Dicembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
I BULLI SI SONO CALATI LE BRAGHE, MA LA TRATTATIVA E’ ANCORA DIFFICILE, L’EUROPA CI CHIEDE L’1,8%
Balla lo 0,2%. Nella borsa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte c’è una proposta: la manovra verrà cambiata, il rapporto deficit-Pil dell’Italia scenderà al 2%. Ma da Bruxelles i segnali non sono positivi: serve l’1,8%.
La differenza è minima: lo scostamento è di circa 3,6 miliardi.
Il premier si infila in aereo con Giovanni Tria, direzione Jean Claude Juncker, con il ministro dell’Economia affinano la linea per convincere i vertici della Commissione a dare il via libera all’asciugatura della legge di bilancio, per evitare l’infrazione.
Un’opera di convincimento che sembra aver fatto breccia nei due vicepremier. Perchè per scendere dal 2,4% previsto servirebbe lo stralcio di appena 3,5 miliardi dal fondo per l’attuazione del programma di governo che ne contiene attualmente 16,7.
Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro della Lega, ha già messo nero su bianco in un’intervista al Corriere il risparmio previsto sul versante quota 100: 2 miliardi.
1,5 arriverebbero dai 10 in cassa per il reddito di cittadinanza (9 più 1 per i centri per l’impiego). Il restante 0,2% si racimolerebbe tra flessibilità sulle emergenze, dismissioni e maggiori tagli di spesa, senza intaccare ulteriormente le misure cardine del testo.
Una configurazione che era già stata messa in cantiere ieri sera da Conte e Tria, ma non aveva ancora il via libera dei due vicepremier, che anzi volevano puntare sul fattore gilet gialli e quindi su un deficit intorno al 2,2 per cento.
Così premier e titolare del Tesoro si sono diretti a Bruxelles con un sostanziale disco verde per trattare. E le voci di una trattativa innestata su questi binari ha già impattato sullo spread, che all’ora di pranzo è sceso sotto la soglia psicologica dei 280 punti base.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 10th, 2018 Riccardo Fucile
LA UE CHIEDE UN TAGLIO DI 8 MILIARDI, QUOTA CENTO SOLO PER UN ANNO, REDDITO DI CITTADINANZA RIDOTTO E CON CONTROLLI FERREI… E INVESTIMENTI VERI, VISTO CHE NON E’ CAPACE NEANCHE A SPENDERE I CONTRIBUTI EUROPEI
L’Unione Europea non si limita a puntare l’attenzione sul rapporto deficit\Pil che comunque,
secondo Bruxelles, dovrebbe scendere nel 2019 sensibilmente al di sotto del 2 per cento con una limatura di almeno 7-8 miliardi delle spese attualmente contabilizzate nel testo approvato dalla Camera.
Sotto i riflettori ci sono naturalmente Quota 100 e il reddito di cittadinanza, i due provvedimenti-simbolo della Manovra del Popolo.
E le modifiche suggerite snaturano le norme promesse da Lega e MoVimento 5 Stelle al suo elettorato.
Per ciò che concerne le pensioni, la possibilità di anticipare l’uscita dal lavoro per chi ha 62 anni d’età e 38 di contributi dovrebbe essere limitata al 2019 e prorogata solo se i conti pubblici lo permetteranno.
Per evitare abusi ed eccesso di spesa sul reddito di cittadinanza, Bruxelles chiede invece controlli ferrei e una riforma degli ammortizzatori sociali per dare l’ok.
Il terzo fattore richiamato nei contatti informali, racconta oggi Claudio Tito su Repubblica, riguarda gli investimenti.
Nell’Unione europea sono ormai permanenti le perplessità sulla capacità dell’Italia di utilizzare proficuamente le risorse. Viene citato l’esempio dei 60 miliardi di fondi strutturali che il nostro Paese non riesce mai a spendere fino in fondo. O, peggio, vengono “polverizzati” in micro-interventi incapaci di generare effetti sulla crescita e sulla ripresa. Sarebbe allora meglio — è stato fatto notare — introdurre un vincolo “materiale”: legare gli investimenti a progetti “unitari” .
Esempio: i ponti o le scuole. Basti pensare che la sfiducia nei confronti della concreta efficacia degli investimenti pubblici ha fatto dire — in alcune conversazioni informali — che sarebbe quasi meglio dirottare tutte quelle risorse verso un taglio diffuso delle tasse. Una sorta di via libera all’estensione della flat tax. Un paradosso, certo, ma che — secondo alcune riflessioni svolte dai Commissari — offrirebbe più certezze dal punto di vista dei risultati economici.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
RISCHIO DI UNA STRETTA FINALE, L’ITALIA FUORI DAL RADAR DEGLI INVESTITORI… ROMA VISTA DALLA CITY
Un tentativo di sfida all’Europa, finito male e con costi per il Paese ancora tutti da valutare.
Così viene letto – tra gli uomini della finanza londinese – il braccio di ferro sulla Manovra italiana con Bruxelles e il momento di incertezza economica (oltre che politica) nel quale è tornata l’Italia.
Nel distretto finanziario della capitale britannica la preoccupazione internazionale intorno al destino di Roma resta alta.
Citi, la più globale delle grandi banche internazionale, ha ospitato nei giorni scorsi economisti, strategist e giornalisti da tutta Europa per fare il punto della situazione sui mercati finanziari. E il “rischio Italia” è stato uno degli argomenti più gettonati, giocandosi con la Brexit, di casa a Londra, il podio delle preoccupazioni globali alle spalle della guerra commerciale tra Cina e Usa.
