Ottobre 16th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX GOVERNATORE SFIDA ALLA LEGA, MA NEL PDL C’E’ ANCORA CHI VORREBBE UN ACCORDO CON LA LEGA
Roberto Formigoni è sempre più isolato.
Messo alle strette dalla Lega che insiste nel chiedere il voto anticipato in Lombardia insieme alle elezioni politiche ad aprile e dal segretario del Pdl Angelino Alfano che gli ha passato la patata bollente di decidere la data del voto, il governatore lombardo ieri ha ammesso che non intende ricandidarsi.
«Vedrei molto bene Gabriele Albertini alla guida della Lombardia».
Un nome che piace al Fli e potrebbe tentare anche l’Udc, anche se Pierferdinando Casini avverte: «I nomi si fanno sempre dopo un progetto politico».
Nel frattempo, ieri sera tutto il centrosinistra è sceso in piazza sotto la sede della Regione per urlare all’unisono: «Formigoni, il tempo è scaduto».
Nonostante il brutto tempo, c’erano duemila persone
Anche il Pdl vuole archiviare il più presto possibile l’era Formigoni.
«Albertini è una proposta eccellente», si affretta a commentare l’ex ministro Franco Frattini.
Anche se il partito di Silvio Berlusconi lascia una porta aperta alla Lega nella speranza di poter ancora raggiungere un accordo a livello nazionale.
Nel frattempo, il presidente della Lombardia accelera per votare a gennaio.
«Il più rapidamente possibile – assicura lanciando un nuovo ultimatum alla Lega – entro 45-90 giorni al massimo».
Annuncia che non lascerà comunque la carica commissario di Expo: «È una nomina ad personam». Il Pdl, però, frena.
Il coordinatore nazionale Ignazio La Russa sembra correggerlo quando osserva: «Mi auguro che il rapporto con la Lega possa preservarsi e semmai rafforzarsi. Ci auguriamo di avere un candidato unico».
Al tavolo lombardo, i dirigenti pidiellini hanno convinto Formigoni a concedere un’altra settimana al Carroccio. Il governatore ha dovuto abbozzare.
«Nel giro di pochi giorni – ha precisato – chiederò alla Lega di indicarmi i suoi assessori. Ho condiviso il patto di giovedì e a quello resto fermo».
Il suo tono era molto meno perentorio delle bellicose dichiarazioni della mattinata. Alle quali ha riposto gelido il segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini: «Vedremo se e con quanti uomini entrare nella nuova giunta per fare alcune cose nei mesi che rimangono». Formigoni scalpita.
Nel pomeriggio ha scritto al presidente del Consiglio regionale per chiedere che l’aula approvi in tempi brevi la nuova legge elettorale con l’abolizione del listino bloccato. Lo stesso che è stato all’origine della sua prima disgrazia giudiziaria: lo scandalo delle firme false denunciato dai Radicali.
Raccolte all’ultimo minuto per sostenere le candidature che Silvio Berlusconi aveva imposto nel suo listino.
Da Nicole Minetti, al fisioterapista del Cavaliere Giorgio Puricelli, al geometra di fiducia di Arcore Francesco Magnano.
Non contento, il presidente della Lombardia ha forzato la mano e ottenuto che tutti i consiglieri regionali pidielllini consegnassero le dimissioni nella mani del capogruppo ciellino Paolo Valentini.
Una mossa per spiazzare la Lega e provocare, con le dimissioni già annunciate di tutto il centrosinistra lo scioglimento immediato dell’aula.
Il centrosinistra che ieri in piazza per chiedere ancora una volta le dimissioni di Formigoni ha subito accettato la sfida: «Se consiglieri del Pdl si dimettono – rilancia il segretario lombardo del Pdl Maurizio Martina – li aspettiamo all’ufficio del protocollo».
Sono arrivati con le bandiere, i cartelli, gli striscioni.
Il sindaco di Milano che aveva chiamato i lombardi a una «ribellione civica» di fronte all’arresto dell’ex assessore regionale Domenico Zambetti, non c’era.
Ma ha inviato un messaggio.
Per ribadire la necessità di «voltare pagina dopo anni di malgoverno di centrodestra ». Perchè «Milano e la Lombardia si devono ribellare a un potere ormai morente di cui vediamo ogni giorno gli effetti devastanti ».
Sotto il palco, ad ascoltare i leader dei partiti di centrosinistra, tanti amministratori politici e locali, oltre a tanta gente comune.
Andrea Montanari
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 15th, 2012 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA REGIONE: “ALLIBITO DA MARONI, AVEVAMO FATTO UN PATTO. NON ASPETTO SEI MESI, SI VOTI SUBITO”
Il Governatore dà l’ultimatum alla Lega, che «ha mostrato la sua anima inaffidabile e
ribaltonista». «Se entro oggi non cambiano la loro posizione, mi assumo il compito istituzionale, che mi compete, di limitare al minimo la campagna elettorale e andare al voto al più presto».
Presidente Formigoni, cosa significa al più presto?
«Significa che do pochi giorni di tempo al consiglio regionale perchè elimini il privilegio del listino bloccato, come chiedo a voce e per iscritto da molti mesi. Come secondo atto amministrativo voglio vedere cosa succede sulla chiusura del bilancio. Poi, si va al voto».
Perchè questo ultimatum?
«Perchè sei mesi di campagna elettorale per la Lombardia sono un fatto demenziale. Mi assumo la responsabilità di mettere fine a questa agonia che comporterebbe blocchi, polemiche, intralci di ogni genere».
Tutto deciso, quindi?
«Dipende dalla risposta che avrò dalla Lega nelle prossime 24 ore. Giovedì scorso, il segretario Roberto Maroni aveva spiegato che, dopo aver ottenuto l’azzeramento della giunta regionale, aveva il dovere di andare avanti. Sabato ha detto che bisogna votare ad aprile: se questa resta la loro linea, ripeto, è inutile aspettare la primavera».
