Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile
SONO STABILI A 5 MILIONI E IN CALO NEL NORD-EST, IN UMBRIA E NELLE MARCHE
Rimane stabile il numero dei migrati residenti in Italia, che nel 2015 sono aumentati di 11 mila unità
passando dai 5.014.437 di inizio anno ai 5.026.153 del 31 dicembre.
Crescita misurata anche nel 2014: nell’arco dei 12 mesi la popolazione non italiana è aumentata solo dell’1,9%.
A dirlo è la Caritas che ha presentato l’annuale Rapporto sull’immigrazione nel nostro paese, quest’anno intitolato «La cultura dell’incontro».
Eppure, hanno spiegato Caritas e Fondazione Migrantes, il rischio è che il fenomeno migratorio venga raccontato sulla base della «percezione» e non della realtà .
Il nostro Paese — ha detto monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes — sta «perdendo attrazione».
E mentre si registrano «i primi cali di presenze straniere nel Nord Est, nelle Marche e in Umbria», «si continua a parlare di ‘invasione inarrestabile’ in riferimento a 130 mila richiedenti asilo e rifugiati accolti nelle diverse città e regioni: falsificazioni che impediscono un’adeguata politica dell’immigrazione».
L’assenza di vie regolari per l’ingresso in Italia — hanno inoltre sottolineato gli autori del Rapporto — ha di fatto congelato il nostro Paese su numeri che vedono un’incidenza degli stranieri sulla popolazione totale di poco superiore all’8%».
(da agenzie)
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Luglio 4th, 2016 Riccardo Fucile
DALL’ALBANIA A MILANO: “ASSUMO UNA PERSONA OGNI TRE SETTIMANE, PER LO PIU’ INGEGNERI”
Era un clandestino, a 16 anni. Scappato dall’Albania dove aveva visto la guerra e la miseria e non riusciva ad emergere. Cercava, come tanti, una vita migliore. Sognava di arrivare a Londra, si è imbarcato per l’Italia: ma a Milano i carabinieri l’hanno fermato e inserito in una comunità per minorenni. Era il 2008.
Lui non si è scoraggiato. Ha chiesto di lavorare subito, gratis, come barista in Rinascente, poi commesso in un negozio di computer.
Ha coltivato, studiando da solo, la passione per l’informatica.
Oggi, sette anni dopo, Uljan Sharka ha agguantato il suo destino. La start up che ha fondato, iGenius, appena riconosciuta al Lions innovation festival di Cannes come una delle più promettenti al mondo, sta incontrando un successo crescente.
Otto mesi fa era da solo, oggi venticinque giovani lavorano per lui e continua ad assumere personale. Una nuova risorsa ogni tre settimane. Per lo più ingegneri. Fattura un milione di euro e ha appena trovato un finanziamento di quasi un milione e mezzo da due manager, esperti di private equity, che si sono innamorati dell’idea
Sharka ha in serbo un altro software, oltre ai progetti sviluppati per conto di piccole medie imprese: «crystal», che potrebbe rivoluzionare il mondo del marketing digitale. Con potenzialità analoghe, secondo esperti del settore, a quelle di Facebook quando è nato.
A settembre, in occasione del TechCrunch di San Francisco, la società lo presenterà ufficialmente. E ci saranno tutti i guru della new economy e i venture capitalist più importanti, come il Sequoia. Un circolo cui si accede solo dopo severe selezioni.
«Il software legge istantaneamente i big data sui social network, li elabora e poi consiglia come migliorare il proprio marketing sulle piattaforme facendo leva su tecnologie Ai (artificial intelligence), Nlp (natural language processing), Ml (machine learning) e Ir (image recognition)», spiega Uljan cercando, invano, di raccontare in modo semplice algoritmi complicatissimi.
La fruizione, però, è intuitiva. In pratica oggi, se vogliamo conoscere il gradimento di post, tweet o pubblicità digitale, ci basiamo su lunghe (e spesso costose) consulenze.
Con «crystal» basta chiedere (come fosse Siri) e nel giro di due secondi visualizziamo in una schermata tutto.
Qual è il post che ha emozionato di più, quale hashtag o colore di sfondo ha avuto più successo? Insieme ai consigli su come migliorare le operazioni di marketing e agli strumenti per farlo subito, in tempo reale, solo con un click
Non banale capire fino in fondo, per non addetti ai lavori. Eppure il software dev’essere eccezionale se ancor prima del lancio ufficiale decine di colossi dell’informatica e della pubblicità si sono già prenotati.
«Ci ha sostenuto Google ad esempio, è grazie a loro che siamo riusciti a realizzare la prima versione di “crystal” in soli quattro mesi», fa sapere ad esempio Uljan .
Forse è stata davvero sviluppata un’idea rivoluzionaria: «Una certa consulenza diventerà inutile, ognuno da sè potrà far parlare in modo istantaneo i dati che lo riguardano, presi dai propri profili o siti. Noi ci crediamo», assicura Carlo Cartasegna, manager del settore finanziario che con Mauro Bertone ha appena finanziato la start up.
«Non siamo investitori professionali ma abbiamo molta esperienza, avendo lavorato anni in fondi di private equity – aggiunge -. Stanzieremo ancora risorse per sostenere la crescita di iGenius e altre iniziative di questo ragazzo dalla storia a suo modo veramente eccezionale».
Per capirla, si può forse partire dal nomen omen: a Sharka si toglie una «a», e rimane shark, «squalo». Lo è, in senso buono, questo ventiquattrenne semplice, in giacca blu elegante e scarpe da tennis.
Lavora sette giorni su sette, attaccato al pc, venti ore al giorno.
«L’Albania mi stava stretta, già a 13 anni lavoravo per mantenermi, mentre studiavo», dice. Tutti dieci e lode, manco a dirlo.
