Ottobre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
IL RITOCCO DEL DEFICIT NON BASTERA’ A BRUXELLES, SERVE SOLO PER ARRIVARE ALLE EUROPEE E SALVARSI IL CULO
Più che un segnale per rasserenare i mercati, la mossa, ovvero il ritocco del deficit per il 2020 e 2021, pare un modo per precostituirsi l’alibi del “grande conflitto” con l’Europa matrigna.
E tenerlo alto, mettendo in conto che possa bocciare la “manovra del popolo”.
Ecco, sembra una rassicurazione, ma resta l’azzardo giocato fin qui attraverso una manovra omerica, che si trasmette per tradizione orale, in una conferenza stampa senza domande, negli spin dei partiti e nelle dirette facebook.
A una settimana dagli annunci trionfanti dal “balconcino” di palazzo Chigi, non c’è ancora una tabella compiuta, fatta di numeri certi e indicazione di coperture, anche se viene dato come imminente l’approdo in Parlamento.
È l’azzardo di un calcolo politico che tiene come orizzonte le europee, più che la legislatura.
Un anno e via, poi si vede, rinviando tutto all’Europa sovranista della prossima primavera, con un’altra Commissione, altri equilibri di forza, altro clima.
È la conferenza stampa di due partiti in campagna elettorale, più che di un governo, quella che è andata in scena a palazzo Chigi, con un ministro del Tesoro evidentemente provato e a disagio.
E quella che è proseguita nelle dichiarazioni successive e nei numeri forniti dalle “fonti di governo” dei due partiti.
La bocca di Salvini non pronuncia mai la parola “reddito di cittadinanza”, la bocca di Di Maio non pronuncia la revisione della Fornero o la flat tax, non si capisce quanti miliardi siano destinati all’una e all’altra misura.
I numeri che si comprendono raccontano di una tensione destinata a rimanere.
Primo tra tutti il rapporto deficit-Pil, al 2,4 per il 2019, vero oggetto di valutazione della Commissione europea che si discosta di parecchio dallo 0,9 fissato nel Def di aprile.
E si discosta dal criterio ricordato dal commissario europeo per gli affari economici Pierre Moscovici, secondo cui il deficit strutturale deve comunque migliorare anche se quello nominale resta contenuto sotto la soglia del 3 per cento. col 2,4 c’è invece il rischio che il deficit strutturale non sia nella traiettoria fissata dal patto di stabilità e di crescita.
Soprattutto se vengono fatte stime di crescita troppo ottimistiche, come l’1,6, cifra che giustificherebbe l’obiettivo del 2,4.
Non c’è un economista o esperto di finanza persuaso dalla possibilità di raddoppiare il tasso di crescita, in un paese in pieno rallentamento economico, facendo leva su misure che, come il reddito di cittadinanza, aumentano la spesa corrente.
A conti fatti, in questa lotteria di numeri in libertà mancano almeno 15 miliardi di coperture.
Le promesse del “contratto” di governo sono debito, inteso come debito pubblico, su cui svolazza il famoso Cigno nero, l’evento imprevisto che ci avrebbe spinto al punto di non ritorno nel conflitto con l’Europa.
Quel cigno è nella logica politica della manovra del governo gialloverde, primo esperimento sovranista e, per molti, anticipazione dell’Europa che verrà . Al netto dei ritocco del deficit per il 2020 e 2021.
Si sarebbe potuto inserire il reddito di cittadinanza come misura “sperimentale” e “temporanea”, da oprire col condono, il che avrebbe consentito di ridurre la spesa pluriennale. Se ne è discusso ma è stata un’ipotesi scartata, perchè “Di Maio non se lo può permettere politicamente”.
Così come la Lega fa sapere che 10 miliardi sono per le misure rivendicate dalla Lega, a partire dalla revisione della Fornero, perchè “per Salvini è irrinunciabile”.
È chiaro che siamo di fronte alla “guerra vera” di cui ha parlato Paolo Savona qualche giorno fa. Che non è indolore e a costo zero.
Qualunque cosa farà l’Europa, e non è fantasioso prevedere che possa bocciare la manovra, e qualunque cosa faranno le agenzie di rating (e non è fantasioso pensare e un declassamento) Matteo Salvini e Luigi Di Maio potranno tenere viva la narrazione delle “promesse mantenute”, della “povertà abolita”, dei X milioni di cittadini che hanno avuto il reddito di cittadinanza (che le loro famiglie sono almeno X al quadrato di votanti), “dei poteri forti” che non ci hanno fermato.
