Destra di Popolo.net

LA PRECARIA CHE HA FATTO ARRABBIARE BRUNETTA: “VOLEVO SOLO FARGLI CAPIRE CHE CHIEDIAMO RISPETTO”

Giugno 16th, 2011 Riccardo Fucile

“VOLEVAMO AVERE VOCE E IL MINISTRO, CON IL SUO COMPORTAMENTO NEVROTICO, CE L’HA DATO INVOLONTARIAMENTE”

La donna che ha fatto «arrabbiare» Brunetta si chiama Maurizia è laureata in Orientalistica, ha un master, un dottorato, ha fatto diverse missioni all’estero, è precaria da 15 anni di cui 6 ad “Italia Lavoro” dove si occupa di immigrazione.
E non vuole un posto fisso.
Cosa voleva dire al ministro?
Volevo fargli capire quale può essere l’altra faccia dell’innovazione di cui parla: un lavoro precario, senza tutela e riconoscimento. Volevo spiegargli questo paradosso: come i miei colleghi mi occupo di reinserimento nel mondo del lavoro di soggetti fragili, ma la mia agenzia produce per prima precarietà , disoccupazione e spreco delle competenze. Tradisce la sua missione. Questo volevo fargli sapere, e con grande educazione.
Brunetta dice che siete provocatori, che volete il posto fisso e che in questo paese nessuno è disposto a scaricare le cassette al mercatogenerale. E’ così?
Il provocatore è lui, la smettesse di insultare i precari dicendo che non hanno voglia di lavorare. A noi lui non interessa, non è il nostro obiettivo. Se a quel convegno ci fosse stato Sacconi o la Polverini sarebbe stato lo stesso: volevamo avere voce e il ministro, grazie al suo atteggiamento nevrotico, ce l’ha data. Quanto al posto fisso non tutti i precari lo vogliono. Chiedono – prima ancora – tutele, rispetto delle competenze, continuità  nel reddito.
Cos’ha pensato quando il ministro è scappato?
Che è debole e molto arrabbiato per via delle amministrative e dei risultati del referendum.
Perchè avete formato una Rete? Il sindacato non vi tutela?
I sindacati, come i partiti, non sempre riescono a rappresentarci, ma quando lo fanno la collaborazione funziona
Pensa che Brunetta debba dimettersi?
Spero che a dimettersi sia tutto il governo

(da “La Repubblica“)

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FAMIGLIE SEMPRE PIU’ INDEBITATE: I RISPARMI CROLLANO DEL 50%

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

IN 20 ANNI MESSI DA PARTE 20 MILIARDI IN MENO….SI E’ PASSATI DA 4.000 A 1.700 EURO PRO CAPITE

Risparmio ridotto al minimo per finanziare la spesa corrente.
È l’effetto della crisi globale che continua a cambiare le abitudini delle famiglie italiane.
Dopo aver tagliato i consumi, è quindi calata anche la capacità  di risparmiare. Al punto che negli ultimi cinque anni i debiti sono schizzati alle stelle fornendo una fotografia dell’Italia molto simile a quella degli Stati Uniti dove, da sempre, si compra a credito.E il cuscinetto di sicurezza che fino ad oggi ha messo al riparo i conti dello Stato inizia a sgonfiarsi.
Le cifre dei bilanci famigliari arrivano dall’Adusbef che, elaborando dati della Banca d’Italia, ha calcolato una crescita della passività  del 55% da 595,6 a 923,3 miliardi di euro.
Nel frattempo si è dimezzato il “forziere” accumulato negli anni è sceso da 60 a 30,6 miliardi (-49%). Anche perchè nell’immaginario collettivo il mattone resta il bene rifugio per eccellenza e così l’acquisto della casa è in cima ai desideri degli italiani: per un terzo delle famiglie l’investimento immobiliare è la principale forma di utilizzo del surplus monetario.
Secondo Adusbef, infatti, a crescere sono proprio i debiti a «medio e lungo termine» passati da 425,6 a 643,4 miliardi di euro.
Cifre destinate — in larga misura — alla spesa per mutui, ma in tempo di crisi rispettare le scadenze delle rate è diventato più difficile e l’associazione a tutela del consumatore sottolinea come dal 2006 al 2010 sia «notevolmente» aumentato il numero delle famiglie in difficoltà  nell’onorare i propri impegni: le sofferenze sono salite del 46,9%.
A due cifre anche il tonfo dei risparmi che tra il 2002 e il 2010 è arrivato al -67,75%. Nell’ultimo anno è addirittura sceso del 26,6%.
Per il presidente Adusbef, Elio Lannutti, e il segretario dell’associazione, Mauro Novelli «il risparmio privato declina velocemente al perdurare della crisi finanziaria internazionale e un numero sempre maggiore di famiglie in difficoltà  vede chiudersi il canale bancario e deve far ricorso alle finanziarie, a tassi crescenti».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche i dati presentati dall’Ufficio Studi di Confcommercio: negli ultimi 20 anni il risparmio complessivo si è ridotto di circa 20 miliardi.
Addirittura, se nel 1990 ogni 100 euro di reddito ne generavano 23 di risparmio, lo scorso anno la soglia è scesa sotto i 10 euro.
In termini reali, quindi, il risparmio annuo pro capite è calato del 60%: da 4mila a 1.700 euro.
Un trend negativo e preoccupante nel lungo periodo, ma — almeno per il momento – il confronto con gli altri Paesi vede l’Italia in una posizione di vantaggio.
Nello studio Adusbef si sottolinea come «pur cresciuti dal 2004, i nostri debiti privati del 2010 superano appena il 60% del reddito disponibile».
Per le famiglie francesi si avvicina all’80%, in Germania sale al 90% e in Spagna al 110%.

