Destra di Popolo.net

MORIRE PER KIEV? L’EUROPA NON PUO’ LASCIARE SOLA L’UCRAINA

Febbraio 9th, 2015 Riccardo Fucile

LA POSTA IN GIOCO NON E’ SOLO IL DESTINO DI UN POPOLO: DA LI’ PASSA IL CONFINE OCCIDENTE-ORIENTE

Un punto deve essere chiaro: in Ucraina ne va dell’Europa stessa.
Ne va dei suoi valori, dell’idea di ciò che vogliamo essere, del futuro che vogliamo diventare.
Un anno fa abbiamo assistito a qualcosa di inaudito: migliaia di persone nelle piazze di Kiev radunate attorno al vessillo blu con le dodici stelle, persone che erano disposte a farsi sparare addosso pur di difendere gli ideali incarnati da quella bandiera.
In Occidente quel progetto appare sempre più esangue, contestato al suo interno dalle forze euroscettiche che si sono affermate alle ultime elezioni continentali, minato dalle tendenze centrifughe all’opera nelle tensioni Nord-Sud.
A Oriente invece sembrano aver colto quanto c’è di essenziale nel progetto europeo: una comunità  fondata sui concetti di libertà  e democrazia, che ha saputo garantire settanta anni di pace al suo interno e che rappresenta un faro per chi sta al limitare.
Il limite, appunto: questo è il significato del termine Ucraina.
Il Paese che sta sul confine, la marca che delimita due mondi. E anche il test limite per tutti noi.
L’Ucraina è la faglia sismica dove cozzano le placche tettoniche della civiltà  europea e di quella russo-asiatica (non che la Russia non attenga all’Europa, ma essa porta con sè un bagaglio storico-geografico troppo ingombrante per poter essere semplicemente riassunta nel contesto europeo).
Ed è all’interno dell’Ucraina che passa la frattura fra Oriente e Occidente, fra cattolicesimo e ortodossia, fra democrazia e dispotismo.
L’Ucraina dell’Est è terra pianeggiante che fa tutt’uno con le pianure della Russia meridionale, terra di cosacchi vissuti come frontiera mobile dell’impero zarista, popolazioni di lingua e cultura russe, in una parola ciò che storicamente si intendeva come Piccola Russia, provincia annessa fin dal ‘600-‘700 e via via allargata strappando territori al khanato tartaro dell’Orda d’Oro.
L’Ucraina occidentale ha condiviso invece fin dal ‘500 le vicende del Granducato di Lituania, la casa comune baltico-polacca embrione della statualità  europeo-orientale, per poi divenire parte della Polonia stessa e dell’Impero absburgico.
Basta andare a Leopoli, capoluogo dell’Ovest, per respirare l’aria di una piccola Praga.
In mezzo sta Kiev, capitale bicefala, ma sempre più con lo sguardo rivolto a Occidente
Eppure l’Ucraina non si spiega senza la Russia, e viceversa la Russia non si spiega senza l’Ucraina.
Perchè solo attraverso l’egemonia sulla sua provincia sud-occidentale Mosca può pensarsi come impero che dispiega il suo manto sulla piattaforma euro-asiatica.
Una Russia privata dell’Ucraina perde la sua proiezione imperiale, e una Russia senza impero perde la sua destinazione storico-esistenziale.
Ecco perchè nella questione ucraina è in gioco anche l’essenza della Russia: ridotta alla Moscovia ( e alla sua propaggine siberiana) essa sarebbe costretta a ridefinirsi in maniera altra da quanto è stato fatto finora.
E aprirsi alla prospettiva di un’evoluzione statuale in senso nazionale e potenzialmente democratico.
Si spiegano in questa ottica i ripetuti tentativi di Mosca di tenere avvinta a sè l’Ucraina, a prescindere dalla bandiera che sventolava sul Cremlino.
Gli stessi bolscevichi, all’indomani della Rivoluzione, mettono fine con le armi al primo tentativo di indipendenza dell’Ucraina. E oggi Putin il nazional-conservatore reagisce alla sola prospettiva di un vago Trattato di associazione di Kiev con l’Unione Europea: prima col ricatto economico, poi con la forza delle armi.
Non può permettersi che l’antico protettorato scivoli in un’orbita estranea, se non potenzialmente conflittuale.
Certo, Putin ha fatto leva sulla frattura insita nella storia ucraina per fomentare una guerra civile. Ma ciò non toglie che in ultima analisi spetta agli ucraini la decisione sul proprio destino e sulla propria collocazione geo-politica.
Che non può essere stabilita nè a Mosca nè a Bruxelles.
Questo vale per l’aspirazione europea manifestata dalla maggioranza della popolazione ma anche per una eventuale adesione alla Nato, per quanto possa essere vissuta come una provocazione da parte del Cremlino.
Perchè nessuno, a Est come a Ovest, può arrogarsi un diritto di veto sulla collocazione internazionale di un Paese sovrano.
E qui arriviamo al dunque, al perchè la cornice politico-diplomatica in cui potrebbe venirsi a collocare l’Ucraina non può lasciare indifferenti gli europei.
Un Paese integrato nelle strutture occidentali troverebbe la garanzia di uno sviluppo pacifico e democratico, non diversamente da quanto è stato possibile ad esempio per la Polonia, che ha percorso tutta la parabola da satellite sovietico a pilastro dell’Unione Europea.
Ma se questo domani fosse possibile a Kiev, dopodomani potrebbe esserlo a Mosca. Probabilmente è questo il timore più profondo del regime putiniano: il successo della democrazia a Kiev metterebbe in questione l’autocrazia a Mosca.
Ma è solo l’evoluzione in senso democratico della stessa Russia che può garantire la costruzione di quella casa comune dall’Atlantico a Vladivostok sognata alla fine della Guerra Fredda.
Ecco perchè l’Europa non può permettersi di lasciare sola l’Ucraina: in gioco c’è il nostro stesso futuro .

