Novembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
FEDERICO SOLA: “INTERVENTI LIBICI SONO PIU’ INTERCETTAZIONI CHE SOCCORSI, NON SIAMO IN LIBIA GRAZIE ALL’ITALIA COME DICE GENTILONI”… “INVESTIMENTI UE? SI TRADUCANO IN FATTI CONCRETI”
“Nel Mediterraneo si è creato un pericoloso vuoto. E da questo vuoto possono nascere nuove tragedie”. Federico Soda, italocanadese, direttore dell’ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni), pesa con attenzione le parole: “La minore presenza delle navi delle ong non è stata infatti compensata da un maggior impegno dei mezzi governativi italiani ed europei”.
Anche il ruolo crescente della Guardia costiera libica può essere un fattore di rischio
“Non so se gli interventi della marina libica siano qualificabili più come intercettazioni, che come soccorsi. Il problema sono le condizioni di detenzione dei migranti sul territorio”.
Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha rivendicato che “se oggi organismi Onu possono intervenire in Libia è perchè l’iniziativa italiana ha consentito passi avanti”.
“Ricordo che l’Oim non è in Libia grazie all’Italia, noi sul territorio siamo sempre stati operativi, non siamo mai andati via, abbiamo un accordo col governo locale”.
L’Alto commissario Onu per i diritti umani ha bollato come “inaccettabili” i centri di detenzione libici. Voi non rischiate di essere solo una foglia di fico?
“La situazione in Libia è drammatica, ma non per questo è giusto non fare niente. Noi abbiamo lì 160 colleghi che rischiano la vita per aiutare i migranti. Stiamo migliorando le condizioni di centinaia di uomini e donne. Abbiamo accesso ai due terzi dei 30 centri governativi ufficiali, ma vorremmo che tutti i centri per migranti fossero aperti. Facciamo quello che possiamo”.
Come valuta il calo degli sbarchi in Italia?
“Se sommiamo agli arrivi sulle coste italiane i migranti intercettati dai libici, arriviamo a numeri molto alti anche quest’anno. Il calo rispetto al 2016 si conferma, ma i flussi restano intensi. Le premesse infatti non sono cambiate: la situazione non è migliorata nei Paesi d’origine dei migranti ed è peggiorata in Libia”.
Per questo è urgente il grande piano di investimenti in Africa annunciato dalla Ue?
“E’ fondamentale che il dialogo con l’Africa si traduca in una vera partnership e collaborazione reciproca. Non si devono, insomma, condizionare gli aiuti al blocco dei flussi migratori”.
(da “La Repubblica“)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Novembre 26th, 2017 Riccardo Fucile
ISTAT, CALANO GLI STRANIERI, IN OLTRE 50.000 HANNO LASCIATO IL NOSTRO PAESE PERCHE’ NON PIU’ ATTRATTIVO COME POSSIBILITA’ DI LAVORO
Le immagini degli sbarchi dalla Libia hanno segnato così a fondo noi italiani, che un
dettaglio rischia di sfuggirci: il 2017 potrebbe rivelarsi il primo anno nella storia recente nel quale il numero di stranieri che vivono in Italia inizia a diminuire.
Da quasi quattro decenni l’istituto statistico Istat ha iniziato a registrare la quantità di immigrati residenti e finora non si è mai visto un calo.
Nel 1981 si contavano fra le Alpi e la Sicilia meno di 100 mila stranieri, alla fine del 2016 poco più di cinque milioni.
Ma quando i dati più recenti saranno resi noti, sembra quasi inevitabile che emerga la prima inversione di tendenza.
Essa sarebbe il frutto di dinamiche diverse: alcune preoccupanti, altre incoraggianti, altre ancora del tutto naturali.
Normale per un Paese meta dell’immigrazione di massa da tre decenni è per esempio che inizi a crescere rapidamente anche il gruppo di coloro che decidono di diventare italiani.
Queste persone spariscono dal conto degli stranieri solo per questo motivo: solo fra i non europei, nel 2016 hanno preso la cittadinanza italiana a pieno titolo 184 mila persone, quasi il quadruplo rispetto all’inizio del decennio.
Dunque il primo calo del plotone degli stranieri non equivale a una riduzione di coloro che sono nati all’estero.
Un secondo fattore relativamente incoraggiante all’origine dell’inversione di tendenza viene dal canale di Sicilia. Se anche gli arrivi dal mare questo mese e il prossimo si confermassero pari a quelli di fine 2016, quest’anno si chiuderebbe con oltre 50 mila arrivi via mare in meno.
Questo crollo potrebbe di rivelarsi decisivo, perchè dal 2013 il totale dei residenti stranieri è sempre aumentato di meno di 50 mila all’anno.
Solo un flusso di sbarchi molto sostenuto permetteva che il numero degli stranieri crescesse un po’: 21 mila in più l’anno scorso, 12 mila nel 2015.
Un terzo fattore
C’è poi un terzo fattore che spiega la storica inversione di tendenza a cui l’Italia va incontro: gli immigrati ri-emigrano. Sono arrivati per farsi una vita tempo fa e ora sempre più spesso vanno via per rifarsene un’altra in un altro Paese.
Lo fanno anche dopo aver conquistato il passaporto italiano, che permette loro di non dover chiedere permessi per cercare lavoro in Svizzera, Svezia, Norvegia o Germania. Del mezzo milione di «nuovi italiani» diventati tali fra il 2012 e il 2016, nello stesso periodo 24 mila erano già migrati altrove.
