Agosto 8th, 2016 Riccardo Fucile
UN BIMESTRALE, PRESTO ON LINE, PER COMPRENDERE I LORO DRAMMI
A sfogliare il primo numero non si trovano nè la cronaca nè la politica, e non c’è nemmeno lo sport,
o lo spettacolo. Perchè La nostra voce è un giornale che parla di storie. Protagonisti e narratori, nella veste di giornalisti d’eccezione, infatti, sono i 120 richiedenti asilo ospiti delle strutture di accoglienza del Mugello, in Toscana, che tramite la carta stampata hanno deciso di condividere le proprie esperienze di vita.
I viaggi in barcone dalla Libia attraverso il Mediterraneo, le lunghe marce nel deserto per raggiungere le coste dell’Africa, la paura di essere respinti e rimandati indietro, “anche se per molti di noi — scrive un ragazzo della Costa d’Avorio, sul primo numero de La nostra voce, pubblicato a luglio — significherebbe rischiare la vita”.
“La nostra voce è un giornale scritto dai profughi che racconta il passato dei profughi, per spiegare, cioè, tutto ciò che questi ragazzi hanno vissuto prima di arrivare qui — racconta Davide Delle Cave, psicoterapeuta della cooperativa Il Cenacolo, ideatrice del progetto — tutto il dolore, la sofferenza, la speranza di potersi infine costruire un futuro migliore che li accomuna. Tuttavia speriamo sia anche qualcosa di più: un’occasione, cioè, per chi legge, di ricordare che questi ragazzi sono persone, e non solo numeri. Perchè spesso, quando si parla di immigrazione, si finisce per snocciolare dati e statistiche. Si dimentica il lato umano. Ecco, noi vorremmo che, leggendo il giornalino scritto dai migranti, le persone riuscissero a guardare al di là del pregiudizio o della paura per il diverso”.
La nostra voce avrà cadenza bimestrale, e inizialmente sarà distribuito gratuitamente in 200 copie a negozi, bar e ristoranti tra Firenze e il Mugello, “ma ci stiamo organizzando anche per pubblicarlo online”.
Ogni numero sarà curato interamente dai richiedenti asilo, 120 ragazzi e ragazze provenienti da tutto il Sud del mondo: dal Senegal al Gambia, dal Burkina Faso allo Zambia, al Ghana, al Mali, fino al Bangladesh.
“L’idea ci è venuta quasi per caso. La nostra cooperativa organizza anche una scuola d’italiano per i richiedenti asilo, e il giorno prima dell’inizio delle lezioni regalammo a tutti quaderno e matita. Quando toccò a uno dei ragazzi, originario del Ghana, lui si commosse. Ci disse che non aveva mai avuto la possibilità di studiare, che da bambino aveva lavorato e basta, e che per lui lo studio era la cosa più bella a cui un ragazzo potesse aspirare. Noi lo ascoltammo parlare, e decidemmo che quella storia andava raccontata”.
Così è nato La nostra voce, nome scelto dai profughi — giornalisti “perchè loro una voce spesso non ce l’hanno — spiega Delle Cave — certo, molti migranti non sanno l’italiano, o sono analfabeti quando arrivano, ma abbiamo trovato una soluzione: chi sa scrivere intervista gli altri in inglese o francese, e noi traduciamo, così tutti possono prendere parola”.
K.C, originario del Gambia, è il protagonista della prima storia pubblicata sul bimestrale, e quando racconta il suo viaggio per l’Italia, spiegano i giornalisti che l’hanno intervistato, Ebrima Bajo e Demba Balde, anche loro richiedenti asilo, piange.
Ha 21 anni, e oggi vive un centro di accoglienza a Dicomano, in provincia di Firenze, ma prima di attraversare il Mediterraneo si trovava in Libia, “il posto più spaventoso che abbia mai visto”. “Là non c’è pace, soprattutto per i neri come me. Un giorno, mentre stavo andando a lavoro, sono stato fermato senza motivo e portato in cella. Sono rimasto prigioniero 7 mesi in condizioni disumane. Tanti miei compagni sono morti di stenti”.
K.C quasi un anno dopo è riuscito a scappare, e con qualche lavoro saltuario si è pagato il viaggio in Italia con i trafficanti.
“Ora sono in un limbo, aspetto di sapere se merito di rimanere o no”. “Se i migranti sapessero a cosa stanno andando incontro probabilmente non lascerebbero il proprio paese — scrivono anche Bajo e Balde, in calce all’articolo — e se gli europei sapessero da dove veniamo e cosa abbiamo passato, forse non penserebbero mai di rimandarci indietro”.
C’è chi si lascia alle spalle la fame, come Alì e Juel, partiti da un Bangladesh dove, secondo ActionAid, il 36% della popolazione vive in condizioni di povertà estrema.
