Destra di Popolo.net

ALTRA RETROMARCIA DI RENZI, STAVOLTA SULLE SALE GIOCO

Ottobre 22nd, 2015 Riccardo Fucile

SCONTRO CON LE REGIONI SULLE TASSE

Prima di partire per la trasferta di una settimana in America Latina, Matteo Renzi ha voluto rivedere punto per punto la legge di stabilità  varata la settimana scorsa dal consiglio dei ministri.
Tutto passato al setaccio, insieme alla sua squadra di consiglieri a Palazzo Chigi. Obiettivo: tentare di sedare le critiche piovute sulla manovra di bilancio anche a costo di cambiarla.
Ed eccola la nuova retromarcia del premier, spiegata nella ‘enews’ diffusa nel tardo pomeriggio, mentre al Quirinale Sergio Mattarella ancora aspetta il testo della legge.
Il nuovo dietrofront è sull’apertura delle nuove sale gioco, punto preso di mira dal M5s, ormai unico avversario vero del Pd renziano. “Con il nostro governo saranno ridotti a quindicimila i punti gioco. E segnatamente i bar con le macchinette verranno ridotti: da seimila potranno essere al massimo mille”, scrive Renzi, alle prese anche con il ‘fuoco amico’ delle Regioni, che chiedono chiarimenti su tasse e sanità .
Con loro lo scontro è aperto.
Sui giochi interviene la ‘sforbiciata’ di Renzi, a fronte degli attacchi dei cinquestelle ma anche delle associazioni dei consumatori.
Nei giorni scorsi, il governo aveva precisato che la legge di stabilità  non intende aprire 22mila nuove sale gioco (come emerso su alcuni media) bensì confermare i 22mila punti esistenti, per un introito di 500 milioni con l’imposta sui giochi e altri 500 milioni di euro con le “nuove gare”, come recitava la tabella presentata a corredo della manovra di bilancio.
Ora la novità , ma il premier non ammette che sia tale, sta nel fatto che Renzi le riduce a 15mila. E ci aggiunge anche la riduzione dei bar con le macchinette: “Da seimila a mille al massimo”.
E’ la seconda retromarcia del premier, dopo quella sulle grandi ville e i castelli ora non più esenti dal pagamento delle tasse sulla prima abitazione, al contrario di quanto previsto inizialmente.
Una decisione presa da Renzi — nonostante le resistenze del Tesoro — per controbattere all’agguerritissima artiglieria pentastellata.
Non è un caso che nella e-news il premier si rivolga più volte direttamente all’avversario Beppe Grillo. “La verità  — scrive Renzi — è semplice: noi stiamo riducendo i punti gioco in Italia e combattendo così l’azzardo. Chi dice il contrario mente. E non è che se lo dice il Blog dell’Elevato (in arte Beppe Grillo) diventa vero. La realtà  è più forte delle balle a cinque stelle”.
Ma tutto questo non basta a sopire l’altro scontro diretto scoppiato oggi: con le Regioni.
Sergio Chiamparino, che si è dimesso dalla presidenza della Conferenza Stato-Regioni per i conti in rosso della Regione Piemonte e non per le critiche alla manovra, ha riunito oggi gli altri governatori. Il messaggio al premier è chiaro.
Per i presidenti di Regione “non è possibile” per il governo vietare alle amministrazioni locali di alzare le tasse, come ha detto ieri il premier a ‘Otto e mezzo’.
“Non è possibile — dice Chiamparino — al massimo può arrivare una moral suasion. Di certo, nessuno di noi vuole aumentarle…”.
Ma, chiarisce il coordinatore degli assessori regionali al Bilancio Massimo Garavaglia, nelle regioni con la sanità  in rosso è previsto un aumento automatico di addizionali Irpef e Irap e le Regioni possono anche scegliere di agire sui ticket.
Il bello è che le Regioni confermano questa posizione anche dopo la e-news di Renzi, laddove il premier insiste: “E a chi dice che aumenteremo altre tasse, dico che nel 2016 nessun comune o regione le potrà  alzare rispetto al 2015, per legge!”.
Il premier vola via dall’Italia per una settimana. Cile, Perù, Colombia e Cuba.
Al suo ritorno, terrà  gli incontri con i gruppi del Pd per lenire le resistenze interne. Alternativa: porre la questione di fiducia sulla manovra.
“A quella parte del Pd che contesta sempre, a prescindere, vorrei domandare: cosa è più di sinistra? Litigare su mille euro di contante o mettere finalmente le risorse sul sociale e sulla povertà ?”, attacca il premier, “l’anima della legge di stabilità  non sono le tasse ma l’investimento nel sociale”.
Intanto, a sera, l’arrivo della legge di stabilità  rivista e corretta viene preannunciato al Colle: l’esame accurato del presidente della Repubblica comincerà  domani e durerà  24 ore o molto più probabilmente 48.

(da “Huffingtonpost”)

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LA MANOVRA E’ FUORILEGGE, CI SONO SOLO SLIDE

Ottobre 20th, 2015 Riccardo Fucile

IN SENATO NON C’E’, AL TESORO LA STANNO SCRIVENDO: ALLORA COSA HA VOTATO IL CDM ?

