Destra di Popolo.net

IL LEGHISTA BONI NON MOLLA LA POLTRONA: “NON MI DIMETTO”, LASCIA INVECE IL SUO CAPO SEGRETERIA DARIO GHEZZI

Marzo 13th, 2012 Riccardo Fucile

DICHIARATA INAMMISSIBILE LA MOZIONE DELLE OPPOSIZIONI CHE CHIEDEVA LE DIMISSIONI DELL’ESPONENTE LEGHISTA CHE SI AUTOASSOLVE   DA SOLO

Dario Ghezzi, capo della segretaria del presidente del consiglio regionale Davide Boni, si è dimesso dal suo incarico.
Lo si apprende da fonti vicine alla presidenza.
Ghezzi è indagato assieme a Boni nell’inchiesta per presunte tangenti.
Intanto il presidente del Consiglio regionale ha ribadito a margine della seduta la sua intenzione di non dimettersi.
Nessun passo indietro, ha detto, mentre la riunione dell’assemblea è sospesa per un incontro tra i capigruppo, «perchè sono innocente».
Più volte, negli scorsi giorni, Davide Boni aveva dichiarato di voler prendere la parola nel dibattito in aula sul caso che lo riguarda.
E’ probabile invece che non lo farà .
Letteralmente assediato dalle telecamere, Boni a fatica è riuscito a raggiungere il suo ufficio dietro l’Aula scortato da numerosi commessi.
Intanto ha inviato una lettera a tutti i consiglieri: «Ho svolto sino ad ora il mandato affidatomi dall’aula nel rispetto dello Statuti e del Regolamento; intendo proseguire su questa strada, dal momento che nessuna delle accuse che mi vengono rivolte può avere la minima influenza sul ruolo di rappresentanza che attualmente esercito».
La mozione delle opposizioni che chiedeva le dimissione del presidente del Consiglio regionale, il leghista Davide Boni, indagato per corruzione, è stata dichiarata inammissibile.
Con questo colpo di scena si è aperta l’assemblea al Pirellone sul caso tangenti.
Il centrosinistra ha protestato per la decisione della maggioranza.
Ora si attende la decisione dei capigruppo.
In difesa di Boni è intervenuto Renzo Bossi, il figlio del Senatùr eletto in consiglio regionale nel 2010. “Io le prove non le ho viste”, ha detto il Trota, come lo ha soprannominato il padre. “Conosco comunque i principi della Lega e non sono quelli, sono altri” rispetto al quadro che emerge sui giornali in questi giorni.

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FORMIGONI, DEVOTO ALLE BARCHE DI LUSSO

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

LA PASSIONE DEL PRESIDENTE PER LE VACANZE A SPESE ALTRUI…SI E’ APERTO UN CONFLITTO AI VERTICI DI CL: DON CARRON E MONSIGNOR   SCOLA CONTRO I FORMIGONIANI… GLI ARRESTATI PONZONI E DACCO’ NELL’ELENCO DEI BENEFATTORI