Per un anno. E poi si vede.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: finanziaria | Commenta »
Settembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
UNO GARANTISCE GLI EVASORI FISCALI E I RICCHI, L’ALTRO SI COMPRA I POVERI CON I SOLDI DEI RISPARMIATORI… QUANDO LO STATO NON AVRA’ NEANCHE PIU’ I SOLDI PER PAGARE STIPENDI E PENSIONI SAPRETE CHI RINGRAZIARE
Intesa raggiunta sull’innalzamento del rapporto deficit-Pil al 2,4% per il 2019. È l’esito del
vertice di governo che ha preceduto la riunione del Consiglio dei ministri che deve approvare la Nota di aggiornamento al Def. Di Maio e Salvini hanno vinto la battaglia con il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che chiedeva di restare entro la soglia del 2%.
Per tutta la giornata si sono susseguiti incontri e trattative ma alla fine il responsabile del Tesoro si è dovuto arrendere. «Accordo raggiunto con tutto il governo sul 2,4%. Siamo soddisfatti, è la manovra del cambiamento» commentano i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
L’Ue: sopra la soglia del 2% la manovra sarà bocciata
Intanto da Bruxelles arriva un avvertimento all’Italia. La legge di bilancio rischia la bocciatura da parte della Commissione europea se il deficit nominale dovesse superare la soglia del 2%. La decisione sarà presa dal collegio dei commissari nella seconda metà di ottobre, dopo la presentazione formale del progetto di Legge di bilancio, ma i tecnici dell’esecutivo comunitario inizieranno sin da subito a analizzare i dati contenuti nella nota di aggiornamento del Def.
Parlamentari e militanti festeggiano fuori dalla Camera l’indebitamento degli italiani
«Armati» di bandiere del movimento, militanti e parlamentari pentastellati si sono riuniti fuori dalla Camera per «festeggiare» l’intesa raggiunta sulla manovra. Molti senatori stanno facendo anche selfie e video per «far conoscere agli elettori i risultati raggiunti». Il gruppo di manifestanti sta sfilando davanti a Montecitorio diretto a Palazzo Chigi.
IL CONTENUTO
Un primo avvio della flat tax per oltre un milione di partite Iva ma anche del reddito e della pensione di cittadinanza, una nuova rottamazione delle cartelle, il superamento della legge Fornero e un fondo da 1,5 miliardi per i truffati delle banche.
Sono questi i principali contenuti dell’accordo raggiunto nella maggioranza di governo in vista della predisposizione della nota di aggiornamento del Def.
Eccoli.
REDDITO DI CITTADINANZA, 10 MILIARDI ( MA LA META’ ARRIVANO DA REDDITO INCLUSIONE E INDENNITA’ DISOCCUPAZIONE ELIMINATI)
Arriva un primo assaggio da 10 miliardi del reddito di cittadinanza e delle pensione di cittadinanza.
C’è anche il via libera alle pensioni di cittadinanza, che fissa una soglia di 780 euro per le pensioni minime. Si parte sicuramente da un rafforzamento dei centri per l’impiego.
FLAT TAX AL 15% PER OLTRE 1 MLN DI PARTITE IVA
La flat tax riguarda solo le partite Iva. Di fatto è un allargamento del fisco forfettario che include l’Iva: proprio per questo il beneficio nel 2019 per i contribuenti riguarderà l’imposta sul valore aggiunto per poi spostarsi nel 2020 sui redditi guadagnati.
SUPERAMENTO FORNERO
I sondaggi dicono che è il tema più atteso della manovra e sia Lega sia M5s puntano ad intestarsi la misura. La possibilità di andare in pensione anticipatamente – attraverso un meccanismo di quota 100 – riguarderà (forse) 400 mila persone
TRUFFATI BANCHE, AUMENTANO I RISARCIMENTI
Aumentano i fondi per i «truffati dalle banche». Inizialmente si ipotizzava un fondo di 500 milioni, ieri il vicepremier Di Maio ha parlato di un miliardo: si sarebbe arrivati a trovare 1,5 miliardi per un fondo ad hoc alimentato dai conti dormienti.
Amesso che si possa parlare di truffati, visto che molti erano persone sprovvedute che pensavano di speculare senza capirne i rischi
CONDONO FISCALE AGLI EVASORI
L’accordo di governo contiene anche il provvedimento per la cosiddetta “pace fiscale” che prevede la chiusura delle cartelle Equitalia e che avrà un impatto una tantum sui conti. Una bozza del Def indica una soglia fino a 100 mila euro, ma la soglia potrebbe non essere stata fissata nell’accordo.
