Ottobre 5th, 2015 Riccardo Fucile
ECCO I PRIVILEGI MEDICI PER DEPUTATI, SENATORI, EX ONOREVOLI, PARENTI E CONVIVENTI (ANCHE OMOSESSUALI)…. 17 MILIONI DI RIMBORSI L’ANNO
Non abbiamo bisogno di dare altre garanzie ai parlamentari, ma di farli diventare sempre più
normali”. Firmato Matteo Renzi, il 14 febbraio 2013: era ancora rottamatore (e sindaco di Firenze).
È passata un po’ di acqua sotto i ponti: il giovane rampante che contestava i privilegi di deputati e senatori si è fatto largo a spallate fino a Palazzo Chigi.
Ma i parlamentari, nel frattempo, non sono diventati “più normali” di prima.
Nei giorni in cui lo stesso Renzi,da presidente del Consiglio, annuncia altri due miliardi di tagli al servizio sanitario nazionale, da aggiungere ai 2,3 pattuiti a luglio, può essere utile ricordare quanto sia profonda la differenza tra l’accesso alle cure di un cittadino comune e quello di un onorevole.
A votare sulla dieta della sanità pubblica, infatti, sono le stesse persone che godono di un sistema di assistenza sanitaria integrativa.
Una sorta di “mutua privata”, costosa, efficiente e molto distante dalle esperienze di chi frequenta gli ospedali pubblici.
A scanso di equivoci: il discorso potrebbe essere esteso a diverse categorie professionali che godono dello stesso beneficio, a cominciare dai giornalisti.
Un privilegio resta un privilegio. Diventa meno sopportabile, però, quando riguarda le persone che decidono le politiche pubbliche.
Cure per tutti: anche conviventi gay
Funziona così: una parte del corposo stipendio dei parlamentari serve a coprire l’iscrizione all’Asi. La quota è proporzionale all’indennità degli onorevoli.
È molto alta, quindi: 526,66 euro al mese per i deputati e 540,27 per i senatori. In compenso, il piccolo sacrificio — rispetto alla busta paga, che tra le varie voci è vicina agli 11 mila euro — consente di farsi rimborsare quasi per intero (il 90 per cento) qualsiasi tipo di prestazione, dal ricovero ospedaliero fino alle lenti a contatto. Deputati e senatori sono iscritti d’ufficio al fondo integrativo (per rinunciare devono fare richiesta) e possono estendere la copertura a coniugi, figli e semplici conviventi con un sovrapprezzo di 50 euro al mese.
La legge sulle unioni civili viene rimandata di continuo, le coppie gay per lo Stato italiano non esistono, ma in Parlamento — e solo in Parlamento — quest’ingiustizia è sanata: dal 2013 gli onorevoli omosessuali possono mettere al riparo i propri compagni dalle incertezze della sanità pubblica.
Il fondo riguarda anche e soprattutto gli ex parlamentari: quelli cessati dal mandato (insieme ai familiari), fanno come al solito la parte del leone.
Oltre a loro, la sanità integrativa spetta a giudici della Corte costituzionale, giudici emeriti e famiglie a carico.
A differenza dei costi delle prestazioni sanitarie, che continuano a crescere, la quota associativa è la stessa da quasi 10 anni, come si legge nel rendiconto della Camera per l’anno 2014: “Il calcolo delle quote di contribuzione è basato sulla misura dell’indennità parlamentare vigente nell’anno 2006 e non più aggiornato”.
I rimborsi, nel 2014, sono costati 11 milioni e 150 mila euro per la Camera e 6 milioni e 100 mila euro per il Senato. Intutto fanno oltre 17 milioni di euro di prestazioni sanitarie in un solo anno, da dividere per circa 5.600 iscritti, tra parlamentari ed ex.
Le casse delle Asi, in ogni caso, sono in equilibrio: le quote versate coprono i costi per intero.
L’assistenza integrativa copre davvero qualsiasi tipo di intervento medico: ricovero, parto, prestazioni odontoiatriche , protesi e apparecchiature, accertamenti diagnostici, sedute psicoterapeutiche e persino cure termali (che però, almeno, sono rimborsate solo a chi soffre di cardiopatia o ha subito lesioni fisiche o cerebrali).
Gesso, lenti, elettroshock Il tariffario è completo
Ogni voce ha una tariffa rimborsabile: occhiali da vista e lenti a contatto arrivano fino a 350 euro l’anno, per l’impianto di un dente si ha diritto a 387,34 euro, per l’ “ablazione del tartaro” fino a 51,65.
Il deputato che non chiude occhio può farsi rimborsare una “cura del sonno” da 516 euro e addirittura l’“elettroshock con narcosi”, fino a 154 euro.
Per farsi togliere il gesso, si possono riavere indietro 51,65 euro.
Le spese per le cure, oltre ad essere rimborsate, a fine anno possono essere portate in detrazione sui redditi.
Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
IL PARLAMENTO LAVERA’ I REATI: NON POTRANNO ESSERE PERQUISITI, INTERCETTATI E ARRESTATI SENZA AUTORIZZAZIONE DEL SENATO
Col Senato 2.0 di Renzi il primo cittadino di Venezia sarebbe ancora Giorgio Orsoni, oggi ai
domiciliari per l’inchiesta sul Mose con richiesta di patteggiamento.
