Settembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
CRESCONO LE DIFFERENZE: IL CONFRONTO SU RETRIBUZIONI ATTESE E ASPETTATIVE PROFESSIONALI CON GLI ALTRI PAESI EUROPEI TRA CARRIERE E TIMORI
Non solo Btp e Bund. Non solo titoli di stato, tassi di interesse e politiche finanziarie. 
C’è un altro spread che continua ad aprirsi e separa ancora di più Roma da Berlino.
Un altro divario che dovrebbe preoccupare con la stessa intensità .
Gli universitari italiani guardano al proprio avvenire in una maniera che si discosta sempre di più, da quella con cui, i loro coetanei di Berlino, Bonn o Monaco, si proiettano negli anni che verranno.
Le nuove generazioni italiane si aspettano dal primo impiego uno stipendio sempre più basso, meno della metà di quanto si attendano i loro coetanei tedeschi, e guardano al proprio percorso professionale con una crescente preoccupazione che in Italia coinvolge un numero di laureati doppio rispetto a quello che accade nei diversi land tedeschi.
Più di sette italiani su dieci si dicono in apprensione per il proprio futuro lavoro e guardano con ansia al proprio percorso professionale.
I dati emergono dell’indagine del Trendence Institute che ha ascoltato 311 mila studenti in più di mille università europee.
I giovani coinvolti sono quelli delle facoltà di economia e di ingegneria, ovvero quelli che, a conti fatti, dovrebbero temere il futuro, meno di altri che escono da quelle facoltà considerate meno interessanti dagli imprenditori e dai datori di lavoro.
Se in Italia gli universitari di economia preoccupati per il proprio futuro sono il 72,9 per cento e quelli di ingegneria sono il 72,4 per cento, in Germania i valori scendono, rispettivamente al 37,4 per cento e al 27,8 per cento.
Un altro mondo. Un altro futuro
Lo stesso sembra avvenire anche per quel che riguarda lo stipendio atteso al primo impiego.
In Italia un giovane che esce da economia indica una paga di 19.837 euro, mentre chi esce da ingegneria si attende 20.864 euro.
Valori pressochè identici a quelli indicati nel 2007, ai tempi in cui, almeno dalle nostre parti, la crisi non era ancora esplosa.
In Germania, invece, chi studia economia si attende 43.100 euro e chi diventa ingegnere 44.343 euro.
Cifre più che doppie rispetto a quelle italiane. Ma non solo.
Sono anche valori cresciuti del 10 per cento rispetto a quelli di quattro anni fa.
Questo per dire che mentre da noi, in questi quattro anni, sembra essersi fermato tutto, in Germania, nonostate la crisi, nonostante tutto quello che è successo, qualcosa sembra lo stesso avere un fermento.
Se si cercano valori simili a quelli italiani, si trovano gli stessi paesi che lottano, come noi, per gli spread dei tassi d’interesse dei titoli di stato sui mercati finanziari.
Gli stessi livelli di preoccupazione, o un po’ più elevati, per il proprio futuro professionale si riscontrano infatti in Spagna e Portogallo (sopra l’80 per cento in entrambi paesi).
Solo la Grecia sembra ancora più drammaticamente coinvolta in un gorgo più cupo con, pressochè, la totalità dei giovani preoccupati per il proprio futuro.
In Irlanda, altra nazione coinvolta nel precipizio di crisi e speculazioni, le aspettative sembrano migliori di quelle dei giovani italiani.
Così, ancora una volta, non desta stupore che più di un terzo di loro (35,3 per cento) dice che lascerà l’Italia al termine degli studi per trovare un posto di livello professionale. Valori più elevati di qualche punto percentuale della media in Europa (31,6 per cento) e di dieci punti percentuali rispetto alla media dei paesi dell’Est (23,9%).
Federico Pace
(da “La Repubblica“)
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Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
DALL’INIZIO DELL’ANNO SI SONO SVOLTE APPENA 16 SEDUTE DEL CONSIGLIO REGIONALE, ORA SI TORNA IN AULA IL 20 SETTEMBRE… RINVIATE LE COMMISSIONI, LA LEGGE CHE RIDURREBBE DEL 10% LO STIPENDIO RESTA NEI CASSETTI
Avevano promesso che avrebbero ridotto i costi della politica in Regione. 
Nell’attesa, gli ottanta consiglieri regionali lombardi, in barba alla crisi, si sono concessi oltre cinquanta giorni di vacanza.
Tanti sono i giorni che passeranno tra l’ultima seduta che si è tenuta prima della pausa estiva e la prossima, che salvo sorprese dovrebbe essere fissata il 20 settembre.
Una vacanza di oltre 50 giorni, dal 29 luglio al 20 settembre, nonostante le sole 16 sedute effettive fatte dall’inizio dell’anno.
E nonostante lo stipendio che oscilla tra gli otto e i diecimila euro mensili.
Anche le riunioni delle commissioni, che dovevano iniziare già questa settimana, sono state rinviate alla prossima.
Un record che arriva dopo la pausa forzata di ben settanta giorni tra il 19 aprile e il 28 giugno, in concomitanza con una campagna elettorale, quella per Palazzo Marino, che con il Pirellone non aveva nulla a che fare.
