Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile
DOPO TRE ORE DI DISCUSSIONE, IL CAPO STORICO CACCIATO DAL PARTITO CHE HA FONDATO E GUIDATO PER DECENNI: E’ L’ULTIMO CAPITOLO DELLA FAIDA INTERNA
Jean-Marie Le Pen cacciato dal partito che ha fondato e guidato per decenni. 
E’ questa la decisione del comitato esecutivo del Front National (Fn) dopo oltre tre ore di discussione.
Nonostante l’assenza della figlia Marine, attuale presidente del FN e principale sostenitrice del suo allontanamento, e del suo braccio destro Florian Philippot, il comitato ha votato a “maggioranza sufficiente” per l’espulsione, precisando che le motivazioni precise saranno notificate nei prossimi giorni all’interessato.
La sanzione però potrebbe non mettere la parola fine allo scontro familiare in seno alla formazione di estrema destra, dato che ancora prima che arrivasse il verdetto l’avvocato di Jean-Marie Le Pen aveva annunciato di essere pronto a fare di nuovo ricorso contro un’eventuale decisione sfavorevole.
D’altra parte, i due precedenti passaggi davanti al giudice hanno marcato altrettante vittorie per lo scomodo patriarca della famiglia Le Pen, seppur per motivi formali e non di sostanza.
Il tribunale di Nanterre ha infatti ordinato l’annullamento prima della sua sospensione, per un “vizio di forma” nella stesura del provvedimento, e poi l’assemblea virtuale dei militanti chiamata a ratificare la cancellazione dagli statuti del Fn della sua carica, quella di presidente onorario.
Pare quindi destinata a prolungarsi ulteriormente lo scontro tra padre e figlia, i cui rapporti sono diventati sempre più tesi negli ultimi due anni, arrivando alla rottura definitiva dopo una provocatoria intervista di Jean-Marie Le Pen a un periodico di estrema destra.
In quell’occasione, il leader ormai ultraottantenne, secondo alcuni ansioso di ritrovare visibilità a scapito della figlia, si era lasciato andare a una serie di frasi negazioniste tipiche del suo repertorio, dalla definizione delle camere a gas come “dettaglio della storia” all’invito a non giudicare troppo severamente il regime collaborazionista del maresciallo Petain.
Parole inaccettabili per Marine Le Pen, da anni impegnata nella ‘normalizzazione’ della reputazione del suo partito, trasformandolo da terzo incomodo ad alternativa concreta al tradizionale bipolarismo del sistema transalpino.
In questo contesto, una semplice dichiarazione per dissociarsi dalla posizione del padre non era più sufficiente per la nuova leader del Fn: bisognava fare in modo che Le Pen senior non potesse più parlare a nome del partito, prima levandogli la carica di presidente onorario e poi allontanandolo del tutto.
Operazione rivelatasi più ostica del previsto.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 20th, 2015 Riccardo Fucile
“GLI ELETTORI GIUDICHINO IL PROGRAMMA DI SALVATAGGIO”
Non ha atteso nemmeno 24 ore dalla firma della Commissione Europea sul nuovo memorandum che
accompagna il terzo piano di aiuti da 86 miliardi. Alexis Tsipras ha scelto di giocarsi il tutto per tutto, muovendosi d’anticipo e preferendo regolare i conti con la propria minoranza interna direttamente alle urne piuttosto che nell’aula del Parlamento, dove al momento il premier sembra avere perso la maggioranza: “Ho la coscienza a posto – ha detto il leader greco in un discorso alla nazione – in questi mesi ho combattuto per il mio popolo. Gli elettori – ha aggiunto – giudichino l’accordo di salvataggio”.
L’All-in giocato da Tsipras mette così Piattaforma di Sinistra, l’ala interna che si è opposta al premier in carica, doppiamente con le spalle al muro.
Costringendola, a meno di un congresso in extremis del partito, a scegliere, e in fretta, se restare all’interno riallineandosi però alla linea del capo del governo, o abbandonare la formazione politica.
E, in ogni caso, lasciandole poco tempo per organizzarsi.
“Syriza, il governo e soprattutto Alexis Tispras sono molto più popolari tra la gente che in Parlamento e questo verrà provato con il processo democratico”, ha sintetizzato l’esponente di Syriza e vicepresidente dell’Europarlamento Dimitris
Papadimoulis commentando la mossa del premier.
Un azzardo che espone però lo stesso Tsipras a più di un rischio.
