Destra di Popolo.net

UN ANNO DI CRISI INDUSTRIALE SULLA PELLE DEI LAVORATORI

Dicembre 24th, 2016 Riccardo Fucile

DA ALMAVIVA AL GRUPPO NOVELLI, DALLA EX LUCCHINI ALLA EX ALCOA: SONO 145 I TAVOLI DI CRISI APERTI

Dalla crisi dell’azienda di call center Almaviva Contact con un accordo saltato in piena bufera post referendum, al progetto di rilancio delle ex acciaierie Lucchini, a Piombino, fermo al palo.
Nel mezzo anche il capitolo Ilva, il più grande impianto siderurgico a ciclo integrato d’Europa, il cui futuro (anche in termini di posti di lavoro) è tutt’altro che certo.
Sono diverse le crisi aziendali ancora aperte in Italia, per alcune delle quali sono anni che non si trova una soluzione e con cui il nuovo Governo Gentiloni dovrà  fare i conti.
Nel frattempo, però, tra inchieste giudiziarie, bonifiche ambientali, vendite e acquisti, a farne le spese troppo spesso sono i posti di lavoro e, in generale, l’incertezza del futuro.
UN PO’ DI DATI
Secondo il terzo Rapporto sulla gestione delle crisi aziendali dell’Ugv (Unità  per gestione delle vertenze delle imprese in crisi) del ministero dello Sviluppo Economico, a marzo di quest’anno erano attivi 148 tavoli, che nel 2015 hanno viste coinvolte 151 società .
Le regioni più interessate a questi confronti sono state Lombardia, Lazio, Veneto, Campania ed Emilia-Romagna. Sul sito del Mise, la mappa dei tavoli è stata poi aggiornata a giugno scorso: 145 i tavoli aperti.
Il settore maggiormente in crisi è quello dell’industria pesante, seguono quello delle telecomunicazioni, dell’elettronica e del tessile. Ma anche agroalimentare, chimica e petrolchimica, edilizia ed energia.
ALMAVIVA
Una delle trattative che vede più impegnato il governo, proprio in questi giorni, è quella che riguarda la crisi di Almaviva. A ottobre la società  di call center Almaviva Contact ha annunciato l’apertura di una procedura di riduzione del personale all’interno di un nuovo piano di riorganizzazione aziendale.
Il 6 dicembre, in piena bufera post referendum l’azienda ha ritirato la proposta di accordo “l’indisponibilità  al confronto” dei sindacati, con i quali è ancora scontro aperto.
Lunedì, 19 dicembre, è stato proclamato uno sciopero dopo che l’azienda “ha espresso la propria indisponibilità  all’utilizzo della Cigs e ribadito il taglio secco del salario contrattuale dei lavoratori su tutte le sedi di Almaviva in Italia come unica soluzione alternativa ai licenziamenti” è la posizione delle sigle sindacali. Fallimentare l’incontro di lunedì con l’azienda nella trattativa portata avanti per cercare di salvare le due sedi (Roma e Napoli) del call center Almaviva Contact con i loro 2.511 dipendenti a rischio licenziamento.
L’azienda, a pochi minuti dall’inizio del tavolo di trattativa nell’ultimo giorno utile prima della spedizione delle lettere di licenziamento, ha ribadito la sua posizione.
Poi è arrivata dal governo una proposta di mediazione che ha riaperto i giochi: la strada indicata e accolta con favore sia dai sindacati che dalla azienda è quella di proseguire il confronto, con il supporto e la vigilanza dell’esecutivo, sulla base del ricorso agli ammortizzatori sociali e della contestuale previsione di uscite a carattere esclusivamente volontario fino al 31 marzo 2017.
Nel corso di questo periodo le parti si impegneranno a proseguire il confronto per individuare soluzioni in tema di recupero di efficienza e produttività  in grado di allineare le sedi di Roma e Napoli alle altre sedi aziendali e interventi temporanei sul costo del lavoro.
Ma anche qui non sono mancati i colpi di scena: dopo le trattative notturne, solo per la sede di Napoli è stato chiuso l’accordo, rifiutato invece dalla rappresentanza sindacale romana. Abbastanza per far dire ministro dello Sviluppo Calenda che a questo punto “i licenziamenti — a Roma si contano 1666 lavoratori — sono inevitabili”.
IL CASO ALCOA
Nel 2012 il colosso statunitense dell’alluminio ha deciso di fermare la produzione nello stabilimento di Portovesme (Sulcis), in Sardegna dove lavoravano 800 persone (tra dipendenti diretti e indotto).
Dopo diverse trattative fallite, il Mise ha proposto di mettere in campo Invitalia, agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, perchè facesse da filtro tra la multinazionale dell’alluminio e potenziali acquirenti dello stabilimento. L’azienda americana aveva trasmesso al Mise e a Invitalia una bozza di pre-contratto.
Nel frattempo la multinazionale ‘Sider Alloys’ ha incontrato il Governo al quale ha manifestato il proprio interesse ad acquisire lo stabilimento.
Il 1 dicembre scorso il ministro Carlo Calenda ha annunciato: “Abbiamo qualche compratore interessato all’acquisizione dello stabilimento, ma non scopriamo le carte finchè non siamo certi che si tratti di cose concrete e decise”.
Resta il problema degli ammortizzatori sociali che in tanti perderanno entro il 31 dicembre, ma anche la questione relativa alle bonifiche del sito.
ILVA, VELENI, PROCESSI E FUTURO AL BIVIO
Non è ancora chiusa la questione dell’Ilva, una delle più complesse e controverse con cui si è dovuto fare i conti negli ultimi anni. Dopo nove decreti in 5 anni, inchieste, sequestri e processi, qualcosa si muove.
Ma il buco nero è troppo profondo perchè Taranto sia già  pronta a voltare pagina. Intanto, c’è lo sblocco di 1,3 miliardi, la maggior parte dei quali prima oggetto di sequestro penale, saranno trasferiti dalla Svizzera, via Procura di Milano, dopo l’accordo tra l’Ilva e la famiglia Riva. Eppure, secondo Federacciai, ci vorranno almeno 3 miliardi per ripartire.
