Febbraio 18th, 2018 Riccardo Fucile
L’ODISSEA DI UNA FAMIGLIA ALLA VIGILIA DELL’INCONTRO SUI 500 TAGLI ANNUNCIATI DALLA MULTINAZIONALE… SONO QUESTI I PROBLEMI REALI DELL’ITALIA, LA SICUREZZA DEL LAVORO, NON LE “PERCEZIONI” DA PSICHIATRIA
Che strana, la fabbrica. Un giorno ti regala l’amore, un altro ti getta nell’angoscia di non avere più un
futuro sereno. Andrea e Senes si sono conosciuti alla Embraco: «Lavoravamo già lì da un po’ ma non ci eravamo mai visti L’azienda propose un nuovo orario di 36 ore e finimmo nello stesso turno. Iniziammo a frequentarci. Nel 2002 ci siamo sposati», raccontano.
Lei ha 48 anni e lavora al montaggio, lui ha cinque anni in meno e si occupa dell’involucro esterno dei compressori per frigoriferi.
Entrambi sono in forza allo stabilimento di Riva presso Chieri da oltre 20 anni ed entrambi rischiano il licenziamento. «Da noi ci sono tante coppie nella nostra situazione, anche perchè in quella zona di Chieri la Embraco è l’ultima grande azienda rimasta. Quindi in passato era facile che la gente del posto trovasse lavoro lì».
Ecco perchè tra i 497 lavoratori a rischio (su 537), ci sono decine di famiglie che dipendono esclusivamente dall’azienda e che stanno col fiato sospeso.
«Da un momento all’altro rimarremo entrambi senza un reddito. In questi anni abbiamo acquistato casa, e dobbiamo finire di pagarla, ci siamo comprati la macchina, e abbiamo ancora un anno di rate. Poi ci sono le bollette, il riscaldamento. È una routine che improvvisamente viene messa in discussione. E hai paura di non riuscire più a pagare il mutuo o la mensa della bambina».
Lei si chiama Marta (il nome è di fantasia) e ha otto anni. Sa che mamma e papà stanno passando un brutto momento perchè li vede sempre più nervosi.
«Ha capito la situazione, ascolta i notiziari con noi. Lei però è ottimista, perchè non ha un quadro completo della situazione. Pensa che troveremo un altro lavoro, ma noi sappiamo che non è affatto semplice».
Di sicuro, non lo è in questa fase. Perchè i lavoratori della Embraco sono in un limbo: formalmente hanno ancora un impiego e in effetti continuano ad andare in fabbrica a produrre compressori.
E paradossalmente è anche per questo che oggi fanno fatica non solo a trovare un lavoro ma persino a cercarlo. «Abbiamo provato a guardarci in giro, ma tutti ci dicono di aspettare e di vedere come va a finire. Ci suggeriscono di non licenziarci, perchè rimarremmo senza nulla, mentre se fosse l’azienda ad allontanarci avremmo la Naspi, che se venissimo assunti altrove diventerebbe un incentivo. Questo ci fa sentire come merci: aspettano che valiamo di più per capire se prenderci».
Così Andrea e Senes restano lì, aggrappati a un lavoro che diventa sempre peggio.
«La Embraco ha disdetto il contratto integrativo. Significa che abbiamo 50 centesimi in meno all’ora e che non ci sono nè la mensa nè il contributo alle spese di trasporto». Meno stipendio e stop ai benefit.
Ma la paura più grande è di rimanere senza niente. «Siamo attentissimi alle spese. Non possiamo più permetterci il superfluo e non sprechiamo più nulla. Però vogliamo che la nostra bimba continui ad andare al corso di danza. Sta diventando la sua passione e non vogliamo che la nostra situazione pesi su di lei».
Tutto il resto è un misto di delusione, rabbia e ansia.
«L’azienda era già in difficoltà nel 2004, ma ai tempi la crisi si risolse in fretta. Ora è diverso. A fine ottobre ci hanno detto che il lavoro si sarebbe ridotto e che non potevamo più accedere ai contratti di solidarietà . All’inizio non credevamo che sarebbero arrivati a licenziarci, ma poi vedevamo che ai tavoli sindacali la Embraco non portava mai nulla. Il 10 gennaio la capogruppo Whirlpool ha annunciato i 497 licenziamenti».