Si sente tradito dal segretario Maroni? Dalla Lega?
«Sono più che altro allibito. Giovedì ci siamo parlati in tre: io, Alfano e Maroni. Abbiamo concordato la strategia, siamo andati davanti alle telecamere, ci siamo stretti la mano: e poi? Sono allibito e sconcertato: si conferma l’anima della Lega inaffidabile e ribaltonista».
Come giudica questa idea che hanno lanciato delle primarie?
«Se è così, vuol dire che hanno proprio deciso di andare da soli. Non mi resta che augurare loro un buon cammino. Ma non credo andranno molto lontano».
Dopo le dimissioni, lei cosa farà ?
«Io sarò in campo. Non è necessario essere candidato: farò la campagna elettorale con un ruolo da definire, perchè a me interessa rivendicare l’eccellenza del buon governo e della buona politica di questi 17 anni e offrire una proposta ai lombardi».
Se si va al voto in Lombardia, crede che ci saranno ripercussioni su Piemonte e Veneto?
«Lo ha detto il segretario del Pdl veneto, Alberto Giorgetti: “Se cade la Lombardia, si vota anche qui”. La scelta spetta al partito e io non metto becco nelle vicende delle altre regioni. Ma faccio notare che Lombardia, Piemonte e Veneto sono figlie dello stesso patto».
Il Pdl condivide la sua linea?
«Alfano dice le stesse cose che dico io perchè le abbiamo condivise: non ha senso prolungare un’agonia. Siamo in totale sintonia con i vertici del partito e ancora questa mattina (ieri, ndr ) mi sono sentito con Berlusconi, Alfano, La Russa e Mantovani, ripetendoci le stesse cose. Siamo compatti».
Non crede ci sia stato un patto fra Alfano e Maroni?
«Giovedì a Roma ho visto come Alfano ha lavorato al mio fianco e a mio sostegno e ho anche postato un tweet scrivendo Abbiamo un segretario».
E i suoi amici ciellini? Il movimento la sostiene?
«Più di quello che c’è stato a Rimini cosa posso chiedere? Ho avuto applausi e affetto. Questa è la realtà , il resto sono dietrologie false. Il popolo di Comunione e Liberazione non mi ha mai lasciato solo: certo, posso avere compiuto errori e so di avere un caratteraccio: ma non ho mai fatto nulla contro la legge, e non ho commesso reati».
Però l’inchiesta che coinvolge il faccendiere Daccò la chiama in causa e le ricevute delle vacanze ai Caraibi non si sono ancora viste.
«Ripeto quello che sto dicendo da mesi: non ho ricevuto nessun vantaggio da Daccò e Daccò non ha ricevuto nessun vantaggio da me. La sentenza del processo sul San Raffaele, che tra parentesi giudico abnorme per Daccò, ha dimostrato l’assoluta estraneità mia e della Regione. Aggiungo sommessamente, senza voler interferire nel lavoro della magistratura, che anche la vicenda Maugeri segue la stessa logica».
Stasera ci sarà una manifestazione fuori dal Palazzo Lombardia per chiedere le sue dimissioni: preoccupato?
«L’opposizione è libera di fare quello che vuole. A quella organizzata dopo l’arresto di Zambetti c’erano una cinquantina di persone: può essere che qui ne arrivino di più, del resto anche nell’anno in cui sono stato eletto con il record del 63 per cento dei consensi, più di 2 milioni di lombardi hanno votato contro di me. È la democrazia, no?».
Lei è molto impegnato per Expo, come ha dimostrato negli interventi all’International Participants Meeting che si è appena concluso. Dopo le dimissioni, manterrà l’incarico di commissario generale?
«Fino all’insediamento del nuovo governo regionale, resto presidente a tutti gli effetti. La nomina di commissario generale di Expo è stata fatta sulla persona, non sulla carica: tuttavia, mi prenderò poi del tempo per riflettere e decidere».
Elisabetta Soglio
(da “Il Corriere della Sera“)
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Ottobre 15th, 2012 Riccardo Fucile
MAI UN UOMO DI DESTRA POTREBBE VOTARE UN FIGURO DEL GENERE, ANTI-ITALIANO E RAZZISTA… IL PDL PAGHERA’ CARA UNA SCELTA DA PERENNE SERVO DI UN PICCOLO PARTITO DEL 5%, CON PLURI-INQUISITI CHE FANNO PURE LA MORALE AGLI ALTRI
E’ un altro ventennio che va in soffitta, quello dell’eterno Celeste alla guida del modello Lombardia gettato in faccia alla Nazione con arroganza e ostentazione oscena del potere.
Dopo una lunga notte di conciliaboli e telefonate concitate, alle fine anche l’ultima zattera che restava in mano a Formigoni è venuta meno; Alfano ha annunciato l’intenzione del Pdl di sfilarsi dal sostegno ad oltranza del governatore che, tuttavia, piloterà la crisi fino alle elezioni di cui lui deciderà “autonomamente” la data; un modo per non lasciare la gestione del passaggio in mano al Carroccio, anche se l’asse Pdl-Lega resta solido.
Nel nome di un accordo ad orologeria che, tuttavia, già guarda all’alleanza nel dopo Formigoni.
Che dovrà portare un leghista — nelle intenzioni- alla guida di Palazzo Lombardia.
Ma non sarà Maroni.
E’ stato ieri sera, a Lecco, che i fantasmi della sconfitta definitiva a lungo temuti del Celeste si sono materializzati in una folla che gridava “buffone, dimettiti”.
Poco prima, Maroni si era trovato l’intero consiglio federale della Lega a fargli una sorta di processo, capitanato da Matteo Salvini, che sventolava i titoli dei giornali della mattina: “La Lega salva Formigoni”.
Un’onta che il nuovo Carroccio non poteva tollerare.
