Ottobre 16th, 2013 Riccardo Fucile
STANGATA SULLE SECONDE CASE, PROROGATI I BONUS EDILIZI
«Non sarà come l’Imu », assicurava ieri il premier Letta in conferenza stampa. 
Ma come sarà , la nuova tassa sulla casa ribattezzata Trise (Tassa rifiuti e servizi), il governo non lo spiega.
Perchè attorno al balzello, in vigore dal 2014, in realtà sta montando un caos degno della vecchia Imu, a cui purtroppo somiglia sempre di più.
Gli uffici studi della Cgia di Mestre e del Servizio territoriale della Uil calcolano, in base a quanto emerso nelle bozze del disegno di legge circolate sin qui, che la Trise potrebbe alla fine risultare un po’ meno cara dell’Imu sulla prima casa versata dagli italiani nel 2012, ultimo anno di applicazione
Con una differenza, evidenziata però dalla Cgia.
Poichè con la Trise spariscono le detrazioni per i figli, il vantaggio rispetto all’Imu rischia non solo di annullarsi, ma di trasformarsi in uno spiacevole aggravio
L’incubo della tassa sul mattone dunque continua.
La discussione sulla Trise si è protratta a lungo nel Consiglio dei ministri fiume che ieri notte ha licenziato la legge di Stabilità .
Tra l’altro, fuori sacco, il Cdm ha pure esaminato l’ipotesi per le aziende di dedurre da Irpef e Ires (ma non dall’Irap) il 20% dell’Imu pagata sui capannoni.
Una misura che verrebbe finanziata ripristinando l’Irpef sulle case sfitte (nella misura del 50%).
L’unica notizia certa è sui bonus edilizi. Chi deve ristrutturare l’abitazione o efficientarla dal punto di vista energetico potrà contare ancora, per tutto il 2014, sui due sgravi previsti per quest’anno, le detrazioni del 50% e 65%, rispettivamente.
Una proroga che vale un miliardo.
Un altro miliardo (non due come ipotizzato alla vigilia) sarà poi stanziato a favore dei Comuni, così da ridurre il peso della Trise.
La nuova tassa sugli immobili dovrebbe difatti essere pagata non solo dai proprietari di prime e seconde case, ma anche dagli affittuari (una quota tra il 10 e il 30%).
L’aliquota base sembrerebbe ormai fissata all’1 per mille da applicare sulla rendita catastale, la stessa base imponibile dell’Imu (ma con l’alternativa per i sindaci di applicare un euro a metro quadro).
E il suo massimale sarebbe il tetto massimo già vigente con l’Imu sommato all’un per mille. E quindi: sette per mille sulle prime case e addirittura 11,6 per mille per le seconde. Una stangata vera e propria, in questo caso, considerato che seconde e terze abitazioni continueranno a versare anche l’Imu.
Cosa faranno i Comuni il prossimo anno? Si fermeranno all’1 per mille o useranno il così ampio margine di manovra loro consentito?
Secondo la Uil, il gettito della Trise — dato da due componenti: Tasi e Tari, servizi indivisibili e rifiuti — sarebbe pari a 3,5 miliardi, se calcolato con l’aliquota base dell’1 per mille e spalmato su 33 milioni di abitazioni (20 milioni di prime case più le abitazioni in affitto e le seconde case).
Questo significa che il gettito Imu sulle prime case — l’unico a sparire il prossimo anno e pari a 4 miliardi nel 2012 — sarebbe ampiamente rimpiazzato dalla Trise più il miliardo
di compensazione statale.
Ma certo i Comuni sono affamati di risorse.
Per quanto riguarda la singola famiglia poi, la Cgia di Mestre individua in 366 euro l’esborso che l’attende in media nel 2014.
Più di quest’anno (sulle prime case l’Imu è stata abolita), ma meno del 2012. Sempre se non si hanno figli (i Comuni però saranno liberi di fissare sconti e bonus famiglia)
Nel frattempo, ieri la Camera dei deputati ha votato un emendamento, contro il parere del governo, che consentirà ai Comuni di equiparare, per la rata del prossimo dicembre, alla prima casa anche quella concessa in comodato d’uso dai genitori ai figli (quindi zero imposta).
Misura che costerà 18,5 milioni di euro. Di qui le perplessità del governo.
Valentina Conte
(da “la Repubblica“)
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Ottobre 16th, 2013 Riccardo Fucile
PRECARI ED ESUBERI, STOP AL TURN OVER… SALE A UN ANNO L’ATTESA PER LA LIQUIDAZIONE…IL SETTORE PUBBLICO USATO COME BANCOMAT, PRELEVATI GIA 7 MILIARDI IN TRE ANNI, PERDITA DI 600 EURO A TESTA
Contratti fermi, blocchi del turn over, tagli agli straordinari e — una volta andati in pensione — raddoppio dei tempi previsti per incassare la liquidazione: gli statali mettono sul piatto della legge di Stabilità un miliardo e mezzo.
