Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
APPROVATA MOZIONE: “ATTIVAZIONE IMMEDIATA DI USCITA, BASTA PRIVILEGI A INGLESI”… SCOZIA E IRLANDA: “NOI RESTIAMO”
La Gran Bretagna ha chiesto il divorzio, ora che se ne vada in fretta e senza pretendere privilegi.
Il messaggio arriva dalla plenaria del Parlamento Ue che, convocata in seduta straordinaria dopo la Brexit, ha approvato una risoluzione bipartisan per chiedere che la procedura d’uscita dell’Uk sia attivata in fretta.
“Nessun trattamento speciale per gli inglesi”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel.
“Inammissibili i tentativi di negoziati segreti”, ha detto il commissario europeo Jean-Claude Juncker. “L’agenda la dettiamo noi”.
Mentre Londra temporeggia, Bruxelles cerca di dare il colpo finale per voltare pagina ed evitare l’incertezza.
Il documento approvato è il primo segnale: si chiede di attivare il prima possibile l’articolo 50 e di annullare la presidenza britannica dell’Unione Europea, prevista per il secondo semestre del 2017.
Il premier britannico David Cameron sembra voler contenere i danni di un risultato che non voleva: “Voglio che sia un processo il più costruttivo possibile, con un risultato il più costruttivo possibile, perchè lasciamo la Ue ma non voltiamo le spalle alla Ue, con questi Paesi siamo partner, amici, alleati, vogliamo il rapporto più stretto possibile in termini di commercio, cooperazione e sicurezza”.
Il clima è quello dell’amarezza nel giorno della resa dei conti di persona tra parlamentari e leader europei. Juncker, da più parti messo in discussione ha detto di non essere “stanco” e ha poi attaccato il leader degli euroscettici inglesi Nigel Farage: “Sono sorpreso di vederla qui, è l’ultima volta che applaude in quest’Aula”. L’eurodeputato ha ribattuto: “Per ora non mi dimetto. E spero che i prossimi a dare l’addio siano i Paesi Bassi“.
Poi durante il suo discorso è stato accolto dai fischi.
Ad aprire i lavori è stato Martin Schulz che ha salutato e ringraziato il commissario britannico dimissionario: “Deploriamo la decisione della Gran Bretagna”, ha esordito. “Ma siamo legati umanamente a chi ha lavorato con noi”.
Le parole sono state accolte da una standing ovation dei colleghi.
Se l’Europa cerca di ingoiare il boccone amaro, non manca la preoccupazione sul fronte Uk.
Nel corso della seduta non sono mancati gli appelli dei parlamentari scozzesi e irlandesi che chiedono di poter restare nell’Unione.
La Regina Elisabetta, intercettata dal Daily Mail, ha commentato con una battuta il momento complesso che il Paese si trova a dover affrontare: “Come sto? Sono ancora viva”.
Schulz: “Deploriamo la decisione della Gran Bretagna, ma siamo vicini a chi ha lavorato con noi”
Il presidente Martin Schulz ha aperto i lavori con un applauso per il commissario britannico dimissionario che invece ha sempre fatto la campagna per il Remain: “Restiamo legati a voi umanamente”, ha detto.
Tutto il collegio dei commissari era presente alla riunione plenaria straordinaria del Parlamento europeo, compreso Lord Jonathan Hill, il britannico dimissionario. Il presidente Martin Schulz ha aperto i lavori dicendosi “favorevole” alla sessione convocata con procedura senza precedenti nella storia dell’Unione europea e del suo Parlamento.
“Deploriamo la decisione” della Gran Bretagna “ma a tutti coloro che hanno lavorato con noi vogliamo dire che siamo legati umanamente e profondamente” ha detto Schulz ringraziando Hill per aver fatto campagna per il Remain e per aver “fatto un lavoro eccellente”. Il Commissario britannico è stato salutato con una lunga standing ovation. Le dimissioni dimostrano, ha aggiunto Schulz, che “la procedura de facto è già cominciata”.
Merkel: “No ai trattamenti speciali, l’Uk non si può aspettare gli stessi privilegi”
In queste ore le potenze europee stanno cercando di affrontare lo choc dell’esito del referendum inglese per evitare troppi contraccolpi e “voltare pagina”. Se Londra temporeggia, Francia, Germania e Italia chiedono che “non si perda tempo” perchè l’incertezza rischia di danneggiare l’Ue. A questo proposito la cancelliera tedesca Angela Merkel, scrive il giornale tedesco Bild, ha fatto sapere di non volere che Londra abbia la presidenza di turno dell’Unione europea nella seconda metà del 2017. Lo sforzo sarà quello di convincere la Gran Bretagna a rinunciare alla presidenza del semestre europeo, “o in caso di necessità , a togliergliela”. In Aula la Merkel ha poi detto che la Gran Bretagna “non può aspettarsi gli stessi privilegi che aveva prima, senza dover rispettare anche gli obblighi. Chi vuole l’accesso al libero mercato dell’Unione europea deve rispettare i valori fondamentali dell’Ue”. Quindi la Merkel ha ripetuto che “l’Ue non può iniziare i colloqui formali o informali sulla Brexit fino a che il Regno Unito non attiva l’articolo 50″ del trattato di Lisbona.