Chissà  che cosa pensa don Julià¡n delle vacanze di Roberto Formigoni.
Don Julià¡n Carrà³n è l’erede di don Luigi Giussani che da sette anni guida Comunione e liberazione.
I “ciellologi” sostengono stia ora tentando, assieme al cardinale di Milano Angelo Scola, di raddrizzare la rotta al movimento, dopo l’ubriacatura berlusconiana e gli scandali all’ombra del Pirellone.
L’ultimo colpo è stato l’arresto di Massimo Ponzoni, ex assessore del presidentissimo della Regione Lombardia.
Il ragioniere che curava i conti (piuttosto disastrati) delle società  di Ponzoni, Massimo Pennisi, in una sua lettera-testamento scrive: “La stessa Immobiliare Mais ha pagato varie volte noleggi di barche e vacanze esotiche allo stesso Ponzoni e al suo capo Formigoni”.
Una società  di Ponzoni dunque, la Immobiliare Mais, secondo il ragioniere avrebbe saldato il conto di barche e vacanze al “Celeste”.
Più che imbarazzante, se si dimostrasse vero: ma Formigoni ha smentito subito con decisione e ieri ha cinguettato su Twitter: Whoever wishes to delegitimize the political system of the Lombardy Region is deluding himself (Chiunque speri di delegittimare il sistema politico della Regione Lombardia sta deludendo se stesso).
Non può negare di essere salito sullo yacht di un altro arrestato, il faccendiere Piero Daccò: lo incastrano le foto.
Pantaloni bianchi, torso nudo o canottiera fucsia, il “Formiga” se la gode in buona compagnia, nel mare cristallino della Costa Smeralda.
E Daccò è il mediatore targato Cl accusato dalla Procura di Milano di aver fatto sparire nei suoi conti all’estero i soldi sottratti al San Raffaele di don Luigi Verzè.
E non c’è solo la barca del faccendiere che sussurrava a Formigoni.
C’è anche l’aereo di don Verzè.
Su quel velivolo il Celeste è volato a Saint Marteen, Caraibi.
Parola di Stefania Galli, fedele segretaria di Mario Cal, sventurato braccio destro di don Verzè: “Ricordo che una volta”, detta a verbale, “mi fu chiesto dal dottor Cal di prenotare un volo per Saint Marteen a bordo del quale ci sarebbero stato Daccò e Formigoni”.
Ci aveva provato, a non avere la tentazione di andare sulle barche degli altri. Nei primi anni del Duemila aveva la sua, 15 metri e due motori da 400 cavalli: Obelix, ormeggiata nel porto di Lavagna, in Liguria.
Oddio, non era proprio sua: in quanto membro dei Memores Domini, nucleo d’acciaio di Cl, ha fatto il voto di povertà , oltre che di obbedienza e di castità .
Era una barca comunitaria, Obelix, proprietà  collettiva dei Memores.
Il vecchio proprietario, Adelio Garavaglia, l’aveva venduta nel 2002 a persone tutte del “Gruppo Adulto” di Cl: Fabrizio Rota, Alberto Perego, Alfredo Perico e Formigoni.
In più, c’era anche Oriana Ruozi, unica non appartenente ai Memores e moglie di Mazarino De Petro, braccio destro del presidentissimo (condannato e poi prescritto per le tangenti degli affari petroliferi Oil for food con Saddam).
Garavaglia aveva incassato 670 milioni di lire, 470 dichiarati e 200 in nero.
Il pagamento di Obelix è un’avventura.
Formigoni versa a Garavaglia 111 mila euro dai suoi conti: 10 mila nel gennaio 2002 con un assegno della Banca Popolare di Sondrio; 51 mila euro nel febbraio 2002 con un bonifico che parte dalla Banque Populaire d’Alsace; e 50 mila euro nel luglio 2002 con un altro assegno della Popolare di Sondrio.
Il resto lo paga De Petro un po’ alla volta, per lo più in contanti.
Racconta Garavaglia: “Ci incontravamo nei fine settimana a Lavagna, nei pressi della mia ex imbarcazione; io chiedevo a De Petro se avesse portato qualcosa per me, e lui tirava fuori dal suo borsello a tracolla mazzette di banconote tenute insieme da un elastico, sempre tra i 10 e i 15 mila euro per volta”.
In altre occasioni, Garavaglia incassava assegni, a volte intestati a nomi falsi (gli inesistenti Carlo Rossi e Giancarlo Rossi).
I Memores si affollano a portar soldi per pagare Obelix.
Alberto Villa, per esempio, versa 10 mila euro presi da una cassetta di legno che tiene sotto il letto. È “la mia esigua quota di partecipazione”, spiega al pm Alfredo Robledo.
Quando questi gli dice che dagli atti non risulta tra i proprietari, Villa cade dalle nuvole: “Apprendo solo in questa sede di non avere alcuna partecipazione nella proprietà  dell’imbarcazione, ero convinto di esserne proprietario anch’io”.
Chissà  se don Julià¡n Carrà³n sa queste cose.
Dicono che il suo programma sia ora quello di mettere al riparo Cl-movimento ecclesiale da Cl-Compagnia delle Opere-movimento economico e politico.
Ha addirittura minacciato di dimettersi e di tornarsene in Spagna: vedremo chi vincerà , tra l’erede spirituale di don Giussani e il presidentissimo dalle vacanze pericolose.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE FIRME FALSE ALLA REGIONALI LOMBARDE: LA PROCURA SI COSTITUISCE PARTE CIVILE

Novembre 25th, 2011 Riccardo Fucile

SONO 618 LE FIRME FALSIFICATE PER LA LISTA DI FORMIGONI…15 LE PERSONE INDAGATE, TRA QUESTE 4 CONSIGLIERI PROV DEL PDL E CLOTILDE STRADA, COLLABORATRICE DI NICOLE MINETTI

La Procura di Milano si è costituita come parte nella causa civile avviata dai Radicali contro l’amministrazione regionale e i consiglieri per chiedere l’annullamento delle elezioni.
La Procura ha depositato nella causa civile la perizia effettuata in sede di indagini penali in base alla quale è stata contestata la falsita’ di 618 firme presentate per la lista “Per la Lombardia” di Formigoni e i verbali dei cittadini che hanno riconosciuto le firme come false.
I legali della Regione Lombardia, invece, hanno chiesto che il giudice della quinta sezione civile di Milano, Margherita Monte, disponga una propria perizia d’ufficio per valutare la presunta falsita’ delle firme.
Per i legali, contrariaramente a quanto esposto dai Radicali, non si puo’ chiedere al giudice civile di annullare le elezioni, perche’ questo rientra nella competenza dei tribunali amministrativi.
Il 17 ottobre scorso il procuratore aggiunto Alfredo Robledo ha chiuso l”inchiesta. Nell’avviso di chiusura delle indagini per falso ideologico, notificato a 15 persone, tra cui 4 consiglieri provinciali milanesi del Pdl e Clotilde Strada, collaboratrice di Nicole Minetti e all’epoca responsabile del partito per la raccolta delle firme.
Secondo la magistratura il sistema di falsificazione delle firme per le elezioni del 28-29 marzo 2010 era già  stato messo in piedi tra gennaio e febbraio.
Clotilde Strada, come si legge nell’avviso di chiusura che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, ha agito ”in qualità  di vice responsabile del settore elettorale del Pdl Lombardia, ma in concreto unica effettiva responsabile dell’attività  di raccolta delle firme dei sottoscrittori necessarie per la presentazione delle liste”.
E ha agito in ”concorso” con i consiglieri provinciali Massimo Turci e Barbara Calzavara, anche loro indagati, assieme agli altri due consiglieri della Provincia, Nicolò Mardegan e Marco Martino.
Strada, stando al capo di imputazione, avrebbe consegnato a Turci e Calzavara, nell’ambito di un ”disegno criminoso”, gli ”elenchi dei sottoscrittori” delle liste ”già  compilati con le generalità  complete e le firme apocrife”.
I consiglieri, che dovevano autenticare le firme in qualità  di ”pubblici ufficiali”, attestavano invece ”artatamente” di avere ”previamente identificato ciascun sottoscrittore con il documento”, quando in realtà  non lo avevano fatto.
E in più, sempre stando all’imputazione, attestavano ”falsamente” come ”vere, autentiche ed apposte in loro presenza” firme che non lo erano.
Al consigliere Turci è contestato di avere da solo autenticato 536 firme false del listino di Formigoni e 205 di quello del Pdl.
Tra gli indagati anche il consigliere provinciale di Varese del Pdl Franco Binaghi, il sindaco di Magenta (Milano) Luca del Gobbo, il consigliere provinciale di Pavia Gianluigi Secchi e quello provinciale di Monza Massimo Vergani.
L’inchiesta era nata a seguito di un esposto in Procura dei Radicali che, dopo aver dato battaglia nei tribunali amministrativi per chiedere l’annullamento delle elezioni, si erano presentati con tre scatoloni con dentro oltre 500 firme da loro ritenute false. Nel corso delle indagini era anche stato sentito come teste Guido Podesta’, presidente della Provincia di Milano ed ex coordinatore lombardo del Pdl.

