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BOCCHINO: “ORMAI SONO SOLO UNA MAIONESE IMPAZZITA”

Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile

“CHI ACQUISTA AUTONOMIA PER AVERE IN FUTURO POTERE NEGOZIALE, CHI LITIGA SENZA USCIRE, CHI SI CANDIDA A FARE IL GIAPPONESE DELLA FORESTA BERLUSCONIANA”… “LA CACCIA A UN COLPEVOLE E’ TOCCATA A CASINI E FINI, ORA TOCCA A TREMONTI”

Per aver invocato il libero dissenso in un partito monarchico, un anno fa Italo Bocchino fu minacciato di espulsione dal redivivo collegio dei probiviri del Pdl.
Lui, Carmelo Briguglio e Fabio Granata.
Ma il provvedimento non venne mai discusso perchè nel frattempo i finiani fondarono Futuro e libertà , di cui Bocchino è vicepresidente.
Bocchino, il tutti contro tutti nel Pdl per lei è uno spettacolo imperdibile.
Io assisto nel ruolo di premartire.
Oggi i martiri spuntano a getto continuo. Galan contro Tremonti. Alemanno contro Calderoli.
Nel Pdl sta impazzendo la maionese. Accade quando manca una linea e non ci sono vie d’uscita. Una deriva inevitabile in un partito ancora padronale, nonostante tutto, e che continua a essere appiattito sulla Lega.
La lunga agonia del berlusconismo.
Io individuo tre tipi di atteggiamenti.
II primo?
Quello alla Miccichè, che vuole fare i gruppi autonomi di Forza del Sud. Per la serie: io voglio organizzarmi adesso per avere un potere negoziale nel post-Berlusconi.
Il secondo?
Il comportamento di chi vuol rimanere leale al Cavaliere, ma si muove lo stesso senza uscire. Riguarda la maggior parte di quelli che litigano.
Riposizionamento strisciante ma ineluttabile, che spacca anche i Responsabili.
Appunto.
Terzo e ultimo atteggiamento?
I giapponesi della foresta berlusconiana. Coloro che pensano in futuro a gestire non un partito al 36 per cento, come quando c’era Fini; non un partito al 28 con il solo Berlusconi; ma una formazione al 15 per cento.
Questione ex An: la Biancofiore ha detto che hanno il correntismo nel sangue.
Il problema non è il correntismo.
E qual’è?
Gli ex an sono entrati in un nuovo mondo che avevano un leader forte, Fini. Senza, quelli rimasti nel Pdl sono orfani di prospettiva. E saranno trattati sempre più come appestati.
Poi c’è la caccia a Tremonti, altro capitolo a parte.
Qui il problema è a monte.
Cioè?
Berlusconi, a turno, ha sempre bisogno di un colpevole che non gli fa fare le cose. Deve giustificare tutte le promesse non realizzate sin dal ’94. Ha cominciato con Bossi, poi Casini e Fini. Adesso tocca a Tremonti.
Nella balcanizzazione avanza la novità  delle primarie. Chi le vuole finte, per riconsacrare Berlusconi, chi vere per la successione.
Con o senza il premier, mi pare siano comunque primarie di stampo berlusconiano.
Ma se B. non si candidasse, Fini non potrebbe avere la tentazione di correre perla leadership del centrodestra?
No, lo escludo.
Per Granata sarebbe meglio se Fini si dimettesse da presidente della Camera.
Improponibile. Le istituzioni vanno onorate sino alla fine. E poi, senza Fini, Berlusconi metterebbe un altro suo uomo lì.

D’Esposito Fabrizio

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FLI STA DIVENTANDO IL PARTITO DEL NI?

Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile

DEFINIRSI SOLO MODERATI E RIFORMATORI NON PORTA A NULLA SENZA UNA CULTURA POLITICA DI RIFERIMENTO E UN PROGETTO PER L’ITALIA… LA POSIZIONE SUI REFERENDUM E LA “LIBERTA’ DI VOTO” DIMOSTRA   AMBIGUITA’ CULTURALE E DENOTA UNA POLITICA DI PICCOLO CABOTAGGIO