Appelli degli europarlamentari scozzesi e irlandesi: “Aiutateci”
Durante il dibattito della plenaria, ci sono stati numerosi appelli di europarlamentari scozzesi e nordirlandesi che si rifiutano di abbandonare l’Unione europea.
“La Scozia e l’Irlanda del nord chiedono che sia rispettata la loro scelta di non abbandonare la Ue”, ha detto la nordirlandese Martina Anderson, del Sinn Fein, sottolineando che la Ue “ci ha aiutati nel processo di pace” e gridando poi: “L’ultima cosa di cui ha bisogno l’Irlanda del Nord è una frontiera con gli altri 27 Stati membri”. A sua volta il verde Alyn Smith ha lanciato l’appello a nome della Scozia: “Aiutateci, non ci dimenticate”
(da agenzie)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
HA VOTATO PER USCIRE DALL’EUROPA SOLO IL 36% DELLA POPOLAZIONE, NON E’ QUESTA LA DEMOCRAZIA
La reale follia del voto del Regno Unito a favore dell’uscita dall’Unione europea non è stata quella
della leadership britannica che ha osato chiedere alla popolazione di soppesare i vantaggi della permanenza nell’Ue rispetto alle pressioni immigratorie che essa esercita.
La vera follia è stata quella di aver fissato una soglia assurdamente bassa per uscire dall’Ue, che ha richiesto soltanto la maggioranza semplice.
Se si tiene conto dell’affluenza del 70% al referendum, ciò significa che la campagna per il “leave” ha vinto con un sostegno effettivo pari soltanto al 36% degli aventi diritto al voto.
Questa non è democrazia: è la roulette russa delle repubbliche.
Si è presa una decisione dalle conseguenze immense — molto più importanti rispetto all’emendamento della Costituzione del Paese — senza predisporre alcun adeguato sistema di controllo reciproco
Il voto andrà ripetuto dopo un anno, per sicurezza? No.
La maggioranza parlamentare deve esprimersi in senso favorevole alla Brexit? A quanto sembra no.
La popolazione del Regno Unito sapeva per davvero per che cosa si stesse esprimendo? No, nella maniera più assoluta.
Nessuno ha la più pallida idea delle conseguenze dell’esito referendario, sia per ciò che concerne il Regno Unito nel sistema commerciale globale, sia per le ripercussioni sulla sua stabilità politica interna. Temo che non sia un bel quadro d’insieme.
In Occidente si è fortunati a vivere in un’epoca di pace. Al variare delle circostanze e delle priorità è possibile reagire in maniera adeguata con metodi democratici, senza scatenare conflitti.
Ma che cosa si intende, di preciso, quando si parla di iter democratico allorchè si devono prendere decisioni irreversibili che hanno importanza determinante per la vita della nazione?
È sufficiente l’approvazione di un risicato 52% per una rottura di questa portata?
La maggior parte delle società prevede per il divorzio di una coppia più passaggi e ostacoli da superare di quanti ne abbia previsti il governo di David Cameron per uscire dall’Ue.
Questo gioco non l’hanno inventato i Brexiteer: abbondano i precedenti, compresi i casi della Scozia nel 2014 e del Quèbec nel 1995.
Finora, però, il tamburo della pistola non si era mai fermato in corrispondenza della pallottola in canna: adesso che l’ha fatto, è giunto il momento di riconsiderare le regole del gioco
È un’aberrazione pensare che una decisione qualsiasi raggiunta in un momento qualsiasi seguendo la regola della maggioranza semplice sia necessariamente “democratica”.
Le democrazie moderne hanno messo a punto sistemi di controllo e bilanciamento reciproco per tutelare gli interessi delle minoranze ed evitare di prendere decisioni disinformate con conseguenze catastrofiche.
Quanto più una decisione è importante e ha effetti duraturi, tanto più in alto deve essere collocata l’asticella.
È per questo motivo, per esempio, il varo di un emendamento alla Costituzione richiede più passaggi rispetto all’approvazione di una legge di spesa.
Eppure oggi lo standard internazionale previsto per spaccare un Paese è meno rigido rispetto all’iter di approvazione dell’abbassamento dell’età minima per il consumo di alcolici.
Adesso che l’Europa deve affrontare il rischio di una marea di altri referendum per uscire dall’Ue, la domanda che si pone pressante è se esista un modo migliore per prendere queste decisioni.
Ho rivolto la domanda a molti politologi di spicco per capire se esista un consenso accademico in materia e, purtroppo la risposta è no.
Tanto per cominciare, la decisione della Brexit può essere sembrata semplice sulla scheda referendaria, ma in verità nessuno sa che cosa accadrà di preciso dopo aver scelto “leave”.
Ciò che sappiamo per certo è che per consuetudine la maggior parte dei Paesi esige, nel caso di decisioni di importanza determinante per la vita della nazione, una “super-maggioranza” e non un semplice 51 per cento.
Non esiste una percentuale universale, ma in linea di principio la maggioranza dovrebbe essere quanto meno stabile in maniera dimostrabile.
Un Paese non dovrebbe effettuare cambiamenti radicali e irreversibili sulla base di un’esile minoranza che potrebbe prevalere soltanto in un breve arco di tempo e sulla scia dell’emotività .