Il Comune di Trani avrebbe ancora a che fare con il “comitato politico-affaristico” che pilotava gli appalti. Il suo sindaco, Luigi Riserbato, non sarebbe stato interdetto dai pubblici uffici e non si sarebbe mai dimesso.
Nulla si sarebbe poi saputo di Calatafimi, comune del Trapanese dove Nicolò Ferrara deliberava le gare di giorno e prendeva la stecca di sera: perchè tanto onesto e puro era da presiedere il “Consorzio per la legalità ” e tenere seminari sulla corruzione in Prefettura. A inchiodarlo, ancora una volta, le intercettazioni.
E’ lungo, lunghissimo, l’elenco dei sindaci disarcionati in questi anni dalle inchieste giudiziarie.
Presto però quell’elenco potrebbe accorciarsi di quel po’. Perchè tra gli effetti collaterali della riforma del Senato che tiene banco da mesi c’è anche quello di concedere il privilegio dell’impunità ai primi cittadini d’Italia: niente più arresti, niente intercettazioni o perquisizioni per loro senza autorizzazione del Parlamento. Per cinque anni, a tutto beneficio della prescrizione.
E’ l’effetto imprevisto di una piccola ma ingombrante “svista” del governo e delle competenti commissioni parlamentari: mentre sui 74 consiglieri regionali si cercano accordi per dar loro una parvenza di elettività col cosiddetto “listino”, nulla si dice a proposito di quei 21 sindaci, uno per regione più uno ciascuno per le Province autonome di Trento e Bolzano.
Loro saliranno tutti sul Freccia Rossa diretto a Palazzo Madama, e non sarà il cittadino-elettore a rifornirli di biglietto nè tantomeno a fermarli con le preferenze.
Poco importa ora se in questo modo viene aggirata del tutto la disposizione con cui nel 1957 il legislatore aveva disposto l’incompatibilità tra le cariche di sindaco (sopra i 20mila abitanti) e di parlamentare.
Perchè nei successivi 58 anni i partiti hanno fatto spallucce catapultandone a dozzine (oggi, tra le grandi città : Biffoni a Prato, Decaro a Bari e Bitonci a Padova…).
Il punto vero è che adesso una legge dello Stato — costituzionale per di più! — li spinge a forza in Senato e li mette tutti sotto l’ombrello delle guarentigie: significa, in soldoni, che un minuto dopo il giuramento sulle loro spalle calerà la coperta dell’immunità parlamentare, pur continuando a deliberare atti e concessioni in veste di sindaci. Fine degli arresti, zero intercettazioni, giammai perquisizioni senza il via libera del Senato.
In altre parole: i sindaci non saranno più sottoposti al controllo di legalità della magistratura, come gli altri cittadini.
Che rubino o ricettino materiale pedopornogrfico (è successo a febbraio, a un sindaco del Salernitano) il destino delle loro vite sarà sottratto ai giudici ordinari e appeso al chiodo della Giunta per le autorizzazioni e dell’Aula, dove la ragion politica è riuscita a salvare Azzollini dall’arresto e Calderoli da un processo.
Il primo, in fondo, doveva rispondere solo di associazione a delinquere. Il secondo d’aver paragonato un ministro a un gorilla. Non è questione di lana caprina: in ballo ci sono l’architettura istituzionale dello Stato e la classe di amministratori e politici locali più mediocre e corrotta di sempre.
E’ poi vero che il loro mandato terminerà con quello delle amministrazioni locali cui appartengono. E che quindi si dà per acquisita l’elettività indiretta per una sorta di “proprietà transitiva”: i cittadini eleggono i consiglieri regionali, questi a loro volta eleggono i sindaci-senatori.
Ma la selezione fatta dai partiti e nelle urne non si è dimostrata un sostituto adeguato ai magistrati, nè un antidoto alla corruzione della classe politica.
Al punto che per arginare gli “impresentabili” messi in lista si è dovuto ricorrere a una “legge speciale”, la Severino, che ponesse limiti alla candidabilità dei condannati. E gli indagati? Fieramente resistono e in attesa di giudizio… si candidano.
Come il sindaco di Bolzano, per dire. Gigi Spagnolli (Pd) si è candidato per la terza volta rischiando il rinvio a giudizio ad urne aperte.
Un domani potrebbe tranquillamente vestire i panni di senatore della Repubblica. Proprio in questi giorni la Procura sta chiudendo l’indagine a suo carico (abuso d’ufficio) in una vicenda di concessioni edilizie sospette, a favor di centro commerciale.
Ecco, se passasse la riforma del Senato e fosse scelto in “quota Bolzano”, Spagnolli potrebbe riporre la pratica nel cassetto, congedare i suoi legali e fare “ciao ciao” con la manina ai pm mentre sale sul treno per Roma.