Comprendo che parlare di “Futuro e Libertà ” sia come commentare non certo il viaggio del Rex da Genova a New York con una rotta precisa e una velocità  programmata, ma più il sofferto itinerario di uno scafo in partenza dalla Tunisia e diretto a Lampedusa.
Una barca di profughi dal Pdl, cacciati o espulsi dalla guerra civile interna a quel regime dove comanda un dittatore da Repubblica delle banane.
Sanno che vogliono trovare un porto accogliente e diverso, ma non conoscono molto della destinazione prescelta come tappa finale.
Un viaggio tra mille difficoltà , peraltro previste, tra marosi e onde anomale, con la barca talvolta che oscilla pericolosamente sotto la furia del mare, un po’ a   destra, un po’ a sinistra.
Con qualche scafista che vorrebbe convincerti a buttarti in mare e qualche altro a tornare alla madre patria.
Sintetizzeremmo che il problema è la scarsa conoscenza delle carte nautiche, nel caso specifico della rotta da seguire e di dove si voglia attraccare e mollare gli ormeggi.
La riunione di ieri della classe dirigente di Futuro e Libertà  ha accresciuto le nostre perplessità . Fini ha sostenuto, a proposito dei referendum, che Fli “deve essere coerente con le decisioni prese in passato”. A detta di molti ossservatori concetto assai vago.
Finora è noto che Fli abbia solo dato “una non indicazione di voto”, ma al tempo stesso invitato ad andare a votare.
Così nel partito abbiamo sentito di tutto: dalla minoranza di Urso e Ronchi che scavalca persino il Pdl e chiede 4 No, a Granata e al gruppo “futurista” che annuncia 4 Sì, passando per Bocchino e Della Vedova che sono per due Si e due No (sull’acqua pubblica).
Iniziamo dalla coerenza presunta invocata da Fini: se tale fosse, Fli dovrebbe votare 4 No perchè il decreto sull’acqua pubblica porta la firma di Ronchi, la legge sul nucleare gli autografi di Fini, Urso e Raisi e sul decreto relativo al legittimo impedimento i finiani votarono a favore.
Ma dato che è stato fondato apposta un nuovo soggetto politico, altrimenti avrebbero potuto rimanere tutti nel Pdl, bastava dire: “ci siamo sbagliati, chiediamo scusa, ora la pensiamo così perchè abbiamo questo nuovo modello di riferimento della società  e questo nuovo progetto per l’Italia”.
Ci voleva così tanto per azzerare il passato e ricominciare su basi nuove?
Era necessario richiamarsi a una presunta coerenza solo per tamponare le grida isteriche di qualche zitella politica rimasta, invece che senza marito, senza poltrona?
E quella ossessiva ripetizione “non saremo mai una costola della sinistra” che fa solo il gioco di chi la mette proditoriamente in giro?
Perchè non si dice con altrettanta coerenza che “non saremo mai le frattaglie della becerodestra affaristico razzista”?
Ma se ci vuole coerenza nei comportamenti , ce ne vorrebbe ancora di più sui contenuti.
Facciamo un esempio referendario che giunge a fagiolo.
E’ stato detto al Congresso di Fli che si vuole creare “una nuova destra repubblicana, fondata   sul rispetto e la valorizzazione delle istituzione e basata sulla meritocrazia”: Stato efficiente, unità  nazionale, laicità , libertà .
Ebbene una forza politica di Destra, forte di questo retroterra culturale, di fronte alla scelta tra gestione pubblica e privata della risorsa acqua, dovrebbe secondo voi cederla ai privati perchè qualche “istituzione” non riesce a gestirla al meglio o non piuttosto rendere efficienti le istituzioni?
Una forza di destra non dovrebbe avere l’orgoglio di far sì che la propria macchina burocratica funzioni come un orologio svizzero?
O dovrebbe rassegnarsi a far lucrare i privati su presunte liberalizzazione del menga su beni pubblici?
Che destra è quella che abdica al proprio ruolo storico di efficienza e pulizia a casa propria per consegnare le chiavi della propria abitazione a una società  esterna di pulizia?
Col risultato di penalizzare gli italiani che vedranno aumentare le tariffe come sta già  accadendo.
Che destra   è quella che non sa che città  come Monaco, Parigi e Valencia sono tornate dal privato al pubblico?
Sarà  forse la destra di Romani, di Berlusconi e di Ronchi, non la nostra.
Ma allora Bocchino eviti di dire sciocchezze, si documenti, non si vive solo di mediazioni per non far sentire strillare le oche di cortile.
Fli non può essere il partito dell’eterno Ni: Ni sui referendum, Ni sui ballottaggi, Ni sulla strategia, Ni sul progetto futuro, Ni nel sostituire dirigenti locali nullafacenti.
L’andazzo ricorda tanto un aneddoto di molti anni fa.
Un estremista che chiede a un altro : “Allora quando facciamo la rivoluzione?” e l’altro che risponde: “Stasera no, devo andare a cena fuori con la fidanzata”.
Un partito piccolo appena nato ha bisogno di scelte precise, di solide radici culturali e sociali, di coraggio nelle decisioni e di una classe dirigente sintonizzata.
Altrimenti si finisce in mare e non si arriva neppure a Lampedusa.

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IL “NO PINOTTI, NO PARTY” E’ ARRIVATO ANCHE SU”L’ESPRESSO”: SOLO FLI LIGURIA MARCIA ANCORA COL CAFFE’ (E IL CERVELLO) RISTRETTO

Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile

L’INIZIATIVA ANTICASTA DEL NOSTRO DIRETTORE E DELLA PASIONARIA PAOLA DEL GUERCIO, ORGANIZZATA DA FLI A GENOVA, HA AVUTO AMPIA RISONANZA NON SOLO IN CITTA’, MA PERSINO A LIVELLO NAZIONALE… NEPPURE IL PD HA RITENUTO DI PRENDERE POSIZIONE IN DIFESA DELLA FESTA DI LUSSO DELLA PARLAMENTARE … LE UNICHE CRITICHE SONO ARRIVATE INCREDIBILMENTE DAL COORDINATORE LIGURE DI FLI

Riportiamo l’articolo pubblicato sull’Espresso in edicola (n° 23, pag 20) in cui si parla della iniziativa di contestazione nei confronti della festa mondana della senatrice Pd Roberta Pinotti

IL PARTY CONTESTATO

Ha fartto discutere a Genova la scelta di Roberta Pinotti, parlamentare Pd, di festeggiare i suoi 50 anni invitando 250 persone il 20 maggio nella sontuosa Villa Rosetta di Recco: le donne del Fli, capeggiate dalla pasionaria Paola Del Guercio, hanno presidiato i cancelli stigmatizzando lo “schiaffo alla povertà ” proprio nel giorno della notizia choc dei 1.500 esuberi negli stabilimenti Fincantieri: “Questa festa offende i precari e i disoccupati.
La Pinotti ha ribattuto che gli invitati erano amici d’infanzia e che l’evento “regalo del marito” (Gianni Orengo, direttore sanitario del San Martino) è costato solo 5.000 euro (mentre i contestatori parlano di   30.000 euro).
Tra i presenti la giunta regionale ligure quasi al completo.
Non invitata invece Marta Vincenzi, sindaco in carica, che la Pinotti pare voglia sfidare per la candidatura del 2012.