(da agenzie)
argomento: finanziaria | Commenta »
Settembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
DI MAIO SI LAMENTA: “LO VOGLIO ANCHE IO”… MA LA FRANCIA SE LO PUO’ PERMETTERE PERCHE’ HA LO SPREAD A 32 CONTRO IL NOSTRO 240, UN DEBITO A 97 CONTRO IL NOSTRO 130
Meno tasse e (un po’) più di deficit. È questa la ricetta che il governo francese mette in campo
per il prossimo anno.
Per il 2019 è previsto un taglio delle tasse pari a 24,8 miliardi di euro, nel tentativo di dare impulso all’economia e creare più posti di lavoro.
Per finanziare la misura, il deficit pubblico del Paese dovrebbe aumentare dal 2,6% del Pil di quest’anno al 2,8% l’anno prossimo, comunque sotto al 3%.
Il ministro al Bilancio Gerald Darmanin ha presentato le misure per il 2019, basate su una previsione di crescita stimata all’1,7%. Nel dettaglio, le tasse sulle famiglie saranno ridotte di 6 miliardi di euro, quelle alle aziende di 18,8 miliardi.
Parigi sceglie così di posizionarsi appena al di sotto del tetto del 3%, vicino ai livelli auspicati negli ultimi giorni da alcuni esponenti della maggioranza gialloverde, che puntano a spostare l’asticella del deficit nel 2019 ben oltre il 2% e lontano dall’1,6% caldeggiato dal ministro Tria.
Da ultimo lo stesso DI Maio che in queste ore auspica di “fare come la Francia”.
A differenza nostra però Parigi vanta un debito pubblico sensibilmente più basso del nostro, al 97,7% del Pil secondo gli ultimi dati Eurostat, al 98,7% secondo i nuovi dati francesi, e prevede per il 2019 una diminuzione al 98,6%.
I titoli di Stato francesi sono anche visti dal mercato con maggiore fiducia da parte degli investitori, con lo spread rispetto ai bund tedeschi a 32 punti contro i 240 di oggi dei nostri Btp.
Il rendimento dei bond decennali di Parigi si attesta allo 0,82%, quello sugli omologhi italiani al 2,81%.
(da agenzie)
argomento: finanziaria | Commenta »
Settembre 21st, 2018 Riccardo Fucile
LA MANOVRA ANCORA IN ALTO MARE
La fragilità dell’impatto che lo scambio tra Matteo Salvini e Luigi di Maio ha sull’impianto della
manovra si può misurare da due prospettive, speculari tra di loro: da una parte il pressing asfissiante nei confronti di Tria per portare l’asticella del deficit almeno al 2%, dall’altra la fermezza del ministro dell’Economia nel tenere il punto sull’1,6 per cento. I problemi della legge di bilancio restano intatti perchè è il nodo principale che non si è sciolto.
Lo scambio serve a riequilibrare le liste della spesa di Lega e 5 Stelle, in nome di un interesse caro a Salvini, cioè il via libera al decreto su sicurezza e immigrazione, ma non impatta sulla soluzione della questione che crea fibrillazione con il Tesoro, cioè la diversità di vedute su come uscire dallo stallo.
Sono le 8 del mattino quando a palazzo Chigi si riunisce il tavolo sulla manovra, prenotato da Salvini via telefono al premier Giuseppe Conte ieri sera dopo la messa a punto del pacchetto leghista.
Il clima è quello dell’urgenza perchè il decreto sicurezza è in calendario al Consiglio dei ministri di lunedì ma è ancora ostaggio delle resistenze dei 5 Stelle.
È nella composizione della lista delle misure che Salvini porta a Tria, lanciando al contempo un messaggio di tensione a Di Maio, che si innesta la strategia del Carroccio. Dentro quella lista, infatti, ci sono tutti i cavalli di battaglia del centrodestra: superamento della legge Fornero, flat tax, pace fiscale, ma anche turnover per le forze dell’ordine e il taglio delle accise sulla benzina.
Una portata così ingente, quella della lista leghista, che rischia di mandare in tilt la spartizione a metà delle risorse con i 5 Stelle, tra l’altro più indietro rispetto al Carroccio sulle coperture per il reddito di cittadinanza.
