Marzo 2nd, 2021 Riccardo Fucile
DI BATTISTA: “TORNARE PER CONTE? NO GRAZIE”… NUOVE ESPULSIONI ALLA CAMERA
In opposizione e come opposizione al governo Draghi. “L’alternativa” al M5S c’è. 
A crearla i recenti deputati ex grillini dissidenti, espulsi per aver votato contro la fiducia al nuovo esecutivo guidato dall’ex numero uno della Bce. Una decisione presa dall’ex capo politico Vito Crimi e appoggiata dal Garante Beppe Grillo, che ha spaccato definitivamente il M5S e i gruppi parlamentari.
E proprio oggi arriva la notizia di altre espulsioni di deputati grillini. La notifica è stata inviata a tre componenti della Camera: Cristian Romaniello, Yana Ehm e Simona Suriano. I tre ex 5S sono stati espulsi per non aver partecipato al voto di fiducia al governo Draghi, pur non avendo giustificato la loro assenza. “L’espulsione? Sono scioccata, non me lo aspettavo. Se faremo ricorso? Valuterò da domani tutte le opzioni”, dice Suriano.Intanto, i 13 deputati de L’Alternativa c’è hanno messo “persona, comunità , ambiente” al centro della loro azione politica.
Sono infatti rinati nella nuova componente del Gruppo Misto alla Camera, che si collocano “oltre gli schieramenti di destra e sinistra”. Ancora vincolati al programma elettorale del 2018 con il quale sono stati votati nel M5S, ma ora intenzionati a rappresentare “la sponda parlamentare di un più ampio movimento civile e sociale e costituire un cantiere di discussione e azione con formazioni sociali, rappresentanti della società civile, corpi intermedi, associazioni di categoria e mondo del lavoro e dell’impresa. Puntiamo a individuare, assieme ad altri soggetti, gruppi di persone autorevoli che compongano dei Comitati dei saggi sui temi chiave dell’opposizione”, spiegano i tre deputati Pino Cabras, Andrea Colletti e Raffaele Trano, durante la conferenza stampa a Montecitorio in cui è stato presentato il loro primo Manifesto. Che muove, quindi, dalle istanze del “Movimento delle origini”, ma che si apre, in Parlamento e fuori, a tutte quelle persone “che vogliono fare opposizione e non vogliono morire moderate”.
Non sono interessati al reintegro “fino a quando il Movimento sarà alla maggioranza”. E non hanno bisogno di un leader, come Alessandro Di Battista, il primo a tirarsi fuori dopo il voto a Draghi.
Che intanto mette le cose in chiaro sul ritorno dell’ex premier Giuseppe Conte nel Movimento: “Ho lasciato il M5S non per l’assenza (in quel momento) di Conte. Ma per la presenza al governo con Draghi di Pd, Berlusconi, Salvini, Bonino, Brunetta, Gelmini. Non ho nulla a che vedere con un movimento che fa parte del governo dell’assembramento pericoloso”.
E così mentre il Movimento prova a rifondarsi, con un vero processo di trasformazione e affidando all’ex premier il ruolo di leader, anche i ‘cacciati’ si reiventano. Lo scorso 18 febbraio avevano votato ‘no’ al nuovo governo Draghi, nonostante il risultato a favore emerso dalla votazione online degli iscritti sulla piattaforma Rousseau.
In quell’occasione nell’Aula della Camera i dissidenti 5S avevano scandito proprio il coro ‘L’Alternativa c’è’ che ora ha preso forma in una nuova componente politica. Sono 13 i deputati, oltre a Cabras, Colletti e Trano, che ne fanno parte: Massimo Enrico Baroni, Emanuela Corda, Paolo Giuliodori, Alvise Maniero, Maria Laura Paxia, Paolo Nicolò Romano, Francesco Sapia, Rosa Alba Testamento, Paolo Nicolò Romano, Arianna Spessotto e Andrea Vallascas. Tutti riuniti sotto il simbolo di una ruota dentata con all’interno una stella tricolore. Una sola stella, questa volta.
“La nostra componente – affermano i deputati – è nata quasi per autodifesa, perchè siamo stati espulsi per aver obiettato alla massificazione dei valori del Movimento 5 Stelle. Ora siamo qui come vera forma di opposizione. Ci sentiamo ancora vincolati al programma elettorale col quale siamo stati eletti nel marzo 2018 nel M5S di allora e per il quale i cittadini ci hanno accordato la loro fiducia, riponendo in noi la speranza di un cambiamento. Vogliamo restare fedeli a tutto questo e considerare quel programma come base di partenza per ogni ulteriore sviluppo”, concludono Cabras, Colletti e Trano.
In Senato, invece, i tempi sembrano essere più lunghi, come spiega il senatore ex M5S Mattia Crucioli: “Noi del Senato siamo ancora in attesa che la nostra istanza di costituzione della componente sia accolta dalla presidente Casellati”.
Gli obiettivi de ‘L’Alternativa c’è’
Tra gli obiettivi de “L’Alternativa c’è” spiccano “un’economia rinnovata, solidale e orientata al benessere umano, materiale e spirituale, all’interesse pubblico”, un piano straordinario di indennizzi, riqualificazione e defiscalizzazione in favore di tutte le piccole e medie imprese colpite dalle restrizioni legate alla pandemia, il salario minimo garantito, la lotta al precariato e l’istituzione del reddito universale. Spazio, poi, al “tema dell’equilibrio fra dimensione nazionale, regionale e locale della Sanità “, a partire dalla necessità di ricostruire la fiducia verso le istituzioni sanitarie e fino al ruolo della medicina territoriale e domiciliare.
