Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
LA NOTA DI MATTARELLA E DELLA BOLDRINI
La politica italiana guarda ad Atene nel giorno del referendum decisivo per le sorti per
dell’Eurozona e del futuro della Grecia.
La vittoria del ‘no’ apre scenari inediti per l’Eurozona e nelle cancellerie si lavora per scongiurare l’uscita della Grecia dall’euro, un evento ormai non più così improbabile. Da Grillo a Vendola, esultano i leader politici italiani in piazza nella capitale greca per festeggiare la vittoria ‘no’.
MATTARELLA
“I cittadini greci hanno preso oggi, con il referendum, una decisione della quale occorre, in primo luogo, prendere atto con rispetto. Una decisione, tuttavia, che proietta, oltre ad Atene, la stessa Unione europea verso scenari inediti, che richiederanno a tutti, sin d’ora, senso di responsabilità , lungimiranza e visione strategica”, ha affermato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Il Capo dello Stato ha fatto un richiamo all’europeismo nato da “quella stessa visione che ha condotto diciannnove Paesi all’adozione di una moneta comune, con la cessione di sovranità liberamente e consapevolmente scelta da parte di ciascuno Stato aderente, sapendo che ogni modifica delle sue regole passa attraverso una discussione collegiale tra pari”.
Il presidente della Repubblica ha voluto tracciare anche i principi che dovranno guidare l’azione italiana nei prossimi giorni: “La Grecia fa parte dell’Europa e, nei confronti del suo popolo, non deve venir meno la solidarietà degli altri popoli dell’Unione. Questi saranno certamente, nei prossimi giorni, i principi ispiratori dell’azione dell’Italia e mi auguro anche dei rappresentanti del popolo greco, degli altri partners europei e delle Istituzioni dell’Unione”.
BOLDRINI
Laura Boldrini che ha parlato di “prova di democrazia” e ha aggiunto: “Da questa vicenda può nascere finalmente una svolta per tutta l’Ue, rispetto a politiche di austerità che hanno mostrato, in Grecia, ma non solo, la loro dura inefficacia. E’ tempo che l’Europa faccia rotta verso la crescita economica e la coesione sociale”.
Esulta il fronte del ‘no’.
Ma è in particolare il fronte del ‘no’ ad esultare per l’esito del referendum greco, un fronte che abbraccia la sinistra dem, Sel, il M5S ma anche Forza Italia e Lega.
Alcuni esponenti di questo variegato fronte sono arrivati nella capitale greca per seguire i risultati insieme agli esponenti di Syriza: Beppe Grillo a Nichi Vendola, dall’ex Pd Stefano Fassina all’esponente della minoranza dem Alfredo D’Attorre, fino al segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero.
GRILLO
“E’ un risultato fantastico per tutti”, ha affermato il leader M5S Beppe Grillo in piazza ad Atene.
“Si sta decidendo qualcosa che nulla ha a che vedere con la finanza e l’economia, è geopolitica, questa è democrazia” ha aggiunto il leader pentastellato ai microfoni del TgLa7.
Secondo il sito Dinamo Press la presenza del leader M5S avrebbe provocato la reazione degli altri ‘italiani’ presenti in piazza Syntagma per festeggiare la vittoria del ‘no’ e il leader M5S sarebbe stato costretto ad allontanarsi dalla piazza. “Siedi dalla parte sbagliata del Parlamento europeo”, avrebbero gridato a Grillo in piazza.
VENDOLA
Il presidente di Sel Nichi Vendola parla di “vittoria dei nemici dell’austerità . Si è aperta una crepa nel nuovo muro di Berlino. La Merkel e la Troika escono sconfitti. Matteo Renzi, che ha giocato la parte peggiore, esce sconfitto. Esce vincitrice la democrazia ed esce la necessità di cambiare l’agenda di Bruxelles e mettere al centro i diritti delle persone”.
FASSINA
Sulla stessa lunghezza d’onda Stefano Fassina: l’ex Pd, che ha da poco lasciato il partito, ha parlato di “vittoria della speranza”.
Poi aggiunge: “Il popolo greco ha detto no alla condanna alla depressione economica e a un futuro di sudditanza politica. Grazie al governo Tsipras e a Syriza la democrazia ritrova senso in Grecia e in Europa. L’interesse nazionale di un paese periferico torna in campo e rimette in discussione l’ordine tedesco dominante in Europa.
Quella italiana è la delegazione più numerosa ma al sesto piano della palazzina popolare che ospita il partito di Alexis Tsipras ci sono anche esponenti di Podemos, Socialisti francesi, Blocco di Sinistra portoghese, Linke tedesca.
E nel resto d’Europa esultano gli euroscettici, dalla Le Pen a Farage.
IL GOVERNO
Il primo commento ad arrivare dal fronte governativo è quello del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che su Twitter ha scritto: “Ora è giusto ricominciare a cercare un’intesa. Ma dal labirinto greco non si esce con un’Europa debole e senza crescita”. Concetto ripreso dal capogruppo alla Camera del Pd Ettore Rosato: “Serve una nuova strategia: Ue e Atene trovino un accordo. Grecia non rimanga sola ma faccia la sua parte e dica sì a riforme sostenibili”.
SALVINI
Anche il centrodestra esulta per il risultato del referendum greco: “A prescindere dal risultato, l’Europa deve cambiare trattati e moneta” ha affermato il leader del Carroccio Matteo Salvini. “Se Renzi non ne prende atto, ha aggiunto, è un folle”.
BRUNETTA
Il capogruppo alla Camera di Forza Italia Renato Brunetta affida a Twitter il suo commento: “In Grecia ha vinto la democrazia e adesso in Europa nulla sarà più come prima”. Poi aggiunge un secondo tweet in cui scrive in greco: “Matteo Renzi stai sereno”.
MELONI
Mentre Giorgia Meloni parla di “voto eroico” e di “schiaffo all’egoismo di Angela Merkel e alla fallimentare gestione della Unione Europea. I popoli europei cominciano a smascherare la grande menzogna dei tecnocrati di Bruxelles”
FITTO
Più articolato il commento di Raffaele Fitto, leader dei Conservatori riformisti: “ribadisco quello che dico da tempo: nè con Tsipras nè con la Merkel. Dico no a Tsipras perchè ha condotto l’ultima campagna elettorale greca con promesse impossibili: mantenere una delle burocrazie pubbliche più costose e uno dei sistemi pensionistici più costosi, a spese di qualcun altro, cioè dei creditori. La Thatcher diceva giustamente che i soldi degli altri, prima o poi, finiscono… E dico contemporaneamente no alla Merkel perchè la gestione della crisi da parte di Berlino-Bruxelles ha mostrato tutta intera l’inadeguatezza dell’attuale leadership europea”.
