Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
FAVOREVOLI E CONTRARI IN EUROPA
Si respira ottimismo nelle grandi Cancellerie continentali sul progetto di Bruxelles di imporre ai governi
europei un sistema di quote obbligatorie per la ripartizione dei migranti che sbarcano sulla nostra sponda del Mediterraneo.
Una vera rivoluzione all’insegna della solidarietà che sarà discussa mercoledì dalla Commissione europea.
In queste ore emergono nuovi dettagli sulla proposta di Bruxelles: non solo il testo conterrà da subito numeri vincolanti molto alti su quanti stranieri ogni Paese dell’Unione dovrà accogliere, ma per evitare che la norma venga annacquata dai governi contrari alla svolta la Commissione ha scelto di farla passare con una procedura d’emergenza che toglie il potere di veto a chi è contrario.
L’Agenda con le nuove politiche migratorie dell’Unione – rivelata ieri d Repubblica – è virtualmente divisa in due parti.
Tutto il pacchetto dovrà passare mercoledì in Commissione, poi la parte sulle quote, quella più urgente per i paesi ormai al collasso come Italia e Malta, seguirà un iter legislativo separato, più rapido.
Il resto delle proposte, come una nuova politica per l’immigrazione legale, la creazione di un “asilo europeo” e il rafforzamento delle frontiere Sud della Libia per bloccare i trafficanti, seguiranno l’iter normale, con tempi più lunghi e maggiori possibilità di contrasto da parte dei governi euroscettici.
Guardando a mercoledì, il primo passo, c’è ottimismo.
Per ora, raccontano dalle capitali gli ufficiali di collegamento con Bruxelles, nessuno dei 28 commissari europei si è schierato contro il pacchetto, solo qualche sottolineatura circoscritta.
E anche il rischio che un blocco di commissari si metta di traverso su chiamata dei paesi di provenienza sembra poco concreta.
Il perchè lo spiega un diplomatico di lungo corso: «Visto l’impegno diretto del presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, dei due vicepresidenti Timmermans e Mogherini e del responsabile per l’Immigrazione, Avramopoulos, è difficile che si crei una fronda in grado di diluire o bocciare il testo».
Se davvero l’Agenda passerà intonsa in Commissione, la parola passerà a governi edEuroparlamento.
E qui la parte quote si sgancerà dal resto del pacchetto grazie alla procedura d’urgenza. Entro un paio di settimane Bruxelles presenterà il testo legislativo vero e proprio.
Poi verrà “sentito” il Parlamento europeo, dove i numeri per l’ok alle quote saranno ampi: a favore il Pse, la stragrande maggioranza del Ppe (contrari l’Ump di Sarkozy e i conservatori polacchi) e i liberali.
Una maggioranza in grado di schiacciare l’estrema destra.
Infine la palla passerà al Consiglio, ossia ai governi. E qui la mossa di Bruxelles di imboccare la procedura d’emergenza prevista dal Trattato di Lisbona spiazza le capitali euroscettiche perchè la decisione, al contrario di quanto avviene di solito, non dovrà passare all’unanimità : si andrà a maggioranza e quindi nessun leader avrà il diritto di veto abbassando molto i rischi di un “no”.
I maggiori sostenitori delle quote sono Renzi e Hollande, come conferma il sottosegretario Sandro Gozi: «Non è più possibile che a pagare il costo dell’emergenza migratoria siano i soliti noti, serve una distribuzione dell’onere a livello europeo».
Anche Angela Merkel ha fatto informalmente sapere di sposare il meccanismo.
D’altra parte la Germania è il Paese che accoglie il maggior numero di migranti.
Ancora indecisa la Svezia, seconda nazione per numero di asilanti, all’inizio diffidente ma secondo il tam tam diplomatico in procinto di convincersi che il sistema funzionerà .
A favore anche gli altri paesi rivieraschi come Spagna, Malta, Grecia e Cipro.
Così come d’accordo tra gli altri saranno anche Belgio e Lussemburgo, piccole nazioni ad alto tasso migratorio.
Sul fronte del no i baltici e l’Europa dell’Est, a partire dalla Polonia e dall’Ungheria dell’estremista Orban, area geografica a immigrazione zero che non vuole farsi carico dei problemi altrui.
Un blocco che però non ribalterebbe la maggioranza e che si potrebbe sfaldare quando la Merkel si schiererà pubblicamente a favore della proposta.
Freddi i finlandesi e qualche altro Paese del Nord. Il grande no invece arriverà da Londra: David Cameron, fresco di conferma a Downing Street, è contrarissimo alle quote.
Ma senza diritto di veto avrà le armi spuntate e comunque potrebbe essere ammorbidito con un opting out, una complicata clausola che gli permetterebbe di sfilarsi dal sistema. Con queste premesse molti leader sognano di far entrare in funzione le quote prima di agosto, magari di sancirne l’avvio già al summit europeo del 25 e 26 giugno.
Come per le quote, un percorso più veloce sarà riservato alla missione Ue in acque libiche per intercettare e affondare i barconi dei trafficanti prima che carichino i migranti.
Ieri il ministro degli Esteri Gentiloni ha affermato che la Russia «è disponibile a collaborare» sulla bozza di risoluzione all’Onu. Palazzo di Vetro permettendo, anche in questo caso il sogno degli europei è di varare la missione al vertice di giugno.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
L’ESITO DELLE URNE IN GRAN BRETAGNA POTREBBE SEGNARE LA FINE DEL PAESE E DELLA SUA ADESIONE ALLA UE
È ora di passare al Regno Federale di Gran Bretagna, altrimenti l’esito delle urne, il più sensazionale al
1945 ad oggi, potrebbe segnare l’inizio della fine della Gran Bretagna e della sua adesione all’Ue.
