non era il caso di forzare la mano, se non per interessi politici. Alla fine la sceneggiata è costata 800 feriti e l’immagine di una Spagna nel caos in tutti i media internazionali: ne valeva la pena?
Il governo della Catalogna ha diffuso dei dati sui votanti che valgono quanto le balle dei nostri partiti quando parlano di milioni di persone in piazze senza verifiche.
Comunque su 5,5 milioni di aventi diritto avrebbe votato la metà , e tra questi prevalgono i Sì con il 90%. Tradotto avrebbero votato Sì due milioni di catalani, pari al 42%.
Se questo è un successo, vedete voi…
Il presidente catalano Carles Puigdemont ha detto che la Catalogna ha conquistato il diritto all’indipendenza dalla Spagna dopo che “milioni” di persone sono andati ai seggi.
“Con questo giorno di speranza e sofferenza, i cittadini della Catalogna hanno conquistato il diritto a uno Stato indipendente” ha detto alle tv.
Per la giornata di martedì è stato annunciato da quattro sigle sindacali uno sciopero generale in Catalogna “contro la repressione e per le libertà “.
Il presidente catalano ha invitato la Ue ha smettere di “voltare la testa” di fronte alle violenze della polizia spagnola sugli elettori, in seguito alle quali oltre 800 persone sono rimaste ferite. Chi volta la testa è Madrid, con Mariano Rajoy che non prende atto del voto catalano, parlando di “sceneggiata”.
Le prime mosse sono state analoghe: il premier spagnolo Mariano Rajoy ha convocato una riunione con i leader di tutti i partiti spagnoli per “riflettere sul futuro” e per discutere il ritorno alla normalità in Catalogna.
Sull’altro fronte, il presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, ha convocato una riunione straordinaria del consiglio esecutivo a porte chiuse, mentre la presidente del Parlament, Carme Forcadell, ha convocato la giunta dei capigruppo per stabilire il giorno e l’ordine del giorno del prossimo plenum: “entro due giorni successivi alla proclamazione dei risultati ufficiali”, in caso di vittoria del sì, si legge nella legge del referendum, si terrà una “sessione ordinaria” nel Parlamento per “effettuare la dichiarazione formale di indipendenza, applicare i suoi effetti e cominciare il processo costituente”.
Diversi gli scenari politici che si aprono ora
Primo, la dichiarazione unilaterale di indipendenza è l’obiettivo dichiarato del “processo”, ma senza un accordo con Madrid appare la strada meno praticabile e quella con le maggiori insidie per l’ordine pubblico e la sicurezza.
Secondo, le elezioni regionali anticipate, con la rinuncia alla dichiarazione unilaterale di indipendenza: darebbero ai catalani la possibilità di rafforzare il peso del voto indipendentista, ma il fronte rischierebbe di spaccarsi tra Pdecat ed Erc, principali partiti catalani, fra cui potrebbe aprirsi una corsa fatta di calcoli elettorali e distinguo.
Terzo, le elezioni nazionali anticipate: Mariano Rajoy esce con le ossa rotte da questa vicenda, ha dato una pessima immagine all’estero con l’uso della forza e non è comunque riuscito a impedire il referendum.
Ma fra i partiti nazionali prevale la considerazione che non sia il momento di votare, nè il Ppe, nè il Psoe, nè Podemos sono pronti a una nuova consultazione e si sono trovati anche in imbarazzo nella gestione della vicenda catalana.
Quarto, la via diplomatica: non sembra la possibilità più concreta, al momento, viste le distanze politiche e le violenze di piazza, ma c’è il modello basco come riferimento per un progresso dell’autonomia catalana. La ricerca di un compromesso fra Madrid e Barcellona è tuttavia al momento estremamente difficile.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 1st, 2017 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA DEI CATALANI E’ CONTRO L’INDIPENDENZA… E QUANTO AD ATTENDIBILITA’ DEL REFERENDUM SONO PIU’ CREDIBILI LE VOTAZIONI DI CASALEGGIO, E’ DETTO TUTTO
“Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente sotto forma di Repubblica?”. Oggi, i 5,3 milioni di
aventi diritto al voto in Catalogna hanno messo in scena l’ennesimo tentativo di staccarsi da Madrid
Una lingua, un popolo, una bandiera e, quindi, una nazione, ripetono i sostenitori dell’indipendentismo. Ma anche e soprattutto un’economia.