Così, grazie alla riforma, per gli amministratori locali inguaiati si accenderà una lucina in fondo al tunnel: quelli che avessero un problema con la giustizia per quel che fanno da sindaci lo risolverà all’istante con le prerogative che hanno come senatori. Un incentivo a delinquere.
La Riforma della Costituzione disegnata dal Governo rischia così di consegnare alla storia il peggior Senato della Repubblica, zeppo di casi umani e giudiziari.
Le ragioni affondano nella debolezza dell’impianto della legge che non abolendo il Senato ne tiene in vita un fantoccio sgonfio.
Nel passaggio alla Camera sono evaporate in ordine: le “funzioni in via esclusiva” di intrattenere rapporti con la Ue, quella di controllo sui curricula delle authority, le competenze sui temi di bioetica, famiglia, diritti eccetera. Cosa resta? Quasi nulla.
E se il nuovo Senato nulla conta, questo il punto, anche chi lo compone conterà come il due di picche a briscola. Non solo.
Essendo la carica sprovvista di obolo — perchè la riforma occasione di risparmio vuol sembrare — non c’è neppure l’appeal del guadagno.
Per tutte queste ragioni insieme l’investitura sarà percepita da chi la riceve come una vera iattura.
E l’unica ragione per dedicarsi al pendolarismo romano, tolte di mezzo le altre, sarà il beneficio dell’immunità . Così, una volta capita l’antifona, sul treno per Roma si farà fatica a trovare posto.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 17th, 2015 Riccardo Fucile
IN PALIO PRESIDENZE DI COMMISSIONE E INCARICHI DI GOVERNO
Con la minoranza Pd sul piede di guerra e una maggioranza che a Palazzo Madama si regge su numeri incerti ed equilibri traballanti, può tornare utile un jolly da calare nel momento del bisogno.
E l’asso nella manica del governo guidato da Matteo Renzi, con l’esame delle riforme costituzionali appena iniziato, è una potente arma di persuasione di massa.
Si tratta delle presidenze delle commissioni e degli incarichi di governo ancora da assegnare. E utili, all’occorrenza, per conquistare voti preziosi per uscire dalla palude del Senato.
RITARDO CALCOLATO
“La verità è che sulle riforme costituzionali e le unioni civili la maggioranza non c’è: ormai lo hanno capito anche i muri di Palazzo Madama.
Per questo si prende tempo, si rinvia sul rimpasto di governo e le presidenze di commissione per non aggravare la situazione”, dice a il ilfattoquotidiano.it il dissidente dem Corradino Mineo fotografando il campo sul quale è iniziata la madre di tutte le battaglie della revisione costituzionale contenuta nel ddl di Maria Elena Boschi.
Ancora più netta sulle ragioni del ritardo la vice presidente della commissione Bilancio in quota Movimento 5 Stelle, Barbara Lezzi: “Il motivo è semplice: non si vuole disturbare il Nuovo centrodestra (Ncd)”.
Insomma, secondo la senatrice grillina, un ritardo voluto e calcolato. Perchè se l’assegnazione delle poltrone farà felici i premiati (pochi), scontenterà inevitabilmente gli esclusi e coloro ai quali in queste settimane di trattative sono state fatte promesse. Ecco spiegato il motivo per cui, se alla Camera dei deputati si è già provveduto al rinnovo delle presidenze di Commissione, un rito che per prassi si celebra al giro di boa della legislatura, la scadenza è stata invece ignorata al Senato.
POLTRONE IN BILICO
In ballo ci sono le presidenze degli azzurri Altero Matteoli (Lavori pubblici) e Francesco Nitto Palma (Giustizia), ma anche quella del “celeste” Roberto Formigoni (Agricoltura) in quota Area Popolare.
Caselle che potrebbero saltare e tornare utili al Partito democratico per riequilibrare le forze in campo.
Specialmente dopo l’esodo registrato negli ultimi mesi dai banchi della fu Scelta civica verso il Pd.
Ma soprattutto per compensare, all’occorrenza, il gruppo dei neo-responsabili (Ala) capeggiato dall’ex plenipotenziario di Forza Italia, Denis Verdini, che ha portato in dote a Matteo Renzi 10 senatori (ma punta ad arrivare a 20) per sostenere il cammino delle riforme costituzionali.
FUORI BILANCIO
“Stanno mercanteggiando per evitare ripercussioni sui numeri della maggioranza”, aggiunge la Lezzi denunciando quello che definisce come lo “scandalo” della commissione Bilancio.
Un caso paradossale: dopo le dimissioni di Antonio Azzollini, toccato da una richiesta di arresto emessa dalla Procura di Trani per il crac della casa di cura Divina Provvidenza e respinta dal Senato, le redini dell’organismo parlamentare sono passate in mano al vice presidente anziano del Pd, Gian Carlo Sangalli.
“Noi abbiamo sollecitato più volte la sostituzione, per reintegrare l’ufficio di presidenza della commissione alla vigilia dell’apertura della sessione di bilancio”, spiega la Lezzi convinta che, nonostante le dimissioni, sia ancora Azzollini a dirigere di fatto la commissione .