A.M.
(da “L’Espresso“)

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BOCCHINO RESPINGE L’OFFERTA DI SETTORI DEL PDL: “E’ TARDI PER TORNARE INSIEME”

Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile

“BERLUSCONI E’ INCOMPATIBILE CON UN PROGETTO MODERATO”… “OCCORRE UNA RIORGANIZZAZIONE DEI RAPPORTI CON LA LEGA: BOSSI OGGI E’ TROPPO INFLUENTE”

Onorevole Bocchino, prima Scajola poi Alfano: il Pdl si rivolge al Terzo Polo e quindi anche a Fli, del quale lei è vicepresidente.
E danno ragione a Fini, affermano quello che lui disse nella direzione nazionale di un anno fa, quella del dito puntato che poi portò alla nostra espulsione.
Ora sostengono che dobbiamo fare la casa dei moderati, ma perchè non si sono alzati in piedi quel giorno anzichè dire che Berlusconi era alto, biondo e con gli occhi azzurri? Avremmo risparmiato un anno ed evitato di far stravincere la sinistra.
Ma una nuova alleanza con il Pdl è possibile?
Fare un appello a una casa comune non basta. Innanzitutto per parlare c`è una precondizione, ovvero ammettere che Berlusconi è incompatibile con un progetto moderato. Il che significa che il premier deve fare un passo indietro. Oltretutto una casa moderata con il Pdl appiattito sulla Lega non ci può essere.
La seconda condizione è che il Pdl molli Bossi?
Serve una riorganizzazione dei rapporti con la Lega, che oggi è troppo influente. Scajola e Alfano fanno appelli perchè i numeri dimostrano che il Pdl senza di noi non vincerà  mai più, ma o si prende atto che bisogna fare qualcosa di serio e rivoluzionario o si assumeranno la responsabilità  di far vincere la sinistra.
Alfano è l`uomo giusto per un progetto rivoluzionario?
Alfano è credibile come persona, il problema è se è credibile il ruolo che gli hanno affidato. Al momento l`operazione sembra un’incipriata al Pdl dopo la batosta elettorale, vedremo se è così o se è una vera ricostruzione.
Anche Bersani vi chiama, dice che i vostri elettori si sono già  saldati.
Non è vero, i nostri elettori sono equidistanti dal centrosinistra e da Berlusconi e ai ballottaggi, non avendo un`area moderata unita, hanno scelto le persone che sentivano meno distanti .
Trova più credibile l`invito del Pd o del Pdl?
Sono due inviti interessati e carenti di progettualità  politica che puntano su un mero dato numerico. Con la sinistra, comunque, ci sono solo due ragioni per fare un`alleanza: per fronteggiare l`emergenza democratica, che con la batosta del centrodestra si allontana, o per una paralisi in caso di pareggio alle elezioni.
In questo caso servirebbe un gesto di responsabilità  ed è evidente che il centrosinistra e il Terzo Polo sono più responsabili del Pdl.

(da “La Repubblica“)

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ANCHE A DESTRA SI FA LARGO IL SI’ AI REFERENDUM: I DUBBI DELLA PRESTIGIACOMO E LA RIVOLTA DEI GOVERNATORI

Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile

PRESIDENTI DI REGIONE E PEONES, MINISTRI E PARLAMENTARI, FINIANI, SPEZZONI DEL PDL E BASE LEGHISTA….QUELLI CHE   A DESTRA ANDRANNO A VOTARE COMUNQUE

Qualcuno sbandierandolo, i più senza farlo sapere troppo in giro.
Al premier, soprattutto.
Perchè i referendum saranno pure “inutili e privi di conseguenza sul governo”, come tenta di minimizzare Berlusconi per evitare il peggio.
Fatto sta che giorno dopo giorno almeno tre dei quattro quesiti esercitano una certa presa anche dentro la sua coalizione.
E così, la consultazione del 12-13 giugno rischia di mandare all’aria l’unico obiettivo che al Cavaliere sta davvero a cuore: affondare il quorum sul legittimo impedimento.
Crepe si aprono anche dentro il governo.
Non annuncia ancora il suo “sì” contro il nucleare, ma poco ci manca, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo.
“È finita, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate” incalzava a Montecitorio Tremonti e Bonaiuti il 17 marzo, a margine delle celebrazioni per il 150°, in un confronto che doveva restare riservato ma che è finito poi su tutti i giornali.