Così Maroni, sentito Bossi, ha cambiato la corrente degli eventi attaccandosi a quella data di chiusura della legislatura lombarda che mai era stata sottoscritta durante il vertice di giovedì a Roma e ha chiesto a Formigoni il famoso passo indietro: “Si va a votare ad aprile”.
La linea Salvini ha vinto su tutto, ma Maroni, prima di darla vinta al suo arrogante luogotenente, aveva sentito Alfano, concordando la linea da tenere in futuro.
Formigoni avrà probabilmente un seggio al Senato, nel listino blindato di quello che sarà il Pdl alle politiche; una candidatura che verrà sostenuta anche dalla Lega, per non rinnegare “l’ottimo lavoro fatto in Regione fino ad oggi”.
Se il Celeste accetterà questa ciambella di salvataggio lo si vedrà poi. Intanto, però, governerà lui la crisi decidendo anche la data delle elezioni, cosa che Salvini, invece, non voleva in alcun modo concedere.
In cambio, il Pdl non metterà a rischio la tenuta delle due regioni leghiste, Piemonte e Veneto, ma non appena verrà stabilita la data del voto l’asse Pdl e Lega tornerà ad rinsaldarsi sul nome del successore di Formigoni che, con ogni probabilità sarà proprio Matteo Salvini.
Maroni sembra continuare a voler ritagliare per sè il ruolo di “traghettatore” della Lega 2.0. che ha bisogno ancora di un lungo lavoro di ricostruzione prima di poter pensare di rivolgersi nuovamente all’elettorato nazionale senza temere di restare sotto lo sbarramento più basso, quello del 4% in coalizione. L’accordo che chiude il ventennio ciellino alla guida del Pirellone è stato quindi siglato nella notte.
Poi, stamattina, una lunga telefonata tra Alfano e Formigoni e quindi l’annuncio, durante la convention dei Democristiani di Rotondi a Saint-Vincent.
Niente “accanimenti terapeutici”, andare alle elezioni “per il bene della Lombardia”.
Alfano, dunque, ha scaricato Formigoni (anche se lui ha parlato maliziosamente di “lettura malevola della vicenda”) pur di non perdere il più fedele alleato e cominciare a ricostruire, fin da subito, un “dopo” che possa soddisfare entrambi.
D’altra parte, l’alleanza tra Pdl e Lega è stata la colonna portante del ventennio e ora la parte più nuova di questa ossatura politica (la Lega di Salvini, non certo quella di un Maroni ancora troppo compromesso con il passato e interessato anche dall’inchiesta Finmeccanica) prova a rinascere dalle ceneri del suo alleato.
La Lombardia è stata il modello di efficienza e sviluppo che il centrodestra offriva al resto del Paese reale.
Appena pochi mesi fa Formigoni era considerato una possibile alternativa alla leadership nazionale di Berlusconi, e rivendicava le primarie per prenderne il posto.
Invece, il Celeste ha molte responsabilità personali, a partire dalla negazione dell’evidenza.
E cioè che la ‘ndrangheta dettava legge a Milano, comprava e vendeva voti, infiltrandosi ovunque, nel suo partito e altrove.
Come sempre ci si chiederà , ora più che prima, come poteva “non sapere” tutto questo Formigoni; la storia giudiziaria racconterà il resto.
Domani, dunque, sarà davvero un altro giorno per la Regione Lombardia.
Ma chissà quanto migliore.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
Il commento del ns. direttore
Formigoni doveva dimettersi da tempo, i vertici del
Pdl avrebbero dovuto convincerlo a rassegnarle prima che la situazione precipitasse.
Ma che vengano a fare la morale i compagni di merenda di Boni e Belsito, ovvero colui che, secondo gli inquirenti, aveva rapporti con la ‘ndrangheta, è davvero il massimo della sconcezza politica.
Se Formigoni “non poteva non sapere” del suo assessore che pagava 50 euro a voto, il metro di giudizio deve valere anche per Maroni e Salvini che “non potevano non sapere” dei soldi in Tanzania e dei lingotti d’oro.
Salvo che non si auto-accusino di essere dei coglioni, il che non deporrebbe in ogni caso a loro favore.
Berlusconi e Alfano, dopo aver minacciato di far cadere le giunte di Piemonte e Veneto, si sono calati le braghe, anche perchè nessun assessore del Pdl in quelle due regioni avrebbe mai mollato la poltrona.
E’ il prezzo che si paga ad aggregare soggetti senza ideali.
E’ risaputo che, all’interno della Lega, molti esponenti di rilievo hanno da sempre considerato Maroni “un traditore” potenziale: se ha tradito Bossi, quale scrupolo volete che abbia avuto a venir meno alla parola data a Formigoni.
Dopo aver subito ricatti per anni, i vertici del Pdl dimostrano di non aver compreso ancora la lezione: ora pare che sarebbero disposti a cedere a un partito del 5%, allo sfascio più del loro, la presidenza anche della Lombardia. E non a una persona che almeno non rutti a tavola, ma al peggiore becerume esistente in via Bellerio, l’anti-italiano Salvini.
Il famoso sobrio cantante dai cori razzisti secondo cui “i napoletani puzzano”.
Un soggetto che se in Italia venisse perseguito il reato di istigazione alla discriminazione razziale si potrebbe presentare solo alle primarie di San Vittore, ma che pare molto gradito alla fogna padagna del 5%.
Bene, presentatelo come candidato governatore in Lombardia e tanti uomini e donne di destra vera, non quella becera o dei conti in Tanzania, non quella imputata di corruzione o che trasforma i soldi pubblici in lingotti, saprà come regolarsi.
Chiunque sarà l’avversario di Salvini, fosse anche il Pisapia di turno, il nostro voto sarà per chi non rutta corruzione, divisione del Paese e razzismo.
Per Salvini la Padania non è l’Italia?
