Maggio 24th, 2017 Riccardo Fucile
IL VIGNETTISTA DEL “FATTO” RICORDA CHE NON ESISTONO BAMBINI DI SERIE A E ALTRI DI SERIE B, VANNO TUTELATI TUTTI
Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori ma non certo i migliori esperti di satira. 
È già successo così tante volte che ormai trovare un modo per parlarne senza ripetersi è difficile.
La satira è scomoda per definizione. È qualcosa che deve dare fastidio, incrinare le nostre certezze e no, non deve fare ridere.
Oggi Mario Natangelo ha pubblicato sul Fatto Quotidiano una vignetta sull’attacco terroristico alla Manchester Arena. Ancora una volta faremo la cosa sbagliata: proveremo a spiegare una vignetta satirica.
La satira ha il diritto di essere offensiva e in un certo senso anche la vignetta di Natangelo lo è.
Ma non perchè non ha rispetto dei morti dell’attentato di Manchester. Lo è perchè ad un primo livello di lettura sembra che ci stia dicendo che non dobbiamo piangere per le 22 vittime dell’attacco alla Manchester Arena perchè ci sono tanti altri ragazzi e bambini innocenti che affogano nel Mediterraneo.
Insomma la solita storia di chi va a contare i morti e dice che i “suoi” morti sono più importanti di quelli degli altri.
Un po’ come quando certi cattolici traboccanti di pietà cristiana tirano fuori le “stragi dimenticate dei cristiani” dopo l’ennesima bomba esplosa in Medio Oriente.
Ma è il contrario: Natangelo ci fa notare quanto assurdo sia farlo.
Ma quanto a fondo può colpire la satira? Molto di più.
Ed è questo il bello di questa vignetta di Natangelo che potrebbe anche voler dire che le vittime di Manchester vivono in un mondo diverso così distante dalla sofferenza dei migranti da pensare che nel Mediterraneo si muoia “perchè c’era un concerto”.
Ma non sono quei ragazzini con le orecchie da coniglio a pensarlo, siamo noi adulti a credere che in fondo la vita dei migranti valga meno.
Si muore ad un concerto di Ariana Grande e diciamo che non ha senso.
Ma sappiamo anche come si muore tentando la traversata? È più terribile morire ad un concerto che in mare?
Natangelo non lo dice perchè è il lettore a doverlo capire. Ovviamente è necessaria una certa sensibilità per farlo. Ad esempio per capire che non sono i morti ad essere diversi ma il modo con cui li guardiamo.
Ed è lo sguardo del lettore a dare il significato alla vignetta.
Come per Charlie Hebdo anche per Natangelo vale il diritto della libertà di satira. Altrettanta libertà hanno i lettori di criticarla. Detto questo non è possibile ignorare come questa vignetta abbia portato alla luce i soliti razzisti.
Ad esempio quelli che continuano a raccontarci la storia che i migranti non scappano dalla guerra perchè sono tutti ragazzotti di belle speranze, ben vestiti e muscolosi (detto probabilmente con una certa libidine).
Perchè essere razzisti verso “i vostri connazionali occidentali”, si chiede qualcuno. Ma non c’è razzismo nel dire che i morti sono uguali, con o senza orecchie da coniglio.
Ci mancherebbe poi che qualcuno ce l’abbia con i bambini, anzi quasi quasi meglio ne muoiano un po’ di meno e che affoghino un po’ più di quei ragazzi neri che vengono qui a mangiare a sbafo.
Ma c’è anche chi dopo lungo meditare ha scoperto qual è la differenza. Il ragazzino affogato nel Mediterrano se l’è cercataquesta telefonata pubblicata dall’Espresso mentre la ragazzina di Manchester no.
Insomma chi ha messo quel ragazzino sul barcone sapeva a cosa andava incontro. Ovviamente non è così, basta ascoltare dove la Guardia Costiera italiana e quella maltese si palleggiano i migranti per capire che ci sono delle responsabilità ben precise.
Sì, c’erano anche dei bambini.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 24th, 2017 Riccardo Fucile
LO SCANDALO: IL TRUST FUND E’ PER IL 95% DENARO PER LO SVILUPPO MA VIENE USATO PER BLINDARE I CONFINI….LA BALLA DELL’AIUTARLI A CASA LORO
Attrezzature militari, formazione di polizia, centri per migranti respinti e sistemi per la raccolta di dati
biometrici che garantiranno – in Europa – il riconoscimento del Paese d’origine e quindi più facili espulsioni.
Obiettivo: controllare le migrazioni dall’Africa e rafforzare i governi dei Paesi di origine e transito di coloro che vorrebbero attraversare il Mediterraneo.
A poco più di un anno dalla sua creazione al vertice europeo de La Valletta, il Trust Fund europeo di Emergenza per l’Africa ha stanziato a questi scopi oltre 600 milioni di euro, quasi il 40% dei progetti approvati.