Si è fermato però al secondo anno di superiori, per andare via. «Volevo creare qualcosa di grande, di mio, e lì non c’era modo di farlo», racconta. A 16 anni, già velleità da imprenditore della new economy.
Nel 2012, quando ha creato con i risparmi iGenius, i clienti credevano che in «ufficio» ci fossero tante persone. Era solo lui invece, allo stesso tempo tecnico, contabile, consulente. Dentro al bilocale dove abitava.
Da allora quanta strada ha fatto?
«Stiamo preparandoci ad aprire sedi a Londra e San Francisco, oggi siamo stati valutati 25 milioni. Dovremmo moltiplicare per quattro entro un anno e puntiamo a diventar e la prima start up italiana “unicorn” (fatturato di oltre il miliardo di dollari, ndr)», dice il suo braccio destro, coetaneo, Gregorio Cutellè .
Chi conosce bene Uljan sul lavoro, ne parla un po’ come Mark Zuckerberg di Facebook.
Anche per la sua visione in qualche modo etica del mercato: «Darò la mia piattaforma gratuitamente alle medie imprese, perchè crescano con la pubblicità digitale senza appesantirsi di costi inutili, com’è giusto che sia», sorprende.
Pensa di mantenere in vita iGenius con versioni più evolute del software o altri prodotti. Nei piani, non ha tanto la ricchezza. Ma, forse anche in ragione della sua storia, «l’idea che le risorse fruttano in senso profondo quando sono alla portata di tutti».
Elisabetta Andreis
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 1st, 2016 Riccardo Fucile
50.000 DI “NUOVI” ITALIANI IN PIU’ RISPETTO AL 2014: “DIVENTATI CONNAZIONALI COMUNITA’ DI ANTICO INSEDIAMENTO, PRIMA ERANO I MATRIMONI A DETERMINARE LE NUOVE NATURALIZZAZIONI”
L’Italia è il Paese d’Europa che nel 2015 ha visto il maggiore incremento di nuovi cittadini: 50mila
persone in più (il 37%) rispetto al 2014.
Non solo: proprio nel 2014 è stata la nazione, seconda solo alla Spagna, col maggior numero di naturalizzazioni (il 15% dell’intera Unione europea).
Il dato è stato elaborato dalla Fondazione Ismu (Istituto per lo studio della multietnicità ) di Milano.
L’anno passato sono stati 178mila gli stranieri residenti che hanno ottenuto il passaporto della nostra Repubblica, circa 35 su mille dei 5 milioni di stranieri regolarmente residenti. La notizia non è irrilevante se si considera che l’Italia è uno degli Stati con le regole più restrittive in materia.
E in cui lo ius sanguinis (il sistema che basa la concessione della cittadinanza solo sulla discendenza di “sangue” da italiani) è applicato in maniera molto solerte.
Se non si hanno avi italiani è infatti possibile la naturalizzazione solo dopo due anni di matrimonio, oppure per residenza: almeno 10 anni in Italia se cittadino extracomunitario, 4 anni se appartenente all’Unione europea.
Solo la Svizzera ha leggi più severe.
“Sono diventati italiani — spiega a ilfattoquotidiano.it Giorgia Papavero, ricercatrice del settore monitoraggio dell’Ismu — soprattutto molti di coloro che appartengono a comunità di antico insediamento e che hanno maturato i requisiti di acquisizione per residenza: soprattutto albanesi e marocchini. Mentre in passato a determinare molte nuove cittadinanze erano principalmente i matrimoni”.
Colpisce anche un altro dato: quasi 4 nuovi italiani su 10 nel 2015 sono minorenni. “Quando i genitori diventano italiani, automaticamente anche i figli prendono la cittadinanza”, spiega ancora la ricercatrice.
Il numero di stranieri che hanno ottenuto passaporto italiano nell’ultimo quindicennio è aumentato in modo esponenziale, in particolare in regioni come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.
Appena 12mila stranieri avevano infatti ottenuto la cittadinanza nel 2002, quando in Italia quelli con i documenti in regola erano poco più di un milione: l’Ismu calcola che nel 2016 potrebbero esserci addirittura 190mila nuovi cittadini italiani nati all’estero.
Ma non sarà sempre così, anche perchè negli ultimi anni i flussi migratori verso lo Stivale si sono ridotti: “Nei prossimi anni — ragiona Giorgia Papavero — l’aumento di nuove acquisizioni di cittadinanza dovrebbe stabilizzarsi”.
Di fronte a questo dato ce n’è poi un altro, ben noto alle cronache, di italiani che vanno via dal Belpaese.
Le stime dell’Istat indicano che su 100mila italiani che sono emigrati nel 2015, 25mila sono proprio cittadini italiani di origine straniera che decidono di tornare nella loro patria di origine o di trasferirsi in un’altra parte del mondo.
Nel frattempo nel resto d’Europa le acquisizioni di cittadinanza diminuiscono.
Secondo i dati Eurostat del 2014 (gli ultimi a disposizione) sono 890mila i cittadini stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza di uno degli stati membri, il 9% in meno rispetto al 2013.
Il calo più forte si è avuto nel Regno Unito, in Spagna (che comunque rimane il Paese che in questi anni ha avuto più nuovi cittadini, il 25% di tutti quelli europei), in Belgio, in Grecia e in Svezia.
Al contrario il più significativo aumento in termini assoluti è stato rilevato in Italia (con più 30mila nel 2014 rispetto al 2013), seguita dalla Francia e dall’Olanda.
David Marceddu
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
COPRONO IL 63% DEI LAVORI PIU’ UMILI O FATICOSI E SONO I PRIMI AD ESSERE LICENZIATI
Gli immigrati in Italia hanno affrontato gli anni della grande crisi caricandosi sulle spalle più di un peso, e riuscendo comunque a produrre sempre più ricchezza. Pagando però prezzi molto salati.