Fitto rileva che “occorre dire no a cerotti a tempo e al proseguirsi di ricatti incrociati, è necessaria una proposta di rinegoziazione complessiva con Bruxelles che offra una grande opportunità a tutti quelli che vogliono riscrivere le regole di questa Europa, che si è auto-impiccata all’austerità e alla non crescita”.
Fitto conclude: “Attendo i commenti schizofrenici di chi oggi in Italia, nel centrodestra, critica la Merkel, salvo poi restare a Bruxelles – muti e obbedienti – nel Ppe merkeliano”.
DI MAIO
Ad Atene anche una folta delegazione dei parlamentari M5S che ha ‘invaso’ piazza Syntagma. I primi a presentarsi nella piazza in pieno centro ad Atene sono stati Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Giorgio Sorial, Laura Castelli, Manlio Di Stefano, Maria Edera Spadoni.
“Da domani, l’Europa non sarà più la stessa, perchè finalmente è passato il principio secondo cui un popolo può decidere il proprio destino”, ha detto il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio.
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
DA PODEMOS AL SINN FEIN, DAI SOCIALISTI FRANCESI ALLA SINISTRA PD: TUTTI INSIEME A FESTEGGIARE
“La battaglia di Syriza è la nostra battaglia. Se perde Syriza, perdiamo tutti…”. Martina Anderson
è una distinta signora irlandese, alta, bionda, europarlamentare dello Sinn Fein.
C’è anche lei nel quartier generale di Syriza ad Atene con gli altri scampoli di sinistra di vari paesi europei: da Podemos, a Nichi Vendola e i suoi di Sinistra e libertà , Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre del Pd, la sinistra del partito socialista francese, Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista, l’europarlamentare portoghese della Sinistra Europea Marisa Matias, Raffaella Bolini che è Arci ma anche coalizione sociale di Maurizio Landini e c’è anche Luciana Castellina.
Martina si è portata una bandierina irlandese, le piace esibirla in ogni foto con i “compagni” — qui si chiamano così — europei.
E’ la sinistra frastagliata del vecchio continente, riunita ad Atene per tifare ‘No’, “Oxi!”, al referendum indetto da Alexis Tsipras sulla crisi greca. O la va o la spacca.
Di qui passa tutto, inizia o finisce tutto, dicono a dita incrociate, mentre si aggirano per le stanze di questo palazzone a sette piani a piazza Elftheria, piazza della Libertà , manco a dirlo.
“Abbiamo una responsabilità , la sentiamo addosso…”, un funzionario di Syriza sorride ma risponde anche preoccupato alle aspettative di Martina.
Ma qui al quartier generale del partito del nuovo leader della sinistra Ue – Tsipras che qui non c’è, è al palazzo del governo – l’aria è positiva, mentre si chiudono le urne e alla tv scorrono gli ultimi sondaggi che non erano stati resi noti prima per non influenzare il voto. Tutti danno il ‘no’ alla Troika in vantaggio.
Anche la rilevazione effettuata da tutti gli istituti demoscopici greci, tutti insieme d’accordo a dire che i greci votano no.
Siamo ad Atene, ma la sede è spartana. L’aria condizionata fa cilecca, ma nessuno se ne cura in queste stanze con le pareti un po’ bianche e un po’, naturalmente, rosse. Arrivano bibite fresche, noccioline, le squisite mandorle greche e altri generi di conforto.
Si sgranocchia e ci si rinfresca come si può, gli occhi attaccati alla tv. Oltre ai sondaggi arrivano anche i primi dati parziali, dalle isole: No.
Si sente un urlo di vittoria, in tutte le lingue: è perchè in alcune zone il no tocca l’80 per cento. “Incredible!”, dice un francese.
Siamo ad Atene e da qui, per come la mettono in tv, Sparta vacilla.
La davano schierata sul sì, ma poi si riprende: no anche lì, “abbiamo ripreso Sparta!”, si urla.
Argiris Panagopoulos, esponente di Syriza molto noto in Italia tanto che parla benissimo in italiano, guarda la tv con sguardo compiaciuto.
“Significa che la decisione dei falchi europei di andare allo scontro con noi ha ferito nell’orgoglio il nazionalismo greco. Ecco perchè il no vince. Quella strategia non ha pagato per loro…”, ci spiega.
“Scommettevano sulle scene di panico davanti alle banche chiuse: non è successo. Anche questo ha pagato in favore del no… – continua — E non è stato facile, visto che tutte le tv remavano contro di noi: Syriza non ha alcun media amico…”.
E alla ‘odiata tv intanto arrivano anche le prime dichiarazioni del ministro dell’Interno greco, Nikos Voutsis: “Siamo soddisfatti, le operazioni di voto si sono svolte al meglio, pur avendo avuto solo sei giorni per organizzare il referendum…”.
Martina Anderson sorride. “E’ una lezione anche per noi…”, per l’Irlanda, uno di quei paesi piegati dalla Troika che proprio per questo hanno sempre fatto muro contro Tsipras.
Non lo Sinn Fein, non Podemos in Spagna che vede rafforzarsi la speranza di vincere le prossime politiche in autunno.
E anche gli italiani qui esultano per le vittorie che non hanno in patria. “Renzi venga ad Atene ad imparare due cose fondamentali: L’Europa senza democrazia semplicemente non c’è, la sinistra senza giustizia sociale è solo una bolla di sapone”, ci dice Vendola.
“La prima significativa crepa si è aperta nel nuovo muro di Berlino — continua – una vittoria netta di un popolo che ha rifiutato il calvario dell’austerity e di un governo che, unico in Europa, ha saputo tenere la schiena dritta nei confronti delle oligarchie politiche e finanziarie”.
E Fassina: “Ha vinto la speranza, è stata sconfitta la paura: grazie al governo Tispras e Syriza si rianima la democrazia europea. Renzi smetta di accordarsi al governo tedesco e si impegni per l’interesse nazionale dell’Italia: chieda ufficialmente di riaprire il negoziato per la Grecia”.
“Questo può essere l’atto rifondativo dell’Europa che riconcilia la democrazia con la partecipazione e il potere di scelta dei popoli”, dice il capogruppo di Sel Arturo Scotto mentre già scalpita per andare a festeggiare in piazza Syntagma.
Lo segue la senatrice vendoliana Loredana De Petris: “Risultato straordinario se si pensa alle condizioni in cui si è votato e alla campagna ossessiva di tutti i media…”. D’Attorre è felice e un po’ allibito, lo ammette: “Sono venuto qui per dimostrare da che parte stare ma pensavo che il ricatto delle istituzioni europee avrebbe prevalso.. invece no: commevente”.
“Il terrorismo economico della Merkel ha perso — dice Paolo Ferrero – ha vinto la democrazia dei popoli e adesso l’Ue accetti di cambiare piano e politiche uscendo dall’austerità ”.