Per i dipendenti pubblici è un ennesimo tributo che va ad aggiungersi a quanto già versato negli anni scorsi: in certi casi la “stretta” è stata rinnovata, in altri amplificata; comunque sia la categoria considera gli interventi appena varati «inaccettabili» e il sindacato ha già annunciato di essere pronto alla mobilitazione
Il rospo più difficile da mandare giù è quello relativo al blocco dei contratti, che — per quanto riguarda la parte retributiva — resteranno fermi per tutto il 2014 sia a livello nazionale che a livello di integrativo.
I dipendenti del settore pubblico hanno siglato l’ultima trattativa nel 2009 e da allora i loro stipendi sono al palo: negli ultimi tre anni, lo stop ha provocato in media una perdita secca di 600 euro a testa, cifra “potenziata” dal crollo del potere d’acquisto subìto dalle famiglie negli anni della crisi.
Ora arrivano altri dodici mesi di immobilità , non solo: dal 2015 al 2017, quando le trattative potranno essere riaperte, la cifra massima d’indennità di vacanza contrattuale prevista sarà pari «a quella in godimento al 31 dicembre 2013». Anche i compensi riconosciuti per il mancato rinnovo dei contratti resteranno quindi congelati.
Un altro colpo inferto alle buste paga arriva dalla stretta sulle ore di straordinario: la legge di Stabilità prevede che le spese per il loro compenso debba essere ridotta del 10 per cento rispetto a quella sostenuta nel 2013; per Polizia, forze armate e Vigili del fuoco il taglio sarà invece del 5 per cento.
Per chi va in pensione poi, saranno raddoppiati i tempi di attesa per avere diritto alla liquidazione: per i compensi che superano i 50 mila euro ora il Tfr viene versato al dipendente dopo sei mesi, dal 2014 si dovrà aspettare un anno.
Oltre al blocco dei contratti (che potranno essere rivisti solo nella parte normativa), il governo ha riconfermato e diluito nel tempo anche il blocco del turn over già in vigore.
Nel 2014 il settore pubblico potrà assumere solo il 20 per cento dei dipendenti che manderà in pensione, nel 2015 la quota passerà al 40 per cento, nel 2016 al 60, nel 2017 all’80 per cento. Il blocco non è applicato a Polizia, forze armate, Vigili del fuoco, ma le altre amministrazioni pubbliche potranno lasciarsi alle spalle il parziale fermo alle assunzioni solo nel 2018.
Il Consiglio dei ministri ha invece bocciato la norma, prevista nella bozza in entrata, che prevedeva il versamento di un contributo di 5-10 euro per poter partecipare ad un concorso pubblico, mentre dovrebbe essere estesa alle società controllate, partecipate e ai cda il tetto massimo alle retribuzioni fissato a 300 mila euro
Interventi che, soprattutto per quanto riguarda contratti e turn over, il sindacato considera «inaccettabili».
«Il settore ha già dato», commenta Raffaele Bonanni, leader della Cisl. Rossana Dettori, segretario generale Fp-Cgil, precisa che «il fermo dei contratti, negli ultimi tre anni, è costato ai dipendenti 7 miliardi, cui rischiano di aggiungersi altri sette se fino al 2017 non sarà corrisposto altro che la vacanza contrattuale. Il lavoro pubblico non è un bancomat».
Quanto al blocco del turn over, «negli ultimi dieci anni la Funzione pubblica ha già perso 300 mila posti di lavoro e fine anno scadranno i contratti di 126 mila precari: i servizi offerti sono a rischio». «Già oggi — fa notare Dettori — anche in settori sensibili come la scuola e la sanità quelle ore di straordinario che il governo vuole tagliare servono spesso a garantire la copertura dei turni. Risponderemo punto per punto, se necessario con la mobilitazione».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 16th, 2013 Riccardo Fucile
IL PREMIER EVITA IL TEMUTO INTERVENTO SULLA SANITà€, MA LO STIMOLO ALL’ECONOMIA SI RIDUCE A POCHE DECINE DI EURO …ALL’ANNO. MA PD E PDL SONO CONTENTI
Enrico Letta riesce nel suo obiettivo principale: non scontentare nessuno nel passaggio più difficile di queste
settimane, l’approvazione della legge di Stabilità .
“La manovra non toglie nulla alla Sanità e fa scendere tasse per famiglie e imprese”, annuncia in una conferenza stampa convocata a metà della riunione del Consiglio dei ministri, in tempo per i tg della sera.
Al suo fianco torna Angelino Alfano, vicepremier del Pdl, felice di poter vantare i risultati del suo ruolo di “sentinella delle tasse”.
Sono tutti contenti: la stangata diventa una spolverata di rigore con accenni di spesa per scavallare almeno la scadenza della mezzanotte, termine per mandare la bozza della legge di Stabilità alla Commissione europea a Bruxelles che farà un’esame preliminare prima del Parlamento.
Letta aveva preso un impegno: questa legge di stabilità dovrà essere ricordata per un forte intervento sul cuneo fiscale, cioè sul carico di tasse e contributi che pesa sulla busta paga del dipendente e sul datore di lavoro.
Nelle simulazioni della vigilia si parlava di 4-5 miliardi all’anno con benefici — a spanne — di 200 euro a lavoratore. Ma l’intervento sarà minimalista: 10 miliardi in tre anni, nel 2014 soltanto 2,5. Quindi il beneficio sarà di poche decine di euro all’anno. E l’impatto sull’economia non percepibile.