“Anche per questo, ma non solo, la questione è urgentissima — conclude —. Tra pochi giorni si discuterà la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def), un passaggio chiave e propedeutico all’approvazione della prossima Legge di stabilità che dovrebbe essere gestito da un ufficio di presidenza al completo. Eppure nessuno, a parte noi del M5S, sembra porsi il problema”.
INCOGNITA PALLOTTOLIERE
Nelle pieghe del cambio dei vertici potrebbe aggiungersi, inoltre, la commissione Affari costituzionali attualmente guidata tra le polemiche da Anna Finocchiaro.
La casella potrebbe liberarsi se la senatrice del Pd dovesse traslocare al ministero per gli Affari regionali, rimasto vacante dopo le dimissioni di Maria Carmela Lanzetta e il cui interim è stato assunto da Matteo Renzi in persona.
Senza contare che alla Finocchiaro non dispiacerebbe affatto neppure una toga da giudice costituzionale.
Dopo l’elezione alla presidenza della Repubblica di Sergio Mattarella, infatti, sono tre le poltrone ancora da occupare a Palazzo della Consulta.
Peraltro, nella logica del do ut des e degli equilibri di maggioranza da risistemare, presidenze di commissione a parte, a disposizione del premier, oltre al ministero per gli Affari regionali, ci sono anche altri posti di governo da assegnare.
A cominciare dagli incarichi di vice ministro degli Esteri, liberato da Lapo Pistelli dopo il suo discusso trasloco all’Eni, e di vice ministro dello Sviluppo Economico, lasciato vacante da Claudio De Vincenti, promosso nel frattempo come sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
Senza contare che, all’occorrenza, non ci sarebbero particolari difficoltà anche ad aumentare il numero dei sottosegretari.
ACCUSA E DIFESA
Ma per ora, nulla si muove. Anche se, dalle file del Nuovo centrodestra, non ci stanno a fare la parte di chi punta a monetizzare (politicamente) il proprio apporto alla maggioranza.
“I ritardi nel rinnovo delle presidenze di commissione sono dovuti unicamente all’ingorgo generato a Palazzo Madama dalla discussione sulle riforme e a diversi provvedimenti che si intrecciano nel calendario”, assicura il senatore alfaniano Guido Viceconte. “Anche perchè Ncd è già ben rappresentato anche al governo — insiste il parlamentare di Area Popolare —. Insomma, nessuna dietrologia dietro i ritardi nel rinnovo degli incarichi”.
Ritardi dietro i quali, al contrario, il collega della minoranza dem, Corradino Mineo, scorge un dato politico ben differente: “La verità è che il decisionista Renzi, non avendo i numeri in Senato, non sa più come muoversi”.
Antonio Pitoni
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
DOVEVANO ESSERE RIDOTTE, ALLA FINE IL GOVERNO LE HA AUMENTATE
Come si sa, noi siamo renziani della prima ora. Il corollario è che da quando è cominciato quello
sdoppiamento della personalità del premier giornalisticamente definito — dall’interessato — “Renzi 1” e “Renzi 2” siamo confusi: il primo, per dire, taglia le auto blu, il secondo ne ordina il doppio a noleggio.
Insomma, non si sa più a quale Renzi dar retta.
Noi, però, non riusciamo a dimenticare le parole d’ordine del fu premier rottamatore. Prendiamo la gloriosa conferenza stampa del 18 aprile 2014, quella del “mitico” — direbbe lui — decreto sugli 80 euro: “La riduzione della spesa passa da alcuni gesti simbolici”, spiegò all’uditorio.
E via con la slide: “Ora X: Italia coraggiosa e semplice. Massimo 5 vetture a ministero”. Commento di Renzi: “Cosa vuol dire? La dico male: i sottosegretari vanno a piedi. Sarà la riduzione di auto blu più significativa della storia”. Era talmente in forma, il premier, che rispondeva da solo alle possibili obiezioni: “Mi dicono: ma quanto fai con questa misura? Pochi milioni di euro, ma passa un principio che è fondamentale: si restituiscono soldi agli italiani, ma si inizia pure a restituire fiducia e credibilità alla politica”.
Ora però il Renzi 2 — e i renziani 2 a ruota — dicono che è ora di piantarla col “populismo”, nuova definizione ufficiale dei “gesti simbolici” (l’unica cosa con cui non la piantano sono i tagli di spesa pubblica: nel 2016 ne arrivano per 10 miliardi).
E dunque se il governo di “Renzi 1” tagliava le auto blu, le metteva in vendita su Ebay e si vantava di averne cancellate 3 mila in pochi mesi; l’esecutivo di “Renzi2”a dicembre 2014 ordinava un appaltone Consip (base d’asta: 106 milioni di euro) per il noleggio di seimila auto (5.900 per l’esattezza) per la Pubblica amministrazione.
Renzi 1 toglie, Renzi 2 ridà . È la vita.
Ogni anno verso l’autunno la Consip — la società controllata dal ministero del Tesoro che si occupa degli acquisti del settore pubblico — scopre di quante macchine di servizio a noleggio (senza conducente) ha bisogno la Pubblica amministrazione e poi organizza l’asta.