Non solo per la possibilità di perdere pezzi per strada da qui al prossimo 20 settembre, data indicata da molti per il voto, ma anche e soprattutto perchè lo costringe a presentarsi alle urne con un programma ben diverso da quello con cui aveva trionfato alle elezioni di gennaio.
Non più il rottamatore della Troika, ma il ricostruttore della Grecia.
L’uomo che da una parte è riuscito a instradare il Paese in un nuovo piano di assistenza finanziaria che dovrebbe metterlo al riparo da nuovi rischi di default, ma che dall’altro per farlo ha dovuto per ben due volte tradire il mandato popolare ricevuto.
La prima volta sedendosi al tavolo con le Istituzioni e accettando un nuovo memorandum malgrado le proprie promesse elettorali, la seconda adeguandosi alle richieste dei creditori ribaltando completamente l’esito del referendum convocato a luglio proprio per respingere le misure della ex-Troika.
O con me o con chi? Con questo slogan il premier in carica sembra affacciarsi al voto. Chiedendo al popolo greco un incarico forte per uno Tsipras II che metta in atto gli impegni che il capo del governo ellenico ha dovuto sottoscrivere con l’Europa.
Un messaggio difficile da far digerire agli elettori e a cui si contrapporrebbe una strategia più di rottura, portata avanti dall’estrema destra e — in caso di scissione — dalla fuoriuscita Piattaforma di Sinistra, che lo stesso Tsipras potrebbe attaccare definendola fallimentare, così come fallimentare è stata la rigida posizione greca durante i quattro mesi del negoziato prima della rottura e del referendum.
Da parte loro, con una lunga campagna elettorale, gli oppositori di Tsipras avrebbero potuto facilmente far leva sull’immagine del premier che ha tradito le promesse fatte agli elettori.
Soprattutto in vista delle misure impopolari che leader di Syriza è chiamato ad implementare in vista della prima revisione del programma, uno degli “esami” periodici definiti dal memorandum per procedere con i nuovi esborsi.
Anche per questo Tsipras ha deciso di spingere il piede sull’acceleratore anticipando il voto alla metà di settembre.
Mettendo a rischio se stesso oggi pur di fare piazza pulita dei propri nemici interni domani.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 20th, 2015 Riccardo Fucile
SECONDO LA TV GRECA ALLE 20 L’ANNUNCIO… ELEZIONI IL 20 SETTEMBRE
Alexis Tipras potrebbe dimettersi questa sera per aprire le porte a nuove elezioni anticipate in Grecia. E’ quanto ha rivelato oggi la televisione pubblica greca, Ert1, mentre già negli ambienti politici di Atene circolano le voci sulla possibile data delle elezioni, il 13 o il 20 settembre. L’annuncio da parte di Tsipras dovrebbe avvenire questa sera alle 20 ora locale, le 19 in Italia.
Durante la riunione tra Tsipras e i propri consiglieri alcuni hanno chiesto al capo del governo di agire in fretta e indire le elezioni al più tardi per il 20 o il 27 settembre in modo che il governo possa superare la spaccatura che si è creata all’interno di Syriza.
Un altro gruppo suggerisce a Tsipras di non considerare le elezioni prima dell’11 ottobre in modo da dare la possibilità al governo di attuare il nuovo accordo di salvataggio con i creditori e ricostruire un rapporto di fiducia con loro.
“Syriza, il governo e soprattutto Alexis Tispras sono molto più popolari tra la gente che in Parlamento — dice Dimitris Papadimoulis, esponente di Syriza e vicepresidente dell’Europarlamento — e questo verrà provato con il processo democratico”.
“Alcuni deputati di Syriza hanno scelto di passare all’opposizione — ha aggiunto — formare un nuovo partito che si opporrà a Syriza con lo slogan del ritorno alla vecchia moneta e questo costringe il governo e il primo ministro a prendere l’iniziativa politica”.
Nei giorni scorsi, a riconoscere che il governo non ha più una maggioranza politica in Parlamento, era stata la stessa portavoce dell’esecutivo Olga Yerovasili: “Tutti noi ci rendiamo conto che questo governo non ha al momento la maggioranza per poter applicare le sue politiche. Questo, di per sè, è un grosso ostacolo”.
Nelle stesse ore la prima tranche del nuovo programma di salvataggio, il terzo in cinque anni, è stata erogata in tempo per consentire ad Atene di ripagare il debito maturato con i creditori internazionali. Ad annunciarlo il ministero delle Finanze greco.