Ma non imorta, perchè riducendo le ambizioni sul cuneo, Letta è riuscito a evitare i tagli alla sanità di cui si parlava nelle bozze della manovra: 4,5 miliardi di euro che avevano fatto protestare il ministro della Salute Beatrice Lorenzin e tutte le categorie coinvolte.
Niente tagli, dunque, con il Pd che si tranquillizza perchè l’effetto si sarebbe sentito soprattutto nelle Regioni del centro-nord, come Toscana ed Emilia.
In quota centrosinistra vanno anche tutti gli interventi sociali: il blocco dell’aumento dell’Iva per le cooperative e il rifinanziamento dei fondi per la non autosufficienza.
Il Pdl può intestarsi la “vision della manovra”, come dice Alfano, cioè “meno spesa e meno tasse”.
Letta usa la sua ormai consolidata tattica di comunicazione retorica: l’elenco. Cita tutto, incluse misure solo futuribili come la tassazione dei capitali italiani in Svizzera e un piano di privatizzazioni i cui contenuti sono sempre vaghi.
Glissa invece con una certa abilità sui dettagli della tassazione immobiliare: è ormai chiaro che la Service Tax, che ora si chiama Trise, sarà pesante, che colpirà anche gli inquilini oltre che i proprietari e che dovrebbe coinvolgere anche la prima casa (nessuno sa, inoltre, da dove arriveranno i 2,4 miliardi necessari a evitare il pagamento della rata Imu di dicembre).
Ma al Pdl l’argomento non è congeniale, quindi Letta evita di approfondire. E i 500 milioni di tagli alle taxexpenditures, cioè detrazioni e deduzioni, si potrebbero anche chiamare “aumenti delle tasse”, ma Letta non usa formule così brutali.
“Le ultime misure dell’Italia sembrano andare nella direzione giusta”, aveva detto il commissario europeo Olli Rehn alla vigilia del Consiglio dei ministri, a marcare una certa benevolenza dell’Europa.
Dietro gli slogan restano molte domande.
La prima è se l’Europa riterrà sufficienti le coperture.
L’altra — sollevata da Confindustria — è se questi interventi sono sufficienti a spingere la crescita. Il ministro Saccomanni si sbilancia: “Non cresceremo a ritmi cinesi, ma possiamo arrivare al 2 per cento”. Sembra tanto, ma il governo aveva già stimato prima della manovra un Pil a +1,7 per cento nel 2015 e +1,8 nel 2016.
Quindi, di fatto, anche Saccomanni ammette che la manovra non servirà a molto.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 16th, 2013 Riccardo Fucile
IL GOVERNO APPROVA LA LEGGE DI STABILITà€ IN TEMPO PER MANDARLA A BRUXELLES: UN PO’ DI SPESA IN DEFICIT, ANCHE PER IL SOCIALE, PICCOLA RIDUZIONE DELLE TASSE SUL LAVORO
Quella presentata ieri da Enrico Letta, giusto in tempo per i Tg della sera, è davvero la sua manovra: leggerina e piena di cose atte a dare l’idea del buon senso e del pragmatismo.
Si tratta di quella levità da cui scaturiscono i miracoli: il rapporto deficit/Pil migliora, il debito cala e la crescita decolla attorno al “2 per cento” all’anno (dice il ministro Fabrizio Saccomanni).
In attesa del testo definitivo, messo a punto nella notte a palazzo Chigi, ecco un riassunto di quel che si sa finora e degli annunci a margine.
I NUMERI.
La manovra prevede uscite o minori entrate per 11,5 miliardi nel 2014 e per altri 15 miliardi nel biennio successivo.
Le coperture per l’anno prossimo ammontano però solo a otto miliardi e mezzo. “Merito della flessibilità contrattata in Europa”, sorride Letta.
Merito delle stangate di Mario Monti, in realtà , i cui effetti sono ancora pienamente operanti nel bilancio e anzi vanno applicati (com’è il caso della spending review, con risparmi già messi a bilancio per il 2014).
È grazie alle lacrime di Elsa Fornero, per così dire, che il governo può sostenere che il rapporto deficit/pil sarà al 2,5 per cento l’anno prossimo: il rapporto era infatti stimato a settembre — senza che Letta avesse fatto niente — al 2,35 per cento, vale a dire giusto tre miliardi meglio di come sarà .
Il giochino funziona solo se i numeri del Documento di economia e finanza di settembre sono corretti.
E c’è da dubitarne: in particolare difficile che la crescita sia dell’1 per cento e che lo spread cali improvvisamente e senza motivo a duecento punti di media.
LA PRESSIONE FISCALE.
Cala, dice Letta: dal 44,3 al 43,3 per cento nel triennio 2014-2016. O meglio calerà , visto che nel solito Def la pressione fiscale l’anno prossimo era prevista proprio al 44,3 per cento.
Il conto sembra tornare con le notizie disponibili: circa tre miliardi di sgravi, infatti, sono destinati alla riduzione del cuneo fiscale, ma poi ci sono pure due miliardi di nuove tasse tipo l’aumento dell’imposta di bollo sui prodotti finanziari e la “revisione delle tax expenditures” (tagliano deduzioni e detrazioni, cioè che aumentano le tasse) più altro gettito da manovre fiscali su banche e assicurazioni.
