Febbraio 17th, 2021 Riccardo Fucile
MA NON E’ DETTO CHE VADA A FINIRE COSI’
“Ora non stiamo parlando di poltrone e siamo concentrati sulle riaperture, sugli indennizzi ai lavoratori
del settore sciistico. Se me lo chiedessero, io sono a disposizione del partito” Con queste parole Daniela Santanchè non ha smentito la sua candidatura alla presidenza della commissione di Vigilanza Rai
La candidatura della “pitonessa” è stata riportata con un’indiscrezione del Fatto Quotidiano che citava fonti bene informate di Fratelli d’Italia:
La Vigilanza Rai, come le altre commissioni di garanzia, svolge un ruolo fondamentale come contropotere della nostra democrazia. E per questo deve essere riservata alle forze di opposizione”.
Oltre alla Vigilanza Rai Fratelli d’Italia preme per sostituire il leghista Volpi alla presidenza del Copasir.
E non è l’unica poltrona ambita da Giorgia Meloni nelle commissioni. In ballo ci sono anche quella per le autorizzazioni del Senato e la commissione per la vigilanza di Cdp. Un piatto ricco che avrebbe anche un bonus track mediatico.
Una visibilità in tg e trasmissioni politiche che abitualmente riservano un terzo degli spazi all’opposizione. Una finestra di visibilità che Fratelli d’Italia non ha mai avuto finora. Come andrà a finire?
Non è detto che, sia per le liti nel centrodestra che per prassi istituzionale alla fine la Santanchè riesca a subentrare all’attuale presidente Alberto Barachini di Forza Italia. Infatti solo all’inizio della legislatura la presidenza della Vigilanza Rai viene affidata all’opposizione, ma non è scritto da nessuna parte che se cambia il governo si cambi anche presidente: come spiega Adginforma “i precedenti ci raccontano un’altra storia. Dal 2001 ad oggi tutti i presidenti della Vigilanza sono rimasti al loro posto per l’intera Legislatura, salvo il caso di Claudio Petruccioli che lasciò per incompatibilità al collega — sempre dell’opposizione al governo Berlusconi — Paolo Gentiloni”.
(da TPI)
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Febbraio 17th, 2021 Riccardo Fucile
IRREVERSIBILITA’ DELL’EURO, MIGRANTI E FISCO
Questa sera il Senato voterà la fiducia al governo di Mario Draghi. Che si è presentato in Parlamento per illustrare il suo programma di governo davanti a tutte le forze politiche. Un esecutivo che fin da subito si è iscritto in una chiara prospettiva europeista.
Un fattore che ha sollevato alcune incognite rispetto alle posizioni politiche di parte della maggioranza: in particolare la Lega, che negli anni non ha mai abbandonato la sua chiara impronta sovranista. Proprio ieri Matteo Salvini era stato interpellato su alcune frasi pronunciate dallo stesso Draghi quando era alla presidenza della Bce, sul fatto che l’euro fosse irreversibile. E il segretario del Carroccio aveva commentato: “Solo la morte è irreversibile”.
Durante il suo discorso, il presidente del Consiglio però ha replicato a queste affermazioni: “Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione”.
Un affondo nemmeno troppo nascosto al leader leghista, per ribadire che sostenere la sua maggioranza un atteggiamento profondamente pro-euro è imprescindibile. E sul sovranismo Draghi ha aggiunto: “Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere”.
Non è stato l’unico passaggio che probabilmente non piacerà a Salvini. Nessun accenno alla flat tax nel discorso di Draghi alla riforma del fisco.
“Non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli”.
E ancora: “Inoltre, le esperienze di altri Paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta. Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. In questa prospettiva va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività “. Per poi concludere insistendo sull’importanza di combattere l’evasione fiscale.
Infine, sull’immigrazione. “Altra sfida sarà il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva”, ha detto Draghi. E ha aggiunto: “Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati”.
Non esattamente la linea dei porti chiusi portata avanti da Salvini quando era ministro dell’Interno.
(da TPI)
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Febbraio 17th, 2021 Riccardo Fucile
PANDEMIA, RECOVERY E RIFORME, COSA HA IN MENTE IL PREMIER
Il lungo silenzio di Mario Draghi si rompe alle 10.16. Quando nell’aula del Senato inizia ad illustrare le linee programmatiche di quello che battezza come “il governo del Paese”
Eccola l’agenda.
PANDEMIA
Il perno è il cambio di passo sui vaccini perchè “combattere con ogni mezzo la pandemia” – dice – è “il principale dovere”. Ecco cosa ha detto il presidente del Consiglio. E quali scenari si aprono con le sue parole.
La spinta alla campagna di vaccinazione. Così cambierà il modello Arcuri
La prima priorità per ripartire indicata da Draghi è voltare pagina sul piano di vaccinazione. Il passaggio clou: “La nostra prima sfida è, ottenutene le quantità sufficienti, distribuirlo rapidamente ed efficientemente. Abbiamo bisogno di mobilitare tutte le energie su cui possiamo contare, ricorrendo alla protezione civile, alle forze armate, ai tanti volontari. Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private”. La direzione politica è l’accelerazione. Alle 7 di oggi, secondo quanto riporta il contatore online della struttura commissariale per l’emergenza guidata da Domenico Arcuri, sono stati somministrati poco più di 3 milioni di vaccini (3.122.631). Il metodo apre a una revisione profonda del modello Arcuri.
La priorità per Draghi non è la testa della macchina (almeno ad oggi), ma come funziona. Quindi un ruolo più forte dell’esercito e delle forze armate, ma anche dei volontari.
I luoghi “spesso ancora non pronti” rimandano alle primule incompiute di Arcuri, i grandi padiglioni da installare nelle piazze per “fare rinascere l’Italia come un fiore” (il copyright dello slogan è di Arcuri, avallato da Conte). Il nuovo modello di Draghi guarda a una vaccinazione a tappeto. In questo senso si apre a un coinvolgimento maggiore della Protezione civile. Più operatori e più luoghi dove fare i vaccini. Quindi palestre, fiere, camioncini per strada.
Un altro indizio del cambio di contenuto del piano di vaccinazione lo dà sempre Draghi quando dice che bisogna fare “tesoro dell’esperienza fatta con i tamponi che, dopo un ritardo iniziale, sono stati permessi anche al di fuori della ristretta cerchia di ospedali autorizzati”. Fine della logica esclusiva dell’ospedalizzazione dei vaccini, che si tira dietro intasamenti e ritardi nel sistema delle prenotazioni.
Cosa non quadra
Giusto accelerare coinvolgendo protezione civile, esercito e volontari, ma il problema di fondo è un altro: procurarsi i vaccini da chi li produce, dando per scontato che la richiesta è ad oggi superiore all’offerta. Possiamo avere 10.000 militari, 5.000 tende da campo, migliaia di addetti alla vaccinazione con la siringa pronta in mano ma se mancano le dosi di vaccino sono tutte chiacchiere. E su questo Draghi non ha detto nulla su come intende procedere. Fino ad oggi non sono stati con le mani in mano, visto che quasi tutti i vaccini sono stati iniettati alle categorie previste, ovvio che senza i vaccini non si può procedere. L’accenno alla “strutture private” è pericoloso perchè c’e’ il rischio di aprire a un mercato parallelo e in Italia si sa come va a finire.