La ministra, com’è noto, è in guerra perenne col collega allo Sviluppo, e nuclearista convinto, Paolo Romani.
Ma non è solo per quello che adesso dice di “rispettare la decisione della Cassazione” sul referendum contro l’atomo.
Ancora tre giorni fa, in un’intervista al Mattino, ricordava i “molti presidenti di Regione del centrodestra che si sono pronunciati in maniera netta contro il nucleare”.
Lei stessa rivendica di essersi “battuta perchè il Pdl si pronunciasse per la libertà  di voto”. Mentre resta contraria “fermamente” alla consultazione sull’acqua.
Già , i governatori.
Quello sardo Ugo Cappellacci, per esempio.
Berlusconiano doc, aveva annunciato che per costruire una centrale sull’isola avrebbero dovuto passare sul suo corpo.
A maggio i sardi hanno già  anticipato un loro referendum sul nucleare, bocciandolo col 97%.
“Mi auguro venga replicato il risultato, la nostra contrarietà  va dichiarata in maniera espressa, oggi e per il futuro” dice ora il presidente della Regione.
In prima linea, come lui, i governatori leghisti: Luca Zaia in Veneto e Roberto Cota in Piemonte.
“Figurarsi se ho problemi ad andare a votare per il nucleare – spiega Zaia – . Sono convinto che il 75 per cento degli italiani non condivide questa strategia. Io sono contro il nucleare, contro gli Ogm e per l’acqua pubblica. Chiaro?”.
D’altronde, lo stesso Umberto Bossi ha confessato di trovare “attraente” il quesito contro la liberalizzazione dei servizi idrici.
Suscitando tutto il disappunto che si può immaginare nel presidente del Consiglio.
Il segnale è ormai partito e gli uomini del Carroccio lo hanno subito colto.
Le amministrazioni locali del Lombardo-Veneto schierate per “la tutela dell’acqua bene comune” si sono moltiplicate in pochi giorni.
Il sindaco di Belluno Antonio Prade, ha dato vita al manifesto sui “dieci buoni motivi per votare sì al referendum”.
Qualcuno, come il sindaco di Verona Flavio Tosi, la pensa diversamente, ma il vento che tira è quello.
“L’orientamento lo decide il Senatur, ma la Lega è sempre sensibile ai temi che interessano il territorio”, racconta l’eurodeputato Mario Borghezio, che della pancia del partito esprime sempre umori e tendenze.
Da Nord a Sud, chi lavora sul territorio ha le idee chiare su acqua e nucleare. Giuseppe Castiglione, superberlusconiano presidente dell’Unione delle Province e a capo di quella di Catania, due giorni fa ha riunito duecento amministratori per far quadrato.
E ora spiega: “L’Acqua è pubblica e deve restare tale, piuttosto si affidi la gestione alle Province, e comunque mai centrali nucleari in Sicilia, spazio alle energie rinnovabili”.
E poi in Parlamento.
Tra i pidiellini, Alessandra Mussolini è tra i referendari più convinti.
“Anche se la consultazione dovesse essere politicizzata, e spero non accada, io andrò. In quanto medico, in quanto madre, in quanto politico. L’energia? Vorrà  dire che la compreremo, fosse pure dai cinesi, tanto ormai si compra tutto”.
E come lei il collega Fabio Rampelli, perchè “milioni di elettori di centrodestra sono contro le centrali e per l’acqua pubblica”.
Anche i Responsabili cedono al richiamo.
“Martedì ci riuniamo per decidere, ma io voto su acqua e nucleare” annuncia il capogruppo Luciano Sardelli.
Il loro uomo-simbolo, Domenico Scilipoti, si spinge perfino oltre: “Certamente andrò e mi esprimerò su tutti i quesiti”.
Dunque anche sul legittimo impedimento, perchè “è giusto che gli italiani vadano a votare e esprimano la loro opinione”.
Che poi è la linea decisa ieri sera dall’esecutivo della Destra di Francesco Storace: l’indicazione agli elettori è per il “si” ai due quesiti sull’acqua e a quello sul nucleare.
Una penosa retromarcia del partito dell’autista di Marchio che fino al giorno prima stva coi no.
Ora si limiterà  a difendere il suo datore di lavoro solo sul legittimo impedimento.

