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BREXIT: LE GRANDI BANCHE BRITANNICHE SI PREPARANO A LASCIARE IL REGNO UNITO NEL 2017

Ottobre 23rd, 2016 Riccardo Fucile

L’ANNUNCIO DEL DIRETTORE DELLA BRITISH BANKERS ASS. ALL’OBSERVER

Le grandi banche britanniche lasceranno il Regno Unito a inizio 2017, a causa dei crescenti timori sui futuri negoziati per l’uscita del Paese dall’Unione europea.
Ad affermarlo è Anthony Browne, direttore della British Bankers’ Association (Bba), citato dall’Observer.
Le piccole banche, ha aggiunto, stanno invece pianificando di trasferirsi fuori dal Paese entro Natale.
Browne avverte che «il dibattito pubblico e politico al momento ci sta portando nella direzione errata». Una fonte vicina al ministro per la Brexit, David Davis, ha detto al giornale che sia lui, sia il cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, la scorsa settimana hanno offerto garanzie sulla loro determinazione a garantire lo status della City, centro finanziario di Londra.
Browne ha affermato che «stabilire barriere a commercio e servizi finanziari» sarà  «un ostacolo» per tutti. Tutta l’Europa, dice, soffrirà  nel caso che Londra scelga una «Brexit dura».
Ha messo in guardia: «La maggioranza delle banche internazionali ora ha dei gruppi di lavoro per vedere quali operazioni trasferire per garantire di poter continuare a servire i clienti, la data entro cui devono farlo, e come farlo nel miglior modo possibile».
Secondo l’esperto, «molte banche più piccole pianificano di concretizzare i trasferimenti prima di Natale», mentre «i più grandi intendono cominciare nel primo trimestre del prossimo anno».

(da “Huffingtonpost”)

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UCRAINA: “E’ POSSIBILE SCONFIGGERE UN ESERCITO, NON UN POPOLO”

Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile

REPORTAGE DAL DONBASS IN GUERRA CONTRO L’OCCUPAZIONE FILORUSSA

«à‰ possibile sconfiggere un esercito, non un popolo. Per questo motivo la Russia non potrà  mai batterci». Armen è certo che l’Ucraina si riprenderà  Donetsk e Lugansk, città  conquistate due anni fa dai separatisti filorussi.
E forse anche la Crimea occupata dagli indipendentisti con l’appoggio militare di Mosca. Perchè la Guerra del Donbass – fino ad ora costata diecimila morti e quasi due milioni di sfollati – non è finita, ma continua – silenziosa e ignorata – a mietere vittime, da una parte e dall’altra.
Il conflitto è scoppiato all’indomani dalla rivoluzione che a Kiev spodestò nel 2014 il premier Viktor Yanukovich, accusato di essere troppo vicino a Putin e lontano dal sogno europeo degli ucraini.
Nella rivolta un centinaio di manifestanti venne ucciso dai cecchini, ma alla fine vinse Maidan – la piazza -, la voglia di avvicinarsi all’Europa e prendere il largo dalla Russia.
Armen non è un volontario. «Sono un patriota» afferma, anche se le origini della sua famiglia sono armene. Con il figlio raccoglie aiuti da inviare nel Donbass. Il suo magazzino, a Yahotyn, centocinquanta chilometri a est da Kiev, è una tappa obbligata per i convogli diretti al fronte. «In media ne passano centoventi al mese» spiega.
Partono dalla capitale carichi fino all’inverosimile. «Portiamo viveri, medicinali, vestiario» racconta Natalia Prilutskaya, due figli, il cognato caduto in combattimento all’inizio del conflitto.
Gli aiuti arrivano da tutto il mondo grazie alla catena di solidarietà  che parte dal Canada e attraversa la Germania, la Spagna, la Francia.
Anche l’Italia, dove vive una numerosa comunità  di ucraini.
«Questa volta abbiamo raccolto confezioni di antidolorifici e coperte per l’inverno» spiega il torinese Mauro Voerzio, responsabile dell’edizione italiana di Stopfake.org, sito Internet che si occupa di smascherare la propaganda russa contro l’Ucraina.
I pacchi giungono a Kiev alla spicciolata, vengono smistati dai volontari sulle «marÅ¡rutke», furgoncini che percorreranno quasi mille chilometri per giungere a destinazione.
In prima linea c’è bisogno di qualsiasi cosa. Yuri Moskalenko sul suo Volkswagen ha caricato barattoli di «salo» (grasso di maiale salato molto nutriente, buono, dicono, anche per ingrassare i cingoli) e casse piene di silenziatori per kalashnikov.
Li ha fabbricati nella sua piccola officina: «Sono pezzi di precisione: attutiscono il rumore e riducono la fiammata dei mitragliatori».
Al suo fianco, a dargli il cambio alla guida, c’è Yulia Zubrova con la sua inseparabile chitarra. Yulia ha scritto canti patriottici che intona ovunque: nelle trincee fangose, negli scantinati trasformati in rifugi, negli ospedali tra i feriti, strappando applausi e buon umore.
Il convoglio viaggia ininterrottamente per undici ore. Poi compaiono i posti di blocco che segnano l’ingresso nella zona Ato, il Donbass tenuto sotto scacco dai terroristi.
I mezzi rallentano, si aprono i finestrini: «Slava Ucraina!», «Gloria all’Ucraina!» scandiscono gli autisti.
Le canne dei mitra si abbassano, sui visi dei soldati sfatti dalla stanchezza compare un sorriso. «Gheroyam slava!»: «Gloria agli eroi!» rispondono facendo cenno di proseguire.
Si riparte veloci schivando le buche delle esplosioni, carcasse d’auto arrugginite, le schegge taglienti degli shrapnel abbandonate sull’asfalto.
Si teme di finire fuori strada, sulle mine disseminate nei campi abbandonati che si perdono all’orizzonte. A Lughanska cibo e medicine sono distribuiti al 93° battaglione. I soldati vivono nell’interno, buio e annerito, di un capannone sventrato da un razzo Grad. Usano specchi per non farsi sorprendere alle spalle
Sulle alture vicine a Stachanov, di fronte a Debaltseve – città  strappata lo scorso anno agli ucraini nella battaglia che costò la vita a quasi duemila uomini – gli aiuti vengono trasbordati su un cingolato.
Il mezzo attraversa villaggi abbandonati, le case trasformate in ricoveri per riprendersi dalla fatica della prima linea. C’è fango ovunque, anche nei bivacchi appena intiepiditi dalle stufe. I militari consolidano le posizioni, scavano nuove trincee, spaccano legna perchè la neve, il freddo e i nemici premono, sono alle porte.
Bastion è l’ultimo caposaldo ucraino sull’autostrada alle porte di Donetsk. Si dorme in mezzo ai topi e all’umidità  nei rifugi scavati tra i resti di un cavalcavia sbrecciato dalle esplosioni.
L’aeroporto, distante poche centinaia di metri, di notte è rischiarato dalle fotoelettriche e dal bagliore intermittente dell’artiglieria: i colpi rimbombano fino all’alba, il paesaggio è surreale.
La guerra alla periferia di Donetsk va avanti ininterrottamente da oltre due anni. A nulla sono valsi gli accordi di Minsk per il cessate il fuoco, perchè i mortai non hanno mai cessato di sparare.
Lo confermano gli osservatori Osce quotidianamente impegnati a contare esplosioni, intuire calibri, registrare morti e feriti. Una contabilità  per difetto, ovviamente, perchè difficile da completare.
A Shakta Butovka il conflitto si respira tra le lamiere contorte e arrugginite della centrale elettrica: è odore acre di plastica bruciata e nafta quello che ristagna tra le macerie. I soldati vivono incollati alle pareti in cemento ancora in piedi, come cimici in cerca di salvezza.
Qui combatte Igor, giovane volontario che ha lasciato la famiglia a San Pietroburgo per arruolarsi con Kiev. «La Russia ha aggredito un Paese fratello: non avevo altra scelta, mi sono schierato al fianco dell’Ucraina» spiega.
Non è l’unico russo ad aver fatto questo passo. «Siamo in molti: la guerra sarà  lunga — aggiunge – perchè è stato un errore accordarsi con i terroristi».
C’è anche Vidadi Israfilov. Lui però è azero e, ironia della sorte, ringrazia gli aiuti ricevuti da Armen, patriota originario dell’Armenia, nazione da venticinque anni in guerra con l’Azerbaigian per il possesso del Nagorno-Karabakh.
«Tra noi non esiste alcuna differenza di partito, ideologia o credo religioso — sostiene Marina Danilova, animatrice del gruppo «Pomaigitie Armja», «Aiutiamo l’esercito» — perchè tutti difendiamo il nostro Paese, fianco a fianco, uniti, senza alcuna distinzione, militari e civili. Ognuno dà  quello che può: questo è lo spirito di Maidan». I filorussi continuano ad accusare l’Ucraina di essere nazista. E puntano il dito contro i battaglioni Azov e Pravj Sektor, che usano simboli simili alla svastica germanica e simpatizzano apertamente per l’estrema destra. Come molti separatisti, del resto, e tra loro anche alcuni italiani.
Ad Avdiivka, i colpi di artiglieria hanno sventrato alcuni palazzi in periferia. I calibri dei separatisti hanno però risparmiato il complesso industriale nella parte occidentale della città .