RIFORMA DELLA SANITA’
Dice Draghi: “Il punto centrale è rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale, realizzando una forte rete di servizi di base (case della comunità , ospedali di comunità , consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria)”. Queste considerazioni guardano a un’evoluzione del sistema sanitario nazionale ancora largamente incompiuta. Il Ssn è fortemente centralizzato sulle strutture ospedaliere e sulle Asl. La spinta di Draghi guarda alla telemedicina per non intasare pronti soccorso e più in generale i reparti degli ospedali e all’assistenza domiciliare integrata. Quest’ultima altro non è che la “filiera” che tiene insieme l’Asl, il medico di famiglia e il paziente. Spesso soggetta a problemi di comunicazione e organizzazione. La scommessa, ora, è renderla più fluida ed efficiente. La base sociale di questo disegno è “rendere finalmente esigibili i livelli essenziali di assistenza”.
Cosa non quadra
In teoria quadra tutto, ma lo sentiamo dire da anni mentre contestualmente si è andati nella direzione opposta, smantellando le strutture sanitarie territoriali, favorendo la sanità privata ( e nel governo Draghi sappiamo bene chi rappresenta le speculazioni dei privati). Manca una dichiarazione chiara da parte di Draghi sul ruolo prioritario della sanità pubblica rispetto agli interessi dei grandi gruppi della Sanità privata (privata negli utili e finanziata dalle Regioni). Non è questione solo di maggiore organizzazione ma di scelte di politica sanitaria.
SCUOLA
La scuola in presenza (anche in estate), lezioni pomeridiane. La formazione dei docenti per spingere gli istituti tecnici
“Non solo dobbiamo tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie, ma dobbiamo fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà ”. Per Draghi la didattica a distanza ha sostanzialmente fallito. Nella prima settimana di febbraio, con un meccanismo quindi a pieno regime, solo il 61,2% degli studenti delle superiori (i numeri li dà lo stesso premier) ne ha usufruito. La direzione è quella di un’intensificazione del ritorno degli studenti nelle aule. Ma anche di un allungamento del calendario scolastico. L’orizzonte, al di là della data precisa, è tenere dentro anche l’estate, quantomeno una parte. Anche con lezioni pomeridiane.
Come la sanità , anche la scuola ha una doppia prospettiva. In quella più larga, Draghi contempla “una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale”. Nel menù delle materie potrebbero arrivare nuove materie di studio. Ma è sugli istituti tecnici che Draghi mette l’accento. I modelli sono la Germania e la Francia. La stima che motiva la direzione: nel quinquennio 2019-2023 serviranno circa 3 milioni di diplomati di istituti tecnici per il digitale e per l’ambiente. Nel Recovery plan ci sono a disposizione 1,5 miliardi, uno stanziamento superiore di venti volte al finanziamento di un anno normale, pre-pandemia. Qui per Draghi la questione non è economica (considerando che le risorse ci sono), ma di metodo. Va bene calare soldi negli istituti tecnici, ma il personale docente deve essere formato adeguatamente. Il digitale corre, le politiche sull’ambiente si fanno più integrate e molto più evolute rispetto all’ambientalismo tout court degli ultimi dieci anni. Anche la scuola – è il ragionamento del premier – deve tenere il passo. Stessa logica per l’università .
Cosa non quadra
La didattica a distanza era e rimane l’unica possibilità per poter insegnare in tempi di pandemia. Draghi non dice che, a causa della riapertura delle scuole, il numero dei contagi è aumentato (basta leggere i dati delle riviste scientifiche europee) persino nelle scuole di primo grado, la scuola non ha bisogno di demagogia. Come si fa dire in questo momento, con l’aumento previsto dalla variante inglese, che bisogna prolungare i tempi (fino a luglio e agosto?) quando non sappiamo che situazione avremo tra qualche mese?
Poi finiamola con la storia dei “ragazzi che vogliono tornare a scuola”: i giovani vanno a scuola per socializzare, per vedere gli amici, perchè i genitori li vogliono a scuola così sono liberi di andare al lavoro o avere qualche ora di respiro, nessuno muore se non va a scuola, qaulcuno rischia di morire se ci vanno.
Condividiamo la parte che riguarda preparazione e indirizzo degli istituti professionali, alla luce delle nuove specializzazioni del futuro.
LAVORO, LICENZIAMENTI E POLITICHE ATTIVE
Draghi non dà indicazioni dettagliate sul blocco dei licenziamenti che scadrà il 31 marzo. Dà però una lettura dell’impatto che avrà lo sblocco: “La diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne. Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento”. Insomma, il colpo sarà durissimo. In linea con un’economia che tornerà ai livelli pre-pandemia non prima della fine del 2022. I danni sono già tanti. I nuovi poveri, secondo i dati dei centri di ascolto Caritas, sono passati dal 31% al 45%. Quasi una persona su due si rivolge a questi centri per la prima volta. I 444mila posti di lavoro persi, il peso della “disoccupazione selettiva” su giovani, donne. Quasi tutto sui precari. Sugli autonomi se l’ottica è quella della tipologia di lavoro. L’impennata delle disuguaglianze.
Draghi punta tutto sulle politiche attive. Sono quelle che servono per reinserire i disoccupati nel mondo del lavoro. E questo è un primo indizio che spinge a pensare che il blocco dei licenziamenti non sarà prorogato. Quantomeno non per tutte le aziende e i lavoratori. È qui uno dei punti di maggiore discontinuità rispetto al governo Conte. La logica del vecchio governo è stata quella di blindare il lavoro con il blocco dei licenziamenti per un anno (caso unico in Europa). Il colpo della crisi è stato fortissimo con il lockdown nazionale della scorsa primavera, ma questo schema è stato mantenuto anche dopo che il virus ha contenuto la sua corsa e con l’allentamento delle restrizioni. Le politiche attive sono state declamate da tutti, dai 5 stelle al Pd, ma mai spinte davvero. Anzi. La pandemia non solo non ha costituito un’occasione per potenziare le politiche attive, ma ha affossato anche il disegno partito già con il Conte 1, quando le stesse politiche sono state riformulate con la nascita dei navigator e la gestione dell’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, affidata a Mimmo Parisi.
Draghi prova a tirare fuori le politiche attive da questa secca. Fa un riferimento esplicito a un cambio di passo. Qui le prospettive sono due. La prima è ridisegnare l’assegno di riallocazione. Quindi cambiare il sistema dei voucher per i disoccupati, in linea con una nuova prospettiva delle azioni che devono aiutare i lavoratori senza impiego a cercarne uno. La seconda è rafforzare le dotazioni di personale dei centri per l’impiego. Il premier non nomina i navigator. Anzi parla di più personale “in accordo con le Regioni”. Una differenza sostanziale, che guarda al sistema delle politiche attive precedente all’innesto dei navigator. È anche una questione di tempi. Le politiche attive devono partire subito: verranno tirate fuori dal Recovery plan e anticipate.
La prospettiva più larga guarda a un possibile scambio. Politiche attive che funzionano e una riforma degli ammortizzatori sociali per allargare e potenziare il periodo non lavorativo possono controbilanciare lo stop al blocco dei licenziamenti.
Cosa non quadra
Anche qui pare che il problema sia “come ricollocare i lavoratori”, se “i voucher funzionao o no”, se “gli uffici del lavoro sono efficienti o meno”, quando il problema è a monte; il lavoro non c’e’! E dove c’è in teoria, non c’è manodopera specializzata. Allora Draghi dovrebbe spiegare: a) come intende sostenere i “nuovi poveri” in aumento b) come intende creare nuovi posti di lavoro. Altrimenti facciamo solo filosofia.