Oggi l’azienda è al bivio: è in corso l’iter per selezionale le due cordate pronte all’acquisizione, Arvedi-Jindal e ArcelorMittal-Marcegaglia, ciascuna con una propria strategia di business e con diverse prospettive che potrebbero riguardare anche i lavoratori. Oggi l’Ilva conta circa 15mila dipendenti.
MERCATONE UNO
Al momento della richiesta di concordato preventivo, nel gennaio 2015, la rete commerciale di Mercatone Uno contava su 79 punti vendita (4mila i lavoratori) e aveva maturato 780 milioni di euro di debiti.
L’intero complesso aziendale era stato valutato 280 milioni di euro. A settembre i commissari straordinari di Mercatone Uno, Stefano Coen, Ermanno Sgaravato e Vincenzo Tassinari hanno comunicato che non sono arrivate offerte d’acquisto per il gruppo nei termini previsti dal bando pubblicato il 16 giugno scorso.
È stato così predisposto, per la cessione delle aziende in amministrazione straordinaria dall’aprile 2015, un nuovo bando (in via di approvazione) che contiene   condizioni di vendita più flessibili e coerenti con le aspettative del mercato, rivolgendosi a un più ampio numero di operatori.
LE EX ACCIAIERIE LUCCHINI
Sono stati in cassa integrazione a zero ore per circa un anno e mezzo e, per questo, quest’anno sarà  bassa la tredicesima di 1.100 operai Ex Lucchini di Piombino (Livorno) assunti a novembre in Aferpi, la società  creata dal gruppo algerino Cevital per gestire gli impianti e garantire la continuità  produttiva e la capacità  di rifornire i treni di laminazione.
L’acquisizione è avvenuta nella primavera 2015, ma da allora poco è cambiato concretamente.
Il piano industriale è fermo e, dopo la cassa integrazione, gli operai hanno fatto i conti con un regime contrattuale di solidarietà . L’imprenditore algerino Issad Rebrab ha ribadito il suo interesse, ma sono 2mila gli addetti dell’impianto siderurgico che rischiano il posto.
Nel frattempo le banche non finanziano, le bonifiche sono bloccate e, senza risorse immediate — denunciano i sindacati — l’azienda fermerà  l’attività  all’inizio del 2017.
NOVELLI, SCONTRO PER LA CESSIONE
Tra scioperi e manifestazioni è tesa la situazione sul fronte del gruppo Novelli, dopo il ‘no’ alla cessione dell’azienda da parte dei fondatori, ora soci di minoranza. Nella passata gestione l’azienda aveva accumulato circa 120 milioni di euro di debiti che l’hanno portata, nel 2012, sull’orlo del fallimento.
Dopo quattro anni di concordato preventivo e i sacrifici dei lavoratori pur di salvaguardare il posto e il destino dell’azienda, nei mesi scorsi è arrivata un’offerta. I Novelli, però, al momento non hanno sottoscritto la cessione al prezzo simbolico di un euro in favore della famiglia Greco di Cariati (Cosenza) disponibile a rilevare l’intero Gruppo. Bloccato, dunque, l’intero iter. Tanto che il Mise e le Regioni Umbria e Lazio hanno rilasciato un comunicato congiunto esprimendo “grande preoccupazione per il futuro del Gruppo Novelli, importante realtà  imprenditoriale dell’agroalimentare italiano presente in Umbria, Lazio e Lombardia con 500 addetti” e ribadendo che “la famiglia Novelli, proprietaria del capitale azionario, sta mettendo a rischio in queste ore una importante operazione di cessione che garantirebbe il rilancio di tutte le linee di attività  aziendale mettendo in sicurezza la salvaguardia dei posti di lavoro”.
Nel frattempo i lavoratori sono sul lastrico con gli stipendi ridotti, negli ultimi 4 mesi, a 500 euro.
SELCOM, NATALE DA DIMENTICARE
La scorsa estate il gruppo ha rivelato di avere ingenti problemi finanziari. Il fatturato è crollato tra il 2014 e il 2015 da 280 a 200 milioni di euro.
La Selcom occupa 770 lavoratori distribuiti negli stabilimenti di Castel Maggiore di Bologna (360), Palermo (110), Belluno (290) e Milano (10). E poi ci sono le sedi all’estero, in Cina, Turchia e Stati Uniti.
In questi ultimi mesi è stato cambiato lo statuto ed è stato nominato un amministratore delegato unico. A permettere all’azienda di andare avanti, finora, è stato il sostegno dei clienti che garantiscono le maggiori commesse, come Coesia, Tetra Pak, Bosch, Coesia ed Eldor, che hanno garantito chi contratti, chi pagamenti immediati. Ad oggi si è ancora in attesa di conoscere i nomi dei potenziali acquirenti (diverse le proposte per lo stabilimento bolognese di Castel Maggiore) e mancano due mesi alla fine del concordato. Dopo i quali il fallimento sarà  inevitabile.
VESUVIUS, FINE ANNO DI LICENZIAMENTI
Sono 181 i dipendenti degli stabilimenti Vesuvius di Macchiareddu (Cagliari) e Avezzano, in Abruzzo, che non hanno più un lavoro. La procedura di licenziamento collettivo, avviata dalla multinazionale inglese dell’acciaio il 26 settembre scorso, si è perfezionata nei giorni scorsi al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.
“Ai lavoratori licenziati con la qualifica di impiegato, operaio e quadro — è scritto nell’accordo tra Vesuvius e i sindacati — la società  si impegna a corrispondere un incentivo all’esodo”, mentre il licenziamento sarà  intimato entro il 31 dicembre. Commentando la chiusura di questo capitolo, la Filctem Cgil ha ricordato che l’azienda ha chiuso gli stabilimenti italiani, ma manterrà  il mercato italiano producendo nell’est Europa.
L’ultima speranza risiede nell’impegno “a incalzare la multinazionale e le istituzioni — ha scritto il sindacato — al rispetto dell’accordo sottoscritto al fine di trovare soluzioni che contemplino la reindustrializzazione e la riconversione del sito per tutelare i 105 dipendenti sardi disoccupati dal 1 gennaio”.