La fuga dei giovani nati in Italia, a ben vedere, rischia di far nascondere un po’ il fenomeno – più intenso – della fuga dall’Italia dei nati all’estero.
In realtà però gli immigrati stanno ri-emigrando fuori dall’Italia a ritmo cinque volte più veloce di quanto facciano i giovani italiani.
Nel 2015, ultimo anno registrato, risulta ufficialmente trasferito all’estero un italiano ogni 500 circa e uno straniero ogni cento.
Così gli stranieri che hanno gettato la spugna nel 2015 sono stati 44 mila, il triplo rispetto a nove anni prima.
Molto probabilmente però i numeri reali sono maggiori sia per loro che per i migranti italiani, perchè in tanti partono senza cancellare la residenza di origine.
La ri-emigrazione degli immigrati
La ri-emigrazione degli immigrati è un fenomeno, per certi aspetti, comprensibile. Secondo il centro-studi di Parigi Ocse, l’Italia divide con la Slovacchia il primato europeo di giovani stranieri «Neet», che non studiano nè lavorano: fra loro uno su tre vive ai margini della società , una quota anche più alta di quella già da record dei loro coetanei italiani.
L’Italia divide poi con la Grecia il primato di immigrati occupati in ruoli nettamente inferiori alle loro qualifiche. La disaffezione verso l’Italia non è uguale per tutte le comunità più numerose e insediate storicamente nel nostro Paese.
Essa è molto pronunciata fra i rumeni e fra i polacchi, che stanno andando via in gran numero. Sembra invece esserlo di meno fra gli albanesi, i cinesi, i filippini o gli ucraini.
Una specie di inversione cognitiva
Di certo l’Italia ha l’aria di soffrire di una specie di inversione cognitiva: mentre il ceto politico non fa che dibattere su un’«invasione» dall’estero – riflesso delle immagini televisive degli sbarchi – si consuma fra gli stranieri più qualificati e (un tempo) più integrati una sorta di silenzioso deflusso verso l’estero.
Nell’ultimo anno per esempio sono «spariti» dalle statistiche 55 mila marocchini, solo 35 mila dei quali avevano preso cittadinanza italiana; gli altri hanno gettato la spugna. Così l’Italia si sente talmente presa d’assedio da non cogliere di non essere più considerata attraente.
Fra il 2007 e il 2015 è fra le prima trenta democrazie avanzate dell’Ocse quella che ha visto il maggiore crollo di afflussi di migranti (-67%). E in un’Era di cultura globalizzata, divide con la Grecia anche il primato nel calo di visti d’ingresso agli studenti dall’estero: dal 2008, si sono quasi dimezzati.
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Novembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
L’UOMO HA SUBITO CHIAMATO I CARABINIERI: “MIA MOGLIE E’ MORTA E ALLEVO I MIEI DUE RAGAZZI DA SOLO, QUEL PICCOLO POTEVA ESSERE MIO FIGLIO”
Ad accorgersi del piccoletto è stato suo figlio Mohammed, attaccante tredicenne del Montà , quando è rientrato dalla partita di calcio di domenica.
«Papà , qui fuori c’è un bambino da solo. È normale?».
Abdelouamed stava preparando il pranzo in cucina, è uscito subito fuori e si è trovato un bambino di due anni e mezzo, senza cappottino o giubbotto, che girovagava da solo per strada con la faccia un po’ spaesata.
«Dov’è la tua mamma?», gli ha chiesto. Per tutta risposta quello gli ha preso la mano, forse per farsi riaccompagnare a casa. Ma si capiva che non sapeva dove andare. Abdelouamed è rimasto ancora un po’ fuori con lui, sperando di trovare i genitori, poi ha chiamato subito i carabinieri del comando provinciale di Padova.
L’arrivo dei carabinieri
Sono stati loro, con l’antico metodo del campanello (hanno suonato ad ogni porta finchè non hanno trovato qualcuno che riconoscesse il bambino) a riconsegnare il pargolo agli ignari genitori, che erano usciti a comprare i regali di Natale affidando il più piccolo al fratello maggiore quindicenne.
I due sono stati segnalati ai servizi sociali e denunciati per abbandono di minore, anche se in realtà contavano sulla vigilanza del figlio più grande.
Il pensiero di un padre
Forse è per questo che non hanno neanche detto grazie a Abdelouamed Sarour, 48 anni di Casablanca, da ventuno in Italia dove sono nati i suoi due figli, Mohammed, 13 anni, e Ines, di undici.
«Quando ho visto il bambino da solo ho agito da padre, senza pensare a un grazie o a una ricompensa», racconta al telefono. «Si capiva che era uscito di casa all’improvviso, perchè non era coperto. Ho temuto che sua madre si fosse sentita male o che fosse caduta in cucina. Ho provato a farmi indicare la strada da lui, ma quando ho capito che non sarebbe riuscito a mostrarmela ho chiamato subito i carabinieri, non potevo fare altro. L’ho fatto sedere in una sedia vicino a casa mia e ho aspettato che arrivassero i militari».
«Era naturale aiutarlo»
Abdelouamed, operaio in una ditta di stampaggio, ripete di averlo «fatto con piacere»: «Era una cosa naturale. Mia moglie è morta per un tumore tre anni fa e sto crescendo da solo i miei due figli. Sono un padre, poteva essere mio figlio».