Il 25 marzo scadono i 75 giorni previsti dalla legge per scongiurarli. Fino ad allora occorre provare a crederci ancora. Domani a Roma ci sarà un nuovo incontro tra il ministro allo Sviluppo Carlo Calenda, i sindacati e i manager della Embraco: «Vediamo che per altre aziende, come Alcoa e Ideal Standard, sono state trovate soluzioni. Speriamo che quelle dei politici non siano solo chiacchiere e che possano trasformarsi in qualcosa di buono per il futuro. Noi lavoratori ci abbiamo sempre messo il massimo impegno. All’azienda lo abbiamo dimostrato ogni giorno in cui siamo entrati in fabbrica. Ma non è bastato».
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 15th, 2018 Riccardo Fucile
PREMIATA LA LOTTA DEI LAVORATORI DELLA FABBRICA DEL SULCIS, PRESERO PURE LE MANGANELLATE DALLO STATO ITALIANO
A quattro anni dalla chiusura degli impianti è stato firmato al ministero dello Sviluppo economico l’accordo per la cessione dello stabilimento ex Alcoa di Portovesme da Invitalia al gruppo svizzero Sider Alloys.
“Oggi non è una conclusione ma l’inizio di un processo e come ho detto chiaramente ai lavoratori, si festeggerà quando uscirà il primo lingotto di alluminio fino ad allora c’è solo da lavorare”, ha detto il ministro Carlo Calenda.
La cessione dello stabilimento di Portovesme è avvenuta in seguito a una doppia firma: la prima per il passaggio dagli americani e Invitalia e la seconda dall’Agenzia per l’attrazione degli investimenti a Sider Alloys.
“Per noi la vicenda Alcoa è simbolica, oltre che concreta, perchè la sua crisi nasce dall’idea che determinate produzioni in Occidente — e in particolare in Italia — non si potessero più fare”, ha spiegato Calenda sottolineando che si tratta di un concetto “che non condividiamo”, visto che l’Italia “è importatrice di alluminio e per noi è importante aver dato una prospettiva ad azienda e operai”.
La vertenza sindacale era stata aperta nel 2009, perchè Alcoa avrebbe voluto abbattere gli occupati a causa dei costi operativi (prezzo dell’energia, costo delle materie prime e obsolescenza degli impianti).
Tre anni più tardi il colosso statunitense aveva annunciato la chiusura all’interno di un piano di ristrutturazione globale dell’azienda.
Nel 2012 la fermata della produzione nello stabilimento sardo, dove si producevano 150mila tonnellate di alluminio e lavoravano 800 persone tra dipendenti diretti e indotto.
Dopo diverse trattative fallite, tra le quali quella con Glencore, il Mise ha proposto di mettere in campo Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, perchè facesse da filtro tra la multinazionale dell’alluminio e potenziali acquirenti dell’impianto.
La multinazionale Sider Alloys incontrò il governo per la prima volta nel 2016, manifestando il proprio interesse ad acquisire lo stabilimento.
Adesso la firma porterà al revamping degli impianti grazie a un piano di investimenti da circa 135 milioni di euro, integrato da un contributo a fondo perduto di 8 milioni di euro e un finanziamento da 84 milioni di euro che Sider Alloys rimborserà in 8 anni a un tasso agevolato.
In più, il gruppo svizzero ha garantito la costruzione di un nuovo impianto per le vergelle che costerà circa 10 milioni di euro e trovato un accordo con Enel per la fornitura dell’energia elettrica.
Il piano industriale verrà ora discusso con i sindacati, che hanno già chiesto un incontro ufficiale perchè “al momento siamo al buio”, dice la leader della Fiom-Cgil Francesca Re David.
Sider Alloys prevede di comprare l’allumina da Rusal, uno dei maggiori produttori mondiali, per tornare a produrre circa 150mila tonnellate di alluminio primario grazie al lavoro di 376 lavoratori diretti e altri 70 a contratto.
Con l’obiettivo di inserirne altri 50 nel caso in cui venisse riavviata la fabbrica degli snodi.
Calenda non ha escluso la possibilità di corroborare l’impegno degli svizzeri con la stessa Invitalia e con una quota della società riservata agli stessi operai.