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MEDICI, PILOTI E VIGILI DEL FUOCO: LA SICUREZZA AFFIDATA AI PRECARI

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

SONO 20.000 I VIGILI DEL FUOCO PRECARI SENZA FERIE, PERMESSI E MALATTIA…BEN 864 I PILOTI ALITALIA E AIR ONE …INFINE SONO 8000   I MEDICI PRECARI, CON ALTRI 4.000   A RISCHIO POSTO DI LAVORO

Mettereste la vostra vita nelle mani di un precario? Già  lo fate senza saperlo.
Infatti la denuncia del ministro Tremonti sull’abuso dei contratti atipici coinvolge anche professioni delicate come vigili del fuoco, piloti d’aereo e medici.
«Ci sono 20mila vigili del fuoco precari» spiega Riccardo Coladarci, vigile del fuoco precario e delegato per Roma dell’Alvip, l’associazione dei lavoratori (tutti) vittime del precariato.
«Si organizzano corsi per formare vigili volontari precari, che andrebbero impiegati nelle emergenze e non, come avviene, per sopperire a una carenza permanente di organico. Non abbiamo ferie, nè permessi di studio, nè malattia e non possiamo permetterci di assentarci per evitare ritorsioni. Però in servizio facciamo riferimento al contratto nazionale. Come precari non abbiamo diritto al servizio lavanderia interno e quindi portiamo a nostre spese giaccone e pantaloni antifiamma in lavanderie che lavano via anche lo speciale trattamento ignifugo. Abbiamo i doveri di un assunto ma non i diritti».
Non solo, casco, guanti, giaccone e pantaloni antifiamma dovrebbero essere, per legge, personali, invece i precari lo condividono con altri colleghi.
Come accade anche per la categoria dei piloti civili. Anche qui tanti i precari.
Un esempio: nei gruppi Air One e Alitalia pre-Cai lavoravano 2.500 piloti, 864 dei quali sono entrati in cassa integrazione dalla fine del 2008.
«I cassintegrati vengono richiamati con contratti a termine e poi tornano in cassa integrazione» dice Sandro Apolloni, vice direttore dipartimento tecnico Unione Piloti (UP), cassintegrato.
«A ottobre 2012 finirà  la cassa integrazione, poi tre anni di mobilità . Chi non potrà  andare in pensione si troverà  senza lavoro e senza pensione».
In tutto ciò i piloti precari devono sempre assicurare il massimo livello di sicurezza, sostenendo per legge costosi corsi di addestramento, rinnovando licenza e certificato medico.
«Se sei precario devi pagare di tasca tua dai 250 agli 800 euro l’ora per ogni simulazione di volo» dice Roberto Spinazzola, di Alitalia-Cai.
Anche la richiesta “lavorare meno lavorare tutti” non è stata accolta, come dice Riccardo Rosi, responsabile cassintegrati UP, cassintegrato. «I precari coprono la carenza di un organico sempre più ridotto: crescono i pensionati ma non gli assunti».
Situazione simile anche per i medici precari, circa ottomila secondo le stime della Funzione pubblica (Fp) Cgil Medici.
Ci sono poi i precari “invisibili”, con rapporti di lavoro anomali come consulenze e “gettoni”. «I tagli alla spesa regionale metteranno in pericolo 4mila posti di lavoro di medici tra i 35 e i 45 anni» dice Massimo Cozza, segretario nazionale della Fp Cgil Medici.
«Si bloccherà  il turnover, sovraccaricando i medici assunti, che già  fanno orari assurdi, tra straordinari e ferie non godute».
Questa instabilità  genera inefficienza, specialmente in settori nevralgici come il pronto soccorso. Il rischio di errore clinico inoltre aumenta nelle ultime ore del turno.
«Perciò abbiamo protestato in Toscana perchè le anestesiste in maternità  non vengono rimpiazzate, sovraccaricando i medici rimasti. Al Policlinico di Roma abbiamo ottenuto che i precari, quasi tutti in pediatria, rimangano fino a fine anno, anche se il contratto è scaduto a maggio. I piccoli pazienti si sarebbero trovati senza assistenza».
Oggi si deve lottare persino per essere precario.