In Senato scrutano l’orizzonte in attesa della Legge di Stabilità  come nel romanzo di Buzzati dalla Fortezza Bastiani sorvegliavano le mosse dei Tartari: aspettano, aspettano ma non arriva nessuno.
Giovedì o pure venerdì, la previsione che girava ieri nei palazzi romani per vedere finalmente scritta nero su bianco una manovra che il governo ha approvato giovedì scorso.
Questa circostanza apre (per l’ennesima volta) una serie di questioni che attengono alla legittimità  dell’azione del governo e al suo rispetto delle forme che la garantiscono, oltre che — si parva licet — a quello delle regole più in generale.
La prima cosa da ricordare è anche la più ovvia.
La legge 196 del 2009 che regola le “leggi di contabilità  e di finanza pubblica” all’articolo 7 prescrive una cosa molto semplice:il disegno di legge di Stabilità  va presentato“alle Camere entro il 15 ottobre di ogni anno”, come pure il ddl Bilancio dello Stato.
Tradotto: quella manovra non va solo approvata in Consiglio dei ministri il 15 ottobre e poi consegnata al Parlamento quando il governo è più comodo come sta accadendo ora. Le leggi di Stabilità  e Bilancio, peraltro, vanno approvate entro la fine dell’anno,pena l’esercizio provvisorio sui conti pubblici: consegnarle in ritardo vuol dire comprimere la possibilità  per le Camere di esaminarle con attenzione, salvo poi lamentarsi dei ritardi e approvare tutto col voto di fiducia.
La seconda cosa da tenere a mente è meno immediatamente percepibile, ma non meno importante: cosa ha votato il Consiglio dei ministri il 15 ottobre?
Pier Carlo Padoan, sabato in un convegno, ha voluto “ringraziare pubblicamente ” — e “uno per uno” — tutti “i miei colleghi che senza alcun limite di tempo e di orario”, e a parità  di “remunerazione”, “stanno lavorando affinchè questa legge sia finalmente definita e quindi trasmessa al Parlamento e al Quirinale”.
Il ministro dell’Economia in realtà  voleva solo smentire problemi coi dirigenti della Ragioneria generale — irritati per un taglio del 20% al “Fondo dirigenti”e che venerdì non hanno accettato di fare straordinari — ma ha finito invece per testimoniare che la manovra viene in realtà  scritta giorni dopo la sua approvazione.
E non si tratta di limature o raccordi di legge: a quanto risulta al Fatto e persino a quanto si desume dai documenti ufficiali, ci sono aspetti essenziali della legge di Stabilità  che vengono definiti giorni dopo la sua approvazione.
La maggior parte dei ministri, peraltro, non sanno neanche di cosa si tratta e non hanno una visione complessiva del ddl: rivela una fonte qualificata che in Consiglio, giovedì, l’articolato da esaminare (quello preparato da Tesoro e Palazzo Chigi) è stato mostrato agli interessati solo all’ultimo minuto su alcuni tablet.
Ora i ministri hanno sicuramente votato, ma cosa?
Matteo Renzi, in conferenza stampa, ha spiegato con tanto di slide che al rinnovo dei contratti degli statali sarebbero andati 300 milioni di euro, mentre nel comunicato ufficiale di Palazzo Chigi uscito qualche ora dopo c’è scritto 200 milioni.
E ancora: sempre nel comunicato ufficiale si cifra la spending review per il 2016 a 5,8 miliardi di euro, mentre nel documento spedito a Bruxelles lo stesso giorno (Draft Budgetary Plan 2016) si parla di una revisione della spesa pari allo 0,5% del Pil, cioè 8 miliardi.
Quale cifra hanno approvato i ministri?
Un altro esempio: sempre Palazzo Chigi inserisce tra le misure approvate per il 2016 l’estensione della no tax area ai pensionati; il ministro Giuliano Poletti, però, venerdì 16 ottobre ha spiegato che la norma è rinviata al 2017.
Cosa hanno votato i ministri?
E infine: è vero che ora il Tesoro tenta di correggere un effetto non voluto dell’abolizione della Tasi che apre un buco da centinaia di milioni nei bilanci dei Comuni?
I ministri lo sanno e, nel caso, cosa avrebbero votato?