L’obiettivo del governo “è quello di rimettere il Sulcis in condizione di fare il ciclo completo dell’alluminio” e in questo senso, “Invitalia sta avendo un ruolo sempre più importante, perciò ho chiesto loro di verificare una possibile partecipazione nell’azionariato della nuova società che gestirà l’impianto ex Alcoa per rafforzare e dare spalle al nuovo investitore”, ha spiegato il Calenda aggiungendo che ha chiesto anche “di pensare se è plausibile — d’accordo con l’investitore — avere una quota della società riservata ai lavoratori che hanno combattuto per tenere l’impianto aperto”.
La cessione è stata “resa possibile dalla tenacia dei lavoratori che oggi, come dal primo giorno della vertenza, presidiano lo stabilimento, deve dare la possibilità di rioccupazione a tutti i lavoratori, con tempi e modalità che saranno stabiliti dal confronto, che da settimane come Fiom stiamo sollecitando”, spiega la Fiom. “Rimane da affrontare il tema degli ammortizzatori sociali per l’area di crisi complessa, oramai in scadenza per oltre 500 lavoratori il prossimo giugno — notano i metalmeccanici della Cgil — e che ha bisogno di una continuità per accompagnare il processo di riavvio della produzione di alluminio nel Sulcis”.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
L’IMPIANTO PASSERA’ DALLA PRODUZIONE DI SANITARI A QUELLA DI SAMPIETRINI… DECISIVA LA MEDIAZIONE DEL MINISTRO, A DIMOSTRAZIONE CHE CONTANO I FATTI NON I CIALTRONI PADAGNI CHE FANNO SELFIE CON GLI OPERAI E POI SE NE FOTTONO
Svolta positiva per la vicenda dello stabilimento Ideal Standard di Roccasecca, in provincia di Frosinone.
Al Ministero dello Sviluppo Economico è stata siglata oggi l’intesa tra la società e Saxa Grass per consentire a quest’ultima di rilevare l’impianto in continuità aziendale, quindi con tutti i lavoratori e con un piano di investimenti supportato da Governo e Regioni per 30 milioni di euro.
Ad annunciarlo è stato il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, al termine del tavolo sulla vertenza. Il sito che impiega circa 300 persone passerà a produrre Sampietrini da materiale di scarto (oggi invece nella fabbrica si realizzano sanitari).
A Roccasecca sarà realizzato “un nuovo prodotto, un sampietrino non in pietra ma che è un esempio di economia circolare”, ha spiegato Calenda.
Tutto è stato fatto in tempi record per evitare che la procedura di mobilità avesse avuto corso: sindacati e azienda stanno procedendo per revocarla.
Il ministro ha spiegato che tutto avverrà in continuità aziendale perchè si tratta del passaggio di un ramo d’azienda. Non c’è un controvalore per il passaggio, anzi, Ideal Standard contribuirà con una “dote”.
Calenda ha fatto sapere inoltre che il passaggio formale tra le due società “avverrà il 22 febbraio”. Per il ministro la conclusione della vertenza rappresenta “una bella storia.
Soddisfatto anche il sindaco della città , Giuseppe Sacco: “È stato un miracolo e in città c’è entusiasmo, ora possiamo guardare al futuro con sano ottimismo”, ha detto. Per il primo cittadino si tratta “di una bella storia di reindustrializzazione” che è stata possibile grazie “all’apprezzabile lavoro di Governo e Regione”, e aggiunge: “Siamo soddisfatti di come si sia chiusa la vertenza dopo due mesi molto difficili”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 6th, 2018 Riccardo Fucile
IGMETAL HA OTTENUTO L’INTESA PILOTA, IN COMPENSO LE AZIENDE POTRANNO AUMENTARE LA QUOTA DI DIPENDENTI CHE VOGLIONO ALLUNGARE A 40 ORE… UNA PIETRA MILIARE DI ACCORDO TRA INTERLOCUTORI SERI
Ormai gravava la minaccia di uno stop di 24 ore, dopo che IgMetall aveva già organizzato qualche sciopero breve che aveva avuto il sapore di un’avvisaglia.
E stamane il potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi ha fatto sapere di aver raggiunto un’intesa nel Baden-Wuerttenberg. Si tratta di un accordo-pilota, ma è destinato a fare storia.
Nella regione di Daimler e Porsche a 900mila lavoratori è stato riconosciuto un aumento in busta paga del 4,3%, ma soprattutto il diritto ad accorciare la settimana lavorativa a 28 ore, per un periodo massimo di due anni.