Carmelo LoPapa
(da “La Repubblica“)

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FLAVIA PERINA: LA VERITA’ SULLA LISTA “FASCIOCOMUNISTA” DI LATINA

Giugno 4th, 2011 Riccardo Fucile

LA LISTA PENNACCHI: CHI L’HA VOLUTA E’ LO STESSO CHE L’HA PRIMA TRADITA E POI BOICOTTATA PER MESCHINI INTERESSI DI POTERE… ADOLFO URSO E I SUOI INFAMI COMPAGNI DI MERENDE, AL SERVIZIO DEL SULTANO

Le leggende metropolitane sono dure a morire.
C’è gente ancora convinta che David Bowie sia un alieno e che Paul Mac Cartney sia morto nel 1969.
Però io ci provo lo stesso a raccontare la campagna elettorale di Latina, oltre la leggenda metropolitana dell’esperimento fallimentare di un gruppo di politici sciocchi e di fatui intellettuali.
L’antefatto.
Nel gennaio scorso ai vertici di Fli si cominciò a parlare di amministrative, e di come incidere in una corsa per la quale non eravamo attrezzati.
Emerse l’idea di lavorare su due-tre città  simbolo, proponendo candidature di impatto fortissimo alla guida di liste civiche di alto profilo, condivisibili da destra e sinistra.
Adolfo Urso fu il motore del tentativo.
Fu individuato su Milano un nome molto prestigioso (che non svelo) sul quale anche il Pd avrebbe potuto convergere.
Per Latina, simbolo della nostra sfida di legalità , città  “di destra” per eccellenza, si pensò ad Antonio Pennacchi con lo stesso schema (lista civica, destra/sinistra unite contro Di Giorgi, candidato-ombra del chiacchieratissimo sen. Fazzone).
Su Milano non si riuscì a “chiudere”.
Su Latina Pennacchi nicchiò sull’invito a candidarsi, dicendo che comunque poteva essere lo sponsor forte di un nome che rappresentasse una svolta con una lista civica unitaria.
Il congresso.
Il 15 febbraio l’organigramma uscito dell’assemblea congressuale di Fli con Bocchino vicepresidente e Della Vedova capogruppo provoca una gravissima e imprevedibile crisi interna.
Adolfo Urso e Andrea Ronchi contestano il ruolo affidatogli (portavoce e presidente dell’assemblea).
Pasquale Viespoli si associa alle critiche e minaccia l’addio.
Nelle prime 24 ore la polemica sugli organigrammi è trasparente: «Quando Fini è salito in aereo ¬— dice ai giornali un senatore — c’era l’accordo per Urso capogruppo, quando è sceso il coordinatore era Della Vedova. Non è questione di essere ultrà  di Bocchino o ultrà  di Urso. È questione di metodo. Noi senatori in questo momento siamo come una polveriera che rischia di saltare».
Il 16 febbraio, con la riunione del gruppo al Senato, la polemica muta di tono.
Non si criticano più le scelte sui nomi ma una pretesa “deriva a sinistra” di Futuro e libertà .
E quello diventerà  il ritornello di tutta la polemica dei mesi successivi.
Ariecco Latina.
La fantomatica “deriva a sinistra” di Fli, di cui Fabio Granata è visto come l’incarnazione (un po’ perchè si espone, un po’ perchè manca il coraggio di attaccare direttamente Fini) diventa il tema che spacca il partito.
La polemica non ha fondamento, ma determina da un lato le ossessive rassicurazioni della classe dirigente (il “mai col Pd” ripetuto tante volte da Bocchino) e dall’altra una escalation di controaccuse per giustificare la possibile uscita dal partito di chi giudica l’esperimento Fli fallito.
Il “caso Latina” sembra fatto apposta per fare casino. E serve anche per mettere in difficoltà  il coordinatore del Lazio Antonio Bonfiglio, già  esponente della destra sociale che ha “sposato” la causa di Pennacchi, da parte di chi aspirerebbe al suo ruolo.
Si sottrae al gioco Benedetto della Vedova, certo non sospettabile di simpatie fascio comuniste, che interpellato sull’opportunità  della scelta risponde secco: «Latina è Latina e Pennacchi è Pennacchi».
3 aprile. Potito Salatto: “Se la dirigenza nazionale dovesse avallare il disegno Fli-Pd in un capoluogo di provincia come Latina, le ripercussioni interne sarebbero dirompenti, lascerebbero il segno in quanti continuano a ritenere Futuro e liberta’ un partito che si muove nel centrodestra e in particolare in quel nuovo polo alternativo al Pd stesso».
4 aprile. Direzione di Fli sulle candidature.
È ufficiale: no alla Lista Pennacchi, il cui candidato sindaco (condiviso col Pd) doveva essere Claudio Moscardelli. Il pressing ha funzionato.
Lo scrittore commenta: «A me non me l’ ha chiesto solo Granata o la Perina, de fa’ sta cosa! Me l’ ha chiesto proprio Urso, in mezzo alla strada. M’ hanno cercato loro. Tutti a dire: Anto’ , ce stai? T’ impegni? Mo’ Urso ci ha ripensato? Non lo vogliono fare? Ottimo, io un lavoro ce l’ ho! Ma se stavano tanto bene co’ Berlusconi, perchè so’ venuti via dal Pdl? E perchè poi so’ venuti a rompe’ li c… a me?».
9 aprile. Mancano pochi giorni alle scadenze per il deposito delle candidature. Claudio Barbaro (dirigente della provincia di Latina) interpella circoli e militanti della città .
Tutti insistono: non tagliare il link con Pennacchi.
Con uno sforzo generoso, Bonfiglio recupera l’idea e il gruppo che l’aveva sempre sostenuta — Fabio Granata, Luciano Lanna, amico personale dello scrittore, Filippo Rossi, Miro Renzaglia e tanti altri — si mette a disposizione di una soluzione di ripiego: Pennacchi darà  il nome alla lista, Filippo Cosignani (Fli) correrà  per sindaco, tutti si candideranno e si cercherà  di determinare la sconfitta al primo turno del Pdl e di Giovanni Di Giorgi, per poi trasformare il ballottaggio in una grande sfida per il rinnovamento e la legalità .
La lista viene “chiusa” la notte prima del termine, in extremis.
Dal 10 aprile al 15 maggio. La lista Fli-Pennacchi diventa la metafora da impallinare per chi sogna il ritorno a casa, la casa del Pdl, o quantomeno il recupero del ruolo di ruota di scorta del berlusconismo approfittando delle amministrative.
Gli episodi di disturbo e di boicottaggio si sprecano.
Il più grave vede Potito Salatto appoggiare con manifesti e interviste la lista civica Latina Capitale, sostenendo che è l’unica legittimata ad avere il sostegno di Fli.
Sul quotidiano “Latina Oggi” titoli a tutta pagina sulle dichiarazioni dell’europarlamentare: «Per fortuna ci sono candidati di Fli come Cristina Rossi della lista civica Latina Capitale che sostiene Gatto (ex assessore al bilancio, FI) e che avranno modo di catalizzare un voto di centrodestra autentico».
Lo scetticismo sull’esperimento di Latina si diffonde nel partito, dove il solo nome della città  provoca litigi e divisioni.
17 maggio. Risultati delle 13 liste in gara.
Di Giorgi, il candidato del Pdl, vince al primo turno con il 50,97 per cento.
Cioè per 250 voti circa. Cosignani si ferma all’1,06.
L’obbiettivo di mandare Di Giorgi ai ballottaggi non era affatto impossibile, anzi: con più impegno e meno bastoni tra le ruote sarebbe stato semplice.
E ai ballottaggi si sarebbe potuta fare una grande battaglia per la legalità  e per l’identità  di Latina, oltre i partiti, facendo appello al risveglio del senso civico e dell’orgoglio cittadino. Conclusioni.
La sconfitta della lista Fli-Pennacchi dimostra soltanto l’incapacità  di comprendere il nuovo di chi l’ha osteggiata in buona fede e la profonda malafede di tutti gli altri, quelli che hanno risposto alla generosità  e alle intuizioni del più grande scrittore italiano con   miserabili manovrette di corridoio e boicottaggi nell’ombra.
Dovrebbero almeno evitare di usare come un randello la parola “Latina” per delegittimare persone e dirigenti con cui si sentono in competizione (senza essere capaci di competere). Post scriptum.
Grazie ora e sempre ad Antonio Pennacchi, futurista coraggioso.