La Manovra e lo spazio di deficit bruciato
Giada Giani, economista della banca focalizzata sull’Europa, ha attirato le domande sul tema. “La recente propensione al dialogo mostrata dal governo testimonia che ci sono soglie di sofferenza, con lo spread sui 320-330 punti, oltre le quali l’esecutivo italiano non ha voluto spingersi.
Ma anche se verrà fatta marcia indietro sul budget, rischia di esser tardi”, ha spiegato durante il suo intervento.
A margine dell’evento, Giani dettaglia i termini del problema: “A inizio ottobre, il deficit tendenziale – dando già per scontata la disattivazione delle clausole di salvaguardia sull’Iva – era stimato intorno al 2%. Ora che la crescita ha invertito il segno e il caro-spread ha stabilizzato la spesa per interessi a livelli più alti del previsto, il deficit/Pil è da solo arrivato al 2,4% ‘programmatico’ indicato dal governo, senza considerare gli altri interventi previsti dalla Manovra”.
Ovvero, laddove ci avrebbero dovuto portare le spese per reddito di cittadinanza e quota 100, siamo arrivati da soli con il rallentamento del Pil e il costo più alto del nostro debito, alimentato dalle incertezze politiche.
“Nei fatti, correggere ora la Manovra verso il 2% di deficit/Pil vuol dire con ogni probabilità darle una intonazione fiscale restrittiva, con quel che comporta in termini di rallentamento di una economia già alle corde”.
Proprio il recente campanello d’allarme suonato dall’Istat, che ha diffuso il dato di un Pil a -0,1% nel terzo trimestre, è indicativo.
La stima di Citi è che l’Italia cresca dello 0,5% il prossimo anno, contro il +1,5% indicato dal governo ed evidentemente da rivedere.
“Nella frenata del terzo trimestre colpisce il calo dei consumi, dai quali ci si poteva invece aspettare un supporto visto che il reddito da lavoro sta salendo, seppur lentamente, e il trend generale dell’occupazione rimane in fase positiva”.
Per Giani, insomma, molti riflessi della tensione accumulata negli ultimi mesi si devono ancora palesare: “Nel quarto trimestre vedremo il riflesso dei timori del settore produttivo per le scelte politiche: gli indicatori di fiducia, così come i Pmi, sono negativi e porteranno a un calo dell’attività ”. Per l’economista è vero che nell’attuale livello dello spread tra Btp e Bund (intorno a 300 punti, anche se in calo nelle ultime giornate per la nuova disponibilità a trattare italiana) “è già incorporata l’apertura di una ormai altamente probabile procedura per deficit eccessivo nell’ambito della regola del debito”. Ma siccome “non credo che il differenziale di rendimento tra Btp e Bund scenderà ancora di molto, prima o poi questa tensione si vedrà anche sul fronte del credito bancario”.
Il ritorno dell’m&a, ma non sotto le Alpi
Il caso-Italia si inserisce in un contesto dominato dai “rischi geopolitici, in primis quello di una escalation nella tensione commerciale tra Usa e Cina che potrebbe generare un rallentamento economico”, come ha avuto modo di sottolineare Phil Drury a capo dell’area Emea di banking, capital markets e advisory.
Ma se a livello globale ci sono anche spunti positivi, per gli addetti ai mercati finanziari, il Belpaese rischia di rimanere tagliato fuori da questi ambiti.
Citi stima che la crescita globale resterà sostenuta (dal 3,3 del 2018 al 3,2 per cento l’anno prossimo) e con indicatori di fiducia che nelle grandi economie fuori dall’Europa non si sono scostati poi di molto dai recenti massimi.
Dopo le recenti vendite, le valutazioni delle azioni europee restano a livelli elevati ma offrono spunti di possibile crescita maggiori rispetto a quelle americane.
Luigi de Vecchi, che presiede la divisione banking, capital markets e advisory in Europa, Middle East e Africa, ha spiegato come l’attività di fusioni e acquisizioni (m&a) sia proiettata verso il terzo miglior anno di sempre.
Secondo le stime di Citi, infatti, il 2018 si dovrebbe chiudere sopra i 4.300 miliardi di dollari di transazioni annunciate, in crescita di un terzo rispetto all’anno scorso e non molto distante dai picchi del 2007 e, a seguire, del 2015.
Anche in Europa i dati parlano di un netto rialzo. “Dal mondo globale e unificato che abbiamo visto fino all’anno scorso, il ritorno del protezionismo sta spingendo i deal di nuovo in una dimensione regionale, più che globale”, ha annotato de Vecchi.
Altro fattore centrale, “l’attività dei regolatori sta impattando sul tempo necessario a chiudere le operazioni, creando qualche incertezza sul quadro globale”.
Il problema è che di questo dinamismo non si ha traccia sotto le Alpi, tanto che l’attività di m&a in Italia — al netto del caso Essilor-Luxottica — è rimasta a livelli dimezzati.
La sensazione diffusa è che il Paese sia ora fuori dai radar degli investitori. Senza i colossi che possono vantare altri sistemi e con un volto minaccioso per l’Europa, la scommessa diventa su quanto possa durare questo isolazionismo prima di inceppare del tutto il motore economico.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 6th, 2018 Riccardo Fucile
LA LOBBIE DI IMPRESE E SINDACATI: “MISURA MIOPE CHE NON AIUTA A RINNOVARE IL PARCO AUTO”
Gli incentivi a chi acquista auto elettriche o ibride, mentre si tassano le utilitarie, fa scattare la protesta di imprese e sindacati.