Nessun errore, nessun miracolo: appartiene a un oligarca che vive nella Repubblica di Donetsk. La scuola numero Sette, invece, è oltre l’ultimo checkpoint della cittadina. C’è il sole, ma le aule esposte ad Est, verso il fronte, sono buie perchè alle finestre sono state inchiodate spesse assi di legno e sui davanzali sono stati appoggiati sacchi di sabbia.
Proteggono allievi e insegnanti dai combattimenti che infuriano a poche centinaia di metri, in pieno giorno. «Non è facile ma è doveroso riconquistare un po’ di normalità » sostiene Kostyantyn Byalik.
C’è voglia, insomma, di scrollarsi da dosso una guerra che ha fiaccato gli animi, le speranze, messo in ginocchio l’economia del Paese. La sua città , Slovyansk, un anno fa era cupa come il ricordo – e i lutti – dei tre mesi di occupazione filorussa.
Oggi nella piazza principale non troneggia più la gigantesca statua brunita di Lenin: è stata abbattuta per celebrare la riconquista della cittadina.
Sventolano, ovunque, le bandiere giallo-blu dell’Ucraina, e nuovi locali ravvivano il centro.
Sopravvivono, invece, le lunghe code ai bancomat che distribuiscono al massimo l’equivalente di quindici euro al giorno e restano a secco già  a mezzogiorno: perchè l’inflazione continua a correre, chi può fa incetta di contanti.
Il clima è diverso a Kurakhove, città  ammorbata dalla centrale a carbone che nonostante il conflitto, continua indisturbata ad inquinare e fornire luce ai ribelli di Donetsk. Nelle vie non sventolano bandiere patriottiche: «I rapporti tra ucraini e russofoni sono difficili, le provocazioni continue» spiega Dmitry Katsapov. Ma gli affari vanno bene, qui passa il corridoio verso l’enclave occupata. Sono centinaia i filorussi che ogni giorno cercano di raggiungere Kurakhove. Perchè nonostante gli aiuti inviati da Mosca, nei territori occupati manca tutto, la popolazione è costretta ad approvvigionarsi in Ucraina. Hanno ventiquattro ore a disposizione, spesso si accampano vicino ai posti di controllo per guadagnare tempo, i più fortunati dormono in macchina, gli altri all’aperto.
Al ritorno camminano per chilometri trascinando pesanti borse colme di generi alimentari, medicine, vestiario, subendo le asfissianti perquisizioni della polizia. Povertà  e disperazione che fanno decollare il mercato nero.
«Anche il traffico di armi vendute agli ucraini in cambio di droga» sostiene Maxim Lyutyi, comandante del battaglione Sich. «Gli affari illegali sono in crescita perchè la guerra ha sprofondato la popolazione nella povertà  facendo trionfare la corruzione» confessa amareggiato il giovane ufficiale cosacco.
A Marinka il nemico colpisce dalla periferia di Donetsk, che da questo sobborgo si vede a occhio nudo. Le difese ucraine sono affidate al battaglione Donbass.
Non ama i giri di parole il comandante Vyacheslav Vlasenko: «Vi ammazzo se fotografate il mio ufficio». Poi indica il monitor che inquadra le postazioni avversarie. «Potremmo riprenderci la città  in quattro giorni – biascica in russo — ma Kiev non si decide».
In ballo c’è la vita di un milione e mezzo di abitanti: scudi umani, insomma, scelta comprensibile.
I suoi uomini continuano a scavare ripari lungo il corso d’acqua che lambisce il villaggio. «Di notte i nemici lo attraversano, entrano silenziosi nei cortili, ci prendono alle spalle» raccontano i soldati. Il resto lo fanno i cecchini appostati sulle alture vicino alle miniere di carbone, i proiettili dei mortai, le mine.
Su uno di quegli ordigni tre mesi fa è saltato Roman. Lavorava in Spagna quando la Patria lo ha richiamato sotto le armi.
Avevano minacciato di arruolare il fratello – sposato e con due figli – se non si fosse presentato. Roman non si è tirato indietro, ma a luglio ha messo il piede su una mina, il suo corpo è stato devastato dall’esplosione.
«Ha perso la vista, un braccio, le gambe, il futuro» racconta con compostezza Nadja, la madre, otto anni da badante in Italia per assicurare un avvenire ai figli, ora al capezzale di Roman nell’ospedale militare di Kiev.
I volontari soccorrono anche la popolazione che continua a vivere nelle zone dei combattimenti.
A Opytne abitano Baba Raya e il marito. La loro casa è stata centrata due volte dagli insorti, il tetto lo hanno rattoppato con lastre di amianto e lamiera. Però non vogliono saperne di scappare.
«Questa è la nostra terra, il cuore della nostra famiglia, della nostra esistenza» spiegano. Natalia Prilutskaya – la volontaria partita da Kiev con il furgone carico di aiuti – passa ogni mese a trovare Baba Raja. Lascia viveri e medicinali. Ma torna a casa «con la forza che solo questa donna è in grado di donarmi» dice. Sorridono i due anziani, ringraziano, mostrano le stanze fredde e buie in cui sono ammassati coperte, viveri per l’inverno, legna da ardere, foto sbiadite appese alle pareti.
A Zaytsevo lavorano i volontari di Asap Rescue.
Assistono militari e civili nella «buffer zone» a pochi chilometri da Gorlivka, città  occupata dai separatisti. Tutti i giorni raggiungono con i fuoristrada le case sparse nella «terra di nessuno».
Distribuiscono medicine, prestano soccorso, se necessario muovono le ambulanze. Tra i medici c’è Alexandr Sokolov, fino allo scorso anno in prima linea con Pravji Sector, oggi medico volontario.
C’è anche Masha Kushnir, 32 anni, da Kiev. «Il mio Paese è in difficoltà , ho scelto di lavorare per la mia gente, di sdebitarmi con le persone che si sono sacrificate a Maidan. La rivoluzione mi ha insegnato proprio questo: essere utile al mio Paese» racconta infilandosi elmetto e giubbotto antiproiettile. Perchè nonostante il presidio medico sia segnalato con grandi croci rosse, i nemici non esitano a colpirlo.
«à‰ una sporca guerra che vinceremo», sibila Vasili Budjk imbracciando un Ak 47 nuovo di zecca con mirino laser e colpo in canna. Ex ufficiale dell’esercito, due anni fa è finito in un’imboscata, è stato catturato dai nemici.
«Tre mesi di torture, le costole sfondate, ma non ho aperto bocca», ricorda mostrando sul telefonino l’immagine in cui giace ammanettato per terra, il viso tumefatto dalle botte. à‰ stato fortunato, lo hanno rilasciato in cambio di un parigrado russo.
Altri suoi compagni non ce l’hanno fatta, sono stati giustiziati. Budjk è diventato un eroe nazionale, vive a Slaviansk, è uno dei più stretti collaboratori del ministro della Difesa.
Con i volontari dell’organizzazione Officer Corp Ukr si occupa dei prigionieri ancora nelle mani degli avversari. «Lavoriamo per liberarli, ma è un compito delicato, estenuante, sempre sul filo del rasoio», spiega. Non vuole saperne di svelare quanti sono i militari russi imprigionati in Ucraina: «Mosca è imbarazzata, ha chiesto il silenzio, metterei a rischio le trattative».
Mostra però il quaderno in cui sono annotati i nomi di alcuni prigionieri ucraini. «Li riporteremo tutti a casa — mormora – nessuno sarà  abbandonato: questa è Maidan».