La sinistra nazionalista scozzese ha sbaragliato tutti a nord del vallo di Adriano, mentre la destra conservatrice euroscettica dà vita al nuovo governo britannico solo grazie al trionfo in Inghilterra.
Le due porzioni maggiori del nostro Regno sempre più disunito, l’Inghilterra e la Scozia, sono destinate alla discordia.
Intanto milioni di elettori che hanno votato i Verdi, i Liberaldemocratici e l’Ukip scoprono che il loro voto individuale non ha contato nulla, per via di un sistema elettorale iniquo.
Nei prossimi giorni quello che accadrà a Westminster sembrerà forse normale amministrazione. Un primo ministro conservatore etoniano resterà al 10 di Downing Street, formerà il nuovo governo e scriverà il discorso che la Regina terrà a fine mese alle camere dei Comuni e dei Lord riunite. Se scattate la foto in bianco e nero potrebbe essere il 1951 – o il 1895. In realtà , però, è cambiato tutto e drasticamente.
Nei prossimi anni i temi più scottanti saranno l’economia, l’impatto diseguale dei tagli alla spesa pubblica e il referendum sull’adesione della Gran Bretagna all’Ue, che si terrà prima della fine del 2017.
Ma nell’arco di vita di questo Parlamento sarà necessario ripensare in toto la struttura di questo paese.
Per quanto l’idea possa andare poco a genio al nuovo governo Cameron, la soluzione è il Regno federale di Gran Bretagna.
La rivoluzione silenziosa in Scozia esige un nuovo sistema in seno al quale ciascuna componente del regno eserciti poteri ben definiti.
Il nuovo Parlamento scozzese, che sarà eletto il prossimo anno, potrebbe in realtà essere meno dominato dal Partito nazionale scozzese (Snp) e più aperto a questa idea. (Il voto apparentemente contraddittorio nel referendum per l’indipendenza e in queste elezioni indica che gli scozzesi vogliono avere una torta tutta per sè e mangiarsela in pace. Può darsi che ci riescano.)
Il Galles chiederà di più rispetto alla Scozia. L’Irlanda del Nord è comunque a sè, legata al resto dell’Irlanda con modalità possibili solo grazie al lassismo di una Gran Bretagna inserita in un’Unione europea flessibile.
Attorno a me, qui nel cuore piovoso dell’Inghilterra, odo citare in sordina i versi di G. K. Chesterton: «Perchè siamo il popolo d’Inghilterra / che non ha ancora mai parlato».
L’Ukip tra le altre cose ha fatto implicitamente da veicolo al nazionalismo inglese.
In campagna elettorale il partito conservatore e la stampa hanno svegliato il bulldog inglese che dormiva al grido di «fermiamo l’Snp».
Stabilire con precisione a chi siano devoluti i poteri in Inghilterra sotto il profilo federale (alle regioni? alle contee? alle municipalità ?) è un enigma, ma ora va affrontato.
La proposta più coerente e più radicale viene da un grande conservatore, il marchese di Salisbury, discendente del precedente e ancor più grande Salisbury che fu il David Cameron del 1895.
Contro i suoi interessi propone che la Camera dei Lord sia abolita e trasformata in una camera alta (un Senato, forse?) per l’intero Regno federale.
La Camera dei Comuni dovrebbe diventare il Parlamento inglese, così che ogni nazione del nostro stato quadrinazionale disponga di un’assemblea democratica propria.
Visto che ogni nuova assemblea acquisita dalla Gran Bretagna adotta un sistema di voto sempre più proporzionale, il Senato non farebbe eccezione.
Questa soluzione andrebbe in qualche modo a rimediare allo scontento di milioni di singoli elettori il cui voto nell’attuale sistema è privo di efficacia – inclusi, va detto, quelli dell’Ukip. Anche il Parlamento inglese finirebbe per essere costretto in direzione di un sistema elettorale più rappresentativo. In tutto ciò la questione europea è imprescindibile.
In fin dei conti in Gran Bretagna il problema riguardo all’adesione alla Ue è stabilire chi agisce, cosa fa e a quale livello.
E’ quello che interessa alla gente della rinegoziazione che Cameron porterà avanti, secondo la sua visione, con Bruxelles.
Questi accordi a più livelli si posso definire anche con un altro termine, federalismo, appunto. In effetti il primo governo Cameron ha fatto un grande lavoro di approfondimento dei diversi poteri esercitati dall’Ue – per poi nasconderne i risultati, perchè indicavano che la bilancia non pendeva affatto a svantaggio della Gran Bretagna.
Anche in questo caso quindi la soluzione per il nostro paese trasformato è il regno federale.
Il mio ragionamento può suonare forse freddo e accademico dopo l’esito elettorale più sensazionale che io ricordi, ma in realtà così non è.
L’impatto emotivo del voto è così forte perchè in ballo non c’è solo il benessere economico e sociale della società britannica ma la configurazione stessa del paese: all’esterno, in Europa, e all’interno, tra Inghilterra e Scozia.
Quindi bisogna pensare in grande. Ci vorranno anni per arrivarci.
Ma lunedì, una volta recuperato il sonno perso, i britannici dovranno necessariamente iniziare a progettare le fondamenta del nuovo Stato di cui hanno bisogno: il Regno federale di Gran Bretagna.