E’ ora: Tsipras non passa più per la sede di Syriza, appuntamento in piazza Syntagma. Si va.
La sede è quasi deserta. Tonia Tsitsoviz del comitato centrale di Syriza sospira, esausta e contenta. “Si va in piazza – ci dice – Da quando l’ho vista pienissima di tanti no, Oxi, venerdì scorso, ho capito che avremmo vinto. Eppure, data l’età che ho, ne ho viste di piazze Syntagma piene, ho visto anche la rivolta al Politecnico contro i colonnelli…”.
Era il ’73. Ma dopo quarant’anni qui avvertono ancora quello strano sapore di rivalsa che talvolta la storia offre e ripropone, seppure in salse diverse.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
IL DOCENTE DELLA NEW YORK UNIVERSITY E DELLA LONDON SCHOOL OF ECONOMICS: “STOP ALLE ELITE ECONOMICHE”
«Ogni giorno che passa dimostra come le èlite politiche e burocratiche europee siano del tutto cieche sia sulle cause della crisi economica greca sia sulle sue possibili soluzioni. Sono abbagliate dalla stessa ideologia che nel 2008 ha portato alla crisi dei mutui sub-prime negli Stati Uniti: il neoliberismo. Ancora una volta si bada al guadagno di breve termine e non si scorgono gli effetti di lungo periodo delle proprie scelte. Evidentemente, sbagliando, non sempre si impara”.
Questa l’impietosa diagnosi del sociologo americano Richard Sennett, professore alla New York University e alla London School of Economics, che da tempo denuncia i vizi di una politica ripiegata sul presente
Professor Sennett, che cosa sarebbe l’Europa senza la Grecia?
«L’eventuale uscita della Grecia dall’eurozona non implicherebbe soltanto delle gravi ripercussioni sul piano economico. Avrebbe anche e soprattutto un immenso significato simbolico. Al netto della complessità e delle differenze, l’Unione europea ha senso soltanto come progetto politico ben radicato in una cultura condivisa. E la radice di questa cultura non può che essere la Grecia e l’idea di democrazia. Se l’Europa lo dimentica, è fatale che finisca in mano a banchieri e burocrati».
Se siamo arrivati a questo punto, però, una parte di responsabilità grava anche sui governi greci…
«È vero, ma secondo me oggi il vero problema non è tanto il debito, che in termini assoluti sarebbe stato facilmente gestibile dalla Ue. Il vero problema, quello che ci ha condotto fin qui, sono la Troika e la cultura neoliberista che porta avanti. Il capitalismo finanziario mette in ginocchio non più soltanto il lavoro, ma anche la politica. Al punto che gli Stati rischiano di fallire come un’azienda qualsiasi. Per scongiurare quest’esito, dal 2010 la Grecia sta attuando le ricette imposte dal Fondo Monetario e il risultato è chiaro a tutti: un’economia ancora più depressa ».
Non ritiene che il premier greco, convocando il referendum, sia venuto meno alle proprie responsabilità ?
«No. Credo invece che il referendum rappresenti sempre, e tanto più in questo caso, una positiva occasione di esercizio della sovranità popolare. Non mi faccio illusioni sulle conseguenze del voto. So bene che se vincesse il “no” e la Grecia uscisse dall’eurozona, i cittadini greci incorrerebbero in una fase di sofferenza terribile, simile a quella subita dall’Argentina qualche anno fa. Sarebbe un disastro economico per tutte le fasce sociali, specie per quelle più deboli. Eppure, se io fossi un elettore greco, voterei sicuramente per il “no”. Non è più tollerabile essere comandati da un potere illegittimo. Meglio poveri che sudditi».
Pensa che le conseguenze politiche ed economiche del voto si faranno sentire anche nel resto d’Europa?
«Credo che tutte le economie più fragili dell’eurozona, Portogallo in testa, saranno esposte al rischio di un contagio finanziario. Ma ciò che più mi preoccupa sono i contraccolpi politici di quanto sta accadendo. In Gran Bretagna, ad esempio, un eventuale default greco offrirebbe l’ennesimo argomento a chi sostiene che il progetto dell’Unione Europea è insostenibile. La sfiducia cresce. E allora dopo Grexit, è probabile che esploda il pericolo Brexit».
Giulio Azzolini
(da “la Repubblica”)
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
VIAGGIO NELLA CLASSE MEDIA ATENIESE ALLA VIGILIA DEL VOTO
“Perchè non abbiamo paura di perdere tutto? Noi abbiamo già perso tutto. Non c’è più niente da perdere, e quindi niente di cui avere paura”.
A scegliere il salotto di un secondo piano di un appartamento di Peristeri, periferia ovest di Atene, si direbbe che il no si prepara a un netto trionfo al referendum di domani. Mihalis, Marios, Voula, Dimitris, Aggeliki, Thomas e Dina, sparsi tra sedie e divano, hanno le idee molto chiare su come votare.
Ma è Voula a trovare la sintesi perfetta per chi in questi giorni ha cercato di ingabbiare la consultazione in una scelta tra euro e dracma, tra Europa e isolamento. “E’ molto semplice. Domani si scontra chi non ha più niente da perdere contro chi ha qualcosa da difendere”.
È questo il dilemma che tormenta la classe media greca.
Chi era in difficoltà prima della crisi oggi vede in Tsipras l’ultima speranza, chi era molto ricco e ha retto l’urto dell’austerità voterà sì, anche se guarda con paura a cosa potrà succedere lunedì.
Ma tra questi due mondi c’è un blocco sociale che si è fratturato a metà come dopo un terremoto dal 2010 in poi.
Una parte, franando verso una povertà mai conosciuta, un’altra – medio alta – che ora guarda al sì come l’ultimo salvagente per proteggere le proprie vite.
Con questa lente, quella della classe media greca, la situazione greca deflagra in tutta la sua complessità .
Da qualche settimana ormai compare sui muri della capitale greca questa scritta. “Per favore, non salvateci”.
I cinque anni di austerity hanno colpito in modo sì quasi indistinto, ma trasformando una fetta di popolazione, che pur non vivendo nell’agio poteva garantire la propria sopravvivenza con serenità , in un’enorme massa che dopo essere stata spogliata dei propri beni, è stata privata anche della speranza.
Al punto che mentre qualcuno comincia a sventolare lo spettro del bail-in, il prelievo direttamente dai conti correnti delle banche, anche chi con la crisi ha perso quasi tutto si confessa, con orgoglio, guardandoti negli occhi: “Che cosa importa perdere 3-4mila euro, tutto quello che abbiamo, se rischiamo di perdere il futuro?”
Marios ha un possente fisico ricoperto di tatuaggi che nasconde una sorprendente gentilezza.