Con l’indipendenza, la Regione più ricca della Spagna diventerebbe uno dei Paesi economicamente più avanzati dell’Unione Europea (anche se sulla sua annessione immediata molti nutrono dei dubbi), liberata dalle richieste di Madrid che, soprattutto dopo la crisi economica del 2008, ha chiesto ai cittadini catalani un maggior contributo per sostenere le casse dello Stato.
A tre anni dall’ultima consultazione informale che registrò un’affluenza di appena il 35% degli aventi diritto e l’80% di voti a favore dell’indipendenza, con questo nuovo referendum che Madrid definisce “illegale”, Barcellona sfida di nuovo il governo centrale e prova a diventare Nazione.
Dalla Guerra di Successione allo Statuto del 2006. Le origini del separatismo catalano
L’inizio ha una data precisa, anche se alcuni storici fanno risalire i sentimenti indipendentisti nella Regione ai secoli precedenti: 11 settembre 1714.
Quel giorno Barcellona, una delle ultime città a opporsi all’avanzata dei Borbone a discapito della casata degli Asburgo nel conflitto generato dopo la morte senza eredi di Carlo II, nel 1700, dovette cedere dopo 14 mesi di resistenza all’avanzata dell’esercito borbonico.
Quello che per gli unionisti rimane uno degli episodi della Guerra di Successione spagnola, per i catalani è vissuto come la sconfitta delle prima importante guerra di secessione catalana.
Non a caso, l’11 settembre di ogni anno si festeggia la Giornata Nazionale della Catalogna, o semplicemente la Diada, come viene chiamata dai cittadini catalani. Questa data viene rievocata ogni volta che le rivendicazioni indipendentiste tornano a farsi sentire.
È solo pochi anni dopo, nel 1719, che vengono fondati i Mossos d’Esquadra, il corpo di polizia più antico d’Europa che ancora oggi svolge la propria attività nelle città catalane. Una delle occasioni dove mai mancano manifestazioni in favore della separazione della regione catalana è, ad esempio, il minuto 17.14 di ogni partita del Barcellona al Camp Nou: in quel preciso istante, gli spalti, generalmente zeppi di bandiere giallorosse con la stella bianca su sfondo blu, simbolo della regione autonoma, iniziano a intonare cori in favore dell’indipendenza, con i decibel che raggiungono i picchi stagionali quando l’avversario in campo sono i Blancos del Real Madrid, simbolo della capitale e del casato reale.
Forme di indipendentismo sono riaffiorate poi nell’800, durante il rinascimento catalano, e agli inizi del ‘900, con la nascita del primo partito indipendentista catalano, nel 1922, e il voto referendario che approvò il primo Statuto d’Autonomia della Catalogna, nel 1931.
Lo scontro militare tra Barcellona e Madrid si è poi concretizzato sul finire della Guerra Civile di Spagna, nel 1939, quando la città catalana si oppose ai militari franchisti che avevano preso la capitale e stavano avanzando su tutto il territorio. Anche in quel caso, Barcellona dovette cedere alla dittatura e fino alla morte del Caudillo Francisco Franco, nel 1975, i cittadini dovettero subire restrizioni anche dal punto di vista culturale e linguistico, con il regime che vietò l’insegnamento e l’utilizzo della lingua catalana e abolì lo Statuto.
Solo dopo la fine del periodo franchista e l’approvazione della Costituzione spagnola, nel dicembre 1978, la Catalogna è tornata a chiedere l’autonomia che otterrà pochi mesi dopo, quando verrà approvato il nuovo Statuto di Autonomia della Catalogna, nel 1979.