Luisiana Gaita
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“CARO POLETTI, AVETE FATTO DI NOI I CAMERIERI D’EUROPA, LE SUE SCUSE NON LE ACCETTO”

Dicembre 20th, 2016 Riccardo Fucile

“PRIMA CI AVETE COSTRETTO AD ANDARCENE, POI CI SBEFFEGGIATE”: LA LETTERA APERTA DI UNA RICERCATRICE ITALIANA EMIGRATA IN FRANCIA

Caro Ministro Poletti,
le sue scuse mi imbarazzano tanto quanto le sue parole mi disgustano.
Siamo quelli per cui il Novecento è anche un patrimonio cinematografico invidiabile, che non inseguiva necessariamente i botteghini della distribuzione di massa, e lì imparammo che le parole sono importanti, e lei non parla bene.
Non da oggi.
A mia memoria da quando il 29 novembre 2014 iniziò a dare i numeri sul mercato del lavoro, dimenticandosi tutti quei licenziamenti che i lavoratori italiani, giovani e non, portavano a casa la sera.
Continuò a parlare male quando in un dibattito in cui ci trovammo allo stesso tavolo dichiarò di essere “il ministro del lavoro per le imprese”, era il 18 aprile del 2016.
Noi, quei centomila che negli ultimi anni siamo andati via, ma in realtà  molti di più, non siamo i migliori, siamo solo un po’ più fortunati di molti altri che non sono potuti partire e che tra i piedi si ritrovano soltanto dei pezzi di carta da scambiare con un gratta e vinci
Parlo dei voucher, Ministro.
E poi, sa, anche tra di noi che ce ne siamo andati, qualcuno meno fortunato esiste.
Si chiamava Giulio Regeni, e lui era uno dei migliori.
L’hanno ammazzato in Egitto perchè studiava la repressione contro i sindacalisti e il movimento operaio. L’ha ammazzato quel regime con cui il governo di cui lei fa parte stringe accordi commerciali, lo stesso governo che sulla morte di Giulio Regeni non ha mai battuto i pugni sul tavolo, perchè Giulio in fin dei conti cos’era di fronte ai contratti miliardari?
Intanto, proprio ieri l’Inps ha reso noto che nei dieci mesi del 2016 sono stati venduti 121 milioni e mezzo di voucher. Da quando lei è ministro, ne sono stati venduti 265.255.222: duecentosessantacinquemilioniduecentocinquantacinquemiladuecentoventidue.
Non erano pistole, è sfruttamento.
Sa, qualcuno ci ha rimesso quattro dita a lavorare a voucher davanti a una pressa.
È un ragazzo di ventuno anni, non ha diritto alla malattia, a niente, perchè faceva il saldatore a voucher.
Oggi, senza quattro dita, lei gli offrirà  un assegno di ricollocazione da corrispondere a un’agenzia di lavoro privata.
Magari di quelle che offrono contratti rumeni, perchè tanto dobbiamo essere competitivi.
Quelli che sono rimasti sono coloro che per colpa delle politiche del suo governo e di quelli precedenti si sono trovati in pochi anni da generazione 1000 euro al mese a generazione a 5000 euro l’anno.
Lo stesso vale per chi se n’è andato e forse prima o poi vi verrà  il dubbio che molti se ne sono andati proprio per questo.
Quelli che sono rimasti sono gli stessi che lavorano nei centri commerciali con orari lunghissimi e salari da fame
Quelli che fanno i facchini per la logistica e vedono i proprio fratelli morire ammazzati sotto un tir perchè chiedevano diritti contro lo sfruttamento.
Sono quelli che un lavoro non l’hanno mai trovato, quelli che a volte hanno pure pensato “meglio lavorare in nero e va tutto bene perchè almeno le sigarette posso comprarle”.
Sono gli stessi che non possono permettersi di andare via da casa, o sempre più spesso ci ritornano, perchè il suo governo come altri che lo hanno preceduto, invece di fare pagare più tasse ai ricchi e redistribuire le condizioni materiali per il soddisfacimento di un bisogno di base e universale come l’abitare, ha pensato bene di togliere le tasse sulla casa anche ai più ricchi e prima ancora di approvare il piano casa.
È lo stesso governo che spende lo zero percento del Pil per il diritto all’abitare.
È lo stesso governo che si rifiuta di ammettere la necessità  di un reddito che garantisca a tutti dignità .
Ma badi bene, non sono una “redditista”, solo che a fronte di 17 milioni di italiani a rischio povertà , quattro milioni in condizione di povertà  assoluta, mi pare sia evidente che questo passaggio storico per l’Italia non sia oggi un punto d’arrivo politico quanto un segno di civiltà .
Ma vorrei essere chiara, il diritto al reddito non è sostituibile al diritto alla casa, sono diritti imprescindibili entrambi.
E le vorrei sottolineare che non è colpa dei nostri genitori se stiamo messi così, è colpa vostra che credete che siano le imprese a dover decidere tutto e a cui dobbiamo inchinarci e sacrificarci.