A partire dal salario, più basso di circa un quarto rispetto allo stipendio dei lavoratori italiani (-24,2%), con un differenziale che arriva al -27,6% per le donne.
E con, in parallelo, la conferma di una vera e propria segregazione occupazionale che, al di là del titolo di studio, li porta invariabilmente a lavorare nei settori «a basso valore aggiunto»: dai servizi alla persona all’agricoltura, passando per il comparto delle costruzioni e gli impieghi in alberghi e ristoranti.
Settori dove la concorrenza con l’offerta di lavoro degli autoctoni — al di là dei deliri leghisti — risulta marginale.
E dove comunque gli immigrati sono stati i primi ad essere sacrificati nel momento in cui la crisi azzannava.
È nitida la fotografia che emerge dallo studio «Le conseguenze della crisi sul lavoro degli immigrati in Italia», realizzato dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil nell’ambito delle attività dell’Osservatorio sulle migrazioni, che ha analizzato le condizioni dei lavoratori stranieri occupati in Italia nel quinquennio 2011-2015.
«Dal punto di vista della “segregazione occupazionale” non ci sono novità — osserva Sally Kane, responsabile del Dipartimento politiche immigrazione della Cgil — gli immigrati fanno perlopiù i lavori più umili. Ma fanno anche quelli più pericolosi, basta vedere i dati degli infortuni sul lavoro.Resta confermato anche che guadagnano meno, a parità di impiego, degli autoctoni. Piuttosto, con la crisi, sono stati loro i primi a essere espulsi dal mercato del lavoro — spiega Kane — mentre là dove l’occupazione è stata mantenuta, come nell’agricoltura, è aumentato il lavoro nero, ed è aumentato quindi il differenziale retributivo».
Pur contribuendo sempre di più a produrre ricchezza (arrivata oggi all’8,6% del Pil nazionale), nella pratica un lavoratore immigrato dipendente a tempo pieno guadagna in media 362 euro netti meno di un italiano: tra gli uomini -350 euro, e tra le donne -385 euro.
Quanto al tasso di disoccupazione, nel 2015 è stato più alto di quasi cinque punti rispetto alla forza lavoro autoctona (16,2% contro 11,4%, vedi sotto).
Così come sono aumentate precarietà e part-time involontario.
«Non solo — puntualizza Sally Kane — dalle analisi di Emanuele Galossi, un ricercatore molto bravo, emerge come ad esempio nel settore della logistica merci, che attira molti immigrati, con i cambi di appalto i lavoratori siano costretti ad accettare livelli contrattuali inferiori, o anche diminuzioni di orario di lavoro. Di qui le minori retribuzioni, accettate per forza di cose da chi non può permettersi, a causa della Bossi Fini, di perdere l’impiego».
Nella ricerca si segnala come l’incidenza degli immigrati sul totale degli occupati sia arrivata comunque al 10,5%, con un aumento dell’1,5% (+329 mila unità ).
Al tempo stesso il tasso di disoccupazione nel 2015 è stato più alto di quasi cinque punti percentuali rispetto a quello relativo alla forza lavoro italiana (16,2% contro 11,4%).
È stato evidenziato peraltro come il tasso di sofferenza occupazionale — un indicatore che comprende disoccupati, cassintegrati e scoraggiati disponibili a lavorare — degli immigrati è stato nel 2015 pari al 15% (604 mila persone), 3,2% sopra quello italiano. Mentre il tasso di disagio (precari e part time involontari sul totale degli occupati di 15-64 anni) è arrivato al 30% (706 mila persone), quasi il doppio di quello italiano.
Infine il tema delle professioni e delle qualifiche: gli immigrati sono occupati nella maggior parte dei casi con mansioni poco qualificate, nonostante che oltre la metà di loro risieda in Italia da oltre dieci anni.
Le prime dieci professioni in cui sono impiegati (fra cui pulizie, servizi domestici, facchini, braccianti, ecc.) coprono quasi due terzi dell’occupazione straniera (63%) contro poco più di un quinto di quella italiana (21%).
Riccardo Chiari
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Giugno 11th, 2016 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DELL’INVIATO DE “LA STAMPA” … LE PIROGHE PARTONO OGNI NOTTE CARICHE DI GIOVANI SENEGALESI, MALIANI E GUINEIANI, NON PRIMA DI ESSERE STATI SFRUTTATI E UMILIATI DAI NEGRIERI
I migranti li ho incontrati, quasi per caso, al mercato del bestiame di Nouackhott. 
I manzi muggivano, un coro lamentoso che sovrastava perfino il fracasso delle auto e degli uomini; e i belati di pecore e montoni erano come un brivido di quell’insistente, doloroso muggire.
Pacchi di zampe erano ammonticchiati già in terra come lastre sudice, fegati sanguinanti e violacei, cuori di bue duri e staccati come campane al battaglio pendevano dalle lerce, innumerevoli bancarelle dei beccai.
E poi brandelli sanguinolenti di carne, stracci lanuti di pelle ancora pendenti dalle carni vive, ciuffi di budella e poi sangue, sangue che colava ovunque, e polvere, polvere e odore che stordiva.
à‰ lì che mi avevano suggerito di cercarli: «Lavorano come garzoni per rastrellare qualche soldo, per pagarsi la traversata in mare…».
Il primo che ho visto è stato Souleymane, (ma non sapevo ancora che questo era il suo nome) giovane, smunto, spaurito in quell’animalesco carnaio a cielo aperto. Tirava un manzo sciancato, recalcitrante, gli occhi già pieni di una consapevolezza della morte inevitabile e prossima che avresti detto umana.