Come ha denunciato il Parlamento europeo dopo la mobilitazione di Ong come Oxfam e Concord, questo fondo – 2,8 miliardi ad oggi — utilizza per fermare i migranti soldi presi dalle riserve europee per la cooperazione internazionale e la lotta contro la povertà . Che rischiano così di svuotarsi.
Lo spostamento dei fondi
Uno dei primi atti dell’Agenda europea sulla migrazione è stata la convocazione nell’ottobre 2015 a La Valletta di un vertice euro-africano. In quell’occasione i leader degli Stati europei hanno dato vita al Fondo Fiduciario di Emergenza per l’Africa anche chiamato “Trust Fund”, uno strumento fuori dal controllo del Parlamento europeo con l’obiettivo di finanziare con rapidità iniziative per «affrontare le cause profonde delle migrazioni irregolari».
Oggi, dei 2,8 miliardi di euro del Trust Fund, quasi il 95 per cento sono stati presi da fondi dedicati alla cooperazione e all’aiuto umanitario – in particolare dal Fondo Europeo di Sviluppo, il principale strumento per la lotta alla povertà dell’Unione – mentre solo 152 milioni sono fondi freschi messi dagli Stati.
Il rapporto 2016 del Trust Fund elenca 106 progetti approvati ad oggi per quasi 1,6 miliardi di euro. Li gestiscono principalmente le agenzie pubbliche di cooperazione allo sviluppo dei Paesi europei e organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (Oim) ma anche aziende private, come nel caso della società partecipata dal ministero dell’interno francese Civipol, che all’estero si è specializzata nella formazione delle forze dell’ordine.
Il rifiuto della comunità di Sant’Egidio
In Mali, Paese il cui sviluppo è talmente legato alle rimesse dei migranti (800 milioni di dollari arrivati nel 2016 solo attraverso i canali ufficiali) da avere un ministero per i maliani all’estero, il Fondo fiduciario ha approvato un progetto da 25 milioni di euro per il consolidamento del registro di stato civile che prevede anche la creazione di un archivio informatico di dati biometrici – ovvero impronte digitali e altre caratteristiche biologiche – «utilizzabile per l’identificazione dei migranti maliani all’estero in situazione irregolare». Cioè per favorire i rimpatri.
Lo stesso progetto sarà realizzato in Senegal con 28 milioni di euro. In entrambi i Paesi i fondi saranno gestiti dalla cooperazione belga e dalla società francese Civipol che si occuperà dell’informatizzazione dell’archivio.
La comunità di Sant’Egidio – che inizialmente aveva accettato di fare da consulente per la sua expertise in materia di registrazione gratuita delle nascite – ci ha fatto sapere di aver ritirato la sua adesione.
Questo poichè l’iniziativa per la creazione di registri di stato civile, presentata per diversi Stati africani, è stata approvata dal Trust Fund solo per il Mali e il Senegal – dove Sant’Egidio non ha sufficiente operatività sul territorio – e non in Burkina Faso dove il programma Bravo della comunità avrebbe bisogno di un nuovo impulso.
Non sappiamo perchè il progetto sia stato approvato dal Trust Fund in Mali e Senegal e non in Burkina Faso dove Sant’Egidio avrebbe bisogno di soldi proseguire nella sua attività finalizzata alla tutela dei bambini contro abusi come quelli dei matrimoni precoci.
Sappiamo però che – a differenza del Burkina Faso – Mali e Senegal sono (insieme a Nigeria, Etiopia e Niger) Paesi considerati prioritari dall’Ue , per la stipula di accordi, i cosiddetti “compact” per favorire il controllo delle migrazioni e i rimpatri.
Dimenticare i Paesi più poveri
«Così si rischia di concentrare gli aiuti verso i Paesi geograficamente interessati dalle rotte verso l’Europa dimenticando i Paesi più poveri» afferma Elly Schlein, eurodeputata italiana dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici. «Io vorrei capire come progetti che sono tutti rivolti alla capacity building e al border management possano ridurre povertà e disuguaglianze, mi sembra che viceversa rischino di accrescerle ulteriormente» aggiunge l’europarlamentare, che guida il gruppo di lavoro “Migranti e rifugiati” nella commissione Sviluppo dell’europarlamento.
Dopo la mobilitazione di Ong come Oxfam e Concord, il Parlamento ha criticato la Commissione per aver «sottratto stanziamenti agli obiettivi e ai principi degli atti fondamentali per erogarli attraverso il Trust Fund» denunciando come questo rappresenti «una violazione delle regole finanziarie e comprometta gli esiti delle strategie a lungo termine dell’Unione».
In sostanza il Fondo Fiduciario — pur gestendo diversi miliardi di euro di soldi pubblici — non è sottoposto al controllo dell’organo democraticamente eletto dell’Unione.