A stare ai numeri, sembra che pure la famosa Trise — la nuova tassa comunale sugli immobili — non venga considerata meno onerosa dell’accoppiata Imu-Tares, anzi a consuntivo potrebbe essere anche peggiore : sui rifiuti infatti si paga a tariffa e sarà più cara della vecchia Tarsu applicata finora dal-l’80 per cento dei comuni (la Tares era “cifrata” ad un miliardo di gettito in più della tassa sui rifiuti); sui servizi comunali decideranno i sindaci col vincolo che l’aliquota massima sia quella più alta dell’Imu “maggiorata dell’1 per mille”.
INVESTIMENTI E WELFARE.
È la parola più ripetuta da premier e ministri.
Uno sforzo c’è: dovrebbero ammontare a circa sei miliardi nel 2014.
Gli obiettivi sono i soliti: grandi infrastrutture stradali e ferroviarie (dal corridoio Adriatico alla Salerno-Reggio Calabria, dal Mose alla ristrutturazione della rete di Rfi fino alla ricostruzione de L’Aquila), appalti della difesa e delle forze dell’ordine. Viene pure rifinanziato per un miliardo l’ecobonus sulle ristrutturazioni e gli arredi e un miliardo di sforamento dal patto di stabilità interno è concesso ai comuni solo per le spese in conto capitale.
Una parte della copertura, tre miliardi e mezzo, viene da una riduzione della spesa corrente: 2,5 miliardi dalle amministrazioni centrali e uno dalle regioni (sulle une e le altre, giova ripeterlo, gravano anche i tagli di Monti e Tremonti per il 2014), ma non dal comparto salute, università e ricerca.
Il cuneo fiscale è la parte più deludente: pochi fondi rispetto alle previsioni e concentrati sugli anni a venire (si parlava di 15 miliardi subito, saranno 10,6 in tre anni). Il governo, comunque, ha provveduto a rifinanziare in tutto o in parte alcuni fondi sociali: dalla non autosufficienza alla social card, dal 5 per mille al Fondo per le politiche sociali: 1,28 miliardi a cui vanno aggiunti i 600 milioni per la cassa integrazione straordinaria.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 16th, 2013 Riccardo Fucile
UNA MANOVRA DI GALEGGIAMENTO, MANCANO STIMOLI ALLO SVILUPPO…L’IMU CAMBIA NOME, IL CUNEO FISCALE SI RIDUCE A UN BENEFICIO DI MENO DI 10 EURO AL MESE, PENALIZZATI GLI STATALI
La prima legge di stabilità della Grande Coalizione all’italiana riflette i limiti della strana maggioranza che l’ha
prodotta.
Non si può giudicare rivoluzionaria: non aggredisce il Leviatano della spesa pubblica improduttiva e non aziona le leve di un’economia competitiva.
Ma non si può neanche definire rinunciataria: azzarda qualche timido tentativo di introdurre politiche redistributive senza alimentare ulteriori dinamiche recessive.
Il risultato è una manovra di mantenimento. O di galleggiamento, secondo i punti di vista.
Ci mette «al sicuro con l’Europa » (e questo il premier Letta fa bene a rivendicarlo). Ma non «ci porta fuori dalla recessione» (e questo il ministro Saccomanni esagera a sottolinearlo).
Con questo pacchetto di misure da 11,6 miliardi non abbandoniamo il sentiero stretto del rigore, perchè con un debito pubblico che viaggia al 135% nei prossimi tre anni non possiamo permettercelo.
Ma non imbocchiamo la via larga dello sviluppo, perchè con una caduta di Pil del 9% negli ultimi cinque anni servirebbe tutt’altro coraggio.
La Finanziaria delle Larghe Intese brilla soprattutto per quello che non c’è (cioè i malefici che evita) piuttosto che per quello che c’è (cioè i benefici che porta).
Non c’è la temuta «stangata» sulla sanità , e di questo va dato atto al presidente del Consiglio che se ne intesta il merito.
Un salasso di 4 miliardi di tagli ulteriori sarebbe stato obiettivamente insostenibile. Questa è una voce del Welfare in cui si spende malissimo ma non tantissimo (9,3% del Pil in Italia, contro il 12% dei Paesi Bassi o l’11,6% di Francia e Germania), e in cui l’ideologismo dei tagli lineari decisi negli ultimi dieci anni dai governi Berlusconi-Tremonti ha fatto danni incalcolabili (come del resto è accaduto anche sull’istruzione e la ricerca).
Ma aver evitato questo ennesimo atto di macelleria sociale non basta a «qualificare» la manovra.
Si coglie qua e là una ricerca di soddisfare il bisogno crescente di equità che monta nel Paese.
Ma è quasi rabdomantica, e in alcuni casi contraddittoria. Anche qui, pesano chiaramente le diverse costituency politico- elettorali dei partiti di governo, che frappongono veti incrociati e giustappongono richieste. Senza elaborare una sintesi avanzata, senza enucleare una priorità definita.