La richiesta per quest’anno è aumentata perchè il governo renziano, per dar seguito ai propositi mediatici del Capo, ha tagliato senza criterio e ha bloccato gli acquisti, tranne che per la sicurezza (volanti della polizia) e la sanità (le ambulanze degli ospedali).
Più palazzo Chigi taglia, o simula il taglio, più s’impenna la quota di macchine a noleggio. È come il gioco delle tre carte.
Con le concessionarie che vincono la gara, Consip stipula una convenzione della durata di 12 mesi e fissa il limite di spesa (per il 2015, appunto, sono 106 milioni di euro), poi ciascuna amministrazione quella centrale, cioè ministeri e governo — riceve l’auto che preferisce per un paio di anni o al massimo tre: modello utilitaria a benzina, berlina di media cilindrata a diesel oppure monovolume a metano o anche elettrica.
Consip prevede un esborso per il 2015 di 106 milioni, somma (esclusa Iva) che va ridotta di un 10-15 per cento se l’asta viene aggiudicata con un buon ribasso.
Rispetto al 2013 (gestione condivisa Monti-Letta), Consip pagherà 26 milioni in più — da 80,3 milioni a 106 — per quasi duemila vetture in più (5.900 anzichè 4.075).
Il bando è composto da cinque lotti, si passa dalle “auto formato città , compatte a benzina” alle “berline medie diesel da 90 kw”.
Le care vecchie auto blu.
Marco Palombi e Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
VENDENDO AUTO SU EBAY HA INCASSATO 850.000 EURO: UNA SETTIMANA DI VOLO
Le seguenti cose sono tutte vere: il governo Renzi quest’anno ha fatto tagli lineari alle Regioni per 4 miliardi (2,3 dei quali si sono scaricati sulla sanità ), ai comuni per altri 1,2 miliardi e alle province per uno; il governo Renzi si prepara a fare altri 10 miliardi di tagli lineari nel 2016 chiamandoli spending review; il premier ha trovato il modo — dopo mesi di insistenze coi suoi uffici— di prendere in leasing un super aereo capace di fare tutte le rotte transoceaniche senza scali; nel weekend se n’è andato a vedere una partita di tennis a New York spendendo oltre 150 mila euro solo di aereo di Stato con la scusa dell’Italia che vince (Matteo, ma mica era la Fed Cup…); da un lato si vanta di aver tagliato 3.018 auto blu e dall’altro pubblica bandi per noleggiarne 6 mila in un anno; vende le macchine dello Stato su eBay e lui va e viene tra Pontassieve e Roma con l’elicottero.
Il jet: 40 milioni l’anno Da eBay: 850 mila euro.
La sua risposta è questa: “Si guardi ai costi di palazzo Chigi prima e dopo la cura: noi stiamo facendo i tagli sulla spesa pubblica, ma l’idea che le alte cariche dello Stato non si muovano coi voli di stato appartiene a una dinamica molto populista”.
Che dire? I conti di palazzo Chigi sono più o meno uguali a prima: cioè a prima vista c’è una spettacolosa riduzione dei costi di oltre un miliardo e mezzo (su 3,1 di budget 2014), in realtà poi leggendo si scopre che è dovuto solo al fatto che la Protezione civile passa a livello contabile sotto il Tesoro, mutui compresi.
Quanto al populismo, fu proprio Renzi (ai tempi del “Renzi 1”) a cavalcare i temi anticasta per arrivare alla conquista del Pd e di palazzo Chigi, tranne cambiare idea dopo aver raggiunto lo scopo e passato lo scoglio delle Europee (“Renzi 2”).
In ogni caso, quando un presidente del Consiglio ritiene di dover applicare politiche restrittive sulla spesa pubblica e, dunque, tagliare servizi ai cittadini, il minimo che deve al suo Paese è il buon esempio.
Il gioco delle tre carte sulle auto blu— tema che lo stesso Renzi lanciò in grande stile nei primi mesi di governo — è ancora più insultante se si fanno un po’ di “conti della serva” sul cortocircuito tra la propaganda del premier e i suoi comportamenti.
A marzo 2014 il governo cominciò a mettere in vendita le auto blu su eBay.
Ad aprile, in conferenza stampa , Renzi si vantava: un “gesto simbolico”, ma doveroso e, comunque, “sono centinaia di migliaia di euro che stanno entrando”.
A stare a http://www.governo.it sono “entrati” in tutto 857.508 euro dalla vendita di 107 macchine: circa 8mila euro l’una. Neanche poco.
Ora però si scopre che il premier s’è preso in leasing il super aereo col wi-fi, la sala riunioni e tutte le cose che gli mancavano sulle attuali ammiraglie della “flotta blu”, cioè gli Airbus A319.
Il modello prescelto pare sia un Airbus A340 che, a prezzi di mercato, viene via tra i 600 mila euro e il milione a settimana: se scegliamo il costo medio , cioè 800 mila ogni sette giorni, all’anno il conto supera di un bel po’ i 40 milioni di euro.
Insomma, per pagarsi l’aereo per un solo anno dovrebbe vendere 5.300 auto blu a ottomila euro l’una.