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IDENTIKIT DEI GIOVANI ITALIANI: TRA PRECARIETA’ E PARTECIPAZIONE

Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile

LA RICERCA DI “TERMOMETRO POLITICO” DISEGNA I TRATTI DEGLI UNDER 25…IL SOGNO RESTA IL POSTO FISSO, HANNO POCA VOGLIA DI POLITICA E TANTA FIDUCIA IN NAPOLITANO E NELLA MAGISTRATURA… BOCCIATO SENZA APPELLO BERLUSCONI: GLI DA’ LA SUFFICIENZA SOLO IL 20%

Assediati dalla precarietà .
E con il dito puntato contro l’evasione fiscale, causa principale delle ingiustizie sociali del Belpaese.
In cerca del lavoro a tempo indeterminato e pronti a difendere le pensioni dei genitori. Sono alcuni dei tratti che, secondo un sondaggio di Termometro Politico, disegnano l’identikit degli under 35.
Una ricerca ricca di dati che sarà  presentata oggi a Roma .
Un incontro in cui 110 universitari discuteranno con esponenti della mondo della politica e dell’impresa.
Per mettere nero su bianco le possibili cure per il welfare state italiano.
La ricerca si basa sui dati raccolti attraverso 800 interviste telefoniche.
E il lavoro è una priorità  che accomuna tutti.
Oggetto del desiderio: essere impiegati in modo stabile, trovare il tanto agognato posto fisso.
L’87% dei giovani è disposto a uno stipendio più basso, a patto che sia a tempo indeterminato.
Certo, non manca la voglia di scommettere in proprio sul futuro: il 71% degli intervistati sarebbe disposto ad investire in una attività  imprenditoriale.
E la ricerca del lavoro? Per il 34% si tratta di conoscere le persone giuste, per il 33% l’essenziale è aver svolto stage ed esperienze lavorative.
E solo il 23% del campione indica nello studio universitario la base per il successo professionale.
Lo scontro generazionale non è, per il campione di intervistati, la causa principale dei problemi sociali del Paese.
Il 79%, infatti, non sarebbe disposto a tagliare le pensioni ai genitori in cambio di garanzie sul proprio trattamento previdenziale.
La musica cambia per l’evasione fiscale, indicata dal 45% come la principale fonte di ingiustizia sociale.
Che secondo il 23.2% è invece da attribuire alla configurazione corporativa del mondo del lavoro.
Significativa la speranza di cambiamento: la maggioranza degli under 35 nutre fiducia nel futuro del Paese.
Più del 75% dei giovani confessa di non aver mai pensato di impegnarsi direttamente in politica.
Significativi anche i dati sul livello di fiducia verso le istituzioni.
Promossi a pieni voti Magistratura (67%), Forze dell’ordine (75%) e soprattutto il Presidente della Repubblica: l’operato di Giorgio Napolitano gode del 77% dei consensi.
Più basso l’indice di fiducia nei sindacati (48%), mentre risultano piuttosto critici i giudizi sulla Chiesa cattolica (38%) e sui partiti politici (24%)
Alla domanda sulla propria collocazione politica, il 22,5% si dichiara di sinistra, il 34,9% di centrosinistra, l’11,1% di centro.
Il centrodestra si ferma al 20,3% e la destra all’11,2%.
Bocciato senza appello il presidente del Consiglio.
A Silvio Berlusconi solo il 20% dei giovani italiani dà  un voto superiore al 5.
Ben due terzi degli intervistati non arrivano al 4.
E il 44,3% assegna al premier il voto più basso: uno.

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INDIGNADOS: I GIOVANI D’EUROPA SI SVEGLIANO SUL WEB E SI MOBILITANO PER CHIEDERE LAVORO E DIGNITA’

Giugno 2nd, 2011 Riccardo Fucile

RIFORMA ELETTORALE PROPORZIONALE, LOTTA ALLA CORRUZIONE, SEPARAZIONE DEI POTERI, FORME DI VIGILANZA DEI CITTADINI SULLA POLITICA, CONTROLLO DEL SISTEMA BANCARIO, MISURE PER GARANTIRE IL DIRITTO ALLA CASA, AGEVOLAZIONI PER LE AZIENDE CHE ASSUMONO…UNA PIATTAFORMA CHE NON E’ DI DESTRA O DI SINISTRA, SOLO DI BUON SENSO