Le accuse del Parlamento vengono rifiutate dalla Commissione. Alle domande che abbiamo rivolto al commissario europeo allo Sviluppo, Neven Mimica, ha risposto il suo portavoce affermando che «l’Unione Europea riconosce un legame tra la sicurezza e lo sviluppo» e che il sostegno ad esso si concretizza in diverse modalità , compresa la formazione di forze dell’ordine e il loro equipaggiamento «con l’esclusione di attrezzatura letale».
In riferimento allo spostamento dei fondi obietta: «L’operazione Trust Fund è in linea con le nostre procedure» e rivendica la trasparenza del Trust Fund citando il rapporto annuale che viene pubblicato.
Le discrepanze nel rapporto
Gli interventi del Fondo Fiduciario si distinguono in base a quattro priorità : le prime due, ovvero “sviluppo economico” e “resilienza” prevedono azioni riconducibili alla lotta alla povertà come la creazione di posti di lavoro e l’offerta di servizi alle popolazioni in difficoltà , ma gli obiettivi 3 “gestione delle migrazioni” e 4 “governance” si riferiscono a interventi volti favorire il contrasto alle migrazioni irregolari e i rimpatri.
Analizzando il Rapporto 2016 del Fondo Fiduciario abbiamo notato che le somme per obiettivi degli importi dei progetti pubblicati nell’allegato non corrispondevano, secondo i nostri calcoli, alle tabelle pubblicate nella prima parte.
Sottoponendo questa discrepanza al team del Trust Fund ci è stato risposto che questo avviene perchè i fondi destinati a progetti aventi più di un obiettivo sono stati considerati dagli autori del rapporto come interamente corrispondenti al primo obiettivo citato: per questo, nel report, il totale complessivo degli obiettivi 1 e 2 – ovvero quelli riconducibili alla lotta alla povertà – risulta più alto (e quello degli obiettivi 3 e 4 sulla gestione delle migrazioni risulta più basso) rispetto a quanto abbiamo ottenuto noi facendo una ripartizione equa tra gli obiettivi.
I progetti del Trust Fund e le nuove rotte migratorie
Philippe Renault, direttore dell’Agenzia francese di cooperazione (Afc) – che in Niger gestisce con Civipol il progetto da 30 milioni di euro “Appoggio alla giustizia, alla sicurezza e alla gestione delle frontiere” – ci tiene a evidenziare ciò che distingue l’operato dell’agenzia che dirige da quello della società privata francese: «Noi lavoriamo al rafforzamento dell’agenzia nigerina per la lotta contro la migrazione irregolare mentre Civipol sostiene la polizia e forze dell’ordine».
«A differenza di Civipol — aggiunge – noi mettiamo i fondi a disposizione del governo nigerino attraverso il ministero competente».
Il progetto, che destina 20 milioni di euro al governo come “sostegno al budget”, sei all’Afc e quattro a Civipol, mira all’applicazione della legge 36/2015 contro il traffico di persone.
Questa legge, emanata dal governo del Niger a seguito di pressioni europee, ha determinato negli ultimi mesi da un lato la riduzione delle partenze verso la Libia dalla regione nigerina di Agadez – anche detta la “porta del deserto” per la sua posizione strategica lungo le rotte del Sahara — dall’altro l’affermarsi di percorsi alternativi che passano attraverso il Mali e il Chad.
«Le rotte alternative che nascono dopo la chiusura dei passaggi tradizionali evitano i centri urbani e sono quindi più pericolose», aggiunge Olivier Neola, capo di Eucap Sahel Niger la missione della Commissione Europea per assistere e sostenere le forze di sicurezza nel Paese.
«Grazie all’esperienza che abbiamo accumulato sul territorio, collaboriamo ai progetti del Trust Fund sul tema della sicurezza», afferma Neola. È avvenuto per il progetto da 41,6 milioni di euro per la creazione di “Gruppi di azione rapida” all’interno delle forze dell’ordine di cinque Paesi del Sahel (Burkina Faso, Mauritanie, Mali, Niger e Chad ) gestito dall’agenzia di cooperazione spagnola Fiiapp.
Secondo il budget indicativo che è stato pubblicato, 28 milioni di euro sono destinati alle attrezzature delle forze di sicurezza. Eucap Sahel Niger ha inoltre coordinato l’avvio del progetto – finanziato dal Trust Fund con 6 milioni — in cui le forze di polizia francesi e spagnole hanno collaborato per la creazione in Niger di un’èquipe di polizia specializzata nel fare indagini sulle reti dell’immigrazione irregolare.
Favorire i rimpatri
Intanto le raccomandazioni del Parlamento sulla necessità di non cambiare la finalità di fondi già stanziati sembrano ignorate dalla Commissione, che a settembre ha presentato il progetto di un Fondo Europeo per lo Sviluppo Sostenibile per favorire gli investimenti privati
(da “La Stampa”)
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Maggio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
CONTINUA LA DERIVA DEL POLIZIOTTO MANCATO CHE PENSA CHE LA POVERTA’ SI COMBATTA COSTRUENDO MURI
Ciad e Niger sono i due principali paesi di transito delle migliaia di migranti che dall’Africa sub
sahariana raggiungono la Libia per poi imbarcarsi verso l’Italia per scappare chi dai massacri delle guerre locali, chi dalla fame.