Un uomo alto, grosso passava di manzo in manzo, esaminava, palpava: portava alla cintola un lungo acuminato coltello. Un cane rossiccio lo seguiva annusando. Il beccaio, il padrone. Anche il ragazzo aveva un coltello. Lo ha impugnato, un po’ esitante, con una mano tenendo immobile per la corna la testa della bestia. Un piede puntato su una coscia per fare forza ha immerso il coltello nel collo, ha spinto dentro lentamente ritraendo la lama. Un fiotto di sangue è sprizzato, rigurgitava.
La bestia si dibatteva, spingava. Poi la testa è ricaduta. Il ragazzo cercava invano di far fluire il rivo di sangue, ma il peso lo opprimeva. Il sangue dilagava su di lui. Rosse di sangue erano le braccia, le gambe. E l’aria, anche, odorava di sangue e di stabbio.
Allora il padrone si è avvicinato, la collera gli torceva la bocca che era come irrigidita in una smorfia. Si dimenava sussultava mandava urli di inferno, gli occhi sbarrati, vitrei, terribili. Tutti si scansavano spaventati.
Ha abbrancato Souleymane per le braccia, lo scuoteva rabbiosamente, con furia lo ha colpito fino a farlo cadere a terra. E poi ancora, implacabile, lo ha fatto rotolare a calci. Adesso la gente, clienti e altri beccai, che si era scostata impaurita per quella furia, si è riavvicinata, ha fatto groppo e rideva, rideva della punizione inflitta al ragazzo colpevole di aver tagliato male la gola al manzo, in modo sbagliato, malaccorto.
Fu quando il giovane si rialzò e inciampando scivolando riuscì a fuggire che mi accorsi che altri tre ragazzi si allontanavano di corsa con lui. Altri giovani migranti.
Li ho raggiunti in un vicolo di sabbia dietro il mercato: erano più giovani di quanto mi fossero apparsi all’inizio. Le facce erano macinate dalla fatica, le bocche contraffate da pieghe amare, e ancor più ti addolora perchè son ragazzi e non dovrebbe esser così. Senegalesi tutti e quattro.
Seduti per terra, la schiena al muro di una casupola, scambiano di quando in quando una parola tra loro, ansando ancora per la fuga. Bestie di tiro, dannati della terra. Mi guardano sospettosi. Offro una bottiglia d’acqua, per iniziare.
L’acqua e il pane: il modo con cui puoi aprire il cuore di qualsiasi uomo, il linguaggio umile dell’universo. Bevono avidamente, gli occhi sgusciati, le gote gorgoglianti si passano la bottiglia, cola, con l’acqua, dai volti il sangue raggrumato delle bestie.
Si presentano, snocciolano i nomi. L’ultimo ha un modo strano di guardare e di parlare. «È niente… una notte, da bambino, si è sentito strisciare sulla faccia un serpente, la lingua sottile, fredda … da allora il suo cervello non funziona bene… ».
La Mauritania è una pista antica dei migranti, un’altra di quelle immensità del loro viaggio dove mille miglia sono una piccola distanza.
Salgono a Nouadhibou, la seconda città del paese, a cercare l’imbarco per le Canarie, per la Spagna.
Da Dhaka un porto più a nord in otto, nove ore si raggiungono le isole spagnole. Dieci anni fa erano migliaia che facevano la fila agli sportelli della Western Union: passavano cifre colossali in euro e in dollari. I soldi con cui venivano pagati, mille euro a viaggio, i passeur e i capitani delle barche.
Era l’epoca in cui, per il traffico, si usavano i «cayucos», imbarcazioni grandi ironicamente soprannominate «air Madrid».
Che tempi, quelli! Ogni piroga era oro. Gli scafisti di quaggiù facevano soldi a palate, il denaro correva come sabbia.
Avevi una ciabatta frusta buona per la demolizione? La tiravi fuori alla svelta, una risuolatura e via per il mare, a fare quattrini. Anche i naufragi e i morti si allungavano in liste lunghe a cui nessuno badava.
Poi i controlli si sono fatti più serrati, i numeri si sono ridotti. Ma questa resta, con le piste nel deserto, verso la Libia, una via della Migrazione per senegalesi, maliani, guineiani.
Guardo i miei senegalesi. Ecco. Con i migranti, ovunque li trovi, pensi: siete incollati a questa vita selvaggia, di profugo, senza possibilità di uscirne, nemmeno per un giorno, nemmeno per un attimo.
Vita che senti attaccata a te, di continuo la vedi la tocchi, sempre quella, ogni momento. La piena continua del Male. E sai perchè? Perchè questi tuoi stracci di migrante ti vietano ogni illusione, non ti lasciano evadere, volar via, mai, e se un sogno accenna a sorgere, compiere la traversata arrivare laggiù, in Paradiso, subito questo vestito ti scaraventa le carte in aria.
Ma forse Souleymane e gli altri, i mille e mille, che ho incontrato, non sono qui, sono straordinariamente lontani, hanno abolito le distanze, creato un giardino provvisorio di illusioni che è il solo modo di tenersi a galla quando il cuore pesa troppo.
Raccontarli invece impone di semplificare, distruggere le illusioni, mostrare ogni cosa nella sua nudità .
Souleymane è chiaramente il capo del gruppo. Faceva il falegname a Port Louis. L’uomo è veramente eloquente soltanto quando parla del suo mestiere. Smanioso di raccontare, i suoi discorsi sono fatti del legno, dello sfrigolio della pialla, odorano di segatura.