L’annuncio è arrivato mentre il premier Tsipras era riunito con i suoi consiglieri più stretti per esaminare la possibilità di indire in autunno nuove elezioni, hanno fatto sapere fonti di governo.
Ieri, 19 agosto, il meccanismo europeo di stabilità ha ratificato il piano di salvataggio per complessivi 86 miliardi di euro, dando l’ok all’erogazione della prima tranche di 26 miliardi: l’agenzia di stampa greca Amna ha riferito che la prima parte di questi 26 miliardi è già stata ricevuta da Atene.
Circa 13 miliardi sono stati allocati in un conto speciale alla banca centrale greca per ripagare automaticamente il debito da 3,4 miliardi di euro con la Bce, il debito da 2,2 miliardi con l’Fmi e il prestito ponte da 7 miliardi garantito a luglio dall’Esm.
Altri 10 miliardi di euro saranno utilizzati invece per ricapitalizzare le banche, mentre un miliardo sarà usato per il pagamento degli obblighi scaduti del governo al settore privato.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“NON SOLO LA GRECIA, COSI’ SCHAEUBLE VUOL IMPORRE LA TROIKA ANCHE A ROMA E PARIGI
“Il sadico dispotismo dell’ideologia dominante”. “La lettura morale di questa crisi”. “L’abbraccio mortale del debito”.
Yanis Varoufakis accoglie El Paàs nella sua casa al centro di Atene; la sua ormai celebre moto è parcheggiata all’angolo della strada, pronta a ripartire rombando alla fine dell’intervista.
Visto da vicino, Varoufakis è amabile, attento e disinvolto.
Offre al giornalista una tazzina di caffè preparato di fresco, e subito si capisce perchè la sua lingua è considerata una delle più affilate d’Europa.
Parlando a mitraglia, usa toni tra il solenne e il drammatico, con l’economia e la politica come generi letterari al servizio di un alibi: la Grecia epitome della crisi europea, e quest’ultima vista non come una fase transitoria, ma come uno stato tendente a perpetuarsi.
Alcuni giorni fa ha lasciato il ministero. Come è cambiata la sua vita quotidiana?
“I giornali pensano che io sia deluso per aver lasciato il governo. Di fatto però io non sono entrato in politica per far carriera, ma per cambiare le cose. E chi cerca di cambiarle paga un prezzo”.
Quale?
“L’avversione, l’odio profondo dell’establishment. Chi entra in politica senza voler far carriera finisce per crearsi questo tipo di problemi”.
Intanto la Grecia continuerà a subire la tutela della Troika…
“Noi avevamo offerto all’Fmi, alla Bce e alla Commissione l’opportunità di tornare ad essere le istituzioni che erano in origine; ma hanno insistito per ripresentarsi come Troika. Ma l’ultimo accordo si basa sulla prosecuzione di una farsa, ma si tratta solo di procrastinare la crisi con nuovi prestiti insostenibili, facendo finta di risolvere il problema. Ma si può ingannare la gente, si possono ingannare i mercati per qualche tempo, non all’infinito”.
Cosa si aspetta nei prossimi mesi?
“L’accordo è programmato per fallire. E fallirà . Siamo sinceri: il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble non è mai stato interessato a un’intesain grado di funzionare. Ha affermato categoricamente che il suo piano è ridisegnare l’eurozona: un piano che prevede l’esclusione della Grecia. Io lo considero come un gravissimo errore, ma Schaeuble pesa molto in Europa. Una delle maggiori mistificazioni di queste settimane è stata quella di presentare il patto tra il nostro governo e i creditori come un’alternativa al piano di Schaeuble. Non è così. L’accordo è parte del piano Schaeuble”.
La Grexit è ormai scontata?
“Speriamo di no. Ma mi aspetto molto rumore, e poi rinvii, mancato raggiungimento di obiettivi che di fatto sono irraggiungibili, e l’aggravamento della recessione, che finirà per tradursi in problemi politici. Allora si vedrà se l’Europa vuole davvero continuare a portare avanti il piano di Schaeuble oppure no”.
Schaeuble ha suggerito di togliere poteri alla Commissione, e di applicare le regole con maggior durezza. Se sarà lui a vincere la Grecia è condannata?
