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HABEMUS DRAGHI: ALLE 19 IL PREMIER INCARICATO DA MATTARELLA CON LA LISTA DEI MINISTRI

Febbraio 12th, 2021 Riccardo Fucile

FINE SETTIMANA IL GIURAMENTO, MARTEDI O MERCOLEDI LA FIDUCIA… LA MELONI PENSA ALL’ASTENSIONE, SALVINI PRONTO AD ALLEARSI ANCHE CON LA BOLDRINI, PER RENZI “ABBIAMO IL MIGLIORE”… A QUESTO PUNTO NON SERVE NEANCHE PIU’ ANDARE A VOTARE, DIAMOGLI UN MANDATO A VITA

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, riceverà  oggi, alle 19, al Palazzo del Quirinale, il presidente del Consiglio incaricato, Mario Draghi il quale scioglierà  la riserva e presenterà  al capo dello Stato la lista dei nuovi ministri.
C’è grande attesa, infatti, per quella che sarà  la squadra scelta dall’ex banchiere. Rumors sui possibili nomi si susseguono, ma nessuna forza politica è stata ufficialmente contattata.
Intanto, però, qualche leader ha avanzato ipotesi ma sarà  il premier incaricato a comporre il nuovo esecutivo insieme a Sergio Mattarella.
Beppe Grillo ha indicato Catia Bastioli (per la Transizione ecologica) e Di Maio.
Per la Lega Giorgetti (allo Sviluppo economico o ai Trasporti) e per il Pd Franceschini e Guerini.
Ma il segretario dem, Nicola Zingaretti ha smentito queste voci: “Il Pd non ha avanzato alcuna rosa di nomi per la composizione del governo per rispetto della Costituzione”
I tempi
Una volta sciolti gli ultimi nodi, si terrà  la cerimonia del giuramento, già  domani o al massimo domenica, e poi il voto di fiducia in Parlamento: al Senato martedì e mercoledì il bis alla Camera.
“Come votare lo valuteremo alla fine dopo aver visto la squadra e il programma. Non sappiamo nulla. Siamo inebriati ma sul nulla”, ha commentato la leader Fdi Giorgia Meloni ancora indecisa sul no o sull’astensione.
Idee chiare invece sembra averle Matteo Salvini, pronto anche a lavorare e stringere alleanze con politici ai suoi antipodi, come Laura Boldrini. “Se c’è di mezzo la salute dei nostri figli, il lavoro delle partite Ive, riportare a scuola i ragazzi, metto da parte antipatie e simpatie e mi metto al lavoro”, ha commentato il leader della Lega.
Matteo Renzi, intanto, continua a ripetere che lui non ha “asfaltato nessuno: ho risposto come altri all’appello di Mattarella. Noi abbiamo 209 miliardi e altri soldi da spendere, sapere che questi denari li spenda il più bravo di tutti ci fa stare più tranquilli. È che Draghi sia quello più bravo di tutti, è un dato di fatto oggettivo”.
A questo, punto, individuato il migliore, non serve neanche piu’ andare a votare .

(da agenzie)

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ROTTURA NEL CENTRODESTRA: ORA GLI EX ALLEATI LITIGANO PER I POSTI NELLA COMMISSIONI

Febbraio 12th, 2021 Riccardo Fucile

PER LEGGE ALCUNE PRESIDENZE SPETTANO ALLE OPPOSIZIONI E FDI TOGLIEREBBE POLTRONE A LEGA E FORZA ITALIA

Dicono di essere una famiglia, e come in tutte le famiglie si litiga.
Ora il terreno di scontro che potrebbe dare il colpo di grazia alla rottura nel centrodestra sono le Commissioni parlamentari, soprattutto quelle che di norma vengono affidate alle opposizioni. Che nel governo Draghi scarseggeranno.
A dirla tutta, sembra che si vada verso una maggioranza che terrà  fuori solo Fratelli d’Italia e qualche misto qui e là .
Quindi si tratterà  per la prima volta di un governo non esclusivamente tecnico, che verrà  sostenuto da quasi tutte le forze politiche.
Cosa si farà  allora con le Commissioni che devono essere presiedute dall’opposizione? L’intenzione del partito di Giorgia Meloni è quella di prendere tutto ciò che le spetta, anche sottraendo posti ai suoi (ex?) alleati.
Un esempio su tutti, il Copasir (Contato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), che oggi è presieduto dal leghista Raffaele Volpi. Nel centrodestra quindi non sarà  tutto rose e fiori.
Scrivono Marao Cremonesi e Paola Di Caro sul Corriere della Sera:
Con il governo Draghi, per la prima volta potremmo assistere ad un esecutivo non tecnico sostenuto da tutti i partiti tranne quello di Giorgia Meloni, che con ogni probabilità  voterà  no alla fiducia. Quindi anche se, dicono da FdI, “noi al tema non avevamo nemmeno pensato”, l’intenzione è quella di pretendere la presidenza delle Commissioni che spettano all’opposizione: il Copasir (oggi presieduto dal leghista Volpi), le due Giunte per le autorizzazioni (quella della Camera a guida di FdI, quella del Senato di Gasparri) e la Vigilanza (presidente il forzista Barachini).
E questo perchè “è sano che in una democrazia ci sia un controllo da parte dell’opposizione. Peraltro, oltre ai posti di ministro, faranno 550 nomine!”.
Questo però significherebbe che Lega e Forza Italia resterebbero senza neanche una presidenza, e quella di privarli di una loro rappresentanza sarebbe una mossa che non farebbe bene alla tenuta del centrodestra.
Si legge ancora sul Corriere:
Lega e FI però, che resterebbero senza nemmeno una presidenza (quelle ordinarie sono presiedute da esponenti della maggioranza uscente), promettono battaglia: «Noi non molliamo niente, altrimenti andrebbero ridiscusse le presidenze di tutte le commissioni», ruggiscono gli azzurri. Matteo Salvini ostenta tranquillità . Ma aggiunge: «Non credo che alla fine quella della Meloni sarà  l’unica opposizione…», alludendo a una possibile spaccatura nel M5S.
La questione è intricata. Il caso più chiaro è il Copasir: per legge, commissione paritetica di 10 membri (5 di maggioranza e 5 di opposizione) presieduta dall’opposizione. Dovrebbe quindi toccare a FdI (con il vice presidente Urso).

