Gennaio 23rd, 2017 Riccardo Fucile
COME DICIAMO DA TEMPO, CASALEGGIO TIRA LE FILA: ALTRO CHE “SEMPRE SOLI”: PUR DI ARRIVARE ALLA POLTRONA, AGENDA E ACCORDI CON I LEPENOSI
C’è una stanza della Casaleggio associati in cui si lavora da tempo allo scenario della svolta: un governo
con la Lega.
“Se dalla Consulta uscirà davvero una legge proporzionale – è il ragionamento che Davide Casaleggio ha consegnato ai fedelissimi – allora dopo il voto vedremo quali forze saranno disponibili ad appoggiare un esecutivo cinquestelle”.
L’erede dell’azienda di famiglia pensa proprio alla destra di Salvini e Meloni.
Non a caso, costruisce da tempo nel “laboratorio” milanese un’agenda di governo sempre più compatibile con quella del Carroccio.
Il resto lo faranno i risultati elettorali. “Con un impianto proporzionale nessuno avrà la maggioranza – è l’analisi che Luigi Di Maio ripete in privato – Noi però abbiamo ottime chance di arrivare primi, ottenendo l’incarico per giocarci la partita”.
Quella, clamorosa, di un governo con i lepenisti d’Italia.
Ogni analisi dei big a cinquestelle parte da una premessa: senza ballottaggio, nessuno raccoglierà il 40% dei consensi, figurarsi il 50%.
Meglio allora costruire un ponte con gli unici partner possibili, “testati” con soddisfazione negli ultimi mesi dalla Casaleggio associati.
“Tra loro e il Pd – è d’altra parte il mantra di Salvini – io scelgo sempre l’alternativa al Pd”.
L’accordo parlamentare con la Lega è il vero asso nella manica di Beppe Grillo. Ufficialmente non se ne parla, anche perchè da statuto i grillini non possono siglare alleanze.
Se non fosse che poche settimane fa il “segreto” è sfuggito a un potente del Movimento come Max Bugani. Non è uno qualunque, perchè gestisce assieme a Casaleggio Jr. e David Borrelli la piattaforma Rousseau. “Al Senato – ha rivelato – con la legge attuale si può lavorare sul programma e vedere chi ci sta. Altre forze potrebbero darci un appoggio esterno. Ovviamente il governo sarebbe del M5S, però coinvolgendo altri partiti su punti programmatici chiari e condivisibili”.
Nulla è lasciato al caso, in questa fase. Ogni nuova svolta – come l’ultima trumpista e protezionista – è preceduta da un “sondaggio” della base, ma l’annuncio è delegato a Grillo, l’unico capace ancora di far digerire l’indigeribile ai militanti.
L’obiettivo è cucire nuovi e antichi punti programmatici su misura della Lega, dal referendum sull’euro al nazionalismo commerciale fino al pugno duro sull’immigrazione.
Il Carroccio, d’altra parte, non è materia sconosciuta dalle parti della Casaleggio associati. Il triumviro Borrelli, per dire, è un trevigiano cresciuto nel cuore pulsante del leghismo.
Ha gestito la fallimentare trattativa con l’Alde all’Europarlamento, ma è stato difeso dal leader. Un segnale in chiave interna, per dimostrare ai nemici che le eventuali intese con altri partiti passano comunque solo e soltanto da Milano.
A Di Maio va bene così, interessa la poltrona da premier.
Da pragmatico, il reggente si dedica alla rincorsa alla premiership e lavora per evitare una legge elettorale svantaggiosa: “È meglio votare con il sistema che uscirà dalla Consulta – è la sua linea – L’importante è evitare il Mattarellum, che per noi sarebbe un disastro”.
Con il proporzionale, invece, il pallino resterebbe nelle mani del Movimento. E arrivare primi garantirebbe il “piano Lega”.
Tra i parlamentari cinquestelle, naturalmente, c’è chi la pensa in un altro modo.
La corrente “di sinistra”, decimata da espulsioni e scissioni, conta pochissimo. Quella ortodossa, invece, continua a combattere lo strapotere della Casaleggio associati.
I malpancisti guardano soprattutto a Roberto Fico, l’unico in grado di gelare i piani di Milano senza temere troppo la reazione: “Siamo un Movimento che non fa alleanze”.
Salvini conosce i rischi di una concorrenza grillina sui temi a lui più cari, per questo urla sempre più forte contro l’euro e gli immigrati.