Timothy Garton Ash
(da “La Repubblica”)
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Maggio 9th, 2015 Riccardo Fucile
LA BOZZA DELLA NUOVA AGENDA PREVEDE L’ASILO POLITICO EUROPEO
È una rivoluzione nel segno della solidarietà quella in arrivo da Bruxelles sulla politica europea per
l’immigrazione: obbligo per tutti paesi ad accogliere chi sbarca sulle coste italiane o degli altri paesi rivieraschi, missioni nei porti libici per sequestrare e distruggere i barconi dei trafficanti di esseri umani, aiuti ai paesi di origine e transito per sgominare le bande criminali che ruotano intorno alla Libia. Sono questi i punti cardine della nuova Agenda sull’immigrazione che, salvo sorprese, sarà approvata mercoledì dalla Commissione europea e le cui bozze iniziano a circolare tra le Cancellerie continentali.
Un testo ambizioso oltre ogni aspettativa anche grazie all’impegno personale del presidente dell’esecutivo comunitario, Jean Claude Juncker, dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Federica Mogherini, del vicepresidente Frans Timmermans e del commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos.
Sembra dunque che in Europa si sia finalmente sviluppata una nuova sensibilità sulle tragedie che periodicamente si consumano nel Mediterraneo.
Un ruolo tristemente centrale lo ha avuto la strage di aprile quando nel Canale di Sicilia sono morti 900 migranti e dopo la quale l’Italia aveva ottenuto un summit straordinario dei capi di Stato e di governo a Bruxelles.
Da quel momento la percezione politica è cambiata permettendo alla Commissione di preparare un testo di spessore che sarà discusso, e approvato, dal collegio preceduto da Juncker mercoledì prossimo.
Un passaggio non facile: in molti si aspettano un dibattito acceso tra i commissari europei, non tutti ancora convinti della necessità di un salto di qualità di questa portata.
Se passerà l’Agenda dovrà poi essere approvata dal Consiglio (i governi) e dal Parlamento di Strasburgo.
Altro percorso non facile. Basta leggere le dichiarazioni rilasciate preventivamente ieri del premier ultranazionalista ungherese Victor Orban: «È un’idea folle quella di dividere gli immigrati fra i paesi dell’Unione, mi opporrò».
E ieri l’ambasciatore libico all’Onu, Ibrahim Dabbashi, ha affermato che la Libia non appoggia l’idea di interventi europei nelle sue acque territoriali.
Dunque per portare a casa il risultato servirà una vera battaglia politica dentro e fuori all’Unione: in prima linea oltre a Juncker ci saranno Renzi, Merkel e Hollande.
Nel dettaglio l’Agenda prevede una serie di azioni immediate per rispondere all’emergenza migranti e alle stragi in mare accompagnate da misure di mediolungo termine per cambiare la politica migratoria europea.
La novità di maggior rilievo, se verrà confermata mercoledì, è la proposta di creare un sistema di quote obbligatorie di ripartizione tra tutti i paesi europei dei migranti già presenti sul territorio dell’Unione.
Per fare un esempio, gli stranieri oggi stipati nei centri d’accoglienza italiani o maltesi, ormai al collasso, saranno sparpagliati tra i Ventotto con un criterio di quote obbligatorio al quale nessun governo potrà sottrarsi.
Saranno poi i paesi in questione a occuparsi delle pratiche di asilo odei rimpatri in modo da alleggerire non solo i paesi che fronteggiano gli sbarchi, ma anche quelli dove la maggioranza dei rifugiati poi si stabilisce come Germania, Svezia, Francia, Italia o Belgio.
Nel medio termine si propone anche una revisione delle politiche di asilo: l’obiettivo è il mutuo riconoscimento delle decisioni di un singolo paese in modo che se ad uno straniero viene riconosciuto lo status di rifugiato, questo possa poi trasferirsi da una nazione all’altra all’interno dell’Ue.
Insomma, sarà un asilante europeo, non italiano, francese o tedesco come avviene oggi.
La Commissione proporrà anche il contrasto alle attività dei trafficanti nel Mediterraneo, come chiesto dal summit straordinario di aprile.
Si tratta di un missione chiamata a intercettare i barconi degli scafisti anche in acque territoriali libiche, persino dentro ai porti, sequestrarli prima della partenza ed eventualmente affondarli.
Per dare chance di successo alla missione Bruxelles propone anche un lavoro di stretta condivisione di informazioni tra le intelligence europee.
Proprio lunedì Mogherini sarà a New York per tessere la tela al Consiglio di Sicurezza, vista la necessità di agire all’interno del diritto internazionale.
L’Europa punta ad avere una risoluzione delle Nazioni Unite che dia il via libera alla missione entro il summit europeo del 25 e 26 giugno per permettere ai leader Ue di lanciarla prima di luglio.
La Commissione conferma poi che verranno triplicati i soldi per Frontex, ovvero per la missione Triton nel Canale di Sicilia.
Ambiziosa anche la parte di politica estera dell’Agenda, curata direttamente dalla Mogherini. Si propone di integrare tutte le politiche europee di settore per ottenere risposte dai paesi di origine e di transito: saranno tutte indirizzate al fine di ottenere la massima collaborazione dei governi locali affinchè contrastino i trafficanti, ne sgominino le bande e impediscano loro di far entrare i migranti in Libia, dove poi spariscono dai radar internazionali fino all’attraversata sulle carrette del mare.
Un lavoro che nelle intenzioni di Bruxelles sarà finalizzato nel vertice tra Ue e Africa di ottobre a Malta.
Per ottenere l’intervento nei paesi di origine si punta anche ad aiuti economici per contrastare la povertà , una delle cause delle partenze oltre alle guerre e alle persecuzioni.
Si proporrà poi di aiutare economicamente i paesi di transito — come Sudan, Egitto, Ciad e Niger — per aumentare i controlli alle frontiere in modo da in- tercettare i camion dove i trafficanti stipano i migranti.
Sgominare le bande, salvare i migranti e accoglierli in campi Unhcr dove poi verranno rimpatriati o portati in Europa se ne avranno diritto.