(da agenzie)

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DI BATTISTA GUIDA IL VAFFA A GRILLO

Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile

QUASI UN ATTIVISTA SU DUE NON SI E’ FIDATO DI GRILLO E DI MAIO. .. ORA SI TEME L’EFFETTO SLAVINA DOPO L’ADDIO DI DIBBA, RIUNIONI IN CORSO

Il governo di Mario Draghi ha da essere sostenuto, ma quasi un attivista su due non si è fidato di Beppe Grillo. Rousseau fa registrare percentuali striminzite rispetto a quelle bulgare alle quali le votazioni pentastellate avevano abituato: i sì vincono con il 59,3%, i no si fermano al 40,7%. Una vittoria netta, ma in brusco calo rispetto al 90% che diede il via libera al contratto di governo con la Lega e a quasi 80% che disse sì al Pd.
“È una vittoria di Alessandro”, commenta un 5 stelle di rango, fotografando perfettamente la situazione alle otto. Alle nove non risponde al telefono. Perchè quella situazione semplicemente non esiste più.
L’ex parlamentare si palesa su Facebook e consegna a un video di quattro minuti l’addio: “Accetto le decisioni ma non le digerisco. Non posso far altro che farmi da parte, d’ora in poi non parlerò più a nome del Movimento 5 stelle. Se un domani la mia strada dovrà  di nuovo incrociarsi con quella del lo vedremo”.
L’attacco al quartier generale è martellante. A Otto e mezzo, proprio mentre Di Battista certifica la spaccatura, ecco Marco Travaglio: “Il Movimento si è calato le braghe, non conterà  più nulla, Draghi ha intortato Grillo con un ministero supercazzola”.
Il fondatore vince; il suo totem, la sua aura di invincibilità  in un universo di cui è stato per anni motore immobile, vanno in mille pezzi.
Quella di Di Battista è stata l’unica posizione ostinata e contraria in una campagna nella quale tutto lo stato maggiore 5 stelle, dal garante in giù, ha spinto fortissimamente per rimanere in quella stanza dei bottoni nella quale si sono insediati quasi tre anni fa, eppure ha raccolto intorno a sè quasi un attivista su due.
Quella scissione che i vertici hanno provato a scongiurare in tutti i modi inizia fin da subito, e nel modo peggiore. “Iniziamo proprio bene”, commenta sconsolato un esponente del governo uscente.
“Senza Grillo non saremmo dove siamo, il merito è tutto suo” risponde all’obiezione un ministro. Ma l’ex comico sembra aver perso il tocco magico, quel carisma così potentemente attrattivo che è stato sufficiente per anni a indirizzare a destra o a sinistra i 5 stelle senza colpo ferire.
La terza giravolta in tre anni è stata sommersa da una valanga di critiche sotto i post, sul blog e su Facebook, di attivisti disorientati e infuriati. Per la scelta, per la gestione caotica del voto, prima annunciato poi rinviato e poi annunciato nuovamente, per il quesito di cui, per dirla con l’eufemismo usato dal senatore Mattia Crucioli, molti non hanno “riconosciuto la legittimità ”.
“E chissà  cosa sarebbe successo se avessimo messo anche l’astensione”, si chiede un parlamentare. Già , l’astensione. Proprio su questo si è consumato uno scontro, prima, durante e pure dopo il voto. L’opzione richiesta a gran voce dai contrari a Draghi come Barbara Lezzi raccontano fosse stata caldeggiata anche dallo stesso Davide Casaleggio. Opzione bocciata, soprattutto per le serissime chance di vittoria che avrebbe avuto.
Tra il figlio del fondatore e il capo politico il braccio di ferro è proseguito per tutto il giorno. A pochi minuti dall’inizio del voto, l’imprenditore spiegava: “Qualora vincesse il no sarà  necessario definire se la posizione del M5S sarà  di voto negativo alla fiducia o di astensione, come chiedono molti senatori”.
A Roma è montata la rabbia. “Se diamo questo orizzonte in tanti voteranno no”, il ragionamento dei vertici. Parte una girandola di telefonate di fuoco, al termine del quale ecco la smentita di Crimi: “La votazione di oggi sarà  l’unica sul governo”.
Poco prima delle 19 è lo stesso Casaleggio a diffondere i risultati: “Sono contento della volontà  degli iscritti di far partire il governo”. Il capo politico è costretto a inseguire, e diffonde il suo comunicato dopo un quarto d’ora. “Casaleggio ha chiamato Crimi pochi secondi prima di pubblicare il post” racconta una fonte vicina al dossier.
È uno scontro di potere che va avanti da mesi, e che si è riacutizzato negli ultimi giorni, quando da Milano hanno stabilito un timing per il voto online di cui molti fra i maggiorenti sono rimasti all’oscuro, uno scontro che ha come cuore il controllo del Movimento. Una spaccatura così netta tra Grillo, che fino all’ultimo ha provato a tenere tutto insieme, e Casaleggio non si era mai vista.
Il sospiro di sollievo collettivo dei vertici ha tuttavia alzato una brezza che ha lambito i Palazzi della politica romana, prima di venire strozzato dalla porta sbattuta da Di Battista. Per ore il timore che dalle urne virtuali uscisse una sorpresa è stato palpabile.
Riunioni su zoom, messaggi nelle chat, i pronostici si sprecavano, ma nessuno, forse per scaramazia, aveva pronosticato un successo del no. Vito Crimi ha messo subito le cose in chiaro: “Gli iscritti ci hanno dato un mandato chiaro, il Movimento sosterrà  Draghi”. Tutto il vertice M5s è uscito in batteria per celebrare il risultato, da Luigi Di Maio a Roberto Fico, passando per Davide Casaleggio.
Ora si teme l’effetto slavina. Nel pomeriggio erano arrivate dichiarazioni rassicuranti, come quella del pasdaran Elio Lannutti: “Mi adeguerò al risultato”. Crimi avverte i naviganti: “La democrazia nel Movimento passa da un voto degli iscritti e il voto degli iscritti è vincolante. Questo è un patto sottoscritto da tutti quelli che si sono candidati nel Movimento 5 stelle”.
I venti di scissioni non portano aria di catastrofe come sembrava poter essere qualche giorno fa, ma lo strappo di Di Battista fa pronosticare più di qualche addio.
Tra giovedì sera e venerdì gli anti Draghi si sono dati appuntamento su zoom per coordinarsi. Tra Camera e Senato gli indiziati sono Angrisani, Abate, Agostinelli, Cabras, Costanzo, Crucioli, Forciniti, Giuliodori, Granato, La Mura, Maniero, Mantero, Moronese, Raduzzi, Vallascas, Vanin e Volpi. Il deputato Andrea Colletti ha già  annunciato il suo no alla fiducia.
Si guarda agli altri big che si sono espressi per il no, da Barbara Lezzi a Danilo Toninelli, passando per l’influente Emanuela Corda. La loro posizione sarà  importante per frenare la slavina, Toninelli si smarca: “Rispettiamo il voto degli iscritti”.
Gli ‘irriducibili’ che nel Movimento 5 Stelle non intendono appoggiare il governo Draghi stanno pensando, riferisce una fonte parlamentare, ad un gruppo autonomo per posizionarsi all’opposizione. L’obiettivo, viene spiegato, è arrivare ad una nuova formazione. “Per ora ne stiamo parlando, poi vedremo”, spiega la stessa fonte. In serata il gruppo ‘no Draghi’ si incontrerà  in video conferenza e altre riunioni sono previste nelle prossime ore.
Cala il sipario sul definitivo V-day del Movimento 5 stelle. Da domani sarà  un’altra cosa.