È un migrante singolare: è partito non per miseria come i suoi compagni ma perchè non voleva più vivere con il padre. «L’esperienza degli altri non mi serve, per sapere cosa vuol dire il fuoco brucia bisogna metter il dito nel fuoco. Tutto ciò che costituisce l’orgoglio della generazione di mio padre per me non vale niente. Non voglio più sentir parlare dei loro modi di vestire mangiare divertirsi. Sì, i padri allevano i figli a bugie». Già , le generazioni sono davvero in conflitto permanente ovunque. Tra una generazione e l’altra c’è la distanza infinita che Pascal dice esistere tra i corpi e gli spiriti.
Abitanti di pianeti diversi. Ogni generazione scopre lei la vera scienza della vita e l’esperienza vale solo per chi la fa.
Le mille ragioni della Migrazione: un fluido collettivo che risulta dallo scambio e dalla somma di singoli fluidi, un’aura fatta di forza e di infelicità , di paralisi interiore e di mobilità esteriore.
Nessuna statistica è in grado di cogliere l’essenza di questo fenomeno per noi così inammissibile, che sfugge a tutti i calcoli.
Povertà , guerre, oppressioni, certo: per quale ragione , dato che tutto è logico, l’equazione non torna? Non basta la consueta geometria per un materiale così classico come l’essere umano? Che tribolazione. Di che diavolo ha mai bisogno l’uomo?
Accompagno Souleymane e i suoi compagni verso il porto del nord. Hanno abbastanza denaro per tentare, ora. La strada dalla capitale è nuova, asfaltata di fresco, pronta per il vertice della lega araba in programma tra poche settimane: arrivano i re e gli emiri, mi annunciano giulivi nei caffè di Nouackhott e quasi pare ai mauritani derelitti di sentire tintinnare l’oro e i soldi di quei parenti ricchi dell’islam.
La spiaggia si chiama la Gouera, è il luogo in cui le piroghe, le «pateras», caricano i migranti per portarli al largo su navi più grandi.
I pescatori seduti sulla sabbia, taciturni e sonnolenti, fumano e guardano l’acqua, le onde passare e attendono. Senza ansia attendono.
Nessuno come il pescatore sa la parte che il Caso ha nella vita. Ogni tanto il più giovane tra loro trae da una reticella un grosso pesce verde nero, gli pianta il piede sulla coda, immerge un coltello nella testa, la butta in disparte in un piccolo mucchio.
La loro piroga bianca con qualche antica striatura di azzurro sulla murata sembra gettata lì a racconciare le ossa, ammaccata scrostata tutte bugne, come levata fresca fresca dal fondo del mare. In mandingo le chiamano «samba lakara».
Le barche che portano alla morte. La spiaggia è sterminata, con il lido bianco e l’oceano azzurro che si incurvano fino al più lontano orizzonte, assottigliandosi gradualmente in una sola linea vaporosa e indistinta.
La dove il cielo pare confondersi col mare la sagoma remota di una nave, grande, sta sospesa nella luce del mattino con attorno un corteggio di minuscole piroghe.
Un pugno di altri migranti è già lì, pronto: tre uomini poderosi, ispidi, il cappuccio della felpa rovesciato sulle spalle e una donna, scostata. Stanno accovacciati, le gambe in croce, girano uno stecco di carne su una cassettina di ferro piena di brace, lacrime di grasso colano su quella larva di fuoco.
Ci squadrano con una grinta agra, come timorosi per il loro cibo.
Il tempo passa senza che nulla accada. La oscurità sembra non venire.
Poi a poco a poco conquista, qua e là , zone di cielo, preme, si pigia alacremente sforzandosi di salire.
Finalmente a ponente il sole si è disfatto, lentissimamente; ma, come una sorgente inesauribile, continua a versare fiotti di luce sanguigna.
Notte. Un vento agile e fresco. Nell’aria grossa un segnale: una luce dalla nave al largo tremola là in fondo.
Accompagnerò i migranti fino alla nave, al largo. Tutto avviene in silenzio, il motore pulsa lentissimo, sordamente. Onde lunghe, rotonde sopravvengono e silenziosamente passano senza frangersi. L’acqua fa ciac contro la prora, mollemente, pare uno strumento che suoni in sordina. Una voce dalla nave, un fanale che si accende.
E’ il momento, per loro, di salire.
«Non hai paura Souleymane?».
«Io non ho paura di niente…».
Domenico Quirico
(da “La Stampa“)
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Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile
“FALSO CHE I MIGRANTI RUBANO LAVORO AI GIOVANI”… “GLI IMMIGRATI VERSANO OGNI ANNO ALL’INPS 8 MILIARDI E NE RICEVONO 3″…. “GRAZIE A QUELLI CHE NON RISCUOTERANNO MAI LA PENSIONE, CONTRIBUISCONO ALL’1% DEL PIL NAZIONALE”
Una riforma del sistema pensionistico lunga 40 anni, vitalizi e pensioni d’oro, scarsa informazione e
mancanza di un vero programma nazionale di lotta alla povertà . Il presidente dell’Inps Tito Boeri, nel colloquio con Tonia Mastrobuoni al Festival di Repubblica delle idee, spara a zero sul sistema pensionistico italiano e sulle riforme che si susseguono ciclicamente per tamponare le iniquità emerse dopo la legge Dini del 1995, col passaggio dal modello retributivo a quello contributivo.
Una riforma, come sottolinea Mastrobuoni, indispensabile per rendere il sistema più sostenibile, visto il miglioramento dell’aspettativa di vita e al tempo stesso l’uscita dal mondo del lavoro molto presto.
“La precarizzazione del lavoro, la diminuzione del tasso di sostituzione, vitalizi e pensioni d’oro, rendono questo sistema solido ma iniquo” sottolinea la giornalista. “Come fare per renderlo meno iniquo?”.
Una riforma lunga 40 anni.