Madrid. Due settimane. Quasi niente, ma anche un’eternità .
Soprattutto se si pensa che lo straordinario spettacolo di un movimento nato dal nulla, capace di occupare in contemporanea decine di piazze schivando pesanti ostacoli legali, e di raccogliere in un baleno mezzo milione di simpatizzanti sui social network, è un fenomeno del tutto inedito nella storia d’Europa.
Tanto da aver subito provocato — in quello che qualcuno vede già  come l’inizio di un inarrestabile “effetto domino” — il primo significativo contagio nel Paese che è il vero “grande malato” del continente: le migliaia di “indignati” greci che da giorni protestano sulla piazza Sintagma di Atene contro le durissime misure di austerità  del governo Papandreou, hanno risposto a tempo di record all’appello che arrivava dalla Puerta del Sol.
“Svegliatevi”, hanno detto loro gli amici spagnoli, ormai convinti che a Madrid “stiamo riscrivendo la storia”.
Non ci hanno pensato due volte: una pagina su Facebook, una martellante campagna su Twitter, e anche la Grecia si è messa in moto, senza etichette partitiche, con la consegna irrinunciabile al pacifismo, e poche idee chiare capaci di convogliare nelle piazze la rabbia popolare.
E’ l’effetto miracoloso delle wiki-revoluciones, come le ha battezzate il sociologo Manuel Castells. Rivolte digitali frutto di un lavoro collettivo, dove alla fine è impossibile attribuire il merito o la colpa di quello che sta accadendo a un singolo individuo,o a un gruppo ristretto di persone.
Senza leader, a differenza della politica tradizionale,ma con una capacità  di far circolare idee e proposte a un ritmo forsennato grazie a Internet.
E poi basta un clic del mouse per far scattare il passaggio dal virtuale al reale.
Dal computer alla piazza.
Il problema, semmai, viene dopo. E in Spagna stanno cominciando a pensarci seriamente. Perchè sta tutto qui il senso della sfida, tanto grande da provocare una sensazione di vertigine a chi ci si è trovato in mezzo.
Come consolidare e rendere produttiva un’energia che nessuno immaginava potesse esplodere con la forza che si è vista in questi quindici giorni?
In altre parole: cosa vogliono fare da grandi i protagonisti del movimento “15M”?
Ne discutono senza sosta, giorno e notte, in decine di assemblee, non più solo nelle grandi piazze dei centri storici (proprio ieri a Madrid hanno convocato 250 riunioni in tutti i quartieri della capitale e nei comuni vicini).
Dal nucleo iniziale che ha dato vita alla protesta del 15 maggio — Democracia Real Ya — diventato ormai solo una piccola parte di un meccanismo molto più vasto e complesso, era partita una proposta di programma in otto punti, nella convinzione che da quella bozza si potesse arrivare a un consenso generale.
Si andava dall’eliminazione dei privilegi della classe politica, con la pubblicazione obbligatoria dei patrimoni e l’ineleggibilità  per gli imputati di corruzione, a una serie di misure contro la disoccupazione, tra cui il pensionamento a 65 anni, agevolazioni per le aziende con minore percentuale di contratti part time e proibizione dei licenziamenti collettivi nelle imprese in attivo.
Da una serie di misure per favorire il diritto alla casa, alla soppressione di posti inutili nella pubblica amministrazione.
Dai provvedimenti fiscali (aumento delle imposte sulle grandi fortune, tassa sulle transazioni internazionali) a un controllo più rigido sul sistema bancario, con la nazionalizzazione degli istituti in difficoltà  e la proibizione dei piani di salvataggio pubblici.
E poi ancora: riforma della legge elettorale in senso proporzionale e referendum vincolanti su questioni di grande interesse.
Programma vastissimo, forse troppo, tanto che alla fine hanno deciso di limitarlo, almeno in partenza, a quattro punti essenziali: riforma elettorale, lotta contro la corruzione, separazione effettiva dei poteri, creazione di meccanismi di controllo della cittadinanza sulle decisioni della politica.
Il guaio è che, con le regole snervanti della democrazia strettamente assembleare che gli indignados si sono imposti, qualcuno comincia a dubitare che si possa arrivare a decisioni concrete.
Ancora è presto per capire se ci troviamo di fronte a una versione riveduta e aggiornata del Maggio francese 1968 o, al contrario, a un grande e inconcludente happening.
“Meno circo e più rivoluzione”, ammonisce un grande striscione affisso alla Puerta del Sol.
Ma lì, nel cuore della protesta, tra tende da campeggio e grandi stand, banchetti per la raccolta di firme e biblioteca, ufficio informazioni e capannelli dove chiunque prende in mano un megafono ed espone le proprie ragioni — al vecchio stile dello Speaker’s Corner londinese — si vede ormai un po’ di tutto.
Compreso l’angolo “dell’amore e della spiritualità ”, con sessioni di yoga e tai chi, massaggi orientali e momenti di riflessione.
Con le telecamere dei grandi network puntate addosso — dalla Cnn alla Bbc ad Al Jazeera — i giovani della Spanish Revolution sentono il peso di una responsabilità  forse troppo grande. Dimostrare che “costruire una democrazia migliore” è possibile.
I migliori sociologi osservano, in parte smarriti, e cercano di capire.
C’è chi, come Javier Elzo, specialista nel comportamento e nei valori della gioventù all’Università  di Deusto, si chiede: “Cos’è rimasto dell’indignazione degli studenti francesi che lo scorso anno si ribellarono contro la riforma del sistema pensionistico?”.
O, per citare un caso più recente, cosa resterà  della mobilitazione dei book bloc britannici, in rivolta contro l’aumento delle tasse universitarie?
In Portogallo, un movimento nato appena due mesi fa, “Geraà§ao a rasca” (generazione nei guai) sembra aver già  esaurito la sua carica innovativa.
Ma lo scontento per un modello economico che crea emarginati, precari e nuovi poveri, si è ormai esteso su scala continentale.
E non è più limitato ai Paesi “fanalino di coda”.
Persino la solida Germania scuote alle fondamenta la classe politica.
Per il momento penalizzando alle urne i cristiano-democratici della cancelliera Angela Merkel, e premiando i Verdi come non era mai accaduto in passato.
Il futuro dirà  se il vento di Madrid, con le sue raffiche per ora irregolari ma ancora poderose, sarà  capace di raggiungere l’intera Europa.