(da “Huffingtonpost”)

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CENTRODESTRA (VEDOVO MELONI) A CACCIA DI POLTRONE: IN LIZZA GIORGETTI, BONGIORNO, TAJANI, BERNINI E GELMINI

Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile

CHANCE ANCHE PER TABACCI

“Non solo non abbiamo mai parlato di ministri e ministeri, non sappiamo neanche se alla fine saremo in maggioranza…”, allarga le braccia un big leghista. Un po’ di tattica, buona parte di realtà .
Nel buio completo, nelle sole mani di Mario Draghi e Sergio Mattarella come da esplicito richiamo all’articolo 92 della Costituzione, con il brivido aggiuntivo del “ci vediamo in Parlamento” che alle orecchie di molti è suonato come “prendere o lasciare”, i partiti si sono svegliati al mattino con un raggio di sole: l’auspicio di una short list di papabili ministri da sottoporre al vaglio di premier incaricato e Quirinale. Al massimo tre opzioni per due scelte, questa pare la piattaforma.
Sebbene nella nebbia fitta che circonda l’imminente “governo del presidente” qualcuno ventili scarni colloqui telefonici (o a margine delle consultazioni) di Draghi direttamente con i big dei partiti. E poichè, insieme al ministero per la Transizione Ecologica, l’altro punto fermo di questi anomali negoziati sembra la compresenza paritaria di uomini e donne, lo schema emerge. Sebbene tutt’altro che facile da portare a casa.
Fatto sta che a pomeriggio avanzato non si trovano conferme di contatti diretti o indiretti. Solo indiscrezioni. Nella Lega c’è chi giura che il filo sia con Giancarlo Giorgetti, e sia già  stato avviato. Così come dentro Forza Italia, un interlocutore sarebbe Antonio Tajani, che con l’ex presidente della Bce ha interagito in Europa
Dati per fuori i leader in quanto troppo ingombranti, i nomi leghisti dovrebbero essere proprio Giorgetti e Giulia Bongiorno, senatrice e avvocato penalista che difende Salvini nei processi nati dal suo operato al Viminale.
Con la subordinata del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari o dell’ex ministra degli Affari Regionali Erika Stefani. Collocati dove però? Le mani che comporranno il cubo di Rubik sono appunto fuori dal perimetro delle forze politiche.
Draghi ha lasciato intendere che i ministri di peso saranno gestiti da “tecnici” mentre i politici serviranno a stabilizzare l’esecutivo (ed evitare che finisca impiombato a metà  strada).
In più il Quirinale vorrebbe “blindare” Difesa, Esteri, Viminale e Salute. Se così fosse, senza cedimenti ai desiderata politici, il primo bivio per il centrodestra sarà  tra ministeri senza portafoglio o (assai meno appetibili) vice-ministeri di peso.
Giorgetti è un jolly: ministro dei Rapporti con il Parlamento, sottosegretario di Palazzo Chigi, titolare di qualche delega economica.
Dentro Forza Italia la terna è Tajani più le due capogruppo parlamentari Anna Maria Bernini e Mariastella Gelmini. Naturalmente, conterà  la collocazione sulla scacchiera, e la portata di ministeri di prima fascia.
Al momento si ipotizza il numero due del partito al dicastero degli Affari Europei, più un vice-ministero, magari alla Giustizia. Se al governo andasse Bernini, il suo posto al Senato potrebbe finire a Licia Ronzulli; se si optasse per Gelmini, in corsa a Montecitorio c’è Giorgio Mulè. Variante: se Tajani fosse considerato “leader facente funzione” e rimanesse fuori, ecco una squadra tutta al femminile. Nel toto-nomi anche l’ex ministra dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna, considerata però troppo “distante” dalla linea del partito.
C’è poi la questione dei “piccoli”.
Silenziosamente, Bruno Tabacci potrebbe diventare ministro dei Rapporti con il Parlamento: raccordo cruciale che Draghi vorrebbe affidare a un uomo di fiducia ben consapevole delle dinamiche dei palazzi. Con una subordinata: il gruppo “centrista”, al momento in stand-by, resta una “risorsa dormiente” che potrebbe tornare utile in una seconda fase della navigazione, ove mai le acque della maggioranza allargata si increspassero.
Alla centrista Paola Binetti non dispiacerebbe una delega alla Famiglia o alle Pari Opportunità  (ma il suo profilo, molto cattolico, potrebbe scontentare le donne che ne chiedono uno più “femminista”). Nè il gruppo di Giovanni Toti, si dispiacerebbe di far parte della squadra. C’è poi il toto-viceministri e sottosegretari, ma rappresenta il secondo tempo della partita e ci sarà  qualche giorno in più per giocarlo.