Intanto il reddito di cittadinanza va riformulato, inutile collegarlo alla ricerca del lavoro che non esiste. Diventi un sussidio vero e proprio da destinare a chi ne ha veramente bisogno. Fuori tutte le pratiche e accertamenti a tappeto. Poi si toglie ai truffatori e si aumenta ai veri bisognosi. Ma di questo nel discorso di Draghi non c’e’ traccia.
AIUTI SELETTIVI ALLE IMPRESE
Il passaggio chiave è questo: “Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche”. La logica della selettività . Gli aiuti alle imprese non più a pioggia, ma a chi ha avuto perdite effettive a causa della crisi provocata dal virus. I prossimi ristori non andranno a tutti. Una linea che combacia perfettamente con quella dell’Europa e che in tal senso segna una continuità con l’ultima fase del governo Conte. Dopo una lunga stagione di aiuti a tutti, il decreto Ristori 5 messo in cantiere al Tesoro guidato da Roberto Gualtieri era incentrato sul criterio della selettività . Draghi seguirà questa strada. La visione: alcune aziende non ce la faranno, inutile dare soldi ad attività che non hanno futuro. Ancora di più a quelle che erano in crisi già prima della pandemia.
Cosa non quadra
Finalmente un cambio di linea, peraltro previsto da Gualtieri e dall’Europa. Basta ristori a tutti i questuanti, basta 25.000 di prestiti a tutti senza garanzie, basta 200.000/500.000 euro di prestiti garantiti dalo Stato che se uno non paga alla fine pagheranno tutti i contribuenti italiani. Chi vuole fare impresa sa i rischi che corre, nessuno l’ha obbligato. Abbiamo sputtanato almeno 50 miliardi per finanziare soggetti che hanno decine di migliaia di euro in banca, vogliamo dirlo? Quello che va verificato è un altro aspetto: chi decide se una azienda va ancora aiutata e chi no? Draghi pensa veramente che in un sistema come quello italiano attuale i quattrini non finiscano nelle tasche dei soliti raccomandati con appoggi politici? Quando avrà creato una struttura affidabile sui controlli siamo pronti a dargliene atto, ma senza quello le perplessità restano.
E ancora: perchè non finanziare progetti imprenditoriali di giovani piuttosto che certe aziende obsolete? Se vogliamo aiutare i giovani si dia loro la possiblità di mettersi in gioco: basterebbe qualche decina di migliaia di euro di aiuto iniziale e nascerebbero tante attività nuove nei più svariati campi, dalle partite Iva al turismo, dal commercio alle nuove tecnologie, imprese fresche con voglia di lavorare e non di mendicare sussidi.
FISCO
La riforma fiscale. No alla flat tax, semplificazione delle aliquote per l’Irpef
Innanzitutto bisogna coinvolgere gli esperti. La critica rimanda a chi nella politica si è avventurato. Gli 80 euro di Matteo Renzi sono un esempio. Ma anche tanti altri interventi spot di altri governi. Per quel che verrà alcune prospettive si possono delineare chiaramente. Niente flat tax: la bandiera dei leghisti non vedrà la luce. Ci sarà invece una “revisione profonda dell’Irpef”. La direzione ipotizzabile è quella di una modifica dell’assetto che oggi poggia su cinque scaglioni e altrettante aliquote. Chi pagherà meno tasse potrebbe essere il ceto medio. Gli interventi possibili, quindi, sul terzo scaglione, quello che oggi ha un’aliquota del 38% per i redditi compresi tra 28.001 e 55.000 euro. Accento di Draghi anche sulla necessità di potenziare l’azione di contrasto all’evasione fiscale.
Cosa non quadra
Giusto il No alla flat tax che favorisce solo i ricchi, giusta l’imposta progressiva ma inutile illudersi che in tempi brevi si possano ridurre le tasse se non attraverso il gioco delle rimoludazioni minime (un 2% in meno al ceto medio, un 2% in più a più abbienti). Draghi avrebbe dovuto avere il coraggio di dichiarare che l’obiettivo primario è far entrare nelle casse dello Stato almeno il 50% delle imposte evase, ovvero 50 miliardi. E con questi allora sì che si possono ridurre le tasse. Dando un segnale semplice: chi evade tradisce il Paese e da domani non avremo pietà . Dopo di che creare una struttura che compia almeno tre milioni di accertamenti l’anno e la galera per chi evade più di 50.000 euro l’anno. Agli evasori andrebbe sempre meglio che in certi Paesi dove finiscono con una corda al collo.
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E GIUSTIZIA
La novità più importante è un piano di smaltimento dell’arretrato che si è accumulato negli uffici a causa della pandemia. Dovranno farlo gli uffici pubblici e i cittadini dovranno conoscerlo. Poi più tecnologia e assunzioni sprint, intervenendo con l’accetta sulle attese di decine di migliaia di candidati. Resta coperto invece l’indirizzo sullo smart working. Oggi lavora da casa circa il 40% dei dipendenti pubblici. E le regole snelle per il lavoro agile sono state prolungate fino al 30 aprile. Bisognerà qui capire come e se si ritornerà verso una metodologia di lavoro pre Covid.
La riforma della giustizia civile punta su più personale e sullo smaltimento degli arretrati
Bisognerà “aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile, attuando e favorendo l’applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza, garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell’arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo, riducendo le differenze che sussistono nella gestione dei casi da tribunale a tribunale e infine favorendo la repressione della corruzione”.
Quello che non torna
Sono 40 anni che sentiamo questi discorsi, ma se poi non si assume restano solo le chiacchiere. Come fai a smaltire l’arretrato con lo stesso personale?
IL SUD
Fa specie che al Sud Draghi non abbia dedicato una parola, aspettiamo che affronti il problema con proposte concrete.
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Febbraio 17th, 2021 Riccardo Fucile
DEM CONTRARI AI LEGHISTI MOLTENI AGLI INTERNI E DUREGON AL LAVORO… ZINGARETTI PUNTA SU MADIA E D’ELIA, IL M5S SU CRIMI E PERILLI
Veti e marcature strette: il puzzle dei sottosegretari si va componendo tenendo conto del difficile incastro di indicazioni che giungono da partiti che fino a ieri l’altro si davano battaglia.
Il fronte più caldo quello degli Interni. Il Pd è in subbuglio per l’arrivo di un leghista che Salvini, almeno in un primo momento, aveva indicato in Nicola Molteni, già braccio destro del leader della Lega quando era al Viminale, e visto come padre putativo dei contestati decreti sicurezza.
I dem hanno già posto discretamente il veto sul nome di Molteni, come accaduto con una possibile candidatura come sottosegretario (o viceministro) al Lavoro di Claudio Durigon, uno degli artefici di “quota 100”.
Situazione non facile, perchè nessuno in linea teorica può ficcare il naso nelle designazioni altrui e perchè Salvini ha una rappresentanza parlamentare tale da aspirare a postazioni-chiave. A partire, appunto, dal sottogoverno degli Interni.
Molteni alla fine potrebbe lasciare il posto al collega Stefano Candiani, un altro “fedelissimo” di Salvini. Ma il Pd, per tenere la linea, confermerà probabilmente il proprio viceministro, Matteo Mauri, che invece all’ombra di Luciana Lamorgese ha lavorato per cambiarli, i decreti sicurezza di Salvini.