Nel 2010 era andata allo stesso modo, ma almeno, allora, c’era stata la giustificazione della corsa per il Pirellone.
Nel frattempo dal mese di luglio giacciono in attesa di essere discussi ben tre progetti di legge che prevedono, tra l’altro, la riduzione del 10 per cento degli stipendi del consiglieri, l’abolizione dell’assegno vitalizio per gli ex consiglieri, il taglio del dieci per cento delle spese per la comunicazione dell’ufficio di presidenza, degli assessorati e dei singoli gruppi rappresentati nell’aula.
Piovuti dal cielo dopo l’approvazione all’unanimità di una mozione presentata da Italia dei valori che chiedeva, tassativamente, di tagliare i costi della politica regionale entro quest’anno.
Mentre il governatore Roberto Formigoni, nel frattempo, aveva promesso addirittura di ridurre le spese della sua giunta, ridurre il numero delle Regioni, accorpare i Comuni più piccoli e perfino le Asl della Lombardia.
La nuova legge regionale sui costi della politica deve essere approvata entro ottobre.
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
PER IL GIUSLAVORISTA FRANCO FOCARETA LA LEGISLAZIONE NAZIONALE DIVENTERA’ SUPERFLUA….ICHINO: “NON SI COLMA IN QUESTO MODO IL FOSSATO TRA GARANTITI E NON GARANTITI”
Che cosa cambia nel mondo del lavoro con l’emendamento approvato ieri sui contratti?
«Semplicemente si rende superflua la legislazione nazionale. I contratti e le leggi valgono a meno che sindacati e aziende non trovino l’accordo per farsene di propri». Parla così il professor Franco Focareta, docente di diritto del lavoro all’Università di Bologna, uno dei consulenti legali della Cgil e della Fiom.
Di parere diverso Pietro Ichino, illustre giuslavorista e senatore del Pd, non di rado su posizioni critiche rispetto al partito: «Non vedo particolari rischi nelle medie e nelle grandi aziende italiane dove la contrattazione non dovrebbe presentare sorprese: è infatti presumibile che in quelle realtà i sindacati e le imprese sottoscrivano accordi rispettosi dei diritti dei dipendenti . Piuttosto va osservato che le norme di cui si parla non rispondono alle richieste della Banca centrale europea che ci chiede di superare la distinzione tra garantiti e non garantiti nel mondo del lavoro. Questi provvedimenti rischiano invece di avere l’effetto opposto aumentando la distanza tra chi lavora nelle imprese più grandi e chi invece dovrà fare i conti con una miriade di norme ad hoc contrattate nelle piccole aziende».
Il nuovo articolo 8 della manovra, così com’è uscito dal voto di ieri, contiene alcuni aggiustamenti rispetto al testo originario.
L’obiettivo è sempre quello di offrire un «sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità », cioè, coma va ripetendo da tempo il ministro Sacconi, di privilegiare la contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale.
Il principio generale è che in periferia si può modificare tutta la legislazione del lavoro, compreso lo Statuto dei lavoratori, a patto che le modifiche non vadano contro la Costituzione.
Per cambiare le regole è sufficiente che l’accordo aziendale sia sottoscritto «da associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative».
Ieri è stata aggiunta la formula «a livello nazionale o territoriale».
Un favore alla Lega che può sperare un giorno di avere una fabbrica in Lombardia dove il suo sindacato, il SinPa, abbia la maggioranza assoluta tra i dipendenti.
Ma c’è un’ambiguità : il testo fa anche riferimento al recente accordo unitario tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria che esclude si possano firmare accordi pirata con sindacati di comodo.
Il rischio è che le aziende escano da Confindustria per modificare le leggi sul lavoro mettendosi d’accordo direttamente con i delegati delle fabbriche
Le uniche eccezioni alla deregulation di Sacconi riguardano le donne in gravidanza e i genitori che adottino figli: in quei casi non si possono sottoscrivere accordi di fabbrica che prevedano di risarcire con denaro i genitori che si è deciso di licenziare senza giusta causa.
Confermata, anche nella nuova formulazione, la retroattività della legge e l’estensione a tutti i lavoratori interessati degli accordi aziendali approvati a maggioranza anche nei mesi scorsi, com’è il caso delle intese alla Fiat di Pomigliano e di Mirafiori.
Paolo Griseri
(da “la Repubblica“)
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
CONTRATTI, PASSA LA DEROGA ALL’ART. 18: CON L’INTESA AZIENDALE SI POTRA’ LICENZIARE…L’ACCORDO LOCALE POTRA’ IGNORARE LE TUTELE DELLO STATUTO DEI LAVORATORI…ULTIMA FARSA: REDDITI ON LINE, MA SENZA I NOMI DEI CONTRIBUENTI
Le intese sottoscritte a livello aziendale o territoriale possono derogare ai contratti ed alle leggi nazionali sul lavoro, incluso lo Statuto dei lavoratori, ed alle relative norme, comprese quelle sui licenziamenti.