Eppure, è pronto a fare di necessità virtù, cavalcando l’onda. Gli basterà ribadire dopo le Politiche quanto sosteneva alla vigilia del secondo turno delle amministrative: “Dove la Lega non è al ballottaggio, votate contro il Pd”.
Stesso retroscena lracconta oggi Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera:
I due leader non annunceranno mai un’alleanza prima delle elezioni. Anzi, almeno a parole si combatteranno, visto che si contendono lo stesso elettorato. La loro implicita sintonia resterà sottotraccia ma, il giorno dopo il voto, i populisti potrebbero trovare un terreno d’intesa; a cominciare dalla battaglia contro la moneta unica.
(da “La Repubblica” e “Corriere della Sera”)
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Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
SEMPRE PIU’ COMICO: SMENTISCE DI AVER INVOCATO “UOMINI FORTI” IN UNA INTERVISTA, DANDO LA COLPA AI “TRADUTTORI FAZIOSI”… MA IL TESTO ORIGINALE LO INCHIODA
Beppe Grillo ha smentito di aver detto che la comunità internazionale ha bisogno di “uomini forti”
come Donald Trump e Vladimir Putin nell’intervista al Journal du Dimanche.
“Ci risiamo con i traduttori traditori. Non ho mai detto che servono uomini forti come Trump e Putin, piuttosto ho spiegato come la presenza di due leader politici di grandi Paesi come Usa e Russia predisposti al dialogo è un punto di partenza molto positivo, perchè apre a scenari di pace e distensione”, ha scritto il Capo del MoVimento 5 Stelle in una nota stampa.
Questo è il testo dell’intervista dal quale si evince che non c’è stato nessun tradimento nella traduzione:
La traduzione completa della risposta è: «La politica internazionale ha bisogno di uomini forti come loro. Io li vedo come un beneficio per l’umanità . Putin è quello che dice le cose più sensate riguardo alla politica estera. L’embargo che imponiamo alla Russia ci costa sette miliardi di euro l’anno. Noi siamo a favore dell’abolizione delle sanzioni contro Mosca. E se Donald Trump vuole uscire dalla Nato, lo faccia!».
In più, una di due giornalisti che hanno fatto l’intervista ha confermato su Twitter che lo staff ha riletto l’intervista prima della sua pubblicazione.
Insomma, il solito ballista.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE: “SE FACCIO UN ATTO ILLEGITTIMO, IL CULO E’ MIO”
Ieri è andato in scena il processo dei comitati cittadini al “semestre nero” di Chiara Appendino. 
Come nel resto d’Italia, infatti, molti dei sostenitori della candidatura della sindaca M5S si sono accorti che i grillini hanno promesso tanto in campagna elettorale ma adesso non sono in grado di mantenere le promesse.
Una vecchia, vecchissima storia della politica italiana dove per un voto si tende a scendere a patti con chiunque, salvo poi accorgersi che i patti non possono essere mantenuti.
Andrea Giambartolomei sul Fatto Quotidiano racconta com’è andata:
“Qui non si fa un processo a nessuno — premette Emilio Soave, esponente di Pro Natura, associazione ambientalista tra le promotrici dell’evento -. Qual è la svolta complessiva? Molte decisioni sono quelle della scorsa amministrazione, per cui questo è stato un ‘semestre nero’”.
Lui addita il via libera alla costruzione di centri commerciali e supermercati, a cui il M5s e Appendino volevano dare un taglio.
Un’altra promessa finora non rispettata è la moratoria agli sfratti: “Sia mo l’ultima ruota del carro”, dice Luciano del Comitato sull’emergenza abitativa.
Ricorda agli eletti alcuni interventi promessi come il censimento dell’edilizia pubblica per trovare alloggi sfitti e il riesame dei criteri per le case popolari.
Subito il vice Montanari, ritenuto dal Pd il “signor No”per la contrarietà ai grandi progetti, ammette: “Sì, è stato un ‘semestre nero’. Ci siamo accorti che le cose erano complicate, che al bilancio mancavano quasi trenta milioni dieuro di entrate”.
Così ha spiegato le ragioni dell’approvazione di alcuni progetti. Sull’emergenza casa le parole d ell ‘assessore alle Pari opportunità Marco Giusta non soddisfano la platea, e subito interviene la consigliera Deborah Montalbano, che vive in una casa popolare nel quartiere Vallette, a cui erano stati contestati problemi di affitti non pagati.