Bene, fuori dai coglioni allora: torni in Tanzania a contare i soldi di Belsito.
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Ottobre 14th, 2012 Riccardo Fucile
“COTA E ZAIA NON RISCHIANO” SI AFFRETTANO A PRECISARE A PALAZZO GRAZIOLI, ANCHE PERCHE’ IN PIEMONTE E IN VENETO NEL PDL NON SI DIMETTEREBBE NESSUNO… MARONI FA LA FIGURA DEL PIRLA E CADE NELLA TRAPPOLA DI BOSSI
La battaglia è perduta, forse pure la guerra. 
Per cui nessuno nel Pdl (tantomeno il Cavaliere) si accanisce nel difendere l’Indifendibile, cioè Formigoni.
Quattro righe di sostegno da parte del coordinatore nazionale La Russa, davvero il minimo sindacale.
Senza seguito la disperata minaccia lanciata dal Governatore, una bomba nucleare con le polveri bagnate: se la Lega mi farà cadere noi per ritorsione manderemo a casa i leghisti Zaia in Veneto e Cota in Piemonte…
Facile a dirsi, impossibile in pratica (e Maroni figurarsi se ci può cascare). Primo, perchè se da Roma partisse l’ordine «dimettetevi dalle giunte delle due Regioni», nessun assessore Pdl obbedirebbe.
Di questi tempi si tengono stretta la loro poltrona e, alcuni insinuano, anche lo stipendio.
Dunque i governatori della Lega non rischiano nulla.
In ogni caso, se pure loro venissero travolti da una vendetta trasversale, quale concreto vantaggio ne ricaverebbe il Pdl?
Zero, spiegano sconsolati ai piani alti del partito.
Anzi, un gravissimo danno. Perchè nelle due Regioni si andrebbe alle urne e il centrodestra non avrebbe alcuna speranza di vincere.
Sconfitta sicura.
Invece aspettando la normale scadenza del 2015, magari, mai dire mai…
E poi c’è una terza singlare considerazione che aleggia, sebbene a via dell’Umiltà ne parlino malvolentieri: la Lega in fondo non ha «tradito».
Mica si sta buttando a sinistra.
Semplicemente prende atto che Formigoni e la sua giunta non si reggono in piedi per un cumulo di fatti giudiziari.
Per il timore (secondo alcuni la certezza) che altre inchieste si aggiungano e per la conseguente ansia di fuggire prima del crollo.
Maroni ha cambiato le carte in tavola, è l’accusa di alcuni, aveva preso accordi diversi con Alfano salvo rimangiarseli, di lui non ci si può più fidare. Per altri che sono la maggioranza, invece, il segretario della Lega è stato lui stesso vittima della vecchia volpe Bossi, che prima ha consigliato a Formigoni di resistere, salvo pugnalarlo non appena Bobo e Angelino si sono stretti la mano.
Così va la politica.
Nel giudizio dei vertici Pdl, Maroni e la Lega possono ancora tornare utili in prospettiva, sbagliatissimo rompere.
Semmai il timore dei quadri dirigenti è che con la Lega Berlusconi possa rivelarsi troppo generoso.
Al punto che se il Carroccio chiedesse di esprimere il candidato presidente della Lombardia, offrendo in cambio un’alleanza nazionale, l’ex-premier non esiterebbe a metterci la firma.
Con il solo 5 per cento dei voti, ragiona perplesso il piemontese Osvaldo Napoli, «Maroni allungherebbe le mani sulle tre più grandi regioni del Nord». Ma prima il fato di Formigoni si deve compiere fino in fondo.
Deve togliersi di mezzo. L
a Santanchè glielo consigliava da tempo, «si dimetta prima che la Lega gli dia gli 8 giorni». Il mutismo del Cavaliere alimenta i sospetti che, in cuor suo, l’esito non gli sia così sgradito.
Tre sere fa Berlusconi si è informato distrattamente con Alfano sul suo colloquio con Maroni, lungo tutto il corso della giornata non aveva nemmeno avuto la curiosità di chiamare.
Ieri Berlusconi aveva un diavolo per capello.
Non per la Lombardia, bensì per certi articoli di giornale che lo dipingono più alto grazie ai tacchi e gli attribuiscono come fidanzata la giovane e piacente deputata Pascale.
Ma soprattutto si è sdegnato con il presidente del Palermo calcio Zamparini, secondo il quale Silvio si fa «la punturina» laddove una pillola basterebbe per restituirgli nuova linfa.
C’è un’ultima interpretazione, ancora più tremenda, del silenzio berlusconiano: come per Formigoni, pure per il Pdl l’ex padre padrone sta adottando la tattica del «laissez-faire».
Non si cura di quanto accade sul territorio, delle roccaforti perdute una dopo l’altra, del senso di un generale «rompete le righe», dei sondaggi in caduta libera ormai sotto il 15 per cento, delle sirene centriste e di Italia futura che cominciano a far breccia tra i gerarchi, del modello lombardo tanto decantato che rischia di rovesciarsi nel suo contrario…
Il Cavaliere osserva silenzioso in quanto convinto che non ci sia più speranza di salvare il partito.
Sta progettando di farne uno nuovo sotto forma di lista civica, dunque lascia che quello vecchio vada alla deriva per poter dire al momento buono: «Basta, si ricomincia. Da me».
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Ottobre 11th, 2012 Riccardo Fucile
IL SISTEMA DEI CALABRESI PER CONQUISTARE I LAVORI DELL’EXPO
«Hai visto quel “pisciaturo” di Zambetti come ha pagato? Eh…lo facevamo saltare in aria!…
Cirù, tu l’avevi letta la lettera che gli avevamo mandato?… Il pizzino? Gli hanno mandato una lettera tramite me… che quando l’ha letta, figlio mio, le orecchie si sono incriccate così… gli abbiamo mandato una lettera talmente scritta bene e talmente con tanti di quei… si vede che avevano gente laureata nel gruppo, gli hanno fatto la cronistoria di come sono iniziate le cose, di come erano i patti e di come andava a finire…».