Anche se l’economia del Regno Unito non dovesse cadere in recessione (il calo della sterlina potrebbe attutire la mazzata iniziale), ci sono numerose possibilità che i disordini che ne deriveranno a livello politico ed economico infondano in chi ha votato “leave” il classico “rimorso dell’acquirente”.
Fin dai tempi più antichi i filosofi hanno cercato di escogitare sistemi atti a bilanciare i punti di forza della regola della maggioranza e la necessità di garantire che le parti informate avessero più voce in capitolo nelle decisioni di importanza cruciale, sempre che le voci delle minoranze fossero ascoltate.
Nell’antica Grecia, nelle assemblee di Sparta si votava per acclamazione: la gente poteva modulare la propria voce per riflettere l’intensità delle sue preferenze, e il funzionario addetto che le presiedeva ascoltava con attenzione prima di annunciare il risultato.
Era un sistema imperfetto, ma pur sempre migliore, forse, di quello appena utilizzato nel Regno Unito
A quel che si dice, Atene, città -stato sorella di Sparta, metteva in pratica il più puro esempio storico di democrazia: i voti dei vari ceti sociali avevano il medesimo peso (anche se a votare erano soltanto gli uomini).
Alla fine, però, dopo alcune decisioni belliche catastrofiche, gli ateniesi ritennero opportuno conferire maggiore potere decisionale a enti indipendenti.
Che cosa avrebbe dovuto fare il Regno Unito, qualora fosse stato proprio indispensabile (e non lo era affatto) formulare la domanda sull’appartenenza all’Ue? Di sicuro, la soglia avrebbe dovuto essere fissata molto più in alto: diciamo, per esempio, che la Brexit avrebbe dovuto richiedere due consultazioni popolari nell’arco di almeno due anni, seguite dall’approvazione di almeno il 60% dei deputati della Camera dei Comuni.
Se a quel punto la Brexit avesse ancora prevalso, se non altro avremmo saputo che non si trattava della scelta estemporanea di un’esigua minoranza della popolazione.
Il referendum nel Regno Unito ha scaraventato l’Europa nel caos. Adesso molto dipenderà dalle reazioni internazionali e molto altro da come il governo del Regno Unito riuscirà a ricostituirsi. È importante valutare attentamente non soltanto il risultato, ma anche l’iter che ha portato a questa situazione.
Qualsiasi azione volta a ridefinire accordi invalsi da tempo e concernenti i confini di un Paese dovrebbe richiedere ben più della maggioranza semplice e un’unica consultazione popolare.
Come abbiamo appena visto, l’attuale sistema internazionale della regola della maggioranza semplice è la ricetta per il caos.
Kenneth Rogoff
professore di Economics and Public Policy all’Università di Harvard
(da “il Sole24ore”)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
“IN CENTINAIA NON HANNO RICEVUTO LE SCHEDE ELETTORALI”…LA PROTESTA DEI RESIDENTI ALL’ESTERO DA OLTRE 15 ANNI
Circa 2,2 milioni di britannici residenti all’estero non hanno potuto esprimere il proprio voto in occasione del referendum sulla Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea perchè in base alla legislazione inglese non ne avevano diritto. Mentre sono “centinaia”, secondo le testimonianze raccolte da The Independent, gli aventi diritto che non hanno ricevuto in tempo le schede elettorali nei loro Paesi di residenza.
Nei giorni successivi al voto, crescono le proteste degli expat britannici non ammessi alle urne.
Secondo i quali il risultato del 23 giugno è illegittimo perchè quei numeri, se spostati dalla parte del Remain, avrebbero potuto ribaltare l’esito del referendum.
“La legge parla chiaro ed è stata applicata alla lettera — spiega Justin Orlando Frosini, docente di Diritto costituzionale all’Università Bocconi di Milano e alla Johns Hopkins university — Milioni di persone, però, non hanno potuto decidere sul loro status di cittadini europei”.
Il ricorso a Strasburgo del 94enne inglese residente in Italia dal 1982
Le proteste sull’impossibilità per oltre due milioni di expat britannici di esprimersi sull’uscita della Gran Bretagna dalla Ue sono state sollevate nei mesi scorsi dal veterano di guerra Harry Shindler, 94enne britannico residente in Italia dal 1982, e Jacquelyn MacLennan, avvocato inglese di 54 anni che risiede in Belgio dal 1987. Sotto la lente è finita una disposizione contenuta nello European Union Referendum Act: “Nel testo — continua il docente — si legge che i cittadini britannici residenti all’estero e assenti dal registro dei votanti da più di 15 anni non hanno diritto di voto su certe tematiche. Un principio che riprende quello contenuto in una legge del 1985 in materia di elezioni politiche”.
Per questo motivo, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deciso di respingere il ricorso di Shindler, precisando che, sulle questioni legate al voto, la decisione spetta ai Paesi membri del Consiglio d’Europa.
“E’ stato impedito loro di esprimersi su un aspetto importante del loro futuro”
“Se sull’applicazione della legge da parte delle varie corti non sembra esserci niente da obiettare — continua Frosini -, si può discutere entrando nel merito del principio stesso. A mio parere, elezioni politiche e referendum come quello sulla Brexit devono essere distinti. Per quanto riguarda le prime, mi sento di dire che si dovrebbe applicare senza limiti di tempo il principio del “no representation without taxation”.