Roberto Travan
(da “La Stampa”)

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INTERVISTA AD ALAIN JUPPE’: “RIFORMO PENSIONI E LAVORO. PARIGI SARA’ FORTE COME BERLINO”

Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile

E’ IL CANDIDATO FAVORITO DEL CENTRODESTRA PER L’ELISEO: “IL MIO PAESE DEVE RITROVARE IL SUO PESO PER LA LEADERSHIP UE”

Se si votasse oggi, Alain Juppè avrebbe davanti un’autostrada per l’Eliseo.
L’ex premier, 71 anni, è il favorito all’elezione presidenziale di maggio e secondo i sondaggi dovrebbe vincere tra um nese le primarie per la candidatura del centrodestra. “Nulla è scontato” avverte Juppè togliendosi subito la giacca per rispondere alle domande nel suo quartier generale di boulevard Raspail.
Sindaco di Bordeaux, incarna una destra moderata, ha una lunga esperienza di governo, a capo di un esecutivo durante la presidenza di Jacques Chirac, più volte ministro.
Nel 2004 era stato costretto a fare una parentesi dalla politica dopo una condanna per alcuni incarichi fittizi al partito. Poi è tornato, e quasi fuori tempo massimo ora punta al vertice dello Stato con uno slogan diametralmente opposto alla visione del suo principale rivale, Nicolas Sarkozy.
Lei vuole promuovere in Francia un'”identità  felice”. È un obiettivo più che una constatazione?
“Ovviamente non ho l’ingenuità  di pensare che la Francia navighi nella felicità . Oggi è un Paese in grave difficoltà  economica, la disoccupazione resta a livelli troppo alti. C’è una crisi politica, il potere non è più credibile, le ultime dichiarazioni di Franà§ois Hollande in un libro dal titolo eloquente (“Un Presidente non dovrebbe dire queste cose”, ndr.) hanno sminuito ancora di più la funzione presidenziale. L’immagine internazionale del nostro Paese è profondamente degradata”.
La Francia va male?
“È così, ma il ruolo di un responsabile politico non è trasmettere un messaggio di pessimismo, di declinismo. Voglio esprimere fiducia, ottimismo. Mi sono prefissato questo obiettivo creando un dibattito, e ora persino i vescovi francesi hanno espresso una visione simile alla mia”.
I programmi dei candidati alle primarie si assomigliano in molti punti. Cosa la differenzia davvero da Sarkozy?
“Credo che le differenze non sfuggano a nessuno. L’elezione si giocherà  molto sulla personalità , peserà  la fiducia nel candidato, si valuterà  la sua stoffa da uomo di Stato”.
Si considera il candidato con più chance di battere Marine Le Pen?
“Sì, oggi sarei davanti a Le Pen al primo turno e potrei batterla con un largo vantaggio al secondo turno. Forse è un argomento che può far riflettere gli elettori che temono l’arrivo al potere del Front National”.
La accusano di non essere sufficientemente duro con l’islamismo radicale, tollerando ad esempio il velo.
“Il velo non è l’islamismo radicale! Guardate sui marciapiedi quante donne lo portano. Non si possono varare leggi che non potranno essere applicate. Sono contro tutto ciò che sminuisce la donna, come il burkini che considero umiliante. Ma sono temi che devono essere affrontati in modo globale, senza brandire ogni volta una nuova legge”.
Crede al rischio di una guerra civile in Francia?
“Sento parlare di scontro di civiltà . Bisogna fare attenzione, non cadiamo nell’isteria. Ci vuole sangue freddo. Tutti gli studi mostrano che la maggioranza dei musulmani francesi è pronta a rispettare le leggi della Rèpublique”.
Dopo il Brexit, qual è il suo messaggio ai britannici?
“Avete fatto una scelta, e noi la rispetteremo. Non è possibile essere fuori e dentro l’Europa. Non si tratta di punire la Gran Bretagna, solo di essere coerenti. La Francia manterrà  una cooperazione bilaterale molto stretta con Londra, in particolare sul piano militare. Per il resto, bisogna procedere spediti”.
Sulla difesa comune europea è possibile avanzare?
“I britannici sono sempre stati ostili all’idea di un maggior coordinamento e di un quartier generale comune. Adesso le cose si stanno finalmente muovendo. I Paesi interessati a una cooperazione rafforzata sul piano militare li conosciamo: Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia, Svezia”.
L’Ue attraversa una grave crisi. Come pensa di superarla?
“Immaginare che ogni Paese possa fare da sè è disastroso. Rischiamo di diventare Stati vassalli della Russia, della Cina e di altri ancora. Dobbiamo ritrovare la consapevolezza del nostro destino comune”.
Da Berlino a Budapest non è più la stessa Europa?
“Se qualche Paese non vuole condividere gli stessi valori, è libero di farlo. Non possiamo costringerlo. L’Europa a più velocità  è già  una realtà , ad esempio con lo spazio Schengen e l’eurozona”.
Cosa pensa del triumvirato tra Angela Merkel, Hollande e Matteo Renzi?
“La voce della Francia oggi non pesa più, su molti negoziati siamo stati lasciati ai margini. Dobbiamo ritrovare la nostra forza e credibilità , facendo riforme serie come quella delle pensioni e del mercato del lavoro. Solo quando saremo tornati alla pari con la Germania potremmo allargare la leadership europea ad altri”.
Sull’immigrazione Renzi accusa l’Ue di non aiutare abbastanza l’Italia. Se fosse all’Eliseo, quale solidarietà  sarebbe pronto a dare?
“Sono favorevole a una maggiore solidarietà  con l’Italia ma solo se verranno rafforzati i controlli alle frontiere e se ci saranno accordi per poter rimandare i migranti illegali nei Paesi africani. Da mesi cerchiamo di ottenere una risoluzione dell’Onu per intervenire direttamente sulle coste libiche. Occorre insistere”.
Il piano per la redistribuzione dei rifugiati nell’Ue è un fallimento. Che cosa ne pensa?
“Se non riusciremo a controllare davvero le frontiere europee non potremo mai convincere gli altri Paesi ad aprire i propri confini”.
Come risolvere il problema di Calais?
“È una situazione che non è più tollerabile. La prima cosa da fare è rompere gli accordi del Touquet (che mettono i controlli doganali britannici sulla costa francese, ndr.). La selezione delle persone che la Gran Bretagna vuole o non vuole non dev’essere fatta sul nostro territorio”.
Lei era ministro degli Esteri quando la Francia guidò l’intervento in Libia. Fu un errore?
“È facile dirlo oggi. Se non fossimo intervenuti in Libia avremmo avuto a Tripoli un altro Bashar al Assad con magari 400mila vittime. Gheddafi era pronto a massacrare civili a Bengasi. L’errore semmai è non aver accompagnato la transizione, con una vera missione dell’Onu”.

(da “La Repubblica”)

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LEGGE DI STABILITÀ: PRONTA LA LETTERA UE PER RICHIAMARE L’ITALIA

Ottobre 19th, 2016 Riccardo Fucile

IL RETROSCENA ANTICIPATO DA “REPUBBLICA”

L’Unione Europea è pronta a bocciare la manovra targata Renzi-Padoan. È quanto riporta un articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica.
Il governo ha una settimana di tempo per cambiare la manovra, altrimenti riceverà  una lettera Ue preludio alla bocciatura formale: nei primi giorni della prossima settimana una missione di Bruxelles arriverà  a Roma per passare al setaccio i nostri conti.
Ieri Jean-Claude Juncker, tramite canali riservati, ha fatto sapere a Renzi che non è nelle condizioni di far passare la legge di bilancio così come è stata notificata alla Commissione.
In vista del referendum, Juncker si è esposto molto per aiutare il premier, ma il testo giunto dal Tesoro non è ritenuto commestibile sia dal punto di vista legale (ogni anno le Capitali devono tagliare il deficit mentre l’Italia ha già  ricevuto ampie deroghe e ora ne chiede altre) sia da quello politico.
Troppo elevato il deficit, al di là  dei patti stretti tra lo stesso Juncker e Renzi (ok ad una formulazione che si fermasse massimo al 2,2 per cento rispetto al target dell’1,8 mentre il governo ora chiede il 2,3). E oltretutto la composizione della manovra non permette di giustificare i numeri: troppe una tantum e poi una stima sui costi che l’Italia sosterrà  sui migranti esageratamente superiore a quella che si ottiene applicando i criteri europei.
Criteri che Roma ha deciso di ignorare chiedendo un bonus per tutti i costi legati ai profughi previsti per il 2017 anzichè per il solo incremento delle spese rispetto al 2016.
Già  giustificare il 2,2 per cento – spiegano da Bruxelles – è tecnicamente difficilissimo considerando la composizione del testo: comunque non ci sarebbe la sicurezza che passi al vaglio dell’Eurogruppo — il tavolo dei ministri finanziari – anche se Juncker sembra disposto a correre il rischio ma solo a patto che Roma segua le indicazioni di Bruxelles nella riscrittura del testo.
Del resto si sostiene che il 2,3 per cento non passerà  mai, e dunque la Commissione non può inviare all’Eurogruppo una decisione che verrebbe ribaltata con l’Italia che finirebbe ugualmente nel mirino e Juncker e Moscovici che ne uscirebbero politicamente a pezzi.