I colpevoli siete voi che pensate si possano spostare quasi 20 miliardi dai salari ai profitti d’impresa senza chiedere nulla in cambio- tanto ci sono i voucher- e poi un anno dopo approvate anche la riduzione delle tasse sui profitti.
Così potrete sempre venirci a dire che c’è il deficit, che si crea il debito e che insomma la coperta è corta e dobbiamo anche smetterla di lamentarci perchè, mal che vada, avremo un tirocinio con Garanzia Giovani.
I colpevoli siete voi che non credete nell’istruzione e nella cultura, che avete tagliato i fondi a scuola e università , che avete approvato la buona scuola e ora imponete agli studenti di andare a lavorare da McDonald e Zara.
Sa, molti di quei centomila che sono emigrati lavorano da McDonald o Zara, anche loro hanno un diploma o una laurea e se li dovesse mai incontrare per strada chieda loro com’è la loro vita e se sono felici.
Le risponderanno che questa vita fa schifo.
Però ecco: a differenza di quel che ha decretato il suo governo, questi giovani all’estero sono pagati. Ma il problema non è neppure questo, o quanto meno non il principale.
Il problema, ministro Poletti, è che lei e il suo governo state decretando che la nostra generazione, quella precedente e le future siano i camerieri d’Europa, i babysitter dei turisti stranieri, quelli che dovranno un giorno farsi la guerra con gli immigrati che oggi fate lavorare a gratis.
A me pare chiaro che lei abbia voluto insultare chi è rimasto piuttosto che noi che siamo partiti. E lo fa nel preciso istante in cui lei dichiara che dovreste “offrire loro l’opportunità  di esprimere qui capacità , competenza, saper fare”.
La cosa assurda è che non è chiaro cosa significhi per lei capacità , competenze e saper fare.
Perchè io vedo milioni di giovani che ogni mattina si svegliano, si mettono sul un bus, un tram, una macchina e provano ad esprimere capacità , competenze, saper fare.
Molti altri fanno la stessa cosa ma esprimono una gran voglia di fare pure se sono imbranati.
Fin qui però io non ho capito che cosa voi offrite loro se non la possibilità  di essere sfruttati, di esser derisi, di essere presi in giro con 80 euro che magari l’anno prossimo dovranno restituire perchè troppo poveri.
Non è chiaro, Ministro Poletti, cosa sia per lei un’opportunità  se non questa cosa qui che rasenta l’ignobile tentativo di rendere ognuno di noi sempre più ricattabile, senza diritti, senza voce, senza rappresentanza.
Eppure la cosa che mi indigna di più è il pensiero che l’opportunità  va data solo a chi ha le competenze e il saper fare.
Lei, ma direi il governo di cui fa parte tutto, non fate altro che innescare e sostenere diseguaglianze su tutti i fronti: dalla scuola al lavoro, dalla casa alla cultura, e sì perchè questo succede quando si mette davanti il merito e si denigra la giustizia sociale.
Perchè forse non glielo hanno mai spiegato o non ha letto abbastanza i rapporti sulla condizione sociale del paese, ma in Italia studia chi ha genitori che possono pagare e sostenere le spese di un’istruzione sempre più cara.
E sono sempre di più, Ministro Poletti.
Lei non ha insultato soltanto noi, ha insultato anche i nostri genitori che per decenni hanno lavorato e pagato le tasse, ci hanno pagato gli asili privati quando non c’erano i nonni, ci hanno pagato l’affitto all’università  finchè hanno potuto.
Molti di questi genitori poi con la crisi sono stati licenziati e finita la disoccupazione potevano soltanto dirci che sarebbe andata meglio, che ce l’avremmo fatta, in un modo o nell’altro. In Italia o all’estero.
Chieda scusa a loro perchè noi delle sue scuse non abbiamo bisogno.
Noi la sua arroganza, ma anche evidente ignoranza, gliel’abbiamo restituita il 4 dicembre, in cui abbiamo votato No per la Costituzione, la democrazia, contro l’accentramento dei poteri negli esecutivi e abbiamo votato No contro un sistema istituzionale che avrebbe normalizzato la supremazia del mercato e degli interessi dei pochi a discapito di noi molti.
Era anche un voto contro il Jobs Act, contro la buona scuola, il piano casa, l’ipotesi dello stretto di Messina, contro la compressione di qualsiasi spazio di partecipazione.
E siamo gli stessi che faranno di tutto per vincere i referendum abrogativi contro il Jobs Act, dall’articolo 18 ai voucher, la battaglia è la stessa.
Costi quel che costi noi questa partita ce la giochiamo fino all’ultimo respiro.
E seppure proverete a far saltare i referendum con qualche operazioncina di maquillage, state pur certi che sugli stessi temi ci presenteremo alle elezioni dall’estero e dall’Italia.
Se nel frattempo vuole sapere quali sono le nostre proposte per il mondo del lavoro, ci chiami pure.
Se vi interessasse, chissà  mai, ascoltare.

