Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
FILLON DATO VINCENTE SU JUPPE:’ 56% A 44%… CHI VINCE OGGI E’ NETTAMENTE FAVORITO CONTRO LA LE PEN AL BALLOTTAGGIO
Urne aperte dalle 8 alle 20 in Francia per il ballottaggio delle primarie del centro-destra.
la sorpresa del primo turno nel voto per scegliere il candidato della destra gollista, Les Republicains, alle presidenziali del 23 aprile 2017 (ballottaggio il 7 maggio) che hanno visto domenica scorso l’ex premier Francois Fillon, 62 anni, nettamente in testa (44%) davanti a Alain Juppè, 71 anni, fermo al 28%, oggi i due si contendono al ballottaggio la candidatura e, secondo molti, già l’Eliseo. I sondaggi (BfmTv) danno per favorito Fillon (56%), sostenuto anche dall’umiliato ex presidente Nicolas Sarkozy, giunto terzo domenica scorsa, mentre l’attuale sindaco di Bordeaux e anche lui ex premier Juppè è al 44%.
Salvo sorprese, quindi Fillon dovrebbe conquistare la candidatura dei Les Repubblicains e aprire una grandissima ipoteca sulla conquista dell’Eliseo.
A suo favore giocano le scarse chance di una significativa candidatura socialista: il presidente Francois Hollande è il più impopolare della V repubblica e deve ancora decedere se candidarsi. Non solo. Il premier Manuel Valls non è messo molto meglio.
Anche la fortissima candidatura della leader dell’estrema destra (Front National) Marine Le Pen, è data da tutti sì seconda al primo turno del 23 aprile, ma sconfitta al ballottaggio del 7 maggio 2017, quando si dovrebbe riunire il fronte di tutti i partiti che nel 2002 sbarrarono la strada al padre Jean-Marie, che aveva battuto clamorosamente il premier socialista Lionel Jospin ma venne sconfitto da Jacques Chirac.
LA SITUAZIONE A SINISTRA
Per la prima volta il premier francese Manuel Valls non esclude di presentarsi alle primarie della sinistra contro Francois Hollande.
In un’intervista a Le Journal du Dimanche, Valls risponde così a una domanda sull’eventualità che possa candidarsi alle primarie di gennaio: «Tutti devono riflettere responsabilmente, io prenderò la mia decisione in coscienza. Ho rapporti di rispetto, amicizia e lealtà con il presidente ma la lealtà non esclude la franchezza. Bisogna constatare che nelle ultime settimane il contesto è cambiato»
(da agenzie)
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Novembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
“L’APERTURA CI PORTERA’ PIU’ SICUREZZA, NON ISOLAMENTO, SIAMO UN ARGINE AL POPULISMO XENOFOBO”
«Passo dopo passo», Angela Merkel, cercherà di difendere i valori liberali dell’Occidente: la cancelliera lo ha assicurato in un discorso al Parlamento tedesco. Era il suo primo intervento pubblico dopo l’annuncio, domenica, dell’intenzione di ricandidarsi alle elezioni dell’autunno 2017.
Nervi saldi, di fronte al disordine mondiale: meglio non agitarsi, meglio un impegno a proseguire con ancora maggiore determinazione sulla strada seguita finora; in fondo – ha detto, già in campagna elettorale – i tedeschi «non sono mai stati meglio di oggi».
Frau Merkel, nel discorso al Bundestag, non ha citato direttamente Donald Trump: dovrà lavorarci assieme.
Ha però delineato una visione politica che è l’opposto di quella proposta dal presidente-eletto americano: un mondo aperto, tanto ai profughi quanto ai commerci, che se non fosse plasmato dai valori americani ed europei sarebbe peggiore di quello di oggi e anche più pericoloso.
Il punto di critica più diretto all’Amministrazione entrante a Washington ha riguardato una scelta politica del nuovo presidente, non affermazioni di propaganda: il Tpp, la partnership commerciale del Pacifico che Trump ha detto ripudierà il primo giorno della sua presidenza.