E il governo prepara la retromarcia. Un emendamento alla manovra ha fatto riaprtire la polemica tra mondo produttivo e governo, sul tema degli incentivi alle quattro ruote. Sullo sfondo si agitano anche gli animi per gli effetti del decreto dignità , con le categorie che lamentano risultati devastanti.
Un emendamento 5 Stelle approvato nella notte tra martedì e mercoledì alla manovra di bilancio prevede incentivi dai 1.500 ai 6 mila euro per chi acquista – tra il 2019 e il 2021 – un’auto nuova con emissioni tra zero e 90 grammi per chilometro di anidride carbonica: elettrica, ibrida o comunque poco inquinante.
La norma però non si ferma qui. E introduce di fatto una nuova tassa da 150 a 3 mila euro per chi sceglie invece le utilitarie. Le vetture cioè che presentano valori di emissioni superiori ai 110 grammi per chilometro.
“Si tratta di un bonus/malus sulle auto che permette di pagare meno tasse”, ha spiegato in un primo tempo Di Maio. “Le auto elettriche costeranno di meno e finalmente le portiamo sul mercato”.
Entusiasmo poco condiviso da imprese e sindacati. “Se prendiamo il modello più venduto in Italia, la Panda 1.2 prodotta a Pomigliano, tra le vetture non ibride con le più basse emissioni di CO2”, hanno spiegato dall’Anfia, l’associazione della filiera automobilistica che proprio martedì aveva ospitato un Conte che diceva di essere vicino alle imprese dell’auto, “con il nuovo sistema si pagherà un’imposta dai 400 ai 1.000 euro. Il vantaggio sarà solo per chi comprerà costose auto elettriche”.
“Misura miope che non aiuta a rinnovare il parco auto”, ha reagito l’Unrae, associazione delle case estere in Italia. La norma “disincentiva le vendite con gravi conseguenze occupazionali”, ha fatto eco Federauto.
Di “ennesimo schiaffo all’industria nazionale e all’ambiente” ha parlato anche Marco Bentivogli (Fim Cisl). Mentre Rocco Palombella (Uilm) ha sottolineato le possibili ripercussioni su “decine di migliaia di posti di lavoro messi a repentaglio”.
Michele De Palma (Fiom Cgil) ha bollato il provvedimento come “misura estemporanea” e chiesto al governo di “non investire per pochi, ma per le auto di massa ecologiche e nel car sharing ibrido ed elettrico”.
“Finirà che gli operatori del settore auto e i lavoratori dovranno scendere in piazza insieme”, ha rimarcato Alberto Dal Poz, presidente di Federmeccanica, evocando le manifestazioni di questi giorni, autoconvocate dalle associazioni di commercianti, imprenditori, artigiani. “Il governo è di nuovo riuscito a unire imprese e lavoratori nella protesta”.
Di tutte queste lamentele ha deciso per primo di farsi carico il vertice leghista al governo, il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini: “Sono assolutamente contrario a ogni ipotesi di nuova tassa su beni già ipertassati e più tassati d’Europa”, ha detto il ministro dell’Interno giovedì mattina, dopo che la proposta di modifica alla Manovra è stata evidenziata dagli attori del settore e dalla stampa, a Radio Uno.
“Non credo che uno abbia una macchina vecchia per piacere ma perchè non ha la possibilità “, ha aggiunto aprendo di fatto un nuovo fronte con l’alleato di governo.
Proprio Di Maio, però, a quel punto è tornato sull’emendamento delle polemiche per innestare la retromarcia. “Prima di tutto, non esiste nessuna nuova tassa per auto già in circolazione”, ha scritto: “Chi ha un Euro3 o qualsiasi altra macchina non pagherà un centesimo in più”.
Secondo Di Maio, si tratta di “premiare chi decide di comprare un’auto nuova meno inquinante, dandogli un incentivo fino a 6000 euro. Questa è l’idea della norma pensata dal governo, che disincentiva chi sceglie un’auto più inquinante”.
Il vice presidente del Consiglio ha infine aperto alle modifiche: “Questa norma è passata così in legge di Bilancio ma si può migliorare al Senato. Ora ci mettiamo tutti intorno a un tavolo” associazioni di costruttori e cittadini “per migliorare questa norma. L’obiettivo di questo governo è anche non danneggiare le famiglie”, ha concluso.
Gli effetti del decreto dignit
Come detto, altri fronti agitano però il rapporto tra imprese e governo. Federmeccanica, assieme ad Assolavoro, hanno sciorinato criticità di non poco conto. La prima ha segnalato che un 30% delle imprese metalmeccaniche “non rinnoverà alla scadenza i contratti a termine in essere”. L’associazione delle agenzie private per il lavoro aggiunge che dall’1 gennaio resteranno a casa 53 mila persone: “Stima prudenziale, approssimata per difetto”. Tutto in conseguenza al decreto dignità , la stretta sui contratti a tempo fortemente voluta dal ministro del Lavoro Di Maio, in vigore dal primo novembre. Ha spiegato poi Assolavoro che tra venti giorni i 53 mila contratti raggiungeranno i 24 mesi di limite massimo per un impiego a tempo determinato, ridotto di 12 mesi dal decreto. Per loro nessun rinnovo, anche se stipulati prima dell’entrata in vigore della legge 96 di conversione di quel decreto (9 agosto), come dispone una circolare del 31 ottobre firmata proprio da Di Maio.
