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MACCHINA DEL FANGO IN AZIONE: FALSE ACCUSE DI ESTORSIONE PER DANNEGGIARE BOCCHINO NELL’ULTIMA SETTIMANA ELETTORALE

Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile

INDAGATO PER TRUFFA E CALUNNIA UN EX MILITANTE DEL MSI, MA CHI SARA’ MAI IL MANDANTE DELL’OPERAZIONE?…SI ERA PRESENTATO IN PROCURA DICENDO DI AVERE LE PROVE (RISULTATE POI DEI FALSI) DI PROMESSE DI ASSUNZIONI ALLA CAMERA IN CAMBIO DI DENARO…DOVEVA SERVIRE PER DANNEGGIARE L’IMMAGINE DEL PARTITO ALLE ELEZIONI COMUNALI DI NAPOLI? E A CHI AVREBBE GIOVATO?

Italo Bocchino, vice presidente di Fli, doveva essere infangato in questa ultima settimana di campagna elettorale con un’accusa infamante.
Aver estorto, tra il 2006 e il 2010, 3 milioni di euro in contanti a giovani diplomati e laureati in cambio della promessa di assunzioni nel personale della Camera.
La macchinazione aveva come suo protagonista Giancarlo Battista, 52 anni, romano, ex iscritto al Msi, “giornalista” con precedenti per truffa.
L’uomo che lunedì si era presentato ai carabinieri con un esposto di sei pagine in cui riferiva di essere stato il collettore del denato chiesto da Bocchino, nonchè con sei cd di file audio registrati clandestinamente (in cui l’asserita voce di Bocchino già  ad un primo ascolto tale non è) e documenti della Camera (risultati falsi”, dopo la perquisizione della sua abitazione, è stato indagato dal pm Antonio Cederna per calunnia e truffa.
Ieri Bocchino, che è parte lesa, è stato sentito dal pm e ha escluso di aver mai conosciuto Battista.
Sarebbe interessante conoscere a questo punto, escludendo che si tratti di una iniziativa personale, chi è il mandante di questa sporca operazione.
A chi avrebbe giovato uno sputtanamento di Bocchino nell’ultima settimana elettorale.
Un grave danno a Fli, soprattutto a Napoli.
Dove il terzo polo si pone, non a caso,   come alternativa di centrodestra al Pdl di Cosentino.

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LA NORMALIZZAZIONE DI REGIME AL “SECOLO D’ITALIA”

Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO LA DIREZIONE “FUTURISTA” DI FLAVIA PERINA E’ ARRIVATO IL CAMBIO DI LINEA BERLUSCONIANO… IL NUOVO DIRETTORE E’ L’EX TERRORISTA MARCELLO DE ANGELIS… ORA VENDE 500 COPIE, COSI’ SONO TUTTI CONTENTI

Il Secolo definizzato impugna la spada.
Parola del nuovo direttore, il deputato del Pdl Marcello de Angelis, che ieri ha concluso così il suo editoriale di saluto ai lettori: “Torneremo a fare di questo giornale una bandiera e un simbolo, uno scudo e una spada, una piazza in cui incontrarsi e una casa comune”.
Perchè pure la spada?
Risponde de Angelis: “Perchè sin da bambino mi piacciono le storie di cavalieri come Parsifal”.
Solo che adesso i cavalieri non si chiamano più Parsifal ma Silvio Berlusconi e il nuovo direttore è stato investito del duro compito di normalizzare lo storico quotidiano della destra postfascista dopo la gestione futurista di Flavia Perina e Luciano Lanna.
Il cambio di marcia (su Roma, nella redazione di via della Scrofa) risale già  al 20 aprile scorso quando è andato via Lanna (subentrato per qualche settimana alla Perina) e il giornale è stato affidato a Girolamo Fragalà , interno di lungo corso che rimarrà  direttore responsabile con la nuova era di Angelis. Da allora giù titoli e interviste nel segno dell’ortodossia berlusconiana.
Breve carrellata.
La farsa tragicomica dei nove sottosegretari Responsabili: “Rimpasto, il Colle rovina il brindisi: ‘Parlino le Camere’”.
Lo sciopero della Cgil di venerdì scorso: “La chiamavano Cgil. Ieri in piazza uno sciopero solo politico con dipietristi e centri sociali”.
La campagna per le elezioni amministrative: “Il Cav sfida l’opposizione nelle piazze”.
La Moratti litiga con la “nemica” Santanchè sulla questione Lassini, segue ampia intervista alla sottosegretaria: “Letizia vincerebbe facile se tutti i nemici fossero come me”.
Ma la vera rivelazione della svolta normalizzatrice è l’ingresso in prima pagina del larussiano Massimo Corsaro, l’esponente del Pdl che durante il dibattito sul processo breve si beccò del “fascista” persino da metà  del suo gruppo parlamentare.
Motivo? Questa grottesca citazione: “Ci è voluto il rapimento e l’uccisione di Moro perchè si smettesse di dire che le Brigate rosse erano sedicenti, ma che erano parte integrante della cultura della sinistra”.
Ieri, nel numero d’esordio di de Angelis, il Corsaro corsivista ha menato forte contro l’ex direzione futurista: “Quel suo carezzare temi che manco Concita De Gregorio o Marco Travaglio azzardavano nei loro scritti, gli aveva garantito i peana dell’intellighenzia nostrana. Peccato che quanto a vendite si fosse rimasti a zero”.
Replica del finiano Raisi: “Con la gestione Perina il Secolo vendeva 2mila copie, oggi sono meno di 500”.
Condannato per il 270 bis, associazione sovversiva per banda armata, de Angelis era tra i neofascisti di Terza Posizione e suo fratello Nanni fu “suicidato” nel carcere di Rebibbia.
Lui, però, dopo trent’anni invoca il diritto all’oblio sulla condanna.
La sua nomina a direttore politico (lo stesso ruolo che aveva la Perina) ha pure causato un clamoroso autobuco al Secolo.
Decisa giovedì scorso dal cda del quotidiano, l’accordo era di dare la notizia all’inizio di questa settimana.
Ma è trapelata lo stesso e il giorno dopo tutti l’hanno pubblicata tranne il Secolo. Una scena tra Fantozzi e le Sturmtruppen degli ex An.
Cui adesso si aggiunge la spada di Parsifal.
In redazione de Angelis racconta di “aver trovato un clima teso perchè molti hanno sofferto questa situazione”.
Oggi vicino al ministro Matteoli, de Angelis è stato per lungo tempo seguace di Alemanno.