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LA PROCURA: “NELLE REGIONALI 2010, BEN 926 FIRME DELLE LISTE PDL E FORMIGONI SONO FALSE”….LA LISTA FORMIGONI AVEVA SOLO 300 FIRME IN PIU’ DI QUELLE NECESSARIE, 618 SONO FALSE

Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile

L’ AVVISO DI CHIUSURA INDAGINE PER FALSO IDEOLOGICO NOTIFICATO A 15 PERSONE, TRA CUI 4 CONSIGLIERI PROV. MILANESI DEL PDL E LA ATTUALE COLLABORATRICE DI NICOLE MINETTI

Lo scrive il procuratore aggiunto di Milano, Alfredo Robledo, nell’avviso di chiusura delle indagini per falso ideologico, notificato a 15 persone, tra cui 4 consiglieri provinciali milanesi del Pdl e Clotilde Strada, collaboratrice di Nicole Minetti e all’epoca responsabile del partito per la raccolta delle firme.
Nell’atto si parla di “firme apocrife”.
In particolare, le indagini degli inquirenti hanno accertato la falsità  di 618 firme presentate per la lista “Per la Lombardia” di Formigoni (a sostegno del listino ne vennero presentate circa 3800 in totale e la quota necessaria per legge è di 3500) e di 308 firme per la lista della circoscrizione provinciale milanese del Pdl.
Secondo gli inquirenti, poi, il sistema di falsificazione delle firme per le elezioni del 28-29 marzo 2010 era già  stato messo in piedi tra gennaio e febbraio.
Clotilde Strada, come si legge nell’avviso di chiusura che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, ha agito “in qualità  di vice responsabile del settore elettorale del Pdl Lombardia, ma in concreto unica effettiva responsabile dell’attività  di raccolta delle firme dei sottoscrittori necessarie per la presentazione delle liste”.
E ha agito in “concorso” con i consiglieri provinciali Massimo Turci e Barbara Calzavara, anche loro indagati, assieme agli altri due consiglieri della Provincia, Nicolò Mardegan e Marco Martino. Strada, stando al capo di imputazione, avrebbe consegnato a Turci e Calzavara, nell’ambito di un “disegno criminoso”, gli “elenchi dei sottoscrittori” delle liste “già  compilati con le generalità  complete e le firme apocrife”.
I consiglieri, che dovevano autenticare le firme in qualità  di “pubblici ufficiali”, attestavano invece “artatamente” di avere “previamente identificato ciascun sottoscrittore con il documento”, quando in realtà  non lo avevano fatto.
E in più, sempre stando all’imputazione, attestavano “falsamente” come “vere, autentiche ed apposte in loro presenza” firme che non lo erano.
Al consigliere Turci è contestato di avere da solo autenticato 536 firme false del ‘listinò di Formigoni e 205 di quello del Pdl.
Tra gli indagati anche il consigliere provinciale di Varese del Pdl Franco Binaghi, il sindaco di Magenta (Milano) Luca del Gobbo, il consigliere provinciale di Pavia Gianluigi Secchi e quello provinciale di Monza Massimo Vergani.
L’inchiesta era nata a seguito di un esposto in Procura dei Radicali di Marco Cappato che, dopo aver dato battaglia nei tribunali amministrativi per chiedere l’annullamento delle elezioni, si erano presentati con tre scatoloni con dentro oltre 500 firme da loro ritenute false.
Nel corso delle indagini era anche stato sentito come teste Guido Podestà , presidente della Provincia di Milano ed ex coordinatore lombardo del Pdl.
Nella primavera del 2010 il   listino dell’attuale presidente della Lombardia, fu momentaneamente escluso dalla competizione elettorale (per essere poi riammesso all’ultimo momento).