Pensa di sposarsi il prossimo anno, ma aspetta tempi migliori. “Non voglio pensare di arrivare a 35 anni senza poter avere una famiglia e lasciare la casa, mettiti nei miei panni, posso avere paura di votare no?”.
Eppure una vittoria del no rischia di significare il collasso definitivo del sistema bancario, un indebolimento della posizione di Tsipras.
“E’ il contrario, saremo più forti, spiega Thomas, 63 anni e 12.000 giorni di lavoro alle spalle. Perchè in Grecia il pensionamento si conta per numero di giorni.
“Il 75% dei greci vuole restare nell’euro e restarci con dignità , l’Europa non potrà non tenere conto dell’esito del voto”.
Per una città che si appresta a segnare una svolta non solo alla propria storia ma a quello dell’intera Unione Europea, sarebbe quasi lecito aspettarsi caos, confusione e tensione.
Ma anche le file ai bancomat, dove il prelievo è limitato ai 60 euro – 50 nei molti sportelli in cui sono esauriti le banconote da 20 euro – la gente attende pazientemente in fila il proprio turno. Dove non c’è la fila c’è poco da festeggiare: i soldi sono già finiti.
“Perchè andiamo così lontano Spyros?”. Spyros, la guida, ha 29 anni. Si dirige quasi alle porte della capitale. Molti anni fa i benestanti hanno lasciato il centro e hanno comprato casa fuori. Questa non è periferia”, spiega.
Eppure Cholargos, nella punta nord -ovest della cartina della città , sembrerebbe quasi ai confini della mappa urbana. Qui c’è quella parte di città aggrappata alla speranza. Tra chi ha tutto da proteggere e chi non ha nulla da perdere c’è chi pensa a qualcosa da difendere.
Il cugino di Spyros, suo omonimo, lavora per una grande compagnia straniera che si occupa di registrazione delle navi.
Uno dei pochi settori privati, quello armatoriale, che -pur spesso al riparo dal fisco ellenico- garantisce un numero consistente di posti di lavoro.
“Siamo la più grande società del nostro settore, ma ho sentito che in caso di vittoria del no vorrebbero spostare il grosso delle attività a Cipro, sarebbe un disastro per la nostra economia”, spiega al tavolo di uno dei tanti bar che popolano il quartiere.
Alle due del pomeriggio, ci sono pochi posti liberi. “Se vuoi avviare un’impresa in questo Paese, apri un bar. Vai sul sicuro”, dicono un po’ scherzando, un po’.
Il business privato per l’economia greca è praticamente irrilevante rispetto all’enorme settore pubblico.
Ma la sola e ultima possibilità per ribaltare questo squilibrio, per una parte dei greci, passa dal sì. “Chi sostiene il no non sa a cosa sta andando incontro. Quella di Tsipras è una trappola, sta illudendo i greci che esista una sorta di scenario positivo in caso di no”.
Mentre parla squilla il telefono. Ascolta, poi si rivolge agli altri al tavolo preoccupato: “Avevate soldi lì dentro?”, chiede facendo il nome di un’importante banca greca. Dall’altra parte della conversazione, un amico impiegato in quello stesso istituto e atteso di lì a poco, chiama per dare forfait. Ci sono “grossi problemi”.
Vassilis 31 anni, architetto, non ha dubbi, voterà sì. Mio padre lavora in una grossa impresa tecnica, non voglio mettere in pericolo quello che abbiamo costruito”. Proteggere quel poco che c’è.
Non è ricchezza, nemmeno benessere forse. Spyros, la guida, parla del padre, ex capitano di grandi navi, recentemente scomparso. In Grecia i lavoratori hanno maggiore libertà nel scegliere l’importo futuro della propria pensione, versando più contributi.
“Non siamo dei privilegiati. Mio padre ha lavorato tutta la vita, facendo sacrifici, per garantirsi proprio un certo tenore di vita a lui e alla sua famiglia. Dall’inizio alla fine dell’austerity la pensione è diminuita di 1000 euro, da poco meno di 2500 di partenza”.
Facile immaginare un no al referendum di domani. Eppure voterà sì domani. Non per respingere le ricette del passato, ma per tenersi stretto quel poco di futuro che resta. “Questi sono i sacrifici di un padre, di una famiglia normale. C’è chi si augura il collasso delle banche, io no. Non voglio perdere tutto”
Flavio Bini
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
GLI SPOT TV SONO TUTTI PER IL SI’, LE SCRITTE SUI MURI TUTTE PER IL NO…IL PROPRIETARIO DI “SKAI” E DEL PANATHINAIKOS FA CAMPAGNA PER L’EUROPA, I TIFOSI DELLA SUA SQUADRA VOTERANNO CONTRO
La divisione non è tra destra e sinistra, è tra l’alto e il basso della società , tra chi ha ancora
qualcosa da perdere e chi nulla.
E si spera che Vendola, Grillo e Luciana Castellina, che si sono portati ad Atene per sostenere Tsipras, non si accorgano che una robusta parte del fronte del No è apertamente fascista o nazionalista; anche la curva del Panathinaikos era di estrema destra, fino a quando nel 2008 la polizia uccise un giovane tifoso, provocando una mutazione anarchica.
Le èlites ateniesi votano per restare in Europa; gli agricoltori, che non hanno mai pagato una dracma di tasse in vita loro e adesso sono terrorizzati dall’Iva al 23%, vedono l’Unione come la peste.
Nelle terrazze di Monastiraki, dove la bella gioventù ascolta musica lounge e beve martini con vista sul Partenone, si parla d’altro.
Al mercato del pesce di Odos Athena, strada dedicata alla dea, le discussioni sono preoccupate e arrabbiate.
Il venditore di polipi – lunga barba bianca, rosario tra le mani, espressione ieratica – insospettabilmente attacca: «Voi credete che ce l’abbiano con noi. Ma vi sbagliate. Ce l’hanno con voi. La Merkel spera che vinca il No, perchè punendo la Grecia, di cui non le importa nulla, vuole che l’Italia, la Francia, la Spagna capiscano chi comanda».
Al nome Merkel il vicino di banco sputa per terra.
La moglie si affaccia: «Lei è italiano? Allora mi spiega perchè l’Italia ha un debito pubblico molto più grande del nostro, e a voi non vi caccia nessuno?».
L’unico sostenitore dell’Europa è Coldreu, il garzone albanese, che però non può votare: «Se vince il No, qui crolla tutto, e io mi trasferisco in Italia. Mio fratello lavora a Brescia, e mi dice che Brescia è la città più ricca del mondo».
«Tutti a Brescia!» dice ridendo Pyo, che è venuto qui a scaricare pesce dal Darfur, e dice che noi europei non abbiamo idea di cosa sia la povertà .