Già oggi l’Europa tra aiuti umanitari e altre politiche attive spende circa un miliardo all’anno per l’Africa, se tutto il flusso di spesa verrà indirizzato o condizionato alla lotta all’immigrazione clandestina, scommettono a Bruxelles, si potranno ottenere risultati concreti.
Novità arriveranno anche sulla migrazione legale, quella economica, ritenuta necessaria per contrastare il flusso clandestino dei disperati in cerca di lavoro e per rispondere alle necessità del mercato del lavoro.
Si pensa ad una Blu Card europea che funzionerà grazie una piattaforma comune che identificherà che genere di specializzazioni, professionalità o mano d’opera sia richiesta in ogni momento in Europa.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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Maggio 8th, 2015 Riccardo Fucile
CONSERVATORI A UN SOFFIO DALLA MAGGIORANZA ASSOLUTA SECONDO GLI ULTIMI EXIT POLL
A sorpresa trionfa il premier David Cameron, restano indietro i laburisti, con Ed Miliband sull’orlo delle dimissioni, conquistano ben 56 seggi su 59 i nazionalisti scozzesi con Alex Salmond e ritorna in Parlamento – dopo 7 anni di assenza.- Boris Johnson, il sindaco di Londra: anche se lo scrutinio non è ancora ufficialmente terminato, si delinea il quadro dei risultati delle elezioni in Gran Bretagna.
La vittoria di Cameron
Lo accusavano di essere apatico, debole, quasi appagato se non rassegnato. Di lui i nemici di partito a metà campagna elettorale dicevano: «David Cameron? Too posh to push». Troppo fighetto per spingere, per trascinare il popolo Tory a una vittoria che sarebbe dovuta arrivare facilmente, secondo alcuni osservatori, sull’onda dei dati macroeconomici della ripresa Brit.
E invece gli elettori lo hanno premiato: la Bbc, mentre si sta concludendo venerdì mattina lo spoglio delle schede delle elezioni britanniche, prevede che in conservatori di David Cameron riusciranno a conquistare 329 deputati sui 650 dei Comuni, ad un solo voto dalla maggioranza assoluta.
Un trionfo se il dato sarà confermato.
I Laburisti sulla base degli stessi dati si fermerebbero a 233 e i nazionalisti scozzesi a 56.
Al partito del Galles andrebbero tre seggi, all’Ukip di Nigel Farage due, ai Verdi uno, ad atri partiti 19.
La Borsa di Londra già festeggia sulla scia della vittoria dei conservatori: il Ftse 100 ha aperto in aumento dell’1,19% per poi accelerare subito a +2%.
Strong night
Alle 5 e 45 del mattino David Cameron è comparso davanti ai microfoni, in giacca e cravatta, stanco ma soddisfatto. Senza sorrisi e senza trionfalismi ha rimesso il cappello sulla sedia che già occupa da cinque anni al numero 10 di Downing Street. Ha parlato di una strong night, «una notte forte per noi Conservatori».
Poi il premier britannico ha twittato: «Un futuro migliore per tutti» e la foto di un abbraccio a sua moglie.
«Una nazione, un Regno Unito, ecco come spero di governare se sarò abbastanza fortunato da continuare come primo ministro», scrive Cameron.
Guerra Mondiale
Cameron ha parlato da statista, ringraziando per primi «coloro che settant’anni fa hanno lottato per salvare il nostro Paese e la nostra democrazia». Oggi è l’anniversario del VE Day, 8 maggio 1945, la vittoria in Europa, la fine della Seconda Guerra Mondiale.
La storia e il futuro: «Andiamo avanti nel nostro lavoro, costruiamo sulle fondamenta di quanto fatto finora», ha detto il primo ministro davanti a una piccola folla di simpatizzanti, nella circoscrizione dell’Oxfordshire dove è stato rieletto.
Poche parole prima di rimettersi in auto e tornare a Londra con «il difficile compito di tenere unito il Paese».
Capolinea Miliband
Sotto il Big Ben laburisti indietro di almeno settanta deputati (una ventina in meno rispetto alla sconfitta che costò il posto a Gordon Brown nel 2010). Per il suo successore Ed Miliband, 45 anni, il leader che doveva riportare il partito di Tony Blair alla vittoria elettorale, il capolinea potrebbe essere vicino.
Miliband ha parlato prima via Twitter e poi dietro il podio: «Notte difficile e deludente». Snob o no, ha vinto Posh Cameron.
Il quarantottenne primo ministro alla fine ha spinto eccome. E a Miliband non resterebbe che dimettersi: potrebbe farlo già nelle prossime ore.
Ma sono state un vero e proprio bagno di sangue le elezioni politiche di giovedì per il partito laburista guidato da Ed Miliband: persino Ed Balls, ministro ombra per l’economia, ha perso il suo seggio di Morley.
Balls è stato sconfitto per soli 422 voti,consentendo al partito conservatore di ottenere il seggio, e secondo alcune voci potrebbe chiedere un riconteggio delle schede.
Balls fra l’altro è anche marito di Yvette Cooper, anch’essa parlamentare laburista e ministro ombra dell’Interno.
Ambizione Bionda
Nelle retrovie del partito già sventolava impaziente la capigliatura di Boris Johnson, il sindaco uscente di Londra detto anche «Ambizione Bionda», pronto a prendere la guida dei Conservatori se «Posh David» avesse fallito addormentandosi sugli allori.
E invece, Ambizione Bionda dovrà aspettare il prossimo giro: ma la sua non è una sconfitta perchè il sindaco di Londra ritorna in Parlamento dopo sette anni di assenza. È stato eletto nella circoscrizione di Uxbridge and South Ruislip con oltre il 50% dei voti. Johnson è già stato in Parlamento per sette anni tra il 2001 e il 2008, per la circoscrizione di Henley in Oxfordshire.