In questo senso avrà il sostegno di Leu: il deputato Erasmo Palazzotto ha chiesto espressamente al suo gruppo il sostegno a Mauri: “Una garanzia di presidio delle tematiche dell’immigrazione coniugate a quelle della solidarietà “, dice Palazzotto dopo aver parlato con esponenti del mondo dell’associazionismo e delle Ong.
In questa partita ci sono in palio altre questioni importanti: la delega alla pubblica sicurezza, che l’asse M5S-Pd-Leu non vuole lasciare alla Lega, e il cammino delle norme sullo ius culturae.
La conferma di Mauri dipenderà anche dal numero di donne che i dem, che hanno indicato solo uomini fra i ministri, stavolta schiereranno. Possibile che il rapporto, per quanto riguarda i sottosegretari, sia di 5 a 2 a favore dellla rappresentanza femminile, al fine di raggiungere la parità di genere nella complessiva delegazione di governo: cinque a cinque.
La ripartizione dei posti di sottogoverno, fra i partiti che sostengono Mario Draghi, dovrebbe essere questa: 13 M5S, 7 per Pd, Lega e Fi e quindi uno a testa tra i gruppi minori, ovvero Leu, Maie, +Europa, centristi, Autonomie. Forse per Iv potrebbero esserci 2 posti. Le nomine potrebbero arrivare fra venerdì e sabato.
Pd, l’ora delle donne
Dopo la rivolta “rosa” fra i dem, Nicola Zingaretti ha assicurato una preponderanza di donne nelle caselle dei sottosegretari. Le conferme maschili dovrebbero essere quelle di Mauri e di Antonio Misiani, viceministro dell’Economia. Ma molto quotato è anche Andrea Martella, nel ruolo avuto sinora di sottosegretario alla presidenza con delega all’Editoria. E in corsa, per il Pd, c’è anche Stefano Vaccari. Possibili riconferme per Marina Sereni agli Esteri e Anna Ascani alla Scuola. Ma sono in ballo anche le uscenti Sandra Zampa (Salute), Simona Malpezzi (Rapporti con il Parlamento), Alessia Morani (Mise), Francesca Puglisi (Lavoro) Lorenza Bonaccorsi (Cultura). Possibili new entry l’ex ministra Marianna Madia al Mef o all’Innovazione tecnologica, Valeria Valente alla Giustizia (dove l’uscente è Andrea Giorgis), Chiara Braga (Ambiente) ma anche Debora Serracchiani, sebbene il suo nominativo venga avanzato come possibile vicesegretaria dem. Altro nome forte quello di Cecilia D’Elia, presidente della conferenza delle donne del Pd.
I 5 Stelle “marcano” Giustizia e Lavoro
Per salvaguardare il bottino politico dei grillini nel Conte I e II, il capo politico Vito Crimi dovrebbe lasciare gli Interni e trasferirsi al ministero della Giustizia: obiettivo, appunto, mettere in salvo le riforme targate 5S, a partire da quella della prescrizione nel mirino del resto della maggioranza. Stesso discorso per il dicastero del Lavoro, guidato dal dem Andrea Orlando, dove per puntellare il reddito di cittadinanza potrebbe arrivare l’ex capogruppo al Senato Gianluca Perilli. I 5 Stelle vorrebbero mettere un loro uomo al ministero per la Transizione ecologica voluto da Beppe Grillo. In pole per affiancare Roberto Cingolani c’è Stefano Buffagni, qualora non restasse al Mise. In alternativa nel nuovo ministero potrebbe approdare Giancarlo Cancelleri (uscente ai Trasporti), ma non è escluso che il siciliano si sposti al dicastero del Sud, come vice di Mara Carfagna, per placare il dissenso dei parlamentari meridionali per l’inconsistenza del Sud nella compagine governativa. Al ministero dell’Economia i pentastellati puntano sulla riconferma di Laura Castelli, mentre all’Interno dovrebbe restare Carlo Sibilia. Pierpaolo Sileri potrebbe restare con Roberto Speranza alla Salute. Possibile novità è Luca Carabetta, indicato da Capital tra gli under 40 più impegnati per un futuro migliore: per lui potrebbe aprirsi uno spazio al ministero dell’Innovazione tecnologica guidato da Vittorio Colao.
Le scommesse di Salvini
Alla Salute, per dare una mano alla gestione della pandemia criticata da Salvini potrebbe arrivare il già sottosegretario Luca Coletto. Guglielmo Picchi sembra destinato agli Esteri, Massimo Bitonci all’Economia. Lucia Borgonzoni in pole per i Beni Culturali. Con il tecnico Enrico Giovannini potrebbe finire ai Trasporti il ligure Edoardo Rixi, deputato molto vicino a Salvini, tra gli sponsor del modello Genova per i lavori pubblici. Ma la Lega che cerca di espandersi nel Meridione punta anche a un posto di sottogoverno nel ministero del Sud: nome spendibile quello del senatore Guglielmo Pepe, attuale capo del Dipartimento Mezzogiorno dei salviniani. Per Giulia Bongiorno si parla di un incarico a Largo Arenula ,come viceministro del Guardasigilli tecnico, Marta Cartabia. La Lega chiede che il dipartimento dello sport venga accorpato al nuovo ministero per il Turismo.
La giustizia di Forza Italia
Tra i nomi dei possibili sottosegretari alla Giustizia c’è il deputato Francesco Paolo Sisto, responsabile del settore nel partito di Berlusconi. Il senatore Francesco Battistoni, commissario regionale nelle Marche, vicino a Tajani, viene indicato come papabile sottosegretario o viceministro all’Agricoltura, mentre Andrea Mandelli, fedelissimo di Silvio Berlusconi e presidente dell’Ordine nazionale dei farmacisti, è in lizza per un incarico al ministero della Salute. Altri nomi quotati fra gli azzurri: Gilberto Pichetto Fratin (Economia), Valentino Valentini (Esteri) e Lucio Malan.
Gli altri partiti
Per Italia Viva Ettore Rosato potrebbe andare agli Interni con il ruolo di viceministro. Ma un altro big come Davide Faraone potrebbe lasciare il posto di capogruppo al Senato per spostarsi al Lavoro. I posti potrebbero essere un paio e tra i nomi in elenco figurano quello di Gennaro Migliore per la Giustizia (in alternativa Lucia Annibali) e Francesco Scoma per l’Agricoltura. Mentre per Leu c’è l’uscente Cecilia Guerra al Mef. Altre ipotesi: Rossella Muroni (Transizione ecologica) e Francesco Laforgia (Rapporti con il Parlamento). Una voce dalla Sicilia: l’ex rettore di Palermo Roberto Lagalla, oggi assessore della giunta Musumeci come tecnico di area centristra, potrebbe essere nominato sottosegretario all’Università con la ministra Cristina Messa.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2021 Riccardo Fucile
META’ DEGLI INTERVISTATI SI ASPETTAVA DI MEGLIO… CONTE E’ ANCORA IL LEADER PIU’ POPOLARE, IL DOPPIO DI SALVINI
Oggi Mario Draghi chiederà la fiducia in Senato. Quello che è stato prospettato come il “governo dei
migliori”, l’esecutivo di alto profilo che deve risolvere le emergenze dell’Italia, secondo i sondaggi di Nando Pagnoncelli a Dimartedì non è considerato “il meglio” dagli italiani.
Ben il 46% degli italiani consultati nella rilevazione si aspettava una squadra di governo migliore.