Spiega nel dettaglio ogni progetto portato avanti contro l’emergenza abitativa, ma sa che ai suoi concittadini quelle risposte non bastano.
Una serie di problematiche già conosciute, che però adesso esplodono come contraddizioni alla prova dei risultati. E che si sostanziano nella meravigliosa risposta del presidente del Consiglio Comunale Fabio Versaci a chi gli chiedeva di essere più forti: «Se faccio un atto illegittimo, il culo è il mio».
E infatti poco dopo di lei intervengono altri comitati, come i “Figli di Miccichè” (riferimento a Torino Miccichè, militante di Lotta continua che conduceva battaglie per il diritto alla casa nel quartiere Falchera).
Intervengono anche gli “Studenti indipendenti” che chiedono più residenze universitarie pubbliche al posto di quelle private.
Duro l’intervento del comitato per l’acqua pubblica: dalla scorsa estate contestano alla giunta Appendino di non aver trasformato Smat in un’azienda di diritto pubblico e di aver cercato di riempire i buchi di bilancio coi dividendi della società .
Ancora più duri e arrabbiati, però, sono gli animalisti contrari la riapertura dello zoo al parco Michelotti: il M5s si era opposto, ma il progetto è passato perchè c’è il rischio che il Comune debba pagare una penale da 70 milioni di euro per gli accordi presi dall’amministrazione di Piero Fassino.
“I consiglieri del M5s non hanno votato per riaprire lo zoo”, ha ricordato il presidente del consiglio comunale Fabio Versaci. Lui e il capogruppo Alberto Unia concordano su molte critiche ascoltate, ma respingono gli attacchi: “Spero sia l’inizio di una serie di incontri sui singoli temi”, dice il secondo.
E a chi chiede loro di forzare di più, il presidente Versaci risponde con franchezza: “Se faccio un atto illegittimo, il culo è il mio”.
Versaci infatti, che ha evidentemente il dono della sintesi, spiega perfettamente la contraddizione insita nel metodo di governo del M5S: prima di promettere bisognerebbe sapere se si è in grado, anche legalmente, di mantenere.
Il terrore di finire nei guai per danno erariale avrebbe infatti impedito di promettere, ad esempio, di fermare la riapertura dello zoo. Ma questo non avrebbe consentito di rimediare i voti di chi la voleva.
D’altro canto non si dovrebbe mai dimenticare che Grillo disse che per aprire l’inceneritore a Parma si sarebbe dovuti passare sopra il cadavere di Pizzarotti; il sindaco, invece, ha prima promesso che lo avrebbe fermato e poi ha “scoperto” che non poteva più fare nulla per farlo.
Quando la demagogia incontra la realtà , di solito finisce a piume e catrame.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
LA PARLAMENTARE GRILLINA AL WEF, MA SENZA ANNUNCIARLO… IL M5S DICE CHE NON NE SAPEVA NULLA
Alessandro Barbera sulla Stampa racconta della presenza della grillina Carla Ruocco a Davos nel World Economic Forum: una presenza di cui curiosamente l’onorevole non ha ritenuto di dover informare nessuno sulla sua pagina Facebook, ma che non era nemmeno annunciata nel programma ufficiale.
«Il nuovo mercato del lavoro taglia molti posti di lavoro. La soluzione è il reddito di cittadinanza. Non è assistenzialismo, bensì una tutela contro la povertà ». La Ruocco parla un inglese lento e scolastico ma tutto sommato migliore di molti politici di governo italiani. Alla domanda se abbia senso una simile misura solo in un Paese, si lascia scappare un auspicio europeista: «Beh, sarebbe necessario un approccio condiviso». Su alcuni temi appare sfuggente, pronta con frasi fatte. Sui migranti, ad esempio: «Quando arrivano su un territorio creano ovviamente difficoltà alla gente del luogo ma questo viene strumentalizzato da alcuni che non danno soluzioni. Io credo che il problema vada analizzato alla radice per trovare soluzioni»
Nonostante le domande insistite, resta un mistero a che titolo la Ruocco sia volata a Davos.
Lei rivendica la sua autonomia, e sottolinea di partecipare da tempo a incontri con il mondo delle banche. «Fare finanza non è mica un crimine. Io sono contraria semmai a chi fa speculazione».