Milioni di euro di appalti
Già , come andava a finire per Domenico “Mimmo” Zambetti, assessore alla Casa della Regione Lombardia, uno in grado di firmare appalti per decine di milioni di euro, in fondo glielo avevano fatto scrivere chiaro e tondo «da gente laureata»: perchè si capisce, anche la mafia calabrese, tra un’estorsione e un’ammazzatina, ormai usa un certo stile.
E lui, «Zambe», il «pisciaturu», che in dialetto calabrese vuol dire «uomo di poco conto» ma anche qualcosa di peggio, la sua condanna l’aveva firmata il giorno che aveva chiesto almeno 4 mila voti per andare ad occupare una poltrona d’assessore nella giunta plurinquisita di Roberto Formigoni.
Poi, forse, si era pentito. Troppo tardi.
I boss, se la ridevano mentre sulla Bmw imbottita di cimici del capocosca Eugenio Costantino, il 18 marzo scorso, commentavano l’ultima rata da 30 mila euro pagata dall’assessore.
«Oh, si è messo a piangere davanti a me e a zio Pino (l’altro boss, Pino D’Agostino, ndr). E piangeva, per la miseria, si è cagato sotto, cagato completo, totale… ogni tanto, solo così possiamo prenderci qualche soddisfazione, altrimenti non ne avrei mai nella vita di soddisfazioni, perchè il potere lo hanno i politici e la legge, però ogni tanto, vaffanc…, con l’aiuto degli amici, ogni tanto una soddisfazione ce la prendiamo…vaffanc… lo sai lui quante persone fa piangere?…E ogni tanto piangono anche loro, ma solo così, Ciro, non c’è altra alternativa che puoi farli piangere…ecco perchè io starò sempre dalla parte della delinquenza!». Incredibile.
Ma come si sa, certe disgrazie, hanno sempre un’origine precisa.
Nel caso dell’assessore Zambetti è una cena del 2009 per le elezioni nel comune di Sedriano, dove il futuro assessore, già onusto d’incarichi pubblici, si presenta per appoggiare la candidatura per il Pdl di Teresa Costantino, la figlia del boss delle cosche platiote al Nord, un tipo sempre elegante e dalla faccia pulita, un boss «2.0» come si direbbe adesso: uomo d’affari, titolare della catena di gioiellerie «compro oro», affamato di appalti pubblici che potrebbe accaparrarsi, come spiega al suo compare e plenipotenziario Giuseppe D’Agostino detto «zio Pino», tramite una sua «testa di legno», tale Paolo Antonio, presidente di una cooperativa, la «Nuova Coseli», con sede in viale Bianca Maria, la strada che a Milano raccoglie studi professionali e uffici di prestigio.
Zambetti capisce in fretta l’antifona e il personaggio e al momento giusto, alla vigilia delle elezioni regionali del 2010 firmerà il suo patto col Diavolo: 4.000 voti in cambio di 200 mila euro e una serie di appalti e favori.
Un vero peccato che l’antimafia di Ilda Boccassini, intercetti il boss per una delle tante indagini sulla criminalità organizzata.
Scoprendo, come mai prima d’ora, quello che da tempo si sapeva e scriveva: e cioè che la ‘ndrangheta al Nord, quella dei Barbaro e dei Morabito, dei Bruzzaniti e Palamara, ha messo da un pezzo le mani sulle città e la Regione.
Il «cavallo di Troia» al Pirellone
Piazzando il suo «cavallo di Troia» dentro il Pirellone: nientemeno che l’assessore alla Casa: «Noi gli diciamo: Mimmo, guarda che c’è quel lavoro, c’è che ce lo devi far dare, adesso tu sai che c’è l’Expo, lui ci può aiutare e li guadagniamo tutti».
Un politico di rango che li riceve nel suo ufficio in via Mora 22, in pieno centro.
Che fa avere una casa all’amante, una licenza alla sorella, sistema la figlia del boss nella direzione centrale dell’Aler, l’ente che controlla le case popolari…
«Però aspetta, adesso bisogna vedere se non l’ha presa per il culo… se non le rinnovano il contratto, poi dopo andiamo a prenderlo a Zambetti… gli diciamo: vieni qua, pisciaturu e gli facciamo un culo così».
Vatti a fidare dei politici.
Sebbene Zambetti, che viene ricattato anche attraverso fotografie di una cena elettorale a Magenta dove i boss si affollano per stringergli la mano, s’impegni soprattutto per gli appalti.
L’elezione pagata a rate
In più, paga la sua elezione. A rate: tre in tutto, l’ultima, da 15 mila euro, il 15 marzo scorso.
Mentre i carabinieri intercettano, filmano e fotografano, appostati sotto il suo ufficio, per un’indagine che non lascia scampo.
E sarebbe bello capire anche, dove li trovava tutti questi soldi l’assessore, accusato non a caso, oltre che di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio, anche di corruzione.
Secondo l’inchiesta, Zambetti si consegna totalmente alle cosche calabresi. Ne riceve l’appoggio, grazie anche ai voti trovati da un personaggio già noto alle cronache, Ambrogio Crespi, fratello minore del più celebre Luigi, il sondaggista che inventò «il contratto con gli italiani» di Silvio Berlusconi.
Crespi, giornalista e sondaggista a sua volta, ha contatti con i «napoletani», che controllano interi condomini alla periferia di Milano.
«Ambrogio se vuole, 2000 voti come niente, a me. Lo fa per soldi, no?» E «per gli amici che si disturbano, ci vuole almeno un pensiero, una cinquina di mila euro…». Anche se poi Crespi si lamenta perchè ha preso «solo» 80 mila euro e così, con la scusa di farsi pagare un sondaggio, va a trovare pure lui l’assessore Zambetti.