Un intervento intelligente dovrebbe portare gli Stati occidentali da un lato a rimuovere le cause dei conflitti locali, agendo sulle fazioni in guerra, dall’altro investendo in strade, case, infrastrutture, servizi per creare occupazione in loco e garantire un minimo tenore di vita a chi attualmente cerca rimedio alla povertà .
Invece di agire sulle cause, l’Italia del poliziotto mancato Minniti pensa solo a tamponare gli effetti, con spot elettorali sul modello “la sicurezza è di sinistra”.
Da qui il vertice voluto dal ministro dell’Interno Marco Minniti con i ministri dell’Interno di Libia, Niger e Ciad che si è da poco concluso Viminale.
I quattro ministri hanno siglato una dichiarazione congiunta.
I ministri hanno convenuto sulla necessità di
1. Cooperare congiuntamente nel contrasto al terrorismo ed al traffico di esseri umani con l’obiettivo di assicurare la sicurezza dei confini;
2. Sostenere la formazione ed il rafforzamento delle guardie di frontiera attraverso la creazione di una rete di contatto tra le forze di controllo dei confini;
3. Sostenere la costruzione in niger e ciad e la gestione dei centri di accoglienza per migranti irregolari, conformemente agli standard umanitari internazionali;
In pratica prigione meno orrende delle attuali, ma senza alcun controllo sulla gestione delle stesse.
Poi un vago riferimento alla necessità di “promuovere lo sviluppo di una economia legale alternativa a quella collegata ai traffici illeciti. A tale scopo, i ministri dell’interno hanno istituito una cabina di regia che opererà attraverso una consultazione periodica “… la solita presa per i fondelli, in Italia siamo specializzati nelle cabine di regia mentre migliaia di esseri umani muoiono di stenti o affogati nel Mediterraneoi.
Basta che muoiano lontano dai nostri occhi.
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2017 Riccardo Fucile
A SANT’ALESSIO 50 PROFUGHI PARTE INTEGRANTE DEL PAESE CON RICADUTE OCCUPAZIONALI
Non solo ‘ndrangheta e affari d’oro per la malavita. In Calabria esiste un’accoglienza che diventa un modello da imitare.
Ci troviamo a Sant’Alessio in Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, un paese che conta circa 300 abitanti e ha partecipato nelle settimane scorse al Forum mondiale della pace che si è tenuto a Madrid dove il sindaco, Stefano Calabrò, ha avuto l’occasione di far conoscere il modello “sostenibile” di accoglienza dei migranti che la sua amministrazione sta portando avanti dal 2013.
“Il progetto Sprar è parte integrante di questo paese — dice Calabrò — per cui i cittadini che arrivano non devono sentirsi diversi dai residenti a Sant’Alessio. Ne abbiamo visti passare più di 50 migranti a Sant’Alessio e, per ogni singola persona c’è un progetto personalizzato di integrazione. Abbiamo avuto anche una ricaduta occupazionale sul territorio. Su 15 dipendenti, sei sono di qui. Si crea una microeconomia all’interno del centro abitato. Non è l’unico strumento di contrasto allo spopolamento dei piccoli centri. Ma è uno degli strumenti”.
“Il segreto è questo — spiega il responsabile del progetto Sprar -, cercare di incrociare le risorse del Comune, le esigenze dei migranti e quelle del territorio.
La mattina i migranti sono impegnati nei tirocini e nel pomeriggio ci sono i corsi di alfabetizzazione, indispensabili per inserirsi nella nostra realtà .
Pensa che un ragazzo egiziano, dopo il tirocinio formativo, è stato assunto da un’azienda come tecnico informatico e oggi fa consulenze pure per il nostro Comune”.
“Non possiamo dimenticarci che siamo un popolo di migranti — conclude il sindaco Calabrò -. Oggi dobbiamo dare aiuto a chi chiede aiuto. Mi vengono i brividi quando sento parlare di ruspe e di muri”
Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 28th, 2017 Riccardo Fucile
NELLA TRAGEDIA CI FURONO 368 VITTIME: OGGI CORTEO IN LORO MEMORIA CON I RAGAZZI ARRIVATI DA TUTTA ITALIA
Dal centro del paese fino alla Porta della vita che guarda verso quell’Europa che a Lampedusa sembra
sempre più lontana.
I 25 superstiti del naufragio del 3 ottobre 2013 che sono tornati a Lampedusa nel terzo anniversario di quella tragedia che fece 368 vitfime e diede la spinta all’Operazione Mare nostrum, sfileranno tenendosi per mano seguiti da 300 ragazzi delle scuole italiane portati a Lampedusa dal ministero dell’Istruzione e da decine di studenti provenienti da tutta Europa che hanno trascorso il weekend nell’isola a scuola di accoglienza.