Chi vive fuori dal Paese e non contribuisce con le proprie tasse non dovrebbe votare i nuovi governi.
Diversa è la questione del referendum: in questo caso si decideva anche riguardo alla cittadinanza europea di molti expat britannici. In questo caso è stato loro impedito di esprimersi su un aspetto importante del loro futuro”
Ma il voto non è contestabile
Ciò che lascia perplesso il docente della Bocconi sono poi le eccezioni previste dallo European Union Act rispetto al diritto di voto per i cittadini residenti all’estero.
“L’Act — specifica — prevede il diritto di voto anche per alcune categorie che, invece, non possono recarsi alle urne per le elezioni politiche, come i membri della House of Lords o i cittadini di Gibilterra. Se si è deciso di fare delle eccezioni di questo tipo, perchè non si è pensato di includere anche i residenti all’estero da più di 15 anni? Il voto decideva anche del loro futuro come cittadini europei. Voto da invalidare? No, la legge, contestabile o meno, è stata applicata”.
The Independent: “Centinaia di aventi diritto non hanno ricevuto le schede elettorali”
Altra ombra sulla validità del voto britannico viene gettata da The Independent.
Il quotidiano londinese, nei giorni scorsi, ha raccolto “centinaia” di testimonianze di aventi diritto residenti all’estero che non hanno potuto votare per problemi legati alla spedizione delle schede elettorali.
Da chi non ha mai ricevuto il materiale necessario, nonostante il sito del governo specificasse che la loro richiesta di voto era stata accettata, a chi, invece, si è visto recapitare il pacco postale troppo in ritardo per poter materialmente esprimere la propria preferenza.
Così molti britannici sparsi per il mondo non hanno potuto dare il proprio appoggio al Leave o al Remain. “Questa vicenda è più complicata rispetto alla petizione che chiede un secondo referendum perchè, se confermate le indiscrezioni diffuse dal giornale, saremmo di fronte a delle irregolarità — continua il professore — Sarà la commissione elettorale, però, a dover stabilire la validità o meno del voto sulla Brexit”.
Ultima spiaggia, il referendum sui futuri accordi tra Londra e l’Unione
Alle polemiche sugli aventi diritto e sui disagi riguardanti la spedizione delle schede elettorali all’estero si potrebbe tentare di “rimediare” con un nuovo referendum da svolgersi però molto più avanti, dopo che il governo del Regno Unito avrà notificato a Bruxelles il ricorso all’articolo 50 dei trattati e dopo la negoziazione sui nuovi accordi che regoleranno i rapporti tra Londra e l’Unione.
“A mio parere non ci sono gli elementi per invalidare il voto britannico — conclude Frosini — Semmai, potrebbe essere indetto un nuovo referendum per chiedere ai cittadini britannici, dopo aver modificato i principi che stabiliscono gli aventi diritto al voto, di esprimersi sull’accordo tra Regno Unito e Unione Europea relativo all’uscita del Paese dall’Ue”.
Gianni Rosini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
SULLA SPINTA DEI 4 MILIONI DI FIRMATARI DELLA PETIZIONE PER RIMANERE IN EUROPA E NEL TIMORE DELLE CONSEGUENZE, ORA IL GOVERNO VORREBBE TRATTARE
Mentre l’Europa si interroga sulle conseguenze di Brexit, la Gran Bretagna comincia a fare marcia indietro.
Jeremy Hunt, ministro della Sanità britannico, uno dei fedelissimi di David Cameron, dichiara in un’intervista al Daily Telegraph: “Se l’Unione Europa ci facesse concessioni per mettere freni all’immigrazione, potremmo fare un secondo referendum per ribaltare il risultato di quello della settimana scorsa”.
E’ soltanto un’ipotesi, ma rappresenta un’ammissione straordinaria a neanche una settimana da un voto che ha mandato in tilt i mercati, fatto crollare la sterlina e costretto Cameron a dimettersi.
Per coincidenza, è la stessa ipotesi formulata da Gideon Rachman, columnist del Financial Times, in un articolo che sarà in pagina domani sul quotidiano finanziario. “Non credo che Brexit avverrà “, afferma il commentatore, e poi spiega perchè.
Boris Johnson, in procinto di diventare premier al posto di Cameron, non è mai stato un ardente anti-europeo, tanto da essere rimasto incerto fino all’ultimo su da che parte schierarsi nel referendum.
Il suo unico intento era diventare capo del governo e sta per riuscirci. E Rachman ricorda una frase pronunciata a febbraio da Johnson: “C’è una sola parola che Bruxelles ascolta per fare concessioni ed è la parola no”.
Come dire: finchè si chiede e si negozia, la Ue concede poco e niente, come in effetti è accaduto nella trattativa con Cameron prima del referendum.
Quando si minaccia sul serio di sbattere la porta e andarsene, la Ue concede qualcosa (come in effetti è successo con la Grecia).
Il columnist del Ft immagina che fra qualche mese l’Unione potrebbe accettare di dare a Londra quello che aveva finora rifiutato: un qualche tipo di freno all’immigrazione, se l’immigrazione supera certi limiti.