Flavia Perina    

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FLAVIA PERINA: “IL BERLUSCONISMO IN CRISI GRAZIE A NOI”

Giugno 4th, 2011 Riccardo Fucile

SUL QUORUM AI REFERENDUM SI GIOCA UNA PARTITA DECISIVA: SAREBBE UN SEGNALE DEL RITORNO ALLA PARTECIPAZIONE ATTIVA DEI CITTADINI ALLA POLITICA

Dai ballottaggi la certezza che il paese ha reagito.
Perchè «stufo di blocchi contrapposti, di logiche vecchie e superate». Ma adesso «sta a noi individuare quale può essere lo schema vincente che determini la reale transizione. Contrariamente rischieremmo di fare da ruota di scorta a schemi predisposti da altri». Sceglie il pragmatismo Flavia Perina, per analizzare dove dovrà  volgere lo sguardo non soltanto Futuro e Libertà , ma soprattutto l’intera politica italiana.
Per fare il salto di qualità  e lasciarsi alle spalle un passato che si sta ormai chiudendo.
Prima i ballottaggi, poi la Cassazione e il via libera al referendum sul nucleare: in più i fischi di ieri alla parata del 2 giugno. Silvio Berlusconi sempre più alle corde?
La vera mazzata per il sistema berlusconiano sarebbe il raggiungimento del quorum, perchè porterebbe con sè l’idea di un risveglio effettivo della partecipazione attiva dei cittadini.
Per tantissimo tempo questo sistema di potere si è retto sulla scelta astensionista di cittadini che non condividevano. Il segnale sul terreno dei referendum, che da anni non raggiunge il quorum proprio per un certo disinteresse, sarebbe la conferma che qualcosa sta cambiando in Italia. Con la voce della gente che dice “mai più sudditi, adesso vogliamo partecipare alle scelte che determinano il nostro futuro”. Credo che davvero il tema della partecipazione sia centrale, al di là  delle libere posizioni all’interno del terzo polo.
La grande damigiana di voti del Pdl si è ormai rotta: come intercettare quei consensi?
Una tesi che considero suggestiva, in realtà  credo che sarà  difficile intercettare questo consenso se non si compierà  un nuovo passo avanti nella riproposizione dei contenuti rivoluzionari del messaggio finiano. Ovvero quelli di un centrodestra europeo, fondato sul nuovo patriottismo repubblicano, su un’idea alta dell’interesse nazionale, innovativa nel campo dei diritti civili, proposte specifiche rivolte a due settori rilevanti come i giovani e le donne, che ci guardano con simpatia. Ecco lo scenario a cui accostarsi, evitando in via assoluta di rinchiudersi nei giochi di palazzo, ma riportando all’esterno la comunicazione.
Nel solco dello spirito di Bastia Umbra?
Non mi piace la formula rievocativa, mi sembra ciò che fanno nel Pdl quando rievocano lo spirito del ’94. Oggi abbiamo di fronte a noi una situazione completamente nuova ed è di questo che dobbiamo discutere. Nel Paese sale una richiesta di novità  e cambiamento, anche impetuosa, do cui noi siamo stati a suo tempo l’avanguardia. Noi siamo dinanzi ad un bivio: o proviamo ad interpretarla, oppure rischiamo di essere archiviati assieme al vecchio sistema che sta franando.
Una strada percorribile potrebbe essere quella, più volte invocata, di un comitato di liberazione nazionale dal cavaliere?
Una scelta che non ha nulla di scandaloso, nella prospettiva elettorale futura. Proprio perchè in questo frangente è la politica che deve agire, considerando l’opzione di quella che è stata chiamata anche “santa alleanza”. Lo hanno fatto anche in altri contesti europei, vedi la destra tedesca per ovviare ad una situazione di emergenza. Il riscontro referendario ci potrà  anche delle indicazioni per un grande dibattito politico che si aprirà  sulle scelte prossime venture del partito.
Il neosegretario del Pdl, Angelino Alfano, sembra che come primo obiettivo abbia il compito di “marcare” Giulio Tremonti: un po’poco per iniziare una fase nuova, non trova?
Berlusconi ha avviato un’operazione che in gergo maoista si chiamava “bombardare il quartier generale”. Ovvero, nel momento della massima difficoltà , quando per la prima volta viene messa in discussione la sua capacità  di premier, lui annienta le vecchie classi dirigenti e cerca in qualche modo di attribuire la responsabilità  dell’insuccesso in primis ai candidati di Milano e Napoli, poi al triunvirato che gestisce il Pdl. Per dare agli elettori l’illusione del cambiamento, che nella realtà  non avviene perchè poi lui resta sempre il dominus. E permane quell’idea di un partito “contorno” delle sue scelte.
E dalle intellighenzie vicine al premier neanche un accenno a questa fase di criticità ?
Un altro dato interessante potrà  venire dalla riunione indetta per il prossimo mercoledì proprio dagli intellettuali organici di Berlusconi: Ferrara, Sechi, Belpietro, con l’obiettivo di chiedere le primarie per indicare il capo del partito e per i coordinamenti regionali. Potrebbe essere l’ennesima carta populista per azzerare la classe dirigente e riproporre lo schema del leader che dialoga direttamente col popolo, anche sulle questioni interne al partito.
Il percorso di Fli a che punto è?
Il clima di stato nascente che si è avuto tra lo strappo di Fini dal Pdl e la svolta del 14 dicembre scorso si è un po’ dissipato. Oggi registriamo un momento più difficile, perchè è complesso comprendere come affrontare il nuovo scenario che si sta profilando. Noi abbiamo sicuramente determinato l’entrata in crisi del berlusconismo. Adesso va focalizzato in quale modo strutturare una via di uscita positiva per ricostruire il paese. Serviranno gli strumenti della politica, più che le emozioni, per non limitarsi ad essere spettatori.
Crede che questa, allora, sia l’ultima chanches per sperimentare nuove elaborazioni culturali, anche e soprattutto grazie all’apporto delle elites nell’agone politico?
La finestra si è molto ristretta, perchè paradossalmente la vittoria alle amministrative ha tornato a diffondere a sinistra un sentimento di autosufficienza che prima non esisteva. Il rischio che vedo è quello che si riproponga uno schema di blocchi contrapposti, che cancelli lo spirito innovativo scaturito dalle urne, dove sono stati premiati gli outsiders più che i vecchi partiti. Senza un’azione decisa, temo che si archivi un’interessante stagione di interlocuzione e di ricerca di sintesi nuove non tra i partiti ma nell’area vasta che a loro fa riferimento. Che in una certa fase si erano sentite liberate da vecchie zavorre e riuscivano a parlare trasversalmente delle prospettive del paese. Dai ballottaggi è emersa la certezza che il paese è in cerca di qualcosa di nuovo. Perchè stufo di blocchi contrapposti, di logiche vecchie e superate. Ma adesso sta a noi individuare quale potrà  essere in futuro lo schema vincente che determini la reale transizione. Contrariamente rischieremmo di fare da ruota di scorta a schemi predisposti da altri.