Quali saranno i ministri che non piacciono? Probabile si tratti di qualche politico. Infatti in un’altra scheda sono il 22% risponde che c’è il giusto mix tra tecnici e politici mentre oltre due terzi degli intervistati ritiene che i ministri che provengono dai vari partiti che compongono la maggioranza siano troppi, anche se il 31% pensa che le decisioni importanti verranno prese dal neo presidente del Consiglio e dagli uomini di sua fiducia.
Che la fiducia nei politici in questo momento non tocchi il suo apice viene rilevato anche da un’altra domanda del sondaggio di Pagnoncelli: il 43% pensa che i politici italiani perderanno ancora più credibilità rispetto a oggi quando il governo Draghi non ci sarà più.
Per quanto riguarda invece il feedback personale di SuperMario, nononstante l’assenza dai social e una comunicazione ridotta al minimo due terzi degli intervistati hanno comunque una percezione positiva e lo ritengono una persona affidabile e competente.
Il 25% delle persone consultate nella rilevazione però pensa che Draghi sia freddo e distaccato.
Infine, anche sulla scorta dell’addio di Conte che ha suscitato molta emozione, i sondaggi premiano l’ex presidente del Consiglio come il leader politico più popolare della settimana superando di gran lunga il gradimento ottenuto dal secondo in classifica, Matteo Salvini
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2021 Riccardo Fucile
STOP AI SOCIAL, SI PARLA SOLO SE C’E’ QUALCOSA DA DIRE
Torna una donna alla guida della comunicazione di Palazzo Chigi. Dopo Betty Olivi, portavoce di Mario
Monti, il nuovo presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha scelto Paola Ansuini direttamente dalla Banca d’Italia.
E cambia lo stile della comunicazione dopo la lunga e discussa stagione di Rocco Casalino.
Niente (o quasi) social, niente gruppi su whatsApp, pochi spin. Comunicazione istituzionale, rigorosa, fredda. Un po’ Banca d’Italia, un po’ Commissione europea dove non si commentano i rumors e soprattutto non si creano.
La missione, d’altra parte, l’ha indicata Draghi durante la prima riunione del Consiglio dei ministri: si comunica solo quando si ha qualcosa da comunicare. Le parole legate ai fatti. Ansuini punta a riorganizzare in tempi rapidi la struttura perchè per comunicare i dossier bisogna avere anche le competenze.
La carriera di Ansuini – quattro figli, un cane, tanti libri e amante di Sebastian Bach – si è svolta tutta all’interno della Banca centrale dove è entrata nel 1988.
Laurea in Scienze politiche alla Luiss Guido Carli di Roma (l’università della Confindustria). Fino al 2000 è vice capo della delegazione di Bankitalia a Bruxelles. Ritorna a Roma per coordinare, nel 2001, la delicata e importante campagna di informazione per l’introduzione dell’euro.
Poi, dopo le clamorose dimissioni di Antonio Fazio da governatore della Banca d’Italia a Palazzo Koch (siamo nel 2006) arriva Mario Draghi per rilanciare l’Istituto e fargli riconquistare la credibilità incrinata dallo scandalo Antonveneta. Al suo fianco, per la comunicazione, Draghi sceglie Ansuini che avrà lo stesso compito nel Financial stability board presieduto sempre dall’allora governatore.
Tra i due rapporti di stima, decisamente formali, si danno sempre del lei.
(da La Repubblica)
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Febbraio 17th, 2021 Riccardo Fucile
“SENZA L’ITALIA NON C’E’ L’EUROPA. MA FUORI DALL’EUROPA C’E’ MENO ITALIA, NON C’E’ SOVRANITA’ NELLA SOLITUDINE”
“Sostenere questo Governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro”. Mario Draghi lancia un messaggio forte dal Senato nei confronti di Matteo Salvini che solo ieri era ritornato sul tema della moneta unica europea dicendo che “di irreversibile c’è solo la morte”.
Per il presidente del Consiglio, sostenere il suo Governo “significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione. Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza”
Draghi sottolinea che “dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere. Siamo una grande potenza economica e culturale. Mi sono sempre stupito e un po’ addolorato in questi anni, nel notare come spesso il giudizio degli altri sul nostro Paese sia migliore del nostro. Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese. E riconoscere i tanti primati – conclude Draghi- la profonda ricchezza del nostro capitale sociale, del nostro volontariato, che altri ci invidiano”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 17th, 2021 Riccardo Fucile
parte prima dell intervento di Draghi
Questo è il discorso integrale pronunciato in Aula del Senato dal presidente del Consiglio Mario
Draghi per chiedere la fiducia dell’Aula nel suo Governo.
Il primo pensiero che vorrei condividere, nel chiedere la vostra fiducia, riguarda la nostra responsabilità nazionale. Il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io per primo come presidente del Consiglio, è di combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Una trincea dove combattiamo tutti insieme. Il virus è nemico di tutti. Ed è nel commosso ricordo di chi non c’è più che cresce il nostro impegno. Prima di illustrarvi il mio programma, vorrei rivolgere un altro pensiero, partecipato e solidale, a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari. Conosciamo le loro ragioni, siamo consci del loro enorme sacrificio e li ringraziamo. Ci impegniamo a fare di tutto perchè possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni. Ci impegniamo a informare i cittadini di con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole.
Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour:”… le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità , la rafforzano”. Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività .
Nel ringraziare, ancora una volta il presidente della Repubblica per l’onore dell’incarico che mi è stato assegnato, vorrei dirvi che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia. Ringrazio altresì il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia.
Si è discusso molto sulla natura di questo governo. La storia repubblicana ha dispensato una varietà infinita di formule. Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà , la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti. Questo è lo spirito repubblicano di un Governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato.
La crescita di un’economia di un Paese non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori determinano il progresso di un Paese.
Si è detto e scritto che questo Governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità , ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità .
Nei momenti più difficili della nostra storia, l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili. Perchè prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza.
Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato.
Questo è lo spirito repubblicano del mio governo.
La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve ma ciò non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti. Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo. Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità , o meglio la responsabilità , di avviare una Nuova Ricostruzione. L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti. Nella fiducia reciproca, nella fratellanza nazionale, nel perseguimento di un riscatto civico e morale. A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare, nella distinzione di ruoli e identità , il proprio apporto. Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti.
Spesso mi sono chiesto se noi, e mi riferisco prima di tutto alla mia generazione, abbiamo fatto e stiamo facendo per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura. È una domanda che ci dobbiamo porre quando non facciamo tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura. Una domanda alla quale dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Una domanda che non possiamo eludere quando aumentiamo il nostro debito pubblico senza aver speso e investito al meglio risorse che sono sempre scarse. Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti. Esprimo davanti a voi, che siete i rappresentanti eletti degli italiani, l’auspicio che il desiderio e la necessità di costruire un futuro migliore orientino saggiamente le nostre decisioni. Nella speranza che i giovani italiani che prenderanno il nostro posto, anche qui in questa aula, ci ringrazino per il nostro lavoro e non abbiano di che rimproverarci per il nostro egoismo.
Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori. Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione. Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere. Siamo una grande potenza economica e culturale. Mi sono sempre stupito e un po’ addolorato in questi anni, nel notare come spesso il giudizio degli altri sul nostro Paese sia migliore del nostro. Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese. E riconoscere i tanti primati, la profonda ricchezza del nostro capitale sociale, del nostro volontariato, che altri ci invidiano.
