Febbraio 5th, 2018 Riccardo Fucile
IL “PRIMA NOI” PORTERA’ AI REGOLAMENTI DI CONTI PERSINO NEL PROPRIO CONDOMINIO… I DAZI DISTRUGGERANNO LE NOSTRE ESPORTAZIONI… MA I CAZZARI PENSANO CON LA LINGUA LUNGA DI COPRIRE IL VUOTO DI IDEE
Un’Italia all’americana che comincia da Macerata.
Il “prima noi”, oltre che stupido e autolesionista, contiene un tarlo strutturale, che è proprio quella parola: “prima”.
Come primato, ma anche come primati.
C’è una regressione e un veleno nelle parole che progressivamente si fa mentalità , canalizza la frustrazione o i disagi, veri o semplicemente personali e indipendenti dal resto.
Prima si fa violenza diffusa, come a Roma e in molte città dove non finiscono più nemmeno sui giornali le aggressioni di gruppo verso stranieri alle fermate degli autobus, gli insulti e le risse o punizioni e minacce sugli autobus, confermata dalla crescita di movimenti politici estremi.
Sarebbe banale ricordare che non ci sta un gruppo prima e un gruppo sociale o etnico “dopo”. Questo è ormai degradato a “buonismo”, colpevole del fatto di “attirare” immigrati che sono brutalizzati dalla guerra e dalle persecuzioni o che semplicemente vorrebbero una vita migliore dopo carestie e altre mancanze fondamentali.
La lingua lunga arriva a essere contagiosa e fa dire a persone che consideriamo bonarie e moderate che ci sono 600 mila immigrati da mandare via perchè causa dell’odio sociale.
La lingua lunga copre il vuoto di idee.
Parla solo degli altri, i capri espiatori, dando l’idea che parla di te, per difendere te.
I dazi sulle importazioni brutalizzerebbero tutte le aziende italiane in crescita e innovative, e tutti gli italiani, perchè l’Italia esporta molto di più di quello che importa
L’idea è proprio stupida. “Prima noi”, “Prima gli italiani.
Diventa poi: “prima i lombardi”, poi “prima i lombardi di città e non quelli di paese”, poi “prima quelli della Bovisa e non di Brera e di Sesto San Giovanni”, e poi “prima il mio palazzo e non quelli che lasciano la mondezza del palazzo vicino”, e poi “prima la mia famiglia e non quelli del mio palazzo”.
Ma anche a casa tutto questo è destinato a diventare “prima noi finchè siamo giovani”, ma quando siamo anziani a noi tocca l’istituto e “prima” sono i figli e i nipoti cresciuti così. Se il “moderato” che ha possibilità reali di guidare la Regione Lombardia trova conveniente non ritirare frasi da ku klux clan siamo oltre la soglia di rischio.
La frammentazione umana e sociale, l’assenza di memoria figlia anche di una non “buona scuola”, stanno dando frutti amari.
È una battaglia, quella della ricostruzione che deve cominciare da dentro la crisi, e in questa campagna elettorale ci siamo fino al collo.
Coinvolge anche i media. Giusto il fact checking. Ma anche conduttori che non debbono accettare sommariamente affermazioni visibilmente false o inaccettabili. Non è contro la par condicio. È nella natura del lavoro di un bravo giornalista. Non si perde di equilibrio.
Ma c’è un grande lavoro di ricostruzione culturale. Non solo un lavoro difensivo. Un flusso di informazione e fatti di lungo periodo, costante, il minimo indispensabile per chi insegna e chi informa, da diffondere.
Cioè che i profughi non arrivano perchè l’Italia “li chiama e li paga”, visto che fuggono da tutto e che i 35 euro al giorno, quasi tutti soldi europei, vanno tutti agli italiani e non ai profughi (2,5 euro al giorno soltanto).
Che il 10 per cento del fatturato nazionale è di imprese di immigrati che lavorano e che non se ne vanno via, nonostante niente cittadinanza nè per loro, nè per i figli e questo clima inquinato dalla diffidenza.
Che gli stranieri versano ogni anno in Italia 3 miliardi e mezzo in più di quello che costano in servizi, istruzione, sanità .
Che a Roma è sparita una impresa su 10 negli ultimi 7 anni, ma che il saldo negativo è solo del 2 per cento grazie alle imprese di immigrati.
E la rozzezza e volgarità che purtroppo sfigurano bianchi, neri e gialli.
Per raddrizzare quella che oggi troppi spacciano come una ovvietà e che invece è una drammatica fesseria, pericolosa, all’origine di tutti i pogrom: che è il bersaglio che fa sparare, e non chi ha in mano l’arma.
Che sono i profughi che alimentano il razzismo. Che “la barca è piena”, come dicevano in Svizzera durante la Shoah per respingere gli ebrei italiani e europei.
Tragica non-verità ieri. Colpevole non-verità oggi, perchè ci sarebbe anche l’elaborazione della memoria per farci diversi da animali selvatici.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 12th, 2018 Riccardo Fucile
PETIZIONI E CORTEI A RIPABOTTONI, NEL MOLISE, A FAVORE DEL CENTRO DI ACCOGLIENZA
C’è chi ha fatto fuoco e fiamme ( a volte nel vero senso della parola) per non averli dintorno e c’è che invece sceglie il percorso contrario, protestando perchè li mandano via. La vicenda che arriva da Ripabottoni, sperduto comune del molisano, 544 abitanti appena, racconta un’Italia diversa da quella delle ultime narrazioni: una comunità si ribella perchè mandano via i migranti.
Trentadue per la precisione, ospitati dal centro Xenia, come racconta il giornale locale Primonumero, troppi secondo la Prefettura che ha deciso di chiudere la struttura.
Il corteo e la petizione
La differenza rispetto a vicende simili è che questa volta gli abitanti del piccolo paesino non hanno gradito la decisione: prima scendendo in piazza con un corteo improvvisato, poi inviando una petizione al prefetto con 152 firme , un numero considerevole se si considera l’esigua popolazione di Ripabottoni.
Ma niente da fare: il provvedimento è stato portato a termine e i 32 sono stati mandati via. Dietro le quinte, si racconta di beghe tra il sindaco del borgo e il responsabile della struttura, con il primo che avrebbe fatto pressioni per chiudere il centro.
Il rapporto con la comunità
Fatto sta, però, che, nessuna protesta in senso contrario era stata registrata da parte della cittadinanza, con richieste di allontanamento dei migranti, anzi i 32 si sarebbero integrati con la comunità : «I nostri concittadini — racconta il parroco di Ripabottoni don Gabriele Tamilia – hanno iniziato a interagire con questi ragazzi stabilendo ottimi rapporti con loro. Le nostre due comunità cristiane, cattolica e protestante, li hanno inseriti nelle rispettive attività . Tante persone si sono attivate in diverse forme di aiuto».
Una risorsa più che un peso, parrebbe, considerando anche che queste zone sono soggette a progressivo spopolamento ormai da decenni.
Forse perchè la migrazione qui è un fatto noto, viste le migliaia di molisani partiti per andare a lavorare ai quattro angoli del mondo.