Qui si innesta lo scambio, che poggia su due livelli.
Quello politico, sostanziale, di Salvini al reddito di cittadinanza in cambio appunto dell’ok di Di Maio al decreto sicurezza.
E quello economico, con uno snellimento della flat tax per le imprese, che libera risorse utili ai pentastellati per provare a portare a casa il proprio cavallo di battaglia.
Il sogno leghista della tassa piatta subisce un ulteriore ridimensionamento. L’assetto pensato per 1,5 milioni di partite Iva poggiava su due aliquote di tassazione: al 15% per quelle con ricavi compresi tra 0 e 65mila euro e al 20%, con la garanzia della progressività , per quelle con un giro d’affari compreso tra 65mila e 100mila euro. Resta solo la prima aliquota e quindi un restringimento delle imprese che saranno interessate dal taglio fiscale.
Una rinuncia che la Lega ha potuto concedersi per due motivi. Il primo è che questa rinuncia sarà controbilanciata con la super-Ires al 15% per chi investe in azienda: si farà perchè le coperture – poco meno di 1 miliardo – ci sono (l’Ace o l’assorbimento degli ammortamenti del piano industria 4.0) e quindi il segnale alle imprese comunque resta perchè 1 miliardo è la cifra che corrisponde anche al risparmio che otterrebbero le aziende.
Il secondo è che il disegno complessivo sulla flat tax sarà messo in campo – almeno questo è l’obiettivo – il prossimo anno, quando si spera che le risorse saranno maggiori.
Nello scambio tra Lega e 5 Stelle c’è anche un punto di contatto ulteriore, che preme più ai 5 Stelle ma che non registrerebbe la contrarietà del Carroccio, e cioè quella di condividere la paternità del superamento della legge Fornero attraverso la quota 100. Lo schema che si intende seguire è quello di impronta leghista, cioè la combinazione 62+38, con una platea di circa 492mila lavoratori che potrebbero uscire anticipatamente dal lavoro usufruendo appunto di questa possibilità .
Su questo Salvini non vuole mollare, anche se l’intero pacchetto costa 8 miliardi all’anno. Alcune coperture sono state stabilite, come la possibilità di utilizzare i fondi esubero delle imprese o prevedere un condono dei contributi, ma sono ancora poche rispetto all’impatto totale delle misure.
In una sorta di meccanismo a matrioska, il pacchetto sulle pensioni rischia di gonfiare ulteriormente la portata della manovra.
Anche perchè i 5 Stelle, secondo quanto riferiscono alcune fonti del Movimento, non mollano la presa sul reddito di cittadinanza e vogliono 10 miliardi da finanziare in deficit.
Si ritorna al punto iniziale, quello dell’asticella dell’1,6 per cento. Di Maio ribadisce che bisogna “dimenticare i numerini” mentre il sottosegretario leghista Massimo Bitonci chiede a Tria di arrivare al 2-2,2 per cento.
La manovra è ancora in alto mare.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: finanziaria | Commenta »
Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile
METTERE IN DISCUSSIONE LA SERIETA’ DEL LAVORO DEL MINISTRO SI RITORCE CONTRO DI MAIO E AGITA GLI INVESTITORI INTERNAZIONALI… LE SPESE SI FANNO SE ESISTONO LE COPERTURE, NON SI PUO’ PROMETTERE A VANVERA PER CARPIRE VOTI AI PIRLA
Un attacco sgradevole, con toni da commissariamento e soprattutto con un aggettivo, “serio”,
che fa male perchè letto come una delegittimazione del lavoro sulla manovra che si sta cercando di portare avanti con fatica nonostante le richieste di 5 Stelle e Lega restano ancora imponenti.
Quando Luigi Di Maio affida all’Ansa le sue parole di fuoco contro il ministro dell’Economia, Giovanni Tria (“Un ministro serio i soldi li deve trovare”), il sentiment che circola nelle stanze di via XX settembre è quello dell’irritazione.
Troppo facile – è il ragionamento – pretendere misure costose, insistendo sul deficit oltre il 2% e lavandosi le mani sulle coperture che servono e che ancora non ci sono.
Le dichiarazioni in chiaro del vicepremier pentastellato alzano ulteriormente la temperatura dello scontro dentro il governo sulla legge di bilancio.
Non è la prima volta che Tria finisce sotto attacco, ma anche questa volta la linea del Tesoro per ora non cambia.