(da “Huffingtonpost”)

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BREXIT, LA FUGA DI AVVOCATI DA LONDRA: IN CENTINAIA SI SONO REGISTRATI PRESSO IL FORO DI DUBLINO

Ottobre 18th, 2016 Riccardo Fucile

CALANO ANCHE BROKER E INVESTITORI PROVENIENTI DA ALTRI PAESI EUROPEI

Avvocati che fuggono dalla City, banchieri che nemmeno ci arrivano: è un’altra conseguenza delle ansie su Brexit.
La prima categoria in questione, naturalmente, è quella degli avvocati d’affari, che compongono uno dei pilastri della cittadella della finanza londinese insieme a broker e ai protagonisti della finanza.
Messe insieme, le due notizie confermano l’allarme con cui il mondo legale e finanziario segue le intenzioni del governo di Theresa May su come realizzare l’uscita dall’Unione Europea, sancita dal referendum del giugno scorso: intenzioni che per il momento, in base a ripetuti segnali inviati da Downing street e dai suoi ministri, sembrano preludere a un “hard Brexit”, cioè non al divorzio dalla Ue ma pure alla rottura dei legami con il mercato comune, essenziale per gli avvocati e gli investitori che vogliono fare business con il resto del continente senza pagare dazi o tariffe extra.
La prima notizia, riportata dal Guardian, è che centinaia di avvocati di Londra si sono registrati presso il foro di Dublino in modo da poter esercitare la professione anche in Irlanda.
La ragione è semplice: un avvocato, per poter rappresentare clienti alla Corte Internazionale dell’Aia e in altri tribunali in Europa, deve operare in un paese europeo.
Se la Gran Bretagna si troverà  completamente fuori dall’Europa, gli avvocati inglesi che vogliono lavorare in Europa avranno bisogno di una “base” europea: per questo alcuni di loro se ne cercano una per tempo a Dublino, dove la lingua è la stessa e la legislazione in certi ambiti è simile.
Un segnale analogo proviene dalla Francia: il Financial Times scrive che il flusso di banchieri, broker e investitori interessati a trasferirsi a Londra da Parigi e dintorni è drasticamente diminuito a causa di Brexit.
Societe Generale, una delle maggiori banche francesi, ha interrotto le assunzioni nella sua sede londinese per l’incertezza sulle conseguenze dell’uscita della Gran Bretagna dalla Ue.
Una fonte della Bnp Paribas, altra grande banca di Francia, rivela al quotidiano della City una politica dello stesso tipo.
Una differenza abissale rispetto al 2012, quando davanti all’offensiva del presidente Hollande, che dichiarò la finanza il suo “nemico” e minacciò di mettere una tassa del 75 per cento ai ricchi, il numero dei francesi che guadagnavano oltre 100 mila euro l’anno emigrati all’estero aumentò del 40 per cento.
Molti sceglievano come destinazione Londra, per la precisione il quartiere chic di South Kensington, ghetto dorato di banchieri europei, da taluni per questo soprannominato il “21esimo arrondissement di Parigi”.
E mentre gli avvocati mettono un piede a Dublino e i banchieri lo ritirano da Londra, risuona un altro campanello d’allarme da Brexit: in settembre   l’inflazione britannica è cresciuta dell’1 per cento, rispetto allo 0,6 per cento del mese precedente.
La Banca d’Inghilterra l’aveva avvertito. Poco per volta, nel Regno Unito lo scenario economico sta cambiando.
E pare soltanto l’inizio di una lunga discesa.

(da “La Repubblica”)

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BREXIT, UN QUARTO DEGLI ARRIVI IN GRAN BRETAGNA SONO GIOVANI ITALIANI

Ottobre 18th, 2016 Riccardo Fucile

COSA CAMBIERA’ PER GLI OLTRE 200.000 CONNAZIONALI CHE LAVORANO LUNGO IL TAMIGI?