Viviana, è la madrina della piccola Maria, nata 8 mesi fa da una ragazza africana. Il suo ricordo su facebook è accompagnato da una splendida fotografia: “Mi tocca dire addio a chi in questo anno è diventato parte della mia vita, un fratello maggiore, un fratello minore, un confidente. Mi tocca dire addio a ragazzi brillanti con un cuore immenso, devo dire addio a chi voglio bene e alla mia figlioccia, quella bimba che con i suoi occhioni ha fatto innamorare quasi tutti. È stata l’esperienza più significativa della mia vita, ciao tesori miei, ci rivedremo presto”.
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 7th, 2018 Riccardo Fucile
SONO OSTAGGI DA “CONTROLLARE” E MANODOPERA A BASSO COSTO, FUNZIONALI ALL’ECONOMIA DI SFRUTTAMENTO DEL SISTEMA OCCIDENTALE
I migranti sono un pretesto per militarizzare lo spazio del Sahel. In effetti, da tempo immemore, questa area di raccordo col deserto del Sahara è stata un luogo di scambi commerciali e di migrazioni umane.
Fino ai nostri giorni l’Africa occidentale è tra le zone del mondo a più alta percentuale di mobilità umana. La maggior parte degli spostamenti si realizza peraltro all’interno dell’area citata. Una minima parte dei migranti si avventura verso il nord Africa e una parte ancora più ridotta cerca di transitare in Europa.
La guerra contro i migranti non è cominciata oggi. Uno sguardo anche superficiale ai vari Summit dell’Unione europea hanno giustificato e accompagnato le politiche di controllo ed esternalizzazione delle dinamiche migratorie.
In questa operazione si è precisata una strategia mercantile che prevedeva impegni da ambo i lati del Mediterraneo.
Gli stati africani interessati si impegnavano a controllare le frontiere, a riaccogliere i migranti “indesiderati” e, quando richiesto, a ospitare centri di “filtraggio” per rifugiati e migranti. L’Europa si impegnava a dare soldi, formazioni agli agenti interessati e ad andare ‘alle radici profonde delle cause delle migrazioni’.
Quest’ultimo punto implicava anche dei fondi, chiamati ‘fiduciari’, per progetti di ‘sviluppo’ locale.
Scopo della strategia, fallimentare dal suo concepimento, dell’Unione Europea è quello di controllare la mobilità umana. Gli altri aspetti sono funzionali a questo obiettivo dichiarato
I fondi per gli aiuti economici sono ormai legati alla ‘docilità ‘ degli stati africani nel controllare i migranti “sospetti”e a riprendere sul territorio statale gli eventuali espulsi dalla Comunità europea.
Si trattata di un ricatto che non fa che mettere in risalto il ruolo subalterno dei paesi africani in tutto il processo appena descritto.
Il Niger, paese strategico per la sua collocazione geografica e geopolitica, si è visto assegnare un ruolo di primo piano nell’applicazione della guerra contro i migranti. In effetti, il Paese si è dotato di una legge contro il traffico dei migranti “irregolari” che non casualmente è stata approvata nel 2015.
Chiedendo e ottenendo aiuti, il Niger, si è gradualmente trasformato in un’azienda che si è vista “appaltare” parte del controllo della mobilità regionale.
Questo è avvenuto “bloccando” in modo fisico i migranti.
Agadez ne è la visibile frontiera. I pozzi sono essenziali per sopravvivere nella traversata del deserto. Gli autisti dei mezzi, per non farsi arrestare, abbandonano, in caso di pericolo i migranti. Diverse decine sono morti e altre decine “salvati” dal mondo umanitario che come sempre gioca su due fronti.
Con una mano carezza e con l’altra “schiaffeggia”, cioè si pone spesso al servizio del controllo e dello sconsigliare le migrazioni chiamate “irregolari”.
Di questa guerra poco nascosta contro i migranti, una tappa ulteriore è quella di “armare” il territorio. Quanto denunciato in Libia, le schiavitù dei nostri giorni, è in sè un fenomeno conosciuto, accettato e riprodotto dal sistema.
In tutto il Maghreb, i neri sono “schiavi” e così anche nei “nostri” civili campi di raccolta di pomodori, arance, ortaggi e altre amenità simili.
Il controllo dei migranti “ostaggi” è funzionale all’economia neoliberale dell’Occidente e degli suoi accoliti africani.
Lo sfruttamento mira a rendere i migranti come “oggetti docili” nelle mani del potere. Siamo forti per fare la carità . Molto meno, invece, nel leggere con lucidità e contrastare queste politiche di apartheid globale. C’è chi può muoversi a piacimento. Il business del turismo è senza limiti mentre per una parte del mondo muoversi è una condanna.
C’è un’esile porzione del mondo che decide le sorti dell’altra, di gran lunga più numerosa e importante.
E’ dunque per garantire la spartizione nel mondo, delle sue ricchezze e risorse che si perpetua il sistema di controllo della mobilità umana, malgrado sia essa riconosciuta tra diritti umani.
Come passare dall’organizzazione dei fatti, dalla “carità ” che accompagna la crescita esponenziale del mondo umanitario, dalle chiusure di tipo razzista tipo “fortezza europea”, ad una realtà dove la memoria del nostro “sottosuolo”(la migrazione italiana e europea) ci obbliga a considerarla come la normalità della storia umana.
Vivere è migrare. Assumere con rispetto giuridico e umano questa evidenza come specchio della nostra civiltà potrà aiutare a costruire un altro mondo, o meglio, un mondo altro.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 4th, 2018 Riccardo Fucile
OGNI SERA OSPITATI 300 STRANIERI: “LA PAURA E’ RECIPROCA, POI PASSA”
«Qui c’è un materasso da due e là c’è il divano letto. Potete scegliere dove mettervi». Stephanie Marques dos Santos vive poco fuori Bruxelles e per una notte ospita due ragazzi della Guinea.
Trentanove anni, un figlio di dieci e un marito italiano, diverse volte alla settimana ospita qualcuno.
Migranti, perlopiù arrivati in Belgio attraverso la rotta della Libia e dell’Italia, in buona parte intenzionati a proseguire per il Regno Unito attraverso Calais.
Il punto di raccolta è al Parc Maximilien, un fazzoletto di verde a due passi dalla Gare du Nord. Qui tutte le sere si concentrano circa 300 migranti.
«Non ho mai avuto problemi. Paura sì. La prima notte non ho dormito, ero da sola con mio figlio», racconta.
«Poi però – spiega – pensi che loro rischiano molto di più. Vanno a casa di sconosciuti e ufficialmente non esistono. Possono sparire e nessuno lo sa, nessuno si preoccupa. Il loro rischio è molto più alto del nostro. Se uno pensa a questo la vede già in modo diverso».
«Anche noi abbiamo un po’ paura di andare a casa di qualcuno che non conosciamo», conferma Soumah, uno dei suoi ospiti: «La paura è reciproca, noi abbiamo paura di loro e loro di noi».
Tutto avviene attraverso la pagina Facebook Hèbergement Plateforme Citoyenne («Alloggio piattaforma cittadina»), che in tre mesi è esplosa e conta ormai oltre 29 mila iscritti.
Tutte famiglie che hanno deciso di contribuire. Una decina di volontari si alterna al parco la sera e incrocia le disponibilità con le richieste.
