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LIBERALIZZAZIONI OSTEGGIATE, ECCO CHI PROTEGGE LA LOBBY DEI FARMACISTI

Dicembre 13th, 2011 Riccardo Fucile

COME NEL 2006, AI TEMPI DELLE LENZUOLATE DI BERSANI, I TITOLARI DI FARMACIA CI RIPROVANO A MINACCIARE LA SERRATA PER TUTELARE UN MONOPOLIO ANACRONISTICO… I PROTETTORI SONO IN PARLAMENTO: LORO UOMO DI PUNTA E’ IL SEN. LETTIERI, PRESIDENTE DELL’ORDINE DEI FARMACISTI DI BARI

Lo avevano già  fatto nel 2006 ai tempi delle lenzuolate di Pier Luigi Bersani: una serrata dei punti vendita per protestare contro il piano di parziale liberalizzazione del settore.
E anche questa volta la lobby dei titolari di farmacia ci riprova, per scongiurare le intenzioni del governo Monti in materia di farmaci di fascia C (con ricetta del medico e costo a carico dell’utente).
Il tentativo di distribuire con maggiore semplicità  certi prodotti, con conseguente aumento di posti di lavoro e calo di prezzi, viene bocciato dalla lobby con la spiegazione che i cittadini non sarebbero adeguatamente tutelati, che nelle farmacie 18mila attuali dipendenti potrebbero perdere il lavoro e che molte farmacie tradizionali verrebbero messe in difficoltà  fino alla chiusura nei piccoli comuni.
La serrata è stata minacciata per impedire che altri farmacisti, attivi nelle parafarmacie e nei corner degli ipermercati, possano vendere prodotti finora monopolio delle farmacie tradizionali.
Per queste ultime la lobby è formata dalla Fofi (Federazione degli ordini dei farmacisti italiani), che in teoria dovrebbe muoversi a nome di tutti gli iscritti all’albo (circa 80mila) e non solo dei circa 17 mila titolari di punti vendita, e dal sindacato Federfarma.
La prima è guidata dal brianzolo Andrea Mandelli, ex candidato parlamentare con Forza Italia, la seconda dalla milanese Annarosa Racca, ora scatenata contro la manovra del premier Mario Monti.
E’ Federfarma che a inizio dicembre ha fatto pubblicare a tutta pagina sui principali quotidiani inserzioni a pagamento per respingere le intenzioni del governo, ed è ancora Federfarma che adesso ha ipotizzato di organizzare la serrata.
Secondo le principali associazioni dei parafarmacisti, come Il Movimento nazionale liberi farmacisti (Mnlf) e l’Associazione nazionale parafarmacie italiane (Anpi), le accuse per impedire la vendita diffusa dei farmaci di facia C sono «menzogne», al punto di aver incaricato alcuni avvocati per valutare gli estremi di «procurato allarme, falso ideologico e diffamazione».
La lobby ordinistica e sindacale dei titolari di farmacia (spesso figli o parenti di altri titolari) conta da sempre rappresentanti in Parlamento.
Oggi la punta ha il nome del senatore pdl Luigi D’Ambrosio Lettieri, contemporaneamente presidente dell’Ordine dei farmacisti di Bari e vicepresidente della Fofi.
Negli ultimi anni, come segretario della commissione Igiene e sanità  al Senato, D’Ambrosio Lettieri ha gestito il percorso politico del progetto di legge Gasparri-Tomassini il cui (vano) obiettivo è stato quello di ridimensionare la portata della lenzuolata di Bersani, ovvero il poter vendere farmaci da banco (senza ricetta) anche fuori dalle farmacie tradizionali.
Durante l’ultimo governo Berlusconi, sono stati vari i tentativi parlamentari a favore del ritorno dello status quo inseguito dalla lobby: un bersaglio mancato solo per poco.
Con l’avvento di Monti, per Fofi e Federfarma è tornato l’incubo.
A fronte di un primo testo di decreto in cui il governo tecnico ha aperto il mercato dei farmaci di fascia C, la lobby ha fatto sentire il proprio peso. Subito, diversi sono stati (una trentina) gli emendamenti di parlamentari di vari partiti.
In cinque casi si tratta di interventi soppressivi (addio libera vendita di farmaci), in 24 casi di interventi correttivi.
Per esempio cercando di modificare i parametri demografici di riferimento per poter aprire una farmacia: un punto vendita non più ogni 5 mila abitanti ma ogni 3.500 (nei comuni fino a 12 mila residenti), in modo da sottrarre spazio alle parafarmacie; oppure chiedendo di predisporre degli elenchi di fascia C esclusi dalla liberalizzazione, anche qui riducendo il business dei nuovi entranti.
A favore dei camici bianchi tradizionali si è schierato il Pdl, sia pure con alcune eccezioni contrarie (come nel caso di Enrico Costa, favorevole a una liberalizzazione ancor più spinta).
Quindi è stata la volta di Lega e del Fli (con l’eccezione di Angela Napoli), compatti nel voler dare ascolto alla lobby dei farmacisti.
Sul fronte opposto, a sostegno della spinta del governo Monti, si sono esposti esponenti di Udc e Pd.
Ma la situazione appare comunque incerta, ed ecco la serrata.