La verità è che poteva finire in molti modi.
Grazie a lui è finita bene.
(da “Il Corriere della Sera”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Novembre 13th, 2017 Riccardo Fucile
CHI SI NASCONDE DIETRO L’INTERESSE AD ALZARE IL TONO DELLA POLEMICA
«Ho il timore che alzare il tono della polemica sia espressione, mal celata, di qualcuno infastidito di avere intorno troppe forze di polizia»: il vescovo Antonio Suetta ufficializza ciò che molti, in città , sospettano da tempo: una strategia mirata, che destabilizzi la popolazione, costringendola a fare pressione sulle istituzioni per arrivare all’obiettivo primario: svuotare Ventimiglia dai migranti solo per liberarla dalla presenza delle forze dell’ordine.
Ribadendo, così, ancora una volta, quanto la criminalità organizzata abbia interessi nella città di confine.
Il nome dell’alto prelato compare nella prima delle lettere minatorie inviate da maggio al sindaco Enrico Ioculano, e, successivamente, a Don Rito Alvarez, il prete dell’accoglienza, e alla stessa Caritas. «Non spetta a me valutare la pericolosità delle missive ricevute — aggiunge il vescovo — Potrebbe essere stato un mitomane, un esagitato. Ma è possibile che qualcuno voglia intimidire davvero».
Il vescovo è conscio di quanto sta accadendo, conosce bene i disagi che l’accoglienza ha provocato, soprattutto in determinati quartieri: «Non sono miope, ma la congiuntura di questa situazione non dipende dall’amministrazione comunale, dalla Prefettura o dagli inquirenti: Ventimiglia è città di confine. L’attenzione delle istituzioni verso questo segmento di immigrazione è molto alta». Ma la gente ha paura, protesta in piazza: «Sono piccole frange di persone che si agitano più del necessario», minimizza il prelato.
E sottolinea: «Ventimiglia non ha mai registrato situazioni gravi da quando ospita i migranti e questo grazie a tutti coloro che hanno operato bene per aiutare i profughi. Il problema è da ambo le parti: chi lascia il proprio Paese fuggendo dalle guerre, dalla fame, ha necessità di raggiungere i propri obiettivi. Ed è ovvio che in mezzo a tanta gente possano esserci situazioni non riconducibili a vera povertà . Occorre imparare a riconoscerle».
Monsignor Suetta non ha paura, nonostante le minacce: «La Caritas collabora con tutte le istituzioni non dimenticando mai i nostri poveri. Sta sempre attenta alle necessità della gente. Io stesso mi occupo di alcuni casi delicati di Ventimiglia. Ovvio sia più semplice offrire cibo e coperta che un lavoro. Ma non si fa nulla contro nessuno o a danno di qualcuno. Se anche chiudessimo le porte dell’assistenza, e non lo faremo mai, la presenza di migranti non solo non finirebbe, ma si creerebbero situazioni esasperate e più impattanti delle attuali».
E conclude: «Auspico per i veri profughi che tutto si risolva: abbiamo aderito al progetto della Comunità di Sant’Egidio che mira ad aprire nuovi corridoi umanitari».
(da “Il Secolo XIX”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Novembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
LONTANO L’OBIETTIVO DELL’ACCOGLIENZA DIFFUSA, PREVALGONO ANCORA I CENTRI EMERGENZIALI CON SERVIZI MINIMI… SOLO 1017 COMUNI SU 7978 HANNO SCELTO LO SPRAR
L’accoglienza diffusa nei Comuni dei migranti?
Nel 2016 ha aderito al progetto solo un comune su otto in Italia e quasi sempre al Sud. Quasi un anno dopo la firma dell’Intesa tra ministero dell’Interno ed Anci per rilanciare il progetto Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) sono 1017 su 7978 le amministrazioni che hanno aderito al sistema che secondo un decreto legislativo di due anni fa (145/15) sarebbe dovuto ormai diventare l’unico in Italia.
I numeri raccontano una realtà in crescita (l’anno scorso erano circa 35mila i posti, mentre nel 2015 28mila), ma non abbastanza perchè le strutture che agiscono nell’emergenza e offrono “servizi minimi” non siano da considerare ancora la via privilegiata.
Secondo Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), “è un fallimento” e tra i principali problemi c’è il fatto che tutto funzioni ancora su base “volontaria”. Ma soprattutto è una scelta “politica”.
Diversa la posizione dell’Anci che parla invece di “maratona” e di risultati che arriveranno presto.
Sotto accusa il Viminale: i dati parlano di una migliore integrazione di chi entra negli Sprar, e quindi usufruisce di stage, tirocini e corsi di lingua, rispetto a chi viene accolto nelle strutture di emergenza. Ma ancora ad essere favoriti sono i centri di grandi dimensioni.
Che cos’è e come funziona
Il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati è la rete comunale dell’accoglienza, coordinata dal Servizio centrale, che il ministero dell’Interno ha affidati all’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), che a sua volta si avvale anche della collaborazione della Fondazione Cittalia per la gestione del Sistema.