E la settimana accorciata potrà essere chiesta più di una volta, durante la carriera lavorativa. Per contro, le aziende potranno aumentare la quota di dipendenti che vogliono allungare la settimana di lavoro a 40 ore.
Soprattutto: chi avrà bisogno di occuparsi dei figli piccoli o di parenti malati o svolge un lavoro usurante non subirà neanche il taglio dello stipendio, a fronte del taglio delle ore. Un punto su cui sindacati e aziende si erano scontrati duramente.
E’ un’intesa che prevedibilmente verrà estesa a breve ai 3,9 milioni di lavoratori metalmeccanici del resto della Germania.
Per il capo di IGMetall, Jà¶rg Hofmann, si tratta di una “pietra miliare verso un mondo del lavoro moderno, in cui ognuno potrà scegliere per sè”.
Il presidente di Gesamtmetall, Rainer Dulger commenta: “è la pietra angolare del lavoro flessibile del 21. secolo”.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
UN TERZO DELLE NUOVE AZIENDE AGRICOLE E’ DI UNDER 35, SIAMO PRIMI IN EUROPA
Chi l’ha detto che i giovani vogliono soltanto fuggire verso altri lidi? C’è una buona fetta di loro che
ancora si mette in gioco, in Italia.
Senza nulla togliere al problema della ‘fuga dei cervelli’, che anzi è quanto mai urgente affrontare con riforme radicali che vanno dall’Università al mercato del lavoro, i dati della Camera di Commercio di Milano, MonzaBrianza e Lodi sono un inno all’imprenditoria che nasce e cresce in casa: nello scorso anno in Italia sono nate circa 300 imprese giovanili al giorno lungo tutta la penisola (circa 110mila), pari al 30,5% di tutte le imprese iscritte nel 2017.
Roma (8.276), Napoli (7.073), Milano (5.594) e Torino (3.312) i territori con il maggior numero di imprese giovani iscritte nel 2017, ma sono al Centro Sud i territori dove i giovani pesano di più sul totale delle nuove imprese, Nuoro (44%), Crotone (42,2%), Reggio Calabria (41,9%), Vibo Valentia (41,1%) ed Enna (41%).
La schiera dei giovani che fanno impresa in Italia supera quella dei partenti: “Stando agli ultimi dati Istat disponibili”, dicono dalla Camera di Commercio, “nel 2016, sono stati circa 61mila i giovani emigrati, tra 18 e 39 anni, che hanno trasferito la propria residenza all’estero, mentre si contano circa 114mila imprese giovanili (18 – 34 anni) che hanno aperto un’attività in proprio nel 2016”.
I giovani in Italia fanno impresa soprattutto nel settore del commercio (circa 21 mila iscrizioni), dell’edilizia (10.369), nell’agricoltura (9.850) e nel comparto dell’alloggio e ristorazione (6.124).
Ci sono alcuni esempi portati alla Villa Reale monzese in occasione del Tavolo Giovani #internazionale 2018 Cultura: nuovi modi di vivere la cultura: c’è il Museo di Arte Urbana Aumentata e la galleria d’arte online che espone giovani talenti.
E ancora la piattaforma del cinema on demand con le proiezioni richieste direttamente dagli spettatori e la “caccia al tesoro” per scoprire i beni culturali della città .
Tra le altre start up presenti, anche chi propone percorsi esperienziali per scoprire l’arte attraverso il gioco, itinerari di cicloturismo alla scoperta di paesaggi e beni culturali non abitualmente esplorati, la rete online di negozi che supporta le Non Profit del territorio e trasforma lo shopping in donazioni, il teatro come strumento per scoprire luoghi e storie dimenticate.
Dati confermati anche dalla Coldiretti, che vede un particolare dinamismo nel suo settore di appartenenza: “L’Italia con 53.475 imprese agricole italiane condotte da under 35 è al vertice in Europa nel numero di giovani in agricoltura, con un aumento del 9% nel terzo trimestre 2017”, dice un’analisi dell’associazione in occasione dell’apertura della Fiera Agricola di Verona.
“La presenza degli under 35 – sottolinea la Coldiretti – ha di fatto rivoluzionato il lavoro in campagna dove il 70 per cento delle imprese giovani opera in attività che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative, l’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l’agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
IL SINDACATO IG METAL, ALLA LUCE DELLA FORTE CRESCITA DELL’ECONOMIA TEDESCA E DELLA DISOCCUPAZIONE MAI COSI’ BASSA, CHIEDE ANCHE AUMENTI SALARIALI PER 4 MILIONI DI DIPENDENTI
Una giornata di “scioperi di avvertimento” che ha coinvolto le fabbriche di Volkswagen e Ford.