Boeri non ha la bacchetta magica per risolvere in tempi brevi il problema ma l’analisi è spietata: “Il passaggio dal calcolo della pensione basato sulla contribuzione e non sulla retribuzione a fine carriera è avvenuto con una riforma, quella del 1995, che ha richiesto una transizione troppo lunga che terminerà nel 2032 (40 anni) mentre in Svezia, dove è stata fatta una riforma dello stesso tipo ci sono voluti solo 10 anni”.
In questo lasso di tempo sono stati necessari aggiustamenti automatici, leggi, “uno stillicidio”, lo definisce Boeri.
“Non solo, la riforma ha portato a una situazione di stridente iniquità sociale, di constrasto, con categorie che godono di un trattamento pensionistico ad hoc, per effetto di scelte politiche e della maggiore forza di alcuni contratti collettivi nazionali. Abbiamo già sottolineato come prefetti, militari, lavoratori del settore dei trasporti e delle telecomunicazioni godano di trattamenti migliori”.
La preoccupazione di Boeri è che questo sistema, se non ci si mette mano, crei non solo una iniquità finanziaria ed economica ma soprattutto sociale, perchè il sistema pensionistico si fonda su un patto generazionale in cui i giovani pagano le pensioni a chi esce dal mondo del lavoro.
“Se il sistema viene avvertito come iniquo non regge” continua il numero uno dell’Inps. “Ridurre di poco le pensioni più alte può aiutare a ridurre questa iniquità “.
L’informazione mancata.
Boeri punta il dito contro l’assoluta mancanza di informazione in un passaggio così delicato e fondamentale nella vita degli italiani come quello di 20 anni fa.
“C’è stato un motivo politico per cui non è stata fatta una campagna informativa perchè se le persone si fossero rese conto che il vecchio sistema era più generoso, non avrebbero votato la forza politica al potere in quel momento e che ha reso possibile l’entrata in vigore della nuova legge”.
Ma Boeri non si arrende: “Ci siamo resi conto di questa mancanza di consapevolezza con l’invio delle tanto criticate buste arancioni: la gente ha scarsa consapevolezza del sistema pensionistico, perciò vorremmo fare ora quella campagna che doveva essere fatta venti anni fa”.
I vitalizi col contributivo valgono la metà .
Un argomento scottante quello delle buste arancioni, su cui Boeri è voluto tornare, riprendendo anche la polemica scoppiata a seguito della sua affermazione sui vitalizi dei parlamentari che per essere giusti, sulla base dei contributi versati, dovrebbero essere dimezzati.
“Chi parla male delle buste arancioni non le ha mai ricevute e mai le riceverà perchè si tratta di politici, il cui trattamento pensionistico non è gestito dall’Inps. Siamo stati criticati perchè abbiamo affermato che i vitalizi, sulla base dei nostri calcoli basati sul modello contributivo, varrebbero la metà . A chiederci il nostro parere è stata la commissione parlamentare: per noi i politici si sono concessi trattamenti pensionistici più generosi di qualsiasi altra categoria lavorativa”.
Il presidente dell’istituto si è anche reso disponibile a certificare il calcolo delle pensioni dei parlamentari, invitandoli a farne richiesta: “Non è venuto nessuno!” ha detto Boeri, scatenando un applauso. Dimezzando i vitalizi ci sarebbe un risparmio per le casse dello Stato di 200 milioni di euro l’anno, pari all’ammontare dei sussidi ai disoccupati erogati nel 2015.
Manca piano anti-povertà .
Il sostegno ai disoccupati, soprattutto over 55 e giovani, e la mancanza di un concreto piano contro la povertà sono i tasti dolenti del welfare italiano. “Si parla di pensioni minime troppo basse ma prima di dirlo bisogna considerare il reddito complessivo lordo e da quando vengono percepite” spiega Boeri, che per spiegare meglio la situazione fa notare che negli anni della crisi il numero di persone povere è aumentato nella fascia d’età 55-65 anni e tra i giovani, mentre è rimasto stabile tra gli over 65.
“Il vero dramma è quello degli esodati che non possono contare su uno zoccolo duro di protezione dalla perdita del lavoro. Per far fronte a questo problema avevamo proposto al governo l’introduzione nel disegno di legge delega per il contrasto alla povertà di un reddito minimo per le famiglie con un 55enne che ha perso il lavoro. Sembrava di essere sulla strada buona ma dall’inizio dell’anno a oggi è ancora tutto fermo, per cui sto diventando scettico che il progetto venga realizzato”.
Mastrobuoni sottolinea come in Italia sia parli poco di povertà , soprattutto rispetto ad altri Paesi europei.
“Da noi solo il 3% dei trasferimenti inidirizzati al sociale è destinato al 10% della popolazione più povera” spiega Boeri. “In Europa siamo rimasti i soli a non avere un vero piano di contrasto alla povertà , persino la Grecia ne ha uno. In Italia ci sono solo iniziative di singoli Comuni ma questo non basta, serve una legge. Noi ci siamo candidati a gestirlo ma è dal centro che deve venire il finanziamento”.
I migranti sono una risorsa.
La giornalista lo incalza con domande che riguardano un tema di grande attualità , quello dei migranti e la strumentalizzazione che le destre populiste in Italia e in Europa ne fanno in termini di ricaduta sociale e lavorativa: “La destra cavalca la tesi del turismo sociale, cioè che i migranti approfittano del sistema dei Paesi in cui arrivano, è vero?”
Per Boeri, dati alla mano, si tratta di una percezione sbagliata: “Gli immigrati versano ogni anno nelle casse della sicurezza sociale dell’Inps 8 miliardi e ne ricevono 3, quindi il saldo per noi è più che positivo, non è vero che drenano le nostre risorse. Anzi. Spesso versano i contributi ma per una serie di motivi poi non riscuotono la pensione per cui il loro ‘dono’, perchè di questo si tratta, è pari a un punto del pil”.