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LEGGE STABILITA’, PIOGGIA DI CRITICHE: POCHI SOLDI E NUOVE CLAUSOLE

Ottobre 17th, 2015 Riccardo Fucile

DAI SINDACATI AGLI INDUSTRIALI, DA BANKITALIA AI COLLEGHI DI PARTITO, DAI PENSIONATI AGLI STATALI

Dopo gli annunci, il bagno di realtà .
Nel day-after della “prima legge di stabilità  via twitter”, le misure presentate dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan fanno il pieno di critiche. §
Il malcontento è trasversale, va dai sindacati agli industriali, dalle opposizioni fino ai colleghi di partito (anche se di minoranza), dai pensionati agli statali.
A distanza di 48 ore l’hashtag “Italia col segno più” fa perdere le tracce nel dibattito pubblico, mentre i ministri del Governo Renzi sono impegnati tutto il giorno nel replicare alle accuse che vengono mosse alla manovra.
Tant’è che in serata anche fonti di Palazzo Chigi sono costrette a intervenire per dire che”fantasiose bozze e misure riportate dagli organi di stampa sono assolutamente lontane dalla realtà “.
I capitoli della legge finanziaria a finire sotto processo sono tanti, buona parte: i soli cinque miliardi di spending review, la “mancia” per il rinnovo dei contratti degli statali, nessuna flessibilità  in uscita per i pensionati e anzi altre “minacce” dalle quali guardarsi. E poi: poche risorse destinate al Sud, il rialzo del tetto al contante che rischia di incentivare riciclaggio ed evasione, l’abolizione indiscriminata della tassa sulla prima casa.
Infine la partita di giro delle nuove clausole di salvaguardia, che vanno a rimpiazzare parte di quelle vecchie introdotte dallo stesso governo Renzi e “azzerate” senza nascondere un leggero autocompiacimento.
Quattro caffè per gli statali.
La reazione più forte alla manovra arriva dal comparto statali. Il governo ha messo sul piatto 200 milioni per il rinnovo dei contratti. Troppo pochi, evidentemente.
I sindacati hanno annunciato una mobilitazione durissima contro quella che definiscono senza mezzi termini una “mancia”, che non tiene conto della sentenza della Consulta che ha giudicato incostituzionale il blocco contrattuale degli anni passati.
Abolizione Imu.
Il day after di Renzi era iniziato con un messaggio, anche un po’ spavaldo, alla Commissione Ue: “Bruxelles non è il nostro maestro che fa l’esame. Non ha titolo per entrare nel merito delle misure”.
I rilievi ufficiali di Bruxelles arriveranno solo a fine novembre. Ma la Commissione Ue non ha mai nascosto di non gradire interventi di riduzione della tassazione sugli immobili. Perchè gli effetti sul Pil sono limitati e concorrono ad aumentare le diseguaglianze sociali.
Così dalla Commissione è arrivata una secca risposta a Palazzo Chigi: “Abbiamo una base legale: tutti gli Stati hanno firmato il Six pack, il Two pack, il Patto di stabilità  e crescita e tutto è parte del Semestre Ue”, ha detto la portavoce dei commissari economici Dombrovskis e Moscovici.
L’abolizione dell’Imu è da tempo calamita per le critiche.
Dopo la bocciatura arrivata da Fmi, Commissione Ue e dall’agenzia di rating Moody’s, oggi anche Bankitalia ha stoppato le aspettative del governo Renzi sul taglio della tassa, dato che “potrebbe avere effetti circoscritti sui consumi”.
Quei consumi che, nelle stime di Padoan e Renzi, dovrebbero invece essere rilanciati. Eppure, lo stesso Padoan nel 2013 aveva bocciato – quando era capoeconomista Ocse – interventi sugli immobili: “Le tasse che danneggiano di meno la crescita sono quelle sulla proprietà , come l’Imu, mentre le tasse che, se abbassate, favoriscono di più la ripresa e l’occupazione sono quelle sul lavoro”, aveva detto. Un appello a desistere dal proseguire su questa strada arriva anche dai giovani di Confindustria che chiedono un maggiore impegno sulla tassazione del lavoro.
Capitolo pensioni.
Già  prima del varo della manovra, chi si aspettava la tanto annunciata flessibilità  in uscita si era messo l’anima in pace.
Non aveva previsto però che l’innalzamento della no tax area (cioè la soglia sotto la quale non si pagano le tasse) annunciato dal Governo alla vigilia del Cdm valesse a partire dal 2017 e non dal prossimo anno.
Non solo: il Governo ha introdotto la salvaguardia per gli esodati, chiudendo così un capitolo aperto dall’esecutivo guidato da Mario Monti e ha mantenuto in vigore l’opzione donna: in sintesi, per le donne resta la possibilità  di andare in pensione a 57 anni con 35 anni di contributi e importo pensionistico calcolato con metodo contributivo. Due note di merito.
Tuttavia, a questa misura come a quella della no tax area per i pensionati, è legata una clausola. “Se non verranno reperite le coperture sufficienti – ha spiegato il ministro del Lavoro Poletti- la perequazione delle pensioni, la cosiddetta Letta, verrà  allungata al 2017-18”. Tradotto: la rivalutazione integrale delle pensioni rispetto all’inflazione rischia di slittare di un anno.
L’ultima sorpresa.
Alcune delle risorse per attuare la manovra fatta più di deficit (14 miliardi da flessibilità  Ue) che di tagli della spesa (5,8 miliardi), dovrebbero arrivare dalla cosiddetta voluntary disclousure, ovvero la collaborazione volontaria per il rientro dei capitali dall’estero.
Il governo stima di poter contare su due miliardi.
Ma la manovra contiene un’altra clausola: qualora non si dovessero raggiungere i due miliardi stimati per il 2016 si “stabilisce l’aumento a decorrere dal 1° maggio 2016 delle accise” su energia, alcol e tabacchi.
Non un bel colpo per l’immagine di un governo che si è vantato di aver “azzerato” le clausole pregresse: 16,8 miliardi in tutto di cui solo 3,2 da intestare al Governo Letta per il 2016: il restante fa tutto capo al governo Renzi.
Sud e tetto per i contanti.
C’è poi il capitolo Sud, per il quale il governo ha stanziato 450 milioni di euro, di cui 150 per quest’anno.
Misura che ha sollevato le proteste sia di sindacati che degli industriali. Lo stesso sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha bollato come il “nulla” la quantità  di risorse stanziate.
E il presidente della Repubblica Mattarella, pur non riferendosi direttamente alla manovra, ha lanciato un appello a colmare il gap con il resto del Paese.
Problemi arrivano dall’interno del partito sul fronte della lotta all’evasione fiscale.
La decisione di innalzare il tetto per l’uso dei contanti da mille a tremila euro non è affatto piaciuta alla minoranza del Partito democratico.
Il più duro è stato l’ex segretario Pier Luigi Bersani: “Renzi dovrebbe usare argomenti che, almeno, non insultino l’intelligenza degli italiani. Dobbiamo correggere questa decisione, perchè dà  un segnale molto preoccupante. L’evasione nel nostro Paese è un fenomeno colossale”.
Su questo elemento va registrato un altro “cambia verso” del ministro Padaon: “La scelta di procedere a un progressivo abbassamento della soglia” all’uso del contante, disse il ministro in un Question Time alla Camera il 19 novembre scorso, “è motivata dall’esigenza di far emergere l’economia sommersa e aumentare la tracciabilità  delle movimentazioni per contrastare il riciclaggio di capitali di provenienza illecita, l’elusione e l’evasione fiscale”.
Prima che arrivi il via libera da Bruxelles, il governo Renzi dovrà  quindi prepararsi alla lotta interna.
A distanza di 48 ore dalla presentazione della manovra, i tweet sembrano essere volati via. Mentre i dubbi e le critiche restano tutti sul tavolo.