Con adesione del 100%, secondo il sindacato.
Che ha annunciato nel corso della settimana astensioni dal lavoro in un totale di 275 aziende.
Dall’8 gennaio interruzioni del lavoro di alcune ore hanno colpito 785 siti industriali, tra cui quelli di gruppi come Siemens, Daimler e Porsche.
Succede in Germania e ad incrociare le braccia sono i metalmeccanici rappresentati da IG Metall, che ha proclamato lo sciopero dopo il fallimento, il 25 gennaio, delle trattative con i rappresentanti dei datori di lavoro.
E’ lo scontro più duro da quanto nel 1984 la sigla sindacale indisse sette settimane di scioperi per ottenere la riduzione della settimana lavorativa da 40 a 35 ore.
Ora, alla luce della forte crescita registrata dall’economia tedesca (pil a +2,2% nel 2017) e della disoccupazione eccezionalmente bassa, quella conquista non basta più.
I sindacalisti chiedevano, oltre ad aumenti salariali per 3,9 milioni di dipendenti del comparto metalmeccanico, la possibilità per i lavoratori di passare su base volontaria dalla settimana di 35 ore a una di sole 28 ore e al part time per due anni se devono occuparsi dei figli o dei lavoratori anziani.
I datori di lavoro hanno offerto un aumento del 6,8% ma hanno rifiutato l’accorciamento degli orari, chiedendo di poter almeno richiamare i lavoratori in caso di picchi di produzione.
Inoltre non accettano di compensare parte dei minori introiti di chi dovesse scegliere la settimana corta.
Ora l’Unione dei datori di lavoro del settore metallurgico vuole tornare al tavolo delle trattative. Anche se il presidente dell’Unione Rainer Dulger, parlando alla Bayrische Rundfunk. ha criticato gli scioperi di una giornata affermando che “sono un metodo, pianificato in anticipo, per guadagnare nuovi iscritti e farsi pubblicità “.
L’istituto Diw, riporta Reuters, ha calcolato che gli scioperi potrebbero costare alle aziende un totale di 62 milioni di euro al giorno di mancati ricavi, assumendo che circa 50mila lavoratori si fermino ogni giorno.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 31st, 2018 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA DI CUNEO SCRIVE ALLE FAMIGLIE: “PIU’ CHE AGLI IDEALI, PENSATE ALLA REALTA'”
“Qualsiasi percorso scolastico individuerete, avrete fatto una buona scelta, ma è nostro dovere come imprenditori segnalarvi le esigenze delle nostre imprese…servono operai e tecnici”.
Con una lettera aperta alle famiglie cuunesi il presidente di Confindustria Cuneo, Mauro Gola, in una lettera aperta alle famiglie, ha invitato figli e genitori che si apprestano ad iscrivere i propri ragazzi alle scuole superiori a “riflettere bene”, in sostanza, a pensare che dopo una prima fase di studi è importante guardare a quel lato del lavoro “tecnico” di cui necessitano le aziende.
Ecco la lettera integrale.
Cari genitori,
tanti di voi, si trovano in questi giorni ad affrontare una difficile decisione: la scelta della scuola superiore per il proprio figlio.
Una scelta dalla quale dipenderà gran parte del suo futuro lavorativo, ma che spesso viene fatta dando più importanza ad aspetti emotivi e ideali, piuttosto che all’esame obiettivo della realtà .
Quella realtà , tuttavia, che si imporrà in tutta la sua crudezza negli anni in cui il vostro ragazzo cercherà lavoro ed incontrerà le difficoltà che purtroppo toccano i giovani che vogliono inserirsi nel mondo produttivo.
Ed ecco il consiglio che gli industriali cuneesi vogliono darvi.
Riteniamo che la cosa più giusta da fare sia capire quali sono le figure che le nostre aziende hanno intenzione di assumere nei prossimi anni e intraprendere un percorso di studi che sbocchi in quel tipo di professionalità .
Un atteggiamento che potrete definire squisitamente razionale, ma che sicuramente denota RESPONSABILITA’, sia nei confronti dei nostri figli, che del benessere sociale e del nostro territorio.