Per l’economista favorire la mobilità dei giovani e dei migranti in Europa, soprattutto ora che la forbice delle differenze occupazionali tra un Paese e l’altro si è allargata, sarebbe la soluzione per riportare in equilibrio il mondo del lavoro.
“Invece al contrario si stanno alzando barriere” commenta Boeri. “Abbiamo anche proposto di creare in Europa un numero unico di sicurezza sociale, come avviene negli Stati Uniti, in modo da poter controllare che chi riceve sussidi di disoccupazione in un Paese non lavori in un altro, e in tal caso, togliere il sussidio. Questo sarebbe un primo importante passo verso la libera circolazione dei lavoratori”.
E sulla possibilità della gestione del sussidio di disoccupazione a livello europeo Boeri si dice scettico: “Sarebbe un sogno, bisogna essere realistici. Però si potrebbe inserire un meccanismo per cui se un Paese attua delle riforme indicate dalla Ue possa poi avere accesso all’estensione del tempo di fruizione del sussidio durante le crisi economiche, come avviene già in alcuni Stati Usa”.
I migranti non tolgono lavoro ai giovani.
Boeri invita tutti a usare il simulatore dell’Inps per il calcolo della pensione, a partire dai giovani che devono dimenticare il modello dei genitori: “Oggi è importante quanto si versa all’inizio e non quanto si guadagna alla fine della carriera” dice il presidente Inps. “Purtroppo i dati sulla disoccupazione e sull’emigrazione giovanile non sono incoraggianti. Preoccupante è anche il fatto che spesso laureati italiani invece di restare qui preferiscono andare a Londra a fare i camerieri perchè così guadagnano di più che a fare i ricercatori in Italia. Questo è uno spreco di risorse e competenze. Nè il problema si risolve con l’aiuto economico della famiglia. Occorre cambiare le regole di ingresso nel mondo del lavoro e assicurare una maggiore mobilità in Italia”.
E smentisce l’idea che i migranti tolgano lavoro ai giovani: “Le tensioni all’ingresso si possono verificare ma nei lavori meno qualificati e non è il caso dei giovani, che invece sono qualificati. Semmai il problema è quello dell’integrazione sociale che va gestito. I giovani hanno avuto problemi nel 2011 quando la legge Fornero ha imposto alle imprese il blocco all’uscita: da uno studio che abbiamo fatto nelle aziende con il blocco delle uscite dei lavoratori non si sono assunti giovani, al contrario di quelle in cui invece i blocchi non ci sono stati”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile
UN’ORDINANZA DEL TRIBUNALE DI MILANO RIAPRE LA POSSIBILITA’ DI ACCOGLIENZA
Sei povero? Hai diritto a essere accolto in Italia. Cita la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo il giudice del Tribunale di Milano Federico Salmeri a sostegno dell’ordinanza con cui concede a un ventiquattrenne del Gambia il permesso di soggiorno in virtù della protezione umanitaria.
Permesso che era stato rifiutato dalla Commissione territoriale. «Ogni individuo ha il diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali essenziali».
Un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: la povertà è condizione sufficiente a restare, alla stregua di guerre e persecuzioni
Un’ordinanza che da Milano rimbalza tra gli operatori umanitari di Lampedusa, offrendo uno spiraglio ai cosiddetti migranti economici, per i quali finora sono fioccati i respingimenti.
Cosa di cui il giudice (della prima sezione civile) è pienamente consapevole.
Non importa – scrive – che quest’interpretazione apra al rischio di un riconoscimento di massa della protezione umanitaria.
«Si badi infatti – spiega – che il riconoscimento di un diritto fondamentale non può dipendere dal numero di soggetti cui quel diritto viene riconosciuto. Per sua natura, un diritto universale non è a numero chiuso»
Così il giovane gambiano ha diritto a restare in Italia regolarmente. Anche se il tribunale non ha creduto alla storia che lui ha raccontato, quella di essere perseguitato nel suo Paese per motivi politici, in quanto militante del partito antigovernativo Udp. Però, obietta il giudice, anche se il ragazzo non è a rischio per la guerra, è a rischio per la fame.
Proprio in virtù di questo, Salmeri non gli riconosce nè lo status di rifugiato (rivolto a chi subisce atti di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità , appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica) nè lo status di protezione sussidiaria, che si concede a chi – rientrando nel proprio Paese – rischi di essere condannato a morte, torturato o coinvolto in una guerra.
No, quel giovane deve essere accolto semplicemente perchè in Gambia c’è una povertà tale da esporlo a una condizione di «vulnerabilità », parola citata in diverse pronunce della Corte di Cassazione: l’aspettativa di vita è di 59,4 anni (in Italia 82), il Pil pro capite di 1600 dollari (in Italia 35 mila), esiste una «stagione della fame» che dura ogni anno da due a quattro mesi.
E chi, tra i disperati sui barconi non è vulnerabile? Quale madre incinta? Quale padre senza cibo da dare ai figli? Quale bambino solo?
Il fatto stesso che si mettano in viaggio, dice il giudice, dimostra che non hanno altra possibilità .
«Apparirebbe infatti contraddittoria e inverosimile – obietta il giudice – la scelta del ricorrente di percorrere un viaggio così tanto lungo, incerto e rischioso per la propria vita, se nel Paese di origine godesse di condizioni di vita sopra la soglia di accettabilità ».
Il rimpatrio? «Lo porrebbe in una situazione di estrema difficoltà economica e sociale, imponendogli condizioni di vita del tutto inadeguate, in spregio agli obblighi di solidarietà nazionale e internazionale».