Le ricostruzioni contenute in questo articolo sono tratte dal libro I veri intoccabili, di Franco Stefanoni (edizioni Chiarelettere)

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CAPITALI E FAMIGLIE IN FUGA: UN PEZZO D’ITALIA SCEGLIE LA SVIZZERA

Dicembre 11th, 2011 Riccardo Fucile

SONO IMPRENDITORI E PROFESSIONISTI TRA I 40 E I 50 ANNI, TEMONO L’INCERTEZZA POLITICA ED ECONOMICA, UNA STRETTA FISCALE E SONO IN CERCA DI UN INVESTIMENTO IMMOBILIARE SICURO

Una discreta transumanza di capitali, ma anche di persone.
Durante l’agonia del governo Berlusconi, intimoriti dalla giostra dello spread, più recentemente dal rigore del governo Monti, molti italiani benestanti hanno deciso di trasferire i loro soldi, in alcuni casi anche i loro cari, in Svizzera.
“Quelli che hanno grossi capitali, intere famiglie, stanno cercando di piazzare i propri beni in posti sicuri e in qualcosa che duri nel tempo”, ha confermato, in un’intervista alla radio pubblica elvetica, la presidente della federazione di fiduciari del Canton Ticino, Cristina Maderni.
“Noi fiduciari siamo stati interpellati, per valutare se c’è la possibilità  di un trasferimento totale di alcune famiglie”, ha aggiunto.
Per poi spiegare che “il   fenomeno è sempre esistito ma è vero che, in questi ultimi mesi, abbiamo assistito a un’accelerazione delle richieste di questo tipo”.
Quindi la presidente dei fiduciari ticinesi rileva, pure, che quello che sta avvenendo assomiglia a una vera e propria fuga, dal belpaese. “Ci sono, ad esempio – dice – persone e gruppi famigliari, con consistenti patrimoni, che chiudono la loro attività  imprenditoriale, per trasferirsi in Svizzera”.
Dove, in molti casi, chi lascia l’Italia e i suoi problemi, ha già  sovente una residenza e, magari, un cospicuo gruzzoletto.
“Il più delle volte si tratta di 40-50 enni, in prevalenza lavoratori autonomi e imprenditori”, ci conferma Giancarlo Cervino, del Centre for International Fiscal Studies di Lugano, secondo il quale il fenomeno è in corso da circa un anno e mezzo.
Tutta questa gente, come ha avuto modo di constatare Cristina Maderni “è angosciata dall’insicurezza esistente, oggi, in Italia e nel resto dell’Europa” e, quindi, cerca posti come la Svizzera “dove   la stabilità  economica e politica e la forza della moneta sono tali, da trasformarsi in una sorta di polizza sulla vita”.
Anche se, di questi tempi, di approdi sicuri ce ne sono sempre meno.
Nella Confederazione, ad esempio, i prezzi di vendita, al metro quadro, degli immobili di un certo livello, vanno dai 10 mila euro in su di Lugano e dell’Engadina, ai circa 40 mila di Zurigo, tanto da far temere l’esplosione di una bolla immobiliare.
Va detto, poi, che in caso di definitivo deragliamento dell’Ue e della moneta unica, la Svizzera ne soffrirebbe, pesantemente, le conseguenze.
Già  adesso, in presenza della crisi nell’eurozona, la crescita del prodotto interno lordo elvetico è continuamente rivista al ribasso tanto che, l’anno prossimo, non dovrebbe superare   lo 0,5 per cento.
Anche nella Confederazione, inoltre, pur con uno Stato che, quest’anno, ha chiuso i conti in attivo, la pressione fiscale sta aumentando.
Dal prossimo anno, ad esempio, potrebbe venire introdotta un’imposta di successione del 20 per cento, sui beni superiori ai due milioni di franchi, la qual cosa ha indotto molti benestanti a una corsa frenetica negli studi notarili, per trasferire i propri patrimoni agli eredi ed evitare, così, la stangata.
“Ma la paura di un epilogo italiano alla greca, con manifestazioni di piazza e attentati anarchici, unito al timore di un default delle banche, è tale da indurre chi se lo può permettere ad andarsene”, constata il fiscalista Cervino.
“Sicuramente – conclude – in nessuna città  svizzera metteranno mai una bomba davanti all’Agenzia delle Entrate, come è capitato a Roma”.