«Ve lo dirò onestamente – ha affermato la cancelliera –. Non sono contenta che l’accordo Transpacifico probabilmente ora non diventi una realtà . Non so chi ne beneficerà ».
Riferimento alla Cina, che del passo indietro americano nell’area cercherà di approfittare per estendere la sua influenza, economica e geopolitica
Merkel sa che la cancelliera tedesca e la Germania, da sole non possono garantire i valori liberali nel mondo: un’aspettativa che domenica scorsa aveva definito «grottesca».
Il suo obiettivo è assicurare che il populismo in crescita in Europa sia frenato, perchè se conquistasse posizioni porrebbe una minaccia all’esistenza della Ue.
Ma a suo parere questo non può avvenire solo Paese per Paese, non attraverso grandi disegni visionari che sono regolarmente respinti dagli elettorati.
Il suo primo compito, dunque, è evitare che il partito anti immigrati e populista Alternative fà¼r Deutschland abbia un successo alle elezioni tedesche.
Ha quindi difeso la scelta di aprire le porte ai profughi, ha avvertito dei pericoli dei discorsi di odio che corrono sui social network e ha affermato la priorità di mantenere una società aperta: «L’apertura ci porterà più sicurezza, non isolamento».
A proposito di sicurezza, ha annunciato che il suo governo aumenterà la spesa per la Difesa, per avvicinarsi all’obiettivo della Nato del 2% del Pil investito in essa.
Ha poi criticato pesantemente il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per la repressione che conduce, ma ha aggiunto che il rapporto con la Turchia va mantenuto.
Danilo Taino
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
ADDIO AL PAREGGIO DI BILANCIO, RIDUZIONE DELLE PREVISIONI SUL PIL
Londra misura l’effetto Brexit: quattro anni di flessione del ritmo di crescita, l’addio al pareggio di
bilancio, un boom del debito pubblico, costi aggiuntivi per 122 miliardi di sterline nei prossimi 5 anni.
IL PIL RALLENTA
Nell’Autumn Statement il Cancelliere per lo Scacchiere inglese, Philip Hammond, ha delineato uno scenario economico che, dopo un buon 2016, vede un progressivo rallentamento, che si protrarrà nel tempo.
L’anno in corso andrà meglio delle previsioni, con il Pil a +2,1% contro il 2% stimato a marzo, poi gli effetti del “Leave” si abbatteranno sulla Gran Bretagna.
Nel 2017 il Pil britannico si fermerà all’1,4%, ben 0,8 punti sotto le precedenti previsioni; nel 2018 il Pil dovrebbe registrare un +1,7%, con una revisione delle stime di 0,4 punti; nel 2019 la crescita arriverà al 2,1%; nel 2020 al 2%.
Solo nel nuovo decennio la Gran Bretagna riprenderebbe il ritmo di crescita immaginato nell’era pre-Brexit.
A pesare sarà soprattutto la pesante flessione dei consumi.
ADDIO PAREGGIO DI BILANCIO.
Il governo britannico stima in 122 miliardi di sterline, pari a 143 miliardi di euro, le spese aggiuntive che dovrà fronteggiare nei prossimi 5 anni per uscire dall’Unione europea.
La cifra corrisponde, secondo quanto riferisce il governo, alle spese aggiuntive previste per coprire il periodo fino all’inizio del 2021, in cui Londra ha stimato un rallentamento della crescita economica.
Il responsabile del Tesoro ha detto che Londra ha formalmente abbandonato il suo piano di raggiungere il surplus di bilancio entro il 2020, rinviando il progetto a data da destinarsi.
Nel periodo 2017/2018 il debito pubblico dovrebbe così portarsi su un picco pari al 90,2% del Pil.
“Il nostro compito ora è preparare l’economia a essere forte nel momento in cui usciremo dall’Unione europea e in buona forma per la transizione che seguirà “, ha spiegato Hammond al Parlamento di Westminster.