Alessandro Oppes
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PISAPIA AVANTI DI 17 PUNTI TRA AUTONOMI E PROFESSIONISTI, DI BEN 30 PUNTI TRA I LAUREATI

Maggio 31st, 2011 Riccardo Fucile

DA UN SONDAGGIO SWG EMERGE UN ELETTORATO GIOVANE E COLTO PER IL CENTROSINISTRA E UNA SVOLTA LABURISTA DELLE PARTITE IVA…AUDIENCE ANZIANA E TELEVISIVA AL CENTRODESTRA, INCAPACE DI ASCOLTARE E INTERPRETARE IL CAMBIAMENTO E L’INSICUREZZA SOCIALE

Due novità  di carattere socio-politico hanno tenuto banco in queste settimane a Milano ed entrambe hanno in qualche misura accompagnato la vittoria di Giuliano Pisapia.
Il radicale pronunciamento di settori della borghesia più tradizionale e (soprattutto) lo spostamento di consensi dentro il lavoro autonomo, che pure aveva rappresentato storicamente una constituency del voto di centrodestra.
La prima novità  è stata scandita dalle interviste pro-Pisapia di diversi esponenti delle èlite industriali e finanziarie e dalla nascita di un gruppo di saggi capitanati da Piero Bassetti.
La seconda è stata fotografata da alcune analisi del voto del primo turno, realizzate dalla «Swg» per conto dello staff di Pisapia, analisi che segnalano come tra gli elettori laureati ci siano stati 30 punti di differenza a favore del centrosinistra e come tra i lavoratori autonomi Pisapia abbia sopravanzato la Moratti di ben 17 punti (tra i lavoratori dipendenti Giuliano stava sopra Letizia di 15 punti).
A stare all’insieme delle elaborazioni «Swg» il centrosinistra avrebbe avuto dunque un elettorato più giovane, più colto, più inserito nell’attività  produttiva mentre il centrodestra avrebbe presidiato meglio gli strati a bassa scolarità  e più avanti con gli anni.
Un’audience molto televisiva, viene da commentare.
Come si spiega questo che appare un vero e proprio ribaltone?
Non è facile rispondere a caldo, però è probabile che sia in qualche maniera mutata la cultura di fondo dei professionisti, dei commercianti e delle partite Iva milanesi.
La Grande Crisi che ha colpito questi strati, che ne ha tarpato le ali e evidenziato una condizione di debolezza in termini di protezioni sociali, può aver favorito una migrazione – non sappiamo quanto temporanea – da un orientamento prettamente «liberale» a una visione «laburista» della propria collocazione sociale.
Anche da un punto di vista lessicale ormai siamo abituati ad accomunare un giovane avvocato o un architetto junior alla voce «precario», cosa che evidentemente sarebbe stata improponibile dieci o forse ancora cinque anni fa.
Se dai giovani passiamo ad analizzare chi tra i legali, i commercialisti e gli architetti il lavoro ce l’ha vediamo che c’è sicuramente uno strato d’eccellenza (il 24%) che si è internazionalizzato e che dovrebbe aver risentito meno della crisi, ma il grosso (ben il 57%) lavora solo per la città  o al massimo per la Lombardia.
Mentre non si è ancora sviluppato un intenso rapporto con il resto del Nord.
Se focalizziamo la condizione di vita e il posizionamento delle partite Iva il senso di retrocessione appare ancora più evidente.
Chi sceglieva la via del lavoro autonomo lo faceva in nome dell’indipendenza e di un certo gusto del rischio, oggi accade esattamente il contrario.
Spesso si apre una partita Iva sotto il segno della dipendenza da un unico committente e della totale assenza di potere negoziale.
Che c’entra Pisapia con tutto ciò?
Soggettivamente forse poco e tutto sommato i temi del lavoro autonomo non sono stati certo centrali nella sua campagna ma il candidato-sfidante ha comunque usufruito della svolta laburista per affinità  politica e in certa misura per una maggiore capacità  di ascolto dispiegata attraverso il presidio dei social network.
Il voto alla fine ha risentito di questa nuova composizione sociale, dei conseguenti slittamenti culturali e della disillusione nei confronti di alcune parole-chiave tipiche del centrodestra.
Un caso a sè è il meccanismo della gestione separata dell’Inps, un tema molto sentito sulla piazza milanese.
Si può far ricorso alla retorica del lavoro autonomo nei comizi e poi, pur avendo le leve dell’amministrazione comunale e provinciale, non avanzare nemmeno la più elementare delle proposte come quella di creare una «casa delle partite Iva» che fornisca a pagamento servizi e formazione continua?
Ma torniamo alla borghesia tradizionale.
Sicuramente Milano è un terreno d’osservazione privilegiato per analizzare le trasformazioni del capitalismo italiano.
Oscurato il ruolo delle grandi famiglie, in ribasso la stella della finanza dura e pura, il cuore del sistema ormai gira attorno alle grandi banche.
Se le imprese milanesi una volta facevano la spola con Roma per il giro dei sette ministeri, ora nell’epoca della spesa-pubblica-zero tutto si sposta in banca.
Torna a Milano e mostra l’inutilità  dei partiti che stanno al governo.
I criteri di finanziamento, la creazione delle reti di impresa, l’impostazione delle politiche di settore e di filiera via via tendono a passare dalle anticamere dei grandi player del credito.
Se davvero come si dice Intesa e Unicredit dovessero cooperare per il rilancio delle infrastrutture del Nord, ciò diventerebbe evidente anche per quanto riguarda la trasformazione del territorio.
E si realizzerebbe un’ulteriore perdita di ruolo dell’intermediazione della politica romana.
Anche qui: che c’entra tutto ciò con Pisapia?
Direttamente poco, ma spiega come tutte queste esperienze e culture non tendono più ad affluire nel centrodestra ma prendono le strade più disparate facendo mancare però linfa vitale all’asse Pdl-Lega. E determinando anche un distacco con la borghesia più tradizionale.
Lo stesso ragionamento vale per il ruolo delle fondazioni bancarie e anche qui la causa sta nella difficoltà  di finanziare dal centro le politiche di welfare.
Per dirla con Nanni Moretti di «Habemus Papam», c’è «un deficit di accudimento» da parte della politica nei confronti dei ceti urbani vulnerabili che invece nel momento del bisogno si trovano a fianco istituti della società  civile, una rete di secondo welfare fatta di fondazioni, filantropia, volontariato, fondi privati.
Ed è abbastanza evidente che le reti della solidarietà  non presentano molti punti di contatto con il centrodestra, anche in virtù della fortissima e controproducente polemica scatenata a Milano dalla Lega contro il cardinale Tettamanzi, che ha dato vita proprio a un fondo di sostegno alle vittime della crisi.