A questi temi si aggiunge il “no incondizionato alle politiche di austerity”. E ancora, un “genuino ambientalismo orientato all’armonia”, patrimonio culturale materiale e immateriale del paesaggio, i valori della legalità e dell’onestà , l’efficienza della giustizia, la fiscalità e il miglioramento del rapporto tra Fisco e contribuente, la semplificazione amministrativa e la collocazione geopolitica dell’Italia che “dovrà essere più aperta al multilateralismo”. Sul fronte scuola e università , poi, bisogna “rimuovere ogni forma di precarietà e privatizzazione”, adeguando i finanziamenti pubblici alla media europea anche in termini di ricerca, “fino ad almeno il 6% del Pil”.
Sull’ipotesi invece di una “amnistia” concessa dal gruppo dirigente del Movimento e di un possibile reintegro per gli espulsi, Colletti ha osservato che “un’amnistia presuppone una colpa e che l’amnistiato riconosca una forma di colpa. Qui il problema sono state le scelte di un gruppo dirigente che in 24 ore è passato dal no a Draghi al sì a Draghi senza fiatare”.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2021 Riccardo Fucile
IN UN MESE IL GOVERNATORE DELLA LIGURIA E’ PASSATO DA FERVIDO SPONSOR DEL GOVERNO ALLA CRITICA APERTA
Giovanni Toti, 6 febbraio: “Il nostro movimento politico si è battuto per Draghi fin dall’inizio della crisi,
convinto che sia quel che serve al Paese”. Giovanni Toti, 26 febbraio: “Io credo che si debba cambiare passo e dare un minimo di prospettiva. Parlare di chiusure fino a oltre Pasqua non mi sembra francamente un cambio di passo”.
Nell’arco di neanche un mese, il presidente della Liguria è arrivato a interpretare due ruoli opposti tra loro: da fervido sponsor dell’esecutivo Draghi — tanto da proporsi come il federatore di un centrodestra unito a suo sostegno — nelle ultime ore è diventato il primo dei suoi azionisti a criticarlo apertamente, scagliandosi contro l’idea di una stretta nazionale per arginare i contagi della terza ondata di coronavirus.
“Se uscisse fuori che l’unica strategia del nuovo governo è quella di chiusure generalizzate come con il vecchio esecutivo francamente credo sarebbe una delusione per molte categorie”, si è sfogato con le agenzie di stampa, rompendo il clima di pace istituzionale che aveva segnato i primi giorni del nuovo governo. Ma in questo improvviso cambio di tono i maligni vedono un risentimento personale: perchè il suo partito, Cambiamo!, è rimasto l’unico escluso dalla grande spartizione dei posti da sottosegretario.
Tra i 64 nomi della squadra di governo infatti non c’è nemmeno un totiano, nonostante gli strapuntini concessi a forze molto meno pesanti in Parlamento. Il movimento del governatore, dopo i recenti ingressi di Osvaldo Napoli, Guido Della Frera e Daniela Ruffino, è diventato la prima componente del gruppo misto della Camera, con 8 deputati (a palazzo Madama conta tre seggi): eppure è rimasto a secco, mentre Più Europa (un deputato e un senatore) ha ottenuto il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, Noi Con L’Italia (3 deputati) quello alla Salute Andrea Costa, e Centro Democratico (un deputato e un senatore) ha piazzato alla presidenza del Consiglio il proprio leader Bruno Tabacci, in qualità di sottosegretario con delega alla programmazione economica.
Uno sgarbo troppo evidente per non far infuriare Toti, che fino all’ultimo ha provato a inserire uno dei suoi nomi di peso (Gaetano Quagliariello e Paolo Romani) o in subordine i fedelissimi deputati Manuela Gagliardi e Giorgio Silli, senza trovare sponde.
Chi gli lavora accanto racconta di umore pessimo e tensione palpabile, tanto più che all’esclusione — a quanto si vocifera — hanno contribuito manovre di esponenti di Forza Italia, ancora scottati per lo sgarbo che il governatore fece al proprio ex partito lasciandolo fuori dalla nuova giunta ligure.
Per di più, uno dei posti di governo azzurri — quello di sottosegretario alla Difesa — è occupato da Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi parlamentari, ex collega e ora nemico giurato di Toti, che a ottobre, durante il caos-giunta ligure, definì “ributtante” il suo comportamento.
“In quel caso non c’era un solo motivo per escludere Forza Italia dalla squadra”, dice Mulè a ilfattoquotidiano.it. “Toti ha voluto fare di testa propria e ora paga la sua scarsa visione e lungimiranza, non toccando palla nel governo. Spero gli serva a fare un bagno di umiltà e ricordarsi che si gioca di squadra, atteggiarsi da faraone non serve”.
E si lascia andare a una provocazione: “C’era chi in Liguria mi chiamava paracadutato, quindi il ministero della Difesa mi va a pennello…”. Silenzio, invece, dagli organi di Cambiamo!, che tacciono a ogni richiesta di commento. E nel monolitico sostegno al governo si apre una prima, piccola crepa.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 28th, 2021 Riccardo Fucile
IL GOVERNO DRAGHI FINIRA’ PER INCORONARE LA LEADER DI FDI
Se continua così l’unico risultato dell’ammucchiata sarà l’incoronazione di Giorgia Meloni a Presidente del Consiglio. Lo confermano già i primi sondaggi. La Meloni dovrà solo rimanere coerente e attendere che gli altri partiti precipitino nel pozzo nero scavato da Draghi.