SPINTA SUGLI INVESTIMENTI.
Hammond ha annunciato che la corporate tax nel 2020 scenderà al 17%, un provvedimento atteso dopo che il primo ministro Theresa May aveva annunciato una misura per la competitività . È previsto anche un fondo da 23 miliardi di sterline per stimolare la produttività .
Il Governo intende portare l’investimento in infrastrutture economiche all’1-1,2% del Pil dal 2020, rispetto all’attuale 0,8%.
Il governo intende inoltre sostenere il settore immobiliare e a questo scopo ha promesso investimenti per 1,4 miliardi di sterline per la costruzione di 4 mila nuove abitazioni, mentre allo stesso tempo propone di cancellare la cifra dovuta dalle famiglie alle agenzie immobiliari al momento della sottoscrizione di un contratto di affitto.
Tali costi si attestano in media a 337 sterline (quasi 400 euro) secondo il ministero. Un miliardo di sterline sarà destinato alla fibra ottica e alla diffusione del 5G nel Paese.
Per venire incontro invece alle esigenze delle fasce di popolazione meno abbienti, il Governo ha annunciato l’aumento del salario minimo del 4% a 7,5 sterline all’ora, pari a 8,8 euro, a partire dall’aprile 2017.
Lo scorso marzo la cifra era stata già aumentata da 6,70 a 7,20 sterline.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
BEN CONSCIA DI ESSERE UN ARGINE ALLA DESTRA XENOFOBA, CI METTE LA FACCIA: “SARA’ L’IMPRESA PIU’ DIFFICILE DOPO LA RIUNIFICAZIONE”
Il «momento opportuno» è scoccato poco dopo le 19 di una grigia domenica di novembre a Berlino: dopo aver dribblato per mesi le domande sulla sua ricandidatura a cancelliera, chiarendo che avrebbe risposto solo al «momento opportuno», Angela Merkel ha annunciato che correrà per un quarto mandato alle elezioni in programma in Germania fra dieci mesi.
«Ci ho riflettuto infinitamente a lungo, dopo undici anni al governo la decisione a favore di una quarta candidatura è tutt’altro che banale per il Paese, per il partito e per me stessa», ha spiegato dalla Konrad-Adenauer-Haus, la sede della Cdu.
«In tempi difficili e incerti» come questi le persone non capirebbero se decidessi di non far valere la mia esperienza e le mie doti per continuare a servire la Germania, ha notato, leggendo dai suoi appunti.
«Queste elezioni saranno difficili come nessun’altra dalla riunificazione tedesca», avremo a che fare con affondi da destra e sinistra come mai prima d’ora e con una forte polarizzazione della società , per cui la campagna elettorale sarà molto diversa dalle precedenti.
E poi un appello a confrontarsi democraticamente, «non a odiarsi»: «Il mio obiettivo in politica è lavorare per garantire la coesione del Paese»
Merkel, che al congresso Cdu di inizio dicembre si ricandiderà anche a leader del partito, ha chiarito di voler correre per un’intera legislatura.
Se venisse rieletta supererebbe Konrad Adenauer, che ha governato per 12 anni, e potrebbe eguagliare il record di 16 anni detenuto da Helmut Kohl.
La maggioranza dei tedeschi appoggia la sua decisione: il 55% si augura un quarto mandato, il 39% è contrario, ha rivelato un sondaggio della «Bild am Sonntag». Ad agosto il quadro era invertito: i favorevoli erano il 42%, i contrari il 50
Una vera alternativa a una quarta candidatura, per Merkel, non esisteva.
Da un lato mancano nella Cdu candidati che possano sostituirla.
Dall’altro il difficile quadro internazionale, con le incertezze legate alla futura amministrazione Trump e col riemergere di tendenze protezionistiche e nazionalistiche, avrebbe fatto apparire una sua uscita di scena come un’inspiegabile fuga.