“C’è un piano sul tavolo, ed è già avviato. Schaeuble vuole mettere da parte la Commissione e creare una sorta di super-commissario fiscale dotato dell’autorità di abbattere le prerogative nazionali, anche nei Paesi che non rientrano nel programma. Sarebbe un modo per assoggettarli tutti al programma. Il piano di Schaeuble è di imporre dovunque la Troika: a Madrid, a Roma, ma soprattutto a Parigi”.
A Parigi?
“Parigi è il piatto forte. È la destinazione finale della Troika. La Grexit servirà a incutere la paura necessaria a forzare il consenso di Madrid, di Roma e di Parigi”.
Sacrificare la Grecia per cambiare la fisionomia dell’Europa?
“Sarà un atto dimostrativo: ecco cosa succede se non vi assoggettate ai diktat della Troika. Ciò che è accaduto in Grecia è senza alcun dubbio un colpo di Stato: l’asfissia di un Paese attraverso le restrizioni di liquidità , per negargli l’imprescindibile ristrutturazione del debito. A Bruxelles non c’è mai stato l’interesse di offrirci un patto reciprocamente vantaggioso. Le restrizioni di liquidità hanno gradualmente strangolato l’economia, gli aiuti promessi non arrivavano; c’era da far fronte a continui pagamenti a Fmi e Bce. La pressione è andata avanti finchè siamo rimasti senza liquidità . Allora ci hanno imposto un ultimatum. Alla fine il risultato è uguale a quando si rovescia un governo, o lo si costringe a gettare la spugna”.
Quali gli effetti per l’Europa?
“Nessuno è libero quando anche una sola persona è ridotta in schiavitù: è il paradosso di Hegel. L’Europa dovrebbe stare molto attenta. Nessun Paese può prosperare, essere libero, difendere la sovranità e i suoi valori democratici quando un altro Stato membro è privato della prosperità , della sovranità e della democrazia”.
Anche se è vero che la Grecia ha cambiato i termini del dibattito, in politica si devono ottenere dei risultati. I risultati la soddisfano?
“L’euro è nato 15 anni fa. È stato concepito male, come abbiamo scoperto nel 2008, dopo il tracollo della Lehman Brothers. Fin dal 2010 l’Europa ha un atteggiamento negazionista: l’Europa ufficiale ha fatto esattamente il contrario di quanto avrebbe dovuto fare. Un Paese piccolo come la Grecia, che rappresenta appena il 2% del Pil europeo, ha eletto un governo che ha messo in campo alcuni temi essenziali, cruciali. Dopo sei mesi di lotte siamo davanti a una grande sconfitta, abbiamo perso la battaglia. Ma vinciamo la guerra, perchè abbiamo cambiato i termini del dibattito”.
Lei aveva un piano B: una moneta parallela, in caso di chiusura delle banche. Perchè Tsipras non ha voluto premere quel pulsante?
“Il suo lavoro era quello di un premier. Il mio, nella mia qualità di ministro, era di mettere a punto i migliori strumenti per quando avremmo preso quella decisione. C’erano buoni argomenti per farlo, come c’erano per non premere quel pulsante”.
Lei lo avrebbe fatto?
“Chiaramente, e l’ho detto pubblicamente, ma ero in minoranza. E rispetto la decisione della maggioranza”.
Tsipras ha ribadito che non esistevano alternative al terzo riscatto; mentre lei, col suo piano B, sosteneva che un’alternativa c’era.
“Fin da quando ero giovanissimo, ho sempre respinto nella mia concezione politica il discorso thatcheriano dell'”assenza di alternative”. C’è sempre un’alternativa”.
Quale sarà l’eredità di Angela Merkel per l’Europa?
“L’idea europea non era quella di punire una nazione orgogliosa per intimorire le altre. Non è questa l’Europa di Gonzales, Giscard o Schmidt. Abbiamo bisogno di ricuperare il significato di ciò che significa essere europei, trovare le vie per ricreare il sogno di prosperità condivisa nella democrazia. L’idea che la paura e l’odio debbano essere le pietre a fondamento della nuova Europa ci riporta al 1930. l’Europa corre il rischio di trasformarsi in una gabbia di ferro. Spero che la cancelliera non voglia lasciarci un’eredità come questa”.
Claudi Perez
(da “El Pais”)
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Luglio 28th, 2015 Riccardo Fucile
IN SETTE ANNI L’EUROPA HA REGALATO ALLE BANCHE PIU’ DI QUANTO E’ ANDATO ALLA GRECIA… NON SOLO, LE BANCHE EUROPEE HANNO “BRUCIATO” 178 MILIARDI
Un “conto” da 221 miliardi: quasi quanto tutti i piani di salvataggio varati fino a oggi per la Grecia.