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FINI INCORONA PALMERI: “E’ LUI IL VERO CANDIDATO DELLA CITTA’: MILANO VA GOVERNATA UNENDO, NON DIVIDENDO”

Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile

IERI SERA IL PRESIDENTE DELLA CAMERA HA PRESENTATO A MILANO   IL LIBRO “L’ITALIA CHE VORREI” CON MASSIMO CACCIARI….E PARLANDO OGGI A MOLA, IN PUGLIA, RISPONDENDO AGLI STUDENTI, HA STIGMATIZZATO: “BERLUSCONI RISPETTI LA LEGGE”

L’incipit è di Gianfranco Fini: «Le prossime elezioni amministrative a Milano saranno decisive per definire il futuro rapporto Pdl-Lega».
La conclusione implicita del discorso del presidente della Camera è di Massimo Cacciari: «Se il centrodestra perde a Milano entra in una spirale di crisi tutto il sistema di alleanze di Pdl e Lega».
Elezioni ad alta tensione.
Con il leader di Fli che tira la volata al candidato del Nuovo Polo, Manfredi Palmeri: «Non è un candidato di parte, è il vero candidato della città ».
Prima la presentazione del libro «L’Italia che vorrei» con Cacciari all’Umanitaria (organizzata da una vecchia conoscenza della politica milanese, Fausto Montrone), poi la cena con i sostenitori di Palmeri all’Hotel Melià .
«Il risultato delle prossime amministrative – dice Fini – va ben al di là  della decisione di chi potrà  essere il futuro inquilino di Palazzo Marino».
Soprattutto per capire il futuro del centrodestra.
Il risultato del Nuovo Polo sarà  essenziale per determinare il possibile nuovo corso: «Non sono un megalomane. Futuro e Libertà  – continua Fini – forse sarà  anche allo 0,1%, ma il semplice fatto che non perda occasione per attaccarci a testa bassa, dimostra che Berlusconi sa bene che il Terzo polo otterrà  un consenso molto maggiore di ciò che lui va dicendo. Il Terzo polo raccoglie un sentimento presente nella pubblica opinione, che si è stancata del teatrino della politica».
Palmeri continua la sua campagna.
Portandosi sempre dietro la sedia vuota a simboleggiare il mancato confronto con Letizia Moratti: «Hanno ragione sia la Moratti sia Pisapia quando si accusano reciprocamente di non essere alla guida di coalizioni non adeguate alla città . Sono tutti e due al traino dei partiti più estremi nelle rispettive aree e schiacciati dalle e sulle posizioni più radicali. Milano, soprattutto in questa fase critica, non può essere governata dividendo ma unendo le migliori forze della città ».
Gianfranco Fini, incontrando gli studenti nella chiesa del Sacro Cuore a Mola di Bari, ha lanciato un nuovo messaggio all’ex alleato Berlusconi: “Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è un cittadino come tutti quanti gli altri: è tenuto quindi anche lui a rispettare le regole e le leggi della Repubblica italiana”.
Parlando di giustizia, Fini ha precisato quelli che secondo lui sono i ruoli dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario nei confronti della Costituzione: “Non esiste nemmeno da parte del Parlamento la possibilità  di agire senza rispettare la Costituzione. Questo vale per il Parlamento, per il Governo, per la Magistratura e per il presidente della Repubblica”.
Rispondendo a una domanda degli studenti, il presidente della Camera ha ribadito: “In Italia nessuna carica può fare tutto senza rispondere del proprio operato ad altri. Sono i ‘pesi e i contrappesi’ previsti dalla Costituzione. Se così non fosse – ha continuato il leader di Futuro e libertà  – ci sarebbe una situazione di squilibrio e mancherebbe una separazione rigida dei poteri”.
In riferimento al ruolo del Parlamento Fini ha sottolineato che le leggi non possono essere fatte solo in ragione della maggioranza che c’è in quel momento: “La legge deve rispettare la Costituzione, per questo c’è nell’ordinamento un organo supremo che valuta la conformità  delle leggi ossia la Corte Costituzionale”.
Quanto alla proposta, rilanciata ieri da Berlusconi, di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sull’operato dei pubblici ministeri, secondo Fini si tratta di una cosa mai vista.
“Chiedere alla maggioranza che sostiene il governo di approvare una proposta di legge per una commissione parlamentare che debba indagare sui pm che stanno processando il presidente del Consiglio – ha sostenuto il presidente della Camera – mi sembra che non accada in nessuna democrazia del mondo”.