Una concessione che andrebbe contro il principio della libertà di movimento. Ma la politica è l’arte del compromesso. E se per la Gran Bretagna è gravissimo uscire dalla Ue, anche per la Ue perdere la Gran Bretagna sarebbe molto grave.
Può sembrare fantapolitica, per ora. Ma le firme per organizzare un secondo referendum hanno raggiunto ormai 4 milioni.
E di un secondo referendum si parla apertamente al parlamento di Westminster. “Non piacerebbe agli estremisti, in Inghilterra e a Bruxelles”, scrive Rachman, “ma perchè i moderati di entrambe le parti dovrebbero farsi imporre un disastro dagli estremisti?” L’ipotesi ventilata dal ministro Hunt nell’intervista al Telegraph è tutta da verificare, insomma, ma non impossibile da realizzare.
Tanta gente è contraria a Brexit. Non è detto che il divorzio tra la Gran Bretagna e l’Europa si consumerà davvero.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 27th, 2016 Riccardo Fucile
L’UNIVERSITA’: “NON SONO CHIARE LE CONSEGUENZE DEL VOTO INGLESE PER LA VOSTRA MOBILITA'”
Non c’è posto più adatto per valutare lo sconcerto della Generazione Erasmus di fronte alla Brexit, che l’Università di Siena, fondata nel 1240.
«Noi incoraggiamo gli studenti perchè colgano l’opportunità dell’Erasmus — dice il rettore Angelo Riccaboni — e abbiamo un interscambio speciale con la Gran Bretagna».
Ma al Graduation Day, 500 studenti, Carlo Cottarelli ospite d’onore, si avvertiva fra i ragazzi una profonda preoccupazione.
«La maggior parte degli studenti di Siena sceglie proprio il Regno Unito come sede di Erasmus, e gli inglesi vengono in massa: per loro Siena è un punto di riferimento, e Chiantishire nome quasi ufficiale».
«Quello che stiamo vivendo è destabilizzante dal nostro punto di vista», conferma Isabella Liso, laureata a Siena in Economia delle Istituzioni.
«Abbiamo avuto la fortuna di vivere l’Europa nella sua connotazione iniziale e piena, e siamo cresciuti come cittadini europei. Il culmine è la possibilità di studiare in altri Paesi e il Regno Unito era il posto più prestigioso. Ora cambiano le certezze, la percezione di Unione. L’inglese si potrà imparare ovunque ma cultura e formazione saranno monche di un pezzo importante d’Europa».
«Abbiamo ricevuto un’algida mail dall’ufficio Erasmus dell’università : l’Agenzia Nazionale – recita – non ci ha ancora dato notizia sulle ripercussioni che l’esito del Brexit avrà sulla mobilità 2016/17. Di colpo si mette in dubbio il sogno di tanti studenti», commenta Matteo Molinari, studente in Management & Governance (in inglese).
«La Brexit mina il senso di cittadinanza a una comunità più ampia di un Paese. Essere giovani europei vuol dire essere aperti, connessi, con una e marcia in più dei nonni. Capire le differenze, rispettare le diversità . Dato che oltre che a Cambridge ho studiato in America conosco le difficoltà del visto, dell’assicurazione sanitaria, dei costi che scoraggiano la mobilità ».
Allo stesso corso partecipa Alessandro Roscini: «Il Regno Unito è centrale per le opportunità di studio e lavoro. Sono tutti i miei coetanei penso che esperienze all’estero siano un requisito di formazione indispensabile. La Brexit mi spaventa: preclude la possibilità di assaporare un’esperienza che cambia la vita».
Francesca Bandini, dopo gli studi a Siena in Gran Bretagna ci si è trasferita: «Vanno richieste clausole favorevoli per chi vuole lavorare in Inghilterra. Il referendum non è stato il modo migliore per decidere su una questione così importante: in Inghilterra le elezioni hanno portato un’ondata di nazionalismo e xenofobia».
A Siena c’è anche una comunità di studenti inglesi trasferiti qui per l’intero periodo universitario.
Al primo anno di Scienze ambientali è iscritto Gianni Henson, quasi 20 anni: «Mi trovo bene qui e mi preoccupa qualsiasi turbamento a questa condizione. Avverto disagio: per l’economia e la democrazia inglese, scossa da queste richieste di nuovo referendum che non fanno altro che complicare un quadro già fosco. Spero che il mio Paese abbia la capacità di ritrovare unità , coerenza e forza».
L’Erasmus ha ricadute benefiche a lungo termine.
Marialuisa Di Simone, giornalista, ha vissuto nel 1997-98 con l’Erasmus a Swansea, una delle quattro sedi dell’Università del Galles. «Studiavo lingue, avevo una travolgente passione per la letteratura inglese dai Viaggi di Gulliver a Jane Eyre, così ho fatto il concorso per andare nel Regno Unito. E’ stata un’esperienza che mi ha aperto la mente. Ho seguito il corso Geoffrey Chauser, l’autore dei Canterbury Tales, e la mia tesina era la traduzione dal Middle English in inglese moderno. Un altro corso si chiamava British policy and european integration: il professore ci ripeteva che la maggioranza dei britannici ci sta proprio a disagio in Europa».
L’ateneo di Siena, come Cambridge e Oxford, ha un’attiva sezione “Alumni”, ex studenti.