Tradotto in termini sostanziali, anche le aziende con più di 15 dipendenti potranno ricorrere più facilmente ai licenziamenti senza giusta causa – aggirando il divieto sancito dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – , potendo sfruttare misure di “indennizzo” alternative al reintegro del lavoratore, se questo potere sarà dato loro da un’intesa con i sindacati maggioritari in azienda.
La “rivoluzione” è contenuta nell’emendamento di maggioranza all’articolo 8 della Manovra, approvato dalla Commissione bilancio del Senato, ed ha immediatamente scatenato le proteste della Cgil e delle opposizioni.
La modifica all’articolo 8 – Il provvedimento passato in commissione stabilisce che, “fermo restando il rispetto della Costituzione, nonchè i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro”, le specifiche intese aziendali e territoriali “operano anche in deroga alle disposizioni di legge” ed alle “relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”.
L’emendamento prevede, in aggiunta, che le intese valide saranno non solo quelle “sottoscritte a livello aziendale o territoriale da associazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale” (come già prevedeva il testo della manovra), ma che anche le associazioni “territoriali” avranno la possibilità di realizzare specifiche intese “con efficacia nei confronti di tutti i lavoratori interessati” su temi come “le mansioni del lavoratore, i contratti a termine, l’orario di lavoro, le modalità di assunzione, le conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro”.
Restano escluse dalla contrattazione aziendale alcune materie e norme generali a tutela di diritti e interessi superiori.
Così non si potranno fare accordi locali su temi quali “il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio, il licenziamento della lavoratrice dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine dei periodi di interdizione al lavoro, nonchè fino ad un anno di età del bambino, il licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per la malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore ed il licenziamento in caso di adozione o affidamento”.
L’emendamento approvato prevede che anche i sindacati percentualmente più rappresentativi a livello territoriale possano sottoscrivere accordi con le aziende. la modifica all’articolo 8 del decreto stabilisce infatti che possono sottoscrivere le intese o le “associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale”, ovvero le “loro rappresentanze sindacali operanti in aziende”; le intese, inoltre, come già previsto, avranno “efficacia per tutti i lavoratori, a condizione di essere sottoscritte sulla base di un criterio maggioritario relativo alla presenze sindacali”.
“Le modifiche della maggioranza di governo all’articolo 8 – commenta Susanna Camusso, leader della Cgil – indicano la volontà di annullare il contratto collettivo nazionale di lavoro e di cancellare lo Statuto dei lavoratori, e non solo l’articolo 18, in violazione dell’articolo 39 della Costituzione e di tutti i principi di uguaglianza sul lavoro che la Costituzione stessa richiama”.
“Dicevano che non si toccava l’articolo 18, invece ora è possibile e viene scritto espressamente. Tutto questo è inaccettabile”, commenta Giovanni Legnini, senatore Pd.
Con il sì dei sindacati, riassume Achille Passoni, senatore Pd, si potrà anche licenziare: si apre la strada per la “possibile cancellazione in un contratto aziendale dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori; una pura follia giuridica e politica”.
“Il diritto del lavoro, con un balzo di dubbia costituzionalità , torna indietro di almeno sessant’anni – dice Stefano Fassina, responsabile Economia del Pd – le modifiche che consentono a un sindacato senza rappresentanza nazionale di derogare alle leggi dello Stato o ai contratti nazionali sono in radicale contraddizione con l’accordo del 28 giugno raggiunto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria”.
“L’Idv – commentano Antonio Di Pietro e Maurizio Zipponi, responsabile lavoro del partito – continua a sostenere che questa norma sul lavoro non c’entra nulla con il pareggio di bilancio, in quanto non ha ritorni di tipo economico. Il fatto di averla voluta rende esplicito l’odio con cui questo governo si rivolge al mondo del lavoro pubblico e privato, mentre difende con le unghie e con i denti tutti i privilegi di chi mai ha pagato”
“Le modifiche all’articolo 8 introdotte dalla Commissione bilancio contengono utilissimi elementi per la più certa interpretazione delle rilevanti novità previste dalla manovra relativamente alla capacità dei contratti aziendali e territoriali – afferma il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi – i soggetti abilitati a firmarli sono quelli comparativamente più rappresentativi e le loro rsa o rsu secondo quanto dispongono leggi e accordi interconfederali, compreso quello recente del giugno. Viene così accolta la richiesta espressa da Cisl e Uil a che fossero certamente evitati accordi ‘pirata’ con soggetti di comodo o senza rappresentatività “.
In serata la Commissione bilancio del Senato ha concluso l’esame degli emendamenti approvando il testo completo della Manovra.
Tra gli ultimi emendamenti recepiti c’è quello che cancella l’obbligo di indicare il nome della banca sulla dichiarazione dei redditi.
La commissione, su proposta del governo, ha pure modificato il testo là dove prevede la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi su internet da parte dei Comuni: si farà , ma senza nomi e cognomi dei contribuenti: compariranno solamente per aggregati e categorie. Una soluzione tutta da ridere.