A sentir parlare italiano, si avvicina un vecchio. Racconta che lui era piccolo ai tempi della seconda guerra mondiale e dell’occupazione, e ricorda bene che gli italiani erano molto diversi dai tedeschi, rispettavano le donne e amavano i bambini; un soldato di nome Antonio gli portava tutti i giorni metà della sua razione di cibo.
Siccome oggi è come se fossimo in guerra, il vecchio insiste per fare a metà del suo panino.
Lacrime di orgoglio e di commozione.
Il Politecnico è in via 28 Ottobre, che commemora il No dei greci all’ultimatum del Duce. Questa piccola università nel 1973 fu l’epicentro della rivolta contro i colonnelli, qui si è versato sul serio il sangue per la libertà , e oggi è mortificante la povertà culturale degli striscioni legati alla cancellata.
Banchieri tutti strozzini, politici tutti ladri. «Da Atene a Chiomonte, il sabotaggio è amico della lotta. Firmato: No Tav». Questi invece sono spagnoli: «Ni culpables ni inocentes, anarquistas simplemente».
Altri scavalcano Tspiras a sinistra: «Siamo contro il referendum, contro le leggi, contro qualsiasi limite». «Campeggio antinazista all’isola di Thassos: solo 110 euro». Fuori dal Politecnico ci sono più poliziotti che studenti: spiegano che gli anarchici si rifugiano qui dopo gli scontri, e loro devono vigilare in vista della lunga notte del referendum.
Anarchici, e partigiani del No, sono anche i tifosi dell’Aek. Pure la bellicosa curva del Paok Salonicco vota «Oki», per un altro motivo: il salvatore del club, l’oligarca Ivan Savidis, è mezzo russo.
Ha presentato lui Putin a Tsipras. E’ socio del «club della dracma»: magnati che hanno i soldi all’estero e in caso di uscita della Grecia dall’euro se la comprerebbero volentieri; Savidis ad esempio dopo la squadra di Salonicco vorrebbe anche il porto. Lo fronteggia l’ex capitano, Theodoros Zagorakis, campione d’Europa nel remoto anno olimpico 2004, ora europarlamentare di Nea Demokratia e partigiano del Sì. Vota per l’Europa pure la curva dell’Olympiakos, per rispetto del presidente Vangelis Marinakis: al Pireo è previsto il record dei Sì.
Atene è piena di cronisti stranieri alla ricerca di reminiscenze liceali: il centauro Varoufakis, Tsipras kalos kagathos, il polymekanos Samaras dalle molte astuzie come Ulisse: i greci quelli veri ci guardano come fossimo matti.
L’impressione è che il No vincerebbe largo, se non fosse per le banche chiuse.
Anche il governo ammette che ci sono soldi fino a lunedì, poi si vedrà . Restano tranquilli soltanto i paesini della Grecia profonda, dove banche non ce ne sono, i pochi risparmi sono al sicuro alla Posta, e il No sarà massiccio.
Il Financial Times prevede sinistramente un prelievo secco del 30% sui conti sopra gli 8 mila euro; la presidente delle banche Louka Katseli smentisce, ma nessuno le crede più.
Solite code ai Bancomat, e ognuna ha la sua troupe cinese o americana che filma i greci mentre contano le banconote. Quelle da 20 sono quasi finite, il prelievo massimo sarebbe di 60 euro ma spesso ci si deve accontentare di 50.
Il motociclista Varoufakis annuncia di aver costituito un gabinetto di guerra: «Abbiamo carburante per sei mesi e medicine per quattro»; subito gli ospedali dicono che non è vero, le medicine bastano appena per 30 giorni.
Non si può comprare un libro su Amazon, una canzone su ITunes, un biglietto aereo con Paypal. Auto danneggiate e mai riparate.
Sui palazzi pubblici solo bandiere greche; le uniche bandiere con le stelle d’Europa sono delle ambasciate.
Aldo Cazzullo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIERE DI VAROUFAKIS: “IL PIANO DELLA UE CUI LA GRECIA E’ STATA SOTTOPOSTA DAL 2010 HA SOLO CAUSATO UN CALO DEL 25% DEL PIL, UNA RICETTA FALLIMENTARE UTILE SOLO ALLE BANCHE TEDESCHE E FRANCESI”
E’ stato l’ombra e il fedele consigliere di uno dei protagonisti della crisi greca, il ministro delle
Finanze Yanis Varoufakis.
Lo ha seguito dappertutto in questi quattro mesi. E a poche ore dal referendum che può segnare il destino dell’Eurozona, è ancora ad Atene, al ministero delle Finanze, in compagnia del ministro greco. James Galbraith, docente all’università di Austin ha tutte le doti tipiche di un consigliere, tranne una: la diplomazia.
E a meno di 24 ore dal voto usa parole durissime nei confronti dei nemici di Atene.
Uno schieramento in cui Galbraith arruola anche il nostro presidente del Consiglio. “Ci ha delusi, è stata una follia la sua presa di posizione di lunedì”, dice Galbraith riferendosi al tweet in cui il premier spiegava che un no avrebbe voluto dire scegliere di uscire dall’euro, come avevano suggerito anche altre Istituzioni europee:
“Una minaccia vergognosa”, accusa Galbraith, “che Renzi ha deciso di sposare”
Professore, torniamo indietro un attimo, osservando da fuori è sembrato che in questi questo mesi di trattative il negoziato abbia cominciato a muoversi veramente soltanto all’inizio di giugno. Come se nelle settimane precedenti le proposte di Atene non fossero mai state prese sul serio. E’ così?
“Non penso. Ci sono state discussioni intense fin dall’inizio. Il problema è che le posizioni dei creditori sono rimaste immutate fino alla fine di giugno, quando il programma era in scadenza. Un programma che di fatto era stato rigettato dal popolo greco con le elezioni di gennaio. Per il nuovo governo, proseguire lungo quella linea era inaccettabile, ma le Istituzioni hanno deciso di mantenerla comunque fino alla fine. L’esecutivo di Tsipras è arrivato a questo punto perchè ha capito che da parte dei creditori non era stata fatta nessuna sostanziale concessione alla Grecia. L’obiettivo era respingere in toto la politica del suo governo”.
Eppure questo scenario sembra una sconfitta per tutti. Crede che ci siano stati errori nel negoziato da entrambe le parti?
“L’errore principale è stato commesso nel 2010, quando invece di ristrutturare e cancellare un debito chiaramente insostenibile è stato coinvolto il Fondo Monetario con l’obiettivo i salvare i creditori privati, specialmente le banche francesi e tedesche. Il secondo catastrofico errore è stata la previsione che la ricetta messa a punto per la Grecia avrebbe portato a una ripresa, quando invece ha causato un calo del 25% del Pil negli anni della crisi. Anche il programma di acquisto di titoli SMP da parte della Bce è stato uno sbaglio e la lista potrebbe ancora continuare”.