Cosa cambierà  per chi lavora o punta a lavorare negl Regno Unito, con Brexit? E quanti italiani coinvolge la minaccia di un divorzio traumatico tra Gran Bretagna e Unione europea?
L’Italia è uno dei Paesi che hanno contribuito in modo significativo all’aumento dell’immigrazione comunitaria nel Regno Unito. Un ruolo accresciuto negli ultimi anni: la quota degli ingressi di italiani rispetto ai 15 paesi comunitari originari, è passata dal 15% del 2008 al 25% del 2015.
Nel 2012 gli italiani iscritti all’Aire residenti in Paesi europei erano 2.365.170.
Di questi, coloro che risiedevano nel Regno Unito al 31 dicembre 2012 erano 210.690 persone (8,9%), in maggioranza maschi (55,1%).
Gli effetti della Brexit sui lavoratori sono stati oggetto di una approfondita indagine dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro.
Che ha evidenziato anche come il fenomeno della migrazione economica degli italiani sia sempre più scivolata verso le fasce più giovani: se nel primo decennio del secolo emigravano italiani adulti con un’età  compresa fra i 25 e i 34 anni, dal 2012 si registra il sorpasso della classe di età  più giovane, fino a 24 anni, che anticipa i tempi di migrazioni rispetto alla generazione precedente.
“Molto significativo anche l’incremento nell’ultimo periodo degli over 35 che migrano per ricostruirsi un futuro dopo aver tentato nel paese di origine”, annotano gli esperti.
Nel complesso, nel 2015 vi erano 7,8 milioni di lavoratori comunitari (a 28 stati) che lavoravano in uno Stato europeo diverso da quello di origine.
In Germania sono presenti il maggior numero di occupati comunitari pari a oltre 2,068 milioni di persone. Al secondo posto, con 1,985 milioni di persone troviamo il Regno Unito. Al terzo posto troviamo la Svizzera come paese ospitante di lavoratori comunitari (832 mila circa), seguito dall’Italia con 780 mila lavoratori circa.
Mentre nel 1995 lavoravano nel Regno Unito poco più di 400 mila persone comunitarie, nel 2015 il loro numero è più che quintuplicato raggiungendo la quota di circa 2 milioni.
L’impulso maggiore è stato determinato dall’allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Est. Infatti, il numero di cittadini dei nuovi paesi membri hanno portato la quota di occupati stranieri dal 5% al 10% del totale degli occupati britannici.
Per analizzare l’immigrazione per cittadinanza nel Regno Unito, lo studio usa il “codice identificativo obbligatorio” NINo, che permette di pagare le tasse e lavorare con contratti in regola, avendo gli stessi diritti di un cittadino britannico.
Con questo, richiesto al Job Centre, il cittadino comunitario in Gran Bretagna può stipulare contratti, partecipare a selezioni o essere inserito in tirocini.
Dal punto di vista della statistica, si tratta quindi di dati di flusso e non tengono conto delle uscite
L’Osservatorio dei Consulenti del Lavoro mette in luce alcuni aspetti rilevanti nella dinamica degli ingressi nel Regno Unito per lavoro.
“In primo luogo, la politica di allargamento degli Stati comunitari ha coinciso con elevati incrementi di ingressi dei cittadini neo-europei”, emerge dallo studio.
Ciò è evidente per i paesi entranti il 1° maggio 2004 che ha portato il numero di ingressi dai 106 mila del 2003 ai 336 mila del 2005. I soli cittadini polacchi hanno fatto registrare dal 2005 al 2013 una media annua di ingressi pari a 130 mila persone, occupando il primo posto per numero di immigrati da paesi europei nello stesso periodo di tempo.
Con l’allargamento del gennaio 2013, si registra un nuovo shock di ingressi determinato principalmente dai romeni che hanno fatto registrare 145.575 nel 2014 e 169.888 ingressi nel 2015, diventando la prima cittadinanza Ue di immigrati economici nel Regno Unito.
Nel complesso il 2015 ha fatto registrare il superamento del limite di 600 mila ingressi annui di cittadini comunitari, pari a oltre sei volte i volumi del 2003.
Ora, però, Brexit pone questioni che non riguardano solo la riduzione della mobilità . Le nuove relazioni che ne deriveranno saranno un colpo “anche a tutti quegli obblighi di mantenimento dei livelli minimi di tutela, ormai diffusi nel mercato europeo e a cui si devono uniformare anche gli Stati non europei.
Le riflessioni si devono estendere, altresì, alla parità  di trattamento retributivo e sociale, al sistema di protezione sociale del lavoro somministrato e più in generale a tutti i livelli di tutela che di regola tendono ad evitare il dumping sociale. Effetti a cascata anche su materie di assoluta importanza quali la sicurezza sul lavoro e la protezione della privacy”.

(da “La Repubblica”)

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LA “DAVIDE BRITANNICA” METTE IN CRISI LA MAY: LA GUERRA DI GINA CONTRO LA BREXIT