Tria resta fermo nelle sue convinzioni, risoluto nel ribadire che alzare l’asticella del deficit oltre l’1,6% non si può e soprattutto non si deve fare.
Al massimo si può pensare a uno scostamento fino all’1,7%, ma non certamente pensare di andare oltre il 2 per cento.
Posizione, quella del ministro dell’Economia, che era stato lui stesso a ribadire nel corso del supervertice che si è tenuto ieri a palazzo Chigi.
È lì che Tria ha tirato su il mattone portante per costruire un fortino il quanto più possibile resistente alla pressione impetuosa di Di Maio e a quella, per una volta più soft nei toni, di Matteo Salvini.
“Se forziamo il deficit i mercati ce la faranno pagare”, avrebbe detto il ministro quando la temperatura intorno al tavolo a cui erano seduti anche il premier Giuseppe Conte e alcuni sottosegretari, ha toccato un livello preoccupante.
Quanto il fortino di Tria riuscirà a tenere è una delle variabili – forse la principale – da cui dipenderà la forma finale che assumerà la legge di bilancio.
Per ora le convinzioni già manifestate recentemente restano le stesse. Il ministro è convinto che non sia questa la strada da cui iniziare la stesura del testo e nemmeno l’esito che bisogna inseguire.
Bruxelles e i mercati, che nelle scorse settimane si sono dimostrati sensibilissimi quando Tria è stato messo sotto assedio da Lega e 5 Stelle, sono sempre lì e non si aspettano nè vogliono una manovra onerosa che metta a repentaglio gli impegni presi dall’Italia su debito e deficit.
All’indomani del vertice, intervenendo al Forum Bloomberg a Milano, Tria ha scelto, ancora una volta, parole di rassicurazione: “Il governo italiano – ha detto – pur mantenendo il proprio impegno europeo, traccerà un percorso bilanciato che tenga conto dei diversi bisogni sociali e dei requisiti economici per creare una base solida per una crescita a lungo termine”.
La distanza rispetto alle liste della spesa di Salvini e Di Maio è ampia, marcata, ad oggi senza la prospettiva di un punto di contatto nè tantomeno di sintesi.
L’esito del vertice di ieri ha certificato questo quadro, che era atteso e dal quale nessuno dei tre attori in campo ha indietreggiato.
Solo che una manovra va scritta, e anche in tempi brevi, e se prima non si scioglie il grande nodo politico, cioè quali misure prevedere e come trovare le relative coperture, il pallino resta sempre lì.
Ecco perchè, spiegano alcune fonti leghiste, l’esito del vertice ha lasciato intatti i problemi.
Nonostante i toni trionfalistici con cui Conte, Di Maio e Salvini hanno indicato nei tagli alla spesa l’exit strategy, nel governo c’è la convinzione diffusa che procedere su questa via è difficile e soprattutto non porta a quello che serve, cioè trovare i tanti miliardi che servono per finanziare misure come la flat tax e il reddito di cittadinanza, ritenuti cavalli di battaglia irrinunciabili.
Alcune fonti rivelano che anche Tria sia consapevole del fatto che questa caccia al tesoro, oltre che a scatenare malumori, alla fine si concluderà con un bottino esiguo. Ma questa è storia di ieri. La narrazione pentastellata del ministro dal braccino corto o, peggio, di un ministro poco serio e non capace, scoperchia definitivamente il grado di deterioramento dei rapporti tra Di Maio e Tria.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: finanziaria | Commenta »
Settembre 6th, 2018 Riccardo Fucile
AUMENTO DELLE PENSIONI MINIME, UNA PARVENZA DI REDDITO DI CITTADINANZA DOPO LE EUROPEE, RIDUZIONE LEGGERA DELLE ALIQUOTE FISCALI E DELLA SOGLIA PER ANDARE IN PENSIONE… MA BISOGNA TROVARE I SOLDI
La war room di Palazzo Chigi ha messo a punto il piano di battaglia in vista della legge di stabilità .
Un piano che prevede una manovra i cui costi si aggirano intorno ai trentacinque miliardi. E che contiene, da subito, un pezzo di reddito di cittadinanza, la quota 100 sulle pensioni e i primi mattoni della flat tax.
Insieme a Giuseppe Conte (“Ci saranno tutte le misure qualificanti”, ha detto oggi il premier) si sono riuniti il ministro dell’Economia Giovanni Tria, quello degli Affari europei Paolo Savona e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti (in vece di Salvini).