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
ZERO GLI SGRAVI FISCALI, 3,4 MILIARDI DI EURO LE SPESE SOSTENUTE, 4 MILIONI LE TONNELLATE DI MACERIE DA RIMUOVERE, 1,2 MILIARDI DI TASSE ARRETRATE DA PAGARE, 13.000 I CANTIERI PER LE CASE ANCORA FERMI
Tornerete presto nelle vostre case. Non pagherete tasse. La ricostruzione sarà veloce. Trasparenza assoluta nella gestione. Vareremo incentivi ed esenzioni fiscali per attirare investimenti delle imprese.
Tra impegni solenni e chiacchiere a vuoto, per due anni il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul terremoto de L’Aquila del 6 aprile 2009 ha spesso straparlato, dando quasi i numeri.
E, numeri per numeri, ecco quelli che più degli altri documentano le sue false promesse, gli impegni assunti con gli aquilani e non mantenuti, il fallimento del modello di ricostruzione imposto alla città .
37.731 sono gli sfollati che ancora attendono di rientrare nella propria casa. Troppi, dopo due anni.
Di essi, 13.856 sono alloggiati nei 185 edifici del Progetto Case, i Complessi asismici ed ecocompatibili, dislocati in 19 aree intorno alla città ; 7.099 sono sistemati nei Map, Moduli abitativi provvisori, sparsi nelle 21 frazioni dell’Aquila e degli altri Comuni del cratere; 844 utilizzano abitazioni acquistate dal Fondo immobiliare Aquila e concesse in affitto; 1.126 godono degli affitti concordati con la Protezione civile in tutte le località danneggiate dal sisma; 62 si trovano in altre strutture comunali.
Ci sono poi 13.416 persone che beneficiano del contributo di autonoma sistemazione (600 euro mensili per ogni nucleo familiare), 1.077 sfollati ospitati in diverse strutture ricettive in Abruzzo e fuori e 251 persone alloggiate in caserme.
3.401.000.000 di euro è quanto è stato speso sinora per il terremoto, tra emergenza, assistenza alla popolazione e primi lavori di ricostruzione.
Una cifra colossale, anche se il ritorno alla normalità appare lontanissimo. Con un’ombra pesante sulla trasparenza dell’operazione.
4.000.000 sono le tonnellate di macerie prodotte dai crolli.
Il problema è che vengono smaltite al ritmo di 300 tonnellate al giorno.
Si continuasse così ci vorranno 444 mesi, oltre 36 anni per liberarsene.
Un disastro, lasciato in eredità dalla Protezione civile di Bertolaso che ha lasciato la città un anno fa senza mettere mano al problema.
90.000.000: si tratta dello stanziamento per l’istituzione di una zona franca per l’Aquila che attraverso facilitazioni fiscali e altri incentivi avrebbe dovuto invogliare imprenditori italiani e stranieri ad investire nel territorio devastato dal sisma.
L’allora presidente della provincia Stefania Pezzopane e il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente la proposero a Berlusconi e Gianni Letta l’8 aprile 2009, due giorni dopo il terremoto.
Il Cavaliere si impegnò solennemente, ma due anni sono passati e la zona franca nessuna l’ha vista, mentre il tasso di disoccupazione a l’Aquila e dintorni continua a salire secondo alcune rilevazione oltre l’11 per cento.
1.200.000.000 di euro sono le tasse arretrate che gli aquilani devono al fisco. Berlusconi aveva lasciato sperare in una totale esenzione.
Poi si è capito che era una semplice sospensione.
Solo che è durata fino a giugno 2010, tre mesi in meno del periodo concesso ai terremotati dell’Umbria.
E non basta: dopo avere ripreso a pagare dal luglio scorso le tasse correnti, gli aquilani hanno appurato che la restituzione degli arretrati dovrà avvenire in 5 anni e per il 100 per cento degli importi, mentre Umbria e Marche hanno cominciato a saldare le imposte sospese dopo 12 anni e solo per il 40 per cento del dovuto.
13.000 sono i cantieri per le case E, le più danneggiate, che devono ancora partire sia nel centro storico che nel resto della città .
Il ritardo è dovuto alla mancanza del prezzario delle opere e delle procedure per il finanziamento delle stesse, strumenti indispensabili che il commissario straordinario, il presidente della Regione Gianni Chiodi, è riuscito a varare solo alla fine di marzo.
Un intoppo che sta rimandando alle calende greche il ritorno alla normalità .
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
UNA RICERCA DELLE ACLI METTE IN LUCE LE FORTI DISEGUAGLIANZE RETRIBUTIVE TRA I DIPENDENTI DEL SETTORE PRIVATO…LAVORO NERO E OSTACOLI PER CHI LAVORA RAPPRESENTANO ALTRI PUNTI CRITICI PER LO SVILUPPO DEL PAESE
Quanto passa tra lo stipendio medio di un dirigente e la paga di un operaio?
Tanto, 356 euro al giorno per la precisione.
E ancora: rispetto alla retribuzione di un “quadro”, un operaio prende ogni giorno 127 euro in meno.
Con un impiegato, la differenza è invece di 22 euro.
A fotografare le diseguaglianze retributive sono le Acli all’apertura del 44° Incontro nazionale di studi, dedicato al tema del “Lavoro scomposto”.