Qui si parla però degli anni passati. Rispetto a questi quattro mesi Grecia e creditori hanno qualcosa da rimproverarsi?
“Direi che il governo greco ha negoziato in buona fede e con dignità . Forse è stato difficile capire per tempo quanto sarebbero stati intransigenti i creditori, ma non mi sento di biasimare Tsipras per questo, perchè serve tempo per capire su cosa si può veramente trattare”.
E i creditori?
“Hanno semplicemente immaginato che il governo greco alla fine avrebbe ceduto su tutta la linea. Sono abituati a dare per scontato che ogni nuovo governo che va al potere alzi la voce in Europa ma poi alla fine finisca per allinearsi, come ha fatto il governo francese di Franà§ois Hollande. Hanno scoperto che il governo era diverso e non era disposto a cedere e per questo si sono spazientiti ed esasperati”.
Crede che il governo greco si aspettasse un maggiore supporto da parte dei Paesi socialisti in Europa, compreso il nostro?
“Come si ricorda, all’inizio del suo mandato Yanis Varoufakis ha fatto un tour in Europa per incontrare i ministri dei governi di Centrosinistra. Ma da quei momenti e dai primi incontri con i ministri dell’Eurozona è parso subito chiaro che non ci potevano essere illusioni da parte del governo greco. C’era un fronte all’interno dell’Eurogruppo, con la Spagna il Portpgallo e l’Irlanda in testa, che ha fatto fin da subito capire che per loro Syriza era un pericolo, perchè avrebbe spinto i partiti di sinistra in vista delle prossime elezioni.
E riguardo all’Italia ?
Tutti i partiti socialisti europei, incluso il Pd, hanno guardato con sospetto a Tsipras fin dall’inizio. Il motivo è semplice, sono affiliati con una forza, il Pasok, che è stato praticamente cancellato proprio da Syriza.
Insomma non esiste un alleato in Europa per Syriza
“Se vincerà in Spagna, Podemos. E se ciò accadesse penso che questo possa portare a un cambio di atteggiamento anche da parte del governo italiano”.
In che senso?
Devo dire che una delle cose che ha maggiormente deluso me e molte persone qui in Grecia è stata la presa di posizione di Matteo Renzi lunedì. Ha sposato quella vergognosa minaccia lanciata dall’Europa, per cui se i greci avessero votato no avrebbero scelto l’addio all’euro. Non avrebbe dovuto farlo. Una posizione del genere, così dura, poteva prenderla la Germania, ma non un Paese come l’Italia che sta ancora affrontando una crisi. E non è finita, secondo Bloomberg, i ministri delle Finanze europei sarebbero d’accordo su un sostegno alla Grecia anche in caso di no. Hanno capito che i costi di un’uscita dei Atene dall’ euro sarebbero enormi e maggiori di quelli da sostenere per mantenerla dentro. In altre parole hanno sgonfiato la minaccia fatta da Renzi lunedì e ha reso il suo posizione veramente assurda, folle”.
Pensa che Tsipras si aspettasse una tale radicalizzazione delle posizioni europee?
“Non so cosa Tsipras avesse in testa all’inizio, ma so che Varoufakis non ha mai avuto grandi illusioni. Anche nei vertici europei, i colleghi si sono dimostrati gentili, anche Schaeubele nelle conversazioni private, ma fin da subito si sono dimostrati molto chiari sul fatto che non sarebbero stati in grado di offrire qualcosa di sostanzialmente diverso da quanto previsto dal memorandum”.
Poniamo per ipotesi che vinca il sì. Pensa che Tsipras si dimetterà ? E’ possibile che, una volta che questo fosse il mandato del popolo greco, il premier decida di sottoscrivere un accordo contro cui si è deliberatamente schierato?
“Lo scopriremo la domenica sera, ma penso che sia molto difficile che Alexis accetti questa resa, cioè accetti di portare avanti questo programma. Peraltro lo stesso Varoufakis ha detto pubblicamente che si dimetterà in caso di sì”.
Lei è un amico stretto di Yanis Varoufakis. In questi mesi è stato spesso al centro di molte polemiche per la sua sovraesposizione mediatica. E’ sempre stato rappresentato come un uomo molto sicuro di sè. Ora la Grecia è al bivio, come sta vivendo questa responsabilità così forte?
“Yanis è un uomo molto riflessivo. Sarebbe ingiusto fare una valutazione su di lui solo basandosi sulle apparizioni Tv, perchè quelle rappresentano solo una parte del personaggio”.
Ma sono stati mesi molto duri. All’Eurogruppo di Riga ad esempio, alla fine di aprile, quando secondo alcune indiscrezioni venne definito un”dilettante”.
Crede abbia mai pensato di dimettersi?
“Sì, credo ci siano stati dei momenti. Ma so per certo che non al vertice di Riga. Yanis ha registrato quell’incontro e quelle cose non sono mai state dette, le dichiarazioni circolate dopo sono assolutamente false. Il punto è che Yanis rappresentava una minaccia politica, siccome non c’erano riposte politiche da contrapporgli, hanno provato a screditarlo, spostando la questione sul piano personale”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
UN PAESE DIVISO PER UN FUTURO INCERTO
Il sondaggio non è scientifico, il campione non è rappresentativo. Ma a fare su e giù tra le due piazze che hanno chiuso la campagna per il referendum di domani, sembra in vantaggio il no.
Il conteggio ufficiale della polizia parla di 25 mila persone per il no e 17 mila per il sì. I sondaggi danno le due posizioni molto più vicine, per alcuni sarebbe in vantaggio il sì. Ma non tutti li considerano affidabili.
In ogni caso poco cambia se quel nuovo piano di aiuti in cambio di riforme sui cui 8 milioni di greci dovranno votare è stato nel frattempo modificato e pure ritirato.
Più che un referendum, quello di domani è un voto di fiducia al governo di Alexis Tsipras.
Il movimento del sì, l’opposizione al governo, ha scelto la piazza davanti allo Stadio Kallimarmaro, quello tutto di marmo delle prime olimpiadi moderne, quello stretto e aperto su un lato dove si chiuse la maratona dei Giochi 2004.
La gente comincia ad arrivare proprio mentre arriva la notizia che il Consiglio di Stato ha bocciato il ricorso presentato contro il referendum. Domani si vota, nessuna sorpresa all’ultimo chilometro.
Anatolios Andreadis ha una bandierina dell’Europa in mano e la nonna sotto braccio: «Siamo venuti insieme – dice lui, studente universitario di economia – per far vedere che giovani e vecchi sono d’accordo: senza l’Europa staremmo peggio ancora».