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LE VIE DI COMUNIONE E LIBERAZIONE PORTANO OFF-SHORE

Agosto 25th, 2011 Riccardo Fucile

I MISTERI DI UN GRANDE SPONSOR DEL MEETING DI CL: DA PADOVA ALLA NUOVA ZELANDA….IL BUSINESS ITALIANO DELL’HUMANITAS CHARITABLE TRUST DI AUCKLAND

Che ne sapranno mai in Nuova Zelanda dei business milionari dei ciellini, tra grandi appalti, alberghi e pale eoliche?
Eppure, seguendo gli affari degli uomini d’oro della Compagnia delle Opere, si arriva proprio nel Paese degli All Blacks, in un sobborgo di Auckland, la più grande città  neozelandese.
In Parnell road, nell’ufficio di una società  di servizi fiduciari, ha sede l’Humilitas Charitable Trust.
È questa la holding a cui fa capo un gruppo di aziende italiane con un giro d’affari che vale centinaia di milioni di euro.
Qualche nome? Eccolo: Mattioli e consorzio Consta (costruzioni), Ste Energy (energie rinnovabili, dall’idroelettrico al fotovoltaico), Hotelturist (alberghi e villaggi turistici). Tutte con base a Padova.
Chi è il padrone? Mistero.
L’Humilitas Charitable Trust ha un nome che fa tanto opera pia, ma strutture come quella con base ad Auckland sono studiate apposta per nascondere l’identità  dei reali proprietari.
Se poi si vuole andare sul sicuro si usa un altro schermo fiduciario, magari con base in Lussemburgo, altro efficiente paradiso fiscale.
E infatti il trust neozelandese possiede la Solfin, una finanziaria del Granducato.
Da lì si arriva finalmente in Italia, ad aziende come il consorzio Consta, che in questi giorni, nel sito internet del Meeting di Rimini, compare tra gli sponsor e finanziatori principali della kermesse ciellina, al pari di colossi come Fiat, Enel, Intesa.
Tra Lussemburgo e Nuova Zelanda non è proprio il massimo come trasparenza.
Senza contare che simili schemi societari permettono di risparmiare alla grande sulle tasse.
Tutto questo proprio mentre la platea ciellina di Rimini assiste compunta a illuminati interventi denunciano la spaventosa evasione fiscale italiana.
Intanto, grazie al trust neozelandese, c’è nebbia fitta sull’identità  degli azionisti, quelli in carne ed ossa, che tirano le fila della pattuglia di società  di cui fa parte anche Consta.
Si sa però che l’uomo forte del gruppo si chiama Graziano Debellini, 57 anni, padovano, un ciellino di lungo corso.
Alla fine degli anni Ottanta, per dire, lo troviamo tra gli amministratori del Sabato, il settimanale di battaglia del movimento di don Luigi Giussani, poi passa al turismo, alberghi e ristorazione con la catena Tivigest e intanto scala le gerarchie della Compagnia delle Opere di cui diventa presidente nel Nordest, carica abbandonata qualche anno fa.
Perchè Debellini non ha bisogno di poltrone e incarichi ufficiali. Dalle sue parti lo definiscono un “leader carismatico”.
Di certo si muove come un uomo di potere, forte di innumerevoli rapporti, ovviamente trasversali, da destra a sinistra, come insegna il manuale del buon affarista. E infatti Debellini fila d’amore e d’accordo con il presidente leghista della Regione Veneto, Luca Zaia, così come con il sindaco di Padova, Flavio Zanonato, in quota al centrosinistra.
Il manager della Cdo non corre da solo. Da anni lo affiancano gli amici Ezechiele Citton e Igino Gatti, padovani pure loro.
E nelle aziende del gruppo troviamo manager come Gioacchino Marabello, al vertice della società  di ostruzioni Consta e della Mattioli, e Daniele Boscolo Meneguolo, che si occupa della Ste Energy.
Ne hanno fatta di strada Debellini e soci.
Una storia di successo, la loro, dove però non manca neppure il capitolo (ancora aperto) di un’inchiesta penale a carico proprio di Debellini.
E’ la brutta vicenda di una presunta truffa sui finanziamenti pubblici per i corsi professionali gestiti da società  vicine a esponenti ciellini. Nell’ottobre scorso l’uomo forte della Compagnia delle Opere veneta è stato rinviato a giudizio.
Il diretto interessato si è sempre dichiarato del tutto estraneo ai fatti. E ha definito le accuse nei suoi confronti come il frutto di un’indagine “nello spirito di Why Not e di magistrati come De Magistris”.
Nel senso di Luigi l’ex pm diventato nel frattempo sindaco di Napoli. Insomma, tutta fuffa, assicura Debellini. E alla fine — dice — non resterà  nulla di concreto.
Concreti, molto concreti, sono invece gli affari messi a segno dalle società  che fanno capo all’Humanitas Charitable Trust di Aukland.
Mattioli e Consta hanno vinto appalti come quello della metropolitana di Salerno, l’ampliamento dell’autostrada tra Ancona e Porto Sant’Elpidio, lo svincolo di Campegine vicino a Reggio Emilia, il casello di Ferentino, il Ponte della Musica a Roma nella zona del Foro Italico.
Nel lungo elenco non manca neppure l’intervento nella ricostruzione post terremoto a L’Aquila (decine di edifici prefabbricati del progetto Case) e un appalto nel Corno d’Africa, la ristrutturazione della ferrovia Addis Abeba-Gibuti, finanziata con il denaro dell’Unione europea.
Ste Energy, invece, già  molto attiva nella costruzione di centrali idroelettriche, si è lanciata verso la nuova frontiera dell’eolico e del fotovoltaico.
Anche qui non si contano i progetti, solo in parte realizzati.
Pale eoliche nel Sud (Molise e Basilicata) e grandi impianti fotovoltaici come quello di San Fiorano, nel lodigiano.
Tanto attivismo ha fatto colpo anche all’estero.
Il mese scorso il fondo americano Amber capital ha comprato una quota del 32 per cento di Sorgente, la holding che controlla Ste Energy.
Per l’occasione è stato nominato un nuovo presidente di Sorgente. Sì, proprio lui, Debellini, il ciellino doc.

Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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AL MEETING DI RIMINI CL BENEDICE CON NAPOLITANO LA SVOLTA TRASVERSALE PER IL DOPO BERLUSCONI

Agosto 21st, 2011 Riccardo Fucile

INIZIA OGGI A RIMINI   IL TRADIZIONALE MEETING DI COMUNIONE E LIBERAZIONE…. ACCOPPIATA LUPI E LETTA PER PRESENTARE NAPOLITANO… LIQUIDATA LA LEGA IN LOMBARDIA, ORA FORMIGONI STUDIA DA FUTURO PREMIER… GLI INTRECCI TRA COMPAGNIA DELLE OPERE E COOP ROSSE

L’anno scorso il copione fu il solito: parata di politici, imprenditori e manager a caccia di un titolo di giornale con qualche frase storica e soprattutto del caldo applauso dei giovani di Comunione e Liberazione.
Il presidente delle Assicurazioni Generali Cesare Geronzi si lasciò trasportare dall’ottimismo: “L’impegno del governo è valso a evitare impatti straordinari della crisi finanziaria globale”. Parole al vento.
L’impegno del governo Berlusconi non è riuscito neppure a salvarlo dalla
defenestrazione dalle Generali.
Il numero uno della Fiat, Sergio Marchionne, si mostrò ancora più fiducioso, dichiarando chiusa la fase “della lotta fra capitale e lavoro e fra padroni e operai”.
In dodici mesi è cambiato tutto.
Oggi pomeriggio il Meeting di Rimini sarà  inaugurato con una certa solennità  dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il cui discorso sui giovani e l’Europa è preannunciato come importante e “denso”.
Accanto a lui prenderanno la parola un esponente del Pdl di provenienza ciellina, Maurizio Lupi, e uno del Pd, Enrico Letta.
Una perfetta trinità : i vertici di Cl chiedono la benedizione del loro appuntamento annuale al presidente ex comunista che Silvio Berlusconi ha da tempo individuato come il più insidioso contraltare al suo potere declinante; e gli affiancano due politici, sì cattolicissimi, ma simmetricamente provenienti da maggioranza e opposizione.
La simbologia inaugurale si riverbera su tutto il programma fino a sabato 27 agosto.
La parola d’ordine è trasversalità . Si dialoga con tutti.
Non ci sarà  Berlusconi, in passato protagonista di toccanti incontri con i giovani di Cl, ma anche lo storico leader del movimento, il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni, che scalda i motori per il dopo B., si farà  vedere solo come moderatore di un dibattito marginale.
I ciellini si sentono sempre più forti.
Puntano al milione di presenze tra gli stand di Rimini, dove mettono in campo un esercito di quattromila volontari.
Se fossero un partito sarebbero il più forte “partito di massa” italiano.
Una ragione di più per muoversi in modo assai felpato. Guai a dare l’idea di essere il comitatone elettorale del Formigoni che verrà , dunque.
E per carità , nessun nemico.
Con l’arcivescovo “amico” Angelo Scola hanno appena espugnato la diocesi di Milano dopo decenni di ininterrotto potere del cattolicesimo democratico “montiniano” (da Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, agli ultimi epigoni Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi).
E, a sorpresa, quest’anno hanno invitato proprio Tettamanzi.
Perchè Comunione e Liberazione è anche una ramificata rete di potere che si muove nel sistema delle aziende.
La Compagnia delle Opere celebra quest’anno il suo venticinquesimo anniversario con 34 mila imprese associate.
La crisi economica fa male a tutti, e a queste imprese qualcuno deve pur pensare.
Regolati i conti con la Lega Nord, a cui i ciellini proprio in Lombardia da tempo non fanno più vedere la palla, c’è la novità  di Giuliano Pisapia al comune di Milano, dove si è dolorosamente (per Cl) chiuso un ventennio di giunte di centro-destra influenzate dagli allievi di don Giussani.
Nessun nemico, dunque.
Trasversalismo prima di tutto, passando per la sordina alla politica e per l’esaltazione della “società  civile”, che è poi il campo di gioco preferito di Cl.
à‰ su quel terreno che la Compagnia delle Opere coltiva da tempo la trasversalità  con le coop rosse.
A Rimini il numero uno della Lega Coop Giuliano Poletti e il presidente Pd della provincia di Roma Nicola Zingaretti intratterranno i giovani ciellini sull’imperdibile tema “Il lavoro come bene comune”.
Il convegno è organizzato con la collaborazione di Obiettivo Lavoro, società  di lavoro interinale molto nota, anche se non tutti sanno che è nata dall’alleanza tra Compagnia delle Opere e Coop rosse.
Una parentela incarnata dalla figura di Massimo Ferlini, esponente del Pci coinvolto e assolto nell’inchiesta Mani pulite, oggi vice presidente della stessa Compagnia delle Opere.
Del resto non è un caso che l’incontro inaugurale con Napolitano sia organizzato con la collaborazione dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà , parola totem per il pensiero sociale cattolico attorno alla quale Cl raduna un plotone di politici di ogni schieramento.
La trasversalità  non guarda solo a sinistra.
In un programma meno generoso del solito con i politici non mancherà  la ribalta del sabato mattina per il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, beniamino dei giovani ciellini, nè quella per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi.
Il mondo di Cl guarda con moderata fiducia, ma acuta curiosità , al vagheggiare dei due attorno a un nuovo soggetto cattolico-moderato per il dopo Berlusconi.
In fin dei conti l’idea di Cl resta quella di sempre: la religione e la sussidiarietà  stanno meglio se a difenderle c’è la spada della politica.