Tanto sono costate ai bilanci degli Stati europei le crisi delle grandi banche iniziate nel 2008.
Se poi si considerano anche le iniezioni di capitale a beneficio degli istituti più piccoli, come le Landesbank tedesche e le Cajas spagnole, le uscite lievitano ulteriormente, a 285 miliardi.
A fare i conti è l’ufficio studi di Mediobanca, nel rapporto sulle “Principali banche internazionali” che prende in esame 32 gruppi bancari europei, 15 del Giappone, 13 statunitensi e 10 cinesi.
Gli analisti di Piazzetta Cuccia annotano innanzitutto che le crisi bancarie in Europa hanno ridotto gli introiti statali da imposte, nel periodo 2009-2014, di 87 miliardi di euro.
A questi vanno aggiunti i 180 miliardi di euro di aumenti di capitale a favore degli istituti in difficoltà finanziati dagli Stati, da cui vanno però detratti i 46 miliardi di capitale restituito. La fattura finale si attesta così a 221 miliardi.
Non è un caso se l’anno scorso il Parlamento europeo ha varato una direttiva (quella sul cosiddetto bail-in) che modifica in modo sostanziale le regole sul risanamento degli enti creditizi, prevedendo che i costi dell’eventuale salvataggio ricadano su azionisti, obbligazionisti e correntisti con depositi superiori ai 100mila euro.
Negli Usa invece, tra mancati introiti e maggiori esborsi, la somma uscita dalle casse pubbliche è di 142,5 miliardi di dollari. Washington ha sborsato infatti 196 miliardi per ricapitalizzare le banche in difficoltà e ha dovuto fare a meno di 103 miliardi di imposte.
Le banche Usa hanno però già restituito 157 miliardi.
I costi della crisi bancaria europea per il contribuente peggiorano ulteriormente includendo il peso delle Landesbank tedesche, che in sette anni hanno ricevuto dai soci (per lo più pubblici) 25,3 miliardi, e delle casse di risparmio spagnole, che hanno ceduto alla pubblica Sareb 39 miliardi netti di posizioni deteriorate.
A differenza di quello di Atene, i salvataggi bancari non hanno trovato opposizione nè nel Nord e nè nel Sud dell’Europa.
E non è finita: solo tra 2011 e 2014, le banche europee hanno “bruciato” tra svalutazioni (116,6 miliardi) e spese per contenziosi e risarcimenti ben 178,5 miliardi di euro, una cifra che equivale più o meno al prodotto interno lordo della Grecia.
Per gli istituti statunitensi, nello stesso periodo, il conto è stato invece di 90,3 miliardi di dollari.
Quanto ai risultati di bilancio, oggi, con gli Usa già usciti dalla recessione e l’Europa che recupera con fatica, la redditività degli istituti del Vecchio continente è ferma al 4,3%, il 75% in meno rispetto agli anni pre crisi.
Al contrario oltreoceano la redditività è risalita al 6,7%, il 55% in meno rispetto al precrisi. Risultato: nel 2014 gli utili delle maggiori banche statunitensi sono stati doppi rispetto a quelli dei principali istituti europei.
Nello specifico, gli utili delle realtà Usa inserite nel campione sono stati pari al 18,2% dei ricavi, contro il 9,8% fatto registrare dal gruppo delle europee.
A pesare, oltre ai minori costi di struttura (64,2% dei ricavi negli Usa, contro il 68,5% dell’Europa), sono state le svalutazioni dei crediti, limitate al 4,6% del totale negli Usa contro il 10,3% dell’Europa.
Infine, a sopresa, le banche con ritorni più elevati sono quelle che fanno più credito: in Europa le banche commerciali hanno un indice di redditività (return on equity) del 5,1% rispetto al 3% di quelle concentrate sulle attività finanziarie.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 19th, 2015 Riccardo Fucile
“ALEXIS POTEVA SCEGLIERE SE ESSERE GIUSTIZIATO O PIEGARSI, HA SCELTO LA SECONDA”
“Sto andando a Corfù in vacanza. Non sono qui per dare consigli, ma ho incontrato degli amici”.
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, è seduto sulla grande poltrona di pelle nella hall di uno degli alberghi che si affacciano su piazza Syntagma.