Assente Luigi Di Maio, impegnato a perfezionare l’accordo sull’Ilva, sostituito da Laura Castelli, viceministro a via XX settembre.
Hanno messo a punto uno schema che prevede di far partire la misura simbolo del Movimento 5 stelle con una speso contenuta tra i 9 e i 10 miliardi (di cui poco meno di 3, come vedremo, già stanziati), l’introduzione di quota 100 per le pensioni per un ammontare di 8 miliardi, stima che si spera di ritoccare al ribasso, e un doppio fronte per aprire la strada verso la flat tax.
Da un lato l’introduzione dei regimi minimi per le partite Iva fino a 100mila euro, dall’altro un primo ritocco delle aliquote Irpef, con l’obiettivo finale di ridurle a due entro fine legislatura, per un costo totale stimato tra i 6 e i 7 miliardi.
Il tutto con una quindicina di miliardi già fissati, tra spese indifferibili e, soprattutto, sterilizzazione delle clausole di salvaguardia che scongiurino l’aumento dell’Iva.
Un quadro subordinato alla capacità di Tria da un lato a trovare le coperture adeguate, che Conte ha assicurato verranno trovate, e all’abilità politica dello stesso ministro dell’Economia ma anche del premier Conte di condurre quella che si prospetta come una complicatissima trattativa con l’Europa sui margini di flessibilità .
Con l’ex professore di Tor Vergata che, in tutto questo, continua a professare la necessità di tenere il rapporto deficit/Pil entro l’1,6%. Il vicepresidente della Commissione europea, Jyrki Katainen ha oggi da un lato detto che le parole rassicuranti di Di Maio e Di Matteo Salvini “sono stati importanti per un’audience più vasta”, ovvero per i mercati.
Dall’altro che adesso Bruxelles si aspetta “impegni che tengano fede a quanto hanno detto”. Un sentiero tortuoso. Soprattutto per Tria, atteso già domani alla prova dell’Ecofin.
Ma andiamo con ordine.
I 5 stelle hanno sempre stimato il costo del reddito di cittadinanza intorno ai 16 miliardi. Per introdurlo si sono studiati tre step in successione nel corso del 2019. Il primo riguarda quelle che gli uomini di Luigi Di Maio chiamano le “pensioni di cittadinanza”.
Un innalzamento delle minime che costerebbe intorno ai due miliardi, che sarebbe effettivo dal primo gennaio.
Il secondo, che procederà di pari passo, riguarda la riforma dei centri per l’impiego. Costerebbe intorno ai due miliardi, ma si spera di poter attingere per circa la metà a risorse comunitarie.
Il completamento del secondo step avverrà nelle previsioni tra maggio e giugno. E solo allora scatterà l’introduzione del reddito vero e proprio.
Dei dodici miliardi necessari, ne servirebbero solo sei per coprire la seconda metà dell’anno. In parte già garantiti dai quasi 3 miliardi già previsti nel 2019 per il Reddito d’inclusione varato dal governo Gentiloni.
Secondo i calcoli, per raggiungere l’intera platea dei 9 milioni di beneficiari stimati, potrebbe mancare all’appello poco più di un miliardo, rendendo così necessario ritoccare lievemente le soglie d’accesso.
Per questo è allo studio un piano di anagrafe digitale, insieme al team guidato da Diego Piacentini. Anche perchè l’erogazione del reddito non avverrà tramite conto corrente, nè si vorrebbe ricorrere alla soluzione delle card, e si sta cercando un metodo alternativo.
Definiti i contorni di massima della riforma delle pensioni. Si stima un costo di 8 miliardi, ma se ne potrebbero rosicchiare forse un paio. L’idea, infatti, è quella di fissare a 64 anni d’età l’asticella minima per poter lasciare il lavoro, restringendo così i confini dei beneficiari.
Ambizioso il progetto sulla flat tax. La Lega dà per assodata, forse già nella nota di aggiornamento al Def, l’introduzione dei regimi minimi per le partite Iva fino a 100mila euro. Ma la parte sostanziale verte sulle aliquote Irpef. Oggi gli scaglioni sono cinque. Prevedono il 23% per i redditi fino a 15mila euro, il 27% per quelli tra i 15 e i 28mila, il 38% tra i 28 e i 55mila, il 41% dai 55 ai 75mila e il 43% dei 75mila in su. Il progetto è quello di ridurle a due entro fine legislatura, una del 21% e l’altra del 33%, per un costo stimato intorno ai 15 miliardi. Ma ci si muoverà per gradini successivi. L’idea potrebbe essere o di ritoccare al ribasso quelle esistenti, o di ridurle da subito a tre. Una del 21% per i redditi da 15 a 28mila euro, una del 38% per quelli da 28 a 75mila, mantenendo fissa al 43% quella per chi eccede da tale somma. Il pacchetto per l’anno prossimo avrebbe un impatto stimato tra i 6 e i 7 miliardi.