Luigi Ippolito
(da “il Corriere della Sera”)

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UCRAINA, LA MOGHERINI FUORI DALL’USCIO: MA RENZI NON AVEVA SPACCIATO LA SUA NOMINA COME UN GRANDE SUCCESSO DELL’ITALIA?

Febbraio 7th, 2015 Riccardo Fucile

AL CREMLINO HOLLANDE E LA MERKEL, LADY PESC NON LA CONSIDERA PROPRIO NESSUNO

Cercasi lady Pesc disperatamente.
Non fidandosi delle doti diplomatiche di Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Franà§ois Hollande hanno risfoderato la “diplomazia segreta” tanto in voga negli anni della Guerra Fredda e sono andati a Mosca per incontrare Putin, in un faccia a faccia molto teso sulla questione dell’Ucraina e i rischi di una guerra allargata, giacchè la Nato ha blindato nel frattempo il fronte orientale dell’Alleanza Atlantica e il segretario di Stato John Kerry promette di aiutare militarmente Kiev.
Una missione top secret, quella della Merkel e di Hollande, che ha clamorosamente bypassato Bruxelles e irritato la Casa Bianca. La Mogherini ha dovuto incassare.
E dichiarare a denti stretti che la visita franco-tedesca andava “nella direzione di una soluzione politica del conflitto”.
L’intento del blitz diplomatico è abbastanza lineare con la posizione cauta di Parigi e Berlino a proposito di eventuali forniture d’armi Usa per combattere i ribelli filorussi dell’Ucraina orientale: secondo indiscrezioni apparse sulla stampa tedesca e su quella russa, il piano franco-tedesco punterebbe ad anticipare le mosse di Washington, ed offrire al Cremlino un accordo in cui la priorità  sarebbe quella dell’immediato cessate il fuoco, nonchè l’arretramento delle armi pesanti (la Nato aveva segnalato un inquietante incremento di blindati e carri armati) e la mobilitazione di un contingente internazionale di pace (eventualmente caschi blu dell’Onu).
Per disinnescare il conflitto nell’Ucraina dell’Est non è più tempo di chiacchiere a vuoto, devono aver pensato la Merkel e Hollande, bisogna agire, mettere sul piatto della bilancia il peso dei nostri Paesi, la loro influenza, e la nostra collaudata esperienza politica.
Doti che la Mogherini si deve conquistare sul campo, e negli anni.
Nell’aprile dello scorso anno, quando era ancora freschissima ministro degli Esteri nel governo Renzi, aveva dichiarato (in un incontro col Foglio) che “una Nato aggressiva non serve a nulla con Putin” e che nel pasticcio ucraino la posizione della Farnesina teneva conto che “non si può ragionare solo parlando di buoni e cattivi”.
In questo mondo ci sono “tante situazioni complesse da affrontare con lungimiranza e con un atteggiamento cooperativo”, aveva detto, sostenendo che per risolvere la crisi ucraina occorreva investire “sull’interesse comune” degli interlocutori che si affrontano durante le trattative. Così, si creano “win-win situation”, ossia tutti portano a casa qualcosa e le crisi rientrano. Ribadiva: “Non è la Nato il terreno più utile per risolvere la crisi, anche per non farla sembrare antagonista”. Dunque, meglio puntare sulle istituzioni internazionali.
Bello. In teoria. Nella pratica, la “dottrina Mogherini” non sembra aver fatto breccia nelle diplomazie di qua e di là  del Reno: la Merkel e Hollande hanno spiazzato tutti, puntando sulla diplomazia e il buon rapporto con Mosca.
Addirittura, a metà  gennaio, si era ventilata l’ipotesi di un incontro Merkel-Putin in Kazakistan, ma la cancelliera e il suo ministro degli Esteri Frank Walter Steinmeier avevano deciso di soprassedere, di attendere cioè il summit di Minsk, per tentare di bloccare le ostilità  in Ucraina
Sabato 31 gennaio, a Minsk, il fallimento delle trattative e il contemporaneo riprendere vigore dei bombardamenti aveva invece fatto saltare il banco, complice probabilmente l’estensione delle sanzioni contro la Russia.
E la paranoia dell’assedio: poco tempo fa, il presidente russo, come riportato dai giornali di Pietroburgo e Mosca, aveva detto, parlando davanti ad un gruppo di studenti: “L’esercito ucraino non è un vero esercito, è semmai una legione straniera. La legione straniera della Nato”.
Non è poi così semplice gestire una situazione in cui la Russia ha pur sempre, nei confronti dell’Europa — in particolare di Germania, Italia, Olanda e Francia — una posizione di forza. Putin può chiudere il rubinetto del gas e del petrolio che alimenta un terzo delle necessità  energetiche europee, se messo alle strette.
Sulla scommessa Ucraina il capo del Cremlino ha puntato forte, anche per controbilanciare le problematiche interne: il calo drammatico del rublo e della Borsa di Mosca, il crollo del prezzo del greggio, le restrizioni commerciali hanno contribuito alla frenata economica, all’aumento della disoccupazione, all’incremento dell’indebitamento di imprese e famiglie, tant’è che il 30 gennaio la banca centrale russa ha abbassato il tasso di sconto dal 17 al 15 per cento, per “prevenire una caduta importante dell’attività  in un contesto di fattori esterni negativi”, riferendosi alle sanzioni occidentali legate alla crisi ucraina e al ribasso petrolifero.
Le previsioni, infatti, dicono che il prodotto interno lordo subirà  una contrazione almeno del 3,2 per cento nel primo semestre del 2015.
E’ su questi tasti che avranno premuto Hollande e la Merkel, tenuto conto che in fondo è stato lo stesso Putin a coinvolgerli per sbloccare i colloqui di pace tra le parti impegnate nella guerra — perchè di guerra si tratta, non nascondiamoci dietro sinonimi che sono omissioni — nell’est dell’Ucraina.
Lo ha fatto il primo gennaio, chiamando al telefono sia la cancelliera tedesca che il presidente francese.
Non ha telefonato a Lady Pesc.