E chi fugge dalla guerra, vedi B.S. e I.D, che preferiscono non scrivere il loro nome sul giornalino “perchè spesso i ragazzi si vergognano a raccontare ciò che hanno sofferto”, spiega Delle Cave.
B.S viene dal Mali, I.D dalla Costa d’Avorio, ed entrambi sono stati salvati dalla Guardia costiera italiana. “Se torniamo nel nostro paese rischiamo la vita — raccontano — e non possiamo pensare che il paese che ci ha salvati voglia rimandarci indietro. Speriamo di poter rimanere qui, sogniamo una vita serena, lontana dalla violenza e dalle discriminazioni, in questo nuovo mondo”.
“Raccontare è terapeutico, aiuta i ragazzi a esorcizzare dolore e paure — spiega Delle Cave — e chissà , magari sarà utile anche a chi legge: per conoscere meglio chi sono queste persone che arrivano in Italia, e quali sofferenze cercano di lasciarsi alle spalle”.
Annalisa Dall’Oca
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Agosto 6th, 2016 Riccardo Fucile
NELLA LOCRIDE L’INTEGRAZIONE HA RILANCIATO L’ECONOMIA LOCALE, TRA BORGHI RISTUTTURATI E LA MONETA COMPLEMENTARE
L’ultima nata a Camini, poco più di duecento anime abbarbicate nella Locride a mezz’ora di curve, erba bruciata e fichi d’india dalla statale, si chiama Giusy. Nomignolo assai comune al Sud, molto meno in Nigeria.
Mamma e papà sono tra i centoventi migranti che in Calabria hanno trovato una nuova vita, il nome invece è un ringraziamento a Rosario Zurzolo e Giusy Carnà , marito e moglie a capo del progetto di accoglienza diffusa capace di ripopolare un borgo altrimenti destinato a scomparire.
Sulla scia dell’esperienza di Riace, i comuni della Locride hanno aperto le porte al mondo: da queste parti i migranti non sono una minaccia, ma una risorsa.
Gioiosa Jonica, Stignano, Benestare, Africo sono solo alcuni dei dodici comuni — altri otto sono in attesa di una risposta – che partecipano allo Sprar, il Sistema di protezione asilo e rifugiati gestito dal ministero dell’Interno.
Lo Stato paga vitto e alloggio, oltre a finanziare corsi di italiano e borse lavoro, un apprendistato retribuito che dà una mano anche alle piccole imprese a corto di liquidi. In una delle terre più povere e spopolate d’Italia lo spazio per ospitare le famiglie arrivate dal mare non manca, assistenti sociali, psicologi, mediatori culturali ed educatori nemmeno.
Così ci guadagnano tutti: i migranti e la cittadinanza.
La paghetta giornaliera che viene data ai rifugiati e che torna ai commercianti della zona sotto forma di banconote colorate può fare la differenza.
La moneta complementare ideata dalla Rete dei comuni solidali si può spendere solo in paese, viene poi convertita in euro dai negozianti: porta i volti di Che Guevara e Antonio Gramsci, ma anche di Peppino Impastato e Gianluca Congiusta, giovane negoziante assassinato dalla ‘ndragheta nel 2005 perchè si rifiutò di pagare il pizzo. Per la Locride la rete di accoglienza ha un valore in più: è un pezzo di Stato che funziona, e bene.
«Il minimarket stava per chiudere, le elementari avevano solo una pluriclasse – racconta Rosario, in perenne movimento tra le stradine di Camini -. Gli ultimi arrivati sono quaranta bambini siriani, dobbiamo occuparci di cure sanitarie, psicologiche e della scuola. Noi li aiutiamo, ma senza di loro il nostro paese non ci sarebbe più».
Nei progetti di Rosario ci sono anche un ristorante internazionale, un’enoteca e una rete di turismo solidale.
Il tutto gestito dalla cooperativa e dai suoi ospiti, che intanto imparano un mestiere come Muhamad Hiwa, ex soldato iracheno che da due anni vive in paese con moglie e tre figli, un quarto in arrivo.
Lui fa il muratore, c’è chi si cimenta con le conserve, altri con la falegnameria. A raccontare la loro storia sono arrivate anche le telecamere di National Geographic e quelle del governo austriaco: la Locride come eccellenza da esportare in Europa. Il razzismo non appartiene a queste terre, dove quasi tutti sono stati a loro volta migranti.
«A giugno di sedici anni fa sbarcarono sulla nostra spiaggia in 180. Senza stare a chiedere nulla, la città intera portò cibo, vestiti, medicine», racconta Francesco Candia, quarto mandato da sindaco di Stignano, 1300 abitanti e 40 rifugiati, di cui sette minori.