Il ministro del Lavoro non l’ha presa bene: “Questo è un numero tutto da dimostrare”, ha replicato a Federmeccanica. “Ci sono contratti a tempo determinato che non verranno rinnovati, ma nella legge di bilancio abbassiamo l’Ires al 15% a chi assume o fa investimenti in azienda”.
Il ministro omette di ricordare che l’incentivo non è legato ai contratti stabili. Le aziende incassano lo sconto anche se prendono solo personale a termine. Il contrario esatto di quanto si riprometteva Di Maio con il decreto di luglio.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
SONO LE IPOTESI CHE CONTE INTENDE PORTARE ALLA UE PER EVITARE LA PROCEDURA DI INFRAZIONE… LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPOLINO
Un nuovo impegno per l’Ue entro dieci giorni: un documento di bilancio rivisto e corretto dopo
la bocciatura della Commissione europea o forse una lettera.
Comunque un’inversione di rotta da consegnare all’Europa prima del consiglio europeo del 13 e 14 dicembre, segnalano fonti di governo ad Huffpost.
Il tempo stringe, i toni tra Roma e Bruxelles sono passati dagli insulti alla trattativa, il governo Conte tratta e vuole chiudere.
Obiettivo: evitare la procedura di infrazione sul deficit legata al debito che potrebbe scattare il 19 dicembre, se tutti gli sforzi andassero a monte.
I dettagli dell’accordo sono ancora da definire, mentre a Bruxelles si svolge una riunione dell’Eurogruppo che, nelle sue conclusioni finali, conferma ancora la bocciatura della Commissione: “Sosteniamo la valutazione della Commissione Ue e raccomandiamo all’Italia di prendere le misure necessarie a rispettare le regole del Patto di stabilità “.
Ma – dettaglio non da poco – nelle conclusioni della riunione dei ministri della zona euro non c’è accenno esplicito alla procedura di infrazione contro l’Italia. E’ un altro segnale della trattativa in corso.
Secondo quanto riferiscono all’Huffpost fonti di governo, l’idea che si fa strada è di ridurre il deficit previsto al 2,4 per cento nel 2019.
Le previsioni più ottimistiche dell’ala più incline al dialogo nell’esecutivo Conte puntano al 2 per cento, che è quanto chiede al minimo la Commissione per evitare la procedura di infrazione di fatto già ‘apparecchiata’ e che, senza correzioni, “va avanti”, avverte Pierre Moscovici.
Quota cento, il provvedimento sulle pensioni caro a Matteo Salvini, diventerebbe una ‘una tantum’ che risolva i problemi legati alla riforma Fornero (esodati), ma che di fatto salvaguardi quella riforma in quanto è l’unica riforma strutturale italiana apprezzata a livello europeo.
Scomporla – fanno notare gli interlocutori europei – vorrebbe dire rimettere a rischio il sistema.
Il reddito di cittadinanza, meno inviso a Bruxelles, invece verrebbe ristretto al massimo, ad una platea ridotta.
Il diavolo sta sempre nei dettagli e nessuno al governo si dice certo dell’accordo fatto. Tanto più che Salvini sta ancora chiedendo che ‘quota cento’ mantenga almeno una parte strutturale, altrimenti gli sarebbe difficile difendere la manovra di fronte agli elettori. Però anche i toni di Salvini sono diventati decisamente più morbidi.
Salvini si mantiene alla larga dalle polemiche, accuratamente. Non si scalda nemmeno quando gli fanno notare che i commissari europei possono andare in pensione con soli dieci anni di attività . In altri tempi avrebbe approfittato per attaccare. Oggi no.
Ora la trattativa è nelle mani del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, come hanno messo nero su bianco ieri i due vicepremier Salvini e Di Maio in una nota congiunta.
Ed è per questo che il nuovo impegno per Bruxelles arriverà qui in Europa in tempo per il consiglio europeo di metà dicembre. Dovrà essere una “correzione credibile della manovra e un impegno chiaro e indiscutibile del governo”: è questo che chiedono da Bruxelles a Roma.
Per il capo del governo, il consiglio europeo di fine anno sarà l’occasione per dimostrare ai partner europei gli sforzi fatti: ad Angela Merkel ed Emmanuel Macron, i più aperti al dialogo, e agli olandesi, i finlandesi, gli austriaci, insomma i più arrabbiati per le spese italiane in deficit.
In questo modo, al termine di settimane di lavoro con una triangolazione di sforzi insieme al ministro dell’Economia Giovanni Tria sul lato dei conti e il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi sul lato della diplomazia, Conte si prefigge di suggellare l’accordo in modo che il 19 dicembre la Commissione non scriva le sue raccomandazioni per l’Italia, propedeutiche all’apertura formale della procedura all’Ecofin del 22 gennaio.
Insomma entro la metà dicembre, suggeriscono fonti di governo al lavoro sulla trattativa, deve essere tutto fatto.
Perchè altrimenti il caso Italia finisce nel collegio dei Commissari del 19 dicembre (secondo l’ordine del giorno che decideranno i capi di gabinetto di Palazzo Berlaymont il 17 dicembre) e a quel punto sarebbe troppo tardi.