Leonardo Coen
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PODEMOS PARLA SPAGNOLO E SOGNA IN GRECO

Gennaio 28th, 2015 Riccardo Fucile

I MOVIMENTI DI IGLESIAS E SYRIZA HANNO LO STESSO PROGRAMMA, MA A MADRID IL SALVATAGGIO E’ STATO PIU’ SOFT

Partiti anti-sistema o anti-euro. Stanno ridisegnando la mappa politica dell’Europa assieme alla crisi economica.
Il trionfo di Syriza è coerente con quanto si è visto alle europee di maggio e potrebbe avere ripercussioni in altri Paesi, a cominciare dalla Spagna, prima puntata di un’inchiesta che si occuperà  anche di Gran Bretagna e Francia.
Il Regno Unito andrà  alle urne in maggio e l’ascesa di Ukip, il partito anti-europeista di Nigel Farage, rischia di trasformare il voto in un referendum anticipato sulla permanenza o meno di Londra nell’Unione europea.
La Francia non ha scadenze elettorali più importanti, ma è il Paese nel quale un partito della destra radicale e anti-euro, il Front National di Marine Le Pen, è stabilmente in testa nei sondaggi dalla scorsa primavera.
Davvero può accadere? Davvero Podemos può riuscire a conquistare il governo in Spagna?
Il movimento che ha raccolto la rabbia degli indignados sparsa nelle piazze spagnole può davvero replicare il trionfo di Syriza in Grecia?
I sondaggi di oggi dicono che i numeri ci sono, che Podemos, dopo aver conquistato a sorpresa l’8% alle elezioni europee, è diventato la prima forza del Paese con oltre il 28% delle intenzioni di voto.
Conservatori e socialisti seguono staccati, con poco più del 20 per cento: dopo trent’anni di alternanza alla Moncloa, rischiano di essere travolti dalla protesta anti-casta, dalla voglia di rinnovamento, dalle rivendicazioni democratiche di cittadini stremati dalla crisi economica e frustrati dalle conseguenti, odiatissime misure di austerity introdotte dal governo del popolare Mariano Rajoy e ancora prima da quello di Josè Lusi Zapatero.
«Più persone e meno banche, la rivoluzione è già  iniziata. La vittoria di Syriza in Grecia – dice Pablo Igleias, 36 anni, leader di Podemos – è un messaggio molto chiaro per il governo di Rajoy : tic-tac, tic-tac, è iniziato il conto alla rovescia, presto conquisteremo il governo».
A fine marzo si voterà  in Andalusia, la più grande regione del Sud, da sempre guidata da giunte di sinistra: lì si giocherà  il futuro dei socialisti di Pedro Sanchez, il nuovo segretario, 42 anni, una sorta di Renzi di Spagna, meno gigione ma non meno deciso nel mandare a casa la vecchia guardia del suo partito, o di quello che del Psoe era rimasto.
Il 27 settembre le urne si apriranno in Catalogna per una consultazione che avrà  tutto il sapore e il senso politico di un nuovo referendum per l’indipendenza della comunità  autonoma più ricca del Paese.
Sarà  uno scontro – anche personale, quasi fisico, probabilmente decisivo – tra il governatore catalano, Artur Mas e il premier Rajoy.
E lì si decideranno in un solo colpo le sorti della Catalogna e il futuro stesso dei popolari, almeno come partito di governo.
Le amministrative di due regioni chiave come Andalusia e Catalogna, daranno molte indicazioni nella lunga campagna elettorale che porterà  alle elezioni di novembre per rinnovare il Parlamento nazionale.
La Spagna che a metà  del 2012 si è salvata dal default grazie soprattutto alla stabilità  del proprio sistema di governo, oltre che al prestito di 41 miliardi dell’Unione europea, deve ora affrontare una nuova, se possibile, più turbolenta stagione politica.
Per popolari e socialisti l’avversario da battere è Podemos.
E questa già  è una mezza vittoria per gli indignati.
«Le false promesse non possono risolvere i problemi del Paese, finiscono per generare nuove tensioni sociali», spiega Rajoy parlando di Syriza perchè Podemos intenda. «Siamo noi la vera alternativa a Rajoy. Cambiare tanto per cambiare è spesso dannoso», ripete il socilista Sanchez marcando le differenza tra la Grecia e la Spagna.
Nel governo di Madrid, dopo anni difficilissimi, cresce la sensazione che sarà  qualcun altro a godere dei benefici del «lavoro sporco che qualcuno però doveva fare», come dice un influente advisor del governo.
«È strano constatare – dice lo stesso consigliere, vicino a Rajoy – come questi movimenti di protesta contro i partiti tradizionali e contro il nostro governo che trovano la loro origine nelle difficoltà  che la gente ha dovuto affrontare nella lunga crisi economica e si nutrono di promesse e populismo, stiano montando porpio ora che i fatti ci danno ragione, ora che la ripresa nel Paese si sta rafforzando più che in ogni altra economia europea».
Rajoy e i suoi hanno introdotto riforme profonde come quella del mercato del lavoro, hanno dovuto ristrutturare il sistema bancario, risanare il bilancio pubblico.
Ora, in questo anno elettorale si aggrappano ai dati economici, alla ripresa che è finalmente arrivata e si fa sentire anche nell’occupazione, nella vita delle famiglie. Dopo essere cresciuta dell’1,7% nel 2014 la Spagna potrebbe andare anche meglio nel 2015.
«Per quest’anno abbiamo previsto un aumento del Pil del 2% ma se petrolio e cambi rimangono a questi livelli, avremo una crescita aggiuntiva di 0,5 punti. È una stima prudente, potremmo arrivare al 2,5 per cento», ha spiegato ieri il ministro dell’Economia, Luis de Guindos.
Per il lavoro il 2014 è stato di certo l’anno della svolta: si è chiuso con quasi mezzo milione di disoccupati in meno e un tasso di disoccupazione del 23,7%, ancora altissimo ma oltre due punti percentuali più basso rispetto ai picchi della crisi.
Perfino dal settore immobiliare, che con lo scoppio della bolla speculativa è stato una delle principali cause del travaglio spagnolo, arrivano segnali incoraggianti: riprendono i lavori, gli investimenti e si torna a cercare manodopera: 40mila i nuovi addetti nel 2014 dopo sette anni di tagli agli organici.
La Spagna non è la Grecia – sono tutti d’accordo su questo, popolari, socialisti e anche Podemos – ma sono ancora quasi cinque milioni e mezzo gli spagnoli senza lavoro.
La ripresa c’è ma le conseguenze della recessione sono ancora più forti, più evidenti.
I socialisti potrebbero essere già  stati superati nel processo di rinnovamento. Mentre i popolari di Rajoy – sempre fedeli alla linea dettata da Bruxelles su indicazione di Angela Merkel – temono di essere puniti in nome dell’Europa, la loro migliore alleata negli ultimi anni, dalla quale avevano accettato anche un salvataggio soft, una presenza continua ma discreta della troika.
Quell’Europa «delle banche e senza democrazia» – secondo la definizione di Iglesias – che molti spagnoli, come molti greci, vogliono cambiare.
E giorno dopo giorno Podemos sta alimentando la speranza che «sì, si può fare». Resta da stabilire come.