Lasciò l’incarico per assumere il governo della capitale.
I massacrati di Nick
I liberal-democratici del vice premier Nick Clegg, alleati dei conservatori nel governo uscente, sono usciti con le ossa: una decina di seggi sui 57 che avevano. La «decapitation strategy» dei conservatori ha funzionato.
«Notte crudele e punitiva» ha commentato a caldo Clegg, che ha comunque mantenuto il seggi nella circoscrizione di Sheffield. Una batosta che fa dei Gialli di Nick (la sensazione del 2010) uno sparuto gregge di tramortiti agnellini al gioco di Cameron, nel caso Posh David ne avesse bisogno per avere una maggioranza in Parlamento.
Da escludere, per i lib-dem, una cosiddetta «alleanza dei perdenti» con i laburisti azzoppati, pur sorretti dalle schiere trionfanti dei deputati scozzesi dello Scottish National Party che la capoclan Nicola Sturgeon spedisce a Londra dal Nord.
Ukip terzo partito, Farage rischia di non essere eletto
Dal gioco elettorale esce con tanti voti ma pochi seggi l’Ukip (United Kingdom Independence Party), il partito anti-europeista e anti-immigrati di Nigel Farage.
Il sistema elettorale britannico (uninominale secco) gli permette di ottenere «soltanto» due seggi a Westminster, ma il bottino del 13-14% dei voti fa dell’Ukip (che chiede l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea) il terzo partito su scala nazionale. Anche se fino all’ultimo è rimasto incerto il destino del suo leader, imbrigliato dai conservatori di Cameron in una lotta all’ultima scheda in una circoscrizione costiera del sud.
Lo choc della serata
Passerà alla storia il momento in cui milioni di persone ieri sera hanno appreso i risultati degli exit polls. Per giorni e giorni i sondaggi avevano dato i due principali partiti in sostanziale parità . Una parità che riduceva lo scarto dei deputati e sembrava favorire la formazione di un governo Miliband, in quanto il Labour (pur secondo partito) avrebbe potuto contare sul sostegno dei separatisti scozzesi dati da tutti in grande avanzata.
Come previsto, il trionfo degli Highlander in Scozia c’è stato: gli exit polls alla chiusura dei seggi hanno attribuito al partito guidato dall’abilissima, calmissima Nicola Sturgeon, 44 anni. Addirittura 56 seggi sui 59 in palio sopra il Vallo Adriano. «Il leone di Scozia ha fatto sentire il suo ruggito» in tutta la Gran Bretagna, «inconcepibile ignorarci».
Così Alex Salmond, ex leader degli indipendentisti dello Snp ha celebrato il trionfo del suo partito alle elezioni britanniche.
Proprio Salmond guiderà ora un gruppo di ben 56 deputati alla Camera dei Comuni, mentre Nicola Sturgeon resta a Edimburgo. In Scozia, dove il conteggio è concluso, lo Snp ha preso 56 collegi su 59, quasi spazzando via il Labour da quella che fu una sua roccaforte e patria di vari suoi leader.
Chilometri di idee David ha spinto davvero. Di certo ha spinto (sull’acceleratore) l’autista del suo pullman elettorale: nelle ultime 48 ore prima del voto il premier ha girato no-stop da un angolo all’altro del Paese. Il più sedentario Miliband aveva fatto spallucce: «Non contano i chilometri, ma le idee».
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 6th, 2015 Riccardo Fucile
“SPERO CAMBI IL COGNOME”
Se una persona con “questi principi morali” dovesse divenire presidente francese sarebbe
“scandaloso”.
Sospeso dal Front National, il movimento di destra che aveva fondato nel 1972, Jean-Marie Le Pen attacca la figlia Marine in una intervista dai toni accesi.
“Mi vergogno che il presidente del Fn porti il mio nome”, ha detto l’anziano leader augurandosi che Marine possa cambiare “il piu’ rapidamente possibile il suo cognome. Lo può fare sposando il suo concubino, o il signor Philippot”, il vicepresidente del partito, dichiaratamente gay.
Marine ha progressivamente allontanato il vulcanico padre dal partito spiegando che le sue dichiarazioni potevano inficiarne l’immagine e offuscare le speranze di una affermazione elettorale che necessariamente passa per un profilo più moderato.
“Io non ho mai parlato a nome del Front National se non quando ero presidente”, ha detto Jean-Marie pronto a rivendicare le sue posizioni con “qualsiasi mezzo”.
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
SI VOTA IL 7 MAGGIO PER RINNOVARE LA CAMERA DEI COMUNI… NEI SONDAGGI TESTA A TESTA TRA LABOUR E CONSERVATORI, MA LA GRANDE INCOGNITA E’ LA STELLA NASCENTE DELL’INDIPENDENTISMO SCOZZESE NICOLA STURGEON
La Gran Bretagna sta avendo un incubo: sogna di essere diventata l’Italia degli anni ’80. 
Dopo decenni di stabilità politica, in cui due partiti prendevano la maggior parte dei voti e si alternavano al potere, il Regno Unito arriva alle elezioni del 7 maggio tra previsioni di ingovernabilità all’italiana: nella migliore delle ipotesi dall’urna uscirà una coalizione di tre o più partiti, fragile e divisa, oppure addirittura un governo di minoranza, che naviga alla giornata e difficilmente potrà durare a lungo.
Sicchè è possibile che il voto non risolva niente e che si torni a votare entro qualche mese o un anno, magari con nuovi leader alla guida dei principali partiti.