Lo stato del Paese dopo un anno di pandemia
Da quando è esplosa l’epidemia, ci sono stati ― i dati ufficiali sottostimano il fenomeno ― 92.522 morti, 2.725.106 cittadini colpiti dal virus, in questo momento 2.074 sono i ricoverati in terapia intensiva. Ci sono 259 morti tra gli operatori sanitari e 118.856 sono quelli contagiati, a dimostrazione di un enorme sacrificio sostenuto con generosità e impegno. Cifre che hanno messo a dura prova il sistema sanitario nazionale, sottraendo personale e risorse alla prevenzione e alla cura di altre patologie, con conseguenze pesanti sulla salute di tanti italiani.
L’aspettativa di vita, a causa della pandemia, è diminuita: fino a 4 – 5 anni nelle zone di maggior contagio; un anno e mezzo – due in meno per tutta la popolazione italiana. Un calo simile non si registrava in Italia dai tempi delle due guerre mondiali.
La diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne. Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento.
Si è anche aggravata la povertà . I dati dei centri di ascolto Caritas, che confrontano il periodo maggio-settembre del 2019 con lo stesso periodo del 2020, mostrano che da un anno all’altro l’incidenza dei “nuovi poveri” passa dal 31% al 45%: quasi una persona su due che oggi si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. Tra i nuovi poveri aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, degli italiani, che sono oggi la maggioranza (52% rispetto al 47,9 % dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa, di fasce di cittadini finora mai sfiorati dall’indigenza.
Il numero totale di ore di Cassa integrazione per emergenza sanitaria dal 1 aprile al 31 dicembre dello scorso anno supera i 4 milioni. Nel 2020 gli occupati sono scesi di 444 mila unità ma il calo si è accentrato su contratti a termine (-393 mila) e lavoratori autonomi (-209). La pandemia ha finora ha colpito soprattutto giovani e donne, una disoccupazione selettiva ma che presto potrebbe iniziare a colpire anche i lavoratori con contratti a tempo indeterminato
Gravi e con pochi precedenti storici gli effetti sulla diseguaglianza. In assenza di interventi pubblici il coefficiente di Gini, una misura della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, sarebbe aumentato, nel primo semestre del 2020 (secondo una recente stima), di 4 punti percentuali, rispetto al 34.8% del 2019. Questo aumento sarebbe stato maggiore di quello cumulato durante le due recenti recessioni. L’aumento nella diseguaglianza è stato tuttavia attenuato dalle reti di protezione presenti nel nostro sistema di sicurezza sociale, in particolare dai provvedimenti che dall’inizio della pandemia li hanno rafforzati. Rimane però il fatto che il nostro sistema di sicurezza sociale è squilibrato, non proteggendo a sufficienza i cittadini con impieghi a tempo determinato e i lavoratori autonomi.
Le previsioni pubblicate la scorsa settimana dalla Commissione europea indicano che sebbene nel 2020 la recessione europea sia stata meno grave di quanto ci si aspettasse ― e che quindi già fra poco più di un anno si dovrebbero recuperare i livelli di attività economica pre-pandemia — in Italia questo non accadrà prima della fine del 2022, in un contesto in cui, prima della pandemia, non avevamo ancora recuperato pienamente gli effetti delle crisi del 2008-09 e del 2011-13.
La diffusione del Covid ha provocato ferite profonde nelle nostre comunità , non solo sul piano sanitario ed economico, ma anche su quello culturale ed educativo. Le ragazze e i ragazzi hanno avuto, soprattutto quelli nelle scuole secondarie di secondo grado, il servizio scolastico attraverso la Didattica a Distanza che, pur garantendo la continuità del servizio, non può non creare disagi ed evidenziare diseguaglianze. Un dato chiarisce meglio la dinamica attuale: a fronte di 1.696.300 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, nella prima settimana di febbraio solo 1.039.372 studenti (il 61,2% del totale) ha avuto assicurato il servizio attraverso la Didattica a Distanza.
Le priorità per ripartire
Questa situazione di emergenza senza precedenti impone di imboccare, con decisione e rapidità , una strada di unità e di impegno comune.
Il piano di vaccinazione. Gli scienziati in soli 12 mesi hanno fatto un miracolo: non era mai accaduto che si riuscisse a produrre un nuovo vaccino in meno di un anno. La nostra prima sfida è, ottenutene le quantità sufficienti, distribuirlo rapidamente ed efficientemente.
Abbiamo bisogno di mobilitare tutte le energie su cui possiamo contare, ricorrendo alla protezione civile, alle forze armate, ai tanti volontari. Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private. Facendo tesoro dell’esperienza fatta con i tamponi che, dopo un ritardo iniziale, sono stati permessi anche al di fuori della ristretta cerchia di ospedali autorizzati. E soprattutto imparando da Paesi che si sono mossi più rapidamente di noi disponendo subito di quantità di vaccini adeguate. La velocità è essenziale non solo per proteggere gli individui e le loro comunità sociali, ma ora anche per ridurre le possibilità che sorgano altre varianti del virus.
Sulla base dell’esperienza dei mesi scorsi dobbiamo aprire un confronto a tutto campo sulla riforma della nostra sanità . Il punto centrale è rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale, realizzando una forte rete di servizi di base (case della comunità , ospedali di comunità , consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria). È questa la strada per rendere realmente esigibili i “Livelli essenziali di assistenza” e affidare agli ospedali le esigenze sanitarie acute, post acute e riabilitative. La “casa come principale luogo di cura” è oggi possibile con la telemedicina, con l’assistenza domiciliare integrata.
La scuola: non solo dobbiamo tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie, ma dobbiamo fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà .
Occorre rivedere il disegno del percorso scolastico annuale. Allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia. Il ritorno a scuola deve avvenire in sicurezza.
È necessario investire in una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale. Siamo chiamati disegnare un percorso educativo che combini la necessaria adesione agli standard qualitativi richiesti, anche nel panorama europeo, con innesti di nuove materie e metodologie, e coniugare le competenze scientifiche con quelle delle aree umanistiche e del multilinguismo.
Infine è necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni.
In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli ITIS (istituti tecnici). In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. E’ stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale. Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 1,5 md agli ITIS, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia. Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate.
La globalizzazione, la trasformazione digitale e la transizione ecologica stanno da anni cambiando il mercato del lavoro e richiedono continui adeguamenti nella formazione universitaria. Allo stesso tempo occorre investire adeguatamente nella ricerca, senza escludere la ricerca di base, puntando all’eccellenza, ovvero a una ricerca riconosciuta a livello internazionale per l’impatto che produce sulla nuova conoscenza e sui nuovi modelli in tutti i campi scientifici. Occorre infine costruire sull’esperienza di didattica a distanza maturata nello scorso anno sviluppandone le potenzialità con l’impiego di strumenti digitali che potranno essere utilizzati nella didattica in presenza.
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Febbraio 17th, 2021 Riccardo Fucile
parte seconda dell’intervento di Draghi
Oltre la pandemia
Quando usciremo, e usciremo, dalla pandemia, che mondo troveremo? Alcuni pensano che la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di 12 mesi sia stata simile ad una lunga interruzione di corrente. Prima o poi la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima. La scienza, ma semplicemente il buon senso, suggeriscono che potrebbe non essere così.