Che nel concreto significa: il Comune dà la sua disponibilità per ricevere una quota di migranti, diventa “ente capofila del progetto” e riceve finanziamenti standard (35 euro a persona) che possono aumentare sulla base dei servizi per l’integrazione offerti. L’alternativa “d’emergenza” sono i Cas, Centri di accoglienza straordinaria, che per legge sono dotati solo dei “servizi minimi”: in altri termini una branda, un’infermeria e qualcosa da mangiare. Per legge.
Poi qualcuno si spinge oltre, ma sono casi rari. Sempre stando alla norma, i Cas dovrebbero essere soluzioni temporanee in attesa che si liberi un posto Sprar. Peccato però che ad oggi i richiedenti asilo quasi in otto casi su dieci siano in un Cas.
Il 14 dicembre dell’anno scorso, Marco Minniti, fresco di nomina a capo del Viminale, siglava un accordo con Anci per potenziare la rete dell’accoglienza dei Comuni, introducendo soprattutto la “clausola di salvaguardia”: in sostanza, se un Comune entra in un progetto Sprar, non è obbligato ad accogliere anche un centro di accoglienza straordinaria (Cas).
“Molte città , tra Sprar, Cas e Cara, rispettano la loro quota, e realizzano il piano Anci-Viminale. Capisco che è non è semplice, ma l’accoglienza va dirottata su quei territori che non fanno accoglienza, secondo quanto prevede l’accordo. Proprio alla luce di questa situazione la stessa Anci ha già chiesto più volte e ufficialmente, anche ai tempi del prefetto Gabrielli, di concentrarsi sui Comuni con zero presenze”. Lo diceva il 20 giugno 2017 il presidente dell’Anci e sindaco di Bari Antonio Decaro.
“Non conviene, è fallimento”. “No stanno aumentando le disponibilità ”
Le opinioni sul sistema sono contrastanti. Chi è molto critico è Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e presidente del Consorzio italiano di solidarietà -Ufficio rifugiati onlus di Trieste.
“Il problema è che il governo sostiene lo Sprar a parole, ma nei fatti l’amministratore medio non trova convenienza nell’entrare nel sistema ordinario”.
Secondo Schiavone il problema è che l’ingresso nel programma avviene solo su base volontaria. “Non credo che così lo Sprar possa diventare l’unico sistema nel Paese, ma nemmeno il maggioritario”.
Quindi ha concluso: “Il sistema, nella pratica, disattende il disegno normativo. È un fallimento ed era pure annunciato: è impossibile da applicare, se voglio un sistema unico, nel momento in cui lo metto à la carte, che uno può scegliere se starci o anche no”.
E i numeri, mai come quest’anno, inducono a pensare che non ci sia un’emergenza: questo ormai è evidente. Il Dossier statistico sull’immigrazione curato dal centro studi Idos e dalla rivista Confronti indica che solo lo 0,4% della popolazione italiana è composto da richiedenti asilo.
Dall’Anci, Associazione nazionale comuni italiania, la posizione è totalmente diversa. Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato immigrazione per l’Anci: “Il ministero ha dato una grossa mano a sviluppare il progetto. Lo Sprar non è un centometrista, ma un maratona: ci vorrà del tempo ma ci arriveremo”.
Biffoni si basa sui numeri che comunque negli anni sono cresciuti: lo Sprar oggi conta circa 35mila posti, mentre nel 2015 erano circa 28mila. E anche per questo, ha dichiarato il primo cittadino, è necessario che l’adesione resti su base volontaria: “Se non fosse così, il sistema crollerebbe: lo Sprar funziona se sono dei progetti dei Comuni e i Comuni ci devono credere. I sindaci ci hanno messo la faccia e continuano a farlo, quando hanno deciso di sottoscrivere l’accordo per l’equa distribuzione dei migranti sul territorio. Oggi la situazione è migliorata, le clausole di salvaguardia sono preservate. Il ministero è stato pronto ad intervenire, quando necessario”.
Tuttavia, non tutto va ancora liscio e le reazioni sono diverse a seconda della Prefettura.
Italia spaccata in due: pochi centri Sprar al Nord
Quello che però non si può discutere è il fatto che il “travaso”, previsto dal decreto due anni fa, ancora non è avvenuto. Non solo, stando ai numeri l’Italia dell’accoglienza si è spaccata in due.
A Sud sono nati molti più centri Sprar di quanti non ce ne siano a Nord.
In Calabria il 10% dei centri sono Sprar, in Sicilia e Lazio il 19%, ma escluse Piemonte e Lombardia le altre regioni del Nord sono sotto il 3,5%.
Perchè? Secondo Schiavone dell’Asgi, è una questione politica: “A Nord il motivo del no allo Sprar è principalmente politico: i sindaci non vogliono i richiedenti asilo e se sono costretti ad aprire un Cas possono scaricare la responsabilità sulle prefetture. Al Sud invece si accetta perchè c’è un contributo economico e perchè comunque è uno strumento che dà uno stimolo all’economia locale”.
Tra gli incentivi promossi dall’intesa Anci-Viminale infatti, come evidenziato dal rappresentante Asgi, ci sono 700 euro all’anno per ogni richiedente accolto nello Sprar. Anche per i Cas c’è una quota: 500 euro.
La proposta entrerà molto probabilmente nella prossima Legge Finanziaria. Il contributo non ha vincoli d’investimento: ogni sindaco potrà usarlo come riterrà opportuno.
“Il sistema in questo modo”, ha concluso Schiavone, “incentiva il trattamento dell’accoglienza come un puro fattore economico”.