Secondo uno studio condotto da Nat Silver, l’analista elettorale americano che indovinò i risultati delle vittorie presidenziali di Obama negli Usa stato per stato senza sbagliarne uno, i conservatori saranno il primo partito, ottenendo la maggioranza relativa ma non quella assoluta, con 10-15 seggi più dei laburisti.
Ma i Tories, anche alleandosi con altri partiti di centro o di destra, come i liberaldemocratici (loro partner nel governo uscente), i populisti antieuropei dell’Ukip o il Democratic Unionist Party (il partito protestante filo britannico nord-irlandese), non avranno probabilmente i numeri per arrivare alla maggioranza assoluta (che è di 326 seggi).
Viceversa il Labour, pur piazzandosi come secondo partito nazionale, dovrebbe essere in grado di superare la soglia della maggioranza assoluta, alleandosi con i centristi lib-dem, forse con i verdi e con il partito del Galles, e grazie all’appoggio esterno del partito nazionalista ovvero indipendentista scozzese.
In questo caso, tuttavia, si sa già che i laburisti verrebbero accusati di essersi messi nelle mani dei “ricatti” della Scozia su questioni come il budget e le armi nucleari: i conservatori affermerebbero che un governo simile non ha sufficiente legittimità .
Simili proteste causerebbero a loro volta una reazione a catena, contribuendo ad aumentare i consensi a favore dell’indipendenza in Scozia, dove nel settembre scorso il referendum per la secessione della regione dal Regno Unito era stato sconfitto 45-55 per cento ma che ora e anche di più in futuro avrebbe buone chances di vittoria, specie se da Londra si dice che un governo britannico appoggiato dagli scozzesi è illegittimo.
Se ne ricava un puzzle all’insegna dell’instabilità e dalle conseguenze imprevedibili che può effettivamente ricordare, perlomeno a noi italiani, i governi pentapartito della nostra Prima Repubblica, quando la Penisola passava da una crisi politica all’altra.
E’ paradossale che ciò avvenga nella Gran Bretagna odierna: le statistiche descrivono una nazione con una delle più forti riprese economiche d’Europa, bassa disoccupazione e livelli record in borsa.
Con cifre simili, il governo di David Cameron dovrebbe vincere a mani basse.
Se non accadrà è per due motivi.
La ripresa ha premiato soprattutto i privilegiati (il patrimonio dei 1000 più ricchi del Regno Unito è raddoppiato dal 2009 a oggi), è “drogata” dal mercato finanziario e da quello immobiliare, molti posti di lavoro creati sono al minimo salariale, classe media e classe operaia non sono tornate agli standard di vita di prima della grande recessione del 2008.
Una sensazione di profonda ingiustizia sociale, acuita dai tagli alla spesa pubblica per ridurre il deficit, che hanno colpito in particolare la Nhs, il sistema di sanità pubblico nazionale, cardine del welfare britannico.
L’altro fattore è la personalità del premier: educato a Eton e Oxford, proveniente da una famiglia dell’alta società , Cameron appare a molti come il simbolo del privilegio. Ed è stato anche accusato, dai suoi stessi sostenitori come il magnate dell’editoria Rupert Murdoch, di non avere dimostrato sufficiente passione, energia e carisma in campagna elettorale.
Anche il suo avversario Ed Miliband, leader laburista, suscitava dubbi: scarso comunicatore, propenso alle gaffe, paragonato dai vignettisti a Mr Bean, il buffo clown della tivù e del cinema.
Ma in campagna elettorale è cresciuto, maturato, diventato forse perfino più disinvolto e simpatico.
Il problema del Labour è che il deficit pubblico è almeno in parte frutto della politica dei suoi precedenti governi diretti da Blair e Brown.
E che le ricette indicate da Miliband per “un futuro migliore” non sono del tutto chiare, mancano di una visione coerente e di slogan efficaci.
La vera star della campagna elettorale è stata Nicola (equivalente di Nicoletta in inglese) Sturgeon, 44enne leader del partito scozzese, a cui viene pronosticato un risultato senza precedenti: potrebbe prendere 50 seggi sui 59 in gioco in Scozia e il merito in buona parte è stato anche suo, ha stravinto i dibattiti televisivi, ha portato una boccata di sincerità , novità e idee “davvero di sinistra” come non manca mai di ripetere.
Infine c’è da tenere presente che se i conservatori resteranno al governo ci sarà quasi certamente un referendum sull’Unione Europea, come ha promesso Cameron, nel 2017, aprendo scenari ulteriormente destabilizzanti per la Gran Bretagna e per tutta l’Europa.
Se invece a Londra ci sarà un governo laburista, anche in coalizione con altri partiti, il referendum non si farà .
Naturalmente i sondaggi a volte sbagliano e anche gli analisti elettorali più esperti, come Nat Silver, non sono infallibili.
E’ possibile che i conservatori vincano una ventina di seggi in più e possano formare un governo di maggioranza insieme ai liberaldemocratici.
Non si può escludere che il Labour sorpassi i Tories, si affermi come primo partito e rafforzi la legittimità di un suo governo di coalizione.
Qualcuno scommette che alla fine l’unica ipotesi realistica sarà una “grande coalizione” alla tedesca (o all’italiana, visto che l’abbiamo sperimentata anche noi), un governo di transizione fra conservatori e laburisti.
Una cosa sembra certa: nessun partito vincerà con un’ampiezza tale da governare da solo, come succedeva prima.
Come appaiono lontani i tempi di Blair e della Thatcher.
Enrico Franceschini
(da “La Repubblica”)
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
FONDI COMUNITARI: UTILIZZATI SOLO 35 MILIARDI SUI 47 A DISPOSIZIONE
L’Italia ha utilizzato 35,4 miliardi di euro dei 47,3 messi a disposizione dai Fondi strutturali, pertanto, dobbiamo ancora utilizzare 12 miliardi di euro da spendere entro dicembre 2015.