Il riscaldamento del pianeta ha effetti diretti sulle nostre vite e sulla nostra salute, dall’inquinamento, alla fragilità idrogeologica, all’innalzamento del livelllo dei mari che potrebbe rendere ampie zone di alcune città litoranee non più abitabili. Lo spazio che alcune megalopoli hanno sottratto alla natura potrebbe essere stata una delle cause della trasmissione del virus dagli animali all’uomo.
Come ha detto papa Francesco “Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento. E io penso che se chiedessi al Signore che cosa pensa, non credo mi direbbe che è una cosa buona: siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore”.
Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori , biodiversità , riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane.
Anche nel nostro Paese alcuni modelli di crescita dovranno cambiare. Ad esempio il modello di turismo, un’attività che prima della pandemia rappresentava il 14 per cento del totale delle nostre attività economiche. Imprese e lavoratori in quel settore vanno aiutati ad uscire dal disastro creato dalla pandemia. Ma senza scordare che il nostro turismo avrà un futuro se non dimentichiamo che esso vive della nostra capacità di preservare, cioè almeno non sciupare, città d’arte, luoghi e tradizioni che successive generazioni attraverso molti secoli hanno saputo preservare e ci hanno tramandato.
Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante. Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Acune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi.
La capacità di adattamento del nostro sistema produttivo e interventi senza precedenti hanno permesso di preservare la forza lavoro in un anno drammatico: sono stati sette milioni i lavoratori che hanno fruito di strumenti di integrazione salariale per un totale di 4 miliardi di ore. Grazie a tali misure, supportate anche dalla Commissione Europea mediante il programma SURE, è stato possibile limitare gli effetti negativi sull’occupazione. A pagare il prezzo più alto sono stati i giovani, le donne e i lavoratori autonomi. E’ innanzitutto a loro che bisogna pensare quando approntiamo una strategia di sostegno delle imprese e del lavoro, strategia che dovrà coordinare la sequenza degli interventi sul lavoro, sul credito e sul capitale.
Centrali sono le politiche attive del lavoro. Affinchè esse siano immediatamente operative è necessario migliorare gli strumenti esistenti, come l’assegno di riallocazione, rafforzando le politiche di formazione dei lavoratori occupati e disoccupati. Vanno anche rafforzate le dotazioni di personale e digitali dei centri per l’impiego in accordo con le regioni. Questo progetto è già parte del Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza ma andrà anticipato da subito.
Il cambiamento climatico, come la pandemia, penalizza alcuni settori produttivi senza che vi sia un’espansione in altri settori che possa compensare. Dobbiamo quindi essere noi ad assicurare questa espansione e lo dobbiamo fare subito.
La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione, di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create.
Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta.
Parità di genere
La mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne. Il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti di Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. Dal dopoguerra ad oggi, la situazione è notevolmente migliorata, ma questo incremento non è andato di pari passo con un altrettanto evidente miglioramento delle condizioni di carriera delle donne. L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo.
Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro
Garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera — digitali, tecnologiche e ambientali. Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perchè sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese. Solo in questo modo riusciremo a garantire che le migliori risorse siano coinvolte nello sviluppo del Paese.
Il Mezzogiorno
Aumento dell’occupazione, in primis, femminile, è obiettivo imprescindibile: benessere, autodeterminazione, legalità , sicurezza sono strettamente legati all’aumento dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno. Sviluppare la capacità di attrarre investimenti privati nazionali e internazionali è essenziale per generare reddito, creare lavoro, investire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne. Ma per raggiungere questo obiettivo occorre creare un ambiente dove legalità e sicurezza siano sempre garantite. Vi sono poi strumenti specifici quali il credito d’imposta e altri interventi da concordare in sede europea.
Per riuscire a spendere e spendere bene, utilizzando gli investimenti dedicati dal Next Generation EU occorre irrobustire le amministrazioni meridionali, anche guardando con attenzione all’esperienza di un passato che spesso ha deluso la speranza
Gli investimenti pubblici
In tema di infrastrutture occorre investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari pubblici per permettere alle amministrazioni di poter pianificare, progettare ed accelerare gli investimenti con certezza dei tempi, dei costi e in piena compatibilità con gli indirizzi di sostenibilità e crescita indicati nel Programma nazionale di Ripresa e Resilienza. Particolare attenzione va posta agli investimenti in manutenzione delle opere e nella tutela del territorio, incoraggiando l’utilizzo di tecniche predittive basate sui più recenti sviluppi in tema di Intelligenza artificiale e tecnologie digitali. Il settore privato deve essere invitato a partecipare alla realizzazione degli investimenti pubblici apportando più che finanza, competenza, efficienza e innovazione per accelerare la realizzazione dei progetti nel rispetto dei costi previsti.
Next Generation EU
La strategia per i progetti del Next Generation EU non può che essere trasversale e sinergica, basata sul principio dei co-benefici, cioè con la capacità di impattare simultaneamente più settori, in maniera coordinata.
Dovremo imparare a prevenire piuttosto che a riparare, non solo dispiegando tutte le tecnologie a nostra disposizione ma anche investendo sulla consapevolezza delle nuove generazioni che “ogni azione ha una conseguenza”.
Come si è ripetuto più volte, avremo a disposizione circa 210 miliardi lungo un periodo di sei anni.
Queste risorse dovranno essere spese puntando a migliorare il potenziale di crescita della nostra economia. La quota di prestiti aggiuntivi che richiederemo tramite la principale componente del programma, lo Strumento per la ripresa e resilienza, dovrà essere modulata in base agli obiettivi di finanza pubblica.
Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR). Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro che, includendo le necessarie interlocuzioni con la Commissione Europea, avrebbe una scadenza molto ravvicinata, la fine di aprile.
Gli orientamenti che il Parlamento esprimerà nei prossimi giorni a commento della bozza di Programma presentata dal Governo uscente saranno di importanza fondamentale nella preparazione della sua versione finale. Voglio qui riassumere l’orientamento del nuovo Governo.
Le Missioni del Programma potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma resteranno quelle enunciate nei precedenti documenti del Governo uscente, ovvero l’innovazione, la digitalizzazione, la competitività e la cultura; la transizione ecologica; le infrastrutture per la mobilità sostenibile; la formazione e la ricerca; l’equità sociale, di genere, generazionale e territoriale; la salute e la relativa filiera produttiva.
Dovremo rafforzare il Programma prima di tutto per quanto riguarda gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano.
Obiettivi strategici:
Il Programma è finora stato costruito in base ad obiettivi di alto livello e aggregando proposte progettuali in missioni, componenti e linee progettuali. Nelle prossime settimane rafforzeremo la dimensione strategica del Programma, in particolare con riguardo agli obiettivi riguardanti la produzione di energia da fonti rinnovabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la rete ferroviaria veloce, le reti di distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica, la produzione e distribuzione di idrogeno, la digitalizzazione, la banda larga e le reti di comunicazione 5G.
Il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione. Compito dello dello Stato è utilizzare le leve della spesa per ricerca e sviluppo, dell’istruzione e della formazione, della regolamentazione, dell’incentivazione e della tassazione.
In base a tale visione strategica, il Programma nazionale di Ripresa e Resilienza indicherà obiettivi per il prossimo decennio e più a lungo termine, con una tappa intermedia per l’anno finale del Next Generation EU, il 2026. Non basterà elencare progetti che si vogliono completare nei prossimi anni. Dovremo dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e il 2050, anno in cui l’Unione Europea intende arrivare a zero emissioni nette di CO2 e gas clima-alteranti.