(da “Huffingtonpost”)

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ORA SI SCOPRE CHE I CONTI DEI TAGLI NON TORNANO: MANCANO TRE MILIARDI

Ottobre 17th, 2015 Riccardo Fucile

LA VERSIONE BASE SI TRINCERA DIETRO LA VOCE “ULTERIORI EFFICIENTAMENTI”: A BRUXELLES SI GRATTANO LA TESTA

Nonostante il consiglio dei ministri abbia deliberato da parecchie ore, nonostante una pioggia di tweet renziani e lunghe riunioni notturne al Tesoro, i conti della manovra per il 2016 ancora non tornano.
Dei 26,5 miliardi necessari a finanziare tutte le misure presentate dal governo ne mancano all’appello più di tre.
Non stiamo parlando della «clausola migranti» che dovrebbe far lievitare l’ammontare della legge di bilancio fin quasi a trenta miliardi.
Per dirla alla Renzi, qui stiamo parlando di quanto necessario per la «versione base».
Basta dare una rapida occhiata alla tabella che accompagna il comunicato di Palazzo Chigi, per ora l’unico testo ufficiale disponibile, laddove si prevede di reperire 3,1 miliardi da «ulteriori efficientamenti».
Cosa ci sia dentro a questa oscura dicitura non è noto, nè è stato possibile ottenere maggiori dettagli.
La questione è di una certa rilevanza, anche perchè nel «piano programmatico di bilancio» scritto dagli uffici di Piercarlo Padoan e già  spedito alla Commissione europea si legge che l’anno prossimo i «risparmi di spesa» ammonteranno «allo 0,5 per cento del Prodotto interno lordo», circa otto miliardi, ben più dei cinque annunciati da Renzi in conferenza stampa.
Come è possibile
Torniamo alla tabella pubblicata da Palazzo Chigi.
Le voci che dovrebbero contribuire ai risparmi sono due: oltre agli «ulteriori efficientamenti» c’è quella dedicata alla «spending review» stimata in 5,8 miliardi.
Di quest’ultimo aggregato sappiamo tutto, ovvero che somma i tagli lineari ai ministeri (due miliardi), i risparmi che si calcola di ottenere con una stretta agli acquisti di beni e servizi dello Stato (altri due miliardi) e dalla riduzione della spesa tendenziale della sanità  per altri 1,8 miliardi.
Dunque? Come mai la somma delle due voce fa 8,9 miliardi, più degli otto citati dal documento del Tesoro?
E a cosa riporta la voce «ulteriori efficientamenti»?
Secondo alcuni lì sarebbero calcolati gli effetti di una diversa contabilizzazione delle spese regionali per oltre un miliardo.
Altri sostengono che comprende entrate straordinarie ancora da definire e la ridestinazione di fondi inutilizzati.
A Bruxelles si grattano la testa, in attesa di chiarimenti.

Alessandro Barbera
(da “La Stampa”)

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RENZI FA IL BULLO IN EUROPA MA HA GIA’ L’ACCORDO IN TASCA CON LA MERKEL: SALTA SOLO LA “CLAUSOLA MIGRANTI”

Ottobre 16th, 2015 Riccardo Fucile

COME PER LA SPAGNA CHE SI ERA VISTA BOCCIARE LA FINANZIARIA, ALLA FINE PREVALE L’ESIGENZA DI NON FAVORIRE PODEMOS E CINQUESTELLE IN VISTA DELLE SCADENZE ELETTORALI

“Bruxelles non ha alcun titolo per intervenire nel merito delle misure della legge di stabilità : non è il nostro maestro. Gli diamo 9 miliardi netti ogni anno e non è che ci deve dire qual è la tassa giusta da tagliare. Se Bruxelles dice no alla finanziaria, la ripresenti uguale e dici ‘peccato sì…’.La subalternità  italiana in questi anni è stata particolarmente sviluppata nei confronti dei burocrati di Bruxelles”.
Non è Yanis Varoufakis ma Matteo Renzi. Che succede?
Succede che il premier italiano va alla guerra sulla legge di stabilità . La guerra è con Bruxelles ma lo sguardo è rivolto all’Italia: alla sfida delle amministrative 2016 che già  si prospettano come un corpo a corpo del Pd con il M5s.
A sentir parlare il presidente del Consiglio stamani a Radio24, dopo la nottata passata a Bruxelles al consiglio europeo sull’immigrazione, sembrava di sentire l’eco delle sparate dell’ex ministro dell’Economia greco contro l’Europa nei giorni caldi della trattativa sul debito di Atene quest’estate.
Toni duri, che risultano ancor più sprezzanti se messi insieme al clamoroso ritardo con cui ieri il presidente del Consiglio ha deciso di presentarsi al vertice europeo.
A dir poco irrituale e certo inedito per un governo italiano, se si eccettuano le innumerevoli gaffe di Silvio Berlusconi con le istituzioni europee.
Al fondo, naturalmente, c’è il fatto che Varoufakis e Renzi sono Zenit e Nadir in politica.
Il primo avrebbe strappato ogni regola europea e infatti si è dimesso per non firmare il memorandum di luglio.
Il secondo si pregia di “stare dentro le regole europee” ma allo stesso tempo attacca. Perchè?
Il motivo, segnalano dalla sua cerchia, non sta nel fatto che la legge di stabilità  licenziata ieri dal governo sia davvero in bilico rispetto al giudizio che ne darà  la commissione europea entro fine novembre.
Certo, oggi la portavoce del Commissario Ue agli Affari Economici Pierre Moscovici, Annika Breidthardt, ci ha tenuto a far sapere a Roma che la Commissione “ha le basi legali” per entrare nel merito della manovra.
Ma il presidente del Consiglio parla sapendo che la sua finanziaria non verrà  rispedita al mittente.
Pur sgradita all’Ue che avrebbe preferito un taglio delle tasse sul lavoro piuttosto che l’eliminazione della tassa sulla prima casa, la legge di stabilità  verrà  accolta, magari con raccomandazioni e certo senza la ‘clausola migranti’, cioè privata dello 0,2 per cento di flessibilità  in più chiesta da Roma.
Ma Renzi sa che ha passato l’esame: lo sa dal giorno del vertice con Angela Merkel prima dell’estate, quando, alla vigilia del referendum greco del 5 luglio, in piena guerra dell’Ue contro Atene, lui si schierò con Berlino.
Da quell’incontro con la Cancelliera e in base al solido rapporto costruito con lei negli ultimi due anni, il premier ha in tasca tutte le rassicurazioni necessarie per aspettarsi l’ok europeo alla manovra (con la flessibilità  per riforme e investimenti, 2,2 per cento del rapporto deficit-pil) e per permettersi di alzare la voce.
Lo scontro è funzionale alla campagna elettorale per le amministrative in grandi città  come Roma, Milano, Napoli, dove l’avversario diretto è il M5s, forza politica che raccoglie consensi anche per la sua carica anti-europea.
Certo non sono le politiche, ma possono esserne una prova generale. E le cancellerie europee avranno tutto l’interesse a sostenere lo stabilizzatore Matteo Renzi, piuttosto che gli anti-sistema a cinquestelle.
Lo si è visto un po’ con quello che è successo sulla legge di bilancio spagnola. Era stata data per spacciata dalla Commissione Ue: bocciata.
Ma poi, come raccontato da Federico Fubini sul Corriere della Sera, per intervento di Berlino, quello che sembrava un ritorno al mittente della legge, una rispedizione a Madrid, si è trasformato in una “reprimenda” per il governo del Popolare Mariano Rajoy.
Ce n’è abbastanza per intuire un intervento da parte della Cancelliera in aiuto al suo collega di schieramento (Ppe) in vista delle politiche spagnole del 20 dicembre, dove Rajoy dovrà  vedersela con i socialisti e soprattutto con la nuova forza ‘anti-sistema’ di Podemos.
Del resto, Merkel e Rajoy sono della stessa famiglia politica. Non così con Renzi, certo, ma in Italia non c’è un’alternativa forte nel centrodestra, dove per giunta emerge l’anti-sistema Matteo Salvini.
E’ anche vero che in Italia nel 2016 non ci sono le politiche. Ma ciò non toglie che l’Ue non sia interessata ad una destabilizzazione del quadro istituzionale italiano, proprio ora che anche l’Economist, intervistando Maria Elena Boschi, scrive: “E se l’Italia fosse il Paese più stabile d’Europa? L’idea sembrerebbe assurda, ma dopo la l’approvazione di una vasta riforma costituzionale da parte del Senato il 13 ottobre non lo è più tanto”.
Dunque, nessuno schiaffo europeo in arrivo sulla legge di stabilità , a parte il no sulla clausola migranti che però il premier ha già  messo in conto (“Non è scontato”, ammette).
E lo scontro tra Renzi e l’Ue è propedeutico a indovinare il trend giusto del momento per vincere la sfida elettorale dell’anno prossimo e poi nel 2018.
Molta comunicazione, mentre la sostanza è nella legge di stabilità , tutta rivolta alla classe media, magari proprietaria di più abitazioni, che Renzi deve conquistare o fidelizzare; agli industriali, che il premier incontra vis-a-vis ogni volta che può scavalcando Confindustria; ai commercianti, corteggiati con la soglia sul pagamento in contanti alzata a tremila euro.
Tutto pronto: direzione Campidoglio, Palazzo Marino, Palazzo San Giacomo. Passando per Bruxelles.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI SI E’ DIMENTICATO IL SUD: CONFINDUSTRIA, SINDACATO E PRIMI CITTADINI CONCORDI