Luca Veronese
(da “il Sole24ore”)

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PACIFICI E PARENZO BLOCCATI UNA NOTTE AD AUSCHWITZ

Gennaio 28th, 2015 Riccardo Fucile

IL CAPO DELLA COMUNITA’ EBRAICA E IL GIORNALISTA RESTANO BLOCCATI DENTRO IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO…E PER LIBERARLI DEVE INTERVENIRE LA FARNESINA

Sono rimasti chiusi dentro per diverse ore ad Auschwitz.
Hanno provato ad uscire da una finestra, l’allarme è suonato. E la Polizia polacca li ha fermati. Il presidente della Comunità  ebraica romana Riccardo Pacifici, il portavoce della Comunità  Fabio Perugia e il giornalista di Matrix David Parenzo con la sua troupe sono rimasti chiusi all’interno del campo di concentramento ieri sera dopo che avevano girato un servizio in occasione delle celebrazioni per il settantesimo anniversario della liberazione del campo nazista.
Pacifici e Parenzo hanno tentato di uscire dalla finestra e sono stati fermati dalla polizia polacca e poi portati in commissariato.
Dopo diverse ore sono stati rilasciati.
“Siamo stati sequestrati da un’ora dalla polizia polacca dentro Auschwitz dopo trasmissione di Matrix – scrive in un tweet Riccardo Pacifici – Una vergogna”.
“Il Campo era abbandonato e senza sicurezza – si legge in un altro tweet di Pacifici – Il reato mio e di David Parenzo è stato quello di provare ad uscire da una finestra”.
Con un ultimo tweet Pacifici annuncia: “Usciti tutti ora dal commissariato. Una follia”.
“Finalmente stiamo per ripartire dalla Polonia dopo essere stati sequestrati follemente dalle autorità  polacche”, scrive Fabio Perugia su twitter.
Pacifici e Parenzo, che avevano l’autorizzazione per collegarsi in diretta dal campo di Auschwitz, sono stati poi portati nel commissariato locale, insieme a Fabio Perugia, portavoce della Comunità  ebraica di Roma, Gaetano Mazzarella e Matteo Raimondi, della troupe di Matrix.
È dovuto intervenire il consolato, l’ambasciata ed anche l’unità  di crisi della Farnesina per risolvere una vicenda dai contorni surreali.
Pacifici e Parenzo hanno definito la vicenda kafkiana. “Certamente non si tratta di un’azione antisemita ma piuttosto – ha spiegato Pacifici all’ANSA – di una falla nel campo. Chiaramente la struttura non è protetta, come dimostrano le finestre aperte”.
I cinque italiani sono stati di fatto accusati di effrazione ma stanno già  facendo rientro a Roma dopo la brutta nottata.
“Non è stato un episodio piacevole – ha detto ancora Pacifici – anche perchè accaduto nel luogo in cui sono morti mio nonno e mia nonna. Mi ha dato fastidio emotivamente tanto che ho detto ai poliziotti: ‘O mi arrestate o mi lasciate libero perchè sono profondamente turbato’. Una storia surreale.

(da “Huffingtonpost”)

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GRECIA, SUL DEBITO SPUNTA IL “PATTO SEGRETO”