Nel “negozio” del governo su Ebay, però, “al momento, vi sono 0 inserzioni”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 3rd, 2015 Riccardo Fucile
AZZOLLINI SI E’ SALVATO, TREMONTI E’ PROBABILE E SU BILARDI C’E’ MELINA
Azzollini si è salvato, Tremonti probabilmente, Bilardi chissà . 
Semplificando un po’, si potrebbe dire che l’amnistia proposta dal Papa i parlamentari se la stiano facendo da soli, senza bisogno di ispirazioni celesti.
A fine luglio il Senato aveva salvato l’onorevole del Nuovo Centro Destra Antonio Azzollini, coinvolto nell’inchiesta sul crac della casa della Divina Provvidenza di Bisceglie.
Grazie al soccorso degli alleati di governo del Pd, il Senato ha risparmiato il carcere all’ex presidente di commissione, respingendo la richiesta dalla magistratura e ignorando il parere positivo dalla giunta delle immunità di Palazzo Madama.
Anche l’exministro dell’Economia Giulio Tremonti sembra sul punto di tirare il proverbiale sospiro di sollievo.
Su di lui pesa un’inchiesta su una presunta tangente da 2,6 milioni di euro che gli sarebbe stata versata per convincerlo a dare il suo assenso a un’operazione di Finmeccanica, che si è rivelata poi disastrosa per i conti pubblici: l’acquisizione della società americana Drs.
La procura di Milano ha accusato Tremonti di corruzione.La palla sarebbe dovuta passare al Tribunale dei ministri, non prima però dell’autorizzazione della giunta del Senato. La quale non ha ritenuto che l’eventuale reato compiuto da Tremonti fosse stato commesso nello svolgimento della sua funzione, bensì prima della sua nomina.
E quindi, secondo il voto unanime dei colleghi senatori, il giudizio su Tremonti non spetta al Tribunale dei ministri ma alla giustizia ordinaria.
Non c’è malizia, nè spirito di Casta, stavolta.
Ma il risultato—come scrive Repubblica — è che l’intervento della giunta ha fatto venire meno la condizione di procedibilità .
In sostanza, adesso, la procura di Milano è bloccata e si galoppa verso la prescrizione, che scatta ad agosto 2016.
La settimana prossima tocca a Giovanni Bilardi.
Ancora un senatore, ancora di Ncd, ancora una richiesta di arresto. Per il Pd, dopo la figuraccia su Azzollini, si ricomincia da capo. Bilardi è indagato nell’inchiesta sulle spese pazze della Regione Calabria, di cui era consigliere prima dell’approdo in Parlamento.
La sua situazione è particolarmente delicata: ha subito il sequestro di 357mila euro e gli sono state attribuite, nel corso degli interrogatori, “innumerevoli dichiarazioni mendaci, nel goffo tentativo di giustificare le proprie condotte illecite”.
Tra sette giorni la giunta delle immunità si esprime sul suo destino.
Mercoledì 9 settembre dovrebbe essere la volta buona per il voto sulla sua richiesta d’arresto ai domiciliari, a meno di ulteriori, clamorose meline: la decisione sull’alfaniano infatti è stata rinviata già due volte.
La prima, il 15 luglio. Provvidenziale l’intervento del collega del Pd Giorgio Pagliari, che ha proposto di interpellare addirittura il presidente del Senato Pietro Grasso.
Si è deciso di scomodare la seconda carica dello Stato affinchè fornisse “i dati necessari per capire esattamente a quanto ammontino le risorse pubbliche nella disponibilità del senatore”. Insomma,la giunta ha ritenuto ci fosse bisogno di Grasso per conoscere lo stipendio esatto di Bilardi (visto che i magistrati reggini sostengono ci sia il rischio di reiterazione del reato grazie alla possibilità di disporre di“ingenti somme”).
Tutti d’accordo tranne Felice Casson (Pd) e Movimento 5 Stelle.
Tommaso Rodano
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 27th, 2015 Riccardo Fucile
LA LEGGE FA ACQUA, TUTTI RIESCONO AD AGGIRARLA
Matteo Renzi al teatro Rossini di Pesaro, ha scagliato la sua rituale invettiva anticasta: “Dall’anno scorso abbiamo messo un tetto agli stipendi dei manager, e non è un tettuccio. C’è qualcuno che approfittando degli organismi costituzionali, approfitta e non si taglia lo stipendio”. Un anno e mezzo fa, dopo aver riproposto il taglio ai super stipendi già deciso da Mario Monti con il suo primo atto di governo (decreto Salvaitalia, dicembre 2011) e da Enrico Letta, si finse fiducioso: “Io spero che anche gli organi costituzionali accettino il taglio al tetto degli stipendi con la comparazione al salario del presidente della Repubblica”.
Ma non c’è niente da fare, continuano a fare i loro comodi.
Il dato curioso è che stavolta la rabbia renziana era rivolta all’interno della cerchia più intima del cerchio magico.
È stato infatti il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, avvocato fiorentino, nella sua veste di presidente della Commissione giurisdizionale per il personale della Camera, a firmare una decisione che ha fatto infuriare perfino la presidente della Camera Laura Boldrini, generalmente accusata di buonismo.