La dirige Cinzia Angeli, dirigente P&G: «Il fatto che uno dei paesi della nostra Europa decida di fare un passo indietro è miope e anacronistico. Mentre qui a Siena si cerca di creare connessioni intergenerazionali ed internazionali, di ascoltare i millennial, condividere esperienze, in Gran Bretagna una minima maggioranza decide di chiudere frontiere e opportunità di scambio».
L’università senese per Londra è ancora di più: «Il British Council — dice il rettore Riccaboni – sceglie un’istituzione per ogni Paese a cui affidare il dialogo culturale ed economico. Per l’Italia è la Certosa di Pontignano, think-tank presieduto per l’Italia da Enrico Letta e per la Gran Bretagna da David Willetts, ex ministro dell’Università , che si riunisce ogni anno appunto nella Certosa, centro congressi dell’università ».
La riunione 2016 è il 15 settembre: «La data è stata scelta per evitare la sovrapposizione con i congressi politici britannici d’autunno. Ma quest’anno tira aria di congressi straordinari».
(da “La Repubblica“)
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Giugno 27th, 2016 Riccardo Fucile
LE BALLE DI UNA ORGANIZZAZIONE AGRICOLA CHE NON DICE LA VERITA’
Si può essere pro o contro l’Europa. Si può amare l’integrazione o preferire di restare indipendenti e
titolari della propria sovranità . Si può fare tutto, e ognuno è libero di pensarla come ritiene più giusto.
Una cosa non si deve fare. Soffiare sul fuoco e raccontare le cose diverse da quello che sono. Perchè così si gioca al massacro, non si ottiene nulla, si alimentano le crisi, si danneggiano gli altri e se stessi.
L’annuncio della Coldiretti
Stamane è stato pubblicato un comunicato di un’importante organizzazione agricola. Testuale: «La prima risposta alla Brexit viene dalla riduzione della taglia minima delle vongole pescabili in Italia che rappresenta una di quelle misure odiose che allontanano i cittadini e le imprese dall’Unione Europea».
E poi: «E’ atteso lunedì finalmente il parere positivo sul piano di Gestione delle vongole italiano con al suo interno la deroga di raccolta del mollusco-bivalvi con taglia minima abbassata da 25 millimetri fino a 22 millimetri, da inviare a Consiglio e Parlamento Europeo per l’approvazione entro i prossimi due mesi».
Di che cosa si tratta
La notizia è vera, del resto l’abbiamo scritta giorni fa sul nostro giornale. Il governo italiano è riuscito a spiegare alla Commissione europea che i vongolari hanno difficoltà a rispettare le regole, Bruxelles li ha ascoltati e gli è venuto incontro.
Così fanno le persone, e le istituzioni, adulte. Si parlano e cercano una soluzione.
La cornice è tuttavia falsa.
Non è la prima risposta del dopo Brexit, visto che la riunione è stata convocata con ampio anticipo rispetto al referendum.
E la misura “odiosa” si riferisce ad un atto con cui nel 2006 – per disciplinare la pesca delle vongole in modo da poterne garantire la sostenibilità e, quindi, la possibilità del settore di restare in vita – ha scelto come limite europeo quello vigente introdotto in Italia da un decreto del presidente Saragat a fine 1968.
In parole semplici, dieci anni fa l’Europa ha scelto per l’Italia la taglia che era già in vigore in Italia.
Poi, davanti alle spiegazioni arrivate da Roma, ha accettato di rivederla.
Come questo possa essere “odioso” e “allontanare i cittadini e le imprese dall’Ue” è un concetto di difficile comprensione che, a ogni effetto, contribuisce ad allontanare i cittadini da un’Ue che – c’è bisogno di ricordarlo? – ogni anno versa miliardi di euro nelle tasche degli agricoltori.
Così si alimentano i populismi. Si poteva dire “grazie Europa che ci hai ascoltato e ci hai liberato da un vincolo che gravava su di noi da quasi 40 anni”. Invece no.
Così si distrugge anche il bene che, fra tanti errori, i Ventotto hanno fatto insieme. Con quali vantaggi, è difficile immaginarlo.
Marco Zatterin
(da “La Stampa“)
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Giugno 27th, 2016 Riccardo Fucile
DIETRO AL TECNICISMO VI SONO TRE CORRENTI DI PENSIERO SU COME AFFRONTARE LA CRISI ISTITUZIONALE
«No negotiation before notification», ripetono con insistenza a Bruxelles.
Nessun negoziato prima della notifica da parte di Londra che avvierebbe formalmente l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, prevista dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona.
È la posizione comune che Angela Merkel, Matteo Renzi e Francoise Hollande hanno espresso a Berlino, la posizione ufficiale dei Paesi fondatori dopo il voto sulla Brexit.
Come si può spiegare questa richiesta?
Nei giorni che seguono lo shock del voto britannico i vari leader europei si sono divisi principalmente in tre fazioni. L’Italia ha per ora una posizione intermedia.
Quelli del “dare tempo”
Sperano di trovare una soluzione intermedia, una mediazione tra il legittimo riconoscimento della volontà del popolo britannico e la concretezza delle possibili conseguenze negative di una Brexit. Sotto sotto, sperano che Londra sia in grado di trovare una soluzione interna e dunque evitare l’uscita vera e propria. Tra questi c’è sicuramente la Germania.