Gennaio 27th, 2015 Riccardo Fucile

DA NOVEMBRE ESISTEREBBE UN ACCORDO CON LA UE PER PROROGARE IL RIENTRO DEL DEBITO AL 2057

I greci “soffrono non per le decisioni di Berlino e Bruxelles ma per il fallimento della loro elite politica degli ultimi decenni”.
Così il ministro dell’Economia tedesco Wolfgang Schaeuble, parlando al Parlamento Ue, ha gelato Atene il giorno dopo il giuramento del nuovo premier designato Alexis Tsipras, che ha trionfato alle elezioni di domenica.
Secondo Schaeuble il Paese ha finora vissuto nell’illusione che “i problemi fossero causati da altri, ma i problemi cominciano sempre a casa propria, e la solidarietà  non significa che i problemi vanno risolti altrove”.
Per di più, “i cinque Paesi sotto programma (oltre alla Grecia si tratta di Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro, ndr) sono quelli che secondo l’Ocse hanno fatto le migliori riforme strutturali, e per la prima volta la Grecia ha avuto un avanzo primario”.
Come dire che bisogna continuare su questa strada. Una nuova chiusura, dunque, all’ipotesi di uno sconto sui 317 miliardi di debito pubblico (175% del Pil) che gravano sulle spalle dello Stato e dei cittadini greci.
Sconto che sarà  comunque al centro delle trattative tra il leader di Syriza, il suo futuro ministro delle Finanze Yannis Varoufakis, la Ue e gli altri creditori.
Principalmente il Fondo monetario internazionale e la Bce, da cui la Grecia ha ottenuto nel complesso oltre 240 miliardi di aiuti.
Infatti, a dispetto del muro contro muro opposto dalla Germania e dalla numero del Fmi Christine Lagarde sul taglio del debito chiesto da Tsipras, la maggior parte degli osservatori ritiene che la Grecia riuscirà  a spuntare almeno un allungamento dei tempi di rimborso.
Il che equivarrebbe a ridurre l’ammontare di ogni “rata” di restituzione dei prestiti ricevuti dalla troika e, attraverso i fondi europei salva-Stati, dai singoli Paesi Ue.
A partire da Germania, Francia e Italia, esposta verso Atene per quasi 40 miliardi di euro.
Anzi: secondo il retroscena rivelato da Repubblica, quei tempi più lunghi per finire di pagare il suo debito il Paese li ha già  ottenuti.
Addirittura lo scorso novembre, quando, scrive il quotidiano di Largo Fochetti, il premier ora uscente Antonis Samaras ha sottoscritto un patto segreto con i partner europei in base al quale Atene dovrà  rientrare di tutto il dovuto nei loro confronti — quasi 190 miliardi — solo nel 2057.
Non solo: la Grecia non sborserà  nulla fino al 2020, e in quella data inizierà  a ripagare debiti ma a tassi di interesse calmierati, pari a solo lo 0,53% annuo.
Il tutto, naturalmente, a patto che rispetti il memorandum — cosa che Tsipras ha escluso — e resti nel programma di aiuti.
Ricevendo così, a fine febbraio, i 15 miliardi previsti dall’ultima tranche.
Soldi senza i quali è molto difficile che Syriza e gli alleati di Anel possano tradurre in pratica le promesse elettorali, dall’aumento del reddito minimo alla sanità  gratuita per i meno abbienti.
Il nuovo premier si troverà  quindi di fronte a un dilemma: sconfessare il proprio programma o rischiare di portare il Paese al default.
Che potrebbe sfociare in un’uscita dalla moneta unica, ipotesi catastrofica e comunque sgradita al 75% degli elettori ellenici.
In più l’accordo di novembre, tenuto segreto per non spaventare i contribuenti degli altri Paesi (a partire da quelli tedeschi), non riguarda comunque i crediti vantati dall’Fmi.
L’istituzione di Washington — la cui circoscrizione che comprende Grecia e Italia è ora guidata dall’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli — continuerà  a battere cassa come da programmi, a meno che Tsipras non riesca a convincere i rappresentanti dei 188 Stati membri a concedergli una sforbiciata.