La crisi economica porta nuove rivendicazioni. Nel XXI secolo rinfuoca l’indipendentismo
Con l’entrata nel nuovo millennio, la questione dell’indipendenza catalana torna gradualmente a infuocare il dibattito tra Barcellona e Madrid.
Il primo episodio fu l’approvazione del nuovo Statuto di Autonomia della Catalogna, nel 2006. La popolazione, con un referendum, votò un nuovo testo che, tra le altre cose, definiva la Catalogna una Nazione.
Documento che, però, la Corte Costituzionale spagnola ha dichiarato incostituzionale nel 2010. La decisione dei giudici scatenò la rabbia della popolazione che scese in piazza al grido di “Siamo una nazione, e vogliamo decidere”.
Dopo dei referendum organizzati nei comuni catalani nel 2009 e nel 2011, il sentimento nazionalista si concretizza nuovamente con il voto sull’indipendenza del 2014, coronamento di un progetto avviato due anni prima. La consultazione, però, viene dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale spagnola e, successivamente, anche dal Parlamento di Madrid.
Così gli oltre 1,5 milioni di “sì” all’indipendenza hanno avuto solo un valore simbolico.
Intanto, i sentimenti indipendentisti si stavano acuendo già da diversi anni, quando la crisi economica ha colpito l’Europa, con la Spagna tra i Paesi che maggiormente ne hanno subito le conseguenze.
Da quel momento, Madrid ha chiesto alla regione più ricca della Spagna uno sforzo maggiore per cercare di trainare l’economia nazionale.
I catalani conoscono le potenzialità della propria regione, considerata una dei quattro motori dell’Europa insieme a Lombardia, Rodano-Alpi e Baden-Wà¼rttemberg e che da sola rappresenta il 19% del Pil nazionale.
Una ricchezza, questa, che la popolazione condivide malvolentieri con il resto della Spagna. D’altra parte, la regione orientale vanta, secondo dati riportati da Il Sole 24Ore, 609mila imprese attive, sorge al confine con la Francia e si affaccia sul Mediterraneo, peculiarità geografica che le garantisce una maggiore apertura verso l’estero rispetto al resto del Paese.
Gli indipendentisti catalani vogliono iniziare a gestire in completa autonomia queste ricchezze, le entrate fiscali che ne derivano e investire in nuove infrastrutture che darebbero un’ulteriore spinta e apertura della regione al mercato europeo e internazionale.
Il governo spagnolo non se lo può permettere nè economicamente, nè politicamente: un’indipendenza catalana potrebbe risvegliare sentimenti simili in altre regioni, Paesi Baschi su tutti.
In conclusione, esistono due punti base:
1) Nella stessa Catalogna gli indipendentisti, secondo tutti i sondaggi, si attestano al 40% della popolazione, quindi non hanno la maggioranza neanche a casa loro.
2) Chi vuole staccarsi da Madrid è motivato da questione economiche e ricorda certi discorsi delle regioni ricche che vorrebbero tenersi le tasse senza aiutare le regioni più povere, un dejà vu. Mai che voglia essere indipendente una regione povera…
E’ l’apologia del negare il principio di solidarietà verso altre zone penalizzate da una collocazione geografica meno favorevole, ad esempio.
3) Il referendum di oggi è una sceneggiata senza senso e senza attendiblità : rende più credibili persino le votazioni on line di Casaleggio, è detto tutto
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
PRIMA DI ESULTARE PER LA “VITTORIA” I GIORNALI FAREBBERO BENE A LEGGERE COSA C’E’ SCRITTO NEI CODICILLI E CLAUSOLE
Quando Zio Paperone voleva fregare Paperino gli faceva firmare un contratto, sicuro che non
avrebbe letto le “righe piccole”.
Oggi i giornali italiani ci raccontano della grande vittoria conseguita dall’Italia nel dossier Fincantieri-STX con toni — e soprattutto titoli — assai eloquenti: Fincantieri sbarca a Saint Nazaire, Stx diventa italiana, nasce un colosso da 10 miliardi di fatturato e 50 miliardi di ordini. Una grande vittoria, si direbbe ad occhio.