Secondo Biffoni dell’Anci invece, non basta parlare di una divisione tra Nord e Sud ed è invece necessario andare oltre i numeri e valutare anche la qualità dei progetti: “È un problema di diffusione dei numeri”, ha commentato, “al Nord ci sono comunque alcuni dei progetti più avanzati in assoluto, come quello della Città metropolitana di Bologna”.
Le regole che favoriscono i grandi centri
Se il sistema dello Sprar dovrebbe essere quello principalmente incentivato dal Viminale, nei fatti però succede diversamente. Ad esempio risale a maggio la decisione del ministero dell’Interno di introdurre il nuovo schema per il capitolato d’appalto dei centri di accoglienza straordinaria.
“Un capolavoro per mettere i bastoni fra le ruote agli Sprar”, ha attaccato Schiavone. Tre gli obiettivi sbandierati dal ministro Minniti: “Il superamento del gestore unico, la tracciabilità dei servizi, i poteri di ispezione da parte del ministero dell’Interno che vengono significativamente rafforzati”.
Il primo punto, però, vale solo per i centri sopra i 300 posti e il criterio di scelta di un appalto è “quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa”, che inevitabilmente favorisce le grandi concentrazioni dove è possibile fare economia di scala. L’esatto contrario dell’accoglienza diffusa.
Così la vede il rappresentante Asgi: “Tutto quell’incredibile capitolato è pensato per centri di grandi dimensioni che non possono essere assorbiti all’interno dello Sprar. La prima volta che l’ho letta ho pensato che dovesse esserci una seconda parte. Per fortuna qualche Prefettura con il buon senso ha aggiunto dei correttivi, ma sua sponte: ha aggiunto correttivi che non sfavorissero troppo i progetti simili agli Sprar e con standard simili a Sprar”. Dall’Anci sminuiscono il problema: “È necessario tutelarsi anche in caso di emergenza, capisco il punto di vista del ministero”, ha replicato Biffoni.
Ma l’accoglienza Sprar resta la più efficace per l’integrazione
Un’altra differenza fondamentale tra Cas e Sprar riguarda l’efficacia del percorso d’accoglienza. A parte gli esempi di Trieste e Torino citati da Schiavone, nella maggior parte dei Cas italiani, chi riceve l’asilo politico esce dalle strutture, concepite solo per richiedenti.
“Se è fortunato, a quel punto trova posto in una struttura Sprar altrimenti non gli resta altro che la strada”, ha detto Schiavone. Gli Sprar, invece, hanno una durata minima di sei mesi dopo l’ottenimento dell’asilo politico o della protezione internazionale. Quel lasso di tempo serve per fare tirocini, stage, inserimenti lavorativi, per poter diventare indipendenti.
“Il tempo però è troppo poco, così spesso chi entra nello Sprar alla fine del percorso deve essere seguito ancora dai servizi sociali del Comune”, ha concluso Schiavone.
Per alcuni amministratori è questo un disincentivo all’accoglienza diffusa.
I dati del Dossier immigrazione di Idos e Confronti sull’efficacia del sistema lasciano comunque spiragli di fiducia: nel 2016 il 41% delle persone uscite dai centro Sprar era autonoma, con un lavoro e una casa, pienamente integrata, il 6% in più del 2013. Però il 54% ha lasciato volontariamente prima della scadenza dei termini (di questi il 25% “ha acquisito gli strumenti utili all’integrazione”).
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Novembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
“SEGNALE IMPORTANTE CHE VOGLIANO METTERSI A DISPOSIZIONE DELLA COLLETTIVITA'”
Ci sono anche otto giovani stranieri richiedenti asilo tra quanti hanno partecipato a Ventimiglia al primo corso per entrare a far parte della Croce rossa italiana.
Ben 42 persone, lo scorso fine settimana, hanno infatti partecipato al corso base per diventare volontario della Croce rossa.
Tra questi, in 36, dopo un incontro con elementi di teoria e pratica, hanno ottenuto l’auspicata abilitazione, che consentirà loro di accedere ai corsi successivi. E, a sorpresa, spiccano anche 8 profughi, richiedenti asilo, ospiti proprio della Cri di via Dante a Ventimiglia.
Lo ha sottolineato, con grande soddisfazione, il presidente, Enzo Palmero: «Siamo molto contenti. La presenza di un così grande numero di ventimigliesi al corso fa capire quanto sia apprezzato il lavoro dei nostri militi e volontari. Ma ovviamente c’è molta soddisfazione anche nel vedere che ben 8 ragazzi migranti e richiedenti asilo, nostri ospiti, vogliano aiutare e mettersi al servizio della collettività ».
I giovani profughi hanno un’età compresa tra i 22 ed i 26 anni e, tra i primi a chiedere asilo una volta giunti nella città di confine, sono ospiti della Croce rossa di Ventimiglia da circa un anno e mezzo.
(da “il Secolo XIX”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Novembre 9th, 2017 Riccardo Fucile
UOMINI E DONNE CON PASSAPORTO AMERICANO RIVENDICANO LE PROPRIE ORIGINI: UN NOSTRO DIRITTO
La vendetta dello ius soli ha i volti e i nomi degli italiani di ritorno, centinaia di uomini e donne con passaporto americano ma sangue e luogo di nascita tra la Val d’Aosta e la Sicilia.