Una delle tante sfide sul percorso del nuovo governo ellenico.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CHI SONO I CONSERVATORI ALLEATI DI TSIPRAS

Gennaio 26th, 2015 Riccardo Fucile

PANOS KAMMENOS GUIDA LA FORMAZIONE DEI “GRECI INDIPENDENTI” CONTRO L’ASTERITY

Dalle larghe intese con la troika a quelle con gli anti euro dell’Anel.
La Grecia volta pagina, e lo fa con un’alleanza a sorpresa.
A destra. Alexis Tsipras, leader di Syriza e vincitore delle elezioni elleniche, non ha deciso di includere nella coalizione di governo un partito di sinistra.
Al contrario il 41enne ingegnere che non giurerà  più sulla Bibbia — prerogativa assoluta nella Grecia legata ancora a doppia mandata alla chiesa ortodossa — ha scelto “il Farage dell’Acropoli”, ovvero la formazione anti euro di Panos Kammenos.
Si chiamano Greci Indipendenti (Anel è acronimo di Anexarti Ellines) e sono una costola dei conservatori di Nea Dimokratia.
Popolari, religiosi e a forte vocazione sociale, gli Indipendenti sono stati in questi anni fieri avversari del memorandum della troika.
Si definiscono una “valvola di sicurezza” per la Grecia anche se i critici puntano il dito contro Kammenos per le sue frequenti accuse al neoliberismo, responsabile a suo giudizio di avere distrutto il Paese.
La rivoluzione di Tsipras passa quindi da una strategia diversa e spiazzante, rispetto a quanto pronosticato da media e politici fino alle elezioni. Ma che, in ogni caso, unisce in una coalizione di governo due forze fortemente contrarie all’austerity.
Formatosi a Lione e in Svizzera dove ha svolto gli studi universitari, Kammenos è deputato dal 1993 eletto sotto Nea Dimokratia.
Ha ricevuto la Medaglia d’Onore dal Patriarcato di Gerusalemme e la decorazione di Cavaliere dell’Ordine Nazionale al Merito da parte del Presidente della Francia, Nicolas Sarkozy.
Nel 2007 anche un’esperienza di governo come vice ministro della marina mercantile nell’esecutivo conservatore di Kostas Karamanlis.
La rottura con il partito dell’ormai ex premier Samaras si deve al voto per il premier tecnico Lukas Papademos, “il Monti greco” sgradito a Kammenos e Tsipras.
E nel febbraio 2012 viene sospeso dal partito insieme ad altri 20 deputati, a causa del suo no al memorandum.
Di qui la scelta di fondare un nuovo movimento, conservatore e non socialista. E’finito nell’occhio del ciclone anche per il suo pamphlet “Il terrorismo, teoria e pratica“, in cui teorizzava la partecipazione di esponenti politici del Pasok all’organizzazione terroristica “17 novembre”.
Nel giugno del 2010 si era duramente scontrato con l’ex deputato Theodore Tsoukatou accusato di coinvolgimento nello scandalo Siemens, altra pietra dello scandalo della vecchia nomenklatura che Tsipras vuole combattere.
Kammenos aveva parlato apertamente di tangenti versate a più riprese ai socialisti del Pasok, ma sei mesi dopo fu lui ad essere coinvolto in un’indagine finanziaria finita in un nulla di fatto.
Ma Kammenos, che più volte ha definito “cavia” il suo Paese, si è speso anche in occasione dello scandalo sulla Lista Lagarde, l’elenco di illustri evasori ellenici recapitato dall’allora ministro dell’economia del governo Sarkozy ad Atene ma che i due ministri delle finanze greci, Papacostantinou e Venizelos, pensarono bene di non protocollare.
Nel gennaio 2013, in occasione di un animato dibattito parlamentare sulla lista, contenente duemila nomi di cittadini, imprenditori e politici che hanno portato in Svizzera circa 25 miliardi di euro, Kammenos fece mettere agli atti della speciale commissione di inchiesta un reportage del ilfattoquotidiano.it mentre altri suoi colleghi parlamentari nelle stesse ore minacciavano querele.