Oggi ha piovuto e il terreno si è trasformato in fango. Di mano in mano, tra i volontari, gira un termos di caffè. Calzettoni e scarponcini, passano da un capannello all’altro. «Si, lo so che state aspettando. Stanno arrivando altre famiglie», dice Thomas Tibbaut, rispondendo a un gruppo di sudanesi infreddoliti.
Ventinove anni, capelli corti e passo svelto, cerca di rassicurarli. «Aspettiamo da ore», protestano. «Un po’ di pazienza», ribatte. Accanto a lui un’altra giovane. «Il mio nome è Virginie Den Blauwen ma ci sono troppe Virginie qui, mi chiamano tutti Vi Niette», sorride. «Abbiamo due liste – spiega -. Qui ci sono quelli che hanno dato la propria disponibilità a ospitare i rifugiati, in quest’altra quelli che hanno l’auto e possono accompagnarli».
Le famiglie
«Abbiamo una casa grande, i nostri quattro figli sono grandi e hanno lasciato il nido», racconta Valeria Segantini, italiana da anni residente a Bruxelles. Mostra un paio di letti a castello. «Ne senti parlare in televisione, ma quando ti entrano in casa fanno un’altra impressione. Prima di tutto per l’età . Spesso sono giovanissimi. Ne abbiamo avuti anche di 15 anni. Quando ti dicono “siamo via da un anno” pensi a quanti pericoli hanno superato. Il loro percorso ti lascia senza parole».
La maggior parte delle famiglie che ospita ha figli piccoli. «Abbiamo discusso tanto – racconta Stephanie -. Per me la dimensione educativa era importante. Mio figlio ha l’età per essere consapevole delle difficoltà . Questa iniziativa ti dà un potere piccolo, ma combinato a quello di altre migliaia di persone è importante. E’ un bel messaggio da far passare ai bambini».
«Gli amici mi dicono che sono matta», racconta Joanne Detourbe, 37 anni. «”E se succede qualcosa?”, mi dicono. Ma io ho fiducia». D’altra parte, qualche precauzione si prende. «Io ogni sera sono al parco e quando ci sono persone che bevono alcolici ci parlo».
Capelli corti, l’aria sicura, Diallo Bobo viene dalla Guinea Bissau. E’ l’unico del giro che ha già ottenuto l’asilo. Vive stabilmente ormai dai Segantini ma continua a dare una mano al gruppo. «Sono che io confermo se uno può andare con una famiglia», spiega.
«Qui la gente è ammirevole», commenta Kitos. E’ scappato dal regime in Eritrea, dove ha lasciato due bambine di 3 e 5 anni. «Soprattutto i primi – sottolinea – che hanno avuto il coraggio di portare a casa degli sconosciuti. Questo viene dal cuore».
Com’è iniziata
Com’è iniziato tutto questo? «La prima volta lo abbiamo fatto due anni fa, quando c’era la crisi dell’Afghanistan», racconta Adriana Costa Santos. Ventitre anni, è l’anima del gruppo di volontari, perlopiù studenti.
«All’epoca ospitavamo delle persone, ma era una iniziativa molto più piccola. Quest’anno, a fine agosto, abbiamo ricominciato. Volevamo trovare un posto per tutte le donne che erano al parco. Una notte ci siamo resi conto che le donne erano sistemate e c’erano ancora delle famiglie che non avevano preso nessuno.
Così abbiamo deciso di provare a trovare un posto a tutti. La prima sera abbiamo ospitato 8 persone. Una settimana dopo 87. Ora tutti i giorni il parco la sera è vuoto».
«Uno dei primi weekend – racconta Mehdi Kassou, giovane belga di origine marocchina, altra figura chiave dell’iniziativa – la polizia ha circondato l’area e ha controllato tutti». Ma non ci sono state conseguenze perchè «la legge prevede l’ospitalità per motivi umanitari. Possiamo accompagnarli in auto e portarli in casa, senza correre rischi legali».
Sarebbe legale anche in Italia? «Sì», risponde l’avvocato Lorenzo Trucco, presidente dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione. «Se uno agisce a fini umanitari non è perseguibile, non commette reati».
I coordinamenti di quartiere
In questi mesi a Bruxelles sono sorti diversi coordinamenti di quartiere. «A volte ci sono persone che arrivano senza neanche le scarpe – racconta Stephanie – e ti serve recuperare delle calzature taglia 43 in serata. Lanci un appello e qualcuno te le porta. In questo modo si ricostruiscono anche delle relazioni di quartiere».
«Anni sprecati»
Ogni tanto arriva la notizia che qualcuno ce l’ha fatta, ha superato la frontiera raggiungendo il Regno unito, e le famiglie festeggiano.
«Ho speso 2.200 euro dollari per raggiungere l’Europa», racconta Mohammed, eritreo, 23 anni. Ha passato tre mesi nelle mani dei trafficanti libici. Da quasi due anni è in clandestinità e cerca di raggiungere il Regno unito.
Obiettivo: «Voglio finire la scuola di informatica, l’avevo iniziata in Arabia Saudita», per poi fare il programmatore. Kitos, per arrivare qui, di dollari ne ha spesi oltre 5000, passando dalla Turchia, e anche lui non può fare altro che nascondersi. Ma vorrebbe lavorare in un ristorante.
Se avessero avuto un permesso, sottolineano, non avrebbero sprecato questi anni. Li avrebbero messi a frutto e ora potrebbero mantenersi invece di doversi affidare all’aiuto di persone generose.
In estate, centinaia di persone dormivano nel parco, la questione dominava le pagine dei giornali. Theo Francken, ministro belga dell’immigrazione, a settembre aveva deciso un giro di vite dicendo che non voleva vedere un’altra Calais a Bruxelles. «In realtà stiamo stati noi a evitare che ci fosse un’altra Calais a Bruxelles, ospitando queste persone», sottolinea Mehdi.
La nuova struttura
Ora la Plateforme Citoyenne vuole andare oltre. Ha ottenuto dalla città una struttura che può ospitare fino a un centinaio di migranti.
«Ma – racconta Mehdi – la struttura era vuota. Abbiamo dovuto trovare tutto, mancavano persino le docce. Abbiamo lanciato un appello attraverso il gruppo Facebook a contribuire per pagarne l’installazione. L’obiettivo era raccogliere 9.500 euro. Meno di cinque ore dopo, li avevamo già raggiunti. Ho scritto subito di smettere di inviare denaro, ma hanno continuato a farlo e abbiamo superato i 23 mila».
Nella gestione è impegnata una cinquantina di volontari, che si occupano di tutto: cucina, pulizia, ingressi e uscite. Il centro ha aperto a inizio dicembre. Si chiama «la Porta di Ulisse».
(da “La Stampa”)
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Gennaio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
ECCO LE BALLE MESSE IN GIRO ARTATAMENTE E LA RISPOSTA DEL’ESPERTA CHE DIRIGE LA ASL 2 DI ROMA
La salute dei migranti che arrivano nel nostro paese è uno degli esempi oggi più eclatanti di quello che Claire Wardle e Hossein Derakhshan, in un recentissimo rapporto pubblicato dal Consiglio d’Europa, chiamano Information disorder, come termine sostitutivo rispetto all’abusato “Fake News”.
Lo è per due ordini di motivi: anzitutto perchè l’accoglienza nei confronti dei migranti, è percepita da molti come una minaccia del proprio status quo, generando paura e quindi odio; secondo, perchè la medicina, e più in generale la scienza, usa un linguaggio spesso complesso, la cui padronanza richiede anni di studio, dal momento che i fenomeni che spiega sono essi stessi complessi.