Non tanto, a voler prendere la lente d’ingrandimento per leggere le righe piccole dell’accordo.
Il compromesso su Saint-Nazaire, suggellato ieri al termine del bilaterale, soddisfa tutti: in primo luogo, il governo italiano che porta a casa per Fincantieri il controllo e la governance di STX France, ma, soprattutto, l’agognato 51%, sebbene grazie a un 1% di azioni oggetto di un “prestito durevole” da parte francese, che avrà un timing di dodici anni e che sarà subordinato a precisi impegni industriali per il gruppo triestino.
Nel consiglio d’amministrazione Fincantieri avrà 4 membri (incluso il presidente e il direttore generale-ceo, anche se Parigi conserverà un diritto di veto), 2 per Ape, un componente per NG e l’ultimo ai lavoratori.
Con il presidente, di nomina italiana, che avrà un voto preponderante.
Ma, spiega il Sole 24 Ore, con molte zone d’ombra:
Su STX l’assetto finale vedrà , come detto, Fincantieri al 51%, grazie al “prestito” francese che sarà sottoposto a un controllo periodico (con quattro scadenze distinte) sul rispetto da parte del gruppo triestino di una serie di obblighi in materia di regole di governance, di salvaguardia della proprietà intellettuale e del savoir-faire, come pure della difesa dell’occupazione e della parità di trattamento in seno al gruppo.
Nel caso in cui la Francia decidesse di porre fine al prestito durevole, ci sarà una consultazione tra i due governi.
Fincantieri, dal canto suo, disporrà di tutti i diritti legati alle azioni in prestito, compresi i diritti di voto e quelli ai dividendi, e, in caso di ritiro anticipato del prestito da parte francese, il gruppo triestino avrà la facoltà , nei tre mesi successivi alla decisione, a cedere la totalità delle sue azioni «a un giusto valore di mercato».
In più, è interessante leggere cosa scrive oggi Roberto Mania su Repubblica:
Ci sarà anche un secondo tempo di questa sfida Italia-Francia. E riguarderà la trattativa per estendere, entro il prossimo anno, l’alleanza industriale anche nel campo militare. Il rischio è che nel secondo tempo con l’equilibrio delle forze a favore dei francesi che potranno schierare Naval Group e Thales contro la nostra Leonardo (ex Finmeccanica), Macron possa prendersi la rivincita in un settore più redditizio. «Puntiamo ad una partnership industriale più ampia nella cantieristica navale militare», ha detto ieri il presidente francese. E il risultato che conta – come è noto – è quello che si registra al termine del secondo tempo
Insomma, è un accordo per un prestito della durata di 12 anni che la Francia può interrompere se non vengono rispettati gli impegni.
Una grande vittoria. O no?
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
MA IMPEGNI E RISCHI SONO TUTTI A CARICO DELL’ITALIA… ALLA PRESIDENZA RESTA IL FRANCESE CASTAING
La guerra di Roma sui cantieri navali francesi Stx si chiude con una mezza sconfitta. Fincantieri diventerà proprietaria del 50% dell’azienda d’Oltralpe e non del 51% come chiedevano a gran voce i ministri Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda.
I francesi avranno l’altra metà delle azioni che saranno spartite fra lo Stato, l’azienda pubblica francese della cantieristica militare Naval Group (ex Dcns) e un gruppo di fornitori della regione di Saint-Nazaire.
In compenso Parigi presterà per dodici anni l’1% della sua quota in Stx a Fincantieri, che resterà un sorvegliato speciale del governo francese.
E’ questa la soluzione di compromesso arrivata dal vertice di Lione fra il premier Paolo Gentiloni e il presidente francese Emmanuel Macron, che ha imposto all’Italia anche impegni sul fronte dei livelli occupazionali di Stx. “Se le promesse non verranno mantenute, la Francia potrà recuperare il suo prezioso 1% e togliere a Fincantieri il suo ruolo dominante”, chiarisce il quotidiano francese Le Monde nell’edizione del 27 settembre.