L’esempio più lampante è la seconda rata dell’Imu: quest’anno non la verseremo perchè così ha preteso il Cavaliere nel «patto costitutivo» del governo, ma l’anno prossimo la pagheremo con gli interessi.
Cambierà solo il nome, ma non la sostanza: si chiamerà «Trise», e costerà in media 370 euro a famiglia. Un altro esempio è la tassazione del capitale: manca la forza di ripensare in modo definitivo la struttura squilibrata del prelievo sulle rendite finanziarie (tuttora colpite con aliquote pari alla metà esatta di quelle che gravano sul lavoro). Ma si supplisce con l’ulteriore inasprimento della «patrimonialina » sui bolli del deposito titoli.
Manca la determinazione di rimodulare il perimetro dello Stato sociale, allargandolo dove serve e restringendolo dove si può, ma si concede qualche risorsa aggiuntiva al Fondo dei non autosufficienti, alla Social card e alla cassa integrazione in deroga. Manca la fantasia di strutturare una fiscalità di vantaggio per i nuclei familiari, ma si prolungano gli eco-bonus sull’energia e sulle ristrutturazioni immobiliari.
Si introduce un contributo di solidarietà sulle pensioni più alte, ma si impongono nuovi sacrifici al pubblico impiego, sul quale non si interviene con una riforma radicale volta a un vero recupero di efficienza (come ci sarebbe un disperato bisogno), ma con un altro giro di vite sui rinnovi contrattuali e sulle prestazioni straordinarie (come nella peggiore tradizione forzaleghista).
Il risultato di questa complessa alchimia politico-finanziaria ha almeno il pregio di non essere una «mannaia» sulla testa dei contribuenti.
Su questo non si può dare torto a Letta. Ma se non c’è la stangata, appunto, purtroppo non c’è neanche la «frustata ».
Gli stimoli allo sviluppo si intuiscono, ma sono obiettivamente modesti. «Pagheremo meno tasse», dicono in coro premier e vicepremier.
Ma non ce ne accorgeremo, se lo sgravio si sostanzia in un calo della pressione tributaria di meno di un punto di Pil nel prossimo triennio.
E qui c’è il limite più serio di questa manovra. La grande operazione di abbattimento del cuneo fiscale è deludente. E ancora una volta, nell’affannosa mediazione tra le pressioni dei sindacati e le pretese di Confindustria, non vince nessuno, e rischiano di perdere tutti.
Il taglio vale sì 10 miliardi, diviso tra imprese e lavoratori, com’era stato annunciato. Ma sarà spalmato sull’arco dei tre anni.
Questo vuol dire che in una busta paga da 15 mila euro di reddito medio, per il 2014, arriveranno poco più di 100 euro di aumento delle detrazioni all’anno. Meno di 10 euro al mese.
Il costo di una napoletana in pizzeria, o di dieci cappuccini al bar.
La stessa cosa vale per gli sgravi Irap sui neo-assunti a beneficio delle imprese, che varranno 15 mila euro l’anno per ogni nuovo contratto stabilizzato.
Alla fine prevale la stessa logica, falsamente egualitaria, che condannò l’operazione sul cuneo fiscale compiuta dal governo Prodi nel 2006/2008.
Meglio di niente, ma non generò un solo centesimo di punto in più di prodotto lordo. Non è così che si sostengono i consumi e si rilanciano gli investimenti.
Questa è la vera occasione mancata. Annanzitutto che per un esecutivo «anomalo» come quello di Letta e Alfano. Ma era inutile illudersi troppo. Nelle condizioni date, mai come questa volta l’obiettivo della legge è quello di garantire ciò che recita il suo «titolo»: la stabilità .
Probabilmente non più de-crescita, ma certamente non ancora crescita. Solo stabilità . Stabilità dei conti pubblici, che in questo momento è specchio e garanzia degli equilibri politici.
Tutto questo soddisferà i «governisti» dei due poli. Piacerà alla matrigna Europa, e forse anche ai mercati tiranni.
Per carità , non è poco. Ma agli italiani serve molto di più
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 15th, 2013 Riccardo Fucile
LETTA ANTICIPA IL MONDO DEI SOGNI E PARLA DI RIDUZIONE DELLO 0,7% DELLA PRESSIONE FISCALE IN TRE ANNI, DISMISSIONI TEORICHE E TAGLI NON PRECISATI
Nessun taglio alla sanità , riduzione del cuneo fiscale per 2 miliardi e mezzo e da qui al 2016 5,6 miliardi in dote
alle imprese e 5 miliardi per alleggerire il peso del fisco sui lavoratori.
Sono le misure chiave della legge di stabilità , una manovra da 11,5 miliardi di euro che il governo Letta punta ad approvare in nottata in consiglio dei ministri: i conti pubblici sono infatti “in ordine”, a tal punto che — spiega il governo — il prossimo anno il deficit scenderà al 2,5% e la pressione fiscale scenderà di un punto in tre anni arrivando al 43,3%.
Il primo anno il cuneo fiscale vale 2,5 miliardi. Meno di quanto richiesto dalle parti sociali che tuonano immediatamente.
Confindustria già prima del Cdm lamenta l’assenza di “segnali forti” o se anche questi non saranno destinati a diventare oggetto di trattativa.