Marta Fana
Ricercatrice italiana a Parigi
(da “L’Espresso“)

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IL CERVELLO IN FUGA DI GIULIANO POLETTI

Dicembre 20th, 2016 Riccardo Fucile

IL MINISTRO INSULTA CHI HA LASCIATO L’ITALIA IN CERCA DI LAVORO… E ORA SI ACCORGE DEL BIDONE VOUCHER

«Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perchè sicuramente questo Paese non soffrirà  a non averli più fra i piedi»: non deve evidentemente conoscere vergogna Giuliano Poletti se ritiene di essere in diritto, da ministro del Lavoro, di insultare “ignoti” che se ne sono andati da un paese dove è difficile sia trovare lavoro che trovare un ministro del lavoro degno di questo nome. Ieri infatti, prima dell’uscita cretina sulla gente che è meglio non avere tra i piedi, il ministro aveva fatto qualcosa di ancora più scandaloso: si era accorto del problema dei voucher dopo che da anni c’era chi gli segnalava che c’era un problema che il ministero si rifiutava di affrontare.
Poletti, parlando con i giornalisti a Fano, ha detto: “Intanto bisogna correggere un’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei ‘pistola’. Permettetemi di contestare questa tesi”.
E ha poi aggiunto con una stilettata destinata a far discutere: “Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perchè sicuramente questo Paese non soffrirà  a non averli più fra i piedi”.
Detto questo, ha concluso il ministro del Lavoro, “è bene che i nostri giovani abbiano l’opportunità  di andare in giro per l’Europa e per il mondo. È un’opportunità  di fare la loro esperienza, ma debbono anche avere la possibilità  di tornare nel nostro Paese. Dobbiamo offrire loro l’opportunità  di esprimere qui capacità , competenza, saper fare”.
Poi, rendendosi conto dell’enormità , si è scusato: “Evidentemente mi sono espresso male e me ne scuso. Non mi sono mai sognato di pensare che è un bene per l’Italia il fatto che dei giovani se ne vadano all’estero”, ha fatto sapere Poletti.
“Penso, semplicemente, che non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità  degli altri. Ritengo, invece, che è utile che i nostri giovani possano fare esperienze all’estero, ma che dobbiamo dare loro l’opportunità  tornare nel nostro paese e di poter esprimere qui le loro capacità  e le loro energie”.
Ma che sia necessario, ormai, non avere più tra i piedi Poletti, magari pagandogli un biglietto di sola andata per una destinazione estera, se ne è accorto anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, che oggi lo scrive chiaro e tondo:
Se Giuliano Poletti è stanco di fare il ministro del Lavoro lo dica chiaramente. Abbiamo infatti l’impressione che la sua condotta di gara stia pericolosamente assomigliando a quella di un calciatore in confusione che cerca con insistenza il secondo cartellino giallo per farsi espellere dall’arbitro e saltare un turno.
La sua riconferma come ministro è stata in bilico e a giudicare dagli svarioni degli ultimi giorni Poletti non sta aiutando chi lo ha generosamente riconfermato.
Prima invocando le elezioni anticipate pur di evitare i referendum sul lavoro e ieri irridendo alla fuga dei giovani italiani dal loro Paese il ministro è venuto meno ai suoi compiti.
Dal responsabile del dicastero del Lavoro vogliamo sentire altri discorsi: una pacata riflessione sulle tendenze dell’occupazione nel 2017, una valutazione aggiornata sull’implementazione delle politiche attive del lavoro, notizie fresche sul secondo round di Garanzia Giovani (evitando gli errori del primo).
Poletti poi non può non sapere come tra il suo partito e i giovani si sia aperta una pericolosa faglia il 4 dicembre e come gli under35 siano il maggiore serbatoio di consensi del Movimento 5 Stelle, ebbene le sue uscite sembrano fatte a posta per favorire Beppe Grillo.
Ma uscendo dal tema delle convenienze politiche qualcuno dovrebbe spiegare al ministro che la fuga dei giovani verso l’estero è uno dei maggiori indicatori della crisi di credibilità  della politica italiana e al tempo stesso dimostra come la disoccupazione dei nostri ragazzi rappresenti lo zoccolo duro della disuguaglianza.
Sono concetti semplici, facili da memorizzare e di conseguenza non chiederemo, come troppo spesso si fa in questi casi, le dimissioni di Poletti. Lo condanneremmo a un pena assai più dura: disertare i convegni e presidiare il ministero.
Ciò che colpisce non è infatti quanto detto sui cervelli in fuga, ma quanto sostenuto sui voucher.
Il ministro ha detto   che bisogna portare la situazione dei voucher «ad una condizione che sia una condizione compatibile, perchè noi vogliamo un mercato del lavoro stabile, non un mercato del lavoro precario. Quindi se abbiamo una strumentazione che induce a precarietà  bisogna cambiarla».
Sembrerebbe essere una forma di apertura verso coloro che, come ad esempio il Dem Cesare Damiano, da tempo auspicano che l’utilizzo dei voucher rientri negli ambiti previsti al momento della sua introduzione, nel 2003 (art. 70 del d. lgs. 276/2003), con la Legge Biagi ovvero solo a particolari forme di prestazioni lavorative che devono avere la caratteristica di essere occasionali e accessorie (ovvero non la principale fonte di reddito).
Ma non è così, perchè il ministro ha anche detto di non avere alcuna intenzione di modificare il Jobs Act “che è una buona legge, una legge che ha fatto bene e fa bene al Paese” e quindi Poletti non vede oggi “ragioni per cui dobbiamo intervenire su questo versante”.
Eppure se l’obiettivo del Jobs Act era quello di far crescere l’occupazione non si capisce come mai allora nel 2015 il settore agricolo, settore nel quale era stato inizialmente previsto l’utilizzo dei voucher data la caratteristica di stagionalità  del lavoro, è quello che ne ha usufruito di meno mentre commercio (17,3 milioni di voucher), turismo (16,7 milioni) e servizi (13 milioni) sono i settori che lo scorso anno hanno registrato il maggiore utilizzo dei cosiddetti “buoni lavoro”.
Inoltre il guadagno netto medio dei lavoratori retribuiti con i voucher negli ultimi anni non è mai arrivato a 500 euro.
È quanto indicava l’Inps a inizio ottobre 2016 spiegando che il numero dei lavoratori è cresciuto costantemente negli anni, mentre il numero medio di voucher riscossi dal singolo lavoratore, invece, è rimasto sostanzialmente invariato: circa 60 voucher l’anno dal 2012 in avanti.
Poichè l’importo netto che il lavoratore riscuote per ogni voucher è di 7,50 euro, l’Inps calcola che il compenso annuale medio netto negli anni più recenti non ha mai toccato quota 500 euro.
Eppure qualche giorno fa il responsabile economico del Partito Democratico (nonchè uno dei padri del Jobs Act) difendeva la riforma voluta da Renzi dall’attacco dei promotori del referendum dicendo che il Governo ha già  applicato die correttivi sui voucher e spiegando che l’obiettivo del contratto a tutele crescenti è “ridurre la precarietà  in ingresso, particolarmente odiosa perchè colpiva innanzitutto i giovani e le categorie di lavoratori più deboli”.
Proprio Taddei qualche mese fa spiegava che la soluzione al problema non è quella di restringere il campo d’applicazione dei voucher, eliminando la liberalizzazione a tutti i settori economici, soluzione che invece oggi è stata ventilata dal Ministro del Lavoro Poletti.
Oggi però Poletti lo ha smentito in parte, dicendo proprio che il governo è pronto a studiare un modo per limitare l’uso dei voucher e tutti a questo punto guardano alla proposta già  avanzata da Cesare Damiano di tornare a quanto previsto dalla Legge Biagi.

(da “NextQuotidiano”)