Il lavoro è la preoccupazione che unisce e divide. Se c’è chi segue il modello Riace, altri preferiscono tenere i numeri bassi. «La prima cosa è imparare l’italiano, poi vogliamo essere sicuri che quando se ne andranno avranno di che mantenersi — spiega il sindaco -. Di posti qui ce ne sono pochi, per tutti. È bellissimo aiutare chi ne ha bisogno, ma noi preferiamo un modello di accoglienza artigianale».
Qualcuno che borbotta c’è. Soprattutto se si parla dei cosiddetti migranti economici, che scappano dalla fame in cerca di fortuna.
A Gioiosa Jonica i ragazzi sono 75, tutti “singoli”.
«All’inizio le mamme non mandavano i bimbi a giocare in piazza perchè c’erano anche i “neri” – racconta Sonia Bruzzese, assistente sociale a Gioiosa-. Il tempo, la conoscenza reciproca e il ritorno economico hanno contribuito a sciogliere la tensione».
Qualcuno ha trovato un impiego in regola, gran parte va a lavorare in nero nei campi. Ogni giorno c’è qualcuno pronto a sistemare una piazzetta abbandonata, ripulire una strada. Senza chiedere nulla in cambio: piccoli gesti, capaci di dimostrare che la ricetta dell’integrazione funziona, anche dove proprio non te lo aspetti.
Nadia Ferrigo
(da “La Stampa”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Agosto 4th, 2016 Riccardo Fucile
COLPO ALLA RETE DELLE FAMIGLIE ITALO-AMERICANE GAMBINO, GENOVESE, LUCCHESE E BONANNO… I REATI VANNO DALL’ESTORSIONE ALLO SPACCIO DI DROGA, DALLE SCOMMESSE AL TRAFFICO D’ARMI
L’Fbi infligge un duro colpo a Cosa Nostra negli Stati Uniti, con una retata che porta all’arresto di
46 persone affiliate alle famiglie Genovese, Gambino, Lucchese e Bonanno. Arrestato per droga anche John Gotti, il 23enne nipote del boss della famiglia Gambino, John Gotti: gli investigatori hanno trovato in casa sua centinaia di pasticche e più di 40.000 dollari in contanti.
La maxi operazione che ha portato alle decine di arresti arriva dopo anni di indagini e interessa l’intera costa orientale degli Stati Uniti, dalla Florida a New York, dove le famiglie di Cosa Nostra hanno operato sotto la guida di Joey Merlino, del proprietario di ristoranti Pasquale `Patsy’ Parrello della famiglia Genovese e di Eugene `Rooster’ Onofrio.
I 46 arrestati sono sospettati di far parte della East Coast LCN Enterprise, definita dalle autorità americane un’«organizzazione criminale».
Hanno soprannomi coloriti come “Muscoli”, “Tony lo zoppo”, “Baffi Pat” e “Rimorchiatore”.
Le accuse mosse nei loro confronti includono una serie di reati commessi almeno dal 2011: scommesse clandestine, frodi alle assicurazioni, traffico d’armi, estorsione e assalto.
Nella documentazione depositata in tribunale le autorità citano alcuni di intimidazione e minacce contro chi doveva soldi alle famiglie o tentava di scavalcarle.
In un’occasione un senza tetto è stato attaccato e derubato perchè disturbava i clienti del ristorante di Pasquale Parrello, accusato di aver ordinato ai suoi uomini di «spezzargli le gambe».
Parrello è accusato insieme a Israel Torres di aver cospirato per vendicare Anthony Vazzano, accoltellato al collo.
Mark Maiuzzo è invece accusato di aver dato fuoco a un’auto parcheggiata fuori a un club per scommesse, con l’ordine ricevuto da Anthony Zinzi che puntava a intimidire il club in diretta concorrenza con le scommesse illegali gestita da Cosa Nostra.
Fra le accuse anche frode alle assicurazioni mediche. Ai medici venivano fatte prescrivere «eccessive e non necessarie ricette”, i conti venivano poi inviati alle assicurazioni degli arrestati per ricevere i rimborsi, che si andavano a sommare alle tangenti.
(da agenzie)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Agosto 3rd, 2016 Riccardo Fucile
VERBANIA: HA 33 ANNI E HA OTTENUTO LA LICENZA… VIVE NEL CENTRO IMMIGRATI DI SANT’ANNA
Ogni mattina espone i suoi fiori all’entrata del cimitero di Pallanza.
Shah Alam Hzratali, bengalese, ha 33 anni e, benchè sia arrivato in Italia solo da 15 mesi, ha nel sangue il rispetto delle norme e – dopo aver fatto una breve gavetta da irregolare – ha deciso di fare l’imprenditore con tutte le licenze necessarie per il commercio al dettaglio di fiori ma anche di altri articoli.