Laura Anello
(da “La Stampa”)
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Giugno 3rd, 2016 Riccardo Fucile
I CONTRIBUENTI STRANIERI SONO PIU’ DI 2 MILIONI E VERSANO 6,8 MILIARDI SOLO DI IRPEF… PRATO IL PICCO, A MILANO LA PRESENZA PIU’ QUALIFICATA E I VERSAMENTI PIU’ PESANTI
A Prato un contribuente su sei parla straniero. A Milano uno su dieci. In Italia, sono 2,2 milioni i “nuovi italiani” che versano le tasse.
Il loro “tesoretto”? Circa 6,8 miliardi di euro di Irpef pompati ogni anno nell’apparato circolatorio del Paese.
E mentre le comunità storiche risentono la crisi (romeni, albanesi e marocchini), crescono i contribuenti cinesi, indiani e filippini.
A pesare il contributo fiscale dell’immigrazione in Italia è uno studio della Fondazione Leone Moressa.
I risultati? Nonostante restino grandi sacche di nero, stando alle dichiarazioni dei redditi 2015, “l’impatto fiscale della presenza immigrata in Italia è in questo momento molto rilevante.
Un contributo dato alle casse dello Stato da circa 2,2 milioni di contribuenti (il 7,2% del totale) che vale circa 6,8 miliardi di euro.
Nel bilancio complessivo sui costi e benefici dell’immigrazione, il gettito Irpef è sicuramente una delle voci d’entrata più significative, a cui vanno tuttavia aggiunte le imposte indirette, le accise sui carburanti, le tasse su permessi di soggiorno e acquisizione di cittadinanza”.
A livello regionale, il maggior numero di contribuenti nati all’estero è in Lombardia (481mila), seguita da Veneto (253mila), Emilia-Romagna (250mila) e Lazio (225mila): nelle prime 4 regioni si concentra oltre la metà dei 2,2 milioni di contribuenti immigrati.
La media procapite di imposta versata è di 3.058 euro, con il picco massimo in Lombardia (3.703) e il minimo in Calabria (1.799).
L’incidenza percentuale dei contribuenti stranieri è mediamente del 7,2%, con record nel Nord-Est (11,6% in Trentino-Alto Adige e 10,9% in Friuli-Venezia Giulia).
Anche tra le province, è il Centro-Nord a farla da padrone.
A Prato, nota per la forte presenza cinese, i contribuenti Irpef nati all’estero sono ben il 15,3% del totale (e versano l’8,6% dell’imposta complessiva).
Tra le prime 15 province troviamo una forte presenza di Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna.
Anche a Milano è forte l’incidenza di contribuenti stranieri: quasi il 10% del totale. Milano è pure la provincia dove l’Irpef media procapite è più alta (4.822 euro), “segno di una presenza straniera qualificata e integrata nel tessuto produttivo”.
Chi versa di più?
Sicuramente i romeni, che rappresentano il 18,2% dei contribuenti nati all’estero. Seguono albanesi (7,2%) e marocchini (5,4%).
Ma le comunità “storiche” sono in difficoltà : “Probabilmente continuano a risentire della crisi, oltre che di dinamiche demografiche che fanno diminuire in parte la popolazione attiva”.
In forte aumento invece la Cina: 92mila contribuenti che versano quasi 250 milioni di euro di Irpef, registrando un +6,5% nel numero di contribuenti e +11,9% nelle tasse pagate.
Molto dinamici anche altri migranti dell’Asia meridionale: India e Bangladesh hanno registrato nel 2015 un aumento del 7,1% nel numero di contribuenti, mentre le Filippine addirittura un +10%.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)
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Giugno 1st, 2016 Riccardo Fucile
LA SOCIETA’ “TRE ROSE” DI CASALE MONFERRATO HA CONQUISTATO LA PROMOZIONE
Hanno attraversato il Mediterraneo in un barcone, sono approdati a Lampedusa e ora sono diventati
una squadra di rugby in C2.
E’ la storia dei rifugiati delle “Tre Rose”, una piccola società del Monferrato che ha scommesso sulla forza e sulla voglia di cominciare una nuova vita in Italia.
Erano dilettanti, ma ora potranno gareggiare in un vero campionato.
Scrive La Repubblica:
“Questa volta non ci avrebbero battuto nemmeno gli All Blacks. E’ la gioia più grande, dopo tanti mesi di sofferenza”.
Domenica hanno giocato quasi per un’ora con un uomo in meno e addirittura sono rimasti in 12 nei minuti finali, perchè l’emozione s’era fatta incontrollabile.
Cinque mete: due le ha marcate Julian, romeno, una Youssuf, ivoriano, un’altra Leonel, argentino. E una Giovanni, italiano, lo “straniero”.
Sì, se la sono meritata.
Trenta ragazzi dell’Africa sub-sahariana – le Rose Nere, li hanno soprannominati – e un’avventura cominciata un anno fa su di un campo di gramigna spelacchiata nato sopra i vecchi scarichi dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato, Alessandria.
Il sogno è diventato realtà grazie al presidente della squadra e a una cooperativa sociale che accoglie profughi a Casale Monferrato:
A Casale c’è la sede di Senape, cooperativa sociale che assiste 150 profughi (comprese alcune mamme con i loro bambini) e li accompagna lungo il cammino istituzionale – corsi di italiano, di formazione professionale – in attesa che la loro domanda di asilo sia accolta o meno.
“Ho chiesto se qualcuno aveva voglia a fare sport con noi: un modo per permettere loro di passare un po’ di tempo in maniera sana, e integrarsi meglio”.
Gli rispondono 4 giovani del Ghana.
L’esperimento ha funzionato, eccome. “Non solo si sono divertiti, ma hanno dimostrato di essere degli atleti formidabili. Alzando di brutto il livello del gruppo”.
(da “Huffingtonpost”)
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