Franco Zantonelli
(da “La Repubblica”)

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I SIGNORI DEL PALAZZO SACRIFICI ZERO: LA RIFORMA DELLE PENSIONI NON SI APPLICA AI DIPENDENTI DI CAMERA, SENATO, QUIRINALE E CORTE COSTITUZIONALE

Dicembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

MENTRE LA STANGATA COSTERA’ 2.000 EURO A FAMIGLIA, LA CASTA SI TIENE I PRIVILEGI

Il dettaglio è nella Nota illustrativa del bilancio di previsione per il 2011 dell’Amministrazione della Presidenza della Repubblica, il documento che, per opera dell’attuale presidente in carica, rende un po’ più trasparente il bilancio del Quirinale. È qui che al paragrafo sull’andamento della spesa è scritto: “Per cercare di contenere la dinamica della spesa del comparto pensionistico, è stata di recente modificata in modo incisivo la normativa dei pensionamenti anticipati di anzianità , fissando a regime il limite di 60 anni di età  e 35 anni di anzianità  utile al pensionamento e introducendo misure dissuasive con la previsione di significative riduzioni di trattamenti pensionistici”.
La nota ci informa di due cose.
La prima, poco conosciuta ma sancita dalla legge, è che gli organi costituzionali (Presidenza della Repubblica, governo, Camera, Senato e Corte costituzionale) conservano una propria autonomia organizzativa e di bilancio.
La seconda è che, al Quirinale, dopo una modifica “incisiva” della normativa intervenuta nei mesi passati, si può andare in pensione al compimento dei 60 anni e con 35 anni di anzianità .
E che ciò si potrà  fare, nonostante la manovra del governo che impone da subito il passaggio al sistema contributivo “per tutti” e che allunga i tempi per la pensione di anzianità  oltre i 40 anni di contribuzione.
Il carico delle pensioni non è negato nella nota al bilancio.
Pesa anzi enormemente sul conto del Colle ed è in continua ascesa: 92,3 milioni di euro per il 2011, contro gli 88,5 del 2010.
Una cifra che copre il 37,8% del bilancio per il 2011, a fronte di una contribuzione previdenziale degli attuali dipendenti vicina agli 8 milioni di euro annui.
Nonostante le rigide regole che valgono fuori dai Palazzi, all’interno tutto è regolato da direttive interne che lavorano su tempi diversi.
Va dato atto al Colle di essersi fatto carico di inserire nel proprio ordinamento interno i due decreti economici sui tagli al pubblico impiego (il 78 del 2010 e il 98 del 2011), circostanza che è stata tradotta con una “riduzione del 5% e del 10% delle retribuzioni e delle pensioni per la parte eccedente i 90 mila e i 150 mila euro” (che ha prodotto un risparmio di circa mezzo milione di euro l’anno), il blocco delle progressioni automatiche delle retribuzioni e delle pensioni al tasso dell’inflazione programmata e il blocco delle progressioni automatiche di anzianità  per le pensioni più elevate (qui il risparmio è stato più consistente, poco più di 2,7 milioni di euro l’anno).
Sulla disciplina dei pensionamenti “anticipati” adottata, il dato del risparmio conseguito è ancora da calcolare.
Così come il Quirinale, anche Camera e Senato dispongono di un proprio bilancio interno che copre non solo deputati e senatori ma l’intero apparato statale che lì è assunto.
Sulla vicenda che riguarda i primi, si sta cercando una convergenza sul tema dei vitalizi.
Sul tema dei dipendenti, però, le leggi non ancora aggiornate ci dicono che al Senato “con le nuove e più restrittive disposizioni”, “fermo restando il collocamento a riposo d’ufficio per uomini e donne a 65 anni di età ”, si può andare in pensione al compimento dei 60 anni se in possesso dei requisiti richiesti (20 anni di servizio effettivo e 35 anni di contributi), “conservando la facoltà  di un’anticipazione” a 57 anni “ma con l’applicazione di forti penalizzazioni”.
L’aliquota contributiva a carico dei dipendenti a decorrere dal primo gennaio 2011 è addirittura scesa: è passata dal 9,7 all’8,8.
Certo è da dire che sia a Montecitorio che a Palazzo Madama, così come già  detto per il Colle, sono stati applicati i parametri dei decreti di luglio.
Sul fronte pensioni anche nel bilancio della Camera si prevede un “inasprimento dei requisiti per il pensionamento di anzianità ”, ma la nota la bilancio 2011 non chiarisce quali siano.
Anche per i bilanci di Camera e Senato, d’altronde, il peso delle pensioni è considerevole. I trattamenti previdenziali pesano ogni anno su quello del Senato per 182 milioni e su quello della Camera per 209.
Sul tema pensionistico, infine, la Corte costituzionale si adegua, per i propri giudici, al corso della previdenza in magistratura.
Il regolamento interno deliberò che i membri della Corte venissero pensionati con un’auto blu di rappresentanza.
La Cgia di Mestre ha fatto i conti in tasca agli italiani per la manovra prossima ventura: costerà  830 euro l’anno netti a famiglia, quasi 2000 se si aggiungono a quella le precedenti manovre estive di Berlusconi.
La mancata rivalutazione della pensione costerà  di media 280 euro l’anno, con picchi di 311 euro in meno nel Lazio. Cioè, non proprio in tutto il Lazio.
In alcuni palazzi di Roma la tempesta verrà  affrontata, probabilmente, con maggior tatto.

Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’UOMO CHE SI ASSUNSE DA SOLO IN UN ENTE PUBBLICO

Dicembre 6th, 2011 Riccardo Fucile

L’INCREDIBILE CASO ITALIANO DEL NUMERO UNO DI “TERAMO LAVORO”, SOCIETA’ IN HOUSE DI PROPRIETA’ DELLA PROVINCIA… VENANZIO CRETAROLA SI CAMBIA COGNOME IN CRETOLA E SI DA’ 5.000 EURO DI STIPENDIO

Mi assumo da solo. Mi trovo un posto in una società  a capitale pubblico. Mi stipendio con i soldi dello Stato… e ve lo faccio sapere solo 14 mesi dopo.
No, non è un rebus, questa è la storia di due uomini.
Il primo, si chiama Venanzio Cretarola ed è l’amministratore unico di “Teramo Lavoro”, la società  in house di proprietà  della Provincia di Teramo, per gestire e ricollocare un gran numero di precari, 130 per la precisione, più o meno necessari al funzionamento degli uffici.
Il secondo, si chiama Venanzio Cretola ed è un co. co. pro assunto come “addetto ai servizi di segreteria” da Teramo Lavoro, grazie all’interessamento dello stesso amministratore unico.
Stipendio? Si dice, perchè nessuno fino ad oggi è riuscito a scoprirlo, quasi 4.000 euro al mese.
Il presidente della Provincia si limita a un interpretabile “meno di cinquemila”.
La quasi omonimia tra l’amministratore Cretarola e il segretario Cretola balza subito all’occhio, ma diventa qualcosa di più di una “quasi” omonimia, quando si scopre che Cretarola e Cretola sono nati entrambi il 25 maggio 1955 a Castiglione Messer Raimondo e risiedono, entrambi, in via Antonio Vivaldi, 15, a Roma.
A questo punto, anche il meno attento tra i lettori avrà  intuito che Cretarola e Cretola sono la stessa persona e che, in “ossequio” a tutte le leggi sulla trasparenza e sugli incarichi pubblici, l’amministratore di Teramo Lavoro ha assunto se stesso.
E non solo. La comunicazione dell’avvenuta assunzione di Venanzio Cretola da parte di Venanzio Cretarola è arrivata al Centro per l’impiego di Teramo solo il 9 novembre scorso, ma reca la data del 5 settembre 2010 e va in scadenza al 31 dicembre di quest’anno.
Insomma, al sistema informativo telematico è appena stata registrata un’assunzione avvenuta addirittura 14 mesi fa, giusto in tempo per poter procedere al rinnovo.
Ma nessuno lo sapeva, se non ovviamente… l’amministratore della società .
Tutta la vicenda è già  un esposto che l’opposizione sta per consegnare alla Procura di Teramo, denunciando quella che considerano una palese violazione di ogni regola.
Su Teramo Lavoro, intanto, la Procura ha già  aperto un’altra inchiesta, per abuso di ufficio, relativa ai termini di costituzione della società , alla base della quale starebbero dodici esposti, presentati da sindacati, cittadini, e forze politiche.
Obbligatorio, per il cronista, sentire a questo punto tutti i protagonisti della vicenda, e mai come stavolta può valere il detto “sentito uno, sentiti tutti”: “È incredibile, vengo accusato perchè faccio risparmiare la Provincia di Teramo — ribatte Cretarola alias Cretola — ho svolto da un anno e mezzo le funzioni di amministratore di Teramo Lavoro senza percepire alcun compenso per non pesare sulle casse provinciali. Ho concordato con il socio presidente della Provincia di essere “valutato” prima di stabilire l’indennità  di carica: sono abituato così, basta chiedere in giro”.
E allora il contratto di quattordici mesi fa?
“Il contratto è regolarissimo, ed è stato approvato dalla Provincia. Ho percepito solo da poco il primo compenso, a un anno e mezzo dall’avvio delle mie attività  con una presenza pressochè quotidiana a Teramo, poichè ho pensato innanzitutto a garantire gli stipendi a dipendenti e collaboratori della società ”.
Collaboratori, appunto, come Cretola.
Ma perchè il cognome diverso? Su questo, Cretarola non risponde.
Cretola neanche.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LE LIBERALIZZAZIONI SONO UN FLOP: I PREZZI AI MASSIMI DA META’ ANNI ‘90