È orgoglioso di questa scelta e mostra con solerzia la documentazione rilasciata dal Comune e dalla Camera di commercio.
E’ talmente rispettoso delle regole che ha perfino fatto la licenza di pesca per quelle poche battute che ogni tanto si concede sul lungolago di Pallanza.
Le energie non gli mancano così come l’intraprendenza di chi è convinto che può modificare il suo futuro.
Al centro di accoglienza per gli immigrati, in via Belgio a Sant’Anna dove vive, non hanno dubbi: «Ha tutti i numeri per fare l’imprenditore, e con successo. Qui non sta mai fermo un attimo e sta coltivando tutti gli spazi di terra disponibili».
Gli anni di lavoro in Libia
E’ molto organizzato, dalla sua piccola borsa tira fuori decine di copie del suo curriculum, prima in Bangladesh, dove ha lavorato in fabbrica e in ufficio, e poi in Libia dove ha fatto il venditore di cosmetici e il cassiere in un supermercato.
Alla voce «capacità », sottolinea: «Ottime competenze in agricoltura e giardinaggio. Ottime capacità di vendita e di rapporti con il pubblico».
Nella sua borsa c’è pure un libro per studiare l’italiano: «Lo sto imparando – dice -. Parlo però un buon inglese e un ottimo arabo».
A Sant’Anna è arrivato da Napoli. Prima di approdare in Italia anche lui è passato dalla Libia, dove ha lavorato oltre un anno per procurarsi i soldi – «tanti», spiega Shah – che gli servivano ad arrivare in Occidente sui barconi della morte: «Un paese difficile la Libia» dice senza manifestare particolare rancore.
Sulla sua faccia e sulle gambe, però, ci sono ancora i segni di pugni e calci, presi senza motivo dove lavorava.
Quindici mesi fa l’arrivo a Napoli, con una nave della Marina militare che anche in quell’occasione, nel Canale di Sicilia, ha strappato alla morte un carico di disperazione alla deriva su una carretta del mare che difficilmente sarebbe arrivata sulle coste italiane.
Ora dopo tanto penare Shah Alam, in Italia, vuole rimanerci a coltivare e vender fiori e crearsi un futuro, per lui e per la sua famiglia.
«Voglio restare in Italia»
Davanti al cimitero di Pallanza la sua è una presenza lieve ed educata. Aiuta le persone anziane a scendere dall’auto e si presta con molto trasporto a dare una mano se qualcuno gli chiede un aiuto per pulire una tomba.
Se per qualche motivo si allontana dalla bancarella improvvisata, le persone che entrano al cimitero prendono lo stesso i fiori e pagano all’uscita.
Un rapporto ormai consolidato, di fiducia reciproca, e Shah Alam è felice di questa quotidianità italiana.
Lo è a tal punto che si immagina già qui con tutta la famiglia: la moglie, i figli, i genitori e i sette fratelli che ha lasciato in Bangladesh.
«Il mio sogno – dice – è quello di trovare un grande terreno da coltivare e portare qui tutti i familiari. Ho anche un fratello molto malato, che studia ancora e vorrei aiutarlo».
Filippo Rubert�
(da “la Stampa”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile
A BOLZANO UN GIORNALISTA PERDE LA BORSA E UN PAKISTANO GLIELA RIPORTA A CASA, RIFIUTANDO UN COMPENSO: “L’ONESTA VIENE PRIMA DI TUTTO E NON SI DEVE PAGARE”
È successo a Bolzano. Un’azione encomiabile che vorremmo tutti vedere più spesso e che ci ricorda che accanto a noi ci sono anche persone oneste.
I protagonisti di questa storia sono Hansjà¶rg Kucera, 77 anni, giornalista altoatesino, per molti anni caporedattore della Rai per i servizi giornalistici in lingua tedesca, e Sabrin Muhammad, 52 anni, pachistano con regolare permesso di soggiorno.
«Erano le dieci di sera, quando è suonato il campanello di casa, sono andato ad aprire e non volevo credere ai miei occhi: davanti a me c’era un signore pachistano venuto a consegnarmi la borsa che avevo perso uscendo di casa, in macchina. Dentro avevo tutti i documenti e parecchi soldi. Non ha voluto niente, ma io per ringraziarlo ho deciso di dargli una mano a trovare un lavoro»
Kucera ammette che non è la prima volta che dimentica la sua borsa da qualche parte.
Ho aperto la macchina, ho messo la borsa sul tetto e sono partito per Cavalese. Arrivato in Val di Fiemme, sono andato a prendere un caffè e al momento di pagare, ho scoperto che non avevo più la borsa».