Selezioneremo progetti e iniziative coerenti con gli obiettivi strategici del Programma, prestando grande attenzione alla loro fattibilità nell’arco dei sei anni del programma. Assicureremo inoltre che l’impulso occupazionale del Programma sia sufficientemente elevato in ciascuno dei sei anni, compreso il 2021.
Chiariremo il ruolo del terzo settore e del contributo dei privati al Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza attraverso i meccanismi di finanziamento a leva (fondo dei fondi).
Sottolineeremo il ruolo della scuola che tanta parte ha negli obiettivi di coesione sociale e territoriale e quella dedicata all’inclusione sociale e alle politiche attive del lavoro
Nella sanità dovremo usare questi progetti per porre le basi, come indicato sopra, per rafforzare la medicina territoriale e la telemedicina.
La governance del Programma di ripresa e resilienza è incardinata nel Ministero dell’Economia e Finanza con la strettissima collaborazione dei Ministeri competenti che definiscono le politiche e i progetti di settore. Il Parlamento verrà costantemente informato sia sull’impianto complessivo, sia sulle politiche di settore.
Infine il capitolo delle riforme che affronterò ora separatamente.
Le riforme
Il Next generation EU prevede riforme.
Alcune riguardano problemi aperti da decenni ma che non per questo vanno dimenticati. Fra questi la certezza delle norme e dei piani di investimento pubblico, fattori che limitano gli investimenti, sia italiani che esteri. inoltre la concorrenza: chiederò all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, di produrre in tempi brevi come previsto dalla Legge Annuale sulla Concorrenza (Legge 23 luglio 2009, n. 99) le sue proposte in questo campo.
Negli anni recenti i nostri tentativi di riformare il paese non sono stati del tutto assenti, ma i loro effetti concreti sono stati limitati. Il problema sta forse nel modo in cui spesso abbiamo disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza. Nel caso del fisco, per fare un esempio, non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli.
Inoltre, le esperienze di altri paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta. Ad esempio la Danimarca, nel 2008, nominò una Commissione di esperti in materia fiscale. La Commissione incontrò i partiti politici e le parti sociali e solo dopo presentò la sua relazione al Parlamento. Il progetto prevedeva un taglio della pressione fiscale pari a 2 punti di Pil. L’aliquota marginale massima dell’imposta sul reddito veniva ridotta, mentre la soglia di esenzione veniva alzata.
Un metodo simile fu seguito in Italia all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso quando il governo affidò ad una commissione di esperti, fra i quali Bruno Visentini e Cesare Cosciani, il compito di ridisegnare il nostro sistema tributario, che non era stato più modificato dai tempi della riforma Vanoni del 1951. Si deve a quella commissione l’introduzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro dipendente. Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità , dà certezze, offre opportunità , è l’architrave della politica di bilancio
In questa prospettiva va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività . Funzionale al perseguimento di questi ambiziosi obiettivi sarà anche un rinnovato e rafforzato impegno nell’azione di contrasto all’evasione fiscale.
L’altra riforma che non si può procrastinare è quella della pubblica amministrazione. Nell’emergenza l’azione amministrativa, a livello centrale e nelle strutture locali e periferiche, ha dimostrato capacità di resilienza e di adattamento grazie a un impegno diffuso nel lavoro a distanza e a un uso intelligente delle tecnologie a sua disposizione. La fragilità del sistema delle pubbliche amministrazioni e dei servizi di interesse collettivo è, tuttavia, una realtà che deve essere rapidamente affrontata.
Particolarmente urgente è lo smaltimento dell’arretrato accumulato durante la pandemia. Agli uffici verrà chiesto di predisporre un piano di smaltimento dell’arretrato e comunicarlo ai cittadini
La riforma dovrà muoversi su due direttive: investimenti in connettività con anche la realizzazione di piattaforme efficienti e di facile utilizzo da parte dei cittadini; aggiornamento continuo delle competenze dei dipendenti pubblici, anche selezionando nelle assunzioni le migliori competenze e attitudini in modo rapido, efficiente e sicuro, senza costringere a lunghissime attese decine di migliaia di candidati.
Nel campo della giustizia le azioni da svolgere sono principalmente quelle che si collocano all’interno del contesto e delle aspettative dell’Unione europea. Nelle Country Specific Recommendations indirizzate al nostro Paese negli anni 2019 e 2020, la Commissione, pur dando atto dei progressi compiuti negli ultimi anni, ci esorta: ad aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile, attuando e favorendo l’applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza, garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell’arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo, riducendo le differenze che sussistono nella gestione dei casi da tribunale a tribunale e infine favorendo la repressione della corruzione.
Nei nostri rapporti internazionali questo governo sarà convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite. Ancoraggi che abbiamo scelto fin dal dopoguerra, in un percorso che ha portato benessere, sicurezza e prestigio internazionale. Profonda è la nostra vocazione a favore di un multilateralismo efficace, fondato sul ruolo insostituibile delle Nazioni Unite. Resta forte la nostra attenzione e proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario, come i Balcani, il Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e all’Africa.
Gli anni più recenti hanno visto una spinta crescente alla costruzione in Europa di reti di rapporti bilaterali e plurilaterali privilegiati. Proprio la pandemia ha rivelato la necessità di perseguire uno scambio più intenso con i partner con i quali la nostra economia è più integrata. Per l’Italia ciò comporterà la necessità di meglio strutturare e rafforzare il rapporto strategico e imprescindibile con Francia e Germania. Ma occorrerà anche consolidare la collaborazione con Stati con i quali siamo accomunati da una specifica sensibilità mediterranea e dalla condivisione di problematiche come quella ambientale e migratoria: Spagna, Grecia, Malta e Cipro. Continueremo anche a operare affinchè si avvii un dialogo più virtuoso tra l’Unione europea e la Turchia, partner e alleato NATO.
L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione Russa. Seguiamo con preoccupazione ciò che sta accadendo in questo e in altri paesi dove i diritti dei cittadini sono spesso violati. Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina.
Altra sfida sarà il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva. Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati.
L’avvento della nuova Amministrazione USA prospetta un cambiamento di metodo, più cooperativo nei confronti dell’Europa e degli alleati tradizionali. Sono fiducioso che i nostri rapporti e la nostra collaborazione non potranno che intensificarsi.
Dal dicembre scorso e fino alla fine del 2021, l’Italia esercita per la prima volta la Presidenza del G20. Il programma, che coinvolgerà l’intera compagine governativa, ruota intorno a tre pilastri: People, Planet, Prosperity. L’Italia avrà la responsabilità di guidare il Gruppo verso l’uscita dalla pandemia, e di rilanciare una crescita verde e sostenibile a beneficio di tutti. Si tratterà di ricostruire e di ricostruire meglio.
Insieme al Regno Unito — con cui quest’anno abbiamo le Presidenze parallele del G7 e del G20 — punteremo sulla sostenibilità e la “transizione verde” nella prospettiva della prossima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico (Cop 26), con una particolare attenzione a coinvolgere attivamente le giovani generazioni, attraverso l’evento “Youth4Climate”.
Questo è il terzo governo della legislatura. Non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto di questo Parlamento. E’ un sostegno che non poggia su alchimie politiche ma sullo spirito di sacrificio con cui donne e uomini hanno affrontato l’ultimo anno, sul loro vibrante desiderio di rinascere, di tornare più forti e sull’entusiasmo dei giovani che vogliono un paese capace di realizzare i loro sogni. Oggi, l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che son certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia.
(da agenzie)
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