Oggi, infatti, per la prima volta dopo l’approvazione della legge fortemente voluta dal Comitato 3 ottobre, in Italia si celebra, con manifestazioni di diverso tipo, la giornata della memoria e dell’accoglienza.
Davanti alla Porta della vita, a prendere la parola a nome di tutti i migranti che quasi quotidianamente si avventurano nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere la Sicilia, don Mussie Zerai, il sacerdote eritreo che vive in Europa ed e’ punto di riferimento di chi arriva.
All’Europa, a nome di chi e’ ancora in Africa, i superstiti del naufragio chiedono l’apertura di corridoi umanitari, mentre al governo italiano chiedono di sbloccare le procedure che, a distanza, di tre anni, impediscono ancora di riportare nei paesi d’origine le salme riconosciute di alcune delle vittime sepolte a Lampedusa e in diversi cimiteri siciliani.
Alla fine della mattinata il lancio da bordo di una motovedetta della Capitaneria di porto di una corona di fiori nello specchio di mare dove avvenne il naufragio che conclude le celebrazioni della giornata alla quale è presente anche il presidente della Regione Crocetta.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2017 Riccardo Fucile
MA IL SISTEMA E’ SBAGLIATO PERCHE’ NON E’ SELETTIVO E METTE SULLO STESSO PIANO LE BADANTI CON LE PERSONE USCITE DI GALERA CON REATI GRAVI
Nel 2016 i cittadini stranieri rintracciati «in posizione irregolare» in Italia sono stati 41.473, settemila
in più del 2015 (34.107) e diecimila in più rispetto al 2014 (20.906). Di questi però soltanto 18.664, per restare al 2016, sono stati effettivamente allontanati dal «territorio nazionale». Il 45 per cento.
Gli altri hanno avuto un foglio di via che gli dava sette giorni per andare via dall’Italia, ma quasi nessuno se ne è andato.
Perchè succede questo?
«Il problema è strutturale» spiega il professor Fulvio Vassallo Paleologo, uno dei massimi esperti di diritto d’asilo.
«Il nostro sistema delle espulsioni non è selettivo perchè mette sullo stesso piano le badanti che non hanno rinnovato il permesso di soggiorno con persone appena uscite di galera con reati gravi. Non c’è una selezione. E questo crea dei numeri monstre che mandano in tilt il sistema».
Per risolvere il problema in questi anni i Governi hanno provato a intervenire alla fonte, cioè sulle carceri. Con scarsissimi risultati.
Nelle prigioni italiane in questo momenti ci sono 19.165 detenuti stranieri (che fanno circa 867milioni di costo per lo Stato in un anno), la maggior parte dei quali rumeni, marocchini, albanesi, tunisini ed egiziani.
La convenzione di Strasburgo, firmata da più di 50 paesi, prevede che detenuti con una pena definitiva e un residuo superiore ai sei mesi possano scontare la propria detenzione nel paese di origini.
Bene, per Strasburgo nel 2016 ne sono stati rimpatriati soltanto 10, a fronte di 860 richieste di cui 265 arrivate nel 2016.
Per accelerare alcune procedure, però, l’Italia ha firmato alcuni accordi bilaterali con i paesi con i quali siamo maggiormente esposti, Albania e Romania su tutti.
Evidentemente rimasti solo sulla carta.
(da agenzie)
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Aprile 3rd, 2017 Riccardo Fucile
“IL MERCATO HA BISOGNO DI NOI”…LA FINCANTIERI CERCAVA PERSONALE MA GLI ITALIANI NON VOLEVANO FARE IL LAVORO DI CARPENTIERE
In Costa d’Avorio Yacouba, 24 anni, faceva l’imbianchino. Il 21enne Alin, senegalese, parla tre lingue: francese, arabo e ora italiano.
Il suo connazionale Souleymane non è mai riuscito a finire gli studi universitari. Dall’Africa sono scappati in Italia, sbarcando tra il 2013 e il 2014. Nell’attesa di vedersi riconosciuta la protezione umanitaria, i tre hanno frequentato corsi professionali.
Oggi, lavorano tutti: sono aiuto-carpentieri nei cantieri navali di Marghera. E non sono gli unici.
«Una quarantina di migranti hanno un contratto grazie a questo progetto». Nicola Montanaro, 67 anni, è persona pratica: ex direttore personale di Finmeccanica, quando è andato in pensione ha deciso di mettere a disposizione le sue competenze.
«Tutto parte da un protocollo d’intesa firmato un anno fa», racconta.
Intorno al tavolo si trovano in cinque (Comune di Settimo Torinese, associazione Cnos-Fap Regione Piemonte, Croce rossa italiana, Fondazione Comunità Solidale Onlus e Quanta Spa).