La conseguenza in questo caso è che risulta difficile comunicare i dati in maniera efficace, per quanto pubblici e facilmente accessibili e verificabili.
Eppure questi dati sulla non-minaccia che i migranti rappresentano per la nostra salute pubblica ci sono e parlano chiaro: primo, i migranti non ci stanno portando malattie infettive.
Le persone che sbarcano sono sane, se non qualche episodio di scabbia e poco altro, ma solo molto vulnerabili, specie se finiscono per vivere in condizioni di povertà e di non inclusione sociale.
Secondo, il sistema di sorveglianza sanitaria nel nostro paese è solido. Chi sbarca, ma anche chi vive nei centri di accoglienza di diverso tipo, è comunque controllato ed eventualmente curato.
Abbiamo in più di un’occasione provato a fare il punto, dati alla mano e facendoci aiutare da esperti in salute pubblica che si occupano di salute dei migranti in arrivo e in transito, ma dai commenti che abbiamo ricevuto è evidente che non siamo riusciti a essere sempre efficaci nel raccontare come stanno le cose
Fermo restando che quello che ci preme è fare informazione, abbiamo dunque deciso di estrapolare le domande più frequenti da parte dei commentatori de L’Espresso e abbiamo chiesto di rispondere in modo chiaro a ognuna di esse a una persona che si occupa ogni giorno di migranti e della loro salute a Roma, la Dottoressa Pier Angela Napoli, Direttore UOC Tutela degli Immigrati e Stranieri della ASL Roma 2.
Perchè il personale adibito al loro primo contatto porta scafandri bianchi e maschere da scenario di guerra batteriologica?
In molti casi si tratta di immagini di repertorio trasmesse dai telegiornali senza alcun collegamento con situazioni di effettivo rischio infettivologico.
Per quanto riguarda i migranti che sbarcano, i dati diffusi dalla Marina militare in accordo con i dati della sorveglianza sindromica dell’ISS non hanno registrato situazioni reali di allarme, in quanto risultano assenti casi di gravi patologie infettive trasmissibili.
Ci possono essere situazioni che richiedono l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale da parte degli operatori impegnati in attività di assistenza e soccorso, ma questo rientra tra le normali misure di tutela in ambiente di lavoro previste dalla normativa italiana in presenza di rischi biologici (ai sensi del Decreto 81/2008 e ss.mm.).
Il mio medico di base, il cui ambulatorio è ubicato in un quartiere dove la percentuale di extracomunitari e in particolare africani è altissima, afferma che la maggior parte di questi ultimi non è vaccinata e che da qualche tempo si assiste alla ricomparsa di malattie un tempo da noi debellate. Come la mettete?
Gli stranieri arrivano in Italia sani, perchè chi è malato non riesce ad affrontare il viaggio nè ha la forza di investire in un progetto migratorio che si nutre essenzialmente di buona salute e attitudine al lavoro. A conferma di ciò, si registra a tutt’oggi una bassissima prevalenza delle patologie infettive di importazione, oltretutto con rischi minimi di trasmissione alla popolazione ospite, in assenza di vettori o comunque di condizioni favorenti il contagio. Anche i dati del sistema di sorveglianza sindromica dell’ISS non hanno evidenziato, in questi anni, alcuna situazione di reale emergenza sanitaria, nemmeno tra i profughi e i richiedenti asilo che sbarcano sulle nostre coste e che soggiornano nei centri di accoglienza distribuiti sul territorio nazionale.
Diverse indagini pubblicate dall’Istat e gli indicatori del Rapporto Osservasalute ci consegnano l’immagine di una popolazione “normale”, del tutto estranea agli esotismi sanitari, solo più esposta alle insidie della marginalità .
I controlli ci saranno anche ma quelli che sbarcano senza essere neppure fermati non sono fantasmi. Oltretutto vivono in città e nei parchi in condizioni di igiene inammissibili sia italiani che extracomunitari.
I migranti che si vedono per le strade a fare niente tutto il giorno, quelli come li controllate?
Nella nostra esperienza, accade talvolta di dover assistere persone che si trovano in situazioni di estremo bisogno, a tal punto da non riuscire nemmeno a raggiungere i servizi sanitari. E in questi casi, un approccio di offerta proattiva mediante impiego di unità mobili si rivela altamente efficace nell’ottenere significativi impatti sulla salute.
A tale riguardo, particolarmente significativa è stata l’esperienza condotta dalla mia ASL, in stretta collaborazione con l’INMP (Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà ), la Croce Rossa e altre associazioni del privato sociale, sul fronte dell’assistenza alle popolazioni migranti in transito. A seguito degli sbarchi, si è registrato negli ultimi anni a Roma un aumento di migranti in transito (anche solo per pochi giorni) nel nostro Paese, molti dei quali intenzionati a richiedere asilo in altri Stati UE e diretti verso il Nord Europa. Per tale ragione, è stato sviluppato un piano di intervento, attraverso un importante lavoro di rete, che ha previsto l’invio di èquipe sociosanitarie composte da medici, infermieri e mediatori culturali, per offrire attivamente visite, medicazioni, fornitura di farmaci, oltre che beni di prima necessità , direttamente nei luoghi di aggregazione spontanea. Nel biennio 2014-2015, sono stati visitati circa 12 mila persone, in prevalenza maschi (88%) e giovani (età media 22 anni), provenienti da Eritrea e Somalia. Sono state riscontrate maggiormente patologie dermatologiche non gravi e facilmente curabili (soprattutto scabbia e foruncolosi), comuni infezioni delle prime vie aeree e sindromi influenzali. Inoltre, nel 2014 sono stati segnalati 21 casi di malattie infettive sistemiche (pari allo 0,5% della casistica totale). Per quanto riguarda la tubercolosi polmonare, nessun caso è stato registrato nel 2014, e 2 soli casi nel 2015.
Esperienze analoghe sono state realizzate anche in altre città , ad es. a nel biennio 2013-14 dal Comune di Milano, in collaborazione con la ASL e diverse organizzazioni del privato sociale (City Angels, Save the Children, Naga, Medici Volontari Italiani, Opera San Francesco, GrIS Lombardia).
E la tubercolosi? Erano 70 anni che in Italia era stata debellata, oggi si ripresenta!
La tubercolosi è una malattia che in Italia era quasi scomparsa, grazie al miglioramento delle condizioni di vita, e che oggi ritorna con l’aumento diffuso della povertà . In questo senso, si può dire che la tubercolosi è una malattia infettiva solo a metà , in quanto il germe attecchisce più facilmente se trova condizioni di precarietà abitativa, scarsa igiene e malnutrizione.
Peraltro, i dati epidemiologici resi pubblici da Ministero della salute rivelano che l’incidenza della tubercolosi negli ultimi anni è in calo, anche tra gli immigrati: dal 2006 al 2016 i tassi si sono quasi dimezzati, passando da 84 a 45 su 100.000 stranieri residenti (Ministero della salute — dati Osservasalute in press). Questo vuol dire che non siamo di fronte a un’epidemia montante e che i sistemi di sorveglianza sanitaria e di presa in carico attivi nel nostro Paese si dimostrano in grado di controllare il fenomeno.