Il rapporto dell’Iref – l’istituto di ricerca delle Associazioni cristiane dei lavorati italiani – mette a confronto le retribuzioni medie giornaliere dei lavoratori dipendenti nelle diverse professioni del settore privato.
Rispetto alla retribuzione media giornaliera (82 euro), un dirigente guadagna 340 euro in più al giorno, un quadro 111 euro, un impiegato 6 euro in più.
Ma la differenza si amplifica nei confronti di un operaio, la cui retribuzione è di 16 euro inferiore alla media.
Peggio di lui solo il lavoratore apprendista, che guadagna in meno 31 euro al giorno.
Le donne, rispetto agli uomini, ricevono in media al giorno 27 euro in meno.
“I dati mettono in evidenza una divaricazione eccessiva delle retribuzioni – sostiene il presidente delle Acli, Andrea Olivero – che non può non essere presa in considerazione in queste ore in cui si discute di sacrifici per il Paese. Occorre assolutamente ripristinare nella manovra economica il contributo di solidarietà e la misura patrimoniale”.
Quello sui salari è solo uno dei dati presi in considerazione dalle Acli per mostrare le contraddizioni di un mondo del lavoro “scomposto”.
Altro punto critico è il lavoro sommerso (12 posti di lavoro su 100 sono oggi irregolari, 18% al Sud e il 27% il Calabria) e i settori della ricerca e sviluppo.
I lavoratori della conoscenza nel settore privato in Italia sono poco più di centomila, di cui 35mila ricercatori, 41mila tecnici e 24mila altri addetti alla ricerca.
Nel confronto con altri Paesi a sviluppo avanzato, si nota che in Giappone il totale degli addetti è quasi sei volte superiore (683mila), tre volte in Germania (341mila).
In Italia, quasi un lavoratore su quattro (23%) ha un’occupazione “non standard”, ovvero non a orario pieno e non a tempo indeterminato: il 12%, pari a 2milioni e 700mila individui, è un lavoratore a tempo parziale, mentre l’11% è un atipico (tempi determinati e collaboratori).
Il lavoro a tempo parziale interessa maggiormente le donne: le lavoratici part-timer sono un 1milione e 800mila.
Per gli atipici il rapporto di genere è pressochè pari, mentre l’età evidenzia una buona quota di giovani (39%), ma soprattutto un’elevata percentuale di adulti (il 48% degli atipici ha tra i 30 e i 49 anni).
A livello europeo l’Italia fa parte del gruppo di Paesi nei quali i disoccupati di lunga durata (almeno 24 mesi) superano il 45% del totale dei disoccupati.
Parenti stretti dei disoccupati di lungo corso sono quella quota di inattivi che si è soliti definire “scoraggiati”, ovvero individui disponibili a lavorare ma che dichiarano di non cercare lavoro perchè sfiduciati rispetto alla possibilità di ottenere un impiego.
In Europa questo dato continua a oscillare attorno al 4% (sul totale degli inattivi) e sembra essere in moderata crescita per l’anno 2010 (4,6%).
In Italia invece il dato è più del doppio e tra il 2009 e i 2010 è cresciuto di quasi un punto percentuale, arrivando al 10%.
Nel complesso gli scoraggiati rappresentano 1 milione e mezzo di persone, in gran parte concentrate nelle regioni meridionali.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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Settembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
CRESCE IL TIMORE CHE LA BCE NON INTERVENGA PIU’ NELL’ACQUISTO DEI TITOLI DI STATO ITALIANI… E PALAZZO CHIGI TORNA A STUDIARE L’IPOTESI DI ALZARE L’IVA PER COPRIRE TUTTI I SALDI
“La verità è che Giulio ormai non è più una garanzia in Europa, non possiamo contare su di lui come lasciapassare per i palazzi di Bruxelles”.
Un Silvio Berlusconi sempre più assediato nel fortino di Arcore non nasconde, a chi gli ha parlato, tutta la sua preoccupazione.
Preoccupazione per i dubbi piovuti dalle autorità Ue sulla manovra salvaconti che il governo italiano sta faticosamente, confusamente portando avanti.
Sorpreso, raccontano, ancor prima che irritato, il Cavaliere lo è soprattutto perchè meno di 24 ore prima aveva tentato di rassicurare di persona i leader europei.
A margine del conferenza di Parigi sulla Libia.
“Io su questa manovra ci ho messo la faccia, ne ho parlato ancora con la Merkel, con Herman Van Rompuy, con Barroso, loro si fidano di me e ho promesso che faremo bene e in fretta” ripete il presidente del Consiglio.
A Palazzo Chigi, da un lato, sono portati a minimizzare l’uscita del portavoce del commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn.
Ma quell’allarme sull’eccessivo ricorso alle misure antievasione per recuperare risorse è ponderato, nasce da consultazioni e briefing informali tra le autorità a Bruxelles.
D’altronde, andava in quella direzione anche l’avvertimento a “non annacquare le misure adottate ad agosto”, lanciato dal presidente uscente della Bce Jean-Claude Trichet nell’intervista di ieri al Sole24ore in cui si legge una chiara minaccia sulla possibilità che Francoforti non compri più i nostri bot.