Giorgio Meletti
(da” Il Fatto Quotidiano“)

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SULLO SPOSTAMENTO DEI MINISTERI, PER LA SOLITA MARCHETTA LEGHISTA, STAVOLTA TRA PDL E CARROCCIO VOLANO LEGNATE

Maggio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

LA LEGA PRETENDE LO SPOSTAMENTO A MILANO DEI DUE MINISTERI PATACCA DI CALDEROLI E BOSSI SOLO PER PRENDERE PER I FONDELLI I MILANESI… ALEMANNO   SI OPPONE, IL PDL FRENA, BERLUSCONI RACCONTA PALLE: NON HA DETTO SI’, MA NEANCHE NO, L’IMPORTANTE E’ SOLO RUBARE VOTI A MILANO, POI NON SE NE FARA’ NULLA

Spostare i ministeri da Roma a Milano? E’ scontro tra Pdl e Lega.
A tentare di mettere tutti d’accordo ci pensa come sempre il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che in serata dichiara: “Ci sono già  a Milano dipartimenti delle opere pubbliche e del provveditorato scolastico, penso che non ci sia nessuna difficoltà  a che alcuni ministeri possano venire a Napoli e in altre città  anche del Sud e che potranno essere in grado di lavorare conoscendo da vicino le situazioni”.
In   pratica il nulla, la solita esca elettorale per i milanesi, confidando che abbocchi qualche sprovveduto.
Nel corso della giornata diversi esponenti del Pdl si sono espressi contro la proposta della Lega di decentramento ministeriale dalla capitale al Nord.
Mentre gli amministratori del Sud rivendicano un ministero anche per loro. Doveva essere “una sorpresa”, annunciata dal ministro leghista della Semplificazione Normativa, Roberto Calderoli, in vista del ballottaggio tra il sindaco Letizia Moratti e il candidato del centrosinistra Giuliano Pisapia. “Sosterremo la Moratti — ribadisce il leader della Lega, Umberto Bossi – ma deve fare molto meglio del passato”.
Dal Pdl però, non ci stanno.
Il trasferimento porrebbe dei “complessi problemi istituzionali”, frenano i capigruppo Pdl, Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto.
Meglio organizzare conferenze periodiche tra il capoluogo lombardo e la capitale e lasciare le sedi istituzionali dove sono. Ma da Bossi non è arrivata nessuna ritirata.
“Parola data non torna indietro — dichiara il leader del Carroccio — sulla questione dei ministeri Berlusconi è d’accordo e i ministeri verranno”.
Anzi, specifica, “non è mica detto che si tratti solo dei ministeri mio e di Calderoli, arriverà  a Milano un ministero enorme dove si fa l’economia”.
Nel pomeriggio, da un banchetto alla periferia di Milano, è partita la raccolta firme ufficiale per il decentramento ministeriale.
”Io sono abituato che nel partito decide Berlusconi — aggiunge Calderoli- e lui ci ha detto di sì, a me basta”.
Poveretto non ha capito che ormai Silvio decide poco e fa solo danni.
A chi non basta sono evidentemente la presidente della regione Lazio, Renata Polverini, e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che hanno chiesto un incontro urgente al premier per avere chiarimenti.
E il primo cittadino della Capitale aggiunge, rivolto al Senatur: “Così si metterebbe in discussione ogni equilibrio e ogni intesa”.
Le critiche dal Pdl alla proposta leghista in giornata sono piovute da tutti i lati.
Da membri del governo come il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che dichiara asciutto: ”Non è importante dove è un ministero, l’importante è cosa fa”. E ricorda: ”Pochi sanno che il mio ministero ha già  una sede a Milano presso la caserma di piazza Novelli: io ho là  il mio ufficio ma non ho fatto per questo un annuncio particolare”.
L’idea non dispiace invece al governatore della regione Lombardia, Roberto Formigoni, che però ammette: “E’ complesso e non è la richiesta più pressante dei nostri imprenditori e dei nostri ceti produttivi”.
Una dichiarazione che si attira le ire leghiste. “Formigoni stia zitto — risponde Bossi — è stato eletto con i voti della Lega, Milano ci guadagnerebbe troppo perchè possa permettersi di dire no”.
E Stefano Galli, capogruppo del Carroccio nel consiglio regionale lombardo, aggiunge: ”Se davvero Formigoni vuole favorire la Moratti farebbe meglio a tacere”.
Soffiando sulla polemica, Galli prende le distanze dal movimento di Cl, a cui Formigoni appartiene, e sottolinea: “La Lega Nord punta, con ottime percentuali di successo, a raggiungere il cuore e la testa della gente. Gli esponenti di Comunione e Liberazione, a quanto pare, mirano invece agli interessi”.
Il progetto di decentramento ministeriale ha poi avuto l’effetto di scatenare le rivendicazioni degli amministratori del Sud.
Lo spostamento dei ministeri “non è uno scandalo” per il presidente Pdl della regione Campania, Stefano Caldoro.
Ma con una postilla: “Bisogna farlo con equilibrio e quindi quando si parla di Milano bisogna parlare anche di Napoli“.
E da Forza del Sud — che appoggia il governo — avvertono: il movimento proporrà  la sua raccolta firme, sul modello leghista, “per decentrare tre ministeri, uno a Napoli, l’altro a Bari e il terzo a Reggio Calabria“, spiega il presidente Pippo Fallica.
Che fuori dalle provocazioni conclude: “Per noi l’Italia è una sola, la sua capitale è Roma e solo lì devono stare tutte le istituzioni di governo nazionale”.
Lo scontro interno Lega-Pdl piace all’opposizione, soprattutto in vista del ballottaggio nel capoluogo lombardo.
”Un fuoco di sbarramento” per il deputato Pd Michele Meta, secondo cui ”per la Moratti le cose si complicano”.
“La maggioranza ha fatto un ridicolo autogol” commenta Francesco Pasquali, capogruppo Fli per il Lazio.
E ancora nel Terzo polo c’è chi, come Savino Pezzotta dell’Udc, si sente preso in giro.
E, nonostante la scelta di non indicare candidati da sostenere al ballottaggio, chiede ai milanesi “di stare attenti a come votano”.
E all’interno della maggioranza qualcuno ha già  capito.
”Il centrodestra ha il problema di conservare sangue freddo ed evitare colpi di testa da qui ai ballottaggi di domenica prossima — ha spiegato il vice presidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli -. Gli elettori si convincono per le poche, essenziali cose ben fatte e per quelle che potranno fare i futuri sindaci”.
La morale? Pdl e Lega sono alla frutta, a Milano rischiano la legnata e siamo al si salvi chi può.
La Lega cerca di salvare la faccia dopo essersi vendita l’anima, nel Pdl ci si posiziona per il dopo Berlusconi.
Ma chi è in grosse difficoltà  stavolta è anche Bossi: ormai la base leghista è stanca anche delle sue di palle, non solo di quelle di Silvio.