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FINI INTERVISTATO DALLA ANNUNZIATA: “BERLUSCONI E’ ALLERGICO ALLE REGOLE, NON ARRIVERA’ MAI ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA”

Maggio 9th, 2011 Riccardo Fucile

“IL PATTO TRA ME E I PM? UNA PANZANA”….”SILVIO VORREBBE ESERCITARE IL POTERE SENZA CONTRAPPESI, MA NON LO SI PARAGONI A MUSSOLINI”…”NON SOPPORTO LE SUE COLOSSALI BUGIE”

«Io Berlusconi lo conosco bene, per questo ritengo sia doveroso contrastarne alcune sue pulsioni».
Non fa sconto alcuno all’ex alleato il presidente della Camera Gianfranco Fini, nel corso della registrazione dell’ultima puntata del programma di Lucia Annunziata Potere, che andrà  in onda stasera su Raitre.
Per il leader Fli, il presidente del Consiglio «non diventerà  mai presidente della Repubblica perchè nel prossimo Parlamento, nonostante responsabili e disponibili di varia natura e nonostante qualsiasi legge elettorale vorrà  inventarsi, non avrà  la maggioranza».
Fini ritiene inoltre che il berlusconismo sia «in fase di superamento» anche se il premier, è l’attacco del presidente della Camera, «non vuole rassegnarsi». Nessun pentimento dunque per la rottura di un anno fa con il leader del Pdl: Fini è convinto che Berlusconi sia un politico «allergico» alle regole e ai contrappesi della democrazia ma che non possa comunque essere paragonato a Benito Mussolini.
Ospite della Annunziata, infatti, il leader Fli rifiuta il paragone proposto dalla giornalista: « Mussolini appartiene a un’altra epoca, instaurò una dittatura. Berlusconi non c’entra nulla: è un uomo politico che accetta le regole della democrazia, magari le vuole piegare un po’ troppo al proprio tornaconto ma ha un consenso popolare. Non è un antidemocratico, nè tantomeno un aspirante dittatore».
Tuttavia, ha sottolineato Fini, «Berlusconi vorrebbe esercitare il suo potere senza alcun tipo di contrappeso» e questa è «una visione poco rispettosa della Costituzione. È allergico a ogni contrappeso, non conosce il dibattito in un partito, il contrasto, il voto in un partito. Ha uno spasmodico bisogno di sentirsi amato e quando non riesce a riempire di fatti le tante promesse finisce per avere bisogno di un nemico. Una volta il comunismo, una volta l’alleato infedele, il complotto internazionale, la magistratura politicizzata».
Per il presidente della Camera, inoltre, il premier oggi «non è giustizialista perchè è plurimputato» anche se «nel ’94», anno della discesa in campo del Cavaliere, «gli accenti giustizialisti» nella campagna del futuro capo del governo «c’erano e come».
Quanto alle accuse di Berlusconi di un patto tra Fini e i pm, il presidente della Camera torna a smentirle, apostrofandole come una «colossale panzana». «Non c’è astio tra me e Berlusconi – ribadisce il leader dei futuristi -. Io non sopporto le colossali bugie come quando lui dice “Fini se ne è andato”.
E l’altra colossale panzana di un patto tra me e i magistrati».

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FINI: “DA BERLUSCONI INACCETTABILI DELEGITTIMAZIONI DEI MAGISTRATI” E GRANATA RINCARA: “LA ‘NDRANGHETA RINGRAZIA: QUACUNO HA ANCORA DUBBI SU CHE PARTITO SOSTERRANNO LE MAFIE?

Maggio 8th, 2011 Riccardo Fucile

LA VERA DESTRA   DELLA LEGALITA’ RISPONDE AL PREMIER CHE HA DEFINITO LA MAGISTRATURA “UN CANCRO DA ESTIRPARE”…IN ALTRI PAESI EUROPEI SAREBBERO ANDATI A CERCARLO O I CARABINIERI O GLI INFERMIERI DEL TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO, IN ITALIA TUTTO GLI E’ PERMESSO