(da “Huffingtonpost”)

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I POSSIBILI CANDIDATI AL MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA

Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile

GIOVANNINI E BASTIOLI: GLI ALFIERI DELLA SOSTENIBILITA’ SOCIALE ED ECONOMICA… IL PRIMO E’ UN EX MINISTRO DEL LAVORO, LA SECONDA GUIDA UN’AZIENDA LEADER DELLE BIOPLASTICHE

Sostenibilità  è la nuova parola d’ordine del futuro governo Draghi. Al punto che verrà  istituto un apposito ministero della Transizione ecologica che dovrà  occuparsi delle ricadute delle scelte economiche sull’ambiente ma anche sulla società . E per dirigerlo si fanno i nomi di due personalità  di primo piano, di due “addetti ai lavori” che di sostenibilità  si occupano da anni.
Il primo, Enrico Giovanini, perchè l’ha teorizzata, insegnata all’Università  e se ne è occupato in decine di enti internazionali. La seconda Catia Bastioli, perchè l’ha messa in pratica nell’azienda che dirige — il gruppo Novamont – e che è all’avanguardia dei materiali bio-chimici
Sono i due nomi indicati come possibili ministro della Transizione ecologica, dicastero destinato — secondo le indiscrezioni — a diventare uno dei cardini per la gestione italiana dei fondi del Next Generation Ue e che saranno il cuore dell’attività  del governo in via di formazione.
Ma chi sono i due possibili candidati?
Enrico Giovannini viene dato come il favorito per la carica. Non fosse altro perchè Palazzo Chigi l’ha già  frequentato da ministro del Lavoro durante il governo presieduto da Enrico Letta. Una lunga carriera universitaria alla spalle, Giovannini è ora docente di Statistica a Tor Vergata a Roma. La statistica è il centro della sua attività , come ha dimostrato nel sei anni alla guida di Istat (dal 2009 al 2013), quando ha cambiato volto all’istituto, dandogli una nuova spinta e portandolo al centro del dibattito socio-politico.
Proprio a partire dai temi di una società  in cui si sono accentuate le differenze di reddito, in cui l’ascensore sociale ha smesso di funzionare e dove lo sviluppo delle attività  economiche se non guidate da criteri legati alla qualità  della vita finiscono per incrementare disagi e diseguaglianze.
Non per nulla, Giovannini è co-fondatore e portavoce dell’Asvis, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile, una rete di 270 associazioni che ha come scopo la diffusione e il sostegno all’Agenda dello sviluppo sostenibile, 17 obiettivi interconnessi definiti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Di cosa si stratta? Secondo l’Agenda “fli obiettivi mirano ad affrontare un’ampia gamma di questioni relative allo sviluppo economico e sociale che includono fame e povertà , diritto alla salute e all’istruzione, l’accesso all’acqua e all’energia, il lavoro, la crescita economica inclusiva e sostenibile, il cambiamento climatico e la tutela dell’ambiente, i modelli di produzione e consumo, l’uguaglianza di genere”.
L’alternativa a Giovannini potrebbe essere Catia Bastioli: in comune hanno l’anno di nascita (il 1957), ma il profilo è completamente diverso. O meglio: anche Bastioli si è sempre occupata di sostenibilità  ma all’interno dei processi industriali. Chimica di formazione, ha fatto parte del centro studi Montedison per poi approdare a Novamont, azienda che ha trasformato e traghettato da centro di ricerca a industria di riferimento per tutto il settore delle bioplastiche e dei prodotti da fonte rinnovabile con un basso impatto ambientale. Il prodotto più noto è Mater-Bi, utilizzato per sacchetti destinati agli alimenti, ma con cui si producono anche posate, piatti, bicchieri, teli da usare in agricoltura. Tutti prodotti completamente biodegradabili.
Bastioli, qualche anno fa, era stata al centro delle polemiche sollevate dai Cinquestelle che avevano messe in relazione la sua nomina alla presideza del gruppo Terna da parte del governo Renzi con legge che ha imposto la tassa sui sacchetti di plastica per alimenti. Un modo — era l’accusa – per favorire i prodotti delle aziende di bioplastiche, tra cui appunto Novamont.
Polemica poi rientrata quando anche gli esponenti del movimento si sono resi conto delle attività , nel corso della sua carriera, di Bastioli e di come ha sempre guidato l’azienda, nota perchè ha sempre reinvestito in ricerca i suoi utili. Motivo che ne fa una candidata ideale per il ministero della Transizione ecologica.