Francesco De Palo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL RIVOLUZIONARIO TSIPRAS SI ALLEA CON LA DESTRA DI ANEL, TROVATO L’ACCORDO SU BASE COMUNE ANTI-AUSTERITY

Gennaio 26th, 2015 Riccardo Fucile

IL CENTROSINISTRA DI TO POTAMI NON CI STA…LA GRECIA HA UN GOVERNO

Accordo al primo colpo. Almeno secondo quanto riferito da Panos Kammenos, il leader del partito Greci Indipendenti, la destra di Anel, al termine del colloquio con Alexis Tsipras, fresco trionfatore delle elezioni politiche.
“Il partito Greci Indipendenti sosterrà  il governo che sarà  formato dal presidente incaricato Tsipras. Da questo momento il Paese ha un nuovo governo” ha dichiarato Kammenos.
Non ci sarà  invece il sostegno di To Potà mi, che “non parteciperà  al governo Syriza nè gli darà  il suo appoggio esterno dal momento che esso sarà  formato con il partito Greci Indipendenti” ha detto Stavros Theodorakis, leader della formazione di centro-sinistra.
Con la quasi totalità  dei voti scrutinati, il partito di sinistra radicale Syriza ha ottenuto il 36,34% e 149 seggi, mentre Nea Dimokratia (ND, centro-destra) il 27,81% e 76 seggi.
Al terzo posto si è piazzato il partito di estrema destra Chrysi Avghì (Alba Dorata) con il 6,28% e 17 seggi.
Seguono nell’ordine To Potà mi (Il Fiume, centro-sinistra) con il 6,05% con 17 seggi, il Partito Comunista di Grecia con il 5,47% e 15 seggi, Greci Indipendenti (Anel) con il 4,75% e 13 seggi e il Pasok (socialista) con il 4,68% e 13 seggi.
Oggi Tsipras sarà  ricevuto dal presidente della Repubblica Karolos Papoulias che gli conferirà  l’incarico di formare il governo.
Benchè agli antipodi politicamente le due formazioni sono uniti dal fronte comune anti-austerità .
Anel è nata nel 2012 da una scissione dei conservatori di Nea Dimokratia.
L’intesa apre quindi all’affidamento a breve dell’incarico di formare il governo a Tsipras da parte del presidente uscente Karolos Papoulias.
Potendo contare già  su un totale di 162 voti su 300 (149 di Syriza e i 13 di Anel) Tsipras potrebbe gia essere al lavoro con un esecutivo nel pieno dei poteri già  da mercoledì mattina, come prevede la legge che concede tre giorni di tempo al premier incaricato.