La vittoria di Trump l’ha di fatto spinta ad anticipare il suo annuncio, che era atteso finora al congresso della Cdu.
Il risvolto della medaglia è che su di lei si concentrano ora aspettative enormi: Merkel come ultimo baluardo dell’Occidente.
Un ruolo che non le piace: tutto ciò che viene collegato alla mia persona soprattutto dopo le elezioni statunitensi «mi onora, ma lo percepisco come grottesco e assurdo: nessuno, da solo, neanche con un’enorme esperienza, può cambiare in meglio le cose in Germania, in Europa e nel mondo, tanto meno una cancelliera tedesca».
In attesa di capire chi la sfiderà nell’autunno 2017 — la Spd appare divisa tra chi vorrebbe schierare il leader Sigmar Gabriel e chi preferirebbe il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz — la Cdu ha già iniziato a elaborare i primi punti programmatici per il voto.
In un documento discusso ieri dai vertici e che verrà presentato al congresso si parla di sgravi fiscali soprattutto a favore delle famiglie e delle persone coi redditi medio-bassi, di investimenti infrastrutturali e di un aumento delle spese per Esteri e Difesa. La Cdu promette all’occorrenza nuove misure sul fronte dei migranti per evitare che si ripeta una crisi come quella del 2015.
Un segnale alla Csu: nei prossimi mesi la Merkel dovrà ricucire lo strappo coi cristiano-sociali bavaresi apertosi proprio sui profughi.
Il populismo, l’isolamento e il protezionismo non sono una risposta ai problemi, chiarisce la Cdu, che vuole riconquistare i voti dei «perdenti della modernizzazione» e dei tedeschi che oggi «cercano rifugio tra i partiti populisti di sinistra e di destra».
Alessandro Alviani
(da “La Stampa”)
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Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
NON HA PAGATO IL TENTATIVO DELL’EX PRESIDENTE DI FARE PROPRIE LE TESI DI MARINE LE PEN
«Dell’epoca di Chirac reste ranno soltanto le mie riforme»; «Sono il primo ministro di uno Stato in
fallimento».
Le battute di Franà§ois Fillon, cadute nel dimenticatoio biografico, lo hanno riportato clamorosamente in auge, ridandogli smalto, consenso e credibilità .
È lui, a sorpresa, il vincitore politico del primo turno delle primarie della destra francese, anche se l’investitura si deciderà domenica prossima, al secondo turno, contro Alain Juppè, molto distanziato e con il fiato corto.
Fillon, 62 anni, rappresenta la destra classica, liberale in economia, conservatrice dei valori della Repubblica, intransigente, ma senza concessioni al populismo nazionalista.
La sua proposta sul controllo stretto dei flussi migratori ha conquistato gli indecisi. «La questione tocca la nostra identità , o l’Europa si assume le responsabilità o la Francia prenderà decisioni che le competono», ha detto in una recente intervista. In pratica, controllo stretto dei flussi.
Fillon si è imposto anche nel sostenere un progetto di riforme radicali ed è riuscito a conquistare, sul piano della difesa dell’identità nazionale, molti degli elettori di Sarkozy, il grande sconfitto: l’uomo che da quarant’anni va di corsa nella politica francese si è fermato prima di arrivare al traguardo, prima di potere giocare le carte della rivincita, o meglio di una riconquista dell’Eliseo.
Sarkozy ha perso la sfida dell’elettorato di centrodestra che ha partecipato in massa alle primarie, allargando cosi il perimetro della scelta.
Oltre quattro milioni di voti hanno fatto la differenza e lanciato un messaggio politico al di là di una selezione di partito.
Tutto può cambiare, ma la crisi della sinistra dà al candidato della destra altissime probabilità di vittoria alle presidenziali di maggio.