Salvini del resto alla lunga si è dimostrato come tutti gli altri, cambia idee e identità come le scarpe. La Meloni raccoglierà i delusi di Forza Italia e della Lega che si son messi ad inciuciare con l’odiata “sinistra” per abbattere una “dittatura sanitaria” che esisteva solo nella loro propaganda.
Ma la Meloni raccoglierà anche i delusi dalla politica in generale dopo lo spettacolo indecoroso delle ultime settimane. Alla Meloni ormai manca poco per superare la Lega, a quel punto la leadership di un centrodestra dato per vincente spetterà a lei e le porte di Palazzo Chigi si spalancheranno.
Un’ascesa favorita dal fatto che dall’altra parte della barricata non c’è opposizione e milioni e milioni di cittadini sono rimasti senza un partito di riferimento.
L’unico che potrebbe battere la Meloni e ribaltare tutto è Giuseppe Conte la cui sorte rimane però un’incognita. Il Pd si conferma una casa di riposo, ha i suoi clienti fissi e finchè campano tira avanti con quelli. Zero idee, zero slancio e scazzottate tra correnti nella sempiterna illusione che ottenendo la testa del segretario risolveranno miracolosamente tutto.
Il Movimento è invece in frantumi e i suoi dirigenti cercano disperatamente di aggrapparsi a Conte per non annegare. Col rischio di trascinare a fondo pure lui.
Conte ha un consenso vasto e trasversale che va ben oltre il Movimento ed è stato fatto fuori proprio per la sua anomala popolarità , per la credibilità che si è conquistato sul campo e per la forza che avrebbe di coalizzare un fronte anti-sovranista.
Cosa malvista dal renzismo ed affini che vogliono invece allargarsi al centro e liberarsi dal populismo grillino. Proprio come confermano le fibrillazioni nel Pd di questi giorni. Conte è nella stessa posizione della Meloni, più sta fermo, più fieno mette in cascina per il suo ritorno.
Con Draghi non è cambiato nulla se non in peggio. La linea politica è stata fotocopiata e l’unica vera novità è l’imbarazzante mutismo del premier.
Draghi ha poi nominato una compagine governativa sconcertante che è riuscita nel miracolo di deludere tutti e far immediatamente rimpiangere il bistrattato Conte.
Ormai solo i giornali delle lobby negano l’evidenza. Il governo dei peggiori esaspererà il malcontento. Sia quello dovuto alla complessa coda pandemica, sia quello verso la solita politica senza spina dorsale e senza faccia.
Tutto fieno per la Meloni che dovrà solo rimanere coerente e attendere che gli altri partiti precipitino nel pozzo nero scavato da Draghi. Con una solita incognita, Giuseppe Conte. L’unico che potrebbe batterla a patto che nel frattempo non si bruci.
(da Infosannio)
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Febbraio 27th, 2021 Riccardo Fucile
PER RENZI E SALVINI NON SONO PIU’ “DIRITTI COSTITUZIONALI CALPESTATI”… E LA GELMINI PASSA DA “STRUMENTO DISCUTIBILE” A TRATTARNE I CONTENUTI CON LE REGIONI
È stato utilizzato come arma contundente contro il governo Conte durante tutta la gestione della
pandemia.
Il leghista Riccardo Molinari ha più volte gridato al “golpe giuridico“, Matteo Renzi ha parlato di “diritti costituzionali calpestati” e poi c’è chi, come Sabino Cassese, ha auspicato l’intervento della Consulta o chi ha strattonato direttamente il capo dello Stato.
Tutti contro i famigerati dpcm, provvedimenti emanati d’urgenza dal presidente del Consiglio per rispondere in modo tempestivo al coronavirus e bollati dal centrodestra, renziani e anche da una parte del Pd come incostituzionali.
Ora che a Palazzo Chigi c’è Mario Draghi, però, ed è in arrivo un dpcm che durerà addirittura fino a Pasqua, chi ieri era sulle barricate e oggi fa parte della squadra di governo ha deposto le armi, la neoministra Mariastella Gelmini di Forza Italia è passata dal definirlo uno “strumento discutibile” a trattarne i contenuti con le Regioni e gli emeriti costituzionalisti che per mesi hanno attaccato l’ex premier dalle pagine dei giornali, gonfiando le vele a no-mask e “gilet” vari, sembrano aver ammorbidito i toni. Solo il partito di Giorgia Meloni, rimasto all’opposizione, sottolinea la continuità con l’esecutivo precedente.
Matteo Salvini invece ha scelto una nuova strategia: da un lato ha smesso di attaccare la forma degli atti governativi, e dall’altro chiede di riaprire il Paese mentre mezza Europa è barricata in casa e gli ospedali tornano a riempirsi per le varianti.
Da Cassese a Baldassarre, “emeriti” contro i dpcm
Il primo decreto del presidente del Consiglio dei ministri per contrastare l’avanzata del virus risale al 25 febbraio 2020. Sono i giorni in cui è stato accertato il paziente 1 a Codogno e i 10 comuni del Lodigiano vengono messi in zona rossa insieme a Vo’ euganeo con un apposito decreto-legge. Il dpcm si muove dentro questa “cornice” legislativa ed estende alcune misure (stop agli eventi sportivi e alle gite scolastiche, lavoro agile, didattica a distanza nelle scuole) a Emilia Romagna, Friuli, Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte. Nel giro di poco tempo si arriva alla chiusura di tutte le scuole, al lockdown nazionale e alla lista di attività non essenziali costrette a fermarsi. Un’emergenza continua, con i casi di Covid che corrono a livello esponenziale, e i dpcm che si susseguono a cadenza pressochè settimanale. Non appena viene scavallato il picco dei contagi, però, parte il coro di politici, giornali e costituzionalisti.