Oggi a metà giornata, Tria e il vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis si fanno fotografare insieme. Sorridenti, si stringono la mano al termine di un colloquio. “Comune volontà di trovare al più presto una soluzione al contenzioso sulla manovra tra Roma e Bruxelles”, è quanto emerge dall’incontro. Certo, il ‘falco’ Dombrovskis non si lascia sfuggire l’occasione per rimarcare che “non basta solo il cambio dei toni, serve una correzione consistente”.
Ma si intuisce anche alla riunione dell’Eurogruppo che l’Italia non è più nella condizione di tirare la corda ancora: i dati parlano di recessione in arrivo, cosa che sconfesserà le previsioni di crescita del governo.
E poi oggi la levata di scudi di Confindustria ha fatto suonare l’allarme proprio al cuore dell’esecutivo: soprattutto nella Lega, nel mirino delle critiche del suo elettorato al nord.
Un’atmosfera diversa, insomma. Moscovici già annusa la vittoria. “La Commissione – dice placido il commissario agli Affari Economici – è la signora del tempo”.
E’ una citazione di Macron, che oggi non se la passa bene con le proteste dei ‘gilet gialli’ in Francia. Ma Moscovici cita il Macron che vinse le presidenziali due anni fa e parlava così: “Io resterò il ‘padrone dell’orologio’: bisognerà che i media si abituino. Non mi agiterò per andare davanti alle telecamere solo perchè la signora Le Pen va in tv”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
PORTARE LA MANOVRA AL 2% VUOL DIRE TAGLIARE 7 MILIARDI… LASCIANO CONTE TRATTARE SPERANDO DI ARRIVARE INDENNI ALLE ELEZIONI EUROPEE
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte “sta illustrando all’Europa le potenzialità dell’ampia agenda di riforme che riporterà il Paese a crescere, evitando il rischio di una terza recessione e aprendo all’Italia una prospettiva futura migliore”: la nota congiunta di Luigi Di Maio e Matteo Salvini ieri è servita a fornire l’appoggio politico necessario al premier per la trattativa che vuole condurre con l’Unione Europea per fermare la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.
Ma è anche l’occasione per mettere a punto la strategia complessiva del governo gialloverde nei confronti di Bruxelles in una trattativa che pare difficile portare a casa in ogni caso.
Un segnale diplomatico piuttosto netto comunque c’è: nella nota i due citano ed elogiano Conte e non spendono una parola per Giovanni Tria, ministro dell’Economia che da fuori appare sempre più in disgrazia agli occhi dei partiti che compongono la maggioranza dopo i noti contrasti sui tecnici e sulle “manine” del ministero.
La leggenda del Tria Salvatore quindi pare arrivata al capolinea per lo meno a Roma, dove la posizione dl ministro appare del tutto indebolita.
La Stampa ha raccontato anche di una scena all’aeroporto di Bruxelles che potrebbe aver avuto un ruolo nelle decisioni di Di Maio e Salvini:
Il titolare dell’Economia, già in precedenza aveva infranto il «tabù» sulla linea del Piave del deficit. È stato lui stesso, infatti, a dichiarare apertamente nella conferenza conclusiva del G20 che il 2,4 per cento di deficit/Pil non è più intoccabile. Il tempo di rispondere a qualche domanda, e poi lo portano via con l’ascensore. Il ministro Tria conferma le indiscrezioni uscite sui giornali. «L’Europa vuole che abbassiamo il deficit — dice — è quello che interessa». Dovremo scendere dal 2,4 fino a quota 1,95 o 2 per cento? «Si — è la replica di Tria — queste sono le cifre. Ma molto possiamo fare in base alle misure che adotteremo e al modo come le adotteremo».
In teoria, ammesso e non concesso che il governo italiano sia già disposto a mollare su «quota 2,4%», inevitabilmente bisognerebbe intervenire proprio sulle misure principali della manovra, quelle politicamente più importanti.
Che non a caso ieri non sono state inserite nel pacchetto di emendamenti presentati a Montecitorio, in attesa del passaggio al Senato o di un decreto legge ad hoc. Alla Commissione Europea interessa ridurre il livello del deficit italiano; ma interessa soprattutto evitare la prima picconata, per il momento tutt’altro che decisiva, alla riforma Fornero delle pensioni.
Insomma, la Trattativa con l’Europa ha già causato il rallentamento nella presentazione delle misure-simbolo della Manovra del Popolo, proprio mentre un leghista come Alberto Brambilla indica la via di Quota 104 per risparmiare soldi sulle pensioni (con una magia degna di Silvan): i minori costi, secondo il governo, potrebbero essere usati per abbassare il deficit o per aumentare la misera quota di investimenti presente nella keynesianissima Manovra del Popolo.
In questo caso il numero-feticcio rimarrebbe identico e il Dinamico Duo Salvini-Di Maio potrebbe festeggiare un’altra volta dal balcone.
Dall’altra parte della barricata però non la pensano così.
Jean Claude Juncker e Pierre Moscovici invece puntano l’obiettivo del 2%: il governo dovrebbe rimangiarsi 0,4 punti di deficit avvicinandosi così a quella soglia dell’1,9% che lo stesso Tria aveva concordato con Bruxelles prima che i balconi di Palazzo Chigi tremassero.
Altrimenti, spiega oggi Federico Fubini sul Corriere della Sera, i due intendono proporre la procedura d’infrazione il 19 dicembre, con le relative richieste di correzione all’Italia.