Dario Di Vico
(da “Il Corriere della Sera“)

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DRAMMA FINCANTIERI: CRISI DELLE CROCIERE E CONCORRENZA COREANA, COSI’ L’ITALIA HA PERSO IL SUO PRIMATO

Maggio 26th, 2011 Riccardo Fucile

ORDINI CROLLATI IN TRE ANNI, ORA ANCHE I TEDESCHI VENDONO DI PIU’…I PAESI ASIATICI HANNO PRESO IL SOPRAVVENTO NEL MERCATO DEI MERCANTILI….DAL REX ALL’ANDREA DORIA: QUI SONO STATI COSTRUITI PEZZI DI STORIA DELLA NAVIGAZIONE

Da quanti punti si può prendere la devastante crisi della cantieristica italiana? Nell’arco di un triennio, il mercato delle costruzioni si è assottigliato al punto che quello che Fincantieri costruiva in un anno (dodici navi) ora è quasi il portafoglio ordini mondiale da qui al 2014 (14 navi, 6 per Fincantieri).
Ma è proprio perchè il male è noto da tempo che il piano fa ancor più infuriare lavoratori e istituzioni.
«Ci sentiamo presi in giro, per anni Fincantieri ha detto di voler ampliare il suo cantiere di Sestri, ribaltandolo in mare e ora che il governo ha stanziato 70 milioni di euro annuncia di volerlo chiudere. Se il piano non viene ritirato questa città  entrerà  in sciopero generale», annuncia il sindaco di Genova Marta Vincenzi.
Il conto più salato lo paga la Liguria, regione che vive di mare, che concentra nei suoi tre porti il sessanta per cento del traffico italiano di container, che ha costruito le ammiraglie della marineria italiana e le grandi navi militari.
La chiusura di Sestri Ponente (777 dipendenti) e il trasferimento forzato di cinquecento degli ottocento dipendenti del cantiere di Riva Trigoso si tradurrebbe nella perdita secca di duemila posti di lavoro, se si estende il dato anche alle aziende dell’indotto.
«Diciamo la verità , il problema della cantieristica italiana è la mancanza di ordini, non il piano industriale Se gli ordini arrivassero, non saremmo pronti a finanziare le navi come finanziamo quelle che fanno in Corea» dice Giovanni Berneschi, presidente della banca Carige.
In effetti, per l’economia ligure la chiusura di Sestri sarebbe un colpo mortale. Nessuno accetta che possa essere cancellata la fabbrica-simbolo di Genova, nata duecento anni fa sulla spiaggia per mano di un maestro d’ascia, sopravvissuta all’Unità  d’Italia, a due guerre mondiali, a tutte le crisi economiche.
Qui sono nati il Rex, l’Andrea Doria, la Michelangelo, una via l’altra fino alla Costa Pacifica, 114.500 tonnellate di stazza lorda, la più grande nave mai costruita per un armatore italiano (la Costa).
Due bacini sempre in servizio, il primo in cui si costruisce lo scafo e il secondo che serve per l’allestimento.
In mezzo, cerimonie di varo mutate nel tempo, prima lo scivolamento a mare, poi l’allagamento del bacino.
Tecniche differenti, uguale suggestione.
Ogni varo, una festa, per gli operai e per la città . Perchè un cantiere che costruisce navi è ricchezza e lavoro per tutto il territorio.
Così è stato fino al 2007, perchè Fincantieri aveva affidato a Sestri Ponente il compito di costruire navi da crociera, affiancando i cantieri di Marghera e Monfalcone.
Poi l’inizio della flessione: il portafoglio ordini, nel 2008, è ancora gonfio di navi, ma l’attività  comincia a rallentare.
Le navi vengono consegnate e non vengono sostituite da altre con la stessa intensità .
Impossibile, d’altra parte, pensare ad altri tipi di navi.
Da tempo Fincantieri è uscita dal business delle navi mercantili, ormai appannaggio quasi esclusivo dei cantieri asiatici (Corea e Cina hanno insieme il 70% del mercato mondiale), più economici e veloci.
Alle navi da crociera ci si aggrappa così quasi con disperazione, ma gli italiani non sono soli.
Anche tedeschi e francesi si fanno avanti e, forti di condizioni finanziarie e di accesso al credito migliori di quelle italiane, si assicurano i pochi ordini ancora in circolazione.
Dopo vent’anni di leadership mondiale, ad aprile Fincantieri scivola al secondo posto nel mercato delle costruzioni di navi da crociera, superata dai cantieri tedeschi Meyer Wert (sette navi a sei) e insidiata con tre unità  dai francesi di Stx Europe (la cui proprietà  è però coreana).
A settembre 2010 Repubblica entra in possesso del piano industriale e lo rende noto.
L’azienda, che non può smentirne l’esistenza, garantisce che mai lo applicherà . L
unedì l’incontro con i sindacati: due cantieri chiusi, uno ridotto ai minimi termini, così come indicato nel primo piano.
In compenso sono aumentati gli esuberi, erano 2450 nella versione di settembre, ora sono 2511.