Scegliendo Fillon gli elettori hanno preferito la coperta gaullista attualizzata, la tradizione che ha fatto la storia della Francia del Dopoguerra. Sarkozy ha rappresentato una rottura ideologica e culturale. Da ieri, un’eccezione.
Non a caso, Juppè e Fillon hanno servito la Repubblica, come premier e come ministro, sotto la presidenza di Jaques Chirac. Franà§ois Fillon, è stato anche primo ministro nell’era Sarkozy. Una convivenza fatta di stridenti contrasti, di idee e soprattutto di stile
Il successo di ieri ha il sapore di una vendetta, il «segretario di Stato» che scalza il Papa. Fillon è un tessitore, formatosi in provincia, più attento ai corridoi che ai riflettori. In Italia, sarebbe stato democristiano.
Cattolico, educato dai gesuiti, padre di cinque figli, è un appassionato di corse automobilistiche e ha partecipato alla 24 Ore di Le Mans, una corsa di resistenza, entrata nel suo Dna.
«La forza tranquilla», copyright Mitterrand, sembra reinventato per lui.
Sia Juppè, sia Fillon, hanno messo l’accento sul drammatico bisogno di tagli coraggiosi delle tasse e della spesa pubblica, di liberare energie in un Paese bloccato dallo statalismo e da veti corporativi.
Juppè, paga l’usura dell’età e i suoi limiti di comunicazione. Anche Fillon non infiamma le folle, ma è stato abile a catturare l’elettorato indeciso.
Domenica avrà anche i voti di Sarkozy, che ha riconosciuto la sconfitta.
Massimo Nava
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI NON INTENDONO LASCIARE L’EUROPA, CHIEDONO AI POLITICI DI CAMBIARLA… LA BREXIT NON SFONDA
L’Europa non gode buona salute, e purtroppo non è una novità . 
Dallo scoppio della crisi del 2008 e la gestione successiva segnata da un’austerity ai limiti del parossismo, passando per la (non) gestione dei flussi migratori, fino alla Brexit, l’Unione non ha dato certamente il meglio sè.
La stessa riunione agostana a Ventotene fra i primi ministri di Francia, Germania e Italia, dove si sarebbero dovute scrivere le «pagine del futuro dell’Ue» (Renzi dixit), non ha suggellato passi in avanti.
Anzi, da allora le divisioni si sono ulteriormente accentuate e da qualche settimana lo stesso premier italiano sta lanciando strali verso un’Unione sorda alla flessibilità necessaria per fronteggiare le emergenze umanitarie e una ripresa economica ancora troppo lenta.
L’esito di tale aggrovigliamento dell’Ue è aver alimentato venti di protesta e populismi, tanto da non rendere implausibile una deflagrazione di quel progetto che ha fin qui garantito pace e sviluppo a un novero sempre più ampio di nazioni.
L’uscita dall’Unione sancita con il referendum popolare (per quanto ora in discussione) dalla Gran Bretagna rappresenta l’evento più traumatico e le prove delle prossime elezioni politiche in diversi Paesi costituiranno ulteriori banchi di prova per la tenuta di quel disegno.
Nel nostro Paese non mancano esponenti politici e partiti che criticano ferocemente la burocrazia europea, fino ad auspicare un’uscita dall’Unione emulando i britannici o l’abbandono della moneta unica.
Dunque, molti fattori sembrano remare contro l’Ue.
Ma fino a che punto la popolazione esprime un sentimento anti-europeista?
In che misura si guarda con favore all’uscita dell’Italia?
La ricerca realizzata (Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa) sui cittadini italiani racconta di un orientamento generale certamente non entusiasta verso l’Europa, con aree non marginali di criticità , ma sicuramente non incline a prospettive di abbandono.
Anzi, si chiede al governo un maggiore e rinnovato impegno nel cambiamento dell’Ue volto al suo rafforzamento.
Più europeisti
Abbiamo chiesto agli italiani in che misura seguirebbero i britannici indicendo un referendum popolare volto a stabilire se rimanere o meno nell’Unione.