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CON LA CRISI NON BASTA PIU’ IL LAVORO DI UNO SOLO IN FAMIGLIA

Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile

NEGLI ULTIMI 10 ANNI TRIPLICATA L’INCIDENZA DI POVERTA’ ASSOLUTA TRA GLI OPERAI

La crisi sociale è più lunga della crisi economica. Uscire dalla recessione non vuol dire che la crisi sia finita.
Quanta disoccupazione è stata riassorbita?
Quanto dell’aumento della povertà  assoluta, dei più poveri tra i poveri, si è recuperata?
Partiamo dalla disoccupazione. Dopo essere cresciuta ininterrottamente dal 2007, da circa 1 milione e mezzo, la disoccupazione ha raggiunto il picco nel quarto trimestre del 2014 di 3 milioni 267 mila persone, per poi diminuire.
Siamo, comunque, a 2 milioni 987 mila nel terzo trimestre del 2016.
La disoccupazione di lunga durata, da 12 mesi in su, pur essendo diminuita, coinvolge 1 milione 600 mila persone, più del 50% dei disoccupati.
Elemento, questo, che va considerato con attenzione, perchè più a lungo si protrae lo stato di disoccupazione, più è difficile uscirne e rimettersi in gioco sul mercato del lavoro.
I disoccupati sono molti tra i giovani, ma non dobbiamo dimenticarci di quelli adulti o ultracinquantenni, che , seppure di meno, hanno maggiori difficoltà , a causa dell’età , a rientrare nel mercato del lavoro e che spesso vivono in famiglie in cui solo loro percepivano un reddito.
Certo, gli occupati sono cresciuti di 570 mila unità  dall’inizio del 2014, ma ancora non abbastanza per riassorbire una parte importante della disoccupazione, anche perchè una parte della crescita è imputabile alla maggiore permanenza degli ultracinquantenni nel mondo del lavoro.
E comunque la crescita dell’occupazione non è stata sufficiente in questi anni a far diminuire la povertà  assoluta , o perchè trattasi comunque di occupati a basso reddito in famiglie con bisogni più alti, o perchè una parte dell’occupazione è cresciuta per persone che vivono in famiglie non povere, aumentando così la polarizzazione.
Lento recupero
Se il peggioramento delle condizioni di vita è stato intenso e veloce, il recupero comunque, è ancora lento rispetto alle necessità .
D’altro canto non possiamo meravigliarci visto che già  da prima della crisi il nostro Paese non aveva conosciuto ritmi di crescita rilevanti.
La povertà  assoluta, dopo essere raddoppiata non è ancora diminuita.
Sono 1 milione 582 mila le famiglie in povertà  assoluta e 4 milioni 598 mila le persone.
La mancanza di lavoro continua a connotare la povertà , le famiglie con a capo un disoccupato sono quelle più in povertà  assoluta delle altre e sono aumentate nel tempo.
Tra queste erano povere assolute il 12,8% nel 2005, salite al 14,5%nel 2009 fino a raggiungere il 19,8% nel 2015. Pur essendo un valore alto è importante sottolineare la sua diminuzione rispetto al 2013.
Ancora più che in passato la crisi ha evidenziato quanto il lavoro di una persona sola in famiglia non basti più a proteggere dalla povertà . Chiara Saraceno ci scrisse un libro, «Il lavoro non basta», era il titolo, ed è stato così.
Il modello breadwinner
Ebbene quello che voglio sottolineare è che il modello del maschio «breadwinner», che lavora e mantiene la sua famiglia con figli, con la donna che si occupa della casa e della cura tanto decantato come modello negli anni ’50 e ancora ampiamente diffuso nel Sud, e al Nord tra le famiglie di immigrati marocchini e albanesi, non è più sostenibile socialmente, ha aumentato la vulnerabilità  di queste famiglie, soprattutto quelle operaie, ma non solo.
Secondo la Banca d’Italia le famiglie operaie nel 45,9% dei casi hanno solo un percettore di reddito in famiglia e quasi la metà  non ha una abitazione in proprietà .
Il lavoro femminile è fondamentale come elemento di protezione dalla povertà , ma continua ad essere ancora su percentuali troppo basse. Sono in particolare le famiglie operaie a pagare il prezzo più alto.
La povertà  assoluta per loro aveva cominciato a crescere già  prima della crisi. E poi è esplosa passando dal 4,4% del 2005 al 6,9% del 2009 fino a raggiungere l’11,8% nel 2013 e rimanendo tale nel 2015.
Operai più poveri
Dal 2005 al 2015 l’incidenza di povertà  assoluta tra le famiglie operaie è triplicata. D’altro canto non possiamo meravigliarci, visto che la crisi ha colpito in primo luogo l’industria e le costruzioni .
Anche i lavoratori in proprio hanno subito una crescita della povertà ‘ assoluta, ma questa li ha raggiunti più tardi degli operai e si è subito ridotta attestandosi al 5,5%. Inoltre il collettivo degli indipendenti si è ridimensionato nel tempo ed ha conosciuto un processo di ricomposizione interna, perchè coloro che sono stati fortemente colpiti dalla crisi, soprattutto nel caso di piccole imprese si sono trasformati in disoccupati o sono usciti dal mercato del lavoro e quindi, non fanno più parte di famiglie di lavoratori indipendenti.
Il disagio raggiunge gli operai con più figli, ma non risparmia anche quelli senza figli e che vivono soli a causa dei redditi bassi.
Insomma, la crisi ha provocato un incremento sia delle famiglie povere assolute con a capo un disoccupato, sia delle famiglie di lavoratori poveri specie operai,siano essi lavoratori a basso salario o poveri perchè con reddito non sufficiente ai bisogni familiari.Avere un lavoro non permette necessariamente di proteggersi dalla povertà  o di uscirne.
Non è cosa solo di oggi, ma bisogna ricordarselo per le politiche, soprattutto in questa fase.Servono politiche di vario tipo per affrontare questa emergenza, politiche attive del lavoro, di conciliazione dei tempi di vita per sviluppare occupazione femminile, di sostegno al costo dei figli e strumenti specifici di lotta alla povertà . Una serie di politiche miranti alla redistribuzione del reddito.
Non possiamo rassegnarci a stabilizzare livelli di povertà  assoluta così alti. La prima sfida di qualsiasi governo dovrà  essere ridurre consistentemente le disuguaglianze, ed evitare che la persistenza della povertà  cresca e si consolidi.

Linda Laura Sabbadini
(da “La Repubblica”)