Francesco De Palo
(da “Il Futurista“)

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LA “GRANDE FAMIGLIA”: ALEMANNO SI RISCOPRE SOCIALE E SI ALLEA CON LA POLVERINI, MA CON GLI EX AN ROMANI RAMPELLI E MELONI E’ LITE CONTINUA

Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile

ALEMANNO: “CAMBIAMO IL SIMBOLO DEL PDL”, MA PER RAMPELLI: “NON SERVE”… IL SINDACO DI ROMA AUSPICA UN’INTESA CON I FINIANI: “LE PORTE SONO APERTE A TUTTI”   E RISPOLVERA LA CORRENTE “SOCIALE” PER SGANCIARSI DA SINDACO E RIENTRARE NEL GIRO NAZIONALE CHE CONTA

Appuntamento da Berlusconi, a palazzo Grazioli.
Dopo la disfatta elettorale e i veleni nel Lazio, i «litiganti» hanno appuntamento dal premier per l’ufficio di presidenza del Pdl dove per la prima volta si rivedranno tutti insieme Gianni Alemanno, Renata Polverini (che ieri ha detto: «Città  Nuove non diventerà  un partito: forse ci siamo concentrati troppo su Sora e Terracina»), ma anche il ministro della Gioventù Giorgia Meloni e il deputato ex An Fabio Rampelli, protagonisti con sindaco e governatrice dello scontro fratricida nel sud pontino.
Il clima, nel centrodestra, è incandescente.
Alemanno ha acceso un’altra miccia: «Cambiare il simbolo e il nome del Pdl è quasi obbligatorio», ha detto il sindaco.
E poi ha aggiunto: «Bisogna riaggregare le forze che si sono staccate dal Pdl. Fini e Fli? Le porte sono aperte a tutti. Alcuni esponenti si sono già  distaccati e cercano un luogo politico». Il riferimento è ad Andrea Ronchi e Adolfo Urso, incontrati dallo stesso Alemanno qualche giorno fa in Campidoglio».
E il rapporto con la Polverini?
Sulla pagina Facebook del sindaco c’è una sua foto con la governatrice: «Questa è la mia destra, la destra sociale e di popolo che nei mercati e nelle periferie si rende conto che con una pensione da 500 euro, arrivare alla terza settimana non è un modo di dire!».
Alemanno spiega: «Il mio rapporto con Renata è consolidato e andrà  avanti».
Le frasi del sindaco sul cambio di simbolo del Pdl non sono piaciute a Rampelli: «La gente ci chiede altro: di governare e non litigare. E l’asse tra sindaco e governatrice non si capisce cosa sia».
L’opposizione ironizza: «Stavolta – dice Umberto Marroni, Pd – sono d’accordo con Alemanno. È necessario cambiare simbolo del Pdl, togliendo il nome di Berlusconi».
Dopo i ballottaggi, è partita la «caccia» all’Udc. «Colpa loro se abbiamo perso Pomezia e Ariccia», ha attaccato Francesco Giro (Pdl).
La replica di Luciano Cicchitto: «È male informato».
Mentre secondo Francesco Carducci, consigliere regionale dei centristi, «l’Udc è fondamentale per governare il Lazio».
Un avvertimento alla Polverini?

Ernesto Menicucci
(da “il Corriere della Sera”)

argomento: Alemanno, AN, Berlusconi, Costume, Futuro e Libertà, governo, la casta, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »

NON SOLO UN VOTO LIBERATORIO, MA L’ESPRESSIONE DI UN CAMBIAMENTO DELLA SOCIETA’ CHE A DESTRA NON SI E’ ANCORA CAPACI DI INTERPRETARE

Maggio 31st, 2011 Riccardo Fucile

E’ VERO, IL PREMIER HA FATTO PERDERE VOTI AL PDL, MA PERCHE’ NON CI SI CHIEDE COME MAI QUEI VOTI NON LI HA, A DESTRA, INTERCETTATI NESSUNO E SONO ANDATI DISPERSI?…UNA FORZA POLITICA DOVREBBE ESSERE AVANGUARDIA DEL CAMBIAMENTO, NON TRINCEA DEL VECCHIUME