(da La Repubblica)

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LA COMPAGNIA DEI VOLTAGABBANA IN GINOCCHIO DA DRAGHI PER SPARTIRSI 209 MILIARDI

Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile

LA LEGA E’ DIVENTATA EUROPEISTA, PER ITALIA VIVA IL MES NON HA PIU’ IMPORTANZA, IL M5S VOTERA’ LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA INSIEME A BERLUSCONI, PER IL PD DRAGHI PUO’ FARE QUELLO VUOLE

E così, nel breve volgere di una settimana abbondante abbiamo scoperto che per Matteo Renzi non era così necessario ricorrere al Meccanismo Europeo di Stabilità  per finanziare il nostro sistema sanitario.
Non inganni lo spread tra i Btp e i Bund che è crollato da quando Mario Draghi è stato incaricato di formare un nuovo governo. Ieri, mentre i partiti sfilavano dal podio all’esterno della Sala della Regina della Camera dei Deputati il rendimento del Btp decennale era pari allo 0,5%, identico ai giorni della crisi del governo Conte bis.
E non ci pare proprio che Matteo Renzi e la sua delegazioni abbiano pronunciato la frase “O Mes o morte”, o anche solo la parola Mes, che invece era una specie di intercalare fino a sette giorni fa. Anche perchè, al pari del suo predecessore, Mario Draghi non sembra per nulla intenzionato ad accedervi.
Amen. “Quando cambiano i fatti, io cambio opinione” amava ripetere l’economista John Maynard Keynes, e caso vuole che Mario Draghi abbia ricordato questo aforisma nel suo intervento al Meeting di Comunione e Liberazione della scorsa estate, in quello che ormai viene mandato a memoria come il discorso della montagna del nuovo messia della politica italiana.
Dunque, nello spazio di qualche tramonto devono essere cambiati un bel po’ di fatti, se improvvisamente anche Matteo Salvini e la Lega decidono di votare a favore del Recovery Fund al Parlamento Europeo, che fino a ieri era una “truffa”
O che il Capitano citi l’Europa e i suoi figli che si sentono europei come nemmeno il “cuore immacolato di Maria” quand’era ministro degli interni.
O che ancora si genufletta di fronte a quello stesso Draghi traditore della patria al pari del suo predecessore e maestro Carlo Azeglio Ciampi, cui Salvini non concesse l’onore delle armi nemmeno nel giorno della sua morte.
E ancora, spostandoci dall’altra parte dell’emiciclo parlamentare, che i maggiorenti di Liberi e Uguali non pongano alcun veto o quasi alla presenza di Salvini stesso nella maggioranza di governo.
O che, allo stesso modo, i Cinque Stelle — ad eccezione della fronda guidata da Alessandro Di Battista e Barbara Lezzi, cui va comunque riconosciuto se non altro un brandello di coerenza — si siedano di buon grado nella stessa maggioranza assieme all’innominabile Matteo Renzi e soprattutto al Caimano-in-persona Silvio Berlusconi, con cui addirittura condivideranno una riforma della giustizia necessaria alla concessione dei 209 miliardi del Recovery Plan.
Lo stesso, del resto, si può dire di Silvio Berlusconi, che per una volta nella vita si siederà  dalla stessa parte di   Beppe Grillo — “Mario Draghi è uno dei nostri”, ha detto ieri, e nessuno ha capito se scherzasse o ci credesse davvero — e Marco Travaglio senza pulire la sedia con un fazzoletto.
Rimane il Pd, infine. Quello che, stando alle parole del suo vicesegretario Andrea Orlando non sarebbe mai stato in maggioranza con la Lega “nemmeno se gliel’avesse chiesto Superman”, e che a proposito di coerenza stava preparandosi a impalmare a leader del centrosinistra il premier che passerà  alla Storia per aver messo la firma sui decreti sicurezza e su Quota 100.
Nicola Zingaretti si è particolarmente distinto, nel suo intervento dopo aver incontrato Draghi, per non aver chiesto nulla al premier. Non mezzo provvedimento, non una poltrona, come del resto si sono premurate di ricordare tutte le forze politiche che si sono avvicendate al podio.
Delle due, una. O Mario Draghi è davvero un Rettiliano con particolari poteri di controllo delle deboli menti umane, come sospettano i complottisti che la sanno lunghissima. Oppure, i 209 miliardi del Recovery Fund e la possibilità  di incidere anche solo in minima parte sulla loro destinazione valgono più di qualunque principio e di qualunque veto. Modestamente — non ne abbiano a male i Rettiliani — propendiamo per la seconda ipotesi.