In ogni caso, Berlusconi si ritiene responsabile fino a un certo punto della situazione di incertezza generata anche oltre confine.
Se c’è un “artefice” dei tentennamenti che hanno generato confusione, quello è il suo ministro dell’Economia.
È stato l’inquilino di via XX Settembre a fare della sterzata sulla lotta all’evasione il marchio di questa manovra.
Tanto più dopo le correzioni apportate proprio da Tremonti due giorni fa con i “suoi” emendamenti depositati in commissione al Senato.
“Non ha la bacchetta magica e lo hanno capito anche in Europa” è una delle considerazioni più amare che alti dirigenti Pdl hanno sentito pronunciare dal premier in queste ore.
E tanto basta a questo punto per convincere ancor più il presidente del Consiglio del fatto che non sia rinviabile oltre un intervento sull’Iva.
Aumentare di uno-due punti l’imposta con un blitz della presidenza del Consiglio, come lo stesso Berlusconi ha ipotizzato da Parigi.
Ma non nei prossimi mesi, come preferirebbe il responsabile dell’Economia. “Non c’è altra strada per recuperare risorse certe e in tempi rapidi per rassicurare l’Europa e i mercati”, va ripetendo il capo del governo ai ministri più fidati.
Tutto questo mentre non solo a Bruxelles maturano i primi dubbi sulle misure antievasione che pure – assicurano dal Tesoro – garantirebbero un gettito quantificato dalla Ragioneria.
Ma già il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello invita per esempio a riflettere meglio sulla pubblicazione dei redditi dei contribuenti on line. Misura che sembra non abbia fatto esultare di gioia lo stesso Berlusconi.
Ma queste sono davvero ore di grande concitazione.
Lo scontro che poi in serata si fa frontale tra Roma e Bruxelles chiude un venerdì già di suo abbastanza nero.
Segnato dal nuovo tonfo di Piazza Affari, che perde quasi il 4 per cento, e dal differenziale tra i buoni del Tesoro i Bund tedeschi che torna a superare quota 330 punti, come nelle giornate d’agosto più infauste per la borsa italiana.
Mentre la maggioranza è già andata sotto in un’occasione sull’esame della manovra in commissione Bilancio.
Una situazione complessiva che il Quirinale tiene sotto controllo ora dopo ora, con una buona dose di preoccupazione.
I moniti lanciati dalle autorità comunitarie non sono stati presi affatto sotto gamba al Colle. Non fosse altro perchè il rigoroso rispetto dei saldi della manovra, l’obiettivo dell’azzeramento del deficit, le riforme per favorire la crescita sono i paletti che già il presidente Napolitano ha richiamato a più riprese nelle scorse settimane.
Invitando le forze politiche a un dialogo e a un confronto sui conti da risanare che invece non è mai decollato.
E rischia di non decollare mai, se è vero – come ipotizzavano ieri sera a Palazzo Madama – che un governo che vuol fare quanto più in fretta possibile si prepara a porre la fiducia al decreto non solo alla Camera, ma anche la settimana prossima in aula al Senato.
Fare in fretta d’altronde è il diktat imposto da Arcore da un presidente del Consiglio che ha già sulle spine per le sue faccende private.
Turbato e innervosito dall’inchiesta napoletana che ha portato in carcere Tarantini e schiaffato sui giornali le imbarazzanti intercettazioni sul caso escort.
Un motivo in più per premere sull’acceleratore del giro di vite, già previsto dal ddl approvato in Senato e in procinto di essere discusso alla Camera.
Non a caso berlusconiani di stretta osservanza come Cicchitto e Osvaldo Napoli preannunciano fin d’ora che il testo andrà “anticipato e messo in calendario subito dopo l’approvazione della manovra”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
UNA MANOVRA DEPRESSIVA SUL PIANO DEI REDDITI, DEI CONSUMI, DEGLI INVESTIMENTI E DELL’OCCUPAZIONE…E I CONTI NON TORNANO: CHE DIRA’ L’EUROPA?
Una volta tanto il presidente del Consiglio è stato di parola.
“Ho messo da parte le bottiglie per brindare all’accordo”, ha detto durante il vertice di maggioranza ad Arcore.
Dopo oltre sette ore l’intesa è arrivata.
Ma dall’estenuante braccio di ferro di Villa San Martino è uscito esattamente quello che Berlusconi auspicava: una “manovra-champagne”.
All’apparenza, spumeggiante e piena di bollicine. Nella sostanza, sempre più inconsistente e piena di buchi.
La partita politica dentro il centrodestra si chiude con un esito chiarissimo. Ora tutti alzano i calici, fingendo di aver portato a casa il risultato.
La verità è ben diversa.
L’unico vincitore è il Cavaliere, che ha messo in riga Tremonti e Bossi.
“Non metto le mani nelle tasche degli italiani”, aveva tuonato il premier.
In nome di questo slogan da propaganda permanente, ha preteso e ottenuto la cancellazione del contributo di solidarietà sui redditi superiori ai 90 mila euro.