Dati i tempi di preparazione delle decisioni europee, questo calendario comporta che per evitare gli ingranaggi della procedura l’Italia debba accettare un accordo credibile al più tardi il 17 dicembre: poco più di dieci giorni per chiudere con un’incertezza che dura dal primo giorno di governo e ha fatto raddoppiare il costo di finanziamento del debito pubblico.
La Commissione Europea pensa di avere il coltello dalla parte del manico per i brutti segnali arrivati dalle aste dei titoli di Stato, per la corsa dello spread che si è fermata solo quando sono arrivate le aperture alla Trattativa da parte di Roma e per le banche che continuano a mandare segni di preoccupazione per la tenuta del sistema.
E poi c’è la recessione che non è più un’ipotesi senza numeri dopo il terzo trimestre 2018, dovuta alla guerra dei dazi ma anche alle specifiche difficoltà dei consumi nel Belpaese. Se a tutto ciò dovesse aggiungersi il credit crunch per le imprese la situazione potrebbe complicarsi per un governo che rischia molto nel muoversi, anche dal punto di vista della saldezza interna.
Ma se tutto ciò dovrebbe contribuire a consigliare un atteggiamento il più accomodante possibile per i gialloverdi, non è detto che sia questo lo schema che hanno in testa Salvini e Di Maio. Perchè oggi la Trattativa può contribuire — e questo obiettivo sarà indubbiamente centrato — a rallentare la procedura d’infrazione nei confronti del paese e potrebbe convincere i primi ministri dell’Unione Europea a concedere tempo per favorire l’arrivo di un accordo che conviene a tutti.
Ma non è detto che invece questo tempo non possa essere sfruttato soltanto in quanto tale: alla fine la rottura potrebbe arrivare lo stesso.
Ma a quel punto Salvini e Di Maio avrebbero guadagnato tempo e probabilmente anche cominciato a incassare il dividendo elettorale della Manovra del Popolo senza aver pagato dazio nelle trattative con l’Unione Europea.
D’altro canto il famoso comunicato di fiducia e il mandato a trattare per Giuseppe Conte non è stato pubblicato da nessuno dei due sui social network, cosa che puntualmente succede quando si sentono in difetto oppure non vogliono lasciare il campo alle critiche.
Esiste la concreta possibilità che il Dinamico Duo mandi avanti Conte a trattare con l’Europa e poi lo lasci con il cerino acceso in mano all’ultimo momento.
Non sarebbe la prima volta, ma tanto Conte è lì proprio per questo.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 2nd, 2018 Riccardo Fucile
SULLE MISURE CHIAVE NON C’E’ INTESA, SENZA TAGLIARE QUOTA 100 E REDDITO DI CITTADINANZA AL 2% NON CI ARRIVANO: E’ FINITA LA PACCHIA
Mancano i pilastri, ma anche il tetto e le fondamenta. 
L’edificio della nuova manovra – quella che il governo gialloverde sta approntando nell’ambito della trattativa diluita con Bruxelles – non prende forma.
I lavori sono fermi alla fase della demolizione della casa originaria, quella che lasciava l’Europa fuori dal portone blindato del deficit al 2,4 per cento.
Non un passo di più, se non la presa di coscienza obbligata che il progetto sulla carta è cambiato.
Litigano i due capo cantieri, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che si marcano a uomo. Se metti un pezzo tu, allora anche io voglio mettercelo, è il ragionamento che caratterizza le ultime ore concitate in vista di un probabile nuovo vertice con all’ordine del giorno il tentativo di trovare almeno una quadra sul tetto.
Presa coscienza che il pedinamento reciproco è sfociato nell’immobilismo ecco che si prova a capire almeno fino a dove abbassare il deficit, se al 2,1% piuttosto che al 2 per cento. Un tentativo in vista dell’Eurogruppo di domani per dare una parvenza di movimento e buona volontà .
Fino ad adesso dal cantiere si è alzata solo la polvere.
Basta guardare il contenuto dei 54 emendamenti depositati dal governo e dai relatori in commissione Bilancio, alla Camera, dove è in corso l’iter della legge di bilancio: si spazia dal Superenalotto alle norme contro i furbetti della flat tax, passando per misure sulle farmacie piuttosto che sull’Accademia della Crusca.
Non c’è traccia del reddito di cittadinanza, nè della quota 100.
Eppure il nuovo edificio da tirare su deve necessariamente prevedere pilastri più snelli perchè solo riducendo gli importi delle due misure care a Salvini e Di Maio – nella prima versione fissati a 6,7 miliardi e 9 miliardi – si può arrivare a un’altezza del tetto più vicina ai desiderata della Commissione europea.
Le proposte di modifica che sono arrivate a Montecitorio dicono essenzialmente una cosa e cioè che il primo tentativo di dare un segnale a Bruxelles è fallito.
Perchè? Ci sono due ordini di motivi.
Il primo – politico – è legato alla dinamica che sta caratterizzando l’interlocuzione tra Lega e 5 Stelle. È un meccanismo a incastro che non riesce a comporsi perchè l’inserimento di una norma di una delle due parti equivale a un gap consistente per l’altra.
È andata così anche alla vigilia della presentazione degli emendamenti e la stessa dinamica – secondo quanto spiegano fonti di governo a Huffpost – si è riproposta anche durante la giornata di domenica.
Di Maio ha provato a dare il là a questo meccanismo, spingendo per l’introduzione del taglio alle pensioni d’oro appunto con un emendamento alla Camera.