Nel 2017 le aziende cuneesi nel loro complesso, presi in considerazione industria, artigianato, commercio, agricoltura e servizi, hanno dichiarato di assumere circa 40.000 nuovi lavoratori.
Di questi, il 38% sono operai specializzati, il 36% tecnici specializzati nei servizi alle aziende, il 30% addetti agli impianti e ai macchinari. Il resto, marginale, sono gli altri ruoli aziendali, che sebbene fondamentali ed irrinunciabili, occuperanno poche unità .
Il nostro dovere è quello di evidenziarvi questa realtà . Perchè queste sono le persone che troveranno subito lavoro una volta terminato il periodo di studi.
Poi la scelta sarà vostra e dei vostri ragazzi e qualsiasi percorso scolastico individuerete, avrete fatto una buona scelta perchè tutte le scuole della nostra Provincia sono eccellenti e qualificate.
I nostri uffici sono a vostra completa disposizione se vorrete più informazioni sul mercato del lavoro in provincia di Cuneo.
Da parte mia e nostra, vogliamo fare tanti auguri ai vostri ragazzi per il loro futuro, un futuro in cui il lavoro avrà un ruolo fondamentale per il loro essere uomini e donne, componenti consapevoli e responsabili di questa società .
Il Presidente Mauro Gola
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 29th, 2018 Riccardo Fucile
PAESI PREFERITI GERMANIA (180.000) E GRAN BRETAGNA (90.000)
Più di mezzo milione di italiani in 5 anni sono migrati verso Paesi europei. Sono molti. 
E sono raddoppiati gli arrivi di italiani in Europa dal 2011 al 2015, passando da 64 mila a 136 mila. Lo dicono i dati rilevati nei Paesi di destinazione.
Che cosa sta succedendo? Siamo diventati un Paese di emigrazione? O invece siamo un Paese di immigrazione-emigrazione?
Analizziamo i dati. Uno sguardo al passato: in due periodi il nostro Paese ha vissuto grandi emigrazioni, tra il 1870 e il 1920 e tra il secondo dopoguerra e il 1973. Emigrazioni di massa, di milioni di persone, soprattutto dal Sud ma non solo.
Emigrazioni diverse anche come destinazioni, la seconda più verso l’Europa della prima. Poi ad un certo punto, sempre negli Anni 70, anche grazie alle politiche restrittive di altri Paesi europei che hanno indotto i migranti a cambiare rotta, cambiamo pelle anche noi e ci trasformiamo in Paese di immigrazione.
E comincia la crescita degli arrivi , prima alcune nazionalità poi altre da vari Paesi del mondo. E comincia anche il radicamento delle varie comunità .
Guardiamo ad oggi. Ebbene l’immigrazione nel nostro Paese diminuisce, mentre l’emigrazione cresce e si evidenzia come un fenomeno emergente.
Consideriamo questo dato del 2015, prodotto da Eurostat, ultimo disponibile. 250 mila arrivi in Italia di cui 185 mila di cittadini extra Ue+Efta.
Se consideriamo i flussi di italiani verso i Paesi Ue27 +Efta e extraUe27 arriviamo a 172 mila, dato che potrebbe essere un po’ più alto perchè sottostimato per quanto riguarda la Francia. Le due cifre sono molto vicine.
Anche perchè i ritorni degli italiani non sono elevati e comunque sembrano essere sostanzialmente stabili.
La Germania è il principale Paese di destinazione dei nostri concittadini. In cinque anni sono stati registrati 180 mila italiani.
E la cosa interessante è che gli italiani si insediano non solo dove tradizionalmente si recavano in passato i nostri connazionali, ma anche in nuove aree e in particolare in zone dell’ex Germania dell’Est.
Metà dei cittadini che si spostano in Germania sono giovani da 19 a 32 anni. E tra l’altro si nota anche un aumento di immigrazione di bambini e ragazzi minori di 18 anni, indizi di emigrazioni di famiglie intere come segnala l’Istituto Statistico tedesco, con l’aumento di cittadini coniugati maggiore di quelli non coniugati.
A questi si aggiungono anche quarantenni in crescita.
Dopo la Germania si posiziona il Regno Unito con 87 mila arrivi di cittadini italiani registrati in cinque anni. E in questo caso è molto interessante verificare che cosa succede in termini di capitale umano formatosi in campo sanitario nel nostro Paese.