La maggioranza (56,3%) ritiene che su un argomento così spinoso dovrebbero essere i politici eletti a decidere il da farsi, mentre poco più un quarto (28,1%) sarebbe dell’avviso che fosse il popolo a decidere.
Sarà anche quanto è accaduto nel dopo-Brexit e, forse, non rappresenterà un rinnovato feeling verso i politici, ma un simile esito evidenzia una cautela degli interpellati nel decidere «di pancia» su temi così complessi.
E costituisce anche un’attribuzione di responsabilità nei confronti dei propri rappresentanti. Anche perchè comunque l’Unione è vissuta come una conquista, un’istituzione di cui non ci si può sbarazzare con imperizia.
Vantaggi economici
Prova ne sia che solo il 13% considera l’Europa un ostacolo nel cammino di uscita dalle difficoltà economiche del nostro Paese.
Per contro, una misura più che doppia (28%) la valuta un’opportunità per superare le carenze nostrane.
Alla fine la maggioranza fra gli italiani vive l’Ue come una necessità (57,5%), che però deve essere ripensata nella sua struttura e negli obiettivi. In definitiva, prevale un orientamento verso l’Ue duplice e complementare.
Da un lato, spaventa una larga fetta di popolazione la prospettiva di uscire dall’Ue e, soprattutto, abbandonare l’euro per tornare alla vecchia lira.
Nel primo caso, i due terzi degli intervistati (64,4%) ritengono che se l’Italia non facesse parte dell’Unione le difficoltà economiche sarebbero ancora peggiori.
Nel secondo caso, ben il 71,7% considera l’uscita dall’euro foriera di una recrudescenza delle nostre condizioni economiche.
Dall’altro lato, è diffusa l’idea che l’Italia si debba impegnare per favorire un mutamento delle politiche e delle prospettive dell’Ue, anche negoziando nuove e più flessibili regole.
Così, i quattro quinti degli italiani (80,5%) auspicherebbero che il governo promuovesse un coordinamento tra le politiche economiche delle diverse nazioni.
Ciò dovrebbe essere accompagnato dall’ottenimento di una maggiore flessibilità sui vincoli finanziari (55,4%), per quanto su questo punto gli intervistati mostrino una maggiore cautela forse memori della nostra tradizionale abilità nell’aggirare le norme. In definitiva, sommando gli orientamenti espressi, confrontandoli con quanto rilevato nel 2014, emerge una tendenziale polarizzazione degli atteggiamenti verso l’Ue.
Gli «euro-convinti», quanti considerano deleterio un abbandono dell’Unione e dell’euro, costituiscono i due terzi della popolazione (67,4%), quota in leggera crescita rispetto al 2014 (63,6%).
All’opposto, gli «anti-euro» (15,2%) sono una parte minoritaria, ma non marginale, anch’essi in lieve aumento sul 2014 (11,7%).
Ne consegue che gli «euro-flebili» (9,4%, erano 13,9% nel 2014), favorevoli all’Unione, ma con perplessità , e gli «euro-scettici» (8,0%, erano il 10,8% nel 2014), indifferenti o propensi a uscire dall’Ue, diminuiscono di peso.
Un progetto per il futuro
L’Europa, per quanto acciaccata e mai così frammentata, priva di una visione comune e ingessata nel rivisitare i valori di riferimento, costituisce ancora un orizzonte comune per la grande maggioranza degli italiani.
Non scalda più i cuori come un tempo, ma sarebbe deleterio privarsene. Anzi, proprio in questi frangenti si chiede alla politica nazionale di farsene carico, di essere motore di un suo cambiamento.
E forse non è un caso che gli «euro-convinti» siano i più giovani, gli studenti, i laureati: chi auspica un futuro davanti a sè, un progetto in cui investire.