Inoltre, nello stesso periodo, non si è registrato a carico degli italiani alcun aumento dei casi di tubercolosi.
Ma se l’Africa è piena di malati di AIDS come facciamo a pensare che queste persone arrivino sane qua?
Se si considerano i casi di AIDS relativi a stranieri residenti in Italia, si osserva che, dopo un primo aumento dei livelli di malattia dal 1992 al 1995, si è passati da 58 casi su 100.000 stranieri (in particolare maschi, più colpiti rispetto alle donne) a 7 nel 2016. Tale inversione di tendenza si deve essenzialmente a due ragioni concomitanti: da una parte, l’arrivo delle terapie efficaci e, dall’altra, la possibilità per gli immigrati di usufruirne, grazie a una normativa che permette anche agli irregolari di accedere ai servizi
La disponibilità di cura è in grado di arrestare la progressione dalla sieropositività alla malattia conclamata, ma riduce anche la diffusione dell’infezione, in quanto i pazienti trattati hanno una carica virale più bassa. Si sottolinea comunque la necessità di mantenere alto il livello di attenzione e di utilizzare le misure di prevenzione e protezione individuale.
Ho portato mia figlia con un piccolo taglio da suturare al pronto soccorso di un notissimo ospedale romano. Ero incinta e mi hanno detto: lei qui non può stare, abbiamo un immigrato con l’ebola che gira nel reparto. Però se vuole ci lasci la bambina. Surreale, a dir poco. Come la mettiamo?
Il rischio Ebola nel nostro Paese è difficilmente ricollegabile all’immigrazione: il breve tempo di incubazione (mediamente 8-10 giorni) fa sì che l’infezione, qualora presente, si manifesti piuttosto precocemente e con ogni probabilità prima dell’arrivo in Italia. Questo anche in considerazione del fatto che molti migranti sbarcano in Italia dopo aver affrontato lunghi viaggi, attraverso Paesi attualmente non toccati dall’epidemia.
In ogni caso, le misure di sorveglianza sanitaria predisposte dal Ministero della Salute hanno la funzione di controllare e gestire al meglio il rischio di diffusione della malattia sul territorio nazionale
In Italia abbiamo sempre avuto le zanzare e ci abbiamo convissuto tranquillamente, mentre oggi è diverso! E poi Chikungunya non mi sembra un nome italiano…chi volete che l’abbia portata?
In Italia, la prima epidemia si è verificata nel 2007 in Emilia Romagna, e adesso (a distanza di dieci anni) si sono registrati nuovi casi nel Lazio. È una malattia legata ai viaggi e non in maniera specifica alla migrazione anche per il breve periodo di tempo (circa 7 giorni) durante il quale un malato può infettare la zanzara (che a sua volta potrebbe trasmettere l’infezione ad una persona sana). Altre considerazioni sono il numero limitato di casi di Chikungunya importati, la non severità del quadro clinico, l’assenza di epidemie tra i migranti. Infine, è una malattia che si contrasta efficacemente con le precauzioni generali per difendersi dalle punture di zanzara, unitamente a un’efficace disinfestazione ambientale.
Perchè noi ci dobbiamo vaccinare contro queste malattie quando andiamo nei loro paesi?
Quando si visitano Paesi in cui sono presenti, in forma endemica, malattie infettive prevenibili con vaccino, è opportuno (in alcuni casi, come la febbre gialla, è un requisito per ottenere il visto d’ingresso) vaccinarsi per evitare di contrarle. Esistono protocolli internazionali da seguire in relazioni ai paesi visitati, e servizi di medicina dei viaggi presso le ASL cui rivolgersi per avere informazioni ed essere vaccinati.
Andatelo a dire ai genitori della bimba morta di malaria!
La malaria è una malattia in larga misura importata in Italia con il turismo, e non si diffonde in Italia per assenza di vettori. Si possono verificare dei casi isolati, non direttamente ricollegabili a viaggi in Paesi endemici, per i quali le indagini epidemiologiche non siano riuscite a identificare con certezza la fonte d’infezione; in queste rare situazioni (se ne sono contate poche unità negli ultimi 5 anni), vengono formulate diverse ipotesi collegate all’arrivo accidentale della zanzara infetta (all’interno di bagagli), spesso in prossimità di aeroporti, o all’acquisizione attraverso mezzi artificiali (trasfusioni, trapianti, contaminazioni nosocomiali).
Si tratta di una malattia curabile e da cui si guarisce nella stragrande maggioranza dei casi. È importante porre tempestivamente il sospetto diagnostico, in presenza di sintomatologia tipica. A tale riguardo, le ultime linee guida elaborate dall’INMP, dall’ISS e dalla SIMM, sui controlli sanitari da effettuare nei confronti dei migranti allo sbarco o presso i centri di accoglienza, raccomandano la ricerca attiva di segni e/o sintomi suggestivi di malaria (in particolare febbre) in persone che riferiscono di aver vissuto o viaggiato in aree a endemia malarica. Questo, al fine di attuare una sorveglianza sanitaria in grado di intercettare efficacemente i casi e curarli efficacemente.
Perchè dovremmo fidarci di quello che ci racconta l’istituto superiore di sanità e dei vostri dati?
Dobbiamo fidarci, perchè si tratta di flussi informativi consolidati e gestiti da istituzioni sanitarie pubbliche che agiscono secondo modalità trasparenti, all’interno di sistemi di raccolta con obbligo di notifica delle malattie infettive da parte di tutti i medici del Servizio sanitario nazionale.
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 31st, 2017 Riccardo Fucile
ATTRAVERSO LO SPORT E IL VOLONTARIATO UNA STORIA RIUSCITA DI INTEGRAZIONE NEL PICCOLO COMUNE LIGURE
Niranga Malameege a Katanuyaka faceva il tagliatore diamanti, decide di scappare dalla
guerra civile che ha squassato lo Sri Lanka per 30 anni. Con la moglie ed il piccolo Lati, raggiungono Roma, poi Genova, anzi, Bogliasco, dove sedici anni fa, per loro comincia una nuova vita.
Oggi fa il portinaio in un elegante palazzo in piazza De Ferrari.
La storia di Ralph, Pethum e Madur, è simile, ora sono felici, chi lavora in un supermercato, chi in un’impresa di pulizie.
Quando sono arrivati in Italia hanno pensato a risolvere i problemi primari ma anche che non avrebbero mai più giocato a cricket, per loro molto più di una disciplina sportiva. “Chi impara a giocare” – racconta Niranga – “non farà mai del male a nessuno. Il cricket è una mentalità ”.
Vengono a sapere che ci sono squadre a Milano e anche a Roma. Si danno da fare, trovano una società che li accoglie, è il Genoa and Cricket Football Club.
“Voglio ringraziare il presidente Enrico Preziosi”- aggiunge -”per quello che ha fatto per noi. Poi i programmi sono cambiati e abbiamo fondato il Bogliasco Cricket Club con la vittoria storica nella stagione 2015/16 del Campionato Interregionale, ed il terzo posto in quella appena conclusa”.
Sri Lanka, dunque, ma anche Pakistan, Bangladesh, India sono le nazionalità che compongono la squadra, con l’aggiunta di cinque italiani. Si gioca in estate, dal 1 maggio alla fine di luglio, Campionato, Coppa Italia e Ttwenty. Campo di allenamento a Bogliasco, campo di gara a Bavari.