La Camera, che in quanto organo costituzionale gode della cosiddetta autodichia, aveva deciso di portare sotto il tetto dei 240 mila euro annui (lo stipendio del presidente della Repubblica) tutti i suoi alti funzionari, ma di tagliare in proporzione anche gli altissimi stipendi sottostanti, come il leggendario barbiere da 160 mila euro.
I dipendenti della Camera hanno fatto ricorso all’organo di giurisdizione interno e Bonifazi gli ha dato ragione, ma solo a loro, ai più pagati no.
Così ai consiglieri parlamentari che arrivavano a guadagnare 360 mila euro si applica un drastico taglio fino al 30% dello stipendio, il barbiere continua a guadagnare 160 mila euro.
Applicando in modo creativo i canoni della meritocrazia renziana, Bonifazi argomenta che gli uscieri della Camera, privati “delle leve di incentivazione determinate dal consolidato sviluppo stipendiale”, potrebbero dar luogo “a comportamenti poco virtuosi e a cali di produttività determinati dall’assenza di competizione”.
La Boldrini ha dovuto fare ricorso alla commissione giurisdizionale di appello, altri deputati che a settembre prenderanno la decisione definitiva. E vedremo.
Il fatto è che il tetto ai superstipendi è una specie di araba fenice.
Fatta la legge, subito sono stati trovati inganni a profusione.
Quello degli organi costituzionali appare un ostacolo invalicabile.
La Corte Costituzionale per esempio non ha fatto una piega, il presidente Alessandro Criscuolo guadagna 423 mila euro all’anno,i giudici semplici 360 mila.
E al Quirinale i tagli sono dovuti solo alla volontà del presidente Sergio Mattarella, che per stare nel tetto dei 240 mila euro ha rinunciato alla pensione da professore universitario.
Quasi comico il caso della Banca d’Italia,perla quale Renzi ha scritto nel decreto legge 66/2014 un comma d i legge fenomenale , un impareggiabile ossimoro giuridico: “La Banca d’Italia, nella sua autonomia organizzativa e finanziaria, adegua il proprio ordinamento ai principi di cui al presente articolo”.
Dare ordini a un’istituzione dotata di autonomia è grottesco.
Infatti il governatore Ignazio Visco, nella sua autonomia organizzativa e finanziaria, continua a incassare 450 mila euro l’anno,il direttore generale Salvatore Rossi 400 mila.
Poi ci sono le società a controllo pubblico quotate in Borsa.
Per queste si era previsto di imporre attraverso l’assemblea degli azionisti, un taglio agli stipendi dei manager che non potevano superare il 75 per cento di quello dei predecessori.
Virginia della Sala e Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
ALLA FINE COSTRETTO A FARE DIETROFRONT: “PAGHERO'”
Una storia di privilegi dei parlamentari della Repubblica: protagonista il senatore Bartolomeo Amidei, coordinatore provinciale di Fi in Polesine che, come racconta il Corriere del Veneto, aveva richiesto che gli venissero abbuonate le due multe ricevute per divieto di sosta in Piazza D’Annunzio a Rovigo, proprio davanti alla sede della federazione polesana del partito che ospita il suo ufficio.
La richiesta di esenzione delle due contravvenzioni, datate 2 aprile e 6 giugno, è arrivata al comandante della Municipale Giovanni Tesoro su carta intestata al Senato della Repubblica.
“Dichiaro che il sottoscritto — si legge nella missiva a Tesoro che, peraltro, non commenta la vicenda — nei giorni dove è avvenuta la presunta infrazione, sostava con la suddetta auto in piazzale D’Annunzio, sede del proprio ufficio di lavoro e durante le mansioni assegnategli e nelle funzioni di Senatore della Repubblica.”
Tantissima l’indignazione dei cittadini alla diffusione della notizia, accolta però con sorpresa dal senatore:
“Ho fatto una richiesta di esenzione, come fanno tanti altri cittadini. Sono forse diverso, io che li rappresento, dai miei concittadini? Non ho fatto riferimento ad alcuna immunità parlamentare — dice – bensì a una richiesta di esenzione dalla presunta violazione, in quanto titolare di regolare contratto di affitto, con il chiaro ruolo di svolgere mansioni di funzione pubblica di Senatore della Repubblica, in una piazza dove gli altri residenti con abitazioni e uffici come il sottoscritto hanno il regolare permesso di sosta. Io pagherò la multa in ogni caso”
Il suddetto contratto risale a febbraio 2015, ma non risulta che fino ad oggi Amidei abbia fatto alcuna richiesta di permesso per la Hyundai iX35 in comodato d’uso che ha collezionato le multe.
Se tra i cittadini la rabbia è tanta, i colleghi commentano con una certa ironia la richiesta del parlamentare azzurro, primo dei non eletti e divenuto senatore nel settembre 2014, in sostituzione di Pierantonio Zanettin, eletto al Csm.