E’ accaduto poche settimane fa, quando fu invitata ad una cena con Mediobanca e altri investitori stranieri, curiosi di capire chi ci sia dietro alle Cinque Stelle di Grillo.
Curiosamente, nemmeno il M5S sapeva del suo viaggio:
Il Movimento nega recisamente di essere stato messo al corrente del viaggio, eppure è strano immaginare che uno fra i più noti deputati possa aver fatto una scelta del genere senza autorizzazione. C’è poi un altro dettaglio che lascia perplessi: qualche settimana fa si era sparsa la voce di un possibile arrivo a Davos del leader Luigi Di Maio, poi smentito. Sembra di assistere in piccolo al caso di Anthony Scaramucci, il banchiere di Wall Street apparso al Forum in vece di Trump ma senza alcuna investitura ufficiale.
Chi frequenta il mondo M5s dice con una punta di malizia che il paragone non regge, perchè fra la Ruocco e Di Maio non correrebbe buon sangue.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
DOPO LA PROPAGANDA, ECCO IL DIETROFRONT CON BACCHETTATA ALL’ASSESSORE CHE LO AVEVA ANNUNCIATO
Ieri Adriano Meloni, assessore al Commercio della Giunta Raggi, aveva dichiarato garrulo ai giornali
romani che «Il Papa si è reso disponibile» a pagare l’IMU.
Anche Beppe ci aveva creduto: «Giustissimo che il Vaticano paghi l’IMU», aveva detto il Capo Politico del M5S ai giornalisti mentre era in visita a Roma.
Poi è arrivata la gelata: “Nessuno può permettersi di attribuire al Papa virgolettati o dichiarazioni. Il Pontefice, quando vuole, parla autonomamente, non ha bisogno di intermediari”, ha fatto sapere la sindaca di Roma Virginia Raggi “in riferimento ad articoli pubblicati nelle pagine romane di alcuni quotidiani in cui si riporta la disponibilità del Papa al pagamento dell’Imu sugli immobili commerciali della Chiesa”, come ha riferito il suo ufficio stampa alle agenzie.
E siccome a parlare era stato il suo assessore, si è subito capito che l’aria che tirava era piuttosto gelida.
E adesso la memoria torna a un anno fa, quando era stata l’allora candidata grillina al soglio capitolino a sostenere che se il Campidoglio avesse preteso il balzello, «come anche il Papa ha detto essere giusto», sarebbero arrivati «400 milioni».
E fu sempre Raggi, il 1 luglio, nel corso della sua prima udienza privata con il Papa, a portare una video-raccolta di appelli e testimonianze dalle periferie della capitale, tra cui quella di un trentenne che a Bergoglio chiedeva di «concretizzare gli auspici espressi circa il pagamento dell’Imu per gli esercizi della Chiesa».
Ed è stata ancora lei a dicembre a confermare: «Stiamo lavorando anche per quello». E Paolo Rodari su Repubblica riporta le parole del cardinale Domenico Calcagno: «Noi paghiamo tutto, nel rispetto della legge. Parlo in ogni caso degli immobili di proprietà dell’Apsa – l’amministrazione del Patrimonio della sede apostolica – Mentre di quelli degli istituti religiosi e delle varie congregazioni religiose presenti a Roma non posso dire nulla, occorre chiedere a loro. Ritengo in ogni caso che tutti debbano pagare e che, come ha più volto sostenuto Francesco, un convento che lavora come un albergo debba pagare la giusta imposta allo Stato».
E Il Messaggero ricorda oggi l’infinita disponibilità immobiliare della chiesa in città :
Anche perchè c’è di tutto, tra le 297 strutture alberghiere, gestite da enti religiosi, che sono state censite a Roma. Per chi vuole trascorrere qualche giorno da turista, nella Città eterna ci sono tante possibilità , nel panorama delle proprietà religiose. Sui siti specializzati sul web si può facilmente trovare una buona sistemazione a Monteverde, pochi minuti a piedi dalla passeggiata del Gianicolo, con camere climatizzate e dotate di wi-fi e tv satellitare. Oppure una comoda struttura con 72 camere a ridosso della Basilica di San Pietro, dotata anche «di un’ampia meeting room per tenere conferenze, convegni e seminari».