Così, almeno in parte, ha evitato quel bagno di sangue perpetrato soprattutto ai danni del ceto medio, che avrebbe avuto un costo elettorale per lui insopportabile.
Era l’unico obiettivo che gli stava a cuore. L’unico vessillo, psicologico e quasi ideologico, che voleva issare di fronte ai cittadini-elettori.
C’è riuscito. Ma ai danni dei suoi alleati. E anche ai danni del Paese.
La “manovra-champagne” è solo un’altra, clamorosa occasione mancata. È confusa nè più nè meno di quelle che l’hanno preceduta. È altrettanto povera di senso e di struttura.
Soprattutto, è altrettanto ininfluente sul piano del sostegno alla crescita, per la quale non c’è una sola misura di stimolo.
E dunque è altrettanto depressiva sul piano dei redditi, dei consumi, degli investimenti, dell’occupazione.
D’altra parte, non poteva non essere così.
Tre manovre radicalmente diverse, affastellate in un mese e mezzo, sono il segno inequivocabile del caos totale che regna dentro una maggioranza pronta a tutto, pur di galleggiare e di sopravvivere a se stessa.
Berlusconi ha ridicolizzato Tremonti. Il ministro dell’Economia aveva annunciato una prima manovrina all’acqua di rose a giugno, spiegando che l’Italia era a posto sul debito e sul deficit.
Travolto dalla crisi europea e dall’ondata speculativa dei mercati, ha presentato una manovra-monstre da 45 miliardi a luglio, spiegando che “in cinque giorni tutto è cambiato”.
Si è presentato ad Arcore chiedendo che quel pacchetto d’emergenza non fosse toccato, per evitare guai con la Ue e traumi sugli spread.
Ebbene, quel pacchetto, al vertice di Arcore, non è stato “toccato”: è stato totalmente distrutto.
Della manovra tremontiana di luglio non resta quasi più nulla. Salta il contributo di solidarietà , saltano i pur risibili tagli ai costi della politica, salta la cancellazione dei piccoli comuni.
Berlusconi ha umiliato Bossi. La Lega pretendeva la supertassa sugli evasori fiscali e la salvaguardia delle pensioni “padane”. Non ha spuntato niente.
La maxi-patrimoniale si è annacquata in un più tollerante giro di vite sulle società di comodo alle quali i lavoratori autonomi intestano spesso appartamenti, auto di lusso e barche.
Quanto alla previdenza, il Senatur non solo non salva le camice verdi, ma deve incassare un intervento a sorpresa sulle pensioni di anzianità dalle quali, ai fini del calcolo, verranno scomputati gli anni riscattati per la laurea e il servizio militare. Peggio di così, per il Carroccio, non poteva andare.
A dispetto dei trionfalismi di Calderoli, ormai ridotto a un Forlani qualsiasi.
La partita economica sul risanamento, viceversa, si chiude con un esito assai meno chiaro.
La rinuncia al contributo di solidarietà (congegnato in modo iniquo perchè non teneva in alcun conto i carichi familiari e il cumulo dei redditi) attenua solo in parte il grave squilibrio della manovra, che resta comunque fortemente sbilanciata sul fronte delle tasse.
L’aumento delle aliquote Iva è solo rinviato alla delega fiscale e assistenziale.
La riduzione di 2 miliardi dei tagli a comuni e regioni non impedirà l’aumento delle addizionali Irpef e l’abbattimento dei servizi sul territorio e del Welfare locale. L’intervento sulla previdenza è solo un’altra “tassa sul pensionato”, ed è lontano anni-luce dalla riforma che servirebbe al Paese per stabilizzare definitivamente la spesa, cioè il passaggio al sistema contributivo pro-rata per tutti.
Così riformulata, questa terza manovra berlusconiana è piena di buchi.
Come si arrivi ai 45 miliardi promessi resta un mistero, ancora più insondabile di quanto non lo fosse già la seconda manovra tremontiana.
Quanto valgono le misure anti-elusione contro le società di comodo?
Quanto frutteranno i maggiori poteri attributi ai comuni nella lotta all’evasione? Nessuno lo sa.
Le uniche certezze riguardano quelli che sicuramente pagheranno fino all’ultimo euro il costo di questo ennesimo compromesso al ribasso firmato dalla coalizione forzaleghista.
Gli enti locali, per i quali restano tagli nell’ordine dei 7 miliardi.
I dipendenti pubblici, per i quali restano lo stop degli straordinari, il differimento del Tfr e il contributo di solidarietà , oltre tutto non più deducibile.
E adesso anche le cooperative, per le quali si profila una drastica riduzione della fiscalità di vantaggio.
Un blocco sociale ed economico vasto, ma con un denominatore comune: non appartiene alla constituency elettorale del centrodestra. È stato “selezionato” per questo. E per questo merita lacrime e sangue.
Certo, da consumato spacciatore di merchandising politico, nella “sua” manovra Berlusconi ha voluto anche le bollicine.
Il contributo di solidarietà solo per i parlamentari. La soppressione di tutte le province e il dimezzamento del numero dei parlamentari.
Misure che fanno un certo effetto mediatico e simbolico.