“Le multe di Amidei posso pagarle io” ironizza la senatrice tosiana, Emanuela Munerato. Che si chiede: “Chi c’era in ufficio di così importante da non poter aspettare che Amidei trovasse un parcheggio a pagamento? Sergio Mattarella? Pietro Grasso? O era un incontro internazionale? C’era forse Barack Obama?”.
Mostra imbarazzo per il collega anche l’altro parlamentare polesano Diego Crivellari, eletto nelle fila del Pd alla Camera. “Credo che con lo stipendio da senatore, Amidei possa permettersi di pagare le contravvenzioni.”
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
PARLAMENTARI CHE DIVENTANO ASSESSORI, EX DEPUTATI, TROMBATI CHE PRESIEDONO AUTORITA’…LA PRATICA DI CUMULARE MANDATI
Due settimane fa due parlamentari Pd (Stefano Esposito e Marco Causi), diventando assessori nel
Comune di Roma (Causi anche vicesindaco), hanno annunciato che non lasceranno il posto in parlamento ma si limiteranno a rinunciare al secondo stipendio. Sia pure in forma light, è l’ennesimo caso di cumulo di cariche in Italia.
Una delle proprietà di questo paese, infatti, è l’assenza di qualunque cultura dell’incompatibilità .
Alcune categorie arrivano a sommare, in successione ininterrotta ma anche con spettacolari Sincronie, incarichi pubblici a fasci.
Tra queste spiccano gli esponenti delle più diverse magistrature, politici (trombati e no) di tutte le appartenenze, parapolitici e componenti dei Poteri Forti.
Il cittadino assiste incredulo: come riescono costoro a fare ciò che a lui risulta impossibile?
Certo ,se l’Italia piange altri Paesi non ridono.
In Francia si può esser sindaco di una grande città e ministro.
Il caso è così frequente che un termine poco onorevole lo designa: il collezionista di cariche è un cumulard.
Il povero Hollande s’era impegnato a cancellare questa figura impopolare, ma a tutt’oggi non ci è riuscito. Quando venne fuori che l’allora presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, collezionava incarichi (pubblici e privati) a palate, Enrico Letta, capo del governo, annunciò misure per rendere esclusive le cariche nella sfera pubblica.
Non accadde nulla, nè pare che la questione abbia alcun posto nell’agenda del governo Renzi.
Nella questione dei cumuli si sovrappongono due facce: il conflitto di interesse e l’incompatibilità .
È in conflitto di interessi chi detiene cariche che lo mettono in condizione di prendere iniziative e misure che possono portargli vantaggio personale; si ha incompatibilità quando si ricoprono più cariche che non possono stare insieme, tanto più se cumulando i connessi redditi.
La fenomenologia è vasta e complicata.
Anzitutto è incompatibile chi è nello stesso momento controllore e controllato.
Questo è il caso dell’avvocato che si fa parlamentare senza smettere la professione e che quindi è in condizione di scriversi leggi su misura.
Si ha incompatibilità anche quando l’insieme delle due cariche non permette al titolare, a lume di buon senso e di decenza, di svolgere con dedizione e indipendenza l’una e l’altra.
Questo è il caso dei parlamentari-assessori e dei sindaci-deputati.
Fino all’ultima legislatura perfino i presidenti di regione potevano sedere in parlamento.
La stessa cosa vale per i componenti di altre categorie (medici, professionisti diversi) che non sospendono l’attività se eletti.
Esistono però anche miriadi di casi di incompatibilità e di cumulo non visibili a occhio nudo: eletti che hanno posti in consigli di amministrazione della miriade di società pubbliche e para-pubbliche, nazionali e locali.
Esiste il caso della carica ricoperta per comando, che si porta appresso insieme allo stipendio nuovo anche quello vecchio.
Questa era la situazione dei tanti consiglieri di Stato operanti come capi di gabinetto, segretari generali, dirigenti di ministero, che hanno incassato per decenni doppio malloppo.
Lo scandalo è finito con una misura del governo Monti, ma non sono sicuro che,nel labirinto del pubblico,non ci siano ancora situazioni dello stesso tipo.
Quando l’incompatibilità è diacronica, sfrutta il sistema che negli Usa si chiama delle sliding doors, le “porte scorrevoli”.
Consiste nel passare da una sfera pubblica all’altra in serie, profittando di occulte passerelle: dal sindacato alla politica o alle aziende pubbliche , dalle aziende pubbliche alla politica, dal parlamento alle municipalizzate o alle autorità , con totale spregio di ogni requisito di competenza.
Il salto di Lapo Pistelli da sottosegretario agli esteri a vicepresidente dell’Eni ha fatto qualche scandalo.
Meno rumore ha suscitato il balzo di Antonello Soro dal parlamento alla presidenza di un’Autorità o quello dei magistrati che zompano in politica e poi, se trombati,ritornano al loro mestiere senza batter ciglio.
Nessun rumore ha fatto il passaggio di ex ministri dell’economia a posizioni di vertice nella finanza privata: Domenico Siniscalco, Vittorio Grilli…
Non mancano scivolose commistioni pubblico-privato:fino a qualche tempo fa il presidente del Consiglio di Stato era anche capo della commissione per l’assegnazione di immobili del Vaticano (sic!).
Raffaele Simone
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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