Quelli del “fuori subito”
Puntano a dare un segnale forte, come a dire che non è semplice andare via dall’Ue. Il loro obiettivo è anche quello di prevenire eventuali altre richieste di referendum in altri Paesi. Tra di loro ci sono per esempio francesi e belgi.
Quelli del “non lo faranno mai”
La terza fazione è un sottoinsieme delle prime due, e le contagia entrambe: hanno la diffusa sensazione che i britannici potrebbero non chiedere mai il divorzio, e per questo lasciano un po’ di spazio, un po’ di ossigeno a questa speranza.
Ai tempi della abortita convenzione per la Costituzione europea, fu il britannico Sir John Kerry a imporre l’articolo 50 contro la volontà della maggioranza.
Il tedesco Elmar Brok, oggi presidente della commissione Esteri del Parlamento europeo, lo osteggiò a lungo. Vistosi sconfitto, si concentrò a rendere il divorzio dall’Ue «più complesso possibile».
(da “La Stampa”)
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Giugno 27th, 2016 Riccardo Fucile
PARAGONATA ALLA THATCHER PER IL SUO CARATTERE DURO, NICOLA VUOLE PORTARE EDIMBURGO FUORI DAL REGNO: LA BATTAGLIA DELLA VITA
Non fatevi ingannare dal sorriso, perchè questa signora bon ton, in tailleur, con i capelli a caschetto immobili anche al vento delle cime tempestose di Holyrood, Nicola Sturgeon, il primo ministro che vuole portare la Scozia fuori dalla Gran Bretagna, e nel frattempo impedire che il Regno Unito ne esca, è una tipa tosta.
Il sacro fuoco della politica, Mrs Sturgeon lo ha ereditato dalla madre Jane (anche lei nel Nsp), ma un ruolo importante nella sua formazione lo ha giocato anche Margareth Thatcher, tanto che spesso i suoi concittadini rispolverano per lei l’appellativo di «Iron Lady», lady di ferro – ma anche, per la verità , di «Nippie sweetie», dolcezza pungente.
«Ero una bambina ai tempi della Thatcher – ha raccontato Nicola Sturgeon in un’intervista alla Bbc – l’economia non andava molto bene, c’era un sacco di gente intorno a me che cercava un modo per sopravvivere in un futuro di disoccupazione e tutto questo mi ha instillato un forte senso di giustizia sociale e la convinzione che fosse sbagliato per la Scozia essere guidata da un governo conservatore che non aveva neppure eletto».
LEALTà€ E RIGIDITà€
Nata a Irvine 46 anni fa, Nicola Sturgeon si è laureata in legge all’Università di Glasgow. Ma ha esercitato la professione di solicitor solo per qualche anno.
Il suo sogno è sempre stato la politica. Aveva 16 anni quando si è iscritta al partito indipendentista, presentandosi alla porta della sezione della sua città .
Ventinove anni quando fu eletta al Parlamento scozzese, per poi diventare ministro ombra del Snp per l’istruzione, la salute e la giustizia.
Nel 2004 annunciò che si sarebbe candidata alla leadership del Snp dopo le dimissioni di John Swinney, ma prevalse Alex Salmond, che la nominò sua vice. Lei non ha mai cercato di fargli le scarpe. È la lealtà una delle sue doti, come la rigidità uno dei suoi difetti.
UN PIZZICO DI VANITà€
Sposata con Peter Murrell, leader del suo partito, non ha figli, anche se ha chiarito che «Non è stato un sacrificio fatto per la carriera, certe cose possono succedere e non succedere nella vita, mi ritengo comunque molto fortunata. Vivo una vita comunque completa».
L’impegno in politica non le ha tolto la vanità e da quando è diventata la star dei dibattiti televisivi è dimagrita, grazie alla dieta consigliata dalla cantante Beyoncè.
I completi diventano sempre più sgargianti, e brillano nei dibattiti tv come il suo eloquio, che mette ko i rivali politici.
LA BATTAGLIA DELLA VITA
La sua immagine da perfetta padrona di casa però inganna, è lei stessa infatti ad ammettere di non saper cucinare («sono senza speranza, per fortuna che c’è mio marito») e di rilassarsi nella sua casa di Glasgow guardando «House of Cards», la fiction sulle trame del potere alla Casa Bianca, che la allena a districarsi tra le trame di Westminster.
A chi la accusa di essere una rampante, lei risponde che sì, è «ambiziosa» se questo significa far raggiungere «il successo al suo partito».
E grazie alla sua caparbietà ha tolto voti ai laburisti, ma anche ai tory.
Quando le hanno chiesto chi preferiva tra il premier Cameron e il leader dell’opposizione Ed Miliband ha risposto con ironia: «Miliband è leggermente più attraente».
Ma non fidatevi, l’unica cosa che la attrae è la causa indipendentista e quella femminile.
L’obiettivo da raggiungere subito, dice «è quello della parità di salario tra uomo e donna».
Una vita dedicata alla causa indipendentista, una carriera che non ha avuto incertezze. È stata il braccio destro di Alex Salmond, e ha preso il suo posto dopo la sconfitta al referendum del 2014, voltando pagina, come è solita fare.