Il più duro è Sabino Cassese, giudice emerito della Consulta: “Invece di abusare dei decreti del presidente del Consiglio dei ministri”, dice a Il Dubbio, bastava “ricorrere, almeno per quelli più importanti, a decreti presidenziali“, cioè del Quirinale.
“È forse eccessivo parlare di usurpazione dei poteri, ma ci si è avvicinati”. In un’altra intervista, a La Verità , allude persino alla possibilità che prima o poi anche la Corte costituzionale possa pronunciarsi sulla questione.
Al fianco di Cassese in quei giorni si schiera anche il presidente emerito della Corte Antonio Baldassarre, secondo cui Conte fa un “uso frequente e spregiudicato dei dpcm che scavalcano tutti i controlli”.
Poi c’è il giurista Giovanni Guzzetta, che chiede direttamente a Sergio Mattarella di riconoscere “la centralità ” dei tradizionali decreti legge per fronteggiare le emergenze. Tanti altri, invece, difendono la linea dell’esecutivo. Come Gustavo Zagrebelsky: “Il governo non ha usurpato poteri che non gli fossero stati concessi dal Parlamento. Undici decreti sono tanti, ma l’autorizzazione data al governo prevede precisamente che l’attuazione sia, per così dire, mobile, seguendo ragionevolmente l’andamento dell’epidemia”, spiega a Il Fatto Quotidiano l’1 maggio. “Le restrizioni dei diritti costituzionali in situazioni come quella che stiamo vivendo e nei limiti ch’essa richiede devono avvenire in base alla legge, ed è ciò che è avvenuto“.
Centrodestra, renziani e dem: chi attaccava il governo e ora tace
La battaglia sui dpcm si combatte anche in Parlamento, dove il centrodestra si mostra compatto più che mai. Tanto che il 29 aprile Fi, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia presentano una mozione congiunta per denunciare i “numerosi provvedimenti sostanzialmente amministrativi” adottati da Conte.
Addirittura parlano di una “violazione delle fonti del diritto, trattandosi di una fonte normativa secondaria”. Tra i firmatari c’è la berlusconiana Mariastella Gelmini, che se in quel periodo parlava dei dpcm come uno “strumento discutibile”, oggi spalleggia Roberto Speranza nella linea del rigore in qualità di ministra per gli Affari regionali del governo Draghi.
Una piroetta simile a quella del partito di Maurizio Lupi: anche lui aveva sottoscritto la mozione, mentre ora può contare su un suo sottosegretario (Andrea Costa) al ministero della Salute.
Tra i leghisti, a fare la voce grossa nei mesi più duri della pandemia, ci sono invece il capogruppo a Montecitorio Molinari e Claudio Borghi. Che parlano di “dittatura sanitaria” e “golpe giuridico”. Il deputato Igor Iezzi va anche oltre: “Noi saremo la nuova Resistenza”, dice in Aula tra i cori del centrodestra al grido “Libertà , libertà ”.
L’elenco si allunga con Paolo Romani (“Non si può governare un Paese a suon di dpcm”), il forzista Giorgio Mulè (“Conte è un servo della legge, non è il monarca, deve rientrare in un recinto costituzionale di regole”), Lucio Malan (“Nella Costituzione non sono previsti i dpcm”), Benedetto Della Vedova, che oggi è sottosegretario agli Esteri: (“Non capiamo perchè si debba procedere a colpi di dpcm“).
Persino la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, uscendo bruscamente dal suo ruolo istituzionale, bombarda l’esecutivo accusandolo di aver “gestito tutte le fasi dell’emergenza con un ricorso esagerato a Dpcm, emanati senza preventiva e dovuta consultazione con un voto del Parlamento”.
E polemiche non sono mancate nemmeno in casa Pd, con il deputato Stefano Ceccanti costretto in tutta fretta a ritirare un emendamento con cui si chiedeva che i nuovi decreti del presidente del Consiglio venissero sottoposti una settimana prima al parere delle Camere.
Tutti loro oggi non battono ciglio di fronte al primo dpcm dell’era Draghi. Così come Matteo Renzi, che durante la prima ondata era arrivato a parlare apertamente di “scandalo incostituzionale“.
È fine aprile, il Paese si appresta a entrare nella “fase 2” della pandemia e Palazzo Chigi decide di fare tutto per gradi, riaprendo negozi, attività e spostamenti un passo alla volta. Il leader di Italia viva vorrebbe invece di più: il governo “pensi ai posti di lavoro, non a calpestare la Costituzione“. La ministra Elena Bonetti, nel frattempo rimasta al suo posto nonostante il giro di vite nel Palazzo, è d’accordo: “Il dpcm è un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri, per sua natura non viene condiviso all’interno del Cdm e nemmeno in Parlamento”, quindi certe misure, come lo stop alle messe, andrebbero prese “in modo più condiviso”, dice.
Il renziano Marco Di Maio rivendica pure un emendamento, a firma De Filippo, il cui obiettivo implicito è quello di “scoraggiare l’uso dei Dpcm e favorire quello dei decreti legge”. A chiudere il cerchio in perfetto asse con le destre ci pensa Michele Anzaldi: “Ora Italia Viva dice no a chi limita le libertà coi Dpcm ed esautora il Parlamento“.