Dicembre 4th, 2011 Riccardo Fucile

LA CGIA DI MESTRE RIVELA: RC AUTO AUMENTATE DEL 184%, COSTI BANCARI DEL 109%… SONO CALATE SOLO LE TARIFFE DEI MEDICINALI E QUELLE TELEFONICHE

Per la Cgia di Mestre le liberalizzazioni hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei consumatori italiani.
Nella stragrande maggioranza dei casi, rileva l’organizzazione artigianale mestrina, si è registrata una vera   e propria impennata dei prezzi o delle tariffe.
Tra l’anno di liberalizzazione ed il 2011, solo i medicinali e le tariffe dei servizi telefonici hanno subito una diminuzione del costo.
Per tutte le altre voci del paniere preso in esame, invece, è successo il contrario.
“I prezzi o le tariffe sono cresciute   con buona pace di chi sosteneva che un mercato più concorrenziale avrebbe favorito il consumatore finale – denuncia il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi, che con il suo Ufficio studi ha preso in esame l’andamento delle tariffe o dei prezzi di 11 beni e servizi che sono stati liberalizzati negli ultimi 20 anni -. Purtroppo, in molti settori si è passati da una situazione di monopolio pubblico a vere e proprie oligarchie controllate dai privati”.
Il flop più clamoroso è avvenuto per le assicurazioni sui mezzi di trasporto (Rc auto) che dal 1994 ad oggi sono aumentate del +184,1%, contro un incremento dell’inflazione del +43,3% (in pratica le assicurazioni sono cresciute 4,2 volte in più rispetto al costo della vita).
Male anche i servizi bancari/finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie).
Sempre tra il 1994 ed il 2011 i costi sono aumentati mediamente del +109,2%, mentre l’incremento dell’inflazione è stato pari al +43,3% (in questo caso i costi finanziari sono aumentati 2,5 volte   in più dell’inflazione).
Anche i trasporti ferroviari hanno registrato un incremento dei prezzi molto consistente: tra il 2000 ed il 2011, sono aumentati del +53,2%, contro un aumento del costo della vita pari al +27,1%.
Se per i servizi postali l’aumento del costo delle tariffe è stato del +30,6%, pressochè pari all’incremento dell’inflazione avvenuto tra il 1999 ed il 2011 (+30,3%), per l’energia elettrica la variazione delle tariffe ha subito un aumento più contenuto (+1,8%) rispetto alla crescita dell’inflazione (che tra il 2007 ed i 2011 è stata del +8,4%).
Solo per i medicinali e i servizi telefonici le liberalizzazioni hanno portato dei vantaggi economici ai consumatori.
Nel primo caso, tra il 1995 ed oggi i prezzi sono diminuiti del 10,9%, a fronte di un aumento del costo della vita del +43,3%.
Nel secondo caso, tra il 1998 ed il 2011 le tariffe sono diminuite del 15,7%, mentre l’inflazione è aumentata del 32,5%.
“Alla luce del risultato emerso in questa analisi – conclude Giuseppe Bortolussi – invitiamo il nuovo Governo Monti a monitorare con   molta attenzione quei settori che saranno prossimamente interessati da processi di deregolamentazione”.

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THYSSEN, A SETTE MESI DALLA CONDANNA ANCORA NESSUN RISARCIMENTO ALLE FAMIGLIE DELLE VITTIME

Dicembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

SI TRATTA DEI PAGAMENTI PROVVISIONALI, OVVERO GLI ANTICIPI DISPOSTI DALLA SENTENZA CON LA QUALE SONO STATI CONDANNATI HARALD ESPENHAHN E ALTRI CINQUE DIRIGENTI DELL’ACCIAIERIA TEDESCA