Accanto a lui c’è l’ex ministro delle Finanze, Yannis Varoufakis. Nel pomeriggio di due giorni fa, poco prima che venisse annunciato il rimpasto di governo, Stiglitz ha incontrato anche il premier greco Alexis Tsipras.
“Il piano europeo è sbagliato — spiega il Nobel — crea disuguaglianze senza risolvere il problema: il debito. Va ristrutturato, questo è ormai accettato da più fronti”.
Stiglitz porge una busta con un’importante bottiglia di vino rosso a Varoufakis, e prima di allontanarsi aggiunge: “Siamo davanti al più lungo bank holiday che io abbia mai visto in Europa, bisogna fare qualcosa, ma le scelte fatte non porteranno ai progressi attesi”.
Mentre il professore si dirige verso gli ascensori Varoufakis si alza in piedi e dice: “Hai tre domande a disposizione”.
Ha ricevuto molte critiche per le sue decisioni che hanno ritardato l’accordo…
La Grecia era già in bancarotta prima che arrivassimo noi di Syriza al governo, quello che è avvenuto dopo è stata una scelta politica per ribaltare la nostra elezione. Le decisioni della Bce ci hanno messo in un angolo dal primo giorno. Nonostante i grandi sforzi che abbiamo fatto questi sono stati cinque mesi di non negoziati. Non erano interessati a trovare un accordo, volevano solo farci cadere o umiliarci forzandoci ad arrenderci. È stata una mossa dittatoriale nel contesto dell’Unione europea. Penso che il modo in cui siamo stati trattati, nonostante avessimo proposte estremamente moderate, è stato un colpo per il concetto d’integrazione europea. L’Unione europea è andata contro la sua storia e ha ucciso la sua anima.
Non pensa di avere delle responsabilità ? Non ha dei rimorsi?
Assolutamente no. Tutti facciamo degli errori, ma noi siamo le vittime. Le istituzioni ci hanno maltrattato e soffocato finchè non ci siamo arresi. Il governo non ha fatto nulla per contribuire alla recessione economica, dovuta alla mancanza di liquidità . Questa è stata imposta politicamente, per sabotare l’unico governo europeo che si alzato in piedi contro l’irrazionalità macroeconomica e l’inumanità sociale.
Il risultato è la creazione di nuovo debito. Ora ci sono margini per chiedere un taglio di questo debito?
No, chi dice questo non ha guardato a cosa è successo. Nel 2010 lo Stato greco è diventato insolvente. I poteri europei hanno deciso che la soluzione fosse, con nuovi prestiti, la creazione del più grande debito dell’Eurozona, con il paese più insolvente, a condizione di un’austerità crescente. Questo ha fatto diminuire l’avanzo primario, con il quale avremmo dovuto pagare i vecchi e i nuovi debiti. E da qui la catastrofe. Noi dal primo giorno abbiamo chiesto una cosa sensata, nè di destra nè di sinistra: il debito andava ristrutturato.
Tsipras si è sbarazzato di lei?
Non si è voluto sbarazzare di me. Si è reso conto di avere una pistola puntata e poteva scegliere se essere giustiziato o arrendersi. Ha deciso che la seconda possibilità era la strategia migliore. Ero in disaccordo e mi sono dimesso. Ma capisco in che difficile situazione si trovasse, per questo siamo uniti. Tutto quello che stavamo chiedendo era un’opportunità per riformare il nostro paese.
C’è stato un rimpasto di governo. C’è ancora qualcuno nell’esecutivo che condivide il suo punto di vista, ossia che non approva il programma dei creditori?
Nessuno crede in questo accordo. So che Tsipras non crede in questo programma imposto al governo. Un programma che lo stesso premier ha descritto come catastrofico. È un giorno triste quello in cui un governo democraticamente eletto viene messo davanti alla possibilità di non vedere mai più riaprire le banche se non accettando delle riforme fiscali che non hanno alcun senso.
Il primo ministro non ha voluto i tecnici nel governo, sarebbero stati utili per implementare questo programma?
Questa domanda non ha senso. Non ci sono misure tecniche che possano far funzionare un programma non attuabile. Possono esserci ingegneri e fisici che lavorano contro la gravità , ma la gravità vincerà sempre. Questo programma fallirà , non importa chi lavorerà alla sua realizzazione. Di fatto è già fallito. Estendere la crisi nel futuro e pretendere che sia risolta è irrazionale. Neanche il ministro tedesco Wolfgang Schà¤uble crede in questo programma. Il Fondo monetario internazionale non ci crede e prevede che il debito salirà al 200%. L’accordo c’è stato imposto per vendetta. L’Europa non ha riconosciuto i propri errori e ha continuato a spingere per un programma sapendo già che è fallito.