L’idea, condivisa da tutti, era una: «Creare opportunità per l’inserimento di personale qualificato nella cantieristica meccanica, nella lavorazione del legno e in quello agroalimentare».
I corsi-pilota partono al centro di accoglienza di Settimo, altri alla comunità salesiana di San Benigno Canavese, sempre nel Torinese. «I ragazzi, dopo aver frequentato tutte le lezioni e superato le prove, hanno ricevuto i patentini con la qualifica di saldatori».
Il passaggio dalla sfera dell’accoglienza a quella del lavoro è gestito da Quanta Spa, una multinazionale attiva nella selezione del personale che cerca di rispondere alle necessità delle imprese: «La Fincantieri – spiega Montanaro – cercava personale, ma gli italiani non volevano fare quei lavori. Così abbiamo offerto loro i nostri ragazzi già formati».
Il progetto fa leva sulle peculiarità già individuate dai dati Inps pubblicati ieri su La Stampa : gli immigrati accettano professioni umili, sono flessibili e non rubano il posto a nessuno.
Occupano, va detto, il gradino più basso nella scala della distribuzione dei salari, «e da lì è difficile che si muovano per tutta la vita», spiega Alessandra Venturini, esperta di migrazioni.
Lei, che è anche vicedirettrice del Migration Policy Centre, sta lavorando con diverse associazioni del privato sociale e con le confederazioni aziendali nazionali, per riorganizzare la macchina dell’accoglienza e farla ragionare secondo le regole e la cultura dell’impresa.
«Il modello italiano dell’integrazione dei rifugiati non funziona – spiega -, perchè non si basa sulla reale domanda di lavoro da parte dalle aziende. Le associazioni del volontariato si prendono cura di un numero enorme di persone, ma non riescono a traghettarle nel mondo del lavoro».
Perchè? «Nonostante gli sforzi – spiega la docente – c’è una gestione troppo casuale e non organizzata dei contatti con il mercato. L’offerta di lavoro per i rifugiati deve partire dalla domanda delle aziende, non viceversa». Modello Germania.
Ma resta un problema burocratico che coinvolge, in particolare, i richiedenti asilo.
«Per legge – spiega la professoressa – prima di avere lo status di rifugiato non possono ottenere un contratto: vengono tenuti in un limbo troppo a lungo».
Eppure, il lavoro è l’unica porta per inserirsi nel nuovo Paese. Come è successo a Yacouba e agli altri: storie di un’integrazione possibile.
Davide Lessi, Letizia Tortello
(da “La Stampa”)
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Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile
LO STUDIO INPS: ACCETTANO PROFESSIONI UMILI, SONO FLESSIBILI E NON RUBANO IL POSTO A NESSUNO
Quante volte l’avete sentito dire? Quante volte vi siete fatti irretire dalla rassicurante convinzione
che gli immigrati rubano lavoro e futuro?
Lo sospetta persino Bakari, uno dei giovani africani che ogni mattina pulisce le strade di Roma Nord nel timore di essere arrestato.
Non ha bisogno di molto: una ramazza, una paletta, due pezzi di cartone con cui — quasi scusandosi per il disturbo — chiede in italiano qualche centesimo e una manciata di dignità .
A Roma l’inefficienza dell’Ama ha raggiunto un livello tale da trasformare truppe di irregolari nel più straordinario spot a favore dell’integrazione.
Bakari si aggira attorno a una grande struttura della Polizia, e nessuno sente il bisogno di distoglierlo dalla rimozione meticolosa delle ortiche ai lati di un marciapiede più simile a quelli di Accra che di una capitale europea.
Meno male che Bakari c’è: secondo la più classica delle regole del mercato, colma la domanda inevasa di decoro di una città sull’orlo perenne del collasso finanziario.
Gli immigrati non rubano il lavoro agli italiani, nè — se regolari — spingono al ribasso i salari.
Non è l’opinione parziale di un romano o di anime belle.
Lo dice con dati inoppugnabili una recente ricerca di tre studiosi: Edoardo di Porto dell’Università Federico II di Napoli, Enrica Maria Martino del Collegio Carlo Alberto di Torino e Paolo Naticchioni di Roma Tre.
Non è l’unico studio sul tema, ma è il primo che censisce un intero campione di immigrati.
Lo hanno fatto grazie ad una borsa VisitInps, il progetto voluto dal presidente Tito Boeri che mette a disposizione della ricerca l’enorme mole di dati dell’Istituto di previdenza.
I protagonisti dello studio sono i 227mila lavoratori di 107.000 imprese private (esclusa l’agricoltura) emersi grazie alla più grande sanatoria mai effettuata in Italia, quella decisa a settembre 2002 dal secondo governo Berlusconi che regolarizzò 650mila persone.
Le due sanatorie successive furono drasticamente inferiori: nel 2009 furono accolte 222mila richieste su 295mila, nel 2012 passarono appena 60mila richieste su 134mila. Il numero di extracomunitari in rapporto alla popolazione in Italia è volato in quindici anni: dall’1,7 per cento del 1998 all’8 del 2012.