Dopo anni hanno deciso di riconquistare a ogni costo un pezzo del loro passato e rivendicare il diritto di essere italiani come sono nati, e molti di loro anche cresciuti. Mentre la politica discute e si scontra sullo ius soli senza trovare un accordo, da un angolo di passato riemerge la storia dimenticata di uno dei più imponenti casi di adozione di massa per l’Italia: avvenne tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta e coinvolse almeno 3700 bambini.
Erano figli non riconosciuti, ma anche piccoli sottratti con l’inganno a genitori che speravano di poterli rivedere prima o poi.
Erano il frutto amaro di un’Italia che iniziava appena a liberarsi dalle macerie e dalla povertà della seconda guerra mondiale, ma era ancora lontana dal benessere diffuso degli anni successivi. I bambini venivano mandati negli Stati Uniti seguendo percorsi ai limiti della legalità , a volte anche del tutto illegittimi.
Il traffico andò avanti indisturbato sino alla fine degli anni Cinquanta, quando esplose lo scandalo dei bambini deportati negli Stati Uniti. Il caso finì in Parlamento e il ministero degli Esteri dovette correre ai ripari, assicurando che da quel momento in poi le adozioni avrebbero seguito regole precise e che comunque i consolati italiani avrebbero seguito le pratiche di tutti gli orfani fino alla maggiore età .
A sessant’anni di distanza i bambini sono ormai anziani, ma delle promesse di prendersi cura dei loro percorsi si è persa traccia.
Chi va in consolato a chiedere di ripercorrere il cammino a ritroso per ritrovare le origini si vede chiudere le porte o al massimo incontra una gran confusione.
Alla richiesta di accedere ai dati biologici per dimostrare di avere diritto alla cittadinanza spesso non ci sono risposte o al massimo ci si scontra con muri di gomma.
La battaglia
È iniziata così la battaglia di questo gruppo di italiani di ritorno rappresentati dall’associazione Italiadoption guidata da John Pierre Battersby Campitelli.
«Dove sono finiti i 3700 italiani adottati negli Usa? Stiamo iniziando il puntiglioso lavoro di ricostruire la diaspora e di documentare le storie di ciascuno di loro», spiega.
Gli obiettivi sono due: «Vogliamo ottenere il dirittoalleorigini senza discriminazioni di nessun genere (anche per i residenti all’estero) e vogliamo il riconoscimento della doppia cittadinanza per tutti i figli della diaspora senza lungaggini burocratiche».
Le armi a loro disposizione per vincere la battaglia sono molte.
Potrebbero approfittare della caduta del segreto sulle origini avvenuta dopo le sentenze della Corte Costituzionale e della Cassazione, ma si tratta di un percorso lungo e costoso: la solita burocrazia italiana prevede che si vada in Italia a fare richiesta.
In alternativa si stanno procurando le prove che i minori emigravano solo con il consenso dei consolati e che quindi ora i consoli non possono far finta di nulla.
«Dai documenti dell’epoca risulta che il Consolato doveva informare il Ministero degli Esteri sulla situazione morale, religiosa e economica della famiglia adottiva. Il minore italiano emigrava solo con il loro consenso e doveva essere registrato nell’anagrafe consolare e seguito nel suo inserimento nella famiglia adottiva americana fino al compimento dei 18 anni. La cittadinanza italiana, quindi, era conservata nonostante fossimo poi naturalizzati come cittadini americani da minorenni», spiega il presidente di Italiadoption.
Le richieste di tornare a essere cittadini italiani, quindi, stanno aumentando.
E la questione sta per essere inserita in un’interrogazione parlamentare.
A firmarla sarà l’onorevole Fucsia Nissoli che ad agosto ha anche provato a scrivere all’ambasciatore italiano negli Stati Uniti chiedendogli di «intervenire per predisporre una procedura valida per tutti i consolati italiani in Usa».
Per ora, il ministero degli Esteri si è limitato a rispondere ufficialmente che: «L’Ambasciata d’Italia a Washington, in stretto coordinamento con i Consolati interessati e con le competenti istanze italiane, sta seguendo alcuni casi segnalati dall’Associazione Italiadoption. Ogni caso presenta profili diversi ed è diverso dagli altri». Non è la risposta che si aspettavano, ma la battaglia degli italiani che vogliono tornare a essere italiani è appena agli inizi.
Richiamato per la leva in Italia non aveva neppure i documenti
Ha scoperto a un certo punto di dover fare il soldato in Italia, ma intanto non era riuscito a ottenere il passaporto, perchè ufficialmente non era cittadino italiano e ha vissuto per anni da straniero nel Paese in cui era nato e in cui avrebbe dovuto avere tutti i diritti.
È la vita a sorpresa di John Pierre Battersby Campitelli, ingegnere che lavora all’Ibm vicino Milano dopo aver girato mezzo mondo e soprattutto dopo essere nato in Italia e adottato da una famiglia americana.
«I problemi sono nati quando i miei genitori adottivi americani hanno scoperto che la mia adozione a New York non era stata trascritta all’anagrafe a Torino, perciò per l’Italia ero rimasto Piero Davi», racconta John Pierre.
Da lì sono nate situazioni paradossali.