Subito dopo la conferenza stampa di Letta la Cgil diffonde una dura nota. “Non convince” e “manca un chiaro segnale di equità ” e “per la redistribuzione del reddito”. Ma le critiche arrivano praticamente da tutte le parti sociali: è una manovra “che allontana la ripresa”, che “non convince” e che non centra l’obiettivo dell’equità .
Il no arriva dalla Confindustria e in generale dal mondo delle imprese ma anche dalla Cgil e dalla Uil. E la stessa Cisl si rallegra, certo, per la riduzione delle tasse per i lavoratori e le imprese, ma bisogna “fare di più sul fisco”.
Per l’allentamento del patto di stabilità arriva solo un miliardo in investimenti contro i due attesi e anche sul fronte della nuova Service tax il finanziamento messo nero su bianco è solo la metà di quello previsto nelle bozze (1 miliardo anche in questo caso). Così come non convincerà tutti la scelta di non incrementare la tassazione delle rendite finanziarie che ancora nelle ultime bozze doveva salire dal 20 al 22%.
C’è un rinvio anche per un altro capitolo, quello dell’Iva.
La manovra è all’incirca di 11,5 miliardi nel 2014, 7,5 miliardi nel 2015 e 7,5 miliardi nel 2016.
Per quanto riguarda il prossimo anno sono previsti 3,5 miliardi per sgravi fiscali, 1 miliardo per gli enti territoriali, 500 milioni per pagare i debiti commerciali, 3,9 miliardi per spese inderogabili (dalle missioni ai non autosufficienti), 2,5 miliardi per nuovi progetti di spesa.
Due e mezzo sono dedicati al cuneo fiscale e qui sono comprese una riduzione dell’Irpef per le fasce medio-basse (1,5 miliardi) e una riduzione della quota lavoro dell’Irap (0,4). Tre miliardi e 700 milioni sono invece destinati a sgravi fiscali.
Saltano i tagli alla sanità , arrivano risorse dal rientro dei capitali all’estero e dalla rivalutazione delle quote di Bankitalia (ma ancora non sono quantificati) e calano (circa la metà ) le risorse destinate al taglio del cuneo fiscale
Le coperture: 3 miliardi e mezzo di tagli alla spesa
Le risorse della legge di stabilità a copertura dei nuovi interventi ammontano al momento a 8,6 miliardi di euro.
E’ quanto si legge in un documento del governo che fa parte del dossier dell’esecutivo. Si va da 3,5 miliardi di tagli alla spesa (di cui 2,5 al bilancio dello Stato e 1 alla spesa delle Regioni) ai 3,2 miliardi che derivano da dismissioni, rivalutazioni cespiti e partecipazioni e trattamento perdite (dei quali 2,2 dalla revisione del trattamento delle perdite di banche, assicurazioni e altri intermediari, 0,3 da misure riguardanti la rivalutazione delle attività delle imprese, 0,2 da misure riguardanti il riallineamento del valore delle partecipazioni, 0,5 da vendita di immobili).
E ancora tagli da 1,9 miliardi derivano da interventi fiscali, 0,9 dall’incremento dell’aliquota del bollo sulle attività finanziarie, 0,46 dal visto di conformità per le compensazioni sulle imposte dirette, 0,5 dalla riduzione delle spese fiscali attraverso interventi selettivi sulle agevolazioni fiscali da definire entro gennaio 2014.
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Luglio 24th, 2013 Riccardo Fucile
MANCANO CINQUE MILIARDI CHE SALGONO A 15 CON IMU, IVA E SPESE DA FINANZIARE
Finalmente se n’è accorto anche il governo: la recessione in Italia è peggiore di quella che ancora risulta a verbale sul Documento di economia e finanza (Def).
L’ultima modifica risale infatti a marzo, quando a palazzo Chigi c’era ancora Mario Monti, e prevedeva un Pil in calo dell’1,3% rispetto all’anno precedente e un deficit al 2,4% del Prodotto.
Poi il rapporto deficit/Pil è stato corretto al 2,9% per effetto del pagamento di venti miliardi di euro di debiti commerciali della P.A. e la Commissione europea ci ha benedetto con l’uscita dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo.
Peccato che ora anche quella (de)crescita dell’1,3% non sia più realistica: le cose vanno molto peggio di così.
E infatti, in questi giorni, la Direzione Analisi economico-finanziaria del Tesoro, guidata da Lorenzo Codogno, ha cominciato a riscrivere il Def incorporando una recessione maggiore: più o meno il calo del Pil dovrebbe aggirarsi — secondo il nuovo testo del governo — attorno all’1,9%, in linea con le recenti previsioni di Banca d’Italia, Ocse e Fondo monetario.
Ovviamente, questo non può non avere effetti anche su tutti gli altri parametri di finanza pubblica cari a Bruxelles: a meno di non scrivere palesi bugie nella prossima nota di aggiornamento al Def, insomma, per tenere il deficit sotto il 3% servirà una manovra correttiva.
CHIUSO NEL CASSETTO
Quanto vi stiamo raccontando non è affatto ancora ufficiale.