Il confine tra il wishful thinking e la realtà passa per un complicatissimo lavoro di quadratura delle coperture interne e per un braccio di ferro dagli esiti ancora incertissimi con Bruxelles.
Ma le cartine sono state spiegate sul tavolo, e gli obiettivi fissati sulla mappa. Per il bilancio finale della battaglia si dovrà aspettare dicembre.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: finanziaria | Commenta »
Agosto 31st, 2018 Riccardo Fucile
SIAMO IN MANO A GENTE CHE RITIENE LA TAVOLA PITAGORICA FRUTTO DI UN COMPLOTTO DEL BILDERBERG
Le decisioni chiave di politica fiscale nella disperata Penisola in perenne precario equilibrio sul
baratro, sono state affidate improvvidamente ad una ciurma di fiscazzari.
Gente che avendo rimirato le pagine dei libri per lo più in cartolina, ritengono la tavola pitagorica frutto di un complotto del Bilderberg.
Ne consegue che nell’ardito cimento con le operazioni di addizione e sottrazione necessarie per partorire anche le più semplici misure di politica economica, i fiscazzari si perdano in un labirinto di tenebre confuse.
Ad esempio i fiscazzari hanno sempre asserito che lo spread è irrilevante, un mero spauracchio creato dal Bilderberg per coartare il popolo ingenuo, onesto e lavoratore (specie quello in pensione prima dei 50 anni) e quindi non si faranno intimidire da agenzie di ratings e mercati.
Poi appena lo spread si impenna, starnazzano come anatre azzoppate contro il complotto demo-pluto-giudaico-massonico delle potenze straniere.
Per fortuna grazie ad un generoso finanziamento della Fondazione Soros dedicato all’eradicazione dell’analfabetismo nei paesi del Terzo Mondo, siamo in grado di fornire ai fiscazzari un corso accelerato di calcolo elementare per mettere in moto la sessione di bilancio.
A legislazione invariata la Legge di (in)Stabilità 2019 deve affrontare prima di tutto i seguenti nodi: la sterilizzazione dell’IVA per 12,4 miliardi di euro, il rifinanziamento delle missioni militari all’estero per 4 miliardi, la tosatura per maggiori interessi (detta balzello Borghi & Bagnai) 5,1 miliardi (se va bene) e poi il minor introito fiscale dovuto al rallentamento della crescita, a spanne 3 miliardi.
Insomma 24,5 miliardi solo per scendere in campo.
Reddito di somaranza, fiasc tax, abolizione della Fornero e piano infrastrutture (oddio mi scappa da ridere) non sono minimamente ipotizzabili prima di aver trovato la grana per i buffi lasciati da Renzi, Letta, Monti, Berlusca, Tremonti e Bossi.
Ma i fiscazzari in versione Circo Barnum invece che all’artimetica si sono dedicati anima e porco a un numero di equilibrismo spericolato: Di Maiolo e Salvicolo sulla legge di bilancio (facendo subdolamente emendare dai loro sgherri in Parlamento il testo con spese che sfascino i conti) sfideranno Bruxelles producendosi in un triplo salto mortale (la violazione dei limiti sul deficit e sul debito).
Sanno di entrare in rotta di collisione con le istituzioni europee e soprattutto con i risparmiatori che butteranno nel water la carta straccia di Via XX settembre.
Ma sperano che le conseguenze negative dell’azzardo saranno attutite dalla rete di sicurezza per quanto rappezzata, faticosamente imbastita da Tria, Moavero, Conte e Mattarella per evitare il baratro e continuare a rimanere ben saldi sulle poltrone (il vero oggetto della farsa denominata “Contratto di governo”)
Quindi additeranno indignati alla folla inferocita i soprannominati membri tecnici del governo (per questo motivo in tali posizioni non hanno piazzato uno dei tanti loro lacchè) accusandoli di essersi venduti al nemico.
Strilleranno alla vittoria elettorale mutilata e al complotto dei poteri forti a cui si sono dovuti piegare per il bene del paese e nei talk show inonderanno di questa retorica i telelobotomizzati che li votano.