Conte a Firenze: “Ecco perchè è lo strumento più adatto”
A niente, nel corso dei mesi, sono servite le spiegazioni date da Giuseppe Conte, dalla necessità di usare uno strumento “agile” per rispondere al virus alla “copertura legislativa” fornita dai vari decreti-legge che hanno sempre accompagnato i suoi provvedimenti. Non è un caso che l’ex premier, dopo essere stato costretto alle dimissioni, abbia scelto proprio questo argomento per la sua lectio magistralis all’università di Firenze. Non solo un ritorno in cattedra, ma anche un modo per rimarcare che sì, il nuovo governo è in continuità con il precedente. Con la sola differenza che a Palazzo Chigi ora c’è Mario Draghi e la maggioranza è stata allargata a chi, fino a poche settimane fa, ancora parlava di dittatura sanitaria.
“La strategia normativa” per il Covid, “è stata costruita su tre pilastri: ordinanze del ministro della Salute, dichiarazione stato di emergenza nazionale, l’adozione di decreti legge e Dpcm”, ha spiegato Conte agli studenti. “Non sarebbe stato possibile lasciare l’intera regolamentazione ai solo decreti legge, poichè l’imprevedibilità dell’evoluzione pandemica ci ha costretto a intervenire svariate volte anche a distanza di pochi giorni e, come sapete, la conversione dei decreti-legge va operata dal Parlamento entro 60 giorni, con la conseguenza che la medesima conversione sarebbe intervenuta, il più delle volte, a effetti ormai esauriti o comunque superati dal successivo decreto“. Questa strategia, conclude, “ha permesso al nostro sistema democratico di reggere a questa dura prova, evitando che lo ‘stato di emergenza’ potesse tramutarsi in ‘stato di necessità ‘”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 27th, 2021 Riccardo Fucile
L’ASPETTO PEGGIORE DEL GOVERNO DEI MIGLIORI… PER COERENZA SI SALVANO SOLO MELONI, FRATOIANNI E I DISSIDENTI M5S
Al netto di tutti i Peggiori che lo compongono, l’aspetto peggiore del Governo dei Migliori è che d’ora in poi nessuno crederà più alla parola di alcun politico.
Non che prima la categoria apparisse granchè sincera, ma qualcuno ancora si salvava. Per esempio, Mattarella: ora, dopo aver detto e fatto filtrare mille volte “dopo Conte c’è solo il voto” e averci poi regalato Draghi&C., fa onore al suo predecessore Napolitano, che giurò e spergiurò “no al secondo mandato” e poi si fece rieleggere dopo lunghi tormenti durati 10 minuti.
Pensate poi a tutte le campagne del centrosinistra contro la Lega fascista, razzista, sovranista, populista, lepenista, orbanista, trumpista, bolsonarista, casapoundista ecc.: ora gli ex partigiani del Pd e LeU ci governano insieme e devono ringraziare la Meloni che s’è tirata via.
Tutto ciò che avevano detto di Salvini (e dei 5Stelle suoi “complici” nel Conte-1) era pura propaganda e, si spera, eviteranno di ripeterlo alle prossime elezioni.
Idem per le tirate del Cazzaro Verde contro la sinistra che tradisce i sacri confini e fa i soldi coi migranti, anzi va a prenderli in Africa.
E per i 5Stelle, che almeno un limite se l’erano dato: tutti, ma non B. Infatti governano con B. e digeriscono senza neppure un ruttino il suo avvocato Sisto sottosegretario alla Giustizia (dove non hanno neppure tentato di far confermare Bonafede) e il suo prestanome all’Editoria.
Gli unici che possono dire qualcosa agli elettori senza essere sputacchiati sono — come ha scritto Moni Ovadia — la Meloni e Fratoianni. Ai quali aggiungerei i “dissidenti”, anzi i coerenti 5Stelle che si son fatti espellere pur di non ingoiare il rospo.
Ma anche un altro personaggio. Quello che si “candida al Senato alle suppletive di Sassari per blindare il suo governo” (Repubblica, 5.6). Vuole “un ministero o il suo partito per restare in gioco” (Giornale, 4.2). Anzi “Draghi lo nomina commissario europeo” (Repubblica, 4.2). “Ministro degli Esteri o vicepremier nel governo Draghi” (Tpi, 4.2). “Punta alla Nato” (Libero, 6.2). “Cerca protezioni con Casalino per sopravvivere alla caduta” (Domani, 4.2). “Potrebbe correre a sindaco di Roma” (Repubblica, 4.2). “Mendica poltrone: ministro o sindaco di Roma” (Giornale, 7.2). “Cerca poltrone ma perde pure la cattedra” (Giornale, 11.2). “Correrà alle suppletive di Siena per entrare alla Camera” (Corriere, 9.2). “Cerca un’exit strategy: ministro, sindaco o presidente M5S” (Domani, 9.2). “Diventa un caso umano: che fare di lui?”, “Le paturnie del Conte in cerca di poltrona (Verità , 10.2)
Lui è interessato a restare in politica, ma dice: “Non cerco poltrone, torno a fare il professore”. E tutti giù a ridere.