A più di sette mesi dalla condanna e a quattro anni dalla tragedia di Torino, la ThyssenKrupp non ha ancora rimborsato gli ex operai e alcuni familiari delle vittime come imposto dai giudici.
Si tratta dei pagamenti provvisionali, cioè gli anticipi sui rimborsi disposti dalla sentenza del 15 aprile scorso, con cui sono stati condannati l’ad Harald Espenhahn e altri cinque dirigenti dell’acciaieria tedesca.
Oltre all’accusa di omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, i pm Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso hanno recriminato al primo i reati di omicidio e incendio volontari con colpa cosciente; e per gli altri omicidio e incendio colposo.
Queste ipotesi della procura sono state riconosciute dai giudici della Corte d’assise di Torino, i quali hanno stabilito che gli imputati devono versare dai 50mila euro in su per gli ex lavoratori e tra i 30 e 40mila euro per i parenti dei deceduti.
Gli avvocati degli ex operai, costituiti parte civile al processo, avevano anche chiesto che il pagamento fosse “immediatamente esecutivo” per via delle condizioni economiche precarie in cui si sono ritrovati dopo la chiusura anticipata dello stabilimento e per i gravi danni fisici e psicologici subiti per colpa della tragedia.
La corte ha ammesso la legittimità  delle richieste: in base alle testimonianza di cinque addetti di turno tra il 5 e il 6 dicembre 2007 — è scritto nelle motivazioni — emerge “il dramma sconvolgente da loro vissuto quella notte, da cui deriva la fondatezza (peraltro riscontrata dalle perizie mediche) del danno non patrimoniale, costituito dal danno morale e dal danno alla salute da loro lamentato e di cui chiedono il ristoro economico”.
L’azienda e i condannati devono quindi pagare.
Gli importi della provvisionale potevano essere versati dal momento della decisione del tribunale (giorno da cui comincia il calcolo degli interessi) e sono diventati obbligatori dalla pubblicazione della sentenza, ma a 20 giorni dalle motivazioni non sono ancora avvenuti.
Lo segnala l’avvocato Sergio Bonetto, rappresentante di nove operai costituitisi parti civile: “Ho provato in tutte le maniere, sollecitando a voce il pagamento agli avvocati degli imputati, e anche per iscritto, ma ancora non è avvenuto niente — spiega -. Se l’attesa continuasse potremmo avviare le procedure per l’invio di ufficiali giudiziari per i pignoramenti”.
Antonio Boccuzzi, ex operaio sopravvissuto al rogo e ora deputato del Pd, afferma: “Stiamo tutti aspettando. La Thyssen avrebbe dovuto pagare immediatamente. Nessuno ha ricevuto un euro e non abbiamo notizie, se non voci su prossimi pagamenti”.
Il problema è che molti suoi ex colleghi “sono ancora senza un lavoro e a maggior ragione è importante che i soldi siano versati”.
Questo ritardo per lui è una conferma: “È l’atteggiamento dello stile Thyssen: anche dopo la sentenza Torino resta l’ultimo dei pensieri e dei doveri”.
I difensori degli imputati affermano che il ritardo è dovuto alla trattativa in corso tra la ThyssenKrupp, i dirigenti condannati e le parti civili: “Siamo obbligati a fare i pagamenti — premette l’avvocato Cesare Zaccone, difensore dell’azienda -. Si tratta di ritardi dovuti alle modalità  di esecuzione, ma è anche un problema che riguarda le compagnie assicurative. I pagamenti devono avvenire al più presto”.

Andrea Giambartolomei
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SOLO UN GIOVANE SU DIECI ENTRA IN AZIENDA CON LA GARANZIA DI UN CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IL CONTRATTO UNICO PUNTA AD ELIMINARE ALMENO IN PARTE L’ENORME MASSA DEI LAVORATORI PRECARI

È una delle poche idee che siamo riusciti anche ad esportare all’estero.
Da tempo economisti come Pierre Cahuc, Francis Kamarz, Samuel Bentolila e Juan Dolado propongono il «contratto unico» inventato da Tito Boeri e Pietro Garibaldi anche in Francia e Spagna.
Ma da noi il dibattito incontra sin dal 2002, quando è stato proposto dai due economisti del lavoro un totem insormontabile: l’articolo 18.
Il fatto è che da quando quella norma dello Statuto dei Lavoratori è stato al centro di uno scontro al calor bianco tra il governo Berlusconi bis e la Cgil di Sergio Cofferati – con l’epilogo dei tre milioni a Circo Massimo – è complicato parlare di diritto del lavoro senza scivolare sul terreno dello scontro ideologico.
Elsa Fornero, neo ministro del Lavoro ha già  detto cosa ne pensa: il contratto unico è «in grado di conciliare la flessibilità  in ingresso richiesta dalle imprese con l’aspirazione alla stabilità  rivendicata dai lavoratori».
Sarà  un tassello importante dell’agenda di governo dell’economista torinese. Ma è anche uno dei motivi per cui la Cgil continua a rimarcare la diffidenza nei confronti del governo Monti.
Il contratto unico tenta di rispondere a un mondo del lavoro che si è fortemente precarizzato e dove si è creato un dualismo crescente tra chi è tutelato dal contratto a tempo indeterminato e le miriadi di atipici che hanno spesso livelli salariali infimi, non sono garantiti da contratti nazionali e sono quasi senza tutele.
Soprattutto, avendo una data scritta sul contratto, gli ormai milioni di lavoratori precari non sanno neanche cos’è, l’articolo 18.
Stiamo parlando del 90 per cento di chi comincia oggi un lavoro: ormai solo un giovane su dieci inizia una professione o un mestiere con un contratto a tempo indeterminato.
Gli altri nove entrano con contratti a termine, interinali, co.co.pro, eccetera.
Fuori dal perimetro dello Statuto dei lavoratori.
E, molto spesso, dall’ombrello dei sindacati.
Anni fa al «contratto unico di ingresso», in breve Cui, se n’è affiancato uno analogo del giuslavorista e senatore Pd Pietro Ichino che ne riprende l’idea di fondo ma differisce su alcuni punti.
Nella versione Boeri-Garibaldi è un contratto a tempo indeterminato e la difesa dal licenziamento senza giusta causa è prevista dal primo giorno.
Solo che per i primi tre anni «il licenziamento può avvenire solo dietro compensazione monetaria», (un’indennità  pari a 5 giorni di retribuzione per ogni mese di anzianità ), insomma viene sospeso l’obbligo di reintegro previsto dall’articolo 18.
Diventa una sorta di lungo apprendistato durante il quale anche il datore di lavoro può capire se il dipendente corrisponde alle sue aspettative.
Allo scadere dei tre anni vengono riconosciute tutte le tutele del tempo indeterminato.
Il ricorso a forme di contratti flessibili viene scoraggiato con delle restrizioni. Infine, dettaglio rilevantissimo, il Cui non sostituisce gli attuali contratti nazionali, ma garantisce in più tutele minime a chi non ce l’ha – cosa che quelli flessibili oggi non fanno.
A partire da un salario minimo.
Nella testa di Boeri e Garibaldi, il contratto unico dovrebbe essere affiancato da una seria riforma degli ammortizzatori che garantisca un sussidio di disoccupazione a tutti.
Ma costa circa 15 miliardi di euro ed è difficile che veda la luce nel prossimo anno e mezzo.
Anche nella proposta di Ichino non c’è una data sul contratto ma viene introdotto il licenziamento «per motivi economici e organizzativi» e non ci sono i tre anni di prova. L’articolo 18 viene depotenziato.
Ma dal 20esimo anno di anzianità  «l’onere della prova circa il giustificato motivo economico tecnico o organizzativo è a carico del datore di lavoro».
Per chi perde il lavoro viene introdotto un sistema che ricalca a quello danese della «flessicurezza».
Il datore di lavoro si impegna a ricollocare il lavoratore attraverso la riqualificazione professionale.