Sono rigorosamente affidate a disegno di legge costituzionali (dunque non si faranno in questa legislatura, e quindi probabilmente non si faranno mai).
Ma a sentirle annunciare, sembrano colpire al cuore la “casta” che il Cavaliere (pur facendone parte) finge di disprezzare.
Resta un problema, drammatico per il Paese, che misureremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
La “manovra-champagne” la puoi far ingoiare a un po’ di pubblico domestico, meno informato o male informato dai bollettini di Palazzo Grazioli.
Ma fuori dai confini della piccola Italia, purtroppo, è tutta un’altra storia.
I finanzieri della business community, i tecnocrati della Bce e i partner dell’Unione Europea, sono la moderna “società degli apoti” di Prezzolini: loro non la bevono.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Bossi, denuncia, economia, emergenza, finanziaria, governo, Lavoro, LegaNord, Parlamento, PdL, Politica | Commenta »
Agosto 28th, 2011 Riccardo Fucile
IN UN ANNO 12.000 PUBBLICAZIONI IN MENO: PER LA PRIMA VOLTA IN 30 ANNI LA PRODUZIONE SCIENTIFICA ARRETRA…SEI RICERCATORI OGNI DIECIMILA ABITANTI E SOLO LO 0,4% DEL PIL: ULTIMI IN EUROPA
Abbiamo ricercatori resistenti e talentuosi, capaci di una produttività da fabbrica tessile
cinese.
Ma il sistema della ricerca italiana – scientifica e umanistica – è crollato.
Ora ci sono i numeri, offerti dal lavoro di una docente di economia e organizzazione aziendale all’Università di Bologna e di un esperto bibliometrico (uno statistico che studia le pubblicazioni scientifiche) olandese.
Il “paper” di Cinzia Daraio e Henk Moed reso noto da Research Policy ci dice che per la prima volta in trent’anni la produzione scientifica dell’Italia ha smesso di crescere e dà segnali di arretramento.
Esperimenti e scoperte, nuova conoscenza prodotta nelle biblioteche universitarie e nei nostri centri di ricerca. Arretra, tutto questo, come quota percentuale dell’intera produzione mondiale e in termini assoluti come numero di articoli scientifici pubblicati.
Sul piano quantitativo le pubblicazioni italiane hanno conosciuto un percorso di crescita dal 1980 (erano 9.721) al 2003 (sono diventate 39.728, quattro volte tanto). Nei cinque anni successivi si è proceduto tra depressioni e fiammate fino al 2008: 52.496 articoli italiani resi pubblici nel mondo, un record.
L’anno dopo, il 2009 (ultimo dato conosciuto), il crollo: dodicimila pubblicazioni in meno, poco sopra quota 40 mila, bruciata la crescita di cinque stagioni.
«Il confronto europeo è schiacciante », spiega Cinzia Daraio illustrando i successivi grafici.
Siamo ultimi per numero di ricercatori rispetto alla popolazione: sei ogni diecimila abitanti.
Metà della Spagna e un terzo della Gran Bretagna.
Siamo ultimi (insieme a una Spagna che ci ha appena raggiunto) per investimenti pubblici nella ricerca: sono lo 0,4% del Prodotto interno lordo.
E i nostri privati non riescono a sostituirsi a Stato, Regioni e Università , il loro investimento arriva solo allo 0,6% del Pil.
Nelle collaborazioni internazionali, quelle che spesso forniscono il prodotto intellettuale più nuovo e solido, tra i sei “big europei” siamo penultimi.
Eravamo secondi negli Anni Ottanta.
In generale, il contributo italiano alle pubblicazioni nel mondo è pari al 3,3%.
«C’è una trentennale disattenzione della politica italiana verso la ricerca», dice la Daraio, «e oggi assistiamo all’inizio del declino della scienza italiana».
È interessante notare come i ricercatori italiani restino i primi per produttività individuale: ogni due anni esce un nostro nuovo lavoro realizzato insieme a uno studioso straniero.
Si chiama “effetto di compensazione”: per bilanciare gli investimenti risicati, gli studiosi italiani si impegnano più degli altri.
Non è un caso se molti “portavoce” di progetti internazionali siano di casa. Dice Cinzia Daraio: «Abbiamo difficoltà a competere sui fondi europei per la ricerca, portiamo a casa meno di quanto versiamo.
Gli altri paesi fanno piani ventennali e influenzano le scelte della Ue, noi ci ritroviamo con i professori a fare fotocopie degli scontrini per le note spese da presentare a Bruxelles».
Il lavoro pubblicato da Research Policysegnala una generale difficoltà europea di fronte ai grandi investimenti fatti nelle ultime stagioni dai paesi asiatici, in particolare dal governo cinese.
In quindici anni la Cina ha quadruplicato le prestazioni superando di slancio l’Italia (nel 1999), la Francia (2002), la Germania (2005) e il Regno Unito (nel 2006).
Di fronte a questa massa di lavoro, però, il numero delle citazioni dei dossier cinesi resta ampiamente al di sotto di quello dei paesi occidentali.
Corrado Zunino
(da “La Repubblica“)
argomento: denuncia, economia, emergenza, governo, Lavoro | Commenta »