Ancora botta e risposta tra il presidente della Camera Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi.
Ieri il premier aveva definito un “cancro da estirpare” i magistrati di Milano. Oggi è arrivata la replica dell’ex alleato: “Non posso accettare che il presidente del Consiglio si scagli contro i magistrati delegittimando il corpo giudiziario”.
Fini era a Cagliari per sostenere il candidato sindaco Fli Ignazio Artizzu parlando in un albergo della città  in occasione della presentazione del suo libro L’Italia che vorrei: ”Chi riveste cariche istituzionali si deve rendere conto dell’errore enorme che compie ogni volta che delegittima la magistratura”, ha ricordato,   sottolineando che domani è prevista una cerimonia solenne al Quirinale, in occasione dell’anniversario della morte di Aldo Moro, per commemorare le vittime del terrorismo tra cui diversi magistrati.
Il presidente della Camera ha messo in evidenza che comunque “bisogna riformare la giustizia”, ma ha anche   rimarcato come “il simbolo della giustizia è la bilancia e quindi bisogna avere grande tensione a garantire l’equilibrio”. “Ogni cittadino — ha aggiunto il presidente della Camera — è innocente fino al Terzo Grado di giudizio ma occorre fare attenzione garantendo l’imputato e dimenticando che c’è una parte lesa”.
Fini ha anche ricordato che “la parola legalità  è scomparsa dal vocabolario politico del centrodestra. Legalità , ha aggiunto, è qualcosa di più impegnativo della sicurezza: è un abito mentale vuol dire rispetto per chi lavora, per la forza dell’esempio e per le istituzioni. Ogni volta che si reclama un diritto si deve anche essere pronti a un dovere”.
“Per Berlusconi il cancro è rappresentato da Ilda Boccassini: la ‘ndrangheta ringrazia”.
E’ questa la risposta di Fabio Granata, vicepresidente Fli della commissione Antimafia, alle parole definite “vergognose” di Silvio Berlusconi.
Ieri il premier aveva parlato dei magistrati di Milano come un “cancro da estirpare”.
Parole che “colpiscono magistrati che, come i colleghi di Reggio Calabria, stanno contrastando con grande successo ed enormi rischi lo strapotere dell’organizzazione criminale — ha aggiunto Granata — e la sua penetrazione nell’economia del nord”.
Stesso entusiasmo, secondo l’esponente di Fli, verrà  manifestato da camorra e Cosa Nostra, “visti i ‘giudizi lusinghieri’ del premier sulla Procura di Palermo”.
E rierendosi alle imminenti elezioni amministrative, Granata conclude: ”Ci sono ancora dubbi sul partito che sarà  sostenuto dalle mafie?”.

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ELEZIONI A MILANO, LA SCOMMESSA DI FINI: DETERMINANTI AL BALLOTTAGGIO

Maggio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

LA PARTITA E’ TUTTA TRA MORATTI E PISAPIA, MA IL CANDIDATO DI FLI E UDC, MANFREDO PALMERI, POTREBBE DECIDERE IL BALLOTTAGGIO…E IL TERZO POLO RISULTEREBBE INDISPENSABILE ANCHE A ROMA