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LISTA TAROCCO DI FORMIGONI: GLI INDAGATI SALGONO A 14 E I RADICALI SPERANO NEL CONSIGLIO DI STATO

Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile

IL PARTITO DELLA BONINO E DI PANNELLA ERA STATO ESCLUSO PER LE FIRME INSUFFICIENTI… 800 LE FIRME FALSE SULLE 3.500 NECESSARIE PER PRESENTARE LA LISTA… CHIESTA LA DECADENZA DI TUTTI I CONSIGLIERI, DECIDERA’ A MAGGIO IL CONSIGLIO DI STATO

Ottocento firme false e 14 indagati tra consiglieri e sindaci del Popolo delle Libertà . Il tutto per portare Roberto Formigoni al vertice della Regione Lombardia, per la quarta volta.
L’inchiesta del procuratore aggiunto Alfredo Robledo ha smascherato il gigantesco raggiro interrogando uno per uno i firmatari “dubbi” della “Lista Formigoni per la Lombardia”.
E uno dopo l’altro hanno messo a verbale davanti ai carabinieri che quella firma non è la loro.
Ne servivano almeno 3.500 per accedere alle elezioni, ne sono state raccolte oltre 3600, ma quasi 800 sono risultate false.
Nel registro degli indagati sono finiti alcuni consiglieri provinciali di Milano (Massimo Turci, Barbara Calzavara, Nicolò Mardegan e Marco Martino), insieme a quelli di altre province lombarde, nonchè sindaci e consiglieri eletti nel Pdl, tutti pronti a convalidare il falso in nome della ragione di partito.
Alcuni più solerti di altri sono arrivati a convalidare da soli oltre cento firme.
La procura contesta loro l’articolo 479 del Codice penale: «Falsità  ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici», un reato che prevede pene da tre a dieci anni. Come viene spiegato nell’invito a comparire notificato agli indagati, i consiglieri avrebbero agito «in concorso con altre persone allo stato non identificate».
Gli inquirenti stanno cercando di individuare chi materialmente ha trascritto le firme, poi autenticate dai consiglieri.
Per i falsi firmatari è ipotizzabile l’accusa di falso materiale mentre i consiglieri sono accusati di falso ideologico.
Gli accertamenti eseguiti dalla procura di Milano potranno essere disponibili per un eventuale utilizzo in sedi amministrative o civili per chiedere la verifica della regolarità  delle elezioni, ma solo quando il fascicolo penale verrà  chiuso. Serviranno soprattutto ai Radicali (estromessi dalle Regionali per non aver raggiunto il numero sufficiente di firme) che presentarono fin da subito ricorso in Tribunale.
Presto, il 17 maggio prossimo, il Consiglio di Stato dovrà  valutare un ricorso presentato dal partito, nel quale si chiede la decadenza di tutti i consiglieri regionali eletti in Lombardia, proprio sulla base della falsità  delle firme. «Formigoni chieda scusa ai cittadini ai quali ha mentito e ancor più a quelli a cui è stata falsificata la firma», è l’invito che ieri il radicale Marco Cappato ha rivolto al governatore della Lombardia.
«La giustizia faccia il suo corso, sperando che non intervenga una leggina ad hoc per sanare la falsità  materiale e ideologica commessa. Ma se i magistrati sostengono che quella lista è stata presentata in modo errato vuol dire che anche la candidatura non è stata presentata in modo corretto e quindi deve essere ripetuta dichiarandone la decadenza», ha aggiunto Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori.
Guido Podestà , all’epoca coordinatore regionale del Pdl, che nei giorni scorsi aveva scaricato ogni responsabilità  sulle spalle di una segretaria della sede del partito, ieri ha bollato come «balla stratosferica» la notizia secondo cui il rifacimento in extremis del listino fosse dovuto all’inserimento di Nicole Minetti. Ma tra le varie anime del Pdl milanese è già  guerra tutti contro tutti, alla vigilia delle Comunali nelle quali Letizia Moratti rischia la poltrona di sindaco.