Due di loro, Madup Fernando Muthunamagonnage e Supun Tharanga Manapeli , sono giocatori della Nazionale Italiana, l’ultimo impegno è stata la World Cricket League, a settembre scorso.
Del movimento ne parla Luca Bruno, segretario della Federazione http://www.cricketitalia.org/it. “Essere legato all’integrazione è una peculiarità di questo sport, i giocatori di origine asiatica, ritrovano un legame con la terra natia e lo condividono con i compagni di squadra, è la vera commistione tra i significati di sportivo e sociale. Giocano e basta, il tema dello ius soli ci interessa, ma è una questione politica e non vogliamo metterci bocca, noi lo viviamo quotidianamente”.
In inverno, quando i campionati sono fermi, per tenersi in forma si corre e poi si fa del volontariato. Quella che gira intorno al Bogliasco Cricket è una comunità solida e riconoscente: hanno pulito torrenti, creuze, fossi, hanno intonacato il sottopasso di una stazione ferroviaria, sono andati a Monterosso dopo l’alluvione.
”Non vogliamo pubblicità e nemmeno ringraziamenti” — spiega Niranga — “lo facciamo per fare del bene agli altri, alle nostre famiglie, a noi stessi. La nostra domenica per chi ne ha bisogno”.
Lo sottolinea Luca Pastorino già sindaco di Bogliasco e parlamentare. ”Sono parte integrante della nostra comunità . In sintonia con l’ambiente e con la gente, mettono a disposizione loro stessi per il bene della collettività . Noi li abbiamo sostenuti per i loro eventi. Nel 2013 ad alcuni di loro è stata conferita la cittadinanza onoraria, è successo in Comune anche qualche giorno fa. Mio figlio ed il figlio di Niranga erano compagni di classe, e dopo la scuola erano sempre uno a casa dell’altro: la normalità . Come dovrebbe essere la vita di ogni giorno in tutti i posti del mondo”.
La spiritualità è parte integrante della loro vita, nella portineria dove lavora Niranga ci sono i simboli, un fiore di loto, un piccolo Buddha, un albero di Natale realizzato con gli appendiabiti delle lavanderie, poi l’omaggio allo sport, appese Coppe, medaglie, targhe, una preziosa bat – la mazza del cricket – ed una raffinata palla, in sughero e cuoio.
Niranga è buddista, sua moglie cattolica:-”I figli vanno dove va la mamma”. Il futuro:-”Voglio diventare italiano, per rispetto nei confronti di un paese che mi ha aiutato e non mi ha mai fatto del male. Ci sentiamo bogliaschini, i nostri bambini mangiano pasta al pesto, mia moglie ed io anche, a volte però riso al curry. Se posso vorrei ringraziare tutti, in particolare Luca Pastorino, che con il cuore lo sento come un fratello, poi Giorgio, Stefano, Paolo, Giovanni del pastificio Novella nostro sponsor: lo portiamo sulla maglia e nel cuore
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
APPENA 149.000 LE RICHIESTE DI ASILO PENDENTI, PERCENTUALI INFERIORI AD ALTRI PAESI EUROPEI, EPPURE 4 TITOLI SUI MEDIA SU 10 CREANO VOLUTAMENTE ANSIA
Quanti migranti ci sono oggi in Italia? C’è davvero un’invasione, un tentativo di sostituzione etnica in corso, come dice il leader della Lega Matteo Salvini?
Rispondiamo con un’immagine: stando agli ultimi dati disponibili, a settembre l’Italia aveva poco meno di 149mila richieste d’asilo pendenti; a dicembre dello scorso anno i rifugiati, ovvero i cittadini stranieri a cui lo Stato aveva già riconosciuto una forma di protezione, erano 147mila.
In totale parliamo di meno di 300mila persone, pari allo 0,5% della popolazione. Un gruppo che da solo non riempirebbe nemmeno il Circo Massimo di Roma.
Certo, negli ultimi 10 anni l’immigrazione verso l’Italia è aumentata, ma rispetto ad altri paesi europei — come Germania, Spagna e Regno Unito (la Francia ha una percentuale di stranieri inferiore alla nostra perchè i figli degli immigrati sono considerati cittadini francesi) — i numeri sono ancora contenuti.
Insomma, parlare di invasione e sostituzione etnica è fuori luogo.
Eppure, come si legge nel quinto rapporto sulla rappresentazione del fenomeno migratorio, realizzato dall’associazione Carta di Roma, “nel 2017 si registra, di nuovo, un significativo incremento dei toni allarmistici sui media: i titoli sull’immigrazione sono ancora ampiamente caratterizzati da un linguaggio emergenziale […] e quattro titoli/notizie su 10 hanno un potenziale ansiogeno”.
Il risultato di questa narrazione, scrive il presidente dell’associazione Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, è quello di “consolidare l’idea che l’immigrazione, e gli immigrati, non sono un fatto strutturale, che va governato, ma, appunto, una permanente emergenza, che va fermata. Si rafforza così il senso comune dei pregiudizi e si concima il terreno su cui germoglia la mala pianta degli stereotipi xenofobi e dell’hate speech” (il discorso che incita anche all’odio razziale).
Un terreno che già oggi è molto fertile.
Nel 2014 l’Italia si piazzò prima nell’indice di ignoranza Ipsos-Mori: gli italiani coinvolti nel sondaggio dimostrarono di credere all’allarme “invasione”, sovrastimando la presenza di immigrati e musulmani.
In questi anni la posizione del nostro paese è migliorata, ma la retorica allarmistica continua a fare breccia nell’immaginario collettivo e a generare una visione falsata della realtà .
Molti intervistati hanno sovrastimato il numero di stranieri (immigrati di lungo corso, rifugiati e richiedenti asilo) e di musulmani presenti nel nostro paese e sottostimato l’apporto che gli immigrati danno alla nostra economia versando tasse e contributi.
Il problema del divario tra realtà e percezione del fenomeno migratorio, ovviamente, non riguarda solo l’Italia: secondo l’Osce, l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa con sede a Vienna, “si tratta di un fenomeno preoccupante e sempre più diffuso, che offre un’immagine falsata del fenomeno migratorio. I migranti — scrive l’Osce in una nota inviata a Business Insider Italia — danno un grande contributo alla prosperità globale, inviando ogni anno 583 miliardi di dollari nei loro paesi di origine. Per cogliere le opportunità legate all’immigrazione è necessario creare dei canali regolari e sicuri, cosa di cui si sta discutendo a livello internazionale nei negoziati in corso alle Nazioni Unite, per l’adozione di un patto globale per una migrazione ordinata e legale”.
(da agenzie)
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Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
OGNI SERA PULISCE I PARABREZZA DELLE AUTO A BOLOGNA: LUI ALLUNGA IL FOGLIO CON LE SUE ESPERIENZE
«Cerco lavoro. Posso parlare con te?». È una delle poche frasi che Ahmed, nato in
Bangladesh nel 1984, sa scandire in un italiano corretto. Senza lamenti: il tono è pacato e sereno. Anche quando ribadisce: «Ho molto bisogno». Ha il volto stanco ma si vede che è giovane.