(da Fanpage)

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COSA ACCADE NEL M5S: IL FRONTE NO-DRAGHI CONVINTO DI POTER RIBALTARE IL RISULTATO

Febbraio 10th, 2021 Riccardo Fucile

IN CASO DI SCONFITTA C’E’ CHI LASCERA’ IL MOVIMENTO E CHI SI ADEGUERA’… I GOVERNISTI HANNO RIFIUTATO DI INSERIRE LA POSSIBILITA’ DI ASTENERSI SUL NUOVO GOVERNO PERCHE’ IN QUEL CASO NON AVREBBERO MINISTERI

Si lavora a una linea comune, ma in realtà  anche tra i ribelli ci sono divisioni e c’è anche chi è meno ribelle di prima.
I senatori Barbara Lezzi, Mattia Crucioli, Rosa Silvana Abate, Elio Lannutti e Bianca Laura Granato, per citarne alcuni, sono tra coloro che, almeno sulla carta, sarebbero pronti a lasciare il Movimento e a dare la dimostrazione plastica che una scissione è possibile se i pentastellati dovessero entrare nella compagine del governo Draghi. Neanche le rassicurazioni di Beppe Grillo sul “super ministero per la Transizione energetica” sono servite a placare i loro animi e, una volta letto il quesito pubblicato su Rousseau, la reazione è stata: “Ci stanno prendendo in giro”.
Ma c’è anche un’altra corrente di pensiero, denominata Mozione Morra. Quella secondo cui “il popolo ha sempre ragione” e quindi: “Dobbiamo adeguarci al volere della maggioranza degli iscritti”.
Purchè il voto sulla piattaforma Rousseau, per decidere se sostenere o no il governo Draghi, venga celebrato. E sono stati accontentati. T
ra chi ci è ripensato, ad esempio, c’è Alberto Airola. Era collocato tra i pasdaran, tra coloro che mai e poi mai si sarebbero seduti accanto a Berlusconi e Salvini, ma ora si sente soddisfatto di fronte alla nascita del nuovo ministero. L’arma usata da Grillo, l’asso nella manica del Garante, per convincere i più riottosi.
C’è poi anche, senza venire allo scoperto, il correntone comprensivo di tanti big, i quali ragionano così: “Se vanno via una decina di parlamentari non è un problema, anzi saremo più compatti e decisivi nella nostra azione politica dentro il governo del professore”. E c’è Alessandro Di Battista che consiglia almeno la via dell’astensione.
Il problema però sta nel capire veramente da che parte è schierata la base.
Il correntone degli “entristi” sotto sotto teme, o sa, che il verdetto degli attivisti e del popolo grillino su Rousseau potrebbe essere contrario all’abbraccio dell’unità  nazionale in chiave ‘Super Mario’. E la riunione via Zoom di ieri sera denominata ‘V-Day, no Draghi’ è stata la dimostrazione che il Movimento sta attraversando forse, per non dire sicuramente, la sua fase più difficile.
I dissidentei hanno cercato fino all’ultimo la mediazione. Barbara Lezzi si è spesa molto contattando tutti i big stellati da Vito Crimi e Luigi Di Maio per trovare una via d’uscita. Ma se questa mediazione doveva significare introdurre nel quesito su Rousseau l’opzione astensione il pericolo ben chiaro ai governisti è che il popolo potrebbe scegliere appunto questa via di mezzo.
Risultato, niente ministri stellati nel nuovo governo dopo che in quello appena dimesso M5s aveva alcune delle poltrone più importante dal Mise alla Scuola, dalla Giustizia agli Esteri.
Risultato che i gorvernisti vogliono evitare. Quindi, se governo Draghi sarà , c’è chi è pronto ad abbandonare il Movimento. Lo dice all’AdnKronos il deputato Pino Cabras: “È possibile. Materialmente quello che sta avvenendo in questo momento è uno sconvolgimento di tutto il sistema politico italiano. Se posso fare una battuta, non ho visto un Draghi grillino ma un Grillo draghiano…”. Qui non c’è neanche più la fiducia nel leader. E i ribelli scaldano le dita pronte a digitare post di appello al voto sul Rousseau contrario al governo Draghi.
Anche Morra è molto combattuto, ma guida dell’ala ribelle che alla fine non abbandonerà  la barca se la maggioranza dovesse pensarla in modo diverso da lui. Ma quella in corso dentro i 5Stelle è una vera e propria campagna elettorale interna per convincere il proprio popolo.
Morra dice così: “Adesso il Presidente del Consiglio incaricato dovrà  sciogliere dei nodi importanti. E non potrà  accontentare tutti, perchè non si possono servire insieme Dio e Mammona. E noi M5S siamo nati per ripristinare rispetto delle persone, delle regole, dell’ambiente”. E, a proposito di scelte, Morra mette in chiaro: “Non puoi ricevere 80 mld per favorire la transizione energetica verso le fonti eco-sostenibili, le rinnovabili, e poi dare 20 mld di incentivi a chi impiega le fonti fossili che rovinano l’ambiente e danneggiano la salute. E’ illogico, contraddittorio, dunque immorale”.
Nel Movimento come valle di lacrime risuonano in modalità  singhiozzo espressioni come ‘stiamo buttando a mare la nostra identità ‘ più ‘democrazia diretta e meno palazzo’, ‘uno vale uno e non si capisce perchè ciò non deve valere per Draghi’, ‘guai a svendere la nostra storia’ e via così. Perfino ai piani alti del Movimento c’è chi la vede molto nera, eutanasia o suicidio? In Parlamento non ci sarà  un forte scossone, ma buona parte della base grillina ha già  abbandonato la barca.