Ognuno ha il suo bel tornaconto in questa storia squallida e pericolosa che rivela il degrado etico e di legalità raggiunto ormai da certi politici e imprenditori.
Perchè probabilmente, questa non era nemmeno la prima volta che l’assessore ricorreva agli «amici degli amici».
«Scusa, com’è che glieli hanno dati i 2.500 voti a Milano l’altra volta a Zambetti… E va bè, tanto ci ha messo le mani la famiglia Barbaro per i voti…. Perchè io – spiega Costantino a una sua amica nel giugno del 2011 – ne sto vedendo di tutti i colori. Io per l’assessore ho fatto la campagna elettorale per le provinciali del 2009, per quelle del Comune di Milano del 2011 perchè dove ci sono mi chiamano ormai…».
Paolo Colonnello
(da “La Stampa“)
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Ottobre 10th, 2012 Riccardo Fucile
MARONI PROVA AD ALZARE LA VOCE E RIMEDIA DUE SCHIAFFONI: VOLEVA LA LOMBARDIA AL VOTO IN PRIMAVERA, ORA COTA E ZAIA SE LA FANNO SOTTO
La giunta regionale della Lombardia si avvia a nuove elezioni dopo l’ennesimo scandalo, che questa volta vede coinvolto l’assessore regionale Zambetti?
La Lega sul far della sera chiede al presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, di azzerare la giunta da lui guidata e lo avverte che ha in mano le dimissioni di tutti i consiglieri e degli assessori della Lega in Regione. «Lasciamo a Formigoni la scelta se fare un passo indietro o uno di lato – ha detto il segretario regionale della Lega Matteo Salvini al termine di un incontro con i consiglieri al Pirellone – ci aspettiamo quanto meno l’azzeramento dell’intera giunta, l’eventuale dimezzamento dei nuovi assessori, eventualmente con un altro presidente di Regione».
In pratica se lasciasse il posto a un leghista si potrebbe andare avanti.
Qualche ora dopo è arrivata la replica di Formigoni: «Mi sono sentito con il presidente Berlusconi e con il segretario Alfano, che hanno confermato la linea del Pdl: se cade la Lombardia un secondo dopo cadono Veneto e Piemonte».
Così ha riferito il presidente della Regione Lombardia al suo entourage, secondo il quale il governatore è «assolutamente tranquillo» perchè «quella assunta stasera dalla Lega è una decisione presa a livello locale».
Come dire che Salvini non conta una mazza e che se Maroni vuole suicidarsi è libero di farlo.
Cota e Zaia saranno felici e riconoscenti a Salvini per le sue parole.
Forse il cantante del “senti che puzza, stanno arrivando i napoletani” farebbe meglio a preoccuparsi della visita di ieri della GdF al gruppo regionale dela Lega dove Boni è nuovamente indagato per la gestione dei fondi del gruppo.
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Ottobre 10th, 2012 Riccardo Fucile
GLI ALTRI: RINALDIN, PENATI, FORMIGONI, BONI, NICOLI CRISTIANI, PONZONI, GIANMARIO, LA RUSSA, MINETTI, BELOTTI, BOSSI, RIZZI
Con l’arresto di Domenico Zambetti, assessore alla Casa della Giunta Formigoni, sale a 13 il
numero di esponenti politici – fra Giunta e Consiglio – indagati dal 2010, inizio della legislatura al Pirellone.
Proprio l’altro ieri, è stato condannato in primo grado a due anni e mezzo per falso e truffa il consigliere del Pdl Gianluca Rinaldin mentre la scorsa settimana è stato chiesto il rinvio a giudizio per varie ipotesi di reato, fra cui corruzione, per l’ex vice presidente dell’Aula, Filippo Penati, ex Pd.
Questa sorta di `elenco’ stilato dai media per raccontare, in questi mesi, le vicende che intrecciano politica e giustizia in Regione Lombardia comprende il presidente Roberto Formigoni (Pdl), accusato di corruzione aggravata nella inchiesta sulla Fondazione Maugeri; l’ex presidente del Consiglio regionale, Davide Boni (Lega), accusato di corruzione; i due suoi ex vicepresidenti Penati appunto e Franco Nicoli Cristiani (Pdl, che, arrestato, si è dimesso dal Consiglio regionale), accusati a loro volta di corruzione; l’ex consigliere segretario Massimo Ponzoni (Pdl), arrestato a gennaio con varie accuse fra cui la corruzione e la bancarotta fraudolenta. Sia Boni sia Nicoli sia Ponzoni, fra l’altro, sono stati assessori regionali nelle Giunte precedenti.
Indagati, al Pirellone, anche il consigliere del Pdl Angelo Giammario, ex sottosegretario di Formigoni, per corruzione; l’attuale assessore alla Sicurezza, Romano La Russa, accusato di finanziamento illecito; la consigliera Pdl Nicole Minetti, a processo per induzione e favoreggiamento della prostituzione anche minorile nell’ambito del caso Ruby.
In un’inchiesta per tifo violento è, invece, stato coinvolto l’assessore leghista Daniele Belotti.
Fuori ormai dalla politica, dunque senza alcun incarico, ma dentro questo `elenco’ ci sono l’ex consigliere leghista Renzo Bossi (dimessosi per l’inchiesta sull’uso dei rimborsi elettorali del Carroccio nella quale è accusato di appropriazione indebita) e l’ex assessore sempre leghista, Monica Rizzi, sospettata in passato di aver prodotto dossier proprio per screditare avversari interni di Bossi Jr.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 10th, 2012 Riccardo Fucile
AI BOSS CALABRESI BEN 200.000 EURO… IN MANETTE ANCHE AMBROGIO CRESPI, FRATELLO DEL SONDAGGISTA… COINVOLTO ANCHE IL PADRE DI SARA GIUDICE PER AVER FATTO DIROTTARE I VOTI SULLA FIGLIA
Ordine d’arresto per un assessore regionale della giunta Formigoni.