Nonostante il ministro Fabrizio Saccomanni l’avesse annunciata nella sua audizione in Parlamento — e nonostante il Pdl glie-l’abbia chiesta formalmente il 4 luglio durante il vertice di maggioranza — l’esecutivo non renderà pubblica nessuna “nota aggiuntiva” al Def 2013 fino a settembre, vale a dire quando la legge gli impone di presentare quella “di aggiornamento”.
Il viceministro Stefano Fassina, che ha la delega su queste materie, lo ha detto chiaramente anche se con motivazioni un po’ contraddittorie: “Per l’aggiornamento seguiremo le scadenze previste, anche per lasciare al Parlamento il tempo per esprimere le proprie valutazioni e fornire alla Ue un testo condiviso”.
Come possano le Camere dare pareri su alcunchè senza essere informate sul reale stato dei conti pubblici è un mistero, ma tant’è.
COSA CI ASPETTA
A quanto dovrà ammontare questa correzione dei conti pubblici?
Difficile dirlo ora, visto che il lavoro di riscrittura al Tesoro è appena iniziato e mancano dati fondamentali come ad esempio le entrate (la cui dinamica, al momento, non è positiva) della Pubblica amministrazione.
Qualche conto a spanne, in ogni caso, si può provare a farlo.
Si stima che la mancata crescita si rifletta almeno al 50% sull’indebitamento: nel nostro caso, se la correzione sul Pil sarà dello 0,6%, quella sul rapporto col deficit varrà almeno lo 0,3%, che in soldi fa più o meno cinque miliardi.
Poi, restano da trovare le coperture per i provvedimenti ponte su Iva e Imu per il 2013: all’ingrosso altri sei miliardi.
E ancora ci sono le spese non finanziate da Monti per altre centinaia di milioni di euro: la Cassa integrazione straordinaria, il rinnovo di migliaia di precari della Pubblica amministrazione, le missioni all’estero scoperte da settembre, alcune convenzioni con contratti di servizio e altro ancora.
Anche per questo si stima un fabbisogno di circa sei miliardi.
Insomma, per fare tutto e tenere il deficit sotto le colonne d’Ercole europee serve una manovra non inferiore ai 15 miliardi, all’ingrosso un punto di Pil.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 26th, 2012 Riccardo Fucile
SPROPOSITATA LA REAZIONE ALLA TASSA DEL 3% OLTRE I 150.000 EURO DI REDDITO… PDL E PD UNITI NELLA COCCA
«Il contributo di solidarietà del 3% sui redditi sopra i 150 mila euro a favore degli esodati è iniquo»: così ha dichiarato ieri il vice presidente di Confindustria Aurelio Regina.
Il contributo per finanziare l’ampliamento delle garanzie per gli esodati, a suo avviso, colpirebbe inoltre «una fascia di popolazione che è l’unica che spende, minacciando ulteriormente i consumi».
La prima reazione, nell’apprendere dell’attacco di Confindustria all’emendamento a favore degli esodati approvato dalla commissione Lavoro della Camera, è stata di soddisfazione.
In Italia c’è ancora qualche istituzione che funziona: la difesa dei propri associati da parte di Confindustria è stata pronta e decisa.
La cosa è ammirevole. E dovrebbe anche suscitare anche un po’di invidia, soprattutto nel mondo dei lavoratori dipendenti: basti pensare che il provvedimento di “riforma ” delle pensioni — proprio quel provvedimento che, elevando bruscamente l’età minima di pensionamento ha creato, tra l’altro, il dramma degli esodati senza stipendio nè pensione — è diventato legge nel silenzio del mondo sindacale, e che non una sola ora di sciopero è stata indetta dai principali sindacati per contrastarlo.
Se però si passa al merito delle argomentazioni di Aurelio Regina, allora la soddisfazione cede il passo alla delusione.
Perchè dispiace che il vice presidente di Confindustria affermi che la fascia di cittadini con un reddito superiore ai 150 mila euro “è l’unica che spende”.
Dispiace perchè non è vero.
In un certo senso è vero il contrario: infatti, quanto più si sale nella scala del reddito, tanto minore è la quota di reddito destinata ai consumi.
Sono i cittadini con i redditi più bassi quelli che spendono di più in proporzione a quanto guadagnano (e quindi, siccome sono molti di più, anche in assoluto). Precisamente per questo motivo ogni aumento delle tasse indirette, quelle sui consumi, è una tassa regressiva (ossia una tassa che colpisce in proporzione i poveri più dei ricchi).
E quindi andrebbe evitata.
Invece anche questo governo, come già quello Berlusconi- Tremonti, ha tra l’altro aumentato proprio le tasse indirette.
Ma l’affermazione del vicepresidente di Confindustria che lascia più perplessi è quella secondo cui il contributo di solidarietà del 3% sui redditi sopra i 150 mila euro sarebbe “iniquo”.
Di equità o meno delle manovre finanziarie dell’ultimo anno si è più volte dibattuto. In genere dimenticando che un criterio oggettivo su cui misurarle ci sarebbe. E anche semplice.
Siccome il 45% della ricchezza in Italia è detenuto dal 10% delle famiglie, una manovra equa avrebbe fatto pagare a quel 10% delle famiglie il 45% del peso dell’aggiustamento, e al restante 90% il resto.
Non occorrono calcoli particolarmente sofisticati per capire che la proporzione è stata ben diversa.