Manfredo Palmeri, chi era costui?
Meglio imparare a conoscerlo questo ragazzo con famiglia numerosa, due figli suoi e tre della sua convivente nati da un precedente matrimonio, che si definisce nè falco nè colomba ma gabbiano, un Ogm della politica, un prodotto da laboratorio.
Perchè se le cose andranno male il suo nome potrà  essere rapidamente dimenticato, il 16 maggio, quando si conteranno i voti per le amministrative di Milano.
Ma in caso di ballottaggio combattuto toccherà  a lui, il candidato misterioso, 37 anni, palermitano di padre e ambrosiano di madre, armato di coccarda tricolore, poco pratico di sport, interista, capello lungo e pizzetto nero, fare da ago della bilancia tra Letizia Moratti e Giuliano Pisapia.
E’ lui il Signor Nessuno che può terremotare gli equilibri sotto il Duomo e dunque nel resto d’Italia, fino al governo nazionale.
Dove l’asse del Nord, il patto Berlusconi-Bossi, è più che mai in crisi, a due settimane dal voto, tra nuove diffidenze e accuse di prese in giro.
I sondaggi, per ora, danno basso il terzo incomodo: l’ultimo (Swg per “Il Sole 24 Ore” del 23 aprile) lo quota al 6 per cento, un ben più lusinghiero Ipsos di fine marzo lo piazzava tra il 6,5 e il 9.
Alessandra Ghisleri, la sondaggista più ascoltata dal Cavaliere, lo colloca ai blocchi di partenza tra il 4 e il 5, dopo aver ponderato le serie storiche dei partiti che lo appoggiano, l’Udc che a Milano non ha mai superato il 3 per cento, Fli che non si è mai misurato: “Ma resta un’incognita. La lista che lo sostiene, Nuovo polo, che raggruppa i finiani e i rutelliani, è un marchio sconosciuto agli elettori, può disorientare o attirare qualche deluso, presto per dirlo”.
Il candidato è un puledro della politica milanese, “la mia candidatura è nata tutta qui, mai stato a una riunione a Roma”, assicura, ma il progetto è ambizioso e viene da lontano: un polo da far nascere sulle macerie di Pdl e Pd.
Il Terzo polo nasce ufficialmente in un albergo romano il 15 dicembre, all’indomani del fallimentare voto di sfiducia alla Camera con la sconfitta di Gianfranco Fini contro Berlusconi.
Era già  evidente in quel momento che il capoluogo lombardo sarebbe stato decisivo, con tre condizioni favorevoli difficilmente replicabili altrove.
A destra, la candidatura del sindaco uscente Letizia Moratti, al punto più basso della popolarità .
A sinistra, le primarie che avevano consegnato il titolo di sfidante all’avvocato Giuliano Pisapia, stranoto e stimato in città  ma con il peccato originale della sua appartenenza ieri comunista e oggi vendoliana.
Infine, il Terzo polo poteva contare sul dialogo tra Massimo Cacciari e l’ex sindaco Gabriele Albertini, a lungo tentato di scendere in campo oltre gli attuali schieramenti.
Albertini si ritira, dopo la sconfitta di Fini a Montecitorio.
Resta alla finestra, fa il battitore libero, atteggiamento condiviso da una buona parte dell’elettorato moderato che non apprezza i manifesti del candidato Pdl Roberto Lassini, quello che parifica i giudici alle Br, nè i comizi del premier sulle scale del Tribunale e che è in cerca di una nuova rappresentanza.
“Vedo crescere un’area di astensione, di indecisione.C’è una parte della borghesia di questa città  che si è riconosciuta in Berlusconi e nella Moratti e che ora si ritrova con l’Expo mai avviato, con le aree ancora da assegnare, e con le tifoserie mobilitate”, prova a decifrare l’aria Bruno Tabacci.
Proprio lui, storica figura della sinistra Dc lombarda, ben inserito nei salotti buoni economico-finanziari, infaticabile spina nel fianco del governo Berlusconi, stando ai sondaggi tra i partiti del Terzo polo, sarebbe stato il nome più forte per sfidare la Moratti e Pisapia.
Con un handicap invalicabile, però: lo scarso entusiasmo sul suo nome del leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini.
Si arriva così sul candidato Palmeri tra veti incrociati e l’incertezza sulla partita da giocare, per ripiego: “In Publitalia ne selezionavano a decine come lui”, spiega Luigi Crespi, il regista della campagna elettorale berlusconiana del 2001, quella del contratto con gli italiani nello studio di Vespa: “Carini, pettinati, inutili”.
In consiglio comunale confermano: “Piaceva alla Moratti perchè non si è mai presentato senza cravatta”.
Uno stakanovista, il culo di pietra di palazzo Marino.
Mai una seduta consiliare mancata in cinque anni, 437 su 437, roba da Guinness, presiedendo oltre 3.400 votazioni.
Una costanza da fachiro, anche nell’ardua fase di discussione del Pgt, il Piano di governo del territorio, dov’era la maggioranza di centrodestra a latitare.
Tra una seduta e l’altra, anni prima, ha conosciuto la compagna, consigliera comunale del Pdl come lui, la barese Maddalena Di Mauro: non si ricandida, questa volta, e il suo voto è top secret, anche in famiglia.
Poca sostanza, malignano gli avversari e gli ex amici del suo partito, Forza Italia prima e Pdl poi.
Che ricordano un paio di mosse furbette: gli studi alla Bocconi, per esempio, sempre vantati ma con l’omissione della laurea mai raggiunta.