Ottobre 17th, 2016 Riccardo Fucile

DONNA DI AFFARI INTERPELLA ALTA CORTE, SENZA IL VOTO DEL PARLAMENTO NON E’ VALIDA, ORA LA LEGGE RISCHIA

Gina Miller è abituata alle missioni impossibili.
Insieme al marito ha creato uno dei fondi di investimento più ricchi di Gran Bretagna, poi ha fatto causa all’industria dei fondi di investimento sostenendo che certe speculazioni sono troppo opache.
Abbandonati i fondi si è impegnata a tempo pieno nella beneficenza, poi ha fatto causa al settore della beneficenza affermando che spende troppi soldi per funzionari e uffici, non abbastanza per aiutare i poveri.
E una volta che si è stufata di tutto, ha cambiato radicalmente vita, girovagando tre anni con consorte e figli per l’America Latina.
Ma la sua più grande sfida è l’ultima: nei giorni scorsi la 51enne businesswoman britannica di origini sudamericana (è nata in Guyana) ha presentato ricorso all’Alta Corte di Londra contro la decisione del primo ministro Theresa May di invocare l’articolo 50 del trattato europeo nel marzo prossimo, il meccanismo che metterà  in moto la secessione del Regno Unito dall’Unione Europea, senza sottoporre il procedimento a un voto del Parlamento.
Se il ricorso verrà  accolto dai giudici, la premier dovrà  affrontare una votazione alla camera dei Comuni e a quella dei Lord, spiegando che tipo di Brexit vuole realizzare, e potrebbe verosimilmente essere sconfitta.
A quel punto il governo dovrebbe cambiare strategia e tutto sarebbe possibile: un Brexit meno “hard”, per esempio restando dentro al mercato comune (e dunque mantenendo la libertà  di immigrazione), un nuovo referendum, elezioni anticipate. Magari, in ultima analisi, niente più Brexit.
La sfida di una donna fino a ieri relativamente poco conosciuta alla donna più conosciuta del regno (a parte la regina) ha qualcosa di eroico, quasi cinematografico, alla Davide contro Golia.
“Mi sono svegliata la mattina dopo il referendum del giugno scorso come dentro un incubo”, racconta Gina Miller, che aveva votato perchè il suo paese rimanesse nella Ue.
E l’incubo è peggiorato, dal suo punto di vista, quando si è resa conto che la nuova premier May ha deciso praticamente da sola, insieme a un pugno di ministri radicalmente euroscettici, non soltanto di portare la Gran Bretagna fuori dalla Ue ma anche fuori dal mercato comune europeo, promettendo di ristabilire la totale “indipendenza e sovranità  parlamentare” britannica, a suo parere violata fino ad ora dalle leggi europee che vi si sovrappongono.
Sono in tanti a criticare la scelta di Downing street: parlamentari dell’opposizione e dello stesso partito conservatore, finanziari e banchieri della City, commentatori sui giornali.
Nessuno, tuttavia, ha avuto l’idea di mettere un ostacolo concreto, sulla strada di Theresa May: una sentenza dell’Alta Corte.
Ci ha pensato Gina Miller, rivolgendosi a uno dei più prestigiosi studi legali della capitale. Le sue argomentazioni sono di due tipi.
Una prettamente legale: il governo sostiene di non avere bisogno di un voto del parlamento, nonostante il referendum fosse sulla carta soltanto “consultivo”, in virtù di un’antica “royal prerogative”, un diritto reale di agire senza necessità  di approvazione parlamentare.
Insostenibile, a suo parere, nel caso di una decisione storicamente importante come quella di portare il Regno Unito fuori dalla Ue.
La seconda argomentazione è più politica, o se vogliamo etica: sarebbe ben strano voler ristabilire la “sovranità  parlamentare” britannica, rifiutandosi però di ascoltare l’opinione in materia del Parlamento.
Adesso la premier afferma che perlomeno lo “ascolterà ”, avendo accettato, dopo un iniziale rifiuto, un dibattito su Brexit ai Comuni: ma dovrà  essere un dibattito senza un voto, secondo Downing street.
E così le due donne finiranno per affrontarsi simbolicamente all’Alta Corte, ciascuna rappresentata da uno stuolo di avvocati:
Gina Miller contro Theresa May. In una nazione in cui la separazione dei poteri è ben netta, e dove anche un comune cittadino può sfidare le più alte cariche dello stato, in teoria è possibile che la businesswoman della Guyana sconfigga la premier conservatrice
Non è l’unico ostacolo sulla strada di Brexit per Theresa May.
In verità  se ne aggiungono di nuovi tutti i giorni. Un altro è il calo della sterlina, che punisce i consumatori e farà  aumentare l’inflazione, prevede la Banca d’Inghilterra. Un altro ancora è venuto fuori stamane: il premier irlandese Enda Kenny ammonisce sui “gravi danni” economici e politici che verrebbero causati da un “hard Brexit”, ovvero dall’uscita della Gran Bretagna da Ue e mercato comune.
Dagli accordi di pace del 1996, sull’Isola di Smeraldo non c’è più un confine fra repubblica irlandese e “provincia” britannica dell’Irlanda del Nord: ma il confine, se l’Irlanda del Nord, in quanto parte della Gran Bretagna, si ritrovasse completamente fuori dall’Europa, verosimilmente tornerebbe a esistere, creando complicazioni non soltanto commerciali.
Il pericolo maggiore sarebbe la recrudescenza del conflitto fra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord. Nella quale, non a caso, proprio ieri Gerry Adams, leader dello Sinn Fein, il partito cattolico secessionista che vuole la ricongiunzione dell’Irlanda del Nord con l’Irlanda, ha chiesto formalmente che l’Irlanda del Nord (in cui, nel referendum su Brexit, un’ampia maggioranza ha votato per restare nella Ue) possa restare almeno dentro al mercato comune europeo.
La stessa richiesta fatta nei giorni scorsi da un’altra regione autonoma britannica che nel referendum ha votato per restare nella Ue: la Scozia, che in caso contrario medita di organizzare un nuovo referendum sull’indipendenza dalla Gran Bretagna.
Uno scenario che vedrebbe Scozia e Irlanda del Nord nel mercato comune ma non nella Ue (come la Norvegia), mentre Inghilterra e Galles sarebbero fuori da tutto. Ammesso che Bruxelles sia d’accordo, ma anche questo è difficile se non impossibile: la Spagna già  minaccia di mettere il veto, per non creare precedenti in cui la Catalonia possa raggiungere accordi separati per contro proprio.
In questo calderone di ipotesi si inserisce pure la rivelazione di oggi del Financial Times, secondo cui il governo May, contrariamente a quanto promesso dai “brexitiani” nella campagna referendaria, continuerebbe a versare miliardi di sterline al budget della Ue per mantenere l’accesso al mercato comune soltanto in certi settori chiave dell’economia, come la finanza e l’automobile.
Una sorta di mercato comune “alla carta”, questo piatto sì e quest’altro no, su cui è da tutto da vedere cosa pensi Bruxelles.
Se fosse realizzato, Brexit sarebbe un puzzle ancora più contraddittorio e confuso: la City e la città  di Sunderland (la città  in cui tutto dipende dalla locale fabbrica della Reanult/Nissan) dentro il mercato comune europeo, il resto dell’economia nazionale fuori.
Un situazione da far girare la testa. E la trattativa su Brexit non è neanche ancora cominciata.
Nemmeno comincerà , probabilmente, se Gina Miller batte Theresa May all’Alta Corte.

(da “La Repubblica”)

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GLI INGLESI SONO PRONTI A UN “EXIT” DELLA SCOZIA (E NON SOLO)?

Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile

IL GOVERNO INGLESE SEMBRA NON AVERE ALCUNA PALLIDA IDEA SU COME GESTIRE LA SITUAZIONE…E LA STERLINA E’ ARRIVATA ALLA PARITA’ CON L’EURO