Ieri ha tenuto la sua prima lezione all’Università di Firenze.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 26th, 2021 Riccardo Fucile
A MOLTENI POTREBBE ANCHE NON ESSERE ASSEGNATA ALCUNA DELEGA…SALVINI RITORNA SULLA PISTOLA ELETTRICA CHE GLI PIACE TANTO MA IL SINDACATO LO CONTESTA
L’arrivo del sottosegretario all’Interno della Lega Nicola Molteni, che fu vice di Salvini nel governo
gialloverde e che firmò i decreti sicurezza, ha ringalluzzito le aspettative del “Capitano” sul tema dei migranti che spesso gli ha fatto gioco nella sua azione politica. Ma Luciana Lamorgese non ha intenzione di cambiare rotta
Molteni invita al “dialogo, confronto e collaborazione” ma interpellato sulla questione della reintroduzione dei decreti sicurezza spiega anche: “Lo decideranno i segretari di partito con il presidente del Consiglio”
Salvini invece punta sul tema dei Taser: “Daremo anche al Viminale il nostro contributo di idee, sono contento che da oggi un uomo di legge, come l’avvocato Molteni, torni al ministero, perchè ci sono dei dossier che avevamo lasciato sul tavolo, come quello sul Taser, la pistola elettrica, di cui non si ha più notizia, una cosa che servirebbe non solo alle forze dell’ordine, ma al ‘sistema Italia. Non so perchè da un anno e mezzo non se ne sa più nulla”.
In realtà , racconta Repubblica, sul tema migranti la Lega potrebbe non toccare palla:
Ce n’è abbastanza per mettere in guardia la titolare del dicastero, donna poco avvezza alle polemiche, che però alcuni punti fermi li ha già in mente. Ha intenzione, anzitutto, di tenere la delega all’immigrazione, come avvenuto finora. Nè ovviamente ha in programma di cambiare nuovamente le norme sugli sbarchi da poco modificate con il contributo dell’ex sottosegretario del Pd Matteo Mauri, che non ha mancato anche in queste ore di ringraziare per il lavoro svolto. E, a chi l’ha sentita, Lamorgese ha ribadito che la linea in questo settore la attua non un sottosegretario ma il responsabile del ministero ed è comunque di competenza del governo nella sua interezza. Le modifiche ai decreti Salvini, si fa inoltre notare, le aveva indicate il Capo dello Stato Sergio Mattarella. Non è neppure scontato, peraltro, che a Molteni vengano date le competenze sulla pubblica sicurezza. E una decisione ancora da prendere, e in corsa ci sono pure gli altri due sottosegretari appena nominati, il grillino Carlo Sibilia e Ivan Scalfarotto di Italia Viva
Ma anche sui taser la polemica è appena iniziata: Daniele Tissone, segretario generale del maggiore sindacato di polizia Siulp, ai microfoni di Radio Capital, commenta così l’ipotesi di darli in dotazione alle forze dell’ordine avanzata da Salvini: “Il taser, la pistola elettrica, evita l’utilizzo dell’arma da fuoco ma non è un giocattolo. Servono dissuasori che rispondano alle esigenze giuridico-operative degli operatori garantendo anche la sicurezza di terzi.
“Secondo criteri di adeguatezza e professionalità si può utilizzare il taser per rendere inoffensive le persone, vanno evitate tuttavia situazioni di esposizione al pericolo”, spiega Tissone sottolineando che la pistola elettrica va sempre impiegata “nei casi in cui la difesa sia proporzionale all’offesa”.
Indubbiamente, “vanno rispettati una serie di protocolli di sicurezza con un’adeguata formazione del personale che, non dimentichiamo, può andare incontro a responsabilità civili e penali”, aggiunge Tissone, il quale poi evidenzia i rischi: “quello della salute delle persone ma anche di coloro che trovandosi nelle vicinanze potrebbero essere inavvertitamente colpite, motivo per cui occorre verificare la rispondenza ai requisiti tecnici richiesti” .
Insomma, brutta giornata per la Lega…
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2021 Riccardo Fucile
“SOLO LUI PUO’ EVITARE L’IMPLOSIONE”… INTANTO IL DI MAIO “LIBERALE” FA INFURIARE TANTI CINQUESTELLE
Tra Roma e la Villa di Sant’Ilario si sta disegnando la nuova strategia del Movimento 5 Stelle che è sintetizzata in un cognome: Conte.
Beppe Grillo da Genova in continuo contatto con la Capitale alla fine si è convinto e adesso non ha dubbi: “Le conversazioni con Giuseppe stanno andando bene, mi auguro di convincerlo ma ci siamo quasi”.
Il Garante vuole consegnare all’ex premier il compito di far rivivere il partito che lui ha creato insieme a Gianroberto Casaleggio ed evitare quindi che si spacchi in mille pezzi. L’operazione va fatta in breve tempo perchè da qualche settimana si registrano solo addii ed espulsioni.
Grillo vorrebbe nei fatti nominare Conte capo politico, nonostante fino a poche settimane fa il fondatore fosse il più grande sponsor dell’organo collegiale allargato a scapito invece della figura unica.
Tanto che il nuovo assetto è stato anche votato dalla piattaforma Rousseau. Per venire fuori da questo schema, il Garante sta immaginando di creare una segretaria politica, al posto dell’organo collegiale, a capo della quale nominare Giuseppe Conte.
La volata l’ha lanciata Luigi Di Maio in un’intervista a Repubblica: “Abbiamo fatto un percorso che ha portato il Movimento a evolversi. Questo processo può essere totalmente definito con l’ingresso di Giuseppe Conte nel MoVimento. È arrivato il momento di mettere la parola fine alle nostre ambiguità interne”.
Conte però vuole delle garanzie. “Di certo un ex premier non può mettersi a pensare alle rendicontazioni”, ironizza un deputato. E poi un altro: “Nè può occuparsi delle beghe interne”. È necessario dunque un partito rinnovato.