I carabinieri parlano di operazione “senza precedenti”, un’espressione non raramente abusata, ma in questo caso suona a proposito: sinora non s’era mai visto in Lombardia un politico pagare i gangster della ‘ndrangheta per avere un pacchetto di voti sicuri. Erano voti pagati in contanti, a caro prezzo, 50 euro circa l’uno, quelli presi da Domenico Zambetti, 60 anni, Pdl.
Era stato eletto alle ultime competizioni con 11.217 voti di preferenza, quindi nominato assessore alla Casa al Pirellone.
Secondo l’inchiesta, ha dovuto pagare ai clan calabresi, in varie rate, 200mila euro. Una è di 80 mila, una versata il 31 gennaio 2011 e l’ultima rata, 30 mila euro, è stata pagata nell’associazione culturale ‘Centro e libertà ‘ con sede in via Mora 22 il 15 marzo 2011.
Ad incassarli, secondo l’accusa, Giuseppe D’Agostino, gestore di locali notturni, già condannato negli anni scorsi per traffico di droga, che appartiene alla cosca calabrese Morabito-Bruzzaniti; l’altro, referente del clan Mancuso, è l’imprenditore Eugenio Costantino.
E’ un altro colpo per una giunta, come quella Lombarda, che vede il presidente Roberto Formigoni indagato per corruzione con i faccendieri Antonio Simone e Piero Daccò, e ha visto altri arresti per appalti e inchieste per tangenti.
L’ordinanza firmata dal gip Alessandro Santangelo viene eseguita in queste ore e nell’elenco degli arrestati figura, accanto all’assessore Zambetti, anche Ambrogio Crespi: è il fratello minore del più celebre Luigi, ex sondaggista preferito di Silvio Berlusconi.
Era proprio Crespi, secondo l’accusa, a rastrellare i voti nei quartieri periferici di Milano, grazie ai suoi numerosi contatti con la malavita organizzata.
Ai detective, coordinati dal pubblico ministero Giuseppe D’Amico, non è sfuggito il ruolo di Marco Scalambra, un chirurgo che ha collaborato con Gavannezini Humanitas a Bergamo e con l’istituto Galeazzi, 55 anni, ma impegnato in politica come faccendiere del centrodestra.
Viene considerato il burattinaio del sindaco di Sedriano, Alfredo Celeste, il quale finisce agli arresti domiciliari. In tutto sono venti le persone destinate al carcere, ma quello che emerge ancora una volta, da quando Ilda Boccassini è il coordinatore della distrettuale antimafia milanese, è la cosidetta ‘zona grigia’.
E’ quel mondo di persone apparentemente lontane dal crimine ma in realtà disposte a ubbidire, manovrare, avere vantaggi grazie a gangster molto pericolosi, in questo caso legati a due gruppi, i Mancuso della provincia di Vibo Valenzia e i Morabito-Palamara Bruzzaniti di Africo Nuovo, con i loro affiliati in Lombardia.
Una microspia, che i ‘cacciatori’ del nucleo investigativo milanese sono riusiti a piazzare dentro una Bmw, è diventata una specie di bussola per tracciare la rotta degli insospettabili: un’operazione che pare da manuale.
Qualcuno ricorderà Sara Giudice: è la giovane ex esponente del Pdl a Milano che organizzò, anzi creò la la campagna ‘anti-Nicole Minetti’. Invocava liste pulite, opponendosi alla ‘politica del bunga bunga’, partecipando a trasmissioni come Anno Zero, l’Infedele, Un giorno da pecora.
Ebbene, anche lei, non eletta a causa della legge elettorale, ha ricevuto i voti della ‘ndrangheta, anche se probabilmente a sua insaputa.
E’ stata la più votata della della lista del Terzo Polo nel capoluogo lombardo, con 1.028 preferenze. “Non vi deluderò”, aveva promesso.
A fare l’accordo con i mafiosi calabresi, ma non c’è prova che sapesse con chi avesse a che fare, è stato suo padre, Vincenzo Giudice, ex consigliere comunale Pdl.
Uno molto chiacchierato ma intoccabile, finito nelle carte giudiziarie sempre per suoi incontri con uomini delle cosche.
Per favorire sua figlia aveva promesso non soldi, ma appalti in Calabria, grazie a una società partecipata del Comune di Milano di cui, nominato dalla giunta Moratti, è al vertice.
L’assessore Zambetti era in contatto con Eugenio Costantino, che gli presenta il boss Giuseppe D’Agostino, da qualche tempo detenuto, come ‘portavoce’ della ‘ndrangheta. Da quel momento, Zambetti è sotto scacco: “Bisogna fare attenzione … con il mangiare”, gli fa sapere il boss.
Gli mostrano anche una lettera-pizzino con la ricostruzione precisa della genesi dei loro rapporti e l’assessore fa assumere all’Aler, l’ex istituto case popolari, Teresa Costantino, consigliere comunale pdl a Sedriano, con la complicità di persone ancora da individuare.
Quando Zambetti capisce che non ha molto spazio di ribellione e deve sottostare alle richieste di appalti e favori, “s’è messo a piangere, e piangeva per la miseria, si è cagato sotto, cagato completo, totale, ogni tanto solo così possiamo prenderci qualche soddisfazione. Il potere lo hanno i politici e la legge, però ogni tanto, vaff…, con l’aiuto degli amici, ogni tanto una soddisfazione ce la prendiamo”, si dicono gli ndranghetisti.
La gang si occupava anche di estorsioni e di un traffico di gru, elevatrici, ruspe rubate in Italia e spedite nei paesi emergenti.