Ma questa sceneggiata dei fiscazzari sarà effimera: verrà bruscamente interrotta dal panico degli investitori italiani, che di fronte a tale spettacolo osceno voteranno con il portafogli e porteranno il patrimonio all’estero. Queste saranno le uniche elezioni che contano sul serio.
E ad esse partecipa un solo candidato: la Trojka.
(da “NextQuotidiano“)
argomento: finanziaria | Commenta »
Ottobre 18th, 2017 Riccardo Fucile
NELLA MANOVRA SPUNTA A SORPRESA UNA NORMA CHE TASSA UNA DELLE FORME DI RISPARMIO USATE DAGLI ITALIANI
Una tassa sui risparmi degli italiani.
Nascosta nelle pieghe della legge di bilancio spunta il pagamento di un bollo del 2 per mille sulle polizze vita tradizionali, che fino ad oggi erano escluse da qualsiasi balzello fiscale.
Ora si cambia: il versamento del bollo, che sarà annuale, scatterà dal 2018 e sarà dovuto dall’assicurato al momento del riscatto o del rimborso.
Esente dall’imposta sarà la componente relativa al rischio di morte o all’invalidità permanente.
Il governo introduce, di fatto, una mini-patrimoniale che va a colpire i risparmi degli italiani.
Le polizze vita sono vere e proprie forme di risparmio: l’obiettivo principale è la tutela dell’assicurato e dei suoi familiari contro eventi legati alla non conoscenza della durata della vita umana.
Questa tipologia di polizze prevede l’obbligo per l’assicuratore di versare a uno o più beneficiari, indicati nel contratto di assicurazione, un capitale o una rendita nel caso in cui si verifichi un evento relativo a vita dell’assicurato o del contraente (le due figure possono coincidere) come morte o invalidità .
La misura prevista nella manovra è relativa proprio a questa tipologia di polizze e, nello specifico, alle polizze vita che fanno parte del Ramo 1, quelle che riguardano la durata della vita. Secondo i dati dell’Ania, l’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici, nei grandi salvadanai dove sono depositati i premi del Ramo 1 e del 5 c’erano, a metà 2017, 494 miliardi di euro.
Risparmi degli italiani che dal prossimo anno saranno tassati.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: finanziaria | Commenta »
Settembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
ROSSO DI 48.000 EURO, FATTURATO IN CALO, RIDOTTO A UN TERZO IN DIECI ANNI
Tutto si può dire della Casaleggio Associati, ma non certo che si stia arricchendo con la politica. 
Dopo i ritardi nel deposito del bilancio notati dal Sole 24 Ore, Ettore Livini su Repubblica pubblica i numeri del bilancio 2016, dai quali si evince che la società ha perso fatturato e ha ridotto anche le perdite, che comunque ammontano a 48mila euro nell’esercizio.
Due lustri fa la società inventata dal nulla da Gianroberto – guru e fondatore dei pentastellati scomparso 17 mesi fa – era uno degli astri nascenti del web e della consulenza per le strategie digitali con un giro d’affari di 2,8 milioni e 612mila euro di utili.
Il traino dei click sul blog di Beppe Grillo e sui siti derivati dalla home page dell’ex-comico ligure (Tze-Tze, La Fucina per citare solo i più noti) non sono riusciti però a regalarle il salto di qualità .
E oggi il vento – finanziariamente parlando – è decisamente cambiato: Casaleggio associati ha mandato in archivio l’ultimo esercizio con 974mila euro di ricavi, il 21% in meno dell’anno precedente e un terzo delle entrate di 10 anni fa.
E da tre anni i conti sono in passivo.
Le perdite del 2016 sono state pari a 48mila euro. Meno dei 123mila dell’anno precedente ma quanto è bastato a bruciare il patrimonio rimasto in cassa e a costringere gli azionisti storici a rinunciare a 50mila euro di finanziamenti fatti al gruppo per ricostituire il capitale sociale.
Anche questa volta, nota Livini, sarà impossibile comprendere quanto rende Beppe:
Di sicuro, però, è impossibile capire dai dati pubblicati – tanto per dire – quanto rendono gli intrecci politico finanziari con i pentastellati, se tra i ricavi ci sono pure le entrate pubblicitarie garantite dal blog di Grillo e se il Movimento paga alla Casaleggio Associati una commissione per la gestione tecnica della comunicazione politica.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: finanziaria | Commenta »