La musica non sembra proprio omogenea: prima una rumba poi addirittura Manu Chao. Si stupisce anche Todoros Vlachos, poliziotto in pensione che però si butta subito su quello che sembra il suo argomento preferito: «Io ho sempre votato a sinistra ma Tsipras non è di sinistra. È solo un bugiardo che promette cose che non può mantenere».
Palloncini azzurri, gente vestita bene, signore anche eleganti.
Qui è tutto abbastanza ordinato. Per distribuire gli adesivi ci sono anche i banchetti, poltroncine blu con bordo dorato. «Qui si viene per rimanere nell’euro», spiega la signorina ripetendo le parole che l’ex primo ministro Antonis Samaras ha detto poco prima alla tv.
Piazza Syntagma, quella del no e a favore di Tsipras, è dall’altra parte del Giardino nazionale.
Il cancello è chiuso da oggi pomeriggio per motivi di sicurezza. Bisogna fare il giro e passare davanti al palazzo presidenziale, quello con il famoso cambio della guardia con la pantofola a pon pon che oggi non si filano nemmeno i turisti.
Giri l’angolo ed ecco un cartellone scritto in tedesco, per essere sicuri che arrivi al mittente: «Schà¤uble traditore, vai all’inferno».
Dal palco si fanno i nomi di «Merkel, Draghi, Lagarde e Juncker» che sono «contro la democrazia e davanti a questo voto si stanno innervosendo».
Applausi della folla. Sulla sinistra del palco c’è anche una bandiera italiana ma la ragazza bionda che la sventola non vuole parlare.
Georgos Petropoulos, disoccupato, tiene in mano un manifesto che qui va fortissimo: una vecchia dracma che spacca a metà una moneta da due euro. «Facevo il muratore – racconta – non lavoro da due anni. Cosa me lo tengo a fare l’euro se poi muoio di fame?».
Giù in fondo alla piazza, verso via Ermou, sale il fumo dei lacrimogeni: gli anarchici hanno ottenuto quello che volevano, uno scontro con la polizia, di quelli come si deve. Dura poco, per fortuna.
Adesso tocca a Tsipras chiudere la giornata: «Oggi festeggiamo la vittoria della democrazia che ritorna in Europa. Siamo già vincitori, perchè tutti gli occhi dell’Europa sono puntati sul popolo greco». Boato della folla.
«Con il referendum non decidiamo semplicemente di stare in Europa, decidiamo di stare in Europa con dignità ». Altro boato.
La macchina di Syriza sarà pure riuscita a mobilitare il suo popolo, mentre il fronte del sì è più sfrangiato, scende in piazza con meno facilità e comunque con una «temperatura» diversa.
Ma l’impressione è che mentre davanti allo stadio e sotto le bandiere dell’Europa ci fossero i ricchi, qui a sentire Tsipras ci siano soprattutto i poveri.
Statisticamente i poveri sono di più.
E dopo cinque anni di crisi, con un greco su quattro senza lavoro e gli stipendi scesi di un terzo, sono sempre di più.
Lorenzo Salvia
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 3rd, 2015 Riccardo Fucile
“GLI ISTITUTI GRECI HANNO PASSATO UN TEST DI SOLVIBILITA’ CONDOTTO DALLA UE. PERCHE’ ALLORA LA BCE NON FORNISCE LORO LIQUIDITA’? PERCHE’ FRANCOFORTE TIENE LA GRECIA APPESA A UN FILO?
Luigi Zingales, economista presso la Chicago Booth School of Business. L’Ue ha fatto tutto quanto
era in suo potere per salvare la Grecia?
“No, nel gestire la crisi si è anche tenuto conto del precedente che si andava creando”.
Un monito per gli altri Paesi che si trovano in una situazione di rischio. Un monito anche per l’Italia, quindi.
“La preoccupazione per l’Italia non riguarda l’arco temporale di un anno. I problemi nasceranno dopo, quando finirà il Quantitative Easing (piano di acquisto di titoli di Stato da parte della Bce con l’obiettivo di far ripartire la crescita dell’Eurozona, ndr), i tassi cominceranno a salire e la situazione si farà più difficile“.
Perchè invece di puntare a riavere indietro una parte dei prestiti ma a riaverla con certezza, i creditori continuano a chiedere indietro tutta la somma, sapendo che non riusciranno mai a ottenerla?
“L’errore fondamentale è stato commesso nel 2010, quando si fece finta che la Grecia fosse solvente, in grado di ripagare tutto il debito, quando era già chiaro che non era così”.
Tsipras ha deciso di interpellare il popolo greco: decisione giusta o populismo?
“Il referendum è sostanzialmente sbagliato, sembra la scelta più democratica che si possa fare, ma non è così. Indire una consultazione di questo genere, interpellare il popolo durante una fase così delicata del negoziato, su una proposta che non è neanche più sul tavolo è velleitario. Per di più Tsipras sembra non aver capito che non sarebbe riuscito a fare il referendum con le banche aperte, per la corsa agli sportelli. Per il governo greco potrebbe rivelarsi un gigantesco autogol“.
Juncker, presidente della Commissione Ue, è intervenuto in tv per dire ai greci di votare sì al referendum. Dov’è finita la sovranità nazionale?
“Non è la cosa peggiore che abbia fatto Juncker. Negli Stati Uniti, se c’è un referendum a livello locale, il presidente può prendere posizione. Quello che trovo più pericoloso è che la Banca Centrale Europea controlli la sopravvivenza delle banche, forzando la mano in una direzione o nell’altra al governo. Questo fatto è molto più lesivo della sovranità popolare del fatto che Juncker dica la propria opinione. Tra l’altro, ogni volta che il presidente della Commissione parla fa campagna per il no”.
Draghi però in questo momento sta tenendo in vita il sistema.
“Lo sta tenendo in vita, ma non lo sta tenendo aperto e funzionante. Le principali banche greche hanno passato un test di solvibilità condotto dall’Ue, quindi ora la Bce dovrebbe essere il garante della loro solvibilità . Se Francoforte si è presa un impegno, ha fatto un’analisi e ha detto che le banche sono solventi, ora dovrebbe in tutti i modi aiutarle a sopravvivere, altrimenti che unità europea è? Di che unità monetaria parliamo? Se la sopravvivenza delle banche è decisa dalla Bce non è più solo un’unione monetaria, ma una egemonia della Bce”.
Egemonia?