Oggi quella crescita è azzerata o quasi: gli immigrati censiti in Italia sono poco più di cinque milioni, due terzi dei quali extracomunitari.
In Francia sono 4,3 milioni (ma con un altissimo numero di immigrati di seconda e terza generazione), in Germania i residenti stranieri sono ben sette milioni e mezzo.
Il crollo
Se una volta gli immigrati si fermavano in Italia per cercare fortuna, oggi la gran parte di loro si spinge verso nord.
Fra il 2008 e il 2013 i permessi di soggiorno per lavoro sono passati da 738mila a 1.442mila, ma negli ultimi anni la progressione è calata fino ad azzerarsi: nel 2013 sono stati appena lo 0,46 per cento in più dell’anno precedente.
Chi non ha potuto avere il rinnovo annuale del permesso è lentamente scivolato nel lavoro irregolare.
Danesh Kurosh del dipartimento immigrazione Cgil spiega che la progressiva chiusura dei decreti flussi sta ingrossando il sommerso: oggi quelli che lavorano senza una regolare posizione contributiva sono almeno 500mila.
Cosa accadeva quando l’Italia era invece fra i principali Paesi di destinazione e accettava di buon grado le regolarizzazioni?
La novità della ricerca Inps è nella precisione dei dati a disposizione: la sanatoria di fine 2002 imponeva alle imprese di assegnare a ciascun lavoratore emerso un codice rimasto negli archivi dell’Istituto.
I numeri
A fine 2003, appena un anno dopo, nove di quei dieci immigrati lavoravano ancora in Italia. Dopo cinque anni erano ancora l’85 per cento.
Ma la cosa ancora più sorprendente è che dopo due anni solo il 45 per cento di quel campione era impiegato nella stessa impresa, dopo cinque più di un lavoratore su tre aveva cambiato provincia.
«I dati suggeriscono che queste persone erano e sono disposte ad una mobilità che gli italiani non hanno mai avuto», spiega Di Porto. Per intenderci: la probabilità di cambiare impresa per un lavoratore italiano negli ultimi trent’anni è stata appena del 15 per cento.
Inoltre «la persistenza nel mercato italiano associata al rapido cambiamento di impresa e residenza dimostra un eccesso di domanda insoddisfatta per mestieri a bassa qualifica».
Questi numeri confermano una tendenza che si noterà anche negli anni della crisi. Linda Laura Sabattini dell’Istat ha fatto notare che mentre i posti scendevano nell’industria, nell’edilizia, nel commercio, gli occupati stranieri aumentavano comunque nei servizi alle famiglie e nella ristorazione: riecco la domanda inevasa. L’evidenza dei numeri Inps non solo conferma l’utilità della forza lavoro immigrata, ma smonta un altro falso mito, ovvero la presunta spinta al ribasso dei salari.
Nei dati il fenomeno emerge solo nei primi tre mesi: le retribuzioni medie degli emersi fanno scendere di circa il 16 per cento il salario delle imprese che li regolarizzano. Ma in meno di un anno quel gap si chiude.
La sanatoria della Bossi-Fini produsse l’emersione di due-tre lavoratori a impresa nell’arco di tre mesi.
Sei mesi dopo il numero degli occupati era lo stesso, a dimostrazione che la gran parte delle aziende, se nelle condizioni di farlo, non aveva interesse ad occupare irregolari.
Raccontare con dovizia di dettagli la storia di ieri aiuta a capire cosa fare oggi e domani.
Il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller stima che dall’Italia solo quest’anno potrebbero transitare fino a quattrocentomila persone, il doppio dell’anno scorso, venti volte quelle sbarcate nel 1997.
La mera chiusura delle frontiere rischia di scaricare decine di migliaia di Bakari sulle strade italiane. Il ministro Marco Minniti propone di utilizzare i richiedenti asilo nei Comuni e per lavori di pubblica utilità , ma in mezzo a quelle decine di migliaia di persone ci saranno molti migranti economici.
Dimenticate per un momento l’esodo di cinque milioni di siriani, o la tragedia della Libia orfana di Gheddafi. Sui barconi che dal Mediterraneo si spingono lungo le cose siciliane ci sono anzitutto migranti in cerca di fortuna.
Giovedì scorso a Pozzallo sono arrivate su una nave 428 persone: più di trecento erano marocchini.
Gli emersi dalla sanatoria 2002 erano quasi per la metà (il 45 per cento) dipendenti in due settori, manifattura e costruzioni.
Dopo cinque anni quella percentuale era salita al 60 per cento: una conferma in più della tendenza degli immigrati a compensare la scarsa offerta di manodopera.
Liliana Ocmim è peruviana, vive in Italia da 25 anni, ha tre figli e fa la presidente del dipartimento immigrati Cisl: «Come è possibile che i giovani italiani all’estero siano disponibili ai lavori umili che qui rifiutano?»