Poi c’è la casa per ferie dotata di piscina, e quella che promette «gustose esperienze gastronomiche» ai suoi ospiti. Insomma, un’offerta ricettiva vasta e con tariffe in linea con il mercato, ossia molto spesso comprese tra i 100 e i 200 euro per notte. Tra le strutture di questo tipo, censite sul sito del dipartimento turismo del Campidoglio, il 62 per cento risulta non in regola con i versamenti dell’Imu e più del 40 per cento non è presente nei database dell’Ama per il pagamento della tariffa rifiuti. Per un contenzioso totale, con l’amministrazione comunale, di circa 19 milioni di euro.
Insomma, dopo la propaganda è arrivato il dietrofront.
D’altro canto è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, rispetto a che un soldo di IMU entri nelle casse del Comune.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
NON E’ MAI STATO UN CORPO ESTRANEO, MA UN COMPAGNO DI STRADA DI VIRGINIA RAGGI
In ogni tragedia collettiva c’è sempre un capro espiatorio.
Nella tragedia della giunta romana ve ne sono vari, fra cui senz’altro Raffaele Marra. Dipinto ormai da attivisti, simpatizzanti ed eletti nel movimento come una sorta di diavolo nero infiltratosi con l’inganno e con sordidi scopi nell’immacolato, puro e specchiato m5s romano, l’ex tenente della guardia di Finanza e Vicecapo di Gabinetto della sindaca arrestato a metà dicembre è stato scaricato come una sostanza velenosa o tossica di cui liberarsi al più presto e senza mezzi termini.
Marra non è il solo appartenente al cosiddetto “raggio magico” a essere caduto in disgrazia.
Assieme a lui, l’ex vicesindaco Daniele Frongia, attivista storico romano di cui oggi tutti sono pronti a rinnegare gli anni di attivismo in quanto ormai diventato scomodo e sacrificabile, e Salvatore Romeo, vero consigliere comunale per tre anni e mezzo in Campidoglio quando i “fantastici quattro” cercavano d’imparare il mestiere, buttato via come una scarpa vecchia.
Virginia Raggi, che prima era aggrappata disperatamente ai suoi tre più stretti collaboratori come un naufrago a un tronco d’albero nella tempesta, si è piegata al volere di Grillo e della fazione avversa , quella che fa a capo a Lombardi-De Vito — fazione a sua volta sconfitta prima delle elezioni dal raggio magico tramite il famigerato “dossier De Vito” — e li ha rinnegati con estrema nonchalance liquidandoli a “errori di valutazione”.
Ci si domanda come sarebbero andate le cose se non fosse sopravvenuto l’arresto di Raffaele Marra accelerando la procedura di espulsione o, nel caso di Frongia, di ridimensionamento delle tre “mele marce”.
L’incarcerazione di Raffaele Marra e le accuse che gravano sul suo capo ne hanno facilitato la gogna pubblica da parte dei “lombardiani” e agevolato la dismissione da parte della Raggi, al momento a tutti gli effetti commissariata da Beppe Grillo, malgrado a Di Martedì abbia cercato di far passare la versione “Tutto bene, madama la marchesa”.
E tuttavia, Raffaele Marra — ai tempi d’oro post vittoria pentastellata, ormai molto lontani — veniva difeso a spada tratta dal vicepresidente della Camera Luigi Di Maio e, sicuramente, nessun “lombardiano” si sognava di attaccarlo.
Soltanto quando fallì l’esperienza del minidirettorio e Roberta Lombardi e Paola Taverna (nemiche giurate della Raggi) dovettero rinunciare a una certa forma di controllo sull’operato della giunta, iniziò a prefigurarsi l’idea di allontanare Marra dalla sindaca per isolarla a tutti gli effetti.
Dal carcere Marra fa capire di sapere cose che potrebbero compromettere la giunta e in particolar modo gli altri “tre amici al bar” che condividevano con lui la chat whatsapp, quindi si osservano le manovre pentastellate romane con un certo stupore nel momento in cui l’illustre detenuto viene trattato come un “virus che ha infettato il movimento”.
Un virus che, prima e immediatamente dopo la vittoria alle elezioni, era invece decisamente ben tollerato in casa M5S.
La percezione che si ha dall’esterno è che, malgrado le accuse imputate a Raffaele Marra (su cui decideranno magistratura e inquirenti e su cui non disquisiamo in quanto ciascuno di noi è innocente fino a prova contraria), nel MoVimento 5 Stelle si tenda a sfruttare le persone (un altro è Salvatore Romeo), per i loro contatti e la loro influenza e poi, una volta raggiunto lo scopo, li si mettano da parte tout court in nome della non appartenenza al M5S.