«Quando sono rientrato in Italia nel ’69 con i miei genitori adottivi, per iscrivermi alle elementari i miei hanno dovuto presentare il mio certificato di nascita. Ed è scoppiato il bubbone. Un John Pierre Campitelli nato il 23 settembre ’63 non esisteva all’anagrafe». Un avvocato risolse la faccenda. Poi tornò negli Stati Uniti e tutto andò bene fino al 1986 quando si trasferì di nuovo in Italia per un anno di studi scoprendo di essere ricercato come renitente alla leva.
Un’altra battaglia per dimostrare di essere già iscritto alla Selective Service System delle forze armate americane. Però «se mi cercavano per fare il servizio militare allora ero considerato ancora cittadino italiano a tutti gli effetti. Alla fine ha preso la cittadinanza attraverso la famiglia di suo padre, ma «sarebbe bastato che il consolato italiano riconoscesse il mio status e mi rilasciasse il passaporto. Ora mi batto affinchè chi desidera la doppia cittadinanza la possano ottenere con una semplice iscrizione all’Aire».
Nato a Torino nel 1964 respinto due volte dal consolato
Chris Emery è un produttore di film americano. È famoso soprattutto per essere l’autore di una delle tante ricostruzioni complottiste della tragedia dell’11 settembre.
Ma dietro quel Chris Emery c’è Sergio Petroselli, nato a Torino nel 1964, da una donna che non aveva potuto riconoscerlo.
E visto che non vollero riconoscerlo, diventò uno dei tanti italiani adottati da una famiglia americana, gli Emery.
Soltanto qualche mese fa è riuscito a scoprire l’identità della madre, una donna della Val di Susa e a ritrovare un pezzo della sua famiglia che nulla sapeva di lui.
A questo punto Chris ha deciso di andare fino in fondo e di diventare cittadino italiano. «Ho chiesto due volte la cittadinanza al consolato italiano di Miami.
Entrambe le volte ho ottenuto un rifiuto. Ho parlato con una donna che si chiama Angelica, mi ha risposto di attendere istruzioni dall’ambasciata italiana a Washington. Ma l’amabasciata attende istruzioni dal governo italiano», racconta.
È entrato in contatto con l’associazione Italiadoption. È andato a Torino con John Pierre Battersby Campitelli a parlare con l’anagrafe. Ora sta aspettando di avere via email il certificato di nascita dove è registrata ufficialmente l’adozione con un’annotazione a margine.
Dal punto di vista di Chris Emery il certificato è l’ultima tappa della sua battaglia. «Quando lo avrò, andrò di nuovo al Consolato di Miami, ma stavolta non potranno rifiutarmi la cittadinanza. Quel documento rappresenta la prova inconfutabile che sono cittadino italiano con pieni diritti. Ci sono quattro impiegati che hanno confermato ufficialmente la mia nascita e la mia cittadinanza».
(da “La Stampa”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Novembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
“HANNO COLPITO CHI SALVAVA VITE UMANE, I MANDANTI DI QUESTI ORRORI SIEDONO AL GOVERNO”
“I 26 cadaveri di donne che sono arrivati a Salerno sulla nave militare spagnola
Cantabria carica di migranti sono la prova che la strategia per il controllo dell’immigrazione del ministro dell’Interno Minniti è stata un fallimento”: questa l’accusa di Roberto Saviano sui social.
“Negli ultimi mesi ci hanno fatto credere che la campagna anti-Ong fosse servita a porre fine all’emergenza immigrazione. Hanno colpito le Ong come fossero loro responsabili dell’immigrazione clandestina, mentre le Ong era solo responsabili di salvare vite umane. Sulle morti in mare e sulle torture ai confini dell’Europa, da cittadini europei se vogliamo che questa definizione abbia ancora un senso, dobbiamo chiedere ai mandanti di questi orrori che siedono nei palazzi dei governi europei di rispondere per la grave violazione dei principi fondamentali che l’Europa si è data, che non sono parole astratte, ma principi di umanità ”
(da agenzie)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Novembre 1st, 2017 Riccardo Fucile
SERVE UN MINISTERO DELL’IMMIGRAZIONE E DELL’INTEGRAZIONE CULTURALE
Nel 1950 nei paesi che oggi compongono l’Unione Europea c’erano 380 milioni di
persone, nel 2050 arriveranno a 500 milioni.
Se guardiamo all’altra sponda del Mediterraneo ed ai paesi poco di là del Sahara, le persone erano 128 milioni nel 1950 e saranno 1 miliardo e 120 milioni nel 2050.
Già nel 2005 è avvenuto un sorpasso storico. Per la prima volta da molti secoli gli europei sono in minoranza rispetto agli abitanti delle zone più vicine (alla fine Roma è più vicina a Tripoli che a Londra, Madrid è più vicina a Timbuctu che a Helsinki). Inoltre i nostri vicini, oltre ad essere più numerosi, sono anche più giovani ed in età lavorativa.
A questo fatto aggiungiamo che se prendiamo un cittadino dell’Etiopia con un reddito medio del suo paese (non il più povero) e lo trapiantiamo in Italia dandogli il reddito mediano di uno straniero (16.000 euro contro i 24,000 di un italiano), il suo reddito, a parità di potere di acquisto, sarà 12 volte più alto che nel paese di origine.
Per avere un raffronto storico, all’alba delle migrazioni di massa verso gli Stati Uniti della fine del 1800, il divario tra il salario in Italia ed il salario potenziale che un immigrato poteva ricevere negli USA era di 4 volte; ben inferiore al divario che ora separa il potenziale salario italiano da quello dei paesi di origine degli immigrati.