Massimo Minella
(da “La Repubblica“)

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CHIUSURA FINCANTIERI, SCONTRI A GENOVA: FERITI DUE OPERAI

Maggio 24th, 2011 Riccardo Fucile

LAVORATORI PRESI A MANGANELLATE, ASSALTO ALLA PREFETTURA… ESPLODE LA RABBIA OPERAIA ANCHE A CASTELLAMMARE… IL GOVERNO DORME, LA LEGA TUTELA SOLO MARGHERA

Esplode la protesta dei lavoratori Fincantieri contro il piano industriale dell’azienda nel quale si prevede, tra l’altro, la chiusura dello storico cantiere navale di Genova, a Sestri Ponente, e dell’impianto stabiese, nel Napoletano, oltre al ridimensionamento di Riva Trigoso.
Tesa la situazione a Genova: un gruppo di operai ha trascinato davanti all’ingresso della Prefettura alcuni cassonetti dell’immondizia, con cui i lavoratori hanno cercato di sfondare il cordone di polizia, bersagliato da un fitto lancio di fumogeni, petardi, pietre, bottiglie ed altri oggetti contundenti.
Scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine in assetto antisommossa.
I lavoratori hanno scandito slogan e insulti contro Giuseppe Bono, amministratore delegato dell’azienda, e hanno esposto uno striscione contro Bono e il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani.
Due operai sono rimasti feriti da manganellate nei tafferugli con gli agenti, uno in modo più grave alla testa. «Abbiamo ricevuto l’attenzione dello Stato», è stato il commento ironico di un suo collega.
L’altro operaio ferito ha avuto una contusione, anche lui alla testa.
Contuso un agente.
«Vogliamo incontrare il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non ministri finti. Finchè non riceveremo una data certa resteremo qui» ha detto Bruno Manganaro, della Fiom ligure, al termine di un primo incontro con il prefetto di Genova, Francesco Musolino, e con i rappresentanti delle istituzioni locali, che ha fatto allentare un po’ la tensione davanti alla Prefettura.
«Ci hanno dato tutti ragione – ha aggiunto Manganaro – dal prefetto al presidente della regione Claudio Burlando alla sindaco di Genova Marta Vincenzi. Poi ci hanno fatto parlare con il ministro Romani, che ci ha detto “dovete fidarvi, non si chiude niente”. Noi invece non ci possiamo fidare, vogliamo ,la data certa – ha concluso – di un incontro ai massimi livelli».
«Di fronte alle tensioni che si stanno determinando sul piano Fincantieri è assolutamente necessario che il governo prenda un’iniziativa e promuova un immediato incontro con le organizzazioni sindacali» ha detto il leader Pd Pier Luigi Bersani.
Una delegazione degli operai Fincantieri di Castellammare di Stabia incontrerà  il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro a Palazzo Santa Lucia per discutere sulla situazione dello stabilimento, a rischio chiusura. L’incontro è previsto alle 16 di questo pomeriggio.
Non solo scontri a Genova, però.
Sempre in mattinata un gruppo di operai ha bloccato, in entrambe le direzioni, la strada statale sorrentina.
La circolazione dei veicoli è interrotta all’altezza di Pozzano, tra i comuni di Castellammare di Stabia e Vico Equense, il bivio nel quale da mesi sono soliti protestare i lavoratori Fincantieri.
Sul posto, il personale dell’Anas e le forze dell’ordine per gestire la viabilità  e per le indicazioni dei percorsi alternativi.
E un gruppo di operai di Riva Trigoso ha bloccato anche l’ingresso dell’autostrada
A 12 di Sestri Levante. I lavoratori si erano radunati in piazza della Repubblica e si sono poi diretti al casello autostradale.
Uomini e mezzi delle forze di polizia sono schierati davanti al casello, i dimostranti bloccano la strada di fronte.
Lunedì sera tre operai hanno fatto irruzione nel Municipio di Castellammare di Stabia, occupando gli uffici del Comune, e costringendo il sindaco Luigi Bobbio, il vice sindaco, Giuseppe Cannavale, il comandante dei vigili urbani, i capigruppo dei partiti ed alcuni consiglieri comunali a rimanere a lungo asserragliati negli uffici.
La rabbia dei lavoratori si è trasformata in violenza e gli operai hanno preso di mira vetri, mobili e suppellettili del Comune.
Quattro tra sovrintendenti e agenti di polizia feriti, medicati in ospedale e giudicati guaribili con prognosi tra i 6 e i 7 giorni.
Alle fasi di estrema tensione si è arrivati già  lunedì sera al termine di una giornata difficile e convulsa, cominciata in mattinata con il trasferimento a Roma, con sei autobus, di operai di Fincantieri e di aziende dell’indotto, che nella Capitale hanno effettuato un lungo, estenuante presidio, sotto la sede di Confindustria, in viale dell’Astronomia, in occasione dell’incontro dell’osservatorio strategico di Fincantieri con le segreterie nazionali di Fim, Fiom e Uilm.
La situazione è precipitata quando è arrivata la notizia della decisione di chiudere lo stabilimento di Castellamare, prevista dal piano industriale dell’azienda.
La delusione e la rabbia si sono trasferite nella tarda serata di nuovo in Campania.
Gli autobus hanno fatto rientro a Castellammare ed i lavoratori si sono accalcati davanti al Municipio. Fino all’irruzione negli uffici del Comune.