Il pressing affinchè questa operazione si concretizzi in breve tempo si fa con il passare delle ore sempre più insistente. “Serve uno scatto con l’ingresso formale di Conte”, dice Manlio Di Stefano. E Sergio Battelli aggiunge che per il M5S “è giunto il momento di passare a un livello successivo. È il momento dell’Evoluzione. Con chi ci sta. Con chi non rema contro. E spero che il Presidente Conte possa far parte di un progetto di rinnovamento che non può più aspettare”. Di certo, Conte non entrerà a far parte dell’organo collegiale, casomai dovrà presiederlo. E potrebbe essere lo stesso Beppe Grillo a decidere che la strada sarà questa. Al momento si sta passando al vaglio lo Statuto per trovare la via d’uscita più rapida e indolore: “Solo l’ex premier può evitare l’implosione”
Questo risulterebbe essere un modo per riavvicinare al Movimento anche tanti scontenti. Per esempio il senatore Emanuele Dessì che proprio oggi ha lasciato il gruppo del Senato per entrare in “L’Alternativa c’è” parla di Conte come colui che “potrebbe essere il federatore di un campo progressista, potrebbe essere capace di fare ciò che io e gli altri non siamo riusciti a realizzare dall’interno. Anche se non vorrei che M5s prendesse la strada di un partito moderato e liberale, come lo ha chiamato Di Maio”. Concetto che ha fatto molto discutere all’interno del Movimento.
La delusione, soprattutto dopo le nomine dei sottosegretari e viceministri, è tanta e non è escluso che ci siano nuovi addii che si andrebbero ad aggiungere alle espulsioni di chi non ha votato la fiducia al governo Draghi.
Tra coloro che potrebbero lasciare il partito ci sono Giorgio Trizzino e Mattia Fantinati. Così come la deputata Emanuela Corda in un tweet non nasconde l’amarezza per le parole di Luigi Di Maio: “Sono stata eletta con M5s. Mai avrei pensato di ritrovarmi a mia insaputa in un’alleanza strutturale di centrosinistra e poi collocata nell’area moderata liberale. A saperlo prima mi sarei tesserata con qualche vecchio partito”.
A fare scouting ci pensa Emilio Carelli che il 2 febbraio scorso ha lasciato il Movimento annunciando la volontà di raggruppare moderati e liberali in una nuova componente, il ‘Centro – Popolari Italiani’. I nomi che circolano sono tanti e molti dei quali però smentiscono, come l’ex ministro allo Sport Vincenzo Spadafora ma anche Roberto Cataldi. È possibile che stiano aspettando di capire l’evoluzione.
Molto dipenderà dall’ingresso o meno di Giuseppe Conte. Perchè in questo momento, a detta di tanti, solo l’ex premier può evitare che il Movimento vada del tutto in frantumi.
(da Huffingtonpost”)
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Febbraio 25th, 2021 Riccardo Fucile
INVECE CHE LAMENTARSI BASTA UN PICCOLO GESTO: “CARO DRAGHI, GOVERNA PURE CON LA LEGA E SENZA DI NOI”… ORMAI E’ CHIARO L’ASSE REAZIONARIO LEGA, FORZA ITALIA, ITALIA VIVA E POLTRONISTI DI M5S E PD, CON I POTERI FORTI ALLE SPALLE
Le proteste dem sui social sono cominciate subito dopo avere letto l’elenco dei sottosegretari. Contestazioni che approdano anche nella direzione del partito di oggi, convocata per discutere di donne e di parità di genere.
Però centrale diventa la questione dell’immigrazione e dei diritti. Come è stato possibile che il Pd abbia “spresidiato” il Viminale, senza neppure un sottosegretario là dove si decide dei dossier su immigrati, sicurezza e accoglienza e dove ci sono regolamenti da ultimare sulle regolarizzazioni dei lavoratori stranieri?
Come è stato possibile che il leghista Molteni, tornato all’Interno come sottosegretario dopo essere stato braccio destro di Salvini, rivendichi la bontà dei decreti sicurezza che proprio il Pd con l’ex vice ministro Matteo Mauri aveva archiviato?
Gianni Cuperlo su Facebook denuncia: “La Lega dei decreti sicurezza torna al Viminale. Il Pd che quei decreti sicurezza ha contribuito a cambiare, esce dal Viminale”.
Aggiunge che è una amara considerazione. Esorta: “Rimbocchiamoci le maniche perchè la sinistra vive soprattutto nella coscienza di chi crede che i principi non seguono l’andamento delle stagioni”. Conclude, Cuperlo: “Forse è tempo di parlare meno e di fare di più”.
Sulle barricate per avere abbandonato ai leghisti il campo, è Monica Cirinnà , la responsabile dei diritti del Pd, che attacca: “Il ritorno di Molteni al Viminale ovviamente non mi entusiasma. Anzi, direi che mi preoccupa, per l’impatto che questa nomina rischia di avere sui dossier che per me restano fondamentali: dalla gestione dell’immigrazione dell’accoglienza a scelte che ritengo strategiche come la riforma della cittadinanza, senza dimenticare la tutela anagrafica delle famiglie omogenitoriali e, più in generale, della stessa gestione della sicurezza pubblica in vista di un periodo che non sarà semplice dal punto di vista della tenuta sociale”.
Ma strettamente legato alle questioni concrete è per Cirinnà il versante dell’identità del Pd: “Più ancora mi preoccupa però, l’assenza del Pd da questo nodo strategico, così come dal ministero della Giustizia. È stata fatta una scelta forse privilegiando un aspetto della nostra identità e azione politica – lavoro e giustizia sociale, economia e Europa – rispetto ad altri”.