Raffaele Marra ha giocato un ruolo principale nell’ascesa di Virginia Raggi in Campidoglio, un’ascesa che, in fondo, ha giovato anche a coloro che nel M5S romano adesso attaccano la sindaca.
Nel momento in cui Raffaele Marra è stato arrestato, è stato arrestato in un certo senso anche il Movimento che dei servigi dell’ex tenente della Guardia di Finanza si era servito.
Marra non è mai stato un corpo estraneo, bensì un compagno di strada di colei che oggi siede al Campidoglio e che ci era stata spacciata da Grillo come la miglior sindaca possibile ai tempi delle elezioni.
A Regina Coeli, accanto a Marra, è dunque rinchiuso anche quell’argomento di vendita che ha convinto tanti romani.
Romani che, in ultima analisi, sono poi i capri espiatori più vessati di tutta questa vicenda.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 18th, 2017 Riccardo Fucile
E’ IL FONDATORE DI ADDIOPIZZO, HA PREVALSO SUL DISCUSSO POLIZIOTTO GELARDA
E’ Ugo Forello, tra i fondatori di Addiopizzo, il candidato sindaco di Palermo del Movimento cinque stelle. 
Cosi’ hanno deciso i militanti esprimendo il loro consenso sulla piattaforma web del movimento.
Hanno votato 590 iscriti certificati residenti a Palermo: Forello ha ottenuto 357 consensi; il poliziotto Igor Gelarda 233.
All’inizio i cadidati erano cinque, ma tre si sono via via ritirati dalla corsa. Sulla vicenda pesa il caso delle firme false a sostegno delle lite del movimento in occasione delle amministrative del 2012, rispetto al quale i due sono estranei.
Forello, secondo alcuni parlamentari grillini, è colui che avrebbe manovrato i “pentiti” come Claudia La Rocca sul caso delle firme false a Palermo.
Iscritto al Movimento dal 2014, Forello ha partecipato ai tavoli tecnici di lavoro sui beni comuni e fondi comunitari e quello su appalti, trasparenza e anticorruzione.
E’ uno degli ideatori e fondatori di Addiopizzo, di cui e’ stato presidente negli anni 2005-2006 e 2011-2013 e socio fino al 2015; per questa associazione e’ stato promotore di diverse iniziative: dall’organizzazione della annuale festa “Pizzo Free”, alla cura e diffusione del consumo critico antiracket, dall’elaborazione della campagna dei beni comuni contro Cosa nostra alla cura della qualita’ del consenso e alla diffusione di una cultura che favorisca il voto libero e consapevole.
E’ socio del Basic Income Network Italia, associazione impegnata a progettare e promuovere interventi finalizzati a sostenere l’introduzione di un reddito garantito in Italia, e della Fondazione Teatro Valle Bene Comune di Roma. E’ stato il responsabile locale della Campagna “Questo mondo non e’ in vendita” a tutela dei beni comuni.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 18th, 2017 Riccardo Fucile
IL TRIBUNALE NON SI E’ ESPRESSO SULLA LEGITTIMITA’ DEL CONTRATTO… E ORA I VERTICI DEL M5S POTREBBERO CHIEDERE ALLA RAGGI DI INIZIARE A RISPETTARLO
Ieri il Tribunale civile di Roma ha rigettato la domanda dell’avvocato Venerando Monello (iscritto al PD) che chiedeva la dichiarazione di ineleggibilità della sindaca e la nullità del contratto sottoscritto dalla stessa con il MoVimento 5 Stelle.
Nella sentenza i giudici Franca Mangano, Chiara Carmela Palermo Vincenzo Vitalone scrivono che la Raggi non può essere dichiarata ineleggibile in virtù del contratto firmato con il M5S all’atto della candidatura dal momento che le cause di ineleggibilità sono quelle previste dal Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (legge 267 del 2000).
Perchè il Tribunale di Roma non si è pronunciato sulla regolarità del contratto
Dal momento che Monello aveva presentato ricorso «esclusivamente per l’accertamento della sussistenza di condizioni di ineleggibilità » il Tribunale non può esprimersi sulla materia in oggetto in virtù del fatto che non esistono elementi atti a dichiarare ineleggibile la sindaca Raggi.