Ha chiamato subito il figlio a Bolzano, nella speranza che fosse caduta dal tetto quando l’auto era ancora all’interno del garage o poco distante.
Illusione: della borsa con il suo prezioso contenuto non c’era traccia, neanche lungo la via Beato Arrigo dove abita.
«Le altre due volte – racconta – in cui mi era successa una cosa analoga ero stato fortunato, perchè ho trovato sempre persone oneste che mi hanno restituito tutto. Ma con il passare delle ore, la speranza di ritrovare la borsa erano sempre meno. Invece, le persone oneste sono molte di più di quelle che si pensa e si incontrano ad ogni latitudine».
Ineccepibile il comportamento dell’immigrato pachistano.
«Nel tardo pomeriggio – dice Muhammad – stavo scendendo in bici lungo via Beato Arrigo, quando ho notato che in mezzo alla strada c’era una borsa, tutta bagnata perchè era piovuto fino a poco prima. Mi sono fermato, l’ho aperta e, neppure per un attimo, sono stato sfiorato dall’idea di tenermi i soldi. Dentro c’erano i documenti con l’indirizzo del signor Kucera e sono andato da lui a restituirgliela».
Il giornalista ha insistito per dargli una ricompensa, ma l’immigrato ha rifiutato, dicendo: «Per me l’onestà viene prima di tutto e non si deve pagare»
Come ogni bella storia non poteva mancare il lieto fine.
Kucera ha voluto ascoltare la sua storia e ha deciso che l’avrebbe aiutato: «Mi ha detto che lavora poche ore al giorno in un supermercato. Troppo poco per mantenere una famiglia e mi ha chiesto se conoscessi qualcuno disposto a farlo lavorare di più: mi sono dato da fare e gli ho trovato un posto in un albergo».
(da “Huffingtonpost“)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile
LO STUDIO SULLA RELIGIONE PROFESSATA DAGLI STRANIERI IN ITALIA SFATA FALSI PREGIUDIZI
Nessuna “invasione” musulmana in Italia. 
La maggioranza degli immigrati residenti nel nostro Paese è, infatti, di religione cristiano ortodossa e i cristiani, compresi i cattolici, sono percentualmente quasi il doppio degli islamici.
Contribuisce a sfatare falsi pregiudizi (rilevati e criticati anche da una nota ufficiale dell’Ocse di un paio di anni fa), l’ultima rilevazione della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità ), riguardante la religione professata dai circa 5 milioni di stranieri residenti in Italia
La maggioranza è cristiana
Al 1° gennaio di quest’anno, gli immigrati cristiano ortodossi erano poco più di 1,6 milioni, rispetto al milione e 400mila stranieri di religione musulmana.
I cattolici erano circa un milione.
Per quanto riguarda le altre religioni, i buddisti erano stimati in 182mila, i cristiani evangelisti in 121mila, gli induisti in 72mila, i sikh in 17mila, i cristiano-copti erano circa 19mila.
«Falsi pregiudizi»
«L’indagine — si legge in una nota dell’Ismu – mette in mostra che il panorama delle religioni professate dagli stranieri è molto variegato e sfata il pregiudizio secondo cui la maggior parte degli immigrati professa l’islam». Anzi, se si confrontano le percentuali, si vede come gli immigrati cristiani, intesi come cattolici e ortodossi, siano quasi il doppio dei musulmani: 4,3% della popolazione complessiva (italiana e straniera), rispetto al 2,3% degli islamici.
Marocchini in testa
Per quanto riguarda le provenienze, si stima che la maggior parte dei musulmani residenti in Italia provenga dal Marocco (424mila), seguito dall’Albania (214mila), dal Bangladesh (100mila), dal Pakistan (94mila), dalla Tunisia, (94mila) e dall’Egitto (93mila).
A livello territoriale, la Lombardia è la regione in cui vivono più stranieri residenti di fede musulmana, minorenni inclusi: sono 368mila (pari al 26% del totale degli islamici presenti in Italia).
Al secondo posto troviamo l’Emilia Romagna con 183mila musulmani (pari al 12,8% del totale degli islamici in Italia), al terzo il Veneto dove i musulmani sono 142mila (pari al 10% del totale), al quarto il Piemonte con 119mila presenze.
Cristiani radicati in Lombardia
La Lombardia è anche la regione che vede la maggior presenza di stranieri cristiano ortodossi: sono 265mila. Segue il Lazio con 260mila e il Veneto con 176mila.
Le incidenze maggiori si registrano, invece, nel Lazio in cui i cristiano-ortodossi stranieri sono il 4,4% della popolazione complessiva, in Umbria (4%), in Piemonte (3,7%) e in Veneto (3,6%).