La risposta è amara, e dice molto dei problemi del Belpaese.
Immigrati mobili
Negli anni della crisi la salvezza di quegli immigrati è stata ancora una volta la mobilità : «Molti sono rientrati nel proprio Paese dove hanno trovato il lavoro che qui avevano perso», racconta Mohamed Saady, edile e presidente della Anolf-Cisl. Ocmim allarga le braccia: «Questi numeri confermano quanto siano sbagliate le politiche di chiusura. Più il lavoro è irregolare, più aumenta la concorrenza al ribasso».
La ricerca dice una cosa chiara: la sanatoria della Bossi-Fini non fu un regalo a persone poi tornate nell’illegalità , ma un riconoscimento a chi già lavorava in Italia ed è rimasto a lavorare in Italia.
Uno dei luoghi comuni sugli immigrati vuole che siano un salasso per lo Stato. E invece è vero il contrario.
Pochi giorni fa a Biennale Democrazia Boeri ricordava che i lavoratori stranieri residenti in Italia versano otto miliardi di contributi sociali all’anno e ne ricevono tre in prestazioni.
Vero è che molti di loro domani avranno una pensione, ma non tutti: l’Inps calcola che sin qui gli immigrati hanno regalato al sistema previdenziale 16 miliardi di contributi.
Spiega Boeri: «Chiudere le frontiere produce solo tre risultati: più evasione contributiva, schiaccia i salari, aggrava i problemi sociali. Per far sopravvivere l’Europa occorre una politica comune dell’immigrazione, una gestione del problema dei rifugiati e la revisione della convenzione di Dublino. Ma è possibile crederci con i populisti al potere in cinque Paesi dell’Unione?».
(da “La Stampa”)
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Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
L’ESORDIO DEL RAGAZZO ALBANESE LA CUI FAMIGLIA E’ ARRIVATA CON UN BARCONE NEL 1999
Al tennis club di Genova lo ricordano ancora quando a tre anni si trascinava dietro una racchetta
più grande di lui: «Cercava un muro e restava ore a far rimbalzare qualche vecchia pallina».
Per Elby Mjeshtri, arrivato a Genova dall’Albania a un anno, era il massimo divertimento.
I genitori abitano all’interno del circolo tennistico dove lavorano come custodi. Ora Elby di anni ne ha 16 e lunedì salirà su un aereo che lo porterà a Sofia.
È stato convocato da Fatos Nalbani, capitano della squadra di Coppa Davis dell’Albania, che dal 5 all’8 aprile affronterà la Bulgaria a Sozopol sul Mar Nero. «Quando mi è arrivata la convocazione — dice Elby — mi è sembrato un sogno».
Non solo per la prima assoluta con il tennis che conta.
Ma anche perchè nell’ultimo anno Mjeshtri ha avuto parecchi problemi di salute che ne hanno condizionato il rendimento: «Mi sono fatto un brutto strappo muscolare, ho avuto la mononucleosi… Insomma il mio stato fisico non mi ha permesso di salire dalla classifica di B7. Indossare la maglia dell’Albania però mi dà molta forza interiore».
L’opportunità che si presenta a Elby (che ha doppio passaporto albanese e italiano) è straordinaria: difendere il proprio Paese che i genitori furono costretti ad abbandonare proprio per dare a lui un futuro migliore.
Il padre di Elby arrivò in Italia nel 1999 a bordo di un barcone. Un anno di lavoro duro e poi i soldi mandati in Albania in modo che lo potessero raggiungere anche la moglie e il figlio.
Giusto un anno dopo, il tempo di ambientarsi un po’ a Genova e mettere in mano una racchetta al piccolo.
«Non ricordo neppure quando ho iniziato a giocare. Per me è stato come imparare a camminare. Uscivo di casa e vedevo soltanto campi in terra rossa, racchette, palline. E a tutte le ore del giorno persone che arrivavano per giocare. Così iniziare a tirare le palline contro il muro è stato come per un altro bambino andare sull’altalena».
A 5 anni Eklby ha iniziato a seguire i corsi del mini-tennis. Poi le prime partite fino, ed è roba dell’anno scorso, alla squadra A1 del Tennis Club genovese.
E adesso la Davis, fino a ieri partite viste in tv: «So che ci sono Genajd Shyphja, Arber Sulstarova e Mario Zili… non so se sarò titolare, è già fantastico che abbiano pensato a me».
Pensano a lui anche i soci del Tc. Non più la mascotte del circolo come era da bambino, nemmeno solo una promessa. Ma qualcosa in più.
Il presidente Giovanni Mondini: «Elby ha delle ottime potenzialità . Ha sempre dimostrato un buon talento ed è divertente da seguire sul campo perchè ha un gioco brillante, completo, con un ottimo rovescio a una mano».
(da “La Stampa“)
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