Ottobre 16th, 2015 Riccardo Fucile

LE RISORSE NELLA LEGGE DI STABILITA’ DELUDONO TUTTI… “LA CRESCITA COINVOLGA IL MERIDIONE”… IL MASTER PLAN PROMESSO SI E’ VOLATILIZZATO

Chi all’annuncio del famoso “masterplan” per il Sud si era preparato ad essere travolto da un fiume di risorse in arrivo da Roma sarà  certamente rimasto deluso.
L’annuncio del premier Matteo Renzi dei fondi stanziati nella Legge di stabilità  per il meridione, che si aggirano intorno ai 450 milioni di euro, di cui 150 a partire da quest’anno, ha lasciato l’amaro in bocca a molti.
E riesce a mettere d’accordo sindacalisti, industriali e sindaci “di strada” come Luigi De Magistris.
Inutile, insufficiente o inesistente, è più o meno questo il giudizio che viene dato sull’entità  delle somme messe a bilancio per la questione meridionale.
Ed è proprio la questione meridionale uno dei punti toccati nel suo messaggio al Convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “I segnali di ripresa e le migliorate prospettive di crescita per il nostro Paese devono coinvolgere il sud del Paese”, ha detto.
“Il Mezzogiorno – ha continuato – è patrimonio di tutti, con le sue risorse ed i suoi valori. Con le sue straordinarie bellezze artistiche, paesaggistiche e ambientali; con i suoi giovani e la loro voglia di riscattarsi e di affermare il valore della legalita’, da cui nasce la speranza concreta per il rilancio del sud. Per essere terra di accoglienza e straordinaria umanità , con il soccorso ai migranti in fuga”.
Nessun riferimento, ovviamente, alla legge di stabilità , ma un invito rivolto a tutti a tenere sempre presente la centralità  del Meridione per la ripresa del Paese.
Critiche alla manovra.
Tuttavia, tornando al dibattito politico, le misure appena annunciate dal presidente del Consiglio Renzi a tanti non sembrano essere sufficienti.
“Sul Sud non c’è nulla, nemmeno un po’ di minestra riscaldata visto che tra le priorità  strategiche c’è la fine della Salerno Reggio Calabria che non è una novità “, ha detto il primo cittadino di Napoli de Magistris commentando i contenuti della Legge di Stabilità  illustrata ieri dal presidente del Consiglio Renzi.
Secondo il sindaco nel testo non ci sono “fatti significativi” nemmeno sul fronte delle risorse per il Mezzogiorno.
“Non è – ha aggiunto de Magistris – una manovra che fa registrare una svolta nei rapporti tra Governo e Mezzogiorno e tra il Governo e Napoli. Da questi governi liberisti – ha proseguito – ormai non mi aspetto manovre che vadano nella direzione di una giustizia sociale e della riduzione delle disuguaglianze. Noi – ha concluso – continueremo a lottare per migliorare grazie alle nostre forze”.
Stessa delusione si legge nelle parole di Marco Gay, presidente dei giovani di Confindustria: “Dov’è finito il ‘Master Plan’ per il Sud annunciato ad agosto? Possiamo parlare di ‘Master Plan’ per il Sud senza avere ancora un piano industriale per l’Italia intera? Chiediamo un progetto di politica industriale da due anni – ha aggiunto il leader dei giovani industriali -, chiediamo di coinvolgere nella progettazione chi al Sud lavora e fa impresa – non solo le amministrazioni pubbliche – e che sia uno shock positivo”.
“Leggiamo invece – specifica il presidente dei giovani di Confindustria – che il ‘Master Plan’ per il Sud sarebbe un insieme di misure che, in tutto, valgono 150 milioni quest’anno, su una finanziaria che vale quasi 30 miliardi. Che non ci sono il credito d’imposta per i nuovi investimenti e ampliamenti, quello per la ricerca, i contratti di sviluppo, come invece ci aspettavamo. Così è troppo poco – conclude – quasi inutile”.
Le misure contenute nella manovra a favore del Sud non sono abbastanza.
I fondi stanziati troppo pochi, sostengono i sindacati: “Il notevole battage propagandistico del Presidente del Consiglio sulla Legge di stabilità  non riesce ad edulcorare la dura realtà  – si legge in una nota della Cgil calabrese – Si favoriscono i ceti redditieri e gli immobiliaristi. Non c’è una credibile politica di rilancio e di investimenti e della produzione e non c’è nessun impegno serio e strategico per la Calabria e per il Sud”. §Per la presidente della Cisl Annamaria Furlan “i provvedimenti che il governo ha preso sul Sud nella finanziaria siano insufficienti, ci vuole altro, ci vuole più impegno e più investimenti”.