Sempre la Lombardia, è la regione che ha il maggior numero di immigrati cattolici (277mila), seguita dal Lazio (152mila), dall’Emilia Romagna (95mila), dalla Toscana (84mila), dal Veneto (78mila) e dal Piemonte (78mila).
In Liguria e in Lombardia gli stranieri cattolici residenti sono il 2,8% della popolazione residente totale italiana e straniera, nel Lazio sono il 2,6% e in Umbria il 2,4%.
Paolo Ferrario
(da “Avvenire”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile
LO STUDIO SULLA RIDISTRIBUZIONE DELL’ACCOGLIENZA PER INCENTIVARE I COMUNI
Una distribuzione più equilibrata dei richiedenti asilo, con una media di due o tre per ogni mille
abitanti, via libera a nuove assunzioni comunali, più soldi nelle casse degli Enti locali e meno nelle tasche degli extracomunitari.
Eccolo il piano del ministro dell’Interno Angelino Alfano, d’intesa con i Comuni, per affrontare l’emergenza immigrazione.
Un progetto ancora in via di definizione per quanto riguarda i dettagli, ma già strutturato per risolvere questioni importanti che hanno finora scatenato malumori e polemiche tra sindaci e governatori di qualsiasi colore politico.
Nonostante la percentuale di stranieri in Italia sia inferiore a quella nel resto d’Europa: 8,3% contro il 9,3% della Germania o il 9,6% della Spagna.
I punti chiave del piano Alfano hanno l’obiettivo di migliorare la gestione e l’integrazione di profughi e migranti – che al momento sono quasi 136 mila – ma anche quello di sostenere i Comuni che li accolgono.
Anche attraverso un allentamento del Patto di Stabilità . Lo scopo è quello di favorire una maggiore adesione alla programmazione dello Sprar, il «Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati» in vigore esclusivamente su base volontaria.
Ripartizione sul territorio
Più di un sindaco ha sollevato la questione: alcune città sono più caricate di altre per l’elevato numero di immigrati da ospitare.
Tanto da spingere il presidente Anci ed ex primo cittadino di Torino Piero Fassino a ribadire che «finora l’immigrazione è stata governata bene, ma i numeri stanno superando la soglia governabile. Se non lo vediamo per tempo questo problema rischia di travolgerci».
Ma il nuovo piano fissa dei paletti insormontabili: non più di due o tre persone ogni mille residenti. Alfano, in collaborazione con l’Anci, cercherà dei correttivi per le grandi città . In modo da attenuare i numeri delle metropoli e puntare sui piccoli centri più desertificati. Su quei piccoli centri che tra l’altro avrebbero maggiori opportunità nell’indotto occupazionale e sarebbero comunque tutelati dai vincoli della media numerica di presenze di profughi da rispettare.
Nuove assunzioni
I Comuni che aderiranno allo Sprar (attualmente sono 800) saranno premiati con la deroga al divieto di assunzioni.
Potranno cioè procedere a reclutare nuovo personale (cittadini italiani) da impiegare nei progetti di assistenza e integrazione dei migranti e richiedenti asilo. In questo modo si potrà attribuire maggiore consistenza al sistema pubblico.
L’incentivo prevede una revisione della Legge di Stabilità e costituisce uno degli aspetti più determinanti, seppur spinosi, del prospetto al vaglio del ministro Alfano e dell’Anci.
50 centesimi a migrante
Tra gli altri incentivi di carattere economico per le casse comunali c’è la possibilità di foraggiare con 50 centesimi a migrante a titolo di spese generali.
La quota verrà detratta dai 2,50 euro attualmente previsti quotidianamente per le spese spicciole – il cosiddetto pocket money o argent de poche – dei profughi.
Finora ai Comuni che partecipano allo Sprar non vengono elargite somme per spese generali a fondo perduto, ma solo quelle relative alle spese sostenute per il progetto di accoglienza di strutture ad hoc o appartamenti.
E che devono essere rendicontate e documentate minuziosamente proprio a garanzia del rispetto della legge (giusto per evitare casi di malaffare come Mafia Capitale).
Stop all’emergenza
La fotografia del fenomeno accoglienza fissa solo al 15% la quota di migranti gestiti dallo Sprar.
Il resto è di competenza dei prefetti che intervengono in emergenza e senza chiedere permesso inviando i profughi ai Comuni i quali provvedono – quando è possibile – a sistemarli in pensioni e hotel. Per ogni migrante all’hotel spettano 35 euro da cui vanno decurtati i 2,50 euro del pocket money.
Ma con il piano che Alfano sta mettendo a punto con l’Anci, le città che sposeranno il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati verranno esonerate dall’obbligo di ubbidire alle gare d’emergenza dei prefetti.