Daniele Marini
(da “La Stampa”)
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Novembre 20th, 2016 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL POLITOLOGO CANN CHE NE AVEVA PREVISTO IL SUCCESSO: “SARKOZY DIVIDE, JUPPE’ TROPPO SULLA DIFENSIVA”
Per mesi e mesi queste primarie francesi del centrodestra sono sembrate una noiosa battaglia dall’esito scontato: nonostante la presenza di sette candidati, si trattava di una partita a due, tra Alain Juppè e Nicolas Sarkozy.
E con il primo dato costantemente come vincente. Poi, invece, qualcosa è cambiato. Ce lo spiega Yves-Marie Cann, politologo, direttore degli studi politici di Elabe, a Parigi.
Cos’è successo?
«Da tre settimane Franà§ois Fillon beneficiava di una dinamica favorevole nei sondaggi”
Com’è riuscito a risalire la china Fillon?
«Grazie ai dibattiti fra i candidati organizzati in tv a tre riprese (l’ultimo giovedì sera). L’audience è stata sempre molto alta. E tanti elettori potenziali delle primarie del centrodestra hanno riscoperto questo personaggio politico, che fu premier durante tutti i cinque anni della presidenza Sarkozy».
Cosa piace di Fillon?
«Sul piano economico, ha un programma liberale, il più liberale di tutti i candidati. E sui valori, fa prova di un conservatorismo che genera simpatia tra tanti elettori della sua famiglia politica. Al tempo stesso ha un temperamento calmo e un piglio serioso: così diverso da Sarkozy, che, invece, divide molto i francesi e anche la destra».
Perchè il sindaco di Bordeaux Juppè cala?
«Non ha preso rischi nella campagna, non è andato all’offensiva. Ora paga questa strategia».
Le ultime rivelazioni su possibili finanziamenti di Gheddafi a favore di Sarkozy nella campagna delle presidenziali del 2007 hanno un’influenza negativa sul candidato? O l’elettorato della destra è impermeabile a questo tipo di notizie, un po’ come succedeva un tempo per Berlusconi in Italia?
«No, questo tipo di rivelazioni non fa per niente bene a Sarkozy. La sua immagine soffre degli scandali già da 2-3 anni.
In ogni caso, le differenze programmatiche fra i tre non sembrano così forti…
«Si tratta soprattutto di una battaglia tra le personalità . E per trovare le differenze bisogna scendere ai dettagli: guardare alle misure concrete, più che alle idee generali».
Ad esempio?
«Tutti e tre vogliono ridurre il numero dei funzionari pubblici. Ma Fillon vuole tagliare addirittura 500mila posti, Sarkozy 300mila e Juppè 250mila. Dove, invece, i punti di vista sono nettamente più distanti è sul fisco: Juppè, ad esempio, non prevede tagli all’imposta sui redditi, previsti invece da Sarkozy. E, anzi, il sindaco di Bordeaux vuole aumentare l’Iva».
Sul piano economico prevedono tutti riforme ambiziose, in un Paese bloccato dai sindacati qualche mese fa per una riforma del mercato del lavoro davvero poco ambiziosa. Come faranno a realizzare i loro “libri dei sogni”?
«Ce lo chiediamo tutti. Anche perchè, se, come probabile, il candidato del centro-destra andrà alle presidenziali al ballottaggio con Marine Le Pen e vincerà , lo farà anche con i voti degli elettori della sinistra decisi a sbarrare la strada alla candidata del Front National. Ecco, in quel caso il presidente uscente sarà ancora meno legittimo per realizzare un programma davvero molto a destra, come previsto in questa campagna».
A proposito, ma siamo sicuri che il candidato del centro-destra possa davvero imporsi fra cinque mesi, in un eventuale ballottaggio, contro la Le Pen?
«Le inchieste d’opinione, almeno per il momento, dicono di sì. E qualsiasi sia il candidato del centro-destra. Però, Juppè o Fillon realizzerebbero dei risultati importanti, superiori al 60% o anche vicino al 70%. Mentre con Sarkozy sarebbe più complicato, perchè meno numerosi andrebbero a votarlo gli elettori di sinistra».