Salvini, però, ha replicato: allora nel testo deve entrare la norma su quota 100, che è già pronta. Però così i 5 Stelle si sarebbero ritrovati con la Lega all’incasso e il reddito di cittadinanza invece fuori.
Niente da fare, fumata nera. Da qui la natura degli emendamenti depositati alla Camera. Entrambi i partiti e anche fonti di palazzo Chigi, concentrandosi in modo alternato sui due temi, hanno ribadito che queste norme arriveranno durante il passaggio in Senato.
È comunque uno slittamento, tra l’altro a giorni che saranno alquanto complicati, quelli di metà dicembre, quelli in cui tra il Consiglio europeo del 13-14 dicembre e le probabili raccomandazioni per l’Italia all’Ecofin da parte della Commissione europea bisognerà necessariamente lavorare con l’acqua alla gola.
Le divergenze non si sono esaurite.
Il taglio delle pensioni d’oro resta al centro del cantiere in subbuglio con fonti di palazzo Chigi che assicurano l’arrivo dell’emendamento al Senato o addirittura in extremis ancora prima, cioè alla Camera, mentre Salvini parla di “ennesima bufala”. Anche per il reddito di cittadinanza e la quota 100 si fa riferimento al passaggio a palazzo Madama, ma il timing ora è sballato.
Di certo non è quello allineato dell’inizio, quando si pensava di affidare le due misure a due distinti decreti da approvare subito dopo la manovra.
La ricostruzione dell’edificio ha scombussolato tutto e ha fatto affiorare una dinamica chiara, quella di chi ora punta a una sorta di costruzione in solitaria o quantomeno a completare prima la parte a cui più tiene rispetto all’altro capocantiere.
Solo che l’edificio da far visionare a Bruxelles deve tenersi insieme in tutte le sue componenti. I lavori sono ancora lunghi.
L’unico elemento che è rimasto tra il vecchio e il nuovo edificio sono le promesse fatte ai rispettivi elettorati. Soprattutto da quelle dipende la fisionomia della facciata finale della nuova manovra.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 2nd, 2018 Riccardo Fucile
ALLA CAMERA NON SONO ARRIVATE LE MISURE CHIAVE DEL GOVERNO, ANCORA OSTAGGIO DEL BRACCIO DI FERRO TRA SALVINI E DI MAIO
Tanta attesa per nulla. 
La lunga nottata della riscrittura della manovra – quella della trattativa tra Lega e 5 Stelle – si è conclusa in mattinata con l’arrivo a Montecitorio di un pacchetto di 56 emendamenti dove non c’è traccia di quota 100, reddito di cittadinanza e taglio delle pensioni d’oro.
È il segnale, tangibile, di un cantiere ancora nel caos. Perchè se la trattativa con l’Europa è oramai innestata sulla consapevolezza – ora anche del governo gialloverde – che bisogna portare il deficit dal 2,4% presumibilmente al 2,1 per cento, la contesa tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio è ancora lontana da un punto di caduta positivo. Spetta a loro, infatti, trovare le modalità per sgonfiare e riscrivere la nuova legge di bilancio.
E ad oggi queste modalità sono indefinite perchè legate a interessi elettorali di parte che vanno tutelati. Trattare senza tradire.
A oggi la fisionomia della nuova legge di bilancio per dare attuazione alla retromarcia politica con Bruxelles non c’è.
E così le proposte di modifica depositate dall’esecutivo e dai relatori in commissione Bilancio – dove la manovra è sotto esame in modalità rallentatore – si riferiscono a norme per l’Accademia della Crusca piuttosto che alle farmacie.
Nulla, invece, su reddito e quota 100, che devono essere necessariamente ridimensionate per abbassare il deficit. Se ne riparlerà durante il passaggio al Senato.
La natura del pacchetto degli emendamenti presentati alla Camera mette in luce il braccio di ferro tra Salvini e Di Maio.
Il vicepremier pentastellato ha provato fino all’ultimo a far prevalere un’eccezione di peso. È qui il cuore del dissidio tra il Carroccio e i grillini. Di Maio voleva inserire le norme per tagliare le pensioni d’oro già nel passaggio della manovra a Montecitorio mentre i leghisti vogliono legarla alla quota 100, la misura che permetterà di andare in anticipo in pensione con 62 anni di età e 38 anni di contributi.
Non è una questione di tempi. È una questione di incassi, di misure realizzate da portare ai rispettivi elettorati.
Ed è anche un tema di equilibri di forza dentro il governo stesso, appunto tra i due azionisti. Insomma nessuno dei due coinquilini di governo vuole lasciare fare un passo all’altro senza seguirlo a ruota.
La dinamica è quella della tentata fuga con annesso pedinamento.
La Lega, dal canto suo, può contare su un vantaggio e cioè che l’emendamento per la quota 100 è pronto mentre le norme sul reddito di cittadinanza – anche alla luce dello sgonfiamento in cantiere – ancora no.
I 5 Stelle, in altre parole, non possono permettersi di dare spazio alla quota 100 già alla Camera e in generale durante l’iter parlamentare perchè il reddito arriverà , con decreto, dopo la manovra, non subito.
Il rischio è quello di fare passare Salvini all’incasso e di restare poi scoperti con la misura più ambita e che paga di più elettoralmente.