Si chiude una strada e se ne apre un’altra. E la nuova strategia è stata quella di acquisire potere, conquistando seggi a Westminster, nelle elezioni del 2015, mossa necessaria per spingere Cameron ad accelerare la devoluzione della Scozia e che oggi torna utile per fermare la Brexit.
La sua nuova missione, la battaglia della vita.
Maria Corbi
(da “la Stampa”)
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Giugno 27th, 2016 Riccardo Fucile
INSULTI E AGGRESSIONI ANCHE AI POLACCHI: LA FECCIA RAZZISTA RINGALLUZZITA DAL VOTO BREXIT ORA INVOCA PURE HITLER
«Io parlo polacco, tu quale super potere hai?». Jacek viene da un paesino vicino a Varsavia e vive a
Londra da qualche anno.
Indossa una maglietta nera, la scritta gialla con la frase che tradisce l’orgoglio per le origini. È uno dei 600 mila sbarcati nel Regno Unito negli ultimi dieci anni.
I polacchi oltre Manica erano 95 mila nel 2004, poi la via londinese è diventata facile e fruttuosa. Da qualche tempo però anche molto rischiosa.
Sta appoggiato a una ringhiera di fronte all’ufficio culturale polacco ad Hammersmith, zona occidentale della capitale britannica e guarda i muri dell’edificio sul quale sono stati disegnati graffiti e scritti con la vernice insulti contro i polacchi, definiti «parassiti».
La polizia pattuglia la zona e ha aperto un’inchiesta contro ignoti.
Ma la tensione da tempo è palpabile. Appena due giorni fa, nella zona orientale della città , alcuni musulmani e immigrati dell’Est Europa sono stati aggrediti da bande suprematiste inglesi.
«È il clima post Brexit che non volevamo», dice la Baronessa ed ex ministro Sayeeda Warsi che una settimana fa aveva lasciato la campagna del Leave poichè diventata «razzista e odiosa».
Gli episodi di intolleranza sono aumentati nei giorni dopo il referendum.
Una lavoratrice musulmana, nata in Galles, è stata apostrofata in strada e invitata a «fare le valigie»; nel Cambridgeshire è partita una campagna d’odio via posta contro la comunità polacca.
E volantini sui «polacchi parassiti» sono stati recapitati anche a una scuola elementare.
La retorica incendiaria contro i migranti di Nigel Farage amplificata dal poster con le immagini di migliaia di profughi in coda in Slovenia con la scritta «punto di rottura» è ancora un punto di riferimento per alcune – non così minoritarie – frange della società .
La percezione che siano gli «altri», gli «stranieri» a sottrarre il lavoro agli inglesi, ad abbassare i salari, a congestionare i servizi pubblici ha alla fine ha pesato sul voto: il tema immigrazione è stato il secondo motivo a indirizzare le scelte degli elettori, sia conservatori sia laburisti.
Soprattutto nelle zone rurali, nel Sud e nel Nord del Paese, fra le classi meno agiate. Farage proprio ieri ha ricordato che quelle zone – molte sono feudi laburisti – sono ora nel mirino dello Ukip.
Se c’è una protesta visibile contro i migranti, talvolta violenta ma comunque molto rumorosa, c’è ne è una che corre sul Web, si nutre di adepti su Twitter, Facebook e sguazza nei video su YouTube.
L’intelligence britannica monitora molti gruppi.
Ieri il «Sunday Times» ne ha fatto una radiografia. L’estrema destra (suprematista, razzista, isolazionista, anti-migranti) fa proseliti e ha un seguito crescente.
Materiale estremista è disponibile ovunque sulla Rete. Un gruppo come National Action, quello che è nato per «celebrare» la morte della deputata Jo Cox, ha appena sessanta adepti, ma i suoi video su YouTube hanno quasi 2800 adepti.
Pochi, nel mare del Web, molti, spiegano gli esperti dell’antiterrorismo, se si considera che la visibilità il gruppo la sta avendo solo da poco tempo.
Proclamano una «White Jihad», una guerra santa bianca, che significa rendere omogenea e aderente «ai valori tradizionali inglesi» questa terra che oggi invece ospita persone provenienti da ogni angolo del mondo ed è un crogiolo di culture.
«I rifugiati non sono i benvenuti» si legge in uno dei loro proclami che va di pari passo alla proclamazione che «Hitler aveva ragione, i rifugiati devono tornare a casa».
Sabato a Newcastle, città nel Nord-Est, vivace, gli estremisti hanno manifestato dinanzi alla stazione centrale scandendo slogan contro i migranti.
Negli ultimi tempi è nata un’altra associazione, NorthWest Infidels, derivata dalla English Defense League, che vorrebbe «l’impiccagione di Corbyn» e ha nell’islam il nemico dichiarato.
Così come Britain First, l’associazione che ha invocato il killer di Jo Cox.
A proposito dell’aggressore, Thomas Mair, proprio NorthWest Infidels ha rilanciato un messaggio nel quale invita i suoi a continuare la difesa dell’Inghilterra «dall’invasione dei profughi affinchè il sacrificio di Thomas Mair non sia stato invano».
Alberto Simoni
(da “La Repubblica”)
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