Leonardo Martinelli
(da “La Stampa”)
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Novembre 20th, 2016 Riccardo Fucile
L’ELETTORATO MANDA AL BALLOTTAGGIO DUE LIBERALI… I SONDAGGI DAVANO SPERANZE ALLA LE PEN SOLO CONTRO SARKOZY
La Francia attende di conoscere i risultati delle primarie per scegliere il candidato della destra
gollista, Les Republicains, alle presidenziali del 23 aprile 2017.
Secondo i dati di 9.036 seggi su oltre 10.228 sarebbero passati al secondo turno del 27 novembre gli ex premier Francois Fillon (44,2%) e Alain Juppe (28,3%) mentre sarebbe fuori l’ex presidente Nicolas Sarkozy con il 20,8%.
Secondo una stima realizzata dall’istituto Elabe per BFM-TV hanno votato tra i 3,9 e i 4,3 milioni di francesi.
Su radio, tv e quotidiani on-line si parla di «mobilitazione record».
«Siamo sommersi», dicono gli organizzatori riferendosi alla massiccia partecipazione in tutto il Paese.
Inizialmente il voto era previsto dalle 8 alle 19 ma alcuni seggi, come quello del sedicesimo arrondissement di Parigi, sono rimasti aperti anche oltre per consentire a tutti di votare.
(da agenzie)
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Novembre 18th, 2016 Riccardo Fucile
PREVALE LA LINEA ITALIANA, TROPPO COMODO PRENDERE I CONTRIBUTI DALL’EUROPA E SCARICARE I PROFUGHI SUGLI ALTRI
L’Unione europea boccia la linea dura di Ungheria, Slovacchia, Polonia e Repubblica Ceca sui migranti.
Il documento della presidenza slovacca di turno al Consiglio Ue, che cercava di aprire la strada alla ‘solidarietà flessibile’, non ha ricevuto il consenso necessario per andare avanti.
Lo hanno rivelato fonti italiane al termine della cena informale organizzata a Bruxelles.
Durante la discussione il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha chiesto alla Commissione Ue di riverificare il calendario degli obblighi sul ricollocamento dei vari Paesi per rimettere in moto il processo, la cui conclusione è prevista per settembre 2017.
Tra pochi mesi sarà costituito un gruppo ad hoc – di cui l’Italia farà parte – per gettare le basi per un nuovo documento, con l’obiettivo di raggiungere un accordo sulla revisione del regolamento di Dublino.
Il documento slovacco, “Solidarietà efficace”, era un cosiddetto ‘non paper’ di due pagine scarse, ed era annunciato da mesi: la presidenza slovacca tentava così di far passare la linea della “flessibilità “.
Al fianco dell’Italia in prima linea Grecia e Malta, ma “numerosi” erano i Paesi a cui il documento non piaceva. “Gli unici a gradirlo davvero sono i quattro Paesi Visegrad” (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), hanno affermato fonti diplomatiche europee.
Il documento slovacco smantellava l’idea di solidarietà obbligatoria prevista della proposta della Commissione europea.
Tutto quanto vi è previsto è su base volontaria. “Il punto di partenza” è che tutti gli Stati “contribuiscano per condividere il peso” delle crisi migratorie. “Ma – si osserva – ci sono molti modi” per farlo: “dal ricollocamento, al supporto finanziario, al sostegno per la protezione delle frontiere esterne, alla condivisione delle capacità di accoglienza o nel rivestire un ruolo più incisivo nelle operazioni di rimpatrio”.
Puro politichese che nasconde il concetto di sempre per certi Paesi dell’Est: l’Europa viene bene quando si tratta di ricavarne benefici finanziari (la Polonia riceve 11 miliardi dalla Ue, l’Ungheria 5) ma non va più bene quando si tratta di esprimere solidarietà umana.
(da agenzie)
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