Più utile, ai fini della carriera politica, la frequentazione del cenacolo di via Marina, dove si riuniscono i Circoli di Marcello Dell’Utri.
Un rapporto durato fino a un anno fa, quando il palermitano-milanese Palmeri prova a fare senza successo il gran salto verso il Pirellone, il consiglio regionale.
La svolta arriva in autunno, con la fondazione di Fli.
Palmeri è tra i primi ad aderire, in mezzo a una gran confusione, un parto complicato, arrivi e partenze.
“Raccolgono tutti quelli che in An erano contro Ignazio La Russa. Tanti, ma non abbastanza per vincere le elezioni”, raccontano nel Pdl.
Ma ora che il voto è vicino il Nuovo Polo guidato dal gabbiano Manfredi, che nel frattempo si è trasformato in un leone anti-Moratti, è costretto a combattere.
E provare a costruire a Milano, dove il premier gioca in casa, quella coalizione moderata e post-berlusconiana che Casini e Fini vorrebbero lanciare nel resto d’Italia.
Per il presidente della Camera il 15 maggio è un banco di prova, per vedere se la destra “senza la bava alla bocca”, alternativa all’estremismo del Cavaliere, esiste davvero o è un miraggio.
Per il leader dell’Udc un successo centrista confermerebbe che senza di lui nessuno può vincere, ottima notizia in vista delle prossime elezioni politiche. Per entrambi essere determinanti sotto il Duomo significa dare un colpo mortale alla coppia Berlusconi-Bossi che ha dominato la politica italiana per 15 anni.
Il Polo milanese come anticipo del Polo nazionale che verrà .
Un mosaico difficile da mettere insieme.
Ci sono i pezzi del Pdl che non hanno accettato la progressiva trasformazione del partito nella corte di Arcore: nelle liste di Manfredi ci sono le due pasionarie, la ex An finiana Barbara Ciabò e la ex forzista Sara Giudice, l’unica collega di partito ad essersi esposta promuovendo una raccolta di firme contro la candidatura in consiglio regionale di Nicole Minetti.
Lui guarda agli under 50, ai liberali, ai moderati, “ai delusi della Moratti e agli illusi da Pisapia”, parole sue, e anche a quei leghisti stufi di donna Letizia. Con lui c’è Lucio Nisi, il proprietario del Plastic, un tempio della notte.
Ha appoggi tra i costruttori della media impresa, Assimpredil e Ance (mentre Moratti è più gradita ai big players come Ligresti, Cabassi, Hines Italia, Impregilo, Torno, impegnati in grandi appalti infrastrutturali), nel mondo universitario della Bocconi e dello Iulm, nella comunità  ebraica di Roberto Jarach e Daniele Nahum; in lista c’è Iardina Laras, figlia dell’ex rabbino capo di Milano.
Una certa attenzione arriva dal “Corriere della Sera” e dal “Sole 24 Ore”, col neo direttore Roberto Napoletano vicino a Casini.
Palmeri piace anche al banchiere Fabrizio Palenzona.
E un po’ più a sinistra? Entra in lista con Manfredi il consigliere ex Pd Carlo Montalbetti, c’è la simpatia di Sergio Scalpelli, dell’ex prefetto Bruno Ferrante, di una vecchia conoscenza migliorista del presidente della Repubblica, Luigi Corbani, direttore generale dell’Orchestra Verdi.
Nel mondo cattolico c’è la divisione tra il mondo ciellino, schierato con la Moratti, e l’ala del cattolicesimo sociale in sintonia con il cardinale Dionigi Tettamanzi che può contare sulla direttrice della fondazione Casa della Carità  Maria Grazia Guida, con Stefano Boeri in testa di lista per il Pd.
Ma pezzi di antico mondo democristiano sono in movimento, se è vero che una figura storica come Piero Bassetti, il primo presidente della Regione Lombardia nel 1970, ha dichiarato il suo appoggio per Pisapia e fondato il comitato Cinquantuno per cento, con intellettuali e professionisti, dall’ex commissario della Consob Salvatore Bragantini al vicepresidente della Banca Popolare di Milano Mario Artali.
Un altro influente economista, Marco Vitale, parteciperà  al Teatro Parenti a un’iniziativa elettorale pro Palmeri, accanto a Cacciari e al banchiere ex dc Roberto Mazzotta.
A due settimane dal voto Palmeri, tenacia a parte e a prescindere dalle sue qualità , resta in corsa.
A testimoniarlo, più che l’appoggio dei suoi sostenitori, c’è lo sforzo messo in campo da Berlusconi, candidato in prima persona per il consiglio comunale, ora a rischio sorpasso dell’ultrà  Lassini nella gara per le preferenze.
Effetto Berlusconi, difficile da calcolare: la Moratti è oggi sotto quota 50 per cento e sotto la somma dei partiti della sua coalizione.
“Berlusconi ha sempre fatto i miracoli, ma se è arrivato il momento di cambiare il suo appoggio può trasformarsi in un boomerang”, si fa coraggio Tabacci.
Per il Cavaliere un tracollo a Milano sarebbe ben più che una sconfitta elettorale: la fine di un’epoca laddove è cominciata.
Per questo il premier gioca la carta che gli è sempre riuscita meglio: trasformare il voto in un referendum sulla sua persona, la scelta di campo. Questa volta, però, il suo campo è diviso.
La Lega è sempre più insofferente.
I moderati si sono messi in proprio.
Ed è curioso che uno scontro di questa portata sia in mano allo sconosciuto Palmeri: ma nella politica, come nel cinema, capita spesso che all’ultima scena arrivi la comparsa sottovalutata da tutti.
E scriva la parola fine.