Lo rileva la Cgia di Mestre. La maggior parte di questi 47,3 miliardi di euro arriva dall’Europa e fanno parte della Programmazione 2007-2013.
Inoltre, si segnala che l’incidenza dei finanziamenti utilizzati fino ad ora sul totale dei contributi assegnati, che include anche il cofinanziamento nazionale, ha raggiunto il 74,8 per cento.
“Per non perdere 12 miliardi di fondi europei e nazionali – segnala il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi – dovremo spenderli e rendicontarli entro la fine del 2015, scadenza che difficilmente l’Ue prorogherà . Alla luce del fatto che nel 2013 abbiamo rendicontato 5,7 miliardi e nel 2014 attorno ai 7,5, appare difficile che nei pochi mesi che rimangono alla fine di quest’anno riusciremo a spendere e a contabilizzare tutta questa dozzina di miliardi”.
L’elaborazione della Cgia, comunque, è proseguita analizzando il contributo finanziario netto allo sviluppo di tutti i paesi dell’Ue.
Nel periodo 2007-2013, l’Italia, ad esempio, ha versato a Bruxelles 109,7 miliardi di euro e ne ha ricevuti, attraverso i programmi comunitari, 71,8.
“Nel rapporto dare/avere con l’Ue – conclude Bortolussi – in questo settennato abbiamo registrato un saldo negativo di 37,8 miliardi di euro. Dopo la Germania, il Regno Unito e la Francia, siamo il quarto contribuente netto a garantire l’azione dell’Unione. Se, invece, prendiamo come parametro di riferimento il dato pro-capite, sono i paesi nordici a guidare la graduatoria, mentre l’Italia scivola all’undicesimo posto, con uno sforzo economico per residente pari a soli 623 euro”.
Analizzando la differenza assoluta tra le risorse versate all’Unione e quelle accreditate a ciascun Stato dell’Ue tra il 2007 e il 2013, il maggior contributore è la Germania, con 83,5 miliardi di euro.
Seguono il Regno Unito, con 48,8 miliardi, la Francia, con 46,5 miliardi e l’Italia con 37,8.
Se, invece, prendiamo come termine di raffronto il dato pro-capite, il maggior sostenitore dell’Ue è il Belgio, con 1.714 euro.
Immediatamente dopo scorgiamo i Paesi Bassi (1.569 euro), la Danimarca (1.346 euro), la Svezia (1.195 euro), la Germania (1.034 euro), il Lussemburgo (997 euro), il Regno Unito (759 euro), la Francia (707 euro), la Finlandia (689 euro), l’Austria (674 euro), l’Italia (623 euro) e Cipro (197 euro).
Tutti gli altri 17 Paesi, invece, sono percettori netti, ovverosia hanno ottenuto più di quanto hanno versato a Bruxelles.
Uno spagnolo, ad esempio, ha ricevuto 355 euro, un polacco 1.522 euro, un portoghese 2.100 euro e un greco 2.960 euro.
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Aprile 26th, 2015 Riccardo Fucile
IL TESTO DELLA LETTERA DI APPOGGIO AL PRIMO MINISTRO BRITANNICO IN VISTA DELLE ELEZIONI DEL 7 MAGGIO
Il quotidiano inglese The Telegraph pubblica stamattina una lettera firmata da Raffaele Fitto e da una
trentina di deputati e senatori italiani a sostegno di David Cameron e dei Conservatori inglesi in vista delle elezioni del 7 maggio prossimo. Ecco la traduzione della lettera:
Il prossimo 7 maggio la posta in palio è alta non solo per il Regno Unito ma per tutta l’Europa. Il governo conservatore ha dimostrato di avere un progetto per liberare le imprese, ridurre la burocrazia e consentire alla gente che lavora duramente di trattenere più denaro per sè. Sta chiaramente funzionando, con un livello di crescita economica in Gran Bretagna che fa invidia agli altri Paesi europei.
In giro per l’Europa, abbiamo visto gli effetti dei governi di sinistra.
Promettono qualunque cosa, ma poi, una volta eletti, depotenziano l’economia, alzano le tasse, e fanno crescere il debito.
Noi possiamo sostenere la protezione sociale che tutti vogliamo solo con un’economia in crescita, ma le forze di sinistra, in tutta Europa, non riescono a ottenere questi risultati.
Anche in Europa noi vogliamo che David Cameron possa tornare ai tavoli del negoziato.
L’Europa ha bisogno di un leader che non abbia paura di chiedere alla gente la loro opinione o di battersi per gli interessi del proprio Paese.
E’ un fondamentale principio di democrazia.
L’Europa ha bisogno di cambiamenti profondi, non dello status quo, e solo insieme a Cameron avremo una chance di ottenerli.
Per questo, dall’Italia, esprimiamo il nostro sostegno, la nostra ammirazione, la nostra amicizia.
Con i migliori auguri.