Si sente di dovere delle scuse ai greci per le sue decisioni?
Il 61,5% ha votato con me, per il No a questo accordo.
Ci sono state proteste negli ultimi giorni, in molti non capiscono perchè hanno votato No al referendum…
Io mi sono dimesso la notte del referendum, perchè il governo ha sbagliato non utilizzando il risultato per far pressione sui creditori. Capisco però Tsipras e i miei colleghi che hanno alzato le mani e accettato l’accordo. Non sono più rivoluzionario di Tsipras, nè lui di me, è stata una scelta difficile. Gli europei dovrebbero essere molto infelici per quanto è stato fatto a un piccolo e orgoglioso paese che ha sofferto per cinque anni e che sarà costretto a soffrire ancora per molto. Una cosa che non ha nulla a che fare con il rendere l’Europa un posto migliore dove vivere.
Siete stati puniti per quanto potrebbe avvenire alle elezioni in Portogallo, Spagna e Irlanda?
È una buona domanda, ma preferisco non commentare.
Cosa farà in futuro? Tornerà alla vita che faceva prima?
Mi sono dimesso perchè il governo non era pronto a dare forza al No arrivato dal referendum. Sono un deputato e sono qui per restare e il mio ruolo verrà più che rinforzato da questi eventi. Ci sono 140mila persone che hanno votato per me, penso di essere il parlamentare più votato di tutta Grecia nelle ultime elezioni. Glielo devo, resterò qui, devo combattere per la causa greca e per il 61,5% che ha votato No al referendum.
Lo farà restando in Syriza o creerà un nuovo partito?
Certamente con Syriza.
Cosimo Caridi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 17th, 2015 Riccardo Fucile
LA GERMANIA E’ GIA ABBASTANZA ODIATA, MEGLIO RIMEDIARE: E BERLINO FA DIETROFRONT
Per molti è stata una gaffe brutale di Angela Merkel, eppure l’episodio ha un lieto fine. La piccola
rifugiata palestinese, scoppiata a piangere quando la cancelleria ha spiegato che la Germania non può accogliere tutti i migranti, potrà infatti rimanere in Germania: è l’opinione del ministro per le politiche migratorie Ayan Oezoguz, secondo il quale la giovane Reem Sahwil con molta probabilità non dovrà subire uno sradicamento.
Prima di conoscere l’happy end, la ragazzina aveva perdonato la Cancelliera affermando: “Mi ha ascoltata, e mi ha detto ciò pensa, va bene così”.
Merkel è stata molto criticata ed è stata accusata di aver agito in maniera molto insensibile.
Reem Sahwil aveva espresso all’esponente politica le sue preoccupazioni per il futuro, visto che al padre potrebbe scadere il permesso di soggiorno.
Merkel, forse presa dal realismo, aveva sottolineato che non tutti i richiedenti asilo possono sperare di rimanere in Germania.
Parole che hanno colpito la giovane, tanto da farla scoppiare in lacrime.
La portavoce del governo tedesco, Christiane Wirtz, ha dichiarato che Merkel è rimasta molto “commossa” dall’incontro con la ragazza, “così come lo sarebbe chiunque incontrasse una persona che è stata costretta a lasciare la propria casa”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 17th, 2015 Riccardo Fucile
TUTELA MERCATI E FINANZA NON I CITTADINI… L’EURO NON PIACE, MA TORNARE ALLA LIRA E’ CONSIDERATO RISCHIOSO PER DUE TERZI DEGLI ITALIANI
Cresce in Italia la disaffezione verso le istituzioni comunitarie.
La fiducia nella Ue – secondo i dati dell’Istituto Demopolis per “l’Espresso” – passa dal 51 per cento del 2006 al 48 del 2010, fino al 26 di oggi
«Nell’opinione pubblica», spiega il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento, «sta crescendo la convinzione che la Ue, con le politiche di austerity, stia oggi tutelando mercati ed equilibri finanziari ben di più degli stessi cittadini europei».
«L’incerta gestione della crisi economica e occupazionale, il recente atteggiamento di molti Paesi verso l’immigrazione, ma soprattutto la gestione della crisi greca stanno incidendo sempre più sullo storico sentimento europeista degli italiani: il calo di fiducia è di oltre 20 punti in cinque anni».