Enrico Arosio e Marco Damilano
(da “L’Espresso“)

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CHI NON SALTA (CON BERLUSCONI) COMUNISTA E’

Aprile 29th, 2011 Riccardo Fucile

L’INTERVENTO DI FLAVIA PERINA: “IL RITORNELLO DEI BERLUSCONES E’ SEMPRE IL SOLITO: L’EGEMONIA CULTURALE DELLA SINISTRA E DEI SALOTTI : DETTO DA CHI E’ PADRONE DELLE TV, DELE CASE EDITRICI E DEI GIORNALI FA SOLO SORRIDERE”… L’EMERSIONE DEGLI INTELLETTUALI-OPERAI: ANTONIO PENNACCHI E EDOARDO NESI, ESEMPIO DI   INTERVENTISTI IN POLITICA E DI ANTIDOTO ALLA CULTURA SALOTTIERA”

Caro direttore,
innanzitutto complimenti per lo scoop di ieri sul sopralluogo di Silvio Berlusconi sul set della nuova trasmissione di Vittorio Sgarbi su RaiUno: è importante sapere che il nostro premier si prende personalmente cura dell’offerta della prima agenzia formativa del Paese e di temi alti come il rapporto con Dio (“Mi rimprovera sempre che con me fa solo il vicepresidente”, ha scherzato Silvio) al quale sarà  dedicata la puntata d’esordio.
La riconquista dell’egemonia culturale attraverso la promozione di personaggi come Sgarbi è uno dei pallini della destra berlusconiana, che da quindici anni lamenta di essere marginalizzata da un apparato radical-chic che avrebbe il monopolio delle idee e del sapere.
Gaetano Quagliariello è arrivato al punto di attribuire allo strapotere intellettuale della gauche e al suo “monopolio della interpretazione storica, delle ricorrenze, persino della legittimità  costituzionale” le difficoltà  del governo, che in quanto estraneo a quella egemonia sarebbe considerato “figlio di un dio minore, frutto avvelenato degli istinti più bassi di un popolo che ha tradito i suoi vati”.
È un ritornello che sento dagli anni ’70.
Solo che allora, a recitarlo, era una destra ghettizzata e in affanno.
Ora sono i padroni delle tv, delle case editrici e dei giornali, e la faccenda fa decisamente ridere, assieme alle datate battute sulla gauche-champagne (che magari è esistita ai tempi di Tom Wolfe o di Alberto Moravia, ma è sparita da un pezzo e senza lasciare eredi).
Con un pochino di attenzione in più, si potrebbe invece riconoscere un fenomeno del tutto inedito e spiazzante per le vecchie categorie: l’emersione degli intellettuali “operai”, persone che non vengono dai salotti ma da esperienze biografiche immerse nella realtà  vera e nell’anima profonda del Paese.
Persone che “si sporcano le mani” non solo con l’inchiostro del toner ma anche con la fatica della politica.
Penso, come è ovvio, al Premio Strega dello scorso anno, Antonio Pennacchi, che ha dato il suo nome a una lista “per liberare Latina dai clan”.
Ma anche a uno degli autori in pole position per la vittoria nell’edizione di quest’anno: Edoardo Nesi, candidato con “Storia della mia gente” (Bompiani, 161 pagg, 14 euro).
Nesi ha guidato per 15 anni l’azienda tessile della sua famiglia, a Prato, e racconta l’avventura del piccolo capitalismo familiare italiano, la sua intrinseca moralità , la capacità  di trasportare tutti, “capaci e incapaci, industriali e dipendenti” ben oltre i loro limiti tra gli anni ’80 e i ’90, prima che quell’esperienza si diluisse nell’informe “popolo delle partite Iva”.
Come Pennacchi, insomma, Nesi nasce in fabbrica e non nei caffè letterari.
E come lui non si limita a scrivere o a presentare libri: a Prato è assessore alla Cultura e allo sviluppo economico della Provincia, e già  l’associazione delle due competenze è rivelatrice di un approccio del tutto nuovo ai temi della cosa pubblica.
Una destra degna di questo nome riconoscerebbe nel lavoro, nelle biografie (e nel successo) dei Pennacchi e dei Nesi e nel carattere “patriottico” dei loro romanzi un sicuro ancoraggio per il racconto popolare italiano: l’antidoto più autentico alla cultura salottiera che tanto disprezzano.
E anche le inedite scelte di impegno attivo in politica dovrebbero suscitare attenzione: senza fare paragoni sconsiderati, l’interventismo degli intellettuali sembrava seppellito con il Novecento ed è singolare vederlo rispuntare a Latina e a Prato, città  piccole ma di enorme valore simbolico nell’immaginario nazionale.
E invece, la destra pidiellina è sempre lì, inchiodata alla lagna sui salotti, all’idea che l’egemonia si conquisti mettendo Sgarbi contro Saviano, all’invettiva contro i premi elettorali da abolire (ieri su Libero: “Diamo allo Strega quel che si merita: il rogo”).
Insomma, ferma all’incrocio tra la parodia goebbelsiana — “quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola” — e il coro da stadio: chi non salta (con il premier) comunista è.

Flavia Perina
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IERI IL DOCUMENTO ECONOMICO E’ PASSATO ALLA CAMERA PER LE ASSENZE DELL’OPPOSIZIONE, SOLO 283 I SI’, UN’ALTRA OCCASIONE PERSA

Aprile 29th, 2011 Riccardo Fucile

COME AL SOLITO, QUANDO SI TRATTA DI MANDARE SOTTO IL GOVERNO, L’OPPOSIZIONE LATITA: SE FOSSERO STATI TUTTI PRESENTI SI SAREBBE APERTA UNA CRISI DI GOVERNO… ASSENTI 18 DEPUTATI DEL PD (SOLO 2 GIUSTIFICATI IN MISSIONE), 10 DELL’UDC (1 IN MISSIONE), 6 DI FLI (1 IN MISSIONE) 4 DELL’IDV (2 IN MISSIONE)…I “RESPONSABILI” NON AVEVANO VOTATO…NELLA MAGGIORANZA MANCAVANO 21 DEL PDL E 6 DELLA LEGA

Il Documento di economia e finanza è passato alla Camera con soli 283 voti, contro 263 no e un astenuto.
Se i quaranta deputati dell’opposizione assenti dall’Aula avessero partecipato alla votazione sulla risoluzione di maggioranza che approvava il Def, il governo sarebbe stato battuto.
Alla votazione non hanno partecipato anche 6 deputati del gruppo di Iniziativa responsabile.
In particolare, al voto erano assenti 18 deputati del Pd (di cui due in missione), dieci dell’Udc (uno era in missione), sei di Fli (uno) e quattro dell’Idv (due in missione); oltre questi sono mancati un paio di voti dal gruppo misto, riconducibili a Api e Mpa.
Vistose le assenze nella maggioranza, malgrado la presenza in aula di diversi ministri e sottosegretari.
Gli assenti del Pdl sono stati 21, di cui tredici in missione.
Alla Lega sono mancati sei voti (cinque in missione, fra cui i ministri Umberto Bossi e Roberto Maroni).
Infine, sei i Responsabili assenti: mentre due erano in missione, Pippo Gianni, Paolo Guzzanti, Francesco Pionati e Maria Grazia Siliquini non hanno partecipato al voto.
L’unico astenuto è stato Siegfried Brugger delle Minoranze linguistiche.
Chissà  come mai, quando la maggioranza è in difficoltà , diversi deputati dell’opposizione spariscono.