“Brexit means Brexit” aveva dichiarato nel luglio scorso Teresa May durante la campagna per la leadership del partito conservatore.
Da allora, cosa significa in concreto Brexit è una domanda che non ha ancora trovato un responso chiaro.
O meglio, ho trovato talmente tante diverse e contraddittorie risposte, peraltro nessuna ufficiale (sic), che ormai da vuota retorica è diventata un’espressione idiomatica per indicare il “nulla”.
Da qualche giorno però, Brexit inizia a indicare un po’ di cose e sciaguratamente non sono proprio vantaggiose.
Che significasse “caos e anarchia”, questo già  lo si sapeva. Il partito laburista lo aveva sperimentato da subito. Ora che la soap sulle elezioni del leader si è conclusa con un Jeremy Corbyn rafforzatosi e che ha già  provveduto a fare l’ennesimo rimpasto della sua squadra (il terzo? ho perso il conto onestamente), si spera che si inizi a vedere una effettiva opposizione sui temi dell’uscita dall’Europa. E non solo francamente.
Ma ahimè non è parso così mercoledì a Westminster durante il question-time in cui Corbyn, sì incalzava il primo ministro su una serie di punti fra i quali anche la tutela dei lavoratori europei (cittadini no?), ma si dimenticava però di citare il white-paper che i suoi due ministri ombra (Emily Thornberry agli Esteri e Keir Starmer all’uscita dall’Europa) sempre ieri mattina avevano presentato alla stampa.
Insomma, a rimarcare – come se ce ne fosse bisogno – che la sua è una leadership “solitaria” (e direttamente in sintonia col suo ‘popolo’ direbbero nelle sezioni della Sinistra italiana).
Del resto quale è la posizione del Labour sui temi dell’immigrazione e dell’Europa non è stata per nulla chiarita al Congresso che si è chiuso lo scorso 29 settembre, con tanto di dichiarazioni contraddittorie fra il leader e i diversi suoi ministri. Tant’è.
Brexit purtroppo ha significato fin dal giorno dopo il voto anche razzismo e intolleranza. E senza andare a scomodare la nostalgia per l’Impero o le camicie nere di Oswald Mosley, basti ricordare che il voto del 23 giugno ha dato una sorta di legittimo mandato “democratico” a una parte della popolazione inglese (per fortuna molto minore ma non per questo meno pericolosa) a dare libero sfogo alla propria più acritica esterofobia, per dirla con un eufemismo.
I dati pubblicati a inizio ottobre dal home office non lasciano infatti spazio a interpretazioni.
In un contesto ipersensibile come il Regno Unito di oggi, il confine fra patriottismo e nazionalismo è ancora più labile.
Le prime pagine dell’Express negli ultimi giorni lo hanno superato ampiamente. L’irresolutezza e l’incoerenza del governo, poi, non aiuta.
Può apparire una forzatura tacciare di razzismo e antisemitismo l’infelice uscita di Teresa May al congresso del suo partito in cui di fatto ha stigmatizzato “i cittadini del mondo” (queste le parole esatte: ‘If you believe you’re a citizen of the world, you’re a citizen of nowhere. You don’t understand what the very word citizenship means’), una frase tuttavia che se analizzata al di fuori della stretta polemica politica non si può negare che sul piano intellettuale riproponga i topoi più inquietanti del secolo scorso (e ringrazio chi me lo ha fatto notare).
Non ci sarà  invece bisogno di raffinate analisi per capire la ratio che stava dietro alla richiesta di escludere i ricercatori di nazionalità  “europea” della London School of Economics dal team di consulenti che preparano i dossier per il governo o dalla proposta avanzata dal ministro degli interni di richiedere alle aziende l’elenco dei lavoratori non-britannici.
Di certo l’impressione che stanno dando non è delle più razionali, anzi sembra proprio che non abbiano la più pallida idea di cosa si debba fare e soprattutto di come gestire anche le più semplici questioni.
E mi limito al momento a inserire nell’ampia categoria dell’impreparazione l’idea di escludere il percorso della Brexit dal voto parlamentare, perchè in quel caso si tratterebbe di imporre una enorme ipoteca alla democrazia parlamentare e alla costituzione.
Lo “spettacolo” vero inizierà  soltanto l’anno prossimo, a marzo, termine ultimo indicato da May per attivare l’ormai fantomatico articolo 50 e che darà  inizio al vero percorso di “uscita” dall’Ue. Prepariamoci ai fuochi d’artificio dunque.
Cosa succederà  alla sterlina e all’economia britannica nel frattempo?
Le stime più ottimistiche indicano la parità  della moneta di Sua Maestà  all’euro, di per sè una sorta di nemesi storica, mentre il costo totale del divorzio in termini micro- e macro-economici sale di vari punti ogni giorno nelle analisi del Financial Times.
Farà  un po’ sorridere che la catena di supermercati Tesco a causa dell’aumento dei costi di importazione dovuti alla caduta della sterlina abbia eliminato dagli scaffali del proprio negozio online, oltre a una serie di prodotti di largo consumo, anche la Marmite (una crema a base di estratto di lievito di birra), ma è certamente indicativo di quale sarà  il tasso di inflazione dopo Natale.
Nel frattempo però i turisti cinesi e russi che affollano Sloane street si potranno comprare l’intera ultima collezione di Louis Vuitton, che per lo stesso motivo ora par essere molto più conveniente in sterline che in dollari.
Sarà  un dato accolto con favore da Downing street e dai Brexiteers?
Il conto più salato, tuttavia, non verrà  dagli ex-partner europei i quali di fatto sono i veri attori nel decidere se sarà  hard- o soft- Brexit.
Il premier scozzese Nicola Sturgeon aprendo il congresso dello Scottish National Party ha dichiarato che presenterà  a breve una nuova proposta di legge per indire un secondo referendum sull’indipendenza scozzese.
Brexit forse significa anche “exit” in tutti i sensi.

Marzia Maccaferri
Docente di storia politica
University of London
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA SCOZIA VUOLE UN REFERENDUM PER L’INDIPENDENZA DALLA GRAN BRETAGNA

Ottobre 13th, 2016 Riccardo Fucile

UN NUOVO DDL PER LA CONVOCAZIONE DI UNA CONSULTAZIONE PER LASCIARE LONDRA

Edimburgo ci riprova. “Sono determinata a far sì che la Scozia abbia la possibilità  di riconsiderare la questione dell’indipendenza e che possa farlo prima che il Regno Unito lasci l’Ue”.
Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese e leader degli indipendentisti dello Scottish National Party, ha annunciato in un discorso a Glasgow la presentazione entro la settimana prossima di un disegno di legge locale per la convocazione di un secondo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito dopo quello perduto nel 2014.
Si tratta di un primo passo legale attraverso il quale Edimburgo si riserverebbe il diritto di chiedere una nuova consultazione in risposta alla Brexit e all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue: una prospettiva sulla quale la maggioranza degli elettori scozzesi si è dichiarata contraria il 23 giugno.
Il governo britannico, che a suo tempo diede il via al primo referendum scozzese svoltosi poi il 18 settembre 2014, ha tuttavia fatto ripetutamente sapere di non riconoscere in questa fase il diritto a un voto bis.
Sturgeon si è anche rivolta direttamente alla premier britannica, Theresa May: “Se non può o non ci permette di proteggere i nostri interessi all’interno del Regno Unito, allora la Scozia avrà  il diritto di decidere, di nuovo, se vuole adottare un cammino diverso”.
Al primo referendum, il 55% degli scozzesi votò per rimanere nel Regno Unito.
Allora un fattore importante del voto fu il fatto che la secessione avrebbe comportato di dover rinegoziare l’ingresso nell’Ue.
Ma dopo il referendum sulla Brexit è tutto diverso: se l’uscita dall’Ue è stata approvata dal 52% dei britannici, il 62% degli scozzesi ha votato per rimanere.

(da agenzie)

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