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COME PREVISTO, CRESCONO I LICENZIAMENTI DISCIPLINARI DEL 28%

Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile

EFFETTO JOBS ACT: C’E’ CHI HA PERSO IL POSTO MENTRE ERA IN MALATTIA O PER CONTESTAZIONI SENZA PROVE

Da un anno e mezzo, dal marzo 2015, il Jobs Act sta ridisegnando i rapporti di lavoro in Italia.
Tra gli effetti rilevati dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, l’innalzamento dei licenziamenti disciplinari (+ 28% nei primi 8 mesi del 2016).
Per capire se sia una conseguenza inevitabile della riforma, La Stampa ha messo a confronto storie di lavoratori che quest’anno hanno perso il posto con esperienze sul campo di consulenti, avvocati, economisti ed imprese.
«Il Jobs Act rappresenta un forte deterrente nelle relazioni aziendali e ciò ha indubbiamente provocato un cambio di paradigma – spiega l’avvocato Giorgio De Stefani che da trent’anni a Roma offre assistenza legale civile anche nel diritto del lavoro -. Con l’introduzione delle nuove norme, nel mondo del lavoro è mutato il clima psicologico-culturale. Soprattutto in aziende medio-grandi in crisi, nelle situazioni nelle quali prima si soprassedeva o si cercava una mediazione, adesso il datore di lavoro è più portato ad andare per le spicce perchè dispone dello strumento tecnico per poterlo fare. Si tollera di meno, specie se non c’è un rapporto di conoscenza col dipendente».
Così crescono soprattutto i licenziamenti individuali per ragioni disciplinari, proprio quelli cioè sui quali è intervenuto il Jobs Act con il contratto a tutele crescenti.
E per i nuovi assunti niente reintegra nel posto di lavoro in caso di ingiusto licenziamento.
«L’aumento registrato dall’Inps non è dovuto tanto alla legge in sè, quanto all’abuso che ne viene fatto», sottolinea la consulente del lavoro Monica Melani.
In un anno i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo sono passati da 36.048 a 46.255, con un aumento appunto del 28%.
Intanto i sindacati ricevono molte richieste di aiuto e i tribunali si riempiono di ricorsi.
Dimissioni imposte
Tra questi casi c’è quello di Domenico Rossi, che per 35 anni ha lavorato come ausiliare alle vendite e cassiere al supermercato Carrefour di via XXI settembre, nel centro di Roma.
Mai richiami, contestazioni o situazioni di conflitto fino allo scorso 3 giugno, quando è stato licenziato.
Secondo l’azienda «è stato sorpreso, con merce non regolarmente acquistata, nell’atto di lasciare il punto vendita». Eppure, racconta Rossi, «quando i poliziotti hanno visionate le immagini delle telecamere interne, non hanno trovate niente di irregolare».
Infatti, aggiunge, «come facciamo sempre noi dipendenti, ero passato dietro le casse per evitare la coda dei clienti, ho pagato tutto e alla vigilanza che mi ha fermato ho mostrato lo scontrino della spesa che avevo nella busta».
Continua: «Mi hanno perquisito e lasciato in piedi per due ore davanti ai clienti che passavano, poi mi hanno ripetuto più volte che l’unica cosa che mi restava da fare era presentare immediatamente le mie dimissioni per non andare incontro a conseguenze peggiori. Possono fare una cosa del genere?».
L’azienda gli contesta di aver abbandonato nel supermercato confezioni di cibo aperto e di non aver pagato due prodotti.
Carrefour assicura di non licenziare con leggerezza (visti i «risvolti sulla vita delle persone») e che contro Domenico Rossi ci si è basati «esclusivamente su quanto comprovato dalle risultanze aziendali».
Situazioni che ripetono analoghe in tutta Italia. «Non vengono spalancate indiscriminatamente le porte d’uscita, nè si assiste a esodi di massa, ma senza lo spauracchio della reintegra molte aziende medie e grandi si arrischiano in licenziamenti che prima del Jobs Act avrebbero evitato» afferma Giovanni Guizzardi, consigliere dell’ordine dei consulenti del lavoro di Bologna.
Il cinquantenne Antonio Ettore Ambrosini per 28 anni ha lavorato come cameriere ai piani e poi come maitre d’hotel in uno storico albergo di Roma, il Victoria, a due passi da via Veneto.
In seguito alla separazione della moglie nel 2011 aveva usufruito di 6 mesi di aspettativa non retribuita per un esaurimento nervoso.
«Tornato in servizio non ho più avuto problemi finchè, nell’ultimo periodo, il nuovo direttore dell’hotel mi ha preso di mira rimproverandomi pubblicamente per qualunque cosa, anche per come disponevo le tazze sui tavoli della prima colazione – ricostruisce Ambrosini -. Per il continuo stato di stress e di ansia ho avuto un collasso sul lavoro e sono stato soccorso da un’ambulanza».
Ad agosto è stato «licenziato e liquidato con il Tfr e con due buste paga da 1400 euro: l’azienda sostiene di avere testimoni per dimostrare che sono stato trovato ubriaco in servizio e che mi sono addormentato mentre aspettavo le ordinazioni ai piani».
Ma «non è vero», protesta, «dovevano tagliare il personale e le spese, così sono finito io nel mirino».
Aria più pesante nelle ditte
Il manager dell’hotel, Filippo Guzzardi oppone un «no comment» alla richiesta di un chiarimento sulla vicenda. «Rossi è accusato di furto e Ambrosini di ubriachezza in servizio: mancanze gravi se accertate, ma in entrambi i casi i datori di lavoro sembrano avere prove piuttosto labili», osserva l’economista Giuliano Cazzola, tra i massimi esperti di lavoro e previdenza: «Nel Jobs Act c’è uno scambio tra contratti più stabili e minore rigidità  nella risoluzione del rapporto di lavoro – evidenzia Cazzola, che ha insegnato all’università  di Bologna ed è stato vicepresidente della commissione lavoro della Camera -. Finora i giudici sono stati di manica larga anche di fronte a responsabilità  vere dei lavoratori».
Ambrosini ha gli occhi lucidi e si commuove: «Ora tiro avanti con il trattamento di fine rapporto che mi stanno pagando in tre tranche, ho sempre pagato gli alimenti per mia figlia – scuote la testa. Mi hanno tolto il lavoro, la dignità . Al momento della contestazione mi sono sentito male e sono stato licenziato durante malattia, cosa che non si può fare. L’azienda sostiene che il licenziamento per giusta causa supera anche il divieto di cacciare un lavoratore mentre è malato».
È cambiata l’aria o è solo più pesante?
«Nelle riorganizzazioni dovute alla crisi, i margini di sopportazione delle aziende sono ormai all’osso – testimonia Paolo Stern, coordinatore del Centro studi dei consulenti del lavoro di Roma -. La ripresa c’è solo in alcuni segmenti imprenditoriali ed è a macchia di leopardo. Prima nella ditte c’erano dei “tesoretti” con cui si potevano ripianare le inefficienze, oggi no».
Perciò «in situazioni di sofferenza, se si incrina un rapporto di fiducia con un dipendente, il datore di lavoro è spinto a rischiare il giudizio dei magistrati pur di recuperare efficienza liberandosi di chi è poco produttivo – chiarisce Stern -. Prima si poteva ovviare con margini più alti, adesso mancano i mezzi per farlo».
Un quadro allarmante «non direttamente imputabile al Jobs Act», accade lo stesso «nella rinegoziazione dei contratti di consulenza e per la fornitura servizio». Insomma, quando si tratta di occupazione, mal comune non fa mezzo gaudio.