Per chi da tre anni denuncia le incongruenze del centrodestra italiano la giornata di ieri, in fondo, potrebbe essere archiviata come una soddisfazione personale, all’insegna dell’italico motto “lo avevo detto e previsto”.
Una coalizione già  sbilanciata all’atto della sua costituzione e caratterizzata da un cesarismo senza freni, senza cultura politica e sociale alla sua base, non poteva che degradare sempre più verso un intreccio affaristico xenofobo, ben rappresentato dagli interessi dei due contraenti, sopravvissuti alla diaspora finiana.
Avevamo in passato evidenziato numerosi errori palesati dalla coalizione di governo e il crescente malessere del popolo di destra, anticipando di almeno un anno alcune delle motivazione che hanno poi indotto Fini a sollevare i distinguo che hanno portato alla sua cacciata.
Siamo stati tra i pochi che nei giorni scorsi hanno chiaramente detto che il voto a Pisapia avrebbe contribuito a dare forza alla valanga popolare che ha finito per sotterrare i traditori della destra italiana, in primis un premier impresentabile che rappresenta l’antitesi dei valori etici e culturali della destra europea.
Da mesi andavamo segnalando che anche la Lega perdeva consensi nei suoi feudi elettorali, mentre i media nazionali non ne hanno mai voluto parlare, dandola anzi in crescita.
Salvo ora stupirsi della sua sconfitta nelle roccaforti del Carroccio stesso.
Riteniamo ora invece doveroso sganciarci da analisi   frettolose o parziali che circolano negli ambienti della destra, ivi comprese quelle degli amici di Futuro e Libertà .
Perchè molti fanno finta di scambiare la vittoria della sinistra come un proprio successo, il che è vero solo parzialmente.
Certo, al ballottaggio i voti del Terzo Polo hanno pesato, inutile negarlo, così come al primo turno spesso sono stati determinanti nel bloccare il candidato del partito degli accattoni che vive comprando deputati.
Ma sarebbe limitativo fermarsi alla soddisfazione per la caduta tombale di Pdl e Lega. Occore andare oltre e porsi una semplice domanda: non avrebbe dovuto essere automatico che i voti persi dal sedicente centrodestra confluissero nel Terzo Polo? Non era dato per scontato che, riducendosi la percentuali di astensionisti, una parte di essi si sarebbe accasata proprio tra le file di chi tenuto le distanze da entrambi gli schieramenti?
Questo non è avvenuto per una serie di ragioni anche tecniche su cui non spendiamo troppe analisi: il fatto che spesso l’Udc è andata per conto suo e non c’è stata alcuna intesa con Fli, la prudenza di Fli nel prendere spesso posizioni coraggiose, i compromessi locali che hanno visto Fli alleata persino con Pdl e Lega, il freno a mano tirato a causa del lavoro di demolizione compiuto dalle quinte colonne berlusconiane rimaste in Fli per bloccarne le mosse.
Qua ci limitiano a parlare dell’aspetto più grave che non si può sottacere: Fli è la rappresentazione plastica attualmente della coperta che viene tirata da tutti i lati, chi mette più forza la avvicina a sè e alle proprie idee.
Quando sarebbe necessario strappare, si sceglie sempre il compromesso: così sui ballottaggi, così sui referendum, così in diverse votazioni parlamentari che vedono sempre assenze sospette che salvano il governo.
Una ambiguità  , una mancanza di linea politica chiara che si paga di fronte all’elettorato che vuole sapere per chi e per cosa vota.
Non siamo certo tra coloro che fingono di scandalizzarsi perchè Fli si è alleata con l’Udc: Casini rappresenta il centro, Fli la destra, così come prima Forza Italia e An.
Se poi Casini raccoglie più voti è naturale che guidi il Terzo Polo, semmai il problema è far crescere Fli.
Il limite di Fli (e di Fini, almeno in questo frangente, ma anche di tanti intellettuali di area finiana) è che si continua a sventolare il vessillo “legalità , meritocrazia, unità  nazionale” pennsando che sia sufficente agitarlo per aumentare automaticamente i consensi.
O inneggiare a una “destra moderna e repubblicana” per raccogliere l’applauso.
O gestire il presente senza saper interpretare il cambiamento.
Di fronte a un Pdl che raccoglie voti sempre più datati e fisiologicamente “vecchi” e a una Lega che fomenta solo “egoismi”, incapaci entrambi di affrontare le tematiche sociali, si aprirebbe uno spazio enorme per una destra movimentista e incisiva.
Con proposte chiare su quei soli temi che interessano e preoccupano il 70% degli italiani: lavoro, precarietà , casa, servizi, ambiente.
Il no al nucleare del centrodestra tedesco e le posizioni di apertura ambientalista di Sarkozy in Italia sono ancora cose da marziani, così come la dipendenza dai poteri forti una prassi.
Nelle parole d’ordine finiane mancano parole chiave e incisive come “aumento delle pensioni minime”, “costruire case per le giovani coppie”, “piano di stabilizzazione graduale dei precari”, “città  vivibili e abbassamento del tasso di inquinamento”, “misure incentivanti per il commercio e il lavoro autonomo”, “attenzione al mondo del volontariato”.
E tante altre ancora.
Unite a “impegno a dimezzare i 60 miliardi di euro che costa ogni anno   la corruzione nella pubblica amministrazione” attraverso la costituzione di una squadra di controllori che girino tutte le amministrazioni dello Stato, scoperchiando favori e intrallazzi.
Quante cose si potrebbero fare con 30 miliardi sottratti alla corruzione.
E ancora una coerente politica “anticasta” anche negli Enti locali, rinunciando a privilegi e prebende.
Questo vuole dire saper cavalcare la tigre del cambiamento che oggi la sinistra ha saputo convertire in voti.
Invece, sempre la ostinata paura di “apparire” un po’ troppo di sinistra (che scandalo…), ha ghettizzato una certa destra italiana a trattare fino alla nausea sempre gli stessi temi: rom, immigrati e centri sociali da chiudere.
Come un vecchio disco imbolsito a 72 giri, mentre nel mondo la tecnologia ti fa ascoltare una musica di qualità .
Basta con le posizioni di rendita che tali non sono più, basta con l’apologia della reazione, vogliamo azione, preveggenza, intuito, provocazione.
Basta coi “giovani vecchi” che entrano nei partiti e chiedono per prima cosa che carica è disponibile o coi vecchi “finti giovani” che non mollano la poltrona neanche sotto i bombardamenti.
Ci si armi di ramazza e di idee, di passione politica e di capacità  di analisi dei tempi moderni: altrimenti una nuova sinistra preverrà  a lungo su questa vecchia patetica destra.
Senza un valido “motore delle idee” e una guida aggressiva, nessun pilota potrà  mai tagliare per primo il traguardo del Gran premio della politica italiana.

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