Tonia Mastrobuoni
(da “La Stampa“)

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PENSIONI, PRONTA LA RIFORMA: “CONTRIBUTIVO” PER TUTTI

Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

PREVISTA UNA “FASCIA DI FLESSIBILITA'” TRA 63 E 70 ANNI… NEI PIANI ANCHE IL RITORNO ALLA TASSA SULLA PRIMA CASA… PATRIMONIALE DA DEFINIRE

«Pagherà  di più chi finora ha dato meno». E le misure contenenti i sacrifici per rimanere nell’euro saranno all’interno di un «pacchetto organico», un unico provvedimento dentro al quale albergheranno sia il bastone che la carota.
Così sarà  più facile farle approvare.
Lo ha ammesso il presidente del Consiglio Mario Monti durante la conferenza stampa dopo il discorso alla Camera.
Le misure potrebbero arrivare già  entro tre giorni in occasione del primo Consiglio dei ministri di lunedì.
Con insistenza si parla del decollo della riforma delle pensioni, secondo il modello da tempo sostenuto dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero: contributivo pro rata per tutti (cioè d’ora in poi), sostanziale abolizione delle pensioni di anzianità  con aumento dell’età  minima a 62-63 anni, fascia di flessibilità  fino a 69-70 anni con disincentivi sotto i 65 anni e, oltre questa soglia, bonus automatici e progressivi per invogliare i lavoratori a rimanere. Potrebbe scattare anche un contributo di solidarietà  per le pensioni alte oltre i centomila euro netti all’anno.
Per escludere da questa nuova griglia i lavoratori con 40 anni di anzianità , c’è una precisa richiesta della Cgil e del Pd.
Sicuramente verrà  anche uniformata verso una aliquota unica del 33% la giungla dei contributi (quella dei parlamentari, per esempio, è dell’8,6%). Monti ieri non ha specificato se saranno decreti o disegni di legge ma di sicuro si entrerà  nel vivo dei sacrifici e degli stimoli da varare, finora semplicemente delineati secondo principi generali nei discorsi che il premier ha fatto alla Camera e al Senato.
«Si inizierà  a parlare anche dei provvedimenti e non solo dei criteri, poi si entrerà  nel dettaglio – ha precisato il ministro Fornero – e su questo bisognerà  metterci la faccia, sperando che non ce la massacriate».
Una frase significativa che anticipa più di altre indiscrezioni che i sacrifici chiesti dal governo saranno pesanti.
Lo schema di intervento resta più o meno lo stesso: oltre alle pensioni la reintroduzione della tassa sulla prima casa con aliquote progressive a seconda del numero di appartamenti posseduti, lo spostamento della tassazione da lavoro a imprese verso consumi e proprietà , la riforma degli ammortizzatori sociali per avviare l’introduzione di un nuovo contratto unico, una revisione degli ordini professionali, e una riforma delle authority per aumentare la concorrenza.
Dentro questo perimetro di intervento c’è l’aumento di uno o due punti dell’Iva sui consumi (ogni punto percentuale vale 4,2 miliardi di euro), una patrimoniale sulle ricchezze il cui peso è ancora tutto da definire.
Così come il ritorno dell’Ici che comunque si chiamerà  Imu (imposta municipale unica) in ossequio agli ultimi decreti sul federalismo fiscale.
Se l’aliquota di imposta corrisponderà  alla vecchia, cioè il 3 per mille, il totale varrà  3,5 miliardi di euro.
Se invece sarà  del 6,6 per mille come era stato indicato nella bozza dell’ultimo decreto scritto in ottobre (che comprendeva anche le tasse sui rifiuti e altri balzelli comunali) l’aliquota sale al 6,6 per mille con un incasso di circa 8 miliardi di euro.
Sempre che non vengano rivisti gli estimi catastali fermi da una quindicina d’anni. In questo caso la cifra sarebbe molto superiore.
La Cgia degli artigiani di Mestre, con la consueta solerzia, ha calcolato quanto potrebbero pesare sulle famiglie italiane i primi interventi su Ici e Iva (secondo le diverse ipotesi) stemperati da una riduzione Irpef di un punto percentuale nei primi due scaglioni di reddito (valore 4,2 miliardi di euro, intervento possibile secondo alcune indiscrezioni): si va da un aggravio minimo medio di 97 euro a un massimo di 483 all’anno.