(da “Huffingtonpost”)

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UNA MANOVRA PRIVA DI DINAMISMO CHE GUARDA ALLE ELEZIONI

Ottobre 15th, 2015 Riccardo Fucile

UNA LEGGE DI STABILITA’ DIFENSIVA CHE RIVELA L’INCONFESSABILE: CHE I SOLDI NON CI SONO

Una manovra economica priva di dinamismo. Una manovra difensiva, che manca di una spinta propulsiva e anche un po’ di anima.
Una manovra che purtroppo rivela l’inconfessabile: soldi non ci sono, l’Italia è un paese ancora in crisi o che al massimo sta appena mettendo la testa fuori dall’acqua e quindi più di questo non si può fare, almeno per ora.
Nella Legge di Stabilità  c’è poco o niente a favore di aziende e lavoratori. In altri termini, non c’è nessuno stimolo reale che possa aiutare il nostro paese ad avere quello scatto di reni fondamentale per duplicare il tasso di crescita l’anno prossimo e quelli a venire.
Il taglio della tassa sulla casa stimolerà  i consumi”, ci potrebbe rispondere il Presidente del Consiglio.
Purtroppo non è proprio così, visto che Bankitalia, Ocse e tanti altri istituzioni economiche ripetono da tempo come non ci sia nessuna evidenza di un automatismo fra i due fenomeni e anzi in realtà  bisognerebbe sempre privilegiare la tassazione sugli immobili rispetto a quella sul lavoro.
Dalle parti di Bruxelles ce lo ricordano a ogni piè sospinto, ma Roma preferisce seguire la stella polare delle prossime Amministrative di primavera.
Se si vanno a prendere le singole misure, viene fuori che quasi tutta la manovra da 27 miliardi consiste nell’evitare l’aumento delle clausole di salvaguardia ovvero l’aumento automatico di Iva e accise in copertura a spese fatte in passato (17 miliardi) e abolire la tassa sulla casa e l’Imu agricola (circa 5 miliardi).
Per il resto ci sono tante piccole misure da poche centinaia di milioni di euro e quindi dalla dubbia efficacia per stimolare la crescita o per l’equità  sociale.
Qualche esempio? I 600 milioni per la povertà , i 300 milioni per il rinnovo dei contratti pubblici, i 400 milioni per il sociale e così via.
Pochi spicci nel bilancio statale. Una serie di micro-misure spot più adatte per riempire di tweet la conferenza stampa post-manovra che per avere un reale effetto sul pil.
E poi c’è la grande assente: sua signora Spending Review.
Croce senza delizia di tutti i premier che l’hanno annunciato senza mai attuarla, anche Renzi purtroppo ha dimostrato una certa impotenza nel combattere la sempre affamata bestia della macchina pubblica.
Dei tanto sbandierati 10 miliardi di tagli, alla fine sì e no si riuscirà  ad arrivare alla metà . E lo si farà  con quei meccanismi ben noti a tutti i governi precedenti, sia che a via Venti settembre fosse seduto Giulio Tremonti che Fabrizio Saccomanni: tagli lineari o semilineari ai ministeri e mannaia sulla spesa sanitaria – e quindi in ultima analisi alle Regioni.
Non a caso il professore Roberto Perotti – incaricato di buttare giù una lista di interventi assieme al fedelissimo renziano Yoram Gutgeld – ha lasciato la cabina di regia di palazzo Chigi in modo tutt’altro che pacifico.
Per non parlare poi delle altri fonti di copertura della manovra, tutt’altro che strutturali: 13 miliardi in deficit grazie alla “benevolenza” europea, 2 dal rimpatrio dei capitali esteri e uno dalla tassazione sui giochi.
E 6 miliardi ancora ballerini, visto che nè Renzi nè Padoan hanno chiarito da dove verranno.
Insomma, una manovra senz’anima, che non apre nel migliore dei modi quella che dovrebbe essere la fase due del governo Renzi, fase partita l’istante dopo che il premier ha incassato con larga maggioranza le riforme costituzionali.
Invece per far ripartire davvero l’Italia ci sarebbe bisogno di una vera campagna a favore di imprese e lavoratori, altro che Tasi.