Inoltre — e qui la faccenda si fa politicamente più interessante — il Tribunale non può esprimersi sulla validità e legittimità del contratto firmato dalla Raggi (e dai consiglieri eletti del M5S) perchè l’avvocato Monello — che nella sua battaglia è stato sostenuto dal PD ed in particolare dalla senatrice romana Monica Cirinnà — «non è portatore di un concreto interesse ad agire — in quanto soggetto estraneo al Movimento 5 stelle e non sottoscrittore dell’accordo — giacchè dalla rimozione del vincolo non potrebbe derivare alcun effetto nella sua sfera giuridica».
La richiesta di dichiarare la Raggi ineleggibile sulla base dell’accordo firmato con il suo partito è stata respinta anche perchè il presupposto dal quale partiva il ricorrente era che il contratto venisse dichiarato nullo.
Ma Monello in quanto iscritto al PD e non al M5S non ha un interesse diretto nella questione della regolarità del contratto fatto firmare ai candidati del MoVimento.
Questo però non significa che il contratto firmato dalla Raggi è legittimo: anzi se un eventuale nuovo ricorso venisse presentato da un soggetto che ha un interesse diretto (ad esempio un iscritto o un eletto del M5S) allora il Tribunale dovrebbe pronunciarsi nel merito.
Lo spiega in un’intervista oggi sul Fatto Quotidiano l’ex ministro della Giustizia e Presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick:
L’avvocato puntava molto sulla violazione dell’articolo 67, che prevede assenza di vincolo di mandato per ogni parlamentare, e per analogia per ogni eletto. I giudici non entrano nel merito di questo aspetto. Sull’eventuale violazione di norme costituzionali si potrebbe esprimere solo il giudice civile se una delle due parti, cioè la Raggi o i 5Stelle, gli ponesse il tema della nullità del contratto.
Monello aveva chiesto anche di dichiarare nullo il codice etico…
Per i giudici il ricorrente non è portatore di un interesse ad agire “perchè estraneo al M5s e non sottoscrittore dell’accordo”. Lo ripeto, solo Raggi o il Movimento possono chiedere di valutare la legittimità dell’accordo.
La Raggi ora sarà messa sotto tutela dallo staff?
Per sapere se il contratto fatto sottoscrivere alla Raggi e ai consiglieri romani (e allo stesso modo per quello firmato nel 2014 dagli eurodeputati del M5S) dovremo quindi aspettare che un soggetto che ha “un interesse diretto” faccia ricorso in Tribunale.
Ma la decisione dei giudici di Roma, pur non entrando nel merito del contratto che prevede una penale da 150 mila euro in caso di “danno all’immagine del MoVimento”, ha anche un’altra conseguenza interessante: ovvero da oggi gli esponenti del MoVimento più critici nei confronti della linea tenuta fino ad ora da Virginia Raggi useranno questa vicenda per pretendere che il contratto venga rispettato.
A lavorare assieme a Gianroberto Casaleggio alla stesura di quel contratto all’epoca c’era l’onorevole Roberta Lombardi che in passato, riferendosi al caso Marra aveva ricordato che se la Raggi avesse rispettato il contratto certe mosse non avrebbe mai potuto compierle.
Il contratto infatti non prevede solo “la multa” ma anche l’approvazione — da parte dello staff coordinato dai garanti del MoVimento — delle proposte di nomina dei collaboratori, cosa che però non è mai avvenuta fino ad ora perchè la Raggi “ha fatto di testa sua”.
Non si tratta solo di un controllo sulle nomine ma anche sugli atti “di alta amministrazione e le questioni giuridicamente complesse” che, prevede il contratto, debbano essere preventivamente sottoposte al parere tecnico legale dello staff dei garanti del M5S.
In parole povere significa che gli atti politico-amministrativi più importanti debbano essere necessariamente vagliati dallo staff del MoVimento.
Anche questo pare non sia accaduto e di questo sicuramente Lombardi e coloro che fanno parte dell’Associazione Rousseau chiederanno d’ora in avanti conto alla sindaca di Roma.
Qualcosa di simile a quanto accaduto per la nomina dell’imprenditore veneto Massimo Colomban, molto vicino a Casaleggio e pare fortemente voluto proprio da Milano, ad assessore alle partecipate a Roma.