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LA EX FINIANA SILIQUINI DIVENTA PRESIDENTE DI CONSAP: IL TRADIMENTO VALE UNA ASSICURAZIONE A VITA

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

E’ LA CONCESSIONARIA SERVIZI ASSICURATIVI PUBBLICI, UNA NOMINA CHE VALE SOLDONI…MASI DIVENTERA’ AMMINISTRATORE DELEGATO, ANCHE SE L’ASSEMBLEA E’ STATA RINVIATA ALL’11 MAGGIO… CHI SERVE IL SOVRANO PUO’ SEMPRE CANTARE “AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA”

Era data per certa, ma la nomina ad amministratore delegato di Consap (Concessionaria servizi assicurativi pubblici) per Mauro Masi – che avrebbe così chiuso il suo mandato alla Rai – è stata rinviata.
L’assemblea della concessionaria avrebbe dovuto mettere ai voti le nomine dei nuovi vertici oggi ma è slittata in seconda convocazione l’11 maggio, dopo che la prima, fissata per le 12,30, è andata deserta.
Sicuramente in quella data sarà  approvato il bilancio.
Il nodo delle nomine al vertice, con l’attuale dg della Rai Mauro Masi indicato come amministratore delegato e Maria Grazia Siliquini, ex Fli poi passata ai Responsabili, come presidente della Concessionaria, non è detto che venga sciolto in quella occasione.
Gli attuali vertici, il presidente Andrea Monorchio e l’ad Raffeale Ferrara possono rimanere in carica per ulteriori 45 giorni dalla data dell’assemblea.
“Che esisteva la Consap, la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici, fino a ieri nessuno lo sapeva – ha spiegato un dirigente – oggi sembra che sia il paradiso che tutti conoscono… L’assemblea di stamattina è andata deserta, non c’era l’azionista (il Tesoro di Tremonti, ndr) quindi se ne riparlerà  l’11 maggio, in seconda convocazione. E anche in quel caso, se non ci dovesse essere accordo, il Tesoro potrebbe lasciare aperta l’assemblea per un altro mesetto”. Parlando con i dirigenti della Consap si avverte “sconcerto, e indignazione” per nomine di questo tipo “al di fuori di ogni logica istituzionale – dicono – delle schifezze che la Corte dei conti non permetterà  mai”.
E adesso si aspetta di conoscere che cosa pensa della vicenda l’attuale presidente, il professor Andrea Monorchio, il ragioniere dello Stato passato alla storia per i suoi ripetuti ‘no’ alle eccessive spese statali.
Nel Cda della Rai del 4 maggio, a quanto si apprende da fonti parlamentari, il direttore generale avrebbe dunque potuto rassegnare le proprie dimissioni ma con lo slittamento dell’assemblea Consap è di nuovo tutto in gioco.
Qualora l’assemblea degli azionisti della Consap nomini Masi amministratore delegato per il ruolo di direttore generale di Viale Mazzini, sarebbe in pole position Lorenza Lei, attuale vicedirettore, alla quale il Cda potrebbe affidare o l’interim o nominarla alla carica.
Con la nomina Consap si chiuderebbe per Masi il mandato da direttore generale della Rai, iniziato ad aprile 2009 e spesso al centro di polemiche e critiche da parte dell’opposizione.
L’ultimo fatto risale al 23 aprile con l’invio, da parte di Masi, di una lettera di richiamo, in tema di par condicio , a Bianca Berlinguer, direttore del Tg3, e a Mario De Scalzi, direttore ad interim del Tg2, per le trasmissioni Potere di Lucia Annunziata (Tg3), Ballarò (Tg2) di Giovanni Floris e Annozero (Tg2) di Michele Santoro.
In periodo di par condicio infatti i talk show e i programmi di approfondimento sono ricondotti sotto la responsabilità  delle testate giornalistiche.
Anche in quest’ultimo caso le reazioni dell’opposizione alla lettera di richiamo sono state dure.
Per il presidente di Viale Mazzini, Paolo Garimberti, sceso in campo dopo le denunce dei consiglieri di opposizione: “Perdere conduttori e trasmissioni di successo sarebbe un errore”.
Al centro di polemiche anche Maria Grazia Siliquini.
Dopo essere confluita in Fli per poi tornare nel Pdl di recente nominata nel Cda delle Poste, la deputata dei Responsabili il 15 aprile ha annunciato in una lettera a Silvio Berlusconi, a Giulio Tremonti e all’ad di Poste Massimo Sarmi, di voler rinunciare alla designazione a componente del Cda di Poste.
“Ringrazio il governo e in particolare il presidente Silvio Berlusconi per l’onore che ha voluto riservarmi con la designazione a componente del consiglio di amministrazione di Poste Italiane», scrive Siliquini.
“Ma – prosegue – in considerazione del delicato momento che vive l’attuale legislatura e delle importanti riforme avviate, comunico di non poter accettare l’incarico, per continuare a svolgere l’attività  parlamentare”.
Infatti dopo pochi giorni ecco che accetta la nomina a presidente di Consap, evidentemente più lucrosa di un posto nel Cda alle Poste.

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