Gianni Del Vecchio
(da “Huffingtonpost“)

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LEGGE STABILITA’ DA 27 MILIARDI, ESULTA SOLO CONFINDUSTRIA

Ottobre 15th, 2015 Riccardo Fucile

MISURE DEMAGOGICHE FINANZIATE PER 13 MILIARDI AUMENTANDO IL DEFICIT, PER 2 CON TAGLI ALLA SANITA’, PER 5 CON RISPARMI TEORICI, 1 DA NUOVE TASSE SUI GIOCHI, PER 6 NON SI SA… L’IMPORTANTE E’ LA MARCHETTA AI PROPRIETARI DI CASE E AGLI IMPRENDITORI

Il premier Renzi ha presentato la manovra varata dal Consiglio dei ministri. Dimezzata la spending review, la maggior parte delle coperture arriverà  da un aumento del deficit. Il taglio dell’Ires per le imprese sarà  anticipato al 2016 solo se la Ue consentirà  più spazio di manovra sui conti pubblici a fronte dell’emergenza immigrazione
I risparmi sulla spesa pubblica sono dimezzati a 5 miliardi, come da indiscrezioni.
E il Fondo sanitario nazionale l’anno prossimo avrà  una dotazione di soli 111 miliardi contro i 113,1 previsti fino a settembre.
Eppure per Matteo Renzi la legge di Stabilità  per il 2016 da 27 miliardi di euro, licenziata giovedì dal consiglio dei ministri, è “straripante di buone notizie” ed è “una legge di fiducia”.
Le principali misure previste, che il premier ha presentato con 25 “tweet”, sono l’annunciato taglio della Tasi e dell’Imu sulla prima casa nonchè dell’Imu agricola e sui macchinari, il rinnovo degli sgravi per le assunzioni ma con un valore più che dimezzato rispetto a quello in vigore quest’anno, la possibilità  per gli over 63 di chiedere all’azienda di lavorare part time, l’aumento del tetto all’uso del contante, un intervento straordinario per le case popolari, il canone Rai in bolletta ma ridotto da 113 a 100 euro, un concorso per l’assunzione di 500 docenti italiani residenti all’estero.
I Comuni avranno più spazio di manovra, nell’ambito del Patto di Stabilità  interno, per investire in “strade, scuole, marciapiedi, giardini e frane”.
Quanto alle clausole di salvaguardia, cioè gli aumenti automatici di Iva e accise che scattano se il governo non trova risorse alternative, vengono azzerate solo quelle del 2016, che valgono 16,8 miliardi.
Per gli anni successivi il problema è rimandato. Entro l’anno, ha annunciato Renzi, ci sarà  poi “un’altra misura di sostegno, un decreto o vedremo cosa, che stanzierà  un 1 miliardo non solo per il Giubileo ma anche per la Terra dei fuochi e per Bagnoli“.
Visto che la spending review non ha ottenuto i risultati previsti, gran parte delle coperture — 13 miliardi — arriverà  da un aumento del deficit, che nel 2016 salirà  almeno al 2,2% del prodotto interno lordo.
Ma potrebbe toccare il 2,4% se Bruxelles darà  il via libera a una maggior flessibilità  sui conti pubblici a fronte dell’emergenza immigrazione: il governo ha chiesto di attivare una “clausola migranti” del valore, appunto, dello 0,2% del pil.
E proprio a questa clausola, su cui però la Ue ha già  frenato, è appesa la possibilità  di anticipare al 2016 il taglio dell’Ires per le imprese, che altrimenti entrerà  in vigore nel 2017.
Per questo Renzi ha spiegato che la manovra vale 27 miliardi “nella versione base”, 30 miliardi “nella versione accessoriata“, subordinata alle decisioni della Commissione.
Il resto delle entrate arriverà  dal rientro dei capitali occultati all’estero (il governo stima l’introito in 2 miliardi). Un miliardo di euro dovrebbe poi arrivare dalla tassazione sui giochi pubblici.
Prorogati gli sgravi per le assunzioni, ma calano al 40%
La decontribuzione sulle nuove assunzioni, introdotta dalla manovra dell’anno scorso, è confermata, ma il valore massimo dello sgravio nel 2016 scenderà  al 40% degli 8.060 euro annui previsti ora. Per il rinnovo dei contratti degli statali, imposto dalla Corte costituzionale lo scorso giugno, vengono stanziati 300 milioni di euro.
Per le pensioni niente flessibilità  ma arriva il part time
Sul fronte pensioni “non c’è la flessibilità “, come già  ammesso da Renzi, ma il governo ha varato “quattro misure: no tax area, opzione donna, salvaguardia esodati e part time“. Per queste misure “non c’è un aumento di costi”, ha chiarito il premier.
Il “Jobs act per i lavoratori autonomi”
Con la legge di Stabilità  viene introdotto “una sorta di Jobs act per i lavoratori autonomi”, ha anticipato Renzi, senza però spiegare nel dettaglio come cambierà  il regime fiscale per le partite Iva.
Fondo per la lotta alla povertà 
Le risorse per la lotta alla povertà  ammontano a 600 milioni in 2016, 1 miliardo nel 2017 e altrettanti nel 2018. Per finanziare la misura, ha spiegato il premier, saranno coinvolte le fondazioni bancarie e il terzo settore. Il fondo sociale sarà  finanziato con 400 milioni di euro, di cui 100 ad hoc per la legge sul Dopo di noi, quella che prevede misure di assistenza e tutela delle persone con disabilità  dopo la morte dei genitori, in sinergia con associazioni del terzo settore ed enti locali.
Le norme per le imprese
“Superammortamenti: chi investe nell’azienda ammortizza al 140% invece del 100%”. Le imprese che acquistano macchinari e computer potranno scaricare dalle tasse il 140% della spesa. Renzi ha ribattezzato la misura “Legge Padoan 2.0” sulla scia della Legge Macron in Francia.
Al contrario il taglio dell’aliquota Ires dal 27,5% al 24% scatterà  solo nel 2017. Un anticipo all’anno prossimo sarà  possibile solo se la Ue concede a Roma di far salire il deficit di ulteriori 0,2 punti di pil per l’emergenza migranti. Il governo, insomma, intende usare i soldi chiesti per l’immigrazione per finanziare gli sgravi alle imprese.
Il rientro dei cervelli
“Mille ricercatori, 500 cattedre speciali e 500 assunzioni nella cultura. Mettiamo 100 milioni in più nella cultura”. Così il tweet che sintetizza le norme per incentivare il rientro dei cervelli dall’estero.
Triplicato il tetto all’uso del contante
Il limite all’uso del contante sale da mille a 3mila euro. L’Italia oggi “ha una legge sull’autoriciclaggio, sull’anticorruzione e per rendere più severe le pene per chi delinque. Il Paese ha visto finalmente dare frutti alla lotta dell’evasione, che noi combattiamo soprattutto all’estero e poi anche in Italia”, ha detto Renzi per spiegare la scelta, dopo le critiche arrivate da chi sostiene che la misura favorisce nero e riciclaggio.
Le varie misure messe in campo dal governo nel 2015, come lo split payment, la fatturazione elettronica, la dichiarazione dei redditi telematica “hanno portato a un aumento del gettito fiscale”, ha sostenuto il premier.
“Avendo noi fatto un’infrastruttura per la lotta all’evasione, oggi c’è la possibilità  di riportare l’Italia a un livello di semplicità  degli altri Paesi”.
Spending review con i soliti tagli ai ministeri
l valore della spending review “è quella che ci aspettavamo, 5 miliardi al netto delle tax expenditures“, ha detto Renzi. Il governo ha deciso di non intervenire sulle agevolazioni fiscali (deduzioni e detrazioni), come invece era previsto dal Documento di economia e finanza approvato lo scorso aprile, perchè “intervenire oggi significa aumentare le tasse”, ha ammesso il premier.
“Ci sono 4 miliardi da modificare e secondo noi sarebbe giusto”, ma con la legge di Stabilità  “volevamo dare un messaggio: non aumentiamo le tasse”.
Che cosa resta dunque dell’ennesima operazione di revisione della spesa?
La sostanza della spending è fatta “dai tagli ai singoli ministeri, orientativamente il 3%, ma non sono tagli lineari ma specifici: tagli alla pubblica amministrazione centrale, costi standard, mancato incremento di alcune voci come quella del personale”, ha spiegato il premier.
“Alcune misure, poi, sono giuste e sacrosante ma non portano risparmi. Come quella sulle partecipate: le riduciamo ma questo non corrisponde a una diminuzione del bilancio pubblico perchè non riduciamo i soldi per i Comuni. Quei soldi diventano risparmi che i Comuni spenderanno in altro modo, io spero in investimenti”. E poi, come già  visto, c’è la riduzione dei fondi per la sanità .