Come potrebbe essere esercitato questo controllo (o questa forma di tutela?) c’è chi pensa che tutto si possa svolgere proprio all’interno di Rousseau, il sistema operativo sviluppato dalla Casaleggio sul quale i Cinque Stelle mettono in atto la loro idea di “democrazia diretta”.
Proprio ieri è stata lanciata la funzione “sharing” di Rousseau un applicazione che — stando a quanto scrive Grillo sul Blog — “permetterà la condivisione di atti all’interno delle istituzioni“.
E anche alla luce di questi fatti quello che scriveva ieri Davide Casaleggio sul fatto che il contratto non sia stato firmato con la Casaleggio Associati (cosa in effetti vera) è vero che Rousseau è una piattaforma sviluppata e controllata dal punto di vista tecnico proprio dalla società fondata dal guru del MoVimento e attualmente gestita dal figlio che ha ereditato anche il ruolo politico del padre (come nelle migliori tradizioni democratiche).
Quindi la Raggi avrà pure firmato un contratto con il MoVimento e non con la Casaleggio ma a far rispettare quel contratto, ovvero a controllare gli atti amministrativi della Raggi, ci pensa uno staff del MoVimento che opera anche grazie ad un sito gestito dalla Casaleggio.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 17th, 2017 Riccardo Fucile
IL LEGALE DELLA SINDACA LO HA DETTO CHIARAMENTE: “RICORSO DI NATURA POLITICA, LE CAUSE DI INELEGGIBILITA’ SONO PRECISE E QUESTA NON E’ PREVISTA. PER RENDERE NULLO IL CONTRATTO OCCORRE UN ALTRO STRUMENTO GIURIDICO E ANDAVA PRESENTATO DA UNA PARTE IN CAUSA”
“Tanto rumore per nulla”, commenta Virginia Raggi sul blog del sindaco, buttandola sul politico.
Gli fa eco il redivivo Di Maio – viso pallido dando fondo al suo peraltro limitato vocabolario antipiddino.
Esultano i “fini giuristi” sul web che vedono nella sentenza la possibilità di incassare penali da “almeno 150.000” a scapito dei “traditori della causa”, prima di giustiziarli sulla pubblica via.
Ovviamente quasi nessuno ha letto la sentenza del tribunale civile di Roma e i pochi che l’hanno fatto, e magari l’hanno anche capita, pare abbiano solo interesse a tacere.
A questo punto lasciamo la parola al giudizio obiettivo dell’ avvocato Ervin Rupnik, legale della sindaca Raggi – il quale conferma che si è trattato di un ricorso di natura meramente politica: “le cause di ineleggibilità vengono normate per legge, non è questo il caso, mentre per dichiarare nullo un contratto non poteva essere utilizzato questo strumento giuridico e il ricorrente deve avere titolo”.
Parole che spiegano in sintesi perchè il ricorso è stato respinto, ma ovviamente non impediranno un domani a Virginia Raggi (o chi per essa) di impugnare il contratto con la penale da 150.000, qualora la situazione cambiasse.
L’errore del ricorrente è stato in primo luogo di chiedere l’ineleggibilità della Raggi per aver contratto un accordo con i vertici del M5S che prevede precisi impegni e una penale. Ma i motivi di ineleggibilità di un sindaco sono già previsti dalla legge e sono tassativi (sono 12 i soggetti indicati, dal capo della polizia al prefetto, dal direttore della Asl alle gerarchie militari che operano sul territorio, tanto per fare un esempio), quindi inevitabile per il tribunale cassare questa parte del ricorso.
Il secondo errore è stato chiedere con questo “strumento giuridico” di dichiarare nullo il contratto tra M5S e Raggi, in quanto “l’azione di accertamento di nullità di un atto negoziale” esula dal giudizio specifico su cui il tribunale è chiamato a pronunciarsi.
Non solo, “il ricorrente, in quanto estraneo al Movimento Cinquestelle e non sottoscrittore dell’accordo, non è portatore di un interesse concreto ad agire e la eventuale rimozione del vincolo non porterebbe alcun effetto nella sua sfera giuridica”.
Altra cosa, insomma, se un domani un sottoscrittore del “contratto con penale” impugnasse l’atto: in quel caso sarebbe tutt’altra storia, avendo “titolo ed interesse ad agire”.
Tempo al tempo.
Qui il testo integrale della sentenza
http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/01/17/news/roma_la_sindaca_raggi_era_eleggibile_respinto_il_ricorso-156244947/
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