Circa sessanta imprenditori verranno ascoltati nei prossimi giorni, perchè nessuno – e si conferma l’allarme lanciato dalla Procura milanese – si è rivolto alle forze dell’ordine.
Da notare, invece, un candidato di una lista vicina alla Lega, che a Rho rifiuta di essere sponsorizzato dal medico-faccendiere Scalambra, che gli propone “i voti della “lobby calabrese””.
L’inchiesta è in pieno svolgimento ma alle 13, nell’ufficio del procuratore capo, si terrà una conferenza stampa.
Piero Colaprico
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 4th, 2012 Riccardo Fucile
IL DOPPIO FILO CON LA MAUGERI: COSI’ LA CODANNA DEL FACCENDIERE SVELA IL SISTEMA FORMIGONI
Di lui, all’inizio dello scandalo, il presidente Formigoni diceva: «Mi pare faccia il
consulente nel settore della Sanità ».
Poi emersero cinque lussuosi capodanni insieme. Yacht con equipaggio messi a disposizione. Cene senza limiti, eventi, feste.
Da ieri sull’ex semisconosciuto Pierangelo Daccò sono piovuti 10 anni di carcere.
Cinquantasei anni, residenza in Svizzera ma dalla metà del novembre 2011 detenuto a Opera, assiduo della Regione, del “capo casa” di Formigoni Alberto Perego, dello stesso presidente che ha beneficiato per vari milioni di euro, Daccò è stato dunque condannato per concorso esterno in bancarotta.
Quella dell’ospedale San Raffaele. Una condanna pesantissima.
Ma occorre dire subito che gli indizi contro Daccò, nell’altra indagine, quella sulla Fondazione Maugeri, in attesa di rinvio a giudizio, sono ancor più copiosi e pesanti: «Noi possiamo fare anche a meno delle sue confessioni, parli o no per le indagini cambia poco», è la frase che trapela al quarto piano del palazzo di giustizia milanese, dove i detective sono certi di aver aperto nel «sistema Daccò» vaste e perenni crepe.
Un retroscena è basilare.
Il suicidio del numero due del San Raffaele, il brillante Mario Cal, aveva sconvolto il bergamasco Danilo Donati, il security manager dell’ospedale. Donati è stato poi arrestato.
Ma aveva incontrato a lungo i magistrati del pool milanese come testimone.
Il primo interrogatorio, cominciato alle 9.30 del mattino, era finito alle 3 di notte.
E altri ne aveva resi. Donati, occupandosi di sicurezza, e quindi anche di proteggere gli incontri, sapeva molto dei contanti che Daccò riceveva da Mario Cal (in cambio delle sue raccomandazioni dentro la Regione per i rimborsi).
È una miniera d’informazioni, è lui a svelare che un costruttore, abituale fornitore del San Raffaele, proprio in quel periodo, aveva dovuto vendere la sua casa di riposo, della Fondazione Ombretta, intestata alla figlia morta, alla Fondazione Maugeri. Come intermediario immobiliare chi c’era?
Il socio di Daccò, Antonio Simone, ciellino, ex assessore alla sanità ai tempi di Tangentopoli, uscito malvolentieri dalla politica attiva per gestirla da sullo sfondo. Solo per quella vendita, Simone incassa una commissione di 5 milioni di euro, finiti all’estero.
Ecco profilarsi il «sistema Daccò».
Uguale per il san Raffaele e per la Maugeri. I pubblici ministeri seguono passo passo le tracce dei soldi pubblici che la Regione versa alla Fondazione Maugeri, eccoli che vengono «ritagliati» da Daccò, il quale intasca percentuali elevatissime.
Prima del 25 per cento sui rimborsi regionali, poi del 12,5, e gira ogni volta la quota che spetta al socio Simone.
La Regione ha assicurato di non avere nulla a che fare con questi maneggi, ma il primario pneumologo che coordina tutti i direttori sanitari della Fondazione Maugeri, il dottor Antonio Spanevello, sottoscrive cinque mesi fa un verbale che smentisce ogni versione minimalista: «Un giorno – ricorda il primario – mi sono incontrato casualmente con Passerino (il direttore generale, ndr), quando il presidente Formigoni era stato appena rieletto alle ultime elezioni regionali. Passerino mi disse di incominciare a pensare a dei progetti innovativi da presentare alla Regione al fine di ottenere nuovi finanziamenti. Egli mi fece chiaramente intendere che il “momento era propizio”».
Vengono quindi inventati tre progetti «in ambito riabilitativo (malattie rare, dolore cronico e trapianto)» e si apre una corsia speciale.
Spanevello incontra infatti a Roma il direttore generale del ministero della Sanità Massimo Casciello, che gli dà i suggerimenti giusti per aggirare ogni barriera: «… Ho di sicuro riscontrato nei miei incontri in Regione Lombardia che sia Lucchina (Carlo, direttore generale sanità regionale), che Alessandra Massei (funzionario regionale, legata a Daccò, ndr), avevano già ricevuto i progetti essendone a conoscenza (…) Ricordo che Passerino mi chiamò nel suo ufficio e mi fece vedere una bozza di lettera (…) Mi si chiede se sia corretto… «.
Corretto?
«Effettivamente – ammette Spanevello – la procedura è stata anomala, anzi devo dire che è illegale (…) Ne parlai più volte al presidente Umberto Maugeri, evidenziando le stranezze della procedura adottata (…) Gli ho detto “per favore queste cose fatele fare a Passerino”».
I magistrati, nell’invito a comparire a Formigoni, puntavano il dito sul «sistematico asservimento della discrezionalità ammini-strativa » della Regione ai bisogni dei faccendieri.
Come negarlo? A che titolo Daccò ha munto 80 milioni di denaro pubblico? È sparito in conti esteri, in parte prelevato in contanti: da dare a chi?
È la domanda per ora senza risposta.
Piero Colaprico
(da “La Repubblica“)
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