Ha pronto nel taschino del giubbotto anche un curriculum, ordinato e ben piegato, da offrire rapidamente al suo interlocutore. Rapidamente, perchè il tempo per parlare della sua condizione, oggettivamente, è poco.
Il «suo» incrocio
Ahmed Sulaiman è un lavavetri e ha fatto dell’incrocio di strade – tra via Azzurra e via Massarenti staziona, per esempio, regolarmente ogni sera –, il suo personale improvvisato ufficio di collocamento.
È lì, sotto il semaforo in cui prova a racimolare qualche spicciolo – con l’attrezzo lavavetri stretto in una mano – , che infila il suo prezioso curriculum dai finestrini che si abbassano.
Lì, fra le automobili che rombano e attendono impazienti che il semaforo viri al verde. Il ragazzo è gentile, prova a sorridere alla facce scure che, per evitare l’imbarazzo di negare il suo servizio, preferiscono non incrociarne lo sguardo.
Se gli va bene, pulisce il cristallo del parabrezza e quando la mano dall’interno dell’automobile si allunga per porgere l’obolo, ci prova. Prova, cioè, a cambiare la sua condizione. «Adesso faccio questo», ci dice.
In Italia dal 2006
Non sa nemmeno quanto guadagna, quanto raccoglie, o non lo vuole dire. Fatto sta che non gli basta. Perchè lui ha lavorato parecchio, e forse sono stati proprio quei mestieri che gli hanno consentito di ottenere il «permesso di soggiorno valido» che è indicato sul suo curriculum.
È in Italia dal 2006, ha vissuto soprattutto con connazionali e immigrati, ma qualcuno lo ha aiutato a compilare quel foglio che elenca dati personali, esperienze e «obiettivi professionali», così preciso, dal formato europeo consigliato in ogni ufficio di collocamento che si rispetti.
Mille lavori (anche in Libia)
Ahmed non ferma solo gli autisti al semaforo, lui conosce gli sportelli per la ricerca di lavoro, ma ha fretta. Per strada fa sempre più freddo. E quella del lavavetri non è un’attività legale. Qualcuno deve anche averlo consigliato male.
Ad ogni modo Ahmed, forte della sua «licenza scuola dell’obbligo» conseguita in Bangladesh è disponibile ai mestieri più umili e li enumera uno per uno: carico e scarico, pulizie, addetto alle scaffalature, aiuto magazziniere.
Pronto a tutto: «Turni diurni, serali e notturni», lo scrive nero su bianco, e se lo incontri non parla d’altro: «Solo lavoro».
E aggiunge a voce: «Cerco di lavorare per privati, aziende, magazzini, uffici, garage». Il magazziniere lo ha fatto nel 2000, in Libia. Precisa che lì ha imparato a usare «il transpallet manuale ed elettrico».
Sempre in Libia ha fatto anche il lavapiatti e l’addetto alla cucina di un ristorante in cui ha appreso la pulizia di carne e pesce e l’impiattamento.
Poi in Italia, subito a Bologna, non si è risparmiato: lavapiatti, colf presso una famiglia che lo utilizzava anche come giardiniere, venditore ambulante di bigiotteria, addetto alle pulizie per privati e uffici.
Ha pulito scale, appartamenti, capannoni. Scrive di sapere parlare in italiano e inglese e di sapere destreggiarsi con internet e posta elettronica.
Cosa cercavi in Italia quando hai lasciato il tuo Paese?, chiediamo. «Lavoro – risponde – Stare meglio. Mia famiglia».
Il suo curriculum è finito su Facebook e, per ora, ha raccolto «mi piace» e tanti cuori.
Al semaforo come ti trattano? «Bene, bene». E ride.
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL REGISTA ANTICIPA I TEMI DEL PRIMO FORUM NAZIONALE DI DOMANI A ROMA “PER CAMBIARE L’ORDINE DELLE COSE”
Per Andrea Segre c’è “una ipocrisia diffusa” nel modo in cui “tanti nostri partiti si
rapportano alla questione immigrazione”.
Forze politiche che fanno parte di quello che il regista veneto, classe 1976, definisce “L’ordine delle cose”.
Si chiama così il suo ultimo film, proiezione speciale alla settantaquattresima Mostra del cinema di Venezia, centrato sulla tratta di esseri umani tra Libia e Italia, gli accordi con il governo e i capi locali per bloccare i migranti prima che si imbarchino alla ricerca di una vita migliore.
Chiaroveggenza? Segre ha risposto: “No, ho avuto la possibilità di ascoltare chi per l’Italia ci stava preparando a questo che di fatto mette in pratica una nuova violazione dei diritti umani per i quali l’Italia è già stata condannata: stiamo utilizzando centri di detenzione libica, campi per rinchiuderli lì, in sostanza nuovi respingimenti”.
Ne consegue, nel ragionamento di Segre, che quest’ordine delle cose su cui oggi è improntato il rapporto tra Europa e flussi migratori, basato sulla costruzione di uno spazio protetto chiuso ed esclusivo che ha l’effetto di rendere più pericolosi gli arrivi, produrre grandi violenze e violazioni e generare tensioni, deve essere modificato.
Con questo obiettivo si riunirà domani a Roma il primo forum nazionale, intitolato – per l’appunto – “per cambiare l’ordine delle cose”, organizzato da Amnesty International Italia, Banca Etica, Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, Naga Onlus e ZaLab. Proprio di quest’ultima associazione fa parte Segre, tra i fautori dell’iniziativa, promossa con un appello “al quale – dice il regista ad HuffPost – hanno aderito circa ottocento persone da oltre centotrenta città d’Italia. Ci ritroveremo nel centro congressi Frentani per studiare, riflettere ed elaborare proposte. Stiamo percependo una urgenza nella società civile di uscire dal blocco che sta caratterizzando il dibattito sulla questione immigrazione: o silenzio o slogan. Ci sono tante persone nel nostro Paese che non accettano che di un tema così importante, di una questione che cambierà l’Italia e l’Europa, non si parli o lo si fa a colpi di slogan. C’è un’Italia che non ti aspetti, che pensa che il fenomeno migratorio sia un’opportunità “.
Ma c’è anche, nel nostro Paese, chi lo considera un’emergenza da temere. Non più tardi di ieri, da un luogo simbolo della questione, una cittadina di forte immigrazione come Castelvolturno, nel casertano, il leader della Lega, Matteo Salvini, parlava di “una invasione pianificata e organizzata”.
“Le migrazioni sono la conseguenza di grandi disuguaglianze sociali ed economiche. Vogliamo occuparcene o vogliamo tenere queste persone fuori dalla porta e far finta che queste disuguaglianze non esistano? A Salvini chiedo: se ai nostri giovani venisse impedito di muoversi saremmo d’accordo con chi glielo impedisce o grideremmo all’ingiustizia? Credo che Salvini sia ipocrita quando vuole impedire agli altri di muoversi mantenendo il suo, il nostro diritto a farlo. E se passassimo noi dalla parte di chi non ha più questo diritto, come reagiremmo?”.
Ha parlato di ipocrisia a proposito della Lega. Come giudica la frase di Renzi, in passato utilizzata proprio dal Carroccio, “Aiutiamoli a casa loro”?