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TSIPRAS TRIONFA: “CI LASCIAMO LA TROIKA ALLE SPALLE”

Gennaio 26th, 2015 Riccardo Fucile

SYRIZA VOLA AL 36% E CONQUISTA 149 SEGGI SU 300… I CENTRISTI DI “TO POTAMI” DISPONIBILI A UN APPOGGIO ESTERNO

Syriza di Alexis Tsipras a un passo dalla maggioranza assoluta nelle elezioni politiche in Grecia (dove ha votato oltre 63% degli aventi diritto, a giugno 2012 era il 62,5% ): Il partito di Tsipras, col 78% delle schede scrutinate, ha 149 seggi su 300.
La maggioranza assoluta è di 151 seggi.
Le percentuali: Syriza è data al 36,21%. I conservatori di Nuova Democrazia sono nettamente indietro al 27,99% con 77 seggi.
Il terzo partito greco è invece ufficialmente l’estrema destra di Alba Dorata col 6,32%, pari a 17 seggi. Solo quarti i centristi di To Potami al 5,98% (16 seggi).
Seguono i comunisti del Kke al 5,46% con 15 deputati.
A seguire i socialisti del Pasok al 4,72% (13 seggi), ultimi i Greci Indipendenti (scissionisti di Nuova Democrazia) al 4,70% (13 seggi).
Il 40enne Alexis Tsipras, al momento della formazione del nuovo governo, diventerà  il più giovane premier greco degli ultimi 150 anni.
Dopo ore di attesa, quando i dati sono quasi definitivi, Alexis Tsipras parla alla folla che lo acclama sotto la sede di Syriza ad Atene: « Oggi il popolo greco ha fatto storia. I popolo greco ha dato un ordine molto chiaro: la Grecia volta pagina, abbandona l’austerità , la catastrofe, lascia la paura dietro di se, lasca 5 anni di sofferenze e chiude circolo vizioso dell’ austerità , annulla l’accordo di austerità  con la troika che è il passato».
Queste le parole del leader che continua illustrando i piani per il futuro: «Troveremo con l’Europa una nuova soluzione per far uscire la Grecia dal circolo vizioso (dell’austerità ) e per far tornare a crescere l’Europa. La Grecia presenterà  ora nuove proposte, un nuovo piano radicale per i prossimi 4 anni».
« Il nuovo governo greco negozierà  «una soluzione finanziaria giusta e vantaggiosa per tutte le parti», ha detto ancora Tsipras.
Il leader della formazione centrista e filo-Ue ‘To Potami’ (il fiume in greco), Stavros Theodorakis, ha annunciato di essere pronto a sostenere con un appoggio esterno un eventuale governo guidato da Alexis Tsipras, leader di Syriza.
Ma senza entrare nel governo, a prescindere se Syriza supererà  la soglia dei 151 seggi su 300
“Potami è qui. Diremo sì alle proposte che condivideremo e ci opporremo quando la sicurezza del Paese sarà  messa a rischio”, ha chiarito l’ex giornalista, spiegando che intende “fare di tutto per scongiurare nuove elezioni”, come accade nel 2012, quando si votò a maggio e poi a giugno.

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GRECIA: TO POTAMI (IL FIUME) POSSIBILE AGO DELLA BILANCIA

Gennaio 25th, 2015 Riccardo Fucile

CHI E’ IL SUO LEADER STAVROS THEODORAKIS

Alleandosi con Syriza, il partito di centro sinistra To Potà mi (il Fiume), marcatamente europeista, potrebbe rappresentare l’ago della bilancia nelle elezioni greche di oggi che hanno visto la vittoria del partito della sinistra radicale di Alexis Tsipras sul filo della maggioranza assoluta dei seggi.
Secondo gli exit poll, To Potà mi si è aggiudicato fra il 5,73% ed il 6% dei voti, diventando il terzo o il quarto partito del paese dopo Syriza (tra il 35,5% e il 39,5%) e Nea Dimokratia (centro-destra, tra il 23 e il 27%).
Il Fiume sarebbe così destinato a divenire il classico “ago della bilancia” per la costituzione di un governo di coalizione in questo cruciale momento della politica greca.
To Potà mi non ha neanche un anno di vita ma ha già  bruciato importanti tappe: fondato il 26 febbraio del 2014 da Stavros Theodorakis, 52 anni, noto giornalista investigativo (divenuto popolarissimo con la trasmissione ‘Protagonisti’ condotta prima sulla Tv statale greca e poi sull’emittente privata Mega), alle europee ha ricevuto a sorpresa il 6,61% delle preferenze e ottenuto due eurodeputati aderendo poi al gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici.
Sin dalla sua nascita, To Potà mi si è presentato senza una netta caratterizzazione ideologica chiamandosi fuori dalla casta dei partiti tradizionali ed è apprezzato soprattutto dagli strati sociali più colti.
Il partito piace anche ai delusi del partito socialista Pasok che non si fidano più delle promesse di Alexis Tsipras, il leader di Syriza.
La piattaforma politica di To Potà mi propone la riduzione del numero dei parlamentari (che sono 300), lo snellimento della burocrazia e del sistema giudiziario, la promozione della cultura e del turismo, e il diritto di voto per gli immigrati nelle amministrative.
Tra le proposte di Theodorakis: rimanere nell’euro, fine del clientelismo e degli sprechi, incentivi fiscali per creare posti di lavoro.

(da “Huffingtonpost“)

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