“E’ una sorta di ‘privatizzazione ad elastico’”, prosegue il giornale d’Oltralpe precisando che l’operazione consentirà ad entrambi i governi di cantare pubblicamente vittoria.
“Gli italiani perchè, come desideravano, otterranno il 51% che conferisce il controllo dei cantieri francesi per appena qualche decina di milioni — prosegue Le Monde — I francesi perchè, senza dover ricredersi completamente, metteranno fine ad un conflitto imbarazzante con l’Italia e manterranno un occhio vigile su un sito considerato strategico”.
La composizione del futuro cda di Stx è sintomatica: 4 membri spetteranno a Fincantieri, 2 allo Stato francese e 1 a testa a Naval group e lavoratori, e alla presidenza rimarrà Laurent Castaing, attuale direttore generale dei cantieri di Saint Nazaire.
Fincantieri avrà il “potere di rimuoverlo o di separare gli incarichi di presidente e amministratore delegato se lo riterrà necessario”.
L’intesa resta comunque fonte di imbarazzo per Padoan e Calenda che avevano escluso la possibilità di un accordo senza il 51% delle azioni in mano a Fincantieri.
E, alla fine, sono invece solo riusciti a spuntare la promessa che, allo scadere dei dodici anni di prestito, l’1% francese possa passare a Fincantieri.
Salvo naturalmente un nuovo dietrofront francese che potrà essere motivato da fatti di natura eccezionale.
Questo aspetto non è particolarmente confortante per l’azienda guidata da Giuseppe Bono che avrà la maggioranza in consiglio e potrà nominare ad e presidente di Stx.
Anche perchè Parigi non è nuova ai ripensamenti. Soprattutto quando in ballo ci sono settori strategici come la cantieristica. Non si può trascurare il fatto che il passaggio di mano del 51% di Stx a Fincantieri era stato sostanzialmente già validato dall’ex presidente Francois Hollande.
Ma la questione era poi stata nuovamente rimessa in discussione da Macron in nome dell’interesse nazionale.
Non solo. Nell’intesa fra Roma e Parigi sono entrate le attività di cantieristica civile, ma non quelle di tipo militare che è la vera partita che interessa la Francia. Su questo fronte il vertice di Lione segna solo l’inizio delle trattative i due Paesi che dovrebbero portare ad uno scambio azionario fra Fincantieri e Naval group.
Ma il tema è decisamente delicato e nulla esclude che possa coinvolgere anche Leonardo (ex Finmeccanica) secondo termini e modalità tutte ancora da definire.
Per ora l’unica certezza è la nascita di un gruppo di lavoro per studiare un’alleanza sulla cantieristica che si allarghi al settore militare. Senza contare che, come riferisce Le Monde, i francesi sperano l’intesa su Stx metta “fine allo psicodramma franco-italiano”.
Soprattutto perchè fra i due Paesi ci sono in ballo ben altre questioni da affrontare a stretto giro.
Innanzitutto quella che riguarda il futuro di Telecom Italia, controllata dalla Vivendi di Vincent Bollorè, finanziere vicino al presidente Macron.
L’argomento non è stato ufficialmente sollevato nel corso del vertice di Lione. Anche perchè il comitato tecnico di Palazzo Chigi ha fatto slittare a giovedì il giudizio definitivo sull’applicabilità di poteri speciali pubblici su Telecom.
Del resto, come ha spiegato il premier Gentiloni al quotidiano Le Figaro la querelle Telecom-Vivendi è “una partita fra privati”.
Anche se di mezzo ci sono non solo le strategiche reti di telecomunicazioni dell’Italia e i cavi sottomarini di Sparkle, ma anche il futuro di Mediaset.
Un tema quest’ultimo particolarmente delicato visto che, come ricorda Le Monde, il ritorno sulla scena politica di Silvio Berlusconi, “deciso a proteggere Mediaset dagli appetiti di Vincent Bollorè”, potrebbe complicare la campagna d’Italia di Vivendi.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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