Raffaele Fitto (MEP), Nuccio Altieri (MP), Maurizio Bianconi (MP), Cinzia Bonfrisco (MP), Francesco Bruni (MP), Daniele Capezzone (MP), Giuseppina Castiello (MP), Gianfranco Chiarelli (MP), Nicola Ciracì (MP), Luigi D’Ambrosio Lettieri (MP), Salvatore Tito Di Maggio (MP), Antonio Distaso (MP), Fabrizio Di Stefano (MP), Ciro Falanga (MP), Benedetto Fucci (MP), Pino Galati (MP), Pietro Laffranco (MP), Cosimo Latronico (MP), Pietro Liuzzi (MP), Eva Longo (MP), Roberto Marti (MP), Antonio Milo (MP), Lionello Marco Pagnoncelli (MP), Rocco Palese (MP), Luigi Perrone (MP), Guglielmo Picchi (MP), Francesco Saverio Romano (MP), Giuseppe Ruvolo (MP), Lucio Tarquinio (MP), Vittorio Zizza (MP)
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Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
GLI SCHIAVISTI DEI BARCONI SONO I NUOVI NEMICI…“MA UN INTERVENTO MILITARE È ESCLUSO”
“Quello che avviene in queste ore nel Mediterraneo è molto più di un naufragio: siamo in presenza di un grave momento di crisi umanitaria che va affrontato come tale”.
In conferenza stampa con il primo ministro maltese, Joseph Muscat, Matteo Renzi su quello che sta succedendo sembra avere le idee chiare. Non per niente sono due mesi che in tutte le sedi possibili si affanna ad avvertire che la Libia deve essere una priorità europea, e poi mondiale. Ma da quello che dice è altrettanto evidente che le operazioni allo studio non sono all’altezza della situazione.
“Il fatto che in queste ore vi sia un’escalation di spedizioni è il segno che siamo in presenza di un’organizzazione criminale che sta facendo tanti soldi”, spiega Renzi.
E dunque, “prenderemo i criminali”. Perchè “continuare a pensare di lasciarli partire e poi andare a rincorrerli significa mettere a rischio le vite umane non per colpa dell’Italia o di Malta o dell’Ue, ma degli schiavisti-scafisti”.
Ecco che il premier individua i nemici: “Dire che gli scafisti sono i nuovi schiavisti non è un’espressione a effetto”. E intanto, “l’intervento militare è un’ipotesi che non è sul tappeto”.
Sta a Muscat, allora, chiarire che si farà una missione sul modello di quella Atalanta in Somalia “per andare a prendere gli schiavisti”.
Al dunque, quello che Renzi chiederà al consiglio Ue (che alla fine Donald Tusk ha convocato per giovedì) sono delle azioni mirate contro il racket dei migranti, una sorta di operazione di polizia, sul modello di quella già fatta in Somalia contro i pirati.
Ancora non è chiaro con quanti uomini e con quanti soldi.
Di più. Non è chiaro neanche dove si farà : perchè non è possibile operare dentro le acque territoriali di un Paese senza che il governo interessato te lo chieda. E in Libia non c’è un governo.
E se il mandato viene chiesto solo a una delle due parti (Tobruk e Tripoli) è quasi certo il no. Peraltro, “l’operazione mirata”, come a Palazzo Chigi sanno bene, è assolutamente insufficiente a dare una soluzione alla questione: bisognerebbe costringere la Libia a fare la pace.
Ma d’altra parte a Palazzo Chigi hanno chiaro sempre anche un altro ordine di problemi: un Paese deve individuare un obiettivo, tenendo conto dell’opinione pubblica.
E allora Renzi ieri ha trasmesso due messaggi fondamentali: la necessità di tenere ferma
l’accoglienza e la determinazione a un’azione di contrasto ai criminali.
Risposta populista ai populisti che in questi giorni debordano.
Anche perchè opzioni più efficaci non sono praticabili. E, dunque, si lavora a una missione Ue, che coinvolga in prospettiva il Nord Africa.
L’egida Onu è auspicabile, non indispensabile. Il rafforzamento di Triton che la Ue ha già messo sul piatto e il mandato nel suo complesso che giovedì si appresta a dare sarà comunque insufficiente.
Oltre al rafforzamento di Triton e all’operazione di polizia (che includerà l’azione di intelligence anche con l’uso di mezzi come i droni spia), il governo pensa alla creazione di centri di raccolta in loco, nei Paesi da cui i migranti partono.
E alla richiesta di modificare le regole di “Dublino 3”, che prevedono che i richiedenti asilo siano registrati nel Paese di primo approdo, a prescindere dal Paese cui sono diretti.
Ma quello che bisognerebbe davvero fare, e Palazzo Chigi lo sa, è risolvere la questione sul piano politico. Costringendo i governi di Tobruke Tripoli a mettersi d’accordo.
E dunque, stabilizzare la Libia.
Fino adesso l’Europa non si è compattata su questo e neanche l’America. Almeno è la motivazione che il premier e i suoi portano avanti di fronte all’impossibilità di mettere in campo le azioni necessarie.
Diceva ieri lady Pesc, Federica Mogherini: “C’è un nuovo livello di consapevolezza nell’Ue del problema” e “c’è finalmente l’idea di un nuovo senso d’urgenza e di volontà politica per affrontare la questione dell’immigrazione e del traffico di esseri umani”.
Si vedrà fino a che punto è davvero così.
E poi ci sono gli Usa. Obama a Renzi venerdì scorso alla Casa Bianca avrebbe detto: “Siamo con te. Tu svolgi un ruolo guida in Libia”. Ma chiarendo pure: “Noi all’intervento militare non ci pensiamo proprio”.
Insomma, detta in altri termini, l’invito è stato a cavarsela da solo.
E allora, tradotto, su che tipo di appoggio potrebbe contare il premier? Un aiuto politico, una sorta di investitura. Insomma, un’azione di influenza.
Ieri gli Stati Uniti ci tenevano a far sapere che prevedono di continuare a collaborare con l’Europa sulla crisi degli immigrati nel Mediterraneo: “I tragici eventi di questi giorni mostrano quanto è importante cooperare” affermava il portavoce del Dipartimento di Stato, Marie Harf. Mentre Renzi conquistava la prima del New York Times.
Come? Anche qui, tutto da vedere quali fatti seguiranno alle parole.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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