(da “Huffingtonpost”)

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LA TELEFONATA DI DRAGHI A GRILLO, LA PROMESSA DEL MINISTERO PER LA TRANSIZIONE ECOLOGICA SBLOCCA LA TRATTATIVA

Febbraio 10th, 2021 Riccardo Fucile

MA SE QUESTO MINISTERO ERA COSI’ IMPORTANTE PERCHE’ IL M5S NON L’HA MAI REALIZZATO, VISTO CHE GOVERNA DA TRE ANNI?… UN DETTAGLIO IMPORTANTE: INCORPORA AMBIENTE E SVILUPPO ECONOMICO, MA, CASO STRANO, NON TRASPORTI E INFRASTRUTTURE

Una telefonata nel primo pomeriggio sblocca la trattativa. Mario Draghi nella pausa della terza giornata di consultazioni avrebbe alzato il telefono e chiamato Beppe Grillo. Dandogli le rassicurazioni che il garante del Movimento 5 stelle chiedeva per far entrare nel governo.
Non smantellare il reddito di cittadinanza, garantendo forme di assistenza necessarie anche per la congiuntura pandemica, la sensibilità  ambientale tra le linee guida del prossimo governo ma soprattutto quel ministero della Transizione ecologica che riunirebbe le competenze sullo sviluppo economico, l’ambiente e l’energia che Grillo ha posto come condizione principale per entrare nell’esecutivo.
Una telefonata che ha sbloccato l’empasse sul voto di Rousseau, che appena ieri l’ex comico ha rimandato a data da destinarsi e che invece inizierà  domani mattina.
Per tutto il giorno i 5 stelle hanno vissuto uno psicodramma, in attesa del segnale pubblico che Grillo aveva chiesto a Draghi, e che arriva per bocca dei rappresentanti di Legambiente usciti dal colloquio con il premier incaricato: “Accogliamo con soddisfazione la creazione del ministero della Transizione ecologica”. Un sospiro di sollievo dopo che il fiato era stato trattenuto per tutto il giorno. “Ma forse Draghi parla stasera”, l’auspicio, più che la notizia, che rimbalza fin dal mattino nelle chat grilline.
Il clima è incandescente. Il fronte del V-Day a Draghi scalpita, ma a far rumore è piuttosto la tensione tra i vertici a caratterizzare la giornata. “Abbiamo sbagliato totalmente il timing del voto su Rousseau, con che faccia prima lo convochiamo e poi lo rimandiamo?”, si sfogava un membro dell’esecutivo.
Nel mirino Davide Casaleggio, e una gestione che per molti parlamentari ritengono “improvvisata”, nella scelta dei tempi e dei modi. Polvere che finisce sotto il tappeto, perchè ora c’è da superare lo scoglio di Rousseau.
L’ala del no è agguerrita, l’influenza di Alessandro Di Battista è ampia tra gli attivisti che saranno chiamati al voto. “Fossi iscritto a Rousseau voterei sì”, dice Giuseppe Conte, ma a far pendere davvero la bilancia sul via libera saranno altri due elementi.
Il primo è un nuovo intervento di Grillo, un post sul blog, o un altro video, nel quale con i suoi modi e le sue peculiari argomentazioni l’ex comico spinga per entrare nel governo.
Il secondo è il quesito che verrà  posto. Non un aut-aut sul nome di Draghi: “Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?”. Una formulazione molto più digeribile dall’universo dei militanti.
Le interlocuzioni tra il presidente incaricato e i 5 stelle avrebbero riguardato anche l’indicazione di uno o due nomi dal partito per andare a costruire la squadra dei ministri. Rimane Luigi Di Maio il candidato interno con più chance di rimanere in sella, anche se probabilmente non nel super ministero, che probabilmente sarà  destinato a un tecnico, e potrebbe rientrare nella squadra anche Fabiana Dadone in un dicastero di minor peso. Anche se rimane l’incognita di Giuseppe Conte e di un suo coinvolgimento nell’esecutivo, caldeggiato da molti parlamentari. Spiega un esponente del governo uscente: “Ma lui non è iscritto al Movimento, potrebbe arrivargli a prescindere un’offerta, soprattutto se Draghi lo ritenesse importante”.
Dettagli, anche se non di poco conto, da risolvere. La partita principale si è sbloccata: il Movimento 5 stelle ci sarà .