Nel settembre 2015 risultavano circa 3000 italiani inseriti nel sistema sanitario inglese. Non si trattava solo di medici, ma anche di infermieri, ostetriche, portantini, autisti di ambulanze. Se analizziamo gli arrivi tra settembre 2015 e settembre 2016, ci accorgiamo che sono altri 2000, più del 30% giovani con meno di 25 anni e il 35% di 25-29 anni.
D’altro canto se nella nostra sanità non si assume più, l’età media del nostro personale sanitario supera i 50 anni, non possiamo lamentarci che appena formati i nostri giovani si inseriscano nel sistema sanitario inglese. Sana reazione dovremmo dire.
Questi dati ci dicono che il processo di emigrazione è sostenuto e che ha conosciuto una impennata negli ultimi anni. «Non si tratta solo di fuga di cervelli», come sottolinea il demografo Domenico Gabrielli, studioso di migrazioni «sono coinvolti i giovani formati ma non solo».
E’ un fatto congiunturale o destinato ad esplodere o a perdurare? Non possiamo dirlo, ma abbiamo delle avvisaglie da tenere seriamente in considerazione, se non vogliamo tornare ad essere come in passato un Paese di elevata e patologica emigrazione. Siamo nell’era della globalizzazione.
Non possiamo più considerare la mobilità come 50 anni fa quando era una impresa spostarsi da Roma a Milano, è connaturata a questa epoca.
Ma se la mobilità diventa espressione del declino di un Paese o delle gravi difficoltà che incontra, bisogna correre ai ripari in tempo. E dotarci di strategie adeguate prima che sia troppo tardi.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
NEL NOSTRO PAESE SI LAVORA IN MEDIA 38,3 ORE A SETTIMANA, IN DANIMARCA 37,8… I PIU’ STAKANOVISTI SONO GLI INGLESI
Gli italiani sono poco stakanovisti e si piazzano al penultimo posto in Europa per media di ore
lavorate la settimana.
A rilevarlo di dati di Eurostat secondo i quali un lavoratore dipendente a tempo pieno in Italia lavora in media 38,8 ore la settimana, circa un’ora e mezza in meno della media europea.
Tra i lavoratori indefessi invece gli inglesi, che registrano una media di 42,3 ore la settimana. Gli ultimi in classifica sono i danesi con 37,8 ore.
A incidere sulla performance degli italiani è però l’orario di lavoro del pubblico impiego, fissato per contratto nel nostro Paese a 36 ore e in particolare i risultati del settore dell’educazione.
Se si guarda all’industria, infatti, i lavoratori dipendenti del Belpaese con 40,5 ore medie lavorate alla settimana si trovano nella media europea (40,4) e risultano più ore in fabbrica anche rispetto ai tedeschi (39,8 ore).
Ma se si guarda alla Pubblica amministrazione l’Italia è il Paese nel quale si lavorano meno ore la settimana (37,2 in media) a fronte delle 39,6 medie in Ue.
L’Italia è ultima soprattutto per ore lavorate nel settore dell’educazione con 28,9 ore la settimana, circa dieci in meno della media Ue (38,1) e quasi 14 in meno del Regno Unito.
Nel settore degli alberghi e della ristorazione i lavoratori dipendenti italiani sono impegnati in media 41,5 ore la settimana in linea con la media europea (più dei tedeschi che segnano 41,2 ore) mentre nel trasporto le ore lavorate sono 40,6 contro le 41,6 medie in Ue.
Nel settore bancario e assicurativo i dipendenti italiani lavorano circa 39,4 ore (40,6 la media Ue).
Nella sanità e servizi di cura i dipendenti sono impegnati per 37,5 ore in media, quasi due ore in media in meno rispetto alle 39,4 ore medie Ue (40,6 nel Regno Unito).
Il numero di ore lavorate cresce in modo consistente per i lavoratori autonomi.
In Italia gli indipendenti lavorano in media 45,8 ore la settimana a fronte delle 47,4 ore medie in Ue (54,1 in Belgio).
Tra questi lavorano di più in Italia quelli con dipendenti (48,7 ore a fronte delle 50,1 medie in Ue) rispetto a quelli senza dipendenti (44,5 ore a fronte delle 46,1 medie Ue).
(da agenzie)
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