Giacomo Galeazzi
(da “La Stampa”)

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IN ITALIA GLI STIPENDI PIU’ BASSI DELL’EUROPA OCCIDENTALE

Dicembre 10th, 2016 Riccardo Fucile

DATI EUROSTAT: LA PAGA MEDIA ORARIA E’ DI 12,5 EURO CONTRO I 14,9 DELLA FRANCIA

Se la ripresa non decolla la colpa è anche degli stipendi che in Italia restano i più bassi dell’Europa occidentale. P
eggio fanno solo Spagna e Portogallo che però si possono consolare con un maggior potere d’acquisto.
A mettere i numeri nero su bianco è Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, che in un recente report ha fatto il punto sulle retribuzione del Vecchio continente.
La paga media oraria in Italia si ferma a 12,5 euro con un potere d’acquisto pari a 12,3 euro: all’interno dell’Unione europea la media si attesa a 13,2 euro l’ora, ma il dato è condizionato dai bassi salari dei Paesi dell’est entrati nella Ue dopo il 2004.
Basti pensare, per esempio, che in Bulgaria il salario orario si ferma a 1,7 euro e in Romania arriva a 2 euro: in entrambi i Paesi, però, il potere d’acquisto è più alto.
Insomma l’Italia resta il fanalino di coda del Vecchio continente condannata a guardare da lontana la ricca Germania, i paesi scandinavi e persino la vicina Francia dove gli stipendi medi arrivano a 14,9 euro.
E’ quindi solo una magra consolazione il fatto che lungo la Penisola gli stipendi bassi non siano così tanti rispetto alla media.
Sempre secondo Eurostat i lavoratori italiani a basso reddito sono “solo” il 9,4%: si tratta dei dipendenti con un salario orario inferiore ai due terzi della paga oraria.
La percentuale italiana è la più bassa della zona euro dopo Francia (8,8%), Finlandia (5,3%) e Belgio (3,8%), mentre la media continentale è al 17,2%.
Il semplice dato può anche sembrare positivo lasciando intendere che in Italia non ci siano troppe disuguaglianze sul fronte degli stipendi.
Il problema, tuttavia, c’è ed è evidente: la soglia del basso reddito lungo la Penisola è inferiore a tutte le altre economie comparabili: siamo a 8,3 euro all’ora in Italia, 10 euro in Francia, 10,5 euro in Germania, 13,4 in Irlanda, 9,9 nel Regno Unito, 10,7 in Olanda e 17 in Danimarca.
Si scende a 6,6 euro in Spagna, poi è bassissima in Bulgaria (1,1) euro, Romania (1,4 euro), Portogallo (3,4), Slovacchia (2,9), Lettonia e Lituania (2,2), ma sono tutti Paesi che vantano un più alto potere d’acquisto.
A livello assoluto, invece, rimangono pronfonde differenze: il 21,1% delle donne è a basso reddito, contro il 13,5% degli uomini.
Inoltre, quasi un uno su tre (30,1%) degli under-30 rientra nella categoria, mentre tra 30 e 59 anni vi ricadono solo quattordici dipendenti su cento.

(da agenzie)

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DA DUE MESI OCCUPANO LA FABBRICA: “NOI, PRIGIONIERI PER DIFENDERE IL NOSTRO FUTURO”

Dicembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile

LA GENERAL ELECTRIC VUOLE CHIUDERE LA ALSTOM DI SESTO SAN GIOVANNI: GLI OPERAI PRESIDIANO I MACCHINARI FERMI

Visto dal carroponte, sembra un enorme drago d’acciaio addormentato e ripiegato su se stesso.
Macchinari silenziosi, uno di fianco all’altro, nati per fabbricare componenti di centrali elettriche.
Alla Alstom di Sesto San Giovanni gli operai sono gli unici guardiani della bestia. Rotori, cappe di blindaggio, alesatrici, statori: materia che risponde a un lessico ingegneristico, una lingua comprensibile solo agli addetti ai lavori.
Come loro, gli operai. Guardano le macchine ancora vive, le chiamano per nome, ma non sanno se si risveglieranno.
All’entrata di via Edison 50, gli ultimi metalmeccanici di Sesto San Giovanni difendono la fabbrica, l’animale.
Si tratta dello stabilimento della Alstom – inglobata dalla General Electric a fine 2015, che subito dopo ha annunciato 10mila esuberi in tutto il mondo – due capannoni a ridosso della Bicocca in quello che un tempo era il cuore della produzione industriale del Paese e oggi è un prolungamento della periferia che si trasforma senza direzione.
I turni per l’occupazione della fabbrica sono gli stessi di quando c’era il lavoro: notte, mattina e pomeriggio.
“Solo che ora non ci sono domeniche o festivi – dice Diego Tartari, 38 anni, addetto al controllo qualità  – e siamo qui a oltranza, dobbiamo difendere la fabbrica, il nostro lavoro. Voglia di abbandonare? Quella mai”.
Gli operai hanno occupato dal 27 settembre – sono circa una sessantina quelli che si danno il cambio, gli esuberi totali erano 249 – e dal 21 novembre hanno dato il via a una vertenza legale per impugnare i licenziamenti.
Da quando hanno preso il controllo della fabbrica, dell’azienda non entra più nessuno: “Ci hanno provato all’inizio, ora non si presentano più”.
Trattative aperte non ce ne sono, anche se le istituzioni hanno fatto capire che sono dalla loro parte. I metalmeccanici hanno ancora 12 mesi di mobilità  in cui si giocheranno il tutto per tutto, serrando i ranghi e impedendo a chiunque di portare via i macchinari.
Perchè la speranza è che qualcuno sia pronto a riavviare la produzione.
“Resisti solo se hai una famiglia paziente, – dice Stefano Sfregola, 49 anni, gruista – . Tra di noi c’è chi fa fatica. Ad esempio chi come me ha la mamma anziana e malata da accudire “.
Stefano viene da Paderno Dugnano ed è figlio di operai: “Quando ero piccolo mio padre teneva in un braccio me e nell’altro la bandiera della Fiom – racconta – . Come potrei non essere qui a occupare? Il Natale in fabbrica non mi spaventa, ne ho già  fatti diversi da piccolo”.
Di quando il drago era sveglio e attivo se ne ricordano tutti: “Quando tutto era in funzione era meraviglioso, sembrava un’opera lirica”, dice Stefano.
“Ogni volta che entro qui mi prende il magone – ricorda Debora Ravelli, 40 anni, avvolgitrice – . Sì, certo, poi stai con i colleghi con cui prima neanche ti rivolgevi la parola e che hai imparato a conoscere, ma non è la stessa cosa. È una sensazione di tristezza infinita, quando entravi qui pensavi che un posto del genere non potesse mai chiudere”.
E invece. All’inizio della fine in pochi volevano crederci. Perchè sembrava impossibile: l’azienda aveva appena organizzato la festa per il training center, un locale con aule e banchi dove si poteva studiare il funzionamento del rotore.
Ora gli occupanti ci fanno le assemblee. “In molti pensavano fossero solo dei pettegolezzi – ricorda Diego Tartari mostrando i volantini