Però invita a riflettere perchè “non possiamo e non dobbiamo dimenticare che l’identità del Pd si fonda anche sulla promozione dei diritti, dell’uguaglianza, dell’inclusione e che sono questi i temi su cui la nostra base si appassiona ed è pronta a lottare”. Se al governo è andata così – scandisce – “mi auguro che non manchi il sostegno del partito alla nostra azione parlamentare”. Dove annuncia battaglia.
Le dichiarazioni del leghista Molteni appena insediato (“Rivendico i decreti sicurezza, all’80% sono ancora in vigore”), sono benzina sul fuoco dem.
C’è voluto oltre un anno di governo giallo-rosso prima che si riuscisse a cambiare i decreti Salvini. Il vice ministro del Pd, Mauri ne ha ripercorso le tappe in un post di saluto ai collaboratori su Facebook. Misurato.
Senza impennate polemiche, però scrive: “Ho qualche perplessità sul fatto che all’Interno non sia stato indicato nemmeno un esponente del Pd, a prescindere da me, visto il ritorno in grande spolvero della Lega…”. Rincara nel merito: “Decreto immigrazione e regolarizzazione dei migranti sono due cose che dovremo tenere sempre alte nella nostra bandiera”.
Non sono esempi scelti a caso. A una estensione delle regolarizzazioni dei lavoratori stranieri in nero stava infatti lavorando Mauri da vice ministro. Il timore del Pd è che ora ci possa essere una battuta d’arresto o una marcia indietro. E se i decreti Salvini – rivendicati con orgoglio da Molteni, – sono stati ormai modificati sostanzialmente e non esistono più nella vecchia formulazione, ci sono sempre regolamenti e aggiornamenti in cantiere in fatto di migranti. Perciò la tensione nel Pd è altissima.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 25th, 2021 Riccardo Fucile
E’ UN ACCROCCHIO PARLAMENTARE TENUTO IN PIEDI SOLO DALLA REPUTAZIONE DEL PREMIER… NON RIUSCIRA’ A REALIZZARE NESSUNA DELLE RIFORME AUSPICATE, NE’ A ESSERE ANTIDOTO A SOVRANISMI E POPULISMI
Davvero vi aspettavate qualcosa di diverso, dal governo Draghi? Davvero vi servivano le nomine dei sottosegretari, per capire l’eterogeneità al limite del paradosso della maggioranza che sostiene questo governo?
Davvero pensavate che potesse nascere un governo dei migliori nel contesto di un Parlamento come quello uscito dalle elezioni del 4 marzo 2018? §
Se davvero lo pensavate, cari tifosi e adepti del governo Draghi, e se ancora coltivate qualche residua illusione sulle virtù messianiche dell’esecutivo guidato dall’ex presidente della Banca Centrale Europea, ci tocca sottoporvi a un ulteriore, preventivo, bagno di realtà .
No, il governo Draghi non è l’antidoto al populismo e al sovranismo, nè tantomeno la sua nemesi. È sostenuto, con più o meno convinzione, dalle forze politiche populiste e sovraniste e dentro quel sentiero si muoverà , inesorabilmente.
Se cancella Quota 100, cade. Se cancella il reddito di cittadinanza o lo spazzacorrotti, cade. Se fa la patrimoniale, cade. Se mette tasse sull’inquinamento, cade.
E no, nel caso ve lo steste domandando, il governo Draghi non farà nessuna grande e copernicana riforma, nè ribalterà l’Italia come un calzino.
Solo simulacri, semmai, quel tanto che basta a far arrivare i 209 miliardi del Recovery Plan da Bruxelles. Questo perchè per fare una riforma fiscale degna di questo nome, bisogna combattere l’evasione e scontentare qualcuno, e nessuno vuole scontentare nessuno dopo un anno di emergenza sanitaria e nel pieno della peggiori crisi economica del secolo.
Allo stesso modo, è difficile fare una riforma della pubblica amministrazione senza che i sindacati battano ciglio e portino la gente in piazza. E nè Draghi, nè la maggioranza che lo sostiene, vuole gente in piazza.
Soprattutto, sapendo che tra pochi mesi si vota in tutte le grandi città italiane, e tra più o meno due anni per rieleggere il Parlamento. Sulla riforma della giustizia, attendiamo con ansia la sintesi tra Berlusconi e i Cinque Stelle. Pronostico: difficilmente grideremo al capolavoro.
Volete qualcosa in cui sperare? Sicuramente, in virtù della reputazione di Draghi, il tasso d’interesse di titoli di Stato che in condizioni normali sarebbero poco più che spazzatura, probabilmente rimarranno bassi fino a che non se ne andrà da Palazzo Chigi.
E sempre grazie al nome che porta il presidente del Consiglio, sarà più facile che arrivino i soldi dall’Unione Europea
Tutto questo salverà l’Italia? Ecco, spiacenti di deludervi di nuovo: no. Perchè in un solo anno abbiamo perso 160 miliardi di prodotto interno lordo e il nostro debito pubblico è cresciuto di circa 150 miliardi.
Per salvare l’Italia serve crescere, e tantissimo, nei prossimi anni. E farlo, per l’unico Paese che non è mai cresciuto sopra il 2% dal 2000 a oggi, l’unico insieme alla Grecia a non aver ancora recuperato i livelli di ricchezza pre-2008, è missione (quasi) impossibile. Anche per Draghi.
Soprattutto, con la maggioranza che si ritrova.
(da Fanpage)
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