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LA COMUNITA’ ISLAMICA DENUNCIA LA LEGA PER RAZZISMO

Maggio 24th, 2011 Riccardo Fucile

A GALATEA IL CARROCCIO ROMAGNOLO ACCUSA GLI STRANIERI DI NON RISPETTARE LE REGOLE…”MA COME, LAVORIAMO, PAGHIAMO REGOLARMENTE LE TASSE E LE BOLLETTE, LE SCUOLE RESTANO APERTE GRAZIE AI NOSTRI FIGLI, APRIAMO ATTIVITA’ COMMERCIALI E DOBBIAMO PURE SENTIRCI DIFFAMATI?”

“Hanno offeso la nostra onorabilità , vogliamo un risarcimento”.
Così la comunità  di Galeata (2500 abitanti, il 20 per cento immigrati) si ribella al Carroccio romagnolo: “Le scuole restano aperte perchè sono arrivati i nostri figli, paghiamo le tasse, l’assicurazione dell’auto, lavoriamo. E provocazioni violente non ne vogliamo più”.
E gli esponenti del Carroccio che fanno? Danno la colpa alla sinistra e rincarano la dose: “Se hanno i soldi per gli avvocati si paghino anche il loro centro culturale”
Per la prima volta in Italia si sono organizzati e, dopo l’ennesimo siluro poco politicamente corretto (per non andare oltre) si sono rivolti a un avvocato e hanno firmato in calce perchè vengano denunciati e avere un risarcimento.
E’ successo così che gli islamici residenti in un paese della provincia di Forlì hanno fatto causa alla Lega Nord.
La numerosa comunità  musulmana di Galeata, ha deciso di ricorrere alle vie legali contro la Lega Nord della Romagna, accusata di averli denigrati.
Gli islamici forlivesi hanno quindi dato mandato ad un legale di procedere contro il Carroccio romagnolo, a tutela della propria onorabilità .
Ad esacerbare gli animi è stato un volantino apparso nei giorni scorsi per le vie del paese dal titolo “Aquè…u’iè caidoun cu sraza”, che tradotto significa: “Qui c’è qualcuno che non rispetta le regole”, a firma della Lega Nord Romagna.
Dopo aver ribattuto con un “contro-volantino” intitolato “Galeata unita contro tutti i razzismi”, gli islamici han deciso di passare ai fatti, avvalendosi della legge.
Galeata è un piccolo paese del forlivese, di sole 2500 anime, di cui il 20% immigrati, la percentuale più alta della regione.
Tutto parte da una regolare richiesta presentata al Comune dall’associazione “Per l’integrazione” per trasformare l’edificio in via Don Giulio Facibene di proprietà  della Postelegrafonica da attività  commerciale a centro culturale, ossia un luogo di riunione per la comunità .
L’ipotesi però non piace a i militanti e politici della Lega che subito si attivano con un documento: “Se la comunità  ha i soldi per pagarsi la moschea perchè non comprano libri di scuola per i loro figli e, perchè, se c’è da sborsare un centesimo, non li fanno partecipare ad attività  scolastiche, gite, uscite, compleanni dei loro compagni, perchè spesso non pagano le utenze di acqua, luce, gas, affitto, bollo, assicurazione”.
Altrettanto pronta la risposta degli islamici : “Sono affermazioni false, ingiuriose e diffamatorie. Circa 40 persone offrono i loro risparmi per pagare l’affitto mensile della sede. Tutti i nostri associati sono onesti lavoratori con famiglie che da 16 anni hanno contribuito e stanno contribuendo a far crescere l’economia di tutta la Val Bidente. Gestiamo attività  commerciali, paghiamo regolarmente le bollette e tutti usiamo la macchina con l’assicurazione valida. E molte scuole, se non fossero arrivati i nostri figli, avrebbero chiuso”.
Ora sarà  la legge a decidere chi ha ragione o meno.

Felicia Buonomo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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