“Quella di dare liquidità alle banche è una decisione che prende qualsiasi banca centrale nel momento in cui stabilisce che le banche sono solventi ma illiquide. Questo perchè la funzione principale di una banca centrale è quella di essere disponibile a fare prestiti in situazioni di tensioni di mercato alle banche che sono solventi. Ora, nel caso della Grecia, abbiamo la certificazione fornita dalla stessa Bce qualche mese fa, che le sue banche sono solventi. Perchè allora la Bce non fornisce loro liquidità illimitata? Perchè la ELA (fornitura di liquidità di emergenza, ndr) è stata centellinata di giorno in giorno e poi bloccata (il 1° luglio La Bce ha fissato a 89 miliardi il livello massimo stabilito per l’erogazione di Ela alle banche greche, ndr)? In sostanza, la Bce tiene la Grecia appesa a un filo“.
Un precedente che sia anche un memento mori per tutti gli altri.
“Se crediamo veramente che questa unità monetaria sia irreversibile e che, come ha promesso, Draghi farà “whatever it takes” per tenerla in piedi (“Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough”, affermava il 26 luglio 2012 il governatore della Bce, promettendo cioè che avrebbe “fatto di tutto per salvare l’euro”, ndr), concludiamo che si può fare di più per la Grecia”.
Come diceva lei, nel 2012 e nel 2014 Mario Draghi ha affermato che l’euro è “irrevocabile” e “irreversibile”: Ribaltando il concetto, vuol dire che se la Grecia esce, l’euro diventa reversibile e crolla l’intero impianto.
“Sono abituato a pensare che di irreversibile esista solo la morte. Certo è che nel momento in cui un Paese viene sostanzialmente escluso dall’unione monetaria, tutto diventa possibile. La Grecia non vuole uscire dall’euro, si trova in una situazione diversa da quella del Regno Unito: Londra non è nell’euro, ma ipotizza la possibilità di uscire dall’Unione Europea. Atene, invece, non vuole uscire dall’euro eppure viene praticamente messa nelle condizioni di farlo, viene quasi forzata a farlo”.
Tutto ciò come potrà influire sull’Italia? Una volta stabilito che dall’euro si può uscire, i paesi fortemente indebitati possono essere oggetto di attacchi speculativi. Il pericolo per l’Italia è reale?
“Il pericolo è reale, ma non immediato. Quello che oggi ci protegge dagli attacchi speculativi è il Quantitative Easing in corso. Per cui chiunque provi a fare un attacco speculativo si troverebbe contro la Bce dall’altra parte che compra titoli di Stato, calmierando il mercato. C’è però un costo nel lungo periodo, perchè il QE non sarà infinito e alla prossima crisi, che potrà arrivare tra una anno o tra dieci, cui troveremmo con lo stesso problema”.
Come finirà ?
“Non finirà . Qualunque soluzione verrà presa, sarà temporanea. La crisi greca sarà con noi ancora a lungo”.
Marco Pasciuti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 3rd, 2015 Riccardo Fucile
MA CON LA GREXIT NE PERDEREBBE MILLE
In qualsiasi modo vada a finire, la Grecia ci costerà cara.
Questo ci dice lo studio del Fondo monetario internazionale sulla sostenibilità del debito greco, uscito ieri.
Schematizzando, lo Stato italiano ha già prestato allo Stato ellenico 36 miliardi di euro, 600 euro a testa per ciascuno di noi, da restituire in tempi piuttosto lunghi.
Secondo il Fmi è probabile che non rientrino tutti.
Nell’ipotesi che le cose si mettano con la vittoria del «sì» nel referendum di domenica prossima, e nuovo accordo con l’Europa sulla base dei sacrifici previsti dal negoziato ora interrotto — la Grecia avrà ugualmente bisogno di aiuti aggiuntivi per andare avanti.
Se si fosse più generosi diverrebbe inevitabile condonare in parte il debito esistente. Ovvero, nei termini del calcolo «pro capite» per gli italiani, in aggiunta ai 600 euro bisognerebbe prestarne almeno altri 100 (in rapida salita dopo gli ultimi eventi) e mettere in conto che una parte non ritorni mai.
In caso di uscita della Grecia dall’euro, invece, non solo i 600 euro li perderemmo tutti ma si aggiungerebbero altri danni difficili da calcolare, per un totale di forse 1000.
Alla solidarietà gli altri europei sono dunque costretti; ma anche per loro, come per i greci, ci sono limiti di tolleranza.
Tra le righe, lo studio Fmi fa capire che i calcoli alla base dei precedenti programmi di aiuto alla Grecia si fondavano su numeri stiracchiati a più non posso, robusti aumenti di produttività , scomparsa del lavoro nero, bassa disoccupazione, alto tasso di crescita.
Da qui a tutto il 2018 il Fmi ritiene necessario prestare alla Grecia altri 52 miliardi di euro, dei quali «almeno 36» dovrebbero essere a carico degli altri Stati europei.
Purtroppo i suoi i calcoli, chiusi il 26 giugno, non sono aggiornati ai danni provocati dalle scelte del governo Tsipras negli ultimi giorni, banche chiuse, pagamenti paralizzati, prenotazioni disdette dai turisti.
Una stima sommaria può far salire la cifra a 70 miliardi; alla ripresa del negoziato gli obiettivi di bilancio per il 2015 dovrebbero essere modificati.
Basterebbe questo a trasformare in necessità un intervento sul debito già esistente.
Per alleviare il peso del debito l’opzione minima che il Fondo suggerisce sarebbe di rinviare ancora, a venti anni, l’inizio dei rimborsi. In questa forma, più accettabile agli elettori dei Paesi nordici, l’ammontare nominale dei soldi prestati non sarebbe ridotto.
Un intervento più incisivo sarebbe invece di condonare il 30% dei debiti.
Il documento arrivato da Washington consiglia anche agli europei di considerare con più realismo che cosa la Grecia può fare e non può fare.
Certo, un Paese indebitato può ricavare gran vantaggio da vendite di beni pubblici a investitori esteri.
Ma in concreto «l’esperienza mostra una radicata resistenza verso le privatizzazioni» da parte di tutti i partiti, non solo di Sà½riza che governa adesso.
Le privatizzazioni secondo il Fmi restano un obiettivo valido, per migliorare l’efficienza dell’economia, ma senza pensare di far cassa abbondante.
Nel caso dei terreni e degli immobili «esistono difficoltà risapute, come mancanza di dati catastali, diritti di proprietà contestati, difficoltà a ottenere i necessari permessi dagli enti pubblici».
Insomma la Grecia è uno Stato che funziona talmente poco che ci vorrà molto tempo per riformarlo.
Ad Atene, l’uscita proprio ieri del documento è parsa ad alcuni un favore al partito del «no» che appunto ritiene il debito insostenibile.
Ma letta da un altro punto di vista, l’analisi Fmi suggerisce che una Grecia senza riforme (le riforme che Sà½riza non vuole), stanti le attuali tendenze della popolazione e della produttività , possa non ritornare alla crescita mai, ristagnare per sempre.
Stefano Lepri
(da “La Stampa”)
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