(da “Huffingtonpost”)

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CIAK, SI GIRA, A VILLA ZEFFIRELLI VA IN SCENA L’INCONTRO TRA “COLLABORAZIONISTI”: IL CONVERTITO SALVINI E “LAZZARO” BERLUSCONI

Febbraio 10th, 2021 Riccardo Fucile

L’IRA DELLA MELONI: “NON PARLINO A NOME DEL CENTRODESTRA”

La prima foto del centrodestra di governo raffigura Silvio Berlusconi e Matteo Salvini accomodati — con mascherine e distanze di sicurezza – nello studio di Villa Grande, la nuova dimora romana dell’ex premier in cui abitava Franco Zeffirelli.
Una mezz’ora di colloquio, presenti Antonio Tajani e Licia Ronzulli, per fare il punto sull’esito delle consultazioni con Draghi.
Comunicato finale: “Rinnoviamo come Lega e come centrodestra la disponibilità  a dare vita al nuovo governo che metta al centro salute, taglio delle tasse e burocrazia, ritorno alla vita. No veti, no pregiudiziali, fare in fretta”.
Ma il riferimento al centrodestra irrita Giorgia Meloni che precisa: “E’ naturale che si siano incontrati in vista della formazione del governo che appoggiano, strano invece che Salvini si sia espresso a nome di tutto il centrodestra visto che noi saremo all’opposizione patriottica ed esiste perchè noi presidiamo il campo. Sarà  stato un lapsus”.
No comment da Salvini, che però continua a ritagliarsi il ruolo di “leader in pectore” della coalizione.
La leader di FdI non ha in programma incontri con Berlusconi, ma si sono sentiti al telefono. L’ex premier ha dato seguito alla promessa fatta ieri al premier incaricato: “Cercherò di convincere Giorgia che questo è il momento di mettersi al servizio del Paese”. Ma la leader di FdI non tentenna: “Non mi ha convinto, sa che non cambio idea”. Domani riunirà  i suoi gruppi parlamentari sulla linea dell’opposizione “responsabile e costruttiva”.
Di sicuro, Meloni si sta preparando a capitalizzare la sua “rendita di opposizione”. Agli alleati dà  appuntamento per scegliere i candidati alle Comunali, mentre in Parlamento sa che si porrà  il tema dei vertici delle commissioni di garanzia (come la Vigilanza Rai guidata dal forzista Alberto Barachini o, in modo più sfumato, il Copasir oggi presieduto dal leghista Raffaele Volpe) che spettano appunto alle minoranze. Ma anche gli spazi dell’informazione in Rai e altrove.
Tutti equilibri che un esecutivo di unità  nazionale farebbe saltare. Come si regolerà  il premier una volta sciolta la riserva? Intanto, FdI ha già  cominciato a bombardare su Mps, giustizia e web tax.
“Piena sintonia”, invece tra i leader di Forza Italia e Lega. All’ordine del giorno lo stato dei negoziati con Draghi, dove il margine di manovra è esile per entrambi (e lo sanno): campagna vaccinazioni, uso del Recovery Plan, taglio delle tasse, ripresa del mercato del lavoro, misure per l’ambiente.
Qualche preoccupazione per l’”intralcio” nei tempi di formazione del governo a causa dei Cinquestelle (ma il problema, certo, è a casa della ex maggioranza giallorossa). Smentita dagli entourage l’indiscrezione che il Capitano abbia chiesto “consigli” sul Ppe. Spazio anche per qualche digressione sulla ristrutturazione della villa sull’Appia, un giro del giardino, due chiacchiere sul Monza Calcio e sul campionato. Foto della Ronzulli, che inquadrano anche Marta Fascina, la deputata compagna di Berlusconi.
Poi sequela di riunioni su Zoom per “blindare” la svolta governista. Il Cavaliere arringa governatori ed eurodeputati; Salvini i senatori e poi i deputati. Per la Lega feedback positivo non soltanto dalla base nordista, ma anche dagli amministratori locali e dai coordinatori regionali del Sud.
Forza Italia tra euforia tentazioni di fuga
Nel frattempo, Forza Italia è incerta tra l’euforia del ritorno in maggioranza dopo un decennio all’opposizione per una forza nata con il Dna governista (come il suo leader) e timori di competizione dalla la nuova “Lega moderata.
Nonostante l’età  e la voce affaticata, l’icona Berlusconi funziona ancora. Ma non è una panacea per tutti i mali che affliggono il suo partito
Ieri a Montecitorio il Cavaliere si è goduto il bagno di folla e le parole affettuose di amici e fedelissimi. Sestino Giacomoni, Renato Brunetta, Annagrazia Calabria, Stefania Prestigiacomo, Valentino Valentini, Roberto Occhiuto, Alessandro Cattaneo, Giorgio Mulè, Matilde Siracusano, Assunta Tartaglione, Maria Tripodi.
Ma oltre metà  del gruppo parlamentare mancava: vuoi per lo scarso preavviso, vuoi per lo spaesamento. Cattaneo si iscrive al club degli ottimisti: “Forza Italia ha voglia di dare vita a una fase nuova, in cui tornino competenza, autorevolezza e credibilità . Accanto alla fiducia a Draghi si tratta di rilanciare l’area liberale, eurpeista, garantista, popolare. Spetterà  a noi mettere in campo un’iniziativa politica per rilanciarla”.
Quelli però che avevano un piede fuori dalla porta, rientrato soltanto grazie al Sì a Draghi, guardano ancora a Mara Carfagna e alla prospettiva di un nuovo soggetto politico di tendenza centrista.

(da “Huffingtonpost”)

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