Questo lo stato della trattativa nella trattativa. Il filo rosso che invece accomuna Lega e 5 Stelle è la necessità di togliere risorse sia alla quota 100 che al reddito.
Il Carroccio i conti li ha fatti ed è pronto a scendere da 6,7 miliardi a circa 5. I pentastellati, invece, provano a tenere il punto: smentiscono il taglio dell’assegno promesso, di importo pari a 780 euro, ma per portare il proprio contributo al calo del deficit è necessario un intervento.
Che sia una decurtazione dell’assegno o un restringimento della platea dei beneficiari, il nodo è ancora tutto da sciogliere. Ed è legato a tanti altri nodi, da quelli interni a quelli esterni, da Salvini all’Europa.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 1st, 2018 Riccardo Fucile
SE SALVINI E DI MAIO LEGGESSERO QUALCHE LIBRO NON SAREBBERO RICORDATI IN FUTURO COME I RESPONSABILI DELLA ROVINA DELL’ITALIA
Anzichè attribuire il fenomeno delle migrazioni ad una congiura internazionale finanziata da George Soros, allo scopo di trovare dei nuovi schiavi di pelle nera pronti a prendere il posto dei lavoratori europei, i nostri governanti dovrebbero sforzarsi di leggere qualche libro; così, forse capirebbero che di navi Diciotti ne arriveranno tante e per un lungo periodi di tempo; e che non potranno fermarle tutte.
Nel libro di Diego Masi ”Explonding Africa” (Lupetti editore 2018) l’aspetto maggiormente analizzato è quello della crescita demografica attesa che porterà la popolazione africana dagli attuali un miliardo e cento milioni di persone a due miliardi e mezzo di abitanti nel 2050 e forse a quattro miliardi e trecento milioni nel 2100.
La povertà del continente vede il 70% della popolazione subsahariana vivere con meno di un dollaro al giorno, ed il 60% della forza lavoro che si può considerare disoccupata. Il futuro sviluppo della robotica è considerato una prospettiva negativa per il continente.
È altresì meritevole di citazione un saggio di Stephen Smith “Fuga in Europa” (Einaudi ,Torino, 2018) che si sofferma anch’esso, sia pure da un altro angolo di visuale, sulle previsioni demografiche per un continente dove già oggi il 50% della popolazione ha meno di 18 anni, dove solo il 5% delle terre coltivabili è irrigua e dove il 96% dei contadini coltiva meno di 5 ettari a testa.
Nel 2050 l’Africa dovrà quintuplicare la propria produzione agricola per sfamare la crescente popolazione; e da oggi all’Africa occorrerebbero 22 milioni di posti di lavoro in più ogni anno per mantenere gli attuali (assai inadeguati) livelli di occupazione e disoccupazione.
Questi numeri vanno messi in parallelo con il declino demografico europeo: lo scenario “Convergence 2010-2060″ prevede, in mezzo secolo, 70 milioni di abitanti in meno nel Vecchio continente, in particolare 24 milioni di meno in Germania (-29%), 15 milioni in meno in Italia (-25%), 8 milioni in meno in Spagna (-18%).
Per mantenere l’attuale livello di popolazione attiva l’Europa dovrebbe accogliere 1,6 milioni di stranieri l’anno.
Quanto all’Italia, sull’ultimo numero (5/18) de Il Mulino, uno dei più importanti demografi italiani, Massimo Livi Bacci (”Un’Italia più piccola e debole? La questione demografica”), ricorda il contributo fornito dall’immigrazione nel tamponare il declino demografico.
Tra il 2002 e il 2017 gli iscritti nelle anagrafi provenienti dall’estero hanno superato i cancellati dalle medesime anagrafi, per trasferimento all’estero, di circa 3,7 milioni consentendo così alla popolazione residente di passare da 57 a 60,5 milioni.
Eppure — sostiene Livi Bacci — neppure l’immigrazione è ora sufficiente a mantenere l’equilibrio demografico; la popolazione, infatti, è diminuita di 300mila unità nel corso degli ultimi tre anni.
Quanto alle prospettive future, tra vent’anni , secondo uno scenario ottimistico, la popolazione italiana diminuirebbe di un milione di unità .
Al suo interno vi sarebbero, però, delle trasformazioni significative: – 1,6 milioni della popolazione sotto i 20 anni; – 4 milioni di quella in età attiva (tra 20 e 70 anni); + 4,6 milioni degli anziani over70.
Questo trend sarebbe consentito in presenza — afferma Livi Bacci — di un guadagno netto migratorio tra le 160mila e 180mila unità ogni anno.
Se invece passasse l’ipotesi della ”immigrazione zero”, la popolazione scenderebbe di 6 milioni quale somma algebrica tra -11 milioni per i minori di 70 anni e + 5 milioni di coloro che superano tale età .
In sostanza, tra ora e il 2040 la popolazione adulta e attiva diminuirebbe di 4 milioni se alimentata da un flusso costante di stranieri immigrati, mentre diminuirebbe di 10 milioni nel caso di azzeramento dei flussi immigratori.
Al dunque, se proseguisse la politica dell’immigrazione di questo governo, il Paese dovrebbe augurarsi la distruzione, per effetto della rivoluzione tecnologica, del più gran numero possibile di occupati, perchè non vi sarebbe altrimenti offerta di lavoro in numero adeguato.
Ma le tasse e i contributi chi li pagherebbero: i robot?
Giuliano Cazzola
Giuslavorista
(da “Huffingtonpost”)
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