Grazia Longo
(da “La Stampa”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile
IL NUMERO TOTALE DEI RIFUGIATI ASSISTITI E’ DI 135.785 PERSONE, DUE OGNI MILLE RESIDENTI, MENO DELLA MEDIA EUROPEA, SEI VOLTE MENO DI AUSTRIA E SVEZIA… OCCORRE POTENZIARE LO SPRAR E UNA MAGGIORE ORGANIZZAZIONE
La situazione, a leggere le prese di posizione di molti politici locali, sembra fuori controllo.
Per ora però – nonostante sia stata chiusa la via di accesso attraverso la Turchia e i Balcani – dal punto di vista numerico gli sbarchi non sono aumentati.
Numeri sostenibili
Insomma, il modello italiano di accoglienza diffusa è davvero condannato a franare sotto il peso della «pressione insostenibile» delle nuove ondate di migranti?
Può darsi, dicono gli esperti: ma perchè è un sistema che non funziona, e non per un afflusso esagerato di profughi e rifugiati.
L’Italia ha meno stranieri rispetto ad altri paesi (l’8,3% dei residenti, contro il 9,3 della Germania e il 9,6% della Spagna); gli sbarchi sono assestati più o meno ai livelli del 2015 (erano stati 79.618 al 15 luglio 2015, ora siamo a 79.533).
Il numero dei rifugiati gestiti dal sistema di accoglienza, pur se aumentati rispetto al 2015, è decisamente modesto per un Paese di 60 milioni di abitanti: in tutto sono 135.785 persone, poco più di due ogni mille residenti.
Meno della media europea, cinque o sei volte meno di Paesi come Austria o Svezia, dove ci sono 11 o 15 rifugiati ogni 1000 abitanti.
Non siamo nemmeno particolarmente generosi con la concessione dello status di rifugiato: nel 2015 ci sono state 83.200 richieste, ne sono state accolte 29.630.
Sprar ed emergenza
Un sistema di accoglienza che nel nostro Paese è spaccato a metà : da una parte il nuovo «Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati», lo Sprar, nato con la riforma del 2015. Dall’altra il sistema di emergenza gestito dai prefetti: strutture «temporanee» ma eterne, e centri di prima accoglienza.
Nel primo caso i Comuni – sono 800 ad aver aderito volontariamente – sanno sempre chi arriva e dove viene collocato, e forniscono servizi per l’integrazione di discreta qualità che aiutano l’inserimento dei rifugiati.
Nel secondo caso la procedura è straordinaria: i prefetti, se necessario, possono liberamente inviare rifugiati in una città senza chiedere il permesso, la qualità del servizio è scarsa, le strutture sono gestite da privati o coop che si limitano spesso a fornire solo alloggio e vitto. E arricchendosi, come abbiamo visto con la vicenda di «Mafia Capitale».
Come spiega Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di Solidarietà di Trieste e uno degli «inventori» dello Sprar, il modello italiano di integrazione «in realtà non esiste».
«Non c’è programmazione nè coordinamento – afferma – e così si arriva a una distribuzione delle persone in accoglienza del tutto ineguale: da una parte ce ne sono troppi rispetto alle possibilità , in altri posti praticamente non ce ne sono. Il risultato è il caos».
Basti pensare che il sistema Sprar oggi ospita solo 20.347 rifugiati; le strutture «temporanee» e di «prima accoglienza» (considerati a volte dei lager, o nella migliore delle ipotesi fucine di noia e rabbia) ben 113.622.
E anche lo Sprar, peraltro, sta entrando in sofferenza: l’ultimo bando ha visto adesioni insufficienti da parte dei Comuni.
E, unici in Europa, restiamo senza misure per l’inclusione sociale delle persone a cui è riconosciuto il diritto di asilo.
Appena arriva lo status cessa l’accoglienza, spiegano gli operatori sociali; e puoi finire subito in mezzo alla strada.
Serve programmazione
Come uscirne, come ripartire sul territorio i rifugiati nel modo più razionale?
Per Schiavone la strada da percorrere è l’estensione del sistema Sprar, cui tutti i Comuni devono obbligatoriamente aderire ricevendo in cambio risorse e incentivi, «per poter gestire le presenze sul territorio in modo intelligente ed equo.
Questo – spiega – è il metodo per fare vera inclusione sociale, smontare le paure dei cittadini e gestire bene il problema, con cui dovremo confrontarci a lungo in futuro».
Dello stesso avviso è Giulia Capitani, policy advisor di Oxfam Italia per immigrazione e asilo: «Va esteso Sprar – afferma – e ridotto il sistema “straordinario”. E da subito occorre un monitoraggio serio e indipendente del funzionamento dei centri d’accoglienza che ricevono soldi pubblici, a volte come sappiamo fornendo servizi pessimi».
Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile
STEREOTIPI SMENTITI: LASCIANO ALL’INPS 8 MILIARDI L’ANNO DI CONTRIBUTI NETTI PER RICEVERNE 3… 300 MILIONI DI CONTRIBUTI CHE NON VERRANNO MAI RESTITUITI… E NEI SETTORI DOVE CALANO GLI OCCUPATI ITALIANI NON AUMENTANO QUELLI STRANIERI
Quando ci sono periodi di crisi, la paura aumenta.
Cresce tra i settori più vulnerabili, tra quelli che si sentono più in pericolo. Paura di perdere il lavoro, timore di non ritrovarlo dopo averlo perso.
E’ proprio in questi momenti critici, la storia ce lo ha dimostrato, ahimè, che la paura del diverso si accentua ed è facile cadere nell’ottica della ricerca del capro espiatorio. Ricerche condotte nel Regno Unito mostrano quanto ciò abbia influito anche sulla vittoria di Brexit.
La propaganda di diverse formazioni politiche si è particolarmente soffermata su questi aspetti, gli immigrati sono un carico in più per il nostro welfare, ci rubano il lavoro.
Ma è proprio così nel nostro Paese? Alcuni dati forniti dall’Inps e altri dall’Istat possono aiutarci a capire.
Tito Boeri, presidente dell’Inps, presentando alla Camera l’interessante rapporto annuale ieri ha sottolineato che gli immigrati in termini di contributi sociali versano di più di quanto ricevono in pensioni.
Infatti, versano 8 miliardi di contributi sociali in un anno e ne ricevono 3 se si considerano sia pensioni sia altre prestazioni sociali.
Danno cioè al nostro Paese 5 miliardi di contributi netti.
Certamente questa è una fotografia del presente, quando ancora gli immigrati che percepiscono la pensione sono pochi; un domani sarà diverso, quando ci saranno più pensionati tra gli immigrati.
Ma la storia migratoria a livello internazionale ci insegna che in molti casi i contributi previdenziali degli immigrati non si traducono poi in pensioni, perchè una parte di essi si spostano di Paese, oppure tornano nel loro, e spesso non arrivano a percepire una pensione nel Paese in cui hanno versato anni di contributi.
«Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci abbiano “regalato” circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni. E ogni anno questi contributi a fondo perduto degli immigrati valgono circa 300 milioni di euro» dice Tito Boeri.
Altri dati di fonte Istat smentiscono un altro stereotipo.
Non è vero che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani. Laddove calano gli occupati italiani non aumentano i lavoratori stranieri.
Per esempio, gli occupati italiani nel corso della crisi sono diminuiti nell’industria, commercio, pubblica amministrazione, istruzione e sanità .
Gli occupati stranieri sono aumentati nei servizi alle famiglie e negli alberghi e ristorazione, cioè in settori totalmente diversi.
In agricoltura calano gli italiani e aumentano gli stranieri, ma i primi calano tra i lavoratori autonomi e i secondi crescono tra i braccianti.
Il che significa che il nostro mercato del lavoro continua a mantenere un carattere duale, con una forte e netta separazione tra professioni italiane e straniere.
In sintesi, non sono quindi gli immigrati la causa della perdita di occupazione degli italiani o della loro difficoltà a trovare lavoro.
Tutto ciò non significa che ogni cosa vada bene. Ci sono problemi di degrado in zone ad alta concentrazione di immigrati, ci sono problemi di crescita di criminalità che vanno affrontati e risolti nell’ottica dell’integrazione.
Ma se smettessimo di crearci fantasmi e affrontassimo le cause reali della disoccupazione che risiedono nella crisi economica e nella rivoluzione che sta attraversando la società globalizzata, faremmo già un bel passo in avanti.
Così come ne faremmo un altro se riuscissimo a creare un modello virtuoso di integrazione dei migranti, valorizzando anche le esperienze meravigliose di solidarietà che esistono nel nostro Paese.
Volenti o no le migrazioni saranno un fenomeno rilevante dei nostri tempi.
I nostri nipoti ci ricorderanno con riconoscenza se troveranno persone di origine diverse come pari e amici, colleghi e compagni di lavoro, piuttosto che nemici astiosi e rancorosi rinchiusi in ghetti.
Non mi posso dimenticare la bellissima immagine che l’indagine dell’Istat dava, richiamata dal Presidente della Repubblica nel discorso di fine anno: la maggioranza dei bambini stranieri in Italia ha come migliore amico un bambino italiano.
Linda Laura Sabbadini
(da “La Stampa“)
argomento: Immigrazione | Commenta »