Il punto essenziale che questi dati ci dicono è che è naturale aspettarsi un aumento delle pressioni migratorie nei prossimi anni, che ci piaccia o no.
Quindi pensare di bloccare completamente l’immigrazione o discuterne in base a sentimenti di pancia è controproducente.
E’ importante imparare a gestire i flussi migratori in maniera attiva e lungimirante, anzichè subirli in modo passivo ed approcciarli come una continua emergenza.
Questo è il modo migliore per rendere l’immigrazione una risorsa e non una minaccia.
Facciamo due esempi legati 1) ai richiedenti asilo e 2) al livello di istruzione degli immigrati.
In Italia ci sono circa 148.000 rifugiati (2,4 ogni 1000 abitanti). Nel 2016 abbiamo ricevuto 123.000 richieste di asilo ed il 60% delle domande processate è stato rigettato.
Per un paragone in Germania ci sono 670.000 rifugiati (8.1 ogni 1000 abitanti) e nel 2016 hanno processato 720.000 richieste di cui il 30% è stato rigettato.
Il problema è che, per vedersi riconosciuto lo status di rifugiati, le persone devono prima arrivare clandestinamente in Italia rischiando la vita, subendo violenze, stupri, e pagando migliaia di euro.
In questi anni pochissime persone (circa 600) sono venute in Italia attraverso il programma di reinsediamento delle Nazioni Unite (UNCHR) che, ad esempio, permetterebbe ad un Siriano di fare domanda di asilo dalla Turchia ed, una volta accettato, potrebbe tranquillamente venire in Italia in aereo.
Negli ultimi due anni negli Stati Uniti sono entrate oltre 160.000 persone con questo programma, in Canada 66.000 ed in Norvegia 5.000 (su 12.000 nuovi ingressi). Questo è un canale d’immigrazione che dovrebbe essere sfruttato meglio.
Invece assistiamo passivamente alle sevizie cui molte persone sono sottoposte prima di applicargli uno dei nostri diritti costituzionali (il diritto di asilo è sancito dall’articolo 10 della Costituzione).
Permettere alle persone di fare domanda di asilo da un paese terzo, senza dover arrivare qua, ci permetterebbe di gestire meglio i flussi migratori legati ai rifugiati.
Ci sono molti aspetti che potrebbero essere migliorati anche nella gestione dei migranti economici, ossia le persone che vengono per migliorare la propria condizione di vita.
In Italia questo tipo d’immigrazione è regolata dal decreto flussi che ogni anno determina il numero di persone che possono essere ammesse nel territorio italiano per motivi di lavoro o di ricongiungimento famigliare.
Tuttavia questo sistema viene utilizzato principalmente per regolarizzare lavoratori stranieri che già risiedono e lavorano in Italia (e che sono arrivate clandestinamente), ma non è un sistema virtuoso di selezione di immigrati all’origine.
Una delle conseguenze di quest’approccio è che l’Italia ha la quota più bassa di immigrati laureati dell’Unione Europea.
Se prendiamo la popolazione tra i 25-54 anni, la fascia più attiva nel mercato del lavoro, solo il 12% degli immigrati è laureato (fra gli italiani siamo al 21%).
In Germania invece gli immigrati laureati sono il 25%, in Francia il 33% e nel Regno Unito il 54%.
Una politica d’immigrazione volta a selezionare ed attrarre talenti sarebbe un vantaggio per tutti.
Ad esempio, a Londra avevo un bravissimo dentista nigeriano (con laurea inglese) che per otturazioni ed altre questioni dentali costava 50-80 euro in meno che un dentista a Roma o a Pavia.
Allo stesso modo un oculista od altri tipi di prestazioni professionali, spesso fornite da stranieri, costavano meno e la qualità era quantomeno la stessa che in Italia.
Uno dei motivi è proprio l’abbondanza di offerta di professionisti, grazie anche al contributo degli immigrati.
Ci sono tanti aspetti legati all’immigrazione che meriterebbero una discussione come l’integrazione, la criminalità , gli effetti sul mercato del lavoro e quello sulle finanze pubbliche.
Il lavoro di molti ricercatori ci dice che spesso ci sono più luci che ombre riguardo a questi temi.
Il punto di fondo è che l’immigrazione sarà uno dei fenomeni più importanti di questo secolo. Al momento il nostro dibattito è fermo allo Ius Soli, ma è probabile che l’immigrazione sarà un tema di campagna elettorale così come lo è stato in Francia, Germania ed USA.
Speriamo che il dibattito non sia uno scontro ideologico del “tutti fuori” o “tutti dentro”, ma che si parli della visione di lungo periodo e di come elaborare un assetto istituzionale e legislativo che ci permetta di affrontare al meglio questi fenomeni.
Le leggi principali che regolano i flussi migratori come la Bossi-Fini o la Turco-Napolitano sono di oltre 15 anni fa. E’ necessario istituire un “Ministero dell’Immigrazione e dell’Integrazione Culturale”, perchè un fenomeno così complesso e rilevante, necessita d’attenzioni specifiche affinchè possa essere una risorsa per il Paese.
(da “La Repubblica”)
L’autore è docente di economia presso il Trinity College Dublin e research associate del Center for Economic Performance della LSE
argomento: Immigrazione | Commenta »