“È preoccupante che questa posizione di ipocrisia cominci ad essere condivisa da forze politiche che dovrebbero mettere i diritti di chi ha più bisogno, di chi è vittima di disuguaglianze, al centro delle proprie strategie e sostenendo idee di chiusura finiscono per appoggiare il diritto di chi ha più privilegi. Assistiamo ad una trasformazione, con le forze più progressiste incamminate in una direzione di chiusura che ci impensierisce”.
Eppure, dati alla mano, dopo gli accordi con la Libia il numero degli arrivi via mare verso l’Europa è diminuito e nei palazzi del potere c’è più d’uno che tira un sospiro di sollievo. Secondo lei la strategia del ministro Minniti, la strategia del Governo, funziona per risolvere la questione?
“Non vorrei personalizzare, riferendomi a Minniti, nel senso che non si tratta di colpe personali. Da ministro dell’interno, ovviamente con tutte le responsabilità legate al suo ruolo, applica la strategia del Governo, una strategia comune ad altri stati europei, basata sulla chiusura delle vie regolari di migrazione. Quanto alla diminuzione degli sbarchi, credo sia sbagliato giudicare la strategia guardando solo ai numeri. Bisogna chiedersi dove sono le persone che tentano di mettersi in viaggio. Ebbene, sono nei centri di detenzione, in Libia come in Turchia e in Tunisia e subiscono violazioni ai loro diritti. Il punto sul quale si deve riflettere, e noi vorremmo farlo nel forum, è come si costruisce un sistema che metta al centro il diritto dell’essere umano di spostarsi in maniera regolare e sicura”.
L’estate scorsa Minniti ha dichiarato di aver temuto per la tenuta democratica dell’Italia quando, prima degli accordi con la Libia, in trentasei ore erano sbarcati 12.500 migranti su 25 navi diverse. C’è, a suo avviso, il rischio che l’immigrazione metta a repentaglio la tenuta democratica del Paese?
“Per scongiurare il rischio bisogna dare al bisogno di migrare vie regolari, diffuse e sicure. Se le persone non hanno altra scelta che ricorrere ai barconi, sono costrette a incanalarsi in un imbuto che non fa altro che alimentare, dunque aumentare, le tensioni e far crescere il business dei trafficanti”.
Poco fa, lei ha fatto cenno alla “direzione di chiusura delle forze progressiste”. La registra anche in merito al sostegno della legge sulla cittadinanza, relativa allo ius soli?
“Le persone che sono nate o cresciute in Italia devono avere gli stessi diritti di chi è nato in Italia da italiani, diciamo per intenderci, “doc”. Si tratta di una riforma necessaria in un mondo in cui la globalizzazione ha portato le persone a muoversi, a spostarsi da un posto all’altro. Non riconoscere questa necessità vuol dire chiudersi in una ipocrisia, basata sulla distinzione delle persone su base etnica. I diritti sono legati all’essere umano non al tuo essere bianco, giallo o verde. Anche sullo ius soli è in gioco la capacità di riconoscere i diritti dell’essere umano oltre e soprattutto prima di qualsiasi appartenenza etnica”.
Il senatore Manconi, in un recente post su Facebook, ha scritto, riferendosi anche alla legge sullo ius soli, passata alla Camera e oggi ferma a Palazzo Madama: “Si era aperto uno spiraglio favorevole ma credo che si stia pericolosamente chiudendo”, e “penso che sia una manifestazione di codardia politica”. Berlusconi ha detto che Forza Italia non voterà la fiducia alla legge che sembra scomparsa anche dall’agenda di dem mentre i Cinque Stelle hanno dichiarato che non voteranno. Crede che si farà il passaggio in Senato?
“Dipende dalla capacità e dalla dignità dei parlamentari, se intenderanno o meno accettare il ricatto di slogan populisti, anteponendo a questi ultimi i diritti degli esseri umani. Altrimenti andranno a ledere questi diritti e si prenderanno la responsabilità della scelta. Vede, io non credo che gli italiani siano solo Di Maio, Berlusconi, Renzi e Salvini, credo che siano, come dire, qualcosa di più complesso e che ci siano molti italiani che si rifiutano di accettare di stare dentro quegli slogan. Il nostro forum è un tentativo di dare voce a questi italiani”.
Non le sarà sfuggita, a proposito di immigrazione, l’onda montante di paura, quella che Diamanti ha definito “la paura degli altri”, alla quale in politica si accompagna anche un aumento di consenso alle forze di destra e destra radicale. Elemento, la paura, che in vista della campagna elettorale, potrebbe essere utilizzato dalla politica per raccogliere nuovo consenso.
“Noi puntiamo alla ragione, alla dignità , alla giustizia per creare una nuova forma di consenso. Per questo abbiamo lanciato un appuntamento per radunare gli italiani e i nuovi italiani – chi non potrà esserci fisicamente potrà seguire i lavori attraverso la diretta streaming trasmessa sulla pagina Facebook dell’associazione ZaLab – attivi quotidianamente per costruire una società più degna, più aperta, più giusta”
Non vorrete creare un partito?
“Un partito assolutamente no, ma un movimento di pressione sociale che avanzi delle proposte sì. Un movimento che non candiderà nessuno, ma elaborerà e avanzerà proposte, mettendole a disposizione di coloro che, tra i candidati, vorranno farle proprie. Le proporremo nel corso della campagna elettorale, che, se sarà declinata a slogan e paura, non riuscirà a proporre nulla di nuovo. Il nostro è un percorso di dialogo che intendiamo avviare a partire da questa campagna elettorale, ma per portarlo avanti in futuro, sia con i politici che con la società civile. Un percorso per cambiare l’ordine delle cose”.
Come si fa, da dove intendete cominciare?
“Ne discuteremo e poi ragioneremo sulla base di proposte concrete”.
Tornando “alla paura degli altri” e all’ostilità di parte del Paese verso i migranti, un altro cavallo di battaglia di chi soffia sul fuoco della paura è “i lavoratori di origine straniera sono in competizione, sottraggono il lavoro agli italiani”. Non pensa, Segre, che anche al sindacato possa essere attribuita qualche responsabilità , per non aver fornito con maggiore determinazione interpretazioni e chiavi di lettura del fenomeno alternative?
“Intanto, per cominciare, ci sono sindacati e sindacati. Poi, come ha spiegato Alessandro Leogrande in un suo intervento, questo conflitto in gran parte non esiste perchè i lavori a cui accedono gli stranieri sono lavori ai quali gli italiani non vogliono più accedere”.
Leogrande, intellettuale esperto di migrazioni contemporanee scomparso qualche giorno fa, in un suo recente intervento aveva fatto riferimento all’idea, diffusa, “che i migranti siano una massa informe, numeri, corpi che hanno bisogno di essere sfamati, assistiti, aiutati. Invece di essere persone con dei desideri, una volontà , dei progetti”. Si potrebbe partire da questo mutamento di prospettiva per cambiare l’ordine delle cose?
“Alessandro doveva intervenire al forum, che non a caso abbiamo pensato di dedicargli, il suo sarebbe stato tra gli interventi iniziali. Mi sembra una citazione pertinente, un’indicazione da seguire. Sarà nostro dovere morale ed etico ricordare il suo contributo al tema immigrazione, il suo lavoro che continuerà ad illuminare la nostra conoscenza e la nostra coscienza”.
(da “Huffingtonpost”)
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