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PER TAGLIARE L’IMU RIDURRANO LE DETRAZIONI: IL BLUFF DI UNA PARTITA DI GIRO

Settembre 4th, 2015 Riccardo Fucile

QUALCUNO PAGHERA’ PIU’ TASSE PER FINANZIARE IL TAGLIO DELL’IMU

Da oggi il contribuente italiano può cominciare a preoccuparsi per le sue detrazioni, deduzioni e agevolazioni fiscali.
Torna, infatti, in Consiglio dei ministri per l’approvazione definitiva-dopo il parere delle commissioni parlamentari — il decreto legislativo che attua la delega fiscale al governo intitolato a“stima e monitoraggio dell’evasione fiscale” e “monitoraggio e riordino delle disposizioni in materia di erosione fiscale”.
Ecco questa seconda parte (“erosione fiscale”) sono detrazioni, deduzioni e agevolazioni varie, anche dette “spese fiscali”(taxexpenditure).
L’ossessione per questo capitolo del bilancio pubblico data ai tempi di Giulio Tremonti, che voleva ricavarne almeno venti miliardi.
Per censirle, il ministro dell’Economia di Silvio Berlusconi nominò un’apposita commissione presieduta da Vieri Ceriani, esperto fiscale di Banca d’Italia,per tagliarle di 20 miliardi.
Le conclusioni furono presentate a fine novembre 2011: ci sono in tutto 720 tipi di detrazioni, deduzioni e agevolazioni per un mancato introito per l’erario di 253 miliardi di euro.
Piatto ricco a cui Ceriani — nel frattempo diventato sottosegretario di Mario Monti— ha sempre guardato con estrema attenzione.
Ora, il nostro è il principale consigliere del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan in materia fiscale, quello che ha in mano tutti i dossier che contano.
Gli ci sono voluti quattro anni, ma da oggi Vieri Ceriani ha in mano la pistola per colpire le tax expenditure.
La bozza di decreto legislativo che entra oggi in Consiglio dei ministri, infatti, prevede che“le spese fiscali per le quali sono trascorsi cinque anni dalla entrata in vigore sono oggetto di specifiche proposte di eliminazione, riduzione, modifica o conferma”da allegare alla nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) votato dal Parlamento durante la sessione di bilancio.
I criteri sono due: intanto “dare priorità ”(cioè cercare di non decurtare) alle spese fiscali per lavoro, pensioni, salute, istruzione e famiglia; poi — ma l’ordine andrebbe forse invertito — tener conto delle procedure rafforzate di bilancio introdotte dal nuovo articolo 81 della Costituzione, quello sul pareggio di bilancio.
Insomma, le spese fiscali potrebbero essere tagliate anche per far quadrare i conti, mentre la destinazione normale dei risparmi conseguiti coi tagli – si legge nel decreto legislativo – dovrà  essere il Fondo per la riduzione della pressione fiscale da usare all ‘interno della stessa Legge di Stabilità  (cioè la manovra autunnale).
E qui, forse, si capisce meglio la strategia di Matteo Renzi per il grande taglio fiscale: da un lato si riducono o eliminano deduzioni e detrazioni – cioè qualcuno pagherà  più tasse di prima – dall’altro si abolisce l’Imu sulla prima casa.
Una classica redistribuzione del carico, se così fosse, piuttosto che una diminuzione della pressione fiscale complessiva.
Certo, il vantaggio – anche agli occhi di Bruxelles – è che le detrazioni sono considerate “spese” e quindi si potrebbe comunque dire che si è fatta la spending review.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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