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LE FIRME PER FORMIGONI ERANO FALSE: INDAGATI 10 CONSIGLIERI DEL PDL

Aprile 15th, 2011 Riccardo Fucile

TAROCCATE CIRCA 800 IDENTITA’ DELLA LISTA FORMIGONI… DOPO UNA DENUNCIA DEI RADICALI, SONO STATI ASCOLTATI DAI CARABINIERI CIRCA 1000 PRESUNTI FIRMATARI: BEN 800 NON AVEVANO MAI SOTTOSCRITTO LA LISTA DEL GOVERNATORE CHE PERTANTO NON AVREBBE AVUTO IL NUMERO DI ADESIONI RICHIESTE DALLA LEGGE PER PRESENTARSI ALLE ELEZIONI

“Tentano di buttarci fuori dalle elezioni. È un problema che attiene alla democrazia: mi appello al presidente della Repubblica”.
Così strillò Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, quando nella primavera del 2010 il suo listino fu momentaneamente escluso dalla competizione elettorale (per essere poi riammesso all’ultimo momento).
Tutta colpa di un esposto dei radicali guidati da Marco Cappato, i quali sostenevano che circa 400 delle 3.800 firme a sostegno della lista “Per la Lombardia” erano false.
Avevano ragione.
Anzi, le firme false erano molte di più, almeno 800.
È quanto ha provato, dopo un’indagine lunga e meticolosa, il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo.
Ora una decina di consiglieri comunali e provinciali, che hanno garantito l’autenticità  di quelle firme, sono indagati per falso ideologico e falso in atto pubblico.
La prova, dicono negli uffici della procura milanese, è “solida e granitica”: i carabinieri della polizia giudiziaria hanno chiamato in procura, nella massima discrezione, uno a uno molti dei firmatari, almeno un migliaio.
Ottocento circa hanno detto: la firma è falsa, il mio nome è stato messo in calce alle liste, ma nessuno me lo ha mai chiesto.
Così ora rischiano gli uomini del Pdl — una decina, tra cui i consiglieri provinciali Massimo Turci e Barbara Calzavara — i quali hanno garantito che invece le firme erano autentiche e regolarmente raccolte.
Se a fine indagine saranno mandati sotto processo, rischieranno una condanna da 2 a 6 anni di reclusione.
La vicenda iniziò il primo marzo 2010, quando la Corte d’appello di Milano escluse la lista Formigoni, accogliendo il ricorso dei radicali.
Il 6 marzo, però, il Tribunale amministrativo regionale accolse la richiesta di sospensiva presentata da Formigoni e riammise il listino.
Decisione confermata dal Tar il 9 marzo e poi, il 13, anche dal Consiglio di Stato, a cui si erano rivolti gli esponenti della lista Bonino-Pannella e la Federazione della sinistra.
Le polemiche sulle firme seguivano quelle sui nomi inseriti all’ultimo momento nel listino bloccato (cioè a elezione garantita) di Formigoni.
Tra loro, i candidati imposti da Berlusconi: Nicole Minetti, allora sconosciuta igienista dentale, e Giorgio Puricelli, ex fisioterapista del Milan.
Entrambi (si scoprirà  poi) presenti ai festini a luci rosse di Arcore.
Nella vicenda fu coinvolta anche la cosiddetta P3, perchè Formigoni chiese aiuto agli amici del gruppo di pressione a cui appartenevano l’imprenditore Arcangelo Martino, il tributarista Pasquale Lombardi e il faccendiere Flavio Carboni, affinchè intercedessero presso i giudici che dovevano decidere sull’ammissione della lista.
“Ma questo Lombardi è in grado di agire?”, chiede Formigoni al telefono (intercettato) di Martino, il 1 marzo 2010.
Lombardi ci provò. Tentò di fare pressioni su un magistrato, Alfonso Marra, che gli uomini della P3 avevano aiutato a diventare presidente della Corte d’appello.
Marra, però, si rifiutò d’intervenire.
“Il presidente Formigoni ora si deve dimettere”, chiede Marco Cappato. “L’indagine     della procura di Milano ha fatto emergere una quantità  di falsi superiore a quella che avevamo trovato con i nostri mezzi. Si tratta di una truffa elettorale realizzata attraverso un’attività  di falsificazione massiccia che non può che configurare il reato di associazione per delinquere contro i diritti civili e politici dei cittadini. A capo di questa associazione c’è un responsabile che spetterà  alla magistratura individuare, senza limitarsi agli esecutori materiali”, continua Cappato. “Il presidente della Regione Lombardia ha mentito sapendo di mentire. Per questo, per la parola tradita, si deve dimettere”.

Gianni Barbacetto e Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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