Sono gli stessi dati del Ministero dell’Economia a dirci come è stato ripartito il gettito nel 2011: su 412 miliardi totali, 193 sono stati costituiti da tasse indirette (vedi sopra), 127 da tasse su lavoratori dipendenti e pensionati, 78 da tasse sulle imprese, 14 miliardi dal gettito proveniente dai lavoratori indipendenti.
È evidente la sproporzione a sfavore di lavoratori dipendenti e pensionati.
Ed è anche evidente in quali categorie di contribuenti, tra quelle citate, si annidi un’evasione fiscale che nasconde al fisco 276 miliardi di euro di ricchezza all’anno e 120 miliardi di gettito.
Ora, tutto questo non è soltanto eticamente inaccettabile. È una patente violazione di quanto previsto dalla nostra Costituzione.
Vale infatti la pena di ricordare che secondo la Costituzione della Repubblica Italiana «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività ”(art. 53).
Di fatto, invece, il principio costituzionale della progressività delle imposte in Italia è rovesciato.
Questa è l’iniquità del nostro sistema fiscale: quella vera.
Rispetto a questo, un 3% una tantum richiesto a chi percepisce redditi superiori ai 150.000 euro non sembra gran cosa (anche perchè oltretutto il contributo di solidarietà riguarderebbe soltanto la parte di reddito che eccede tale cifra).
Meglio sarebbe una rimodulazione e aumento degli scaglioni dell’Irpef, abbassando le tasse sui redditi più bassi e aumentandole su quelli più elevati.
Meglio ancora, una decisa lotta all’evasione.
E sebbene Bersani dica che «ci sono altre soluzioni», se invece per una volta si chiede qualcosa di più a chi ha di più, davvero non c’è alcun motivo di scandalo.
Vladimiro Giacchè
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Ottobre 26th, 2012 Riccardo Fucile
PER TROVARE I TRE MILIARDI NECESSARI IL GOVERNO NON TASSA I SUPER-RICCHI, MEGLIO ESSERE ORIGINALI E TASSARE IL POVERACCIO CHE FUMA
Più che i ricchi a preoccuparsi dovrebbero essere i fumatori (che di solito non sono ricchi). 
La tassa salva esodati, approvata due giorni fa in commissione con il parere contrario del governo, prevede due meccanismi per trovare i 3 miliardi necessari a mettere in sicurezza chi rischia di rimanere senza stipendio e senza pensione.
Il primo è una mini patrimoniale, un prelievo del 3% su quella parte di reddito che supera i 150 mila euro lordi l’anno.
Il secondo è un aumento dell’accisa sui tabacchi come clausola di salvaguardia, cioè come piano B che dovrebbe scattare solo se quello A non dovesse essere sufficiente. Cosa succederà ?
Da sola la tassa sui ricchi non basterà .
Secondo i calcoli di Salvatore Tutino – a lungo dirigente generale del ministero dell’Economia e fondatore del Cer, il Centro Europa ricerche – alla fine dovrebbe portare un gettito netto di 292 milioni di euro.
Un decimo del necessario.
Il problema è che in Italia sono pochissime le persone che guadagnano (pardon, denunciano) più di 150 mila euro l’anno.
Per uno scherzo dei numeri sono proprio 150 mila, lo 0,36% dei contribuenti.
Sono quasi tutti dirigenti e non a caso l’associazione Cida manager si dice pronta al sacrificio ma chiede che pure gli evasori facciano la loro parte.
Evasori oppure no sarà inevitabile far scattare il piano B, e quindi aumentare le accise sul tabacco.
Restano da coprire altri 2,7 miliardi che, tradotti in soldoni dalla Federazione italiana tabaccai, vogliono dire 80 centesimi di euro per ogni pacchetto di sigarette.
Una mazzata mai vista.
E una mossa che metterebbe ancora più nei guai un settore già in difficoltà fra crisi economica, nuovi stili di vita e ritorno del contrabbando.
Non è una sorpresa che le risorse vengano quasi tutte dal piano B. Lo dicono le dimensioni delle platee coinvolte: se gli italiani ricchi sono per il fisco appena 150 mila, i fumatori sfondano quota 10 milioni. Non c’è partita. Eppure è soprattutto della tassa sui ricchi che si parla
Il vice presidente di Confindustria, Aurelio Regina, dice che si tratta di un intervento che «minaccerebbe i consumi colpendo l’unica fascia di popolazione che spende». Il Pdl – che in commissione ha votato sì con l’eccezione di Giuliano Cazzola – prende le distanze: «Non condividiamo la misura – afferma il capogruppo Fabrizio Cicchitto – e nessuno ci ha consultato».
Qualche dubbio anche dal segretario Pd Pier Luigi Bersani: «L’importante è arrivare all’obiettivo ma abbiamo anche altre idee». Il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo conferma il no del governo: «Il problema va affrontato in termini diversi». Quali?
Secondo il vice ministro del Welfare Michel Martone si può ragionare proprio sull’ipotesi avanzata l’altro giorno da Cazzola: un fondo apposito alimentato però non da una nuova tassa ma dai risparmi che si troveranno di volta in volta.
Sempre che ci siano.
Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera”)
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