Roberto Bagnoli
(da “Il Corriere della Sera”)

argomento: economia, governo, Lavoro | 1 Commento »

DAI DISOCCUPATI AI PRECARI: OTTO MILIONI DI ITALIANI NELL’AREA DELLA “SOFFERENZA”

Novembre 18th, 2011 Riccardo Fucile

AD UN ANNO DALLA TESI, IL 55,8% DEI LAUREATI HA UN CONTRATTO DI LAVORO INSTABILE

Ci sono i precari, i lavoratori «obbligati» ad un part-time di poche ore, i cassintegrati da 700 euro al mese e gli sfiduciati che vorrebbero trovare un’occupazione, ma si sono rassegnati ad aspettarla stando a casa.
Ci sono tante donne, tanti giovani, ma anche tanti capi-famiglia del Nord che perso un posto non ne hanno ancora trovato un altro.
E infine ci sono i disoccupati «ufficiali», quelli che – rispondendo ad una definizione più restrittiva – dichiarano di essere già  in cerca di lavoro e di essere pronti a rispondere all’offerta.
Un vasto popolo in sofferenza cui manca un lavoro tutelato e il conseguente reddito. Un universo spezzettato che le statistiche ufficiali non considerano unitariamente.
L’Ires lo ha fatto e le cifre che sono uscite da suo rapporto («Un mercato del lavoro sempre più atipico: segnali di crisi») sono un colpo duro a chi pensa che l’Italia, in fondo, sia messa meno peggio di tanti altri: nell’area della disoccupazione allargata, infatti, vivono 8milioni e 300 mila lavoratori italiani, «oltre il 30 per cento della forza lavoro potenziale del Paese» specifica lo studio.
A tale livello si arriva aggiungendo ai 3,6 milioni di senza lavoro i 600 mila cassintegrati che rischiano di restare senza reddito una volta «consumato» il sostegno degli ammortizzatori sociali, i milioni e mezzo di atipici e di precari e 1,6 milioni di lavoratori costretti ad un part-time involontario.
E il totale non tiene conto del lavoro nero.
Calcolando l’effettiva quota di scoraggiati che dichiarano di essere disponibili a lavorare, si arriva dunque ad un tasso di disoccupazione reale del 13 per cento.
Si tratta di 8 milioni di persone con stipendi medi fra i 600 e 700 euro al mese, con tutele in via di esaurimento, già  finite per tanti disoccupati, inesistenti per tantissimi precari il cui numero è in costante crescita.
I consumi calano e la produzione si ferma, ma chi dovrebbe consumare se questa è la realtà ?
Per ridurre la precarietà  ed estendere le tutele servano risorse e le risorse si possono trovare varando una patrimoniale e destinandone una parte allo sviluppo.
Ma il lavoro va rilanciato non solo in quantità , anche in qualità .
In Italia, secondo il rapporto, «a differenza di quanto avviene negli altri Paesi europei, perdono quota le professioni scientifiche ad elevata specializzazione e le professioni tecniche, crescono invece quelle non qualificate ed esecutive».
Nel futuro tutto ciò avrà  un peso: il Cedefop, la Commissione europea sulla formazione, calcola che per il 2020 il mercato del lavoro europeo richiederà  il 31,5 per cento di occupati con alti livello di competenza (oggi in Italia sono solo il 12,8 per cento) e il 18,5 con livelli bassi (da noi, ora, è il 45,2).

Luisa Grion
(da “La Repubblica“)

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