Tuttavia soltanto il 28 per cento degli intervistati è favorevole ad un ritorno alla lira: gli italiani infatti temono che il nostro Paese, fuori dalla moneta unica, sarebbe troppo debole per competere sui mercati mondiali, creando il rischio di una forte instabilità economica.
E le immagini della Grecia di questi ultimi giorni, con le code ai bancomat e il resto, hanno rafforzato questa convinzione.
(da “L’Espresso”)
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Luglio 16th, 2015 Riccardo Fucile
IL PARTITO DEL PREMIER SI SPACCA, VAROUFAKIS E LA PRESIDENTE DELLA CAMERA VOTANO NO
In una drammatica notte per la Grecia il Parlamento di Atene ha approvato il primo pacchetto di riforme che Alexis Tsipras ha concordato a Bruxelles per evitare la Grexit.
Ma il primo ministro greco ha davanti agli occhi la gravissima spaccatura del suo partito (40 deputati su 149 non hanno votato il piano, tra cui l’ex ministro Varoufakis, la ‘pasionaria’ presidente del Parlamento Zoe Konstantopolou e il leader dell’ala radicale Lafazanis, mentre la vice ministro delle Finanze Nantia Valavani si è dimessa) e i primi scontri di piazza del suo governo.
E sono in molti stanotte a chiedersi ad Atene quanto ancora Tsipras riuscirà a rimanere in sella, dal momento che stanotte ha perso la sua maggioranza politica.
“E’ un accordo che non ci piace ma che siamo “obbligati” a rispettare”, ha detto il premier intervenendo durante la seduta fiume del Parlamento chiamata a votare su riforma dell’Iva, indipendenza dell’ufficio di statistica, ‘Fiscal Council’ ed eliminazione delle baby pensioni.
“A Bruxelles avevo di fronte tre alternative: l’accordo, il fallimento con tutte le sue conseguenze e il piano Schaeuble” di una Grexit temporanea.
E fra le tre, “ho fatto una scelta di responsabilità ” e di “dignità “, ha scandito Tsipras.
I numeri per far approvare il piano li ha avuti.
Ma con il voto determinante delle opposizioni di Nea Dimokratia, Pasok e To Potami, che hanno votato sì come lo junior partner del suo governo, il partito di destra Anel del ministro della Difesa Kammenos, di fatto turandosi il naso.
Nei discorsi è prevalso il senso di salvare il salvabile.
La sconfitta ‘politica’ per Tsipras è tutta dentro il suo partito. Ed è enorme.
A nulla è valso l’aut aut che aveva lanciato nel pomeriggio ai ribelli (“Senza il vostro sostegno (nel voto di stasera sarà difficile per me restare premier. O stasera siamo uniti, o domani cade il governo di sinistra”).
Le defezioni sono state tantissime e ora sarà difficile continuare l’esperienza del primo governo di estrema sinistra della storia della Ue. Almeno in queste condizioni.
Prima delle drammatiche ore finali, e mentre a Bruxelles si continua a lavorare per il prestito ponte che potrebbe permettere di far riaprire le banche, il Paese aveva vissuto una giornata punteggiata da cortei, dalla serrata delle farmacie e dallo sciopero dei dipendenti pubblici (quelli più colpiti, ma anche quelli che fino al 2010 arrivavano a prendere 2mila euro al mese per un posto da donna delle pulizie al ministero delle Finanze).
Tensione alle stelle, ma pacifica. Almeno fino alla prima serata.
La rabbia degli estremisti è scoppiata alle 21.10, provando a cambiare con la violenza la storia della Grecia. Una bomba carta è esplosa in piazza Syntagma.
Gli anarchici e i black bloc hanno tirato anche bombe molotov. Nella piazza simbolo della democrazia greca sono arrivati con i caschi, le maschere antigas, le maglie nere mentre il popolo dell’ Oxi fatto giovani, impiegati, mamme, zie, adolescenti, ma anche bambini, da ore gridava e distribuiva volantini per esortare Tsipras a non cedere al “ricatto” della Germania e dell’Eurosummit.
Dopo la prima esplosione, sono volati i lacrimogeni della polizia e la piazza si è svuotata. Cordoni di poliziotti si sono schierati.
Poi la calma è tornata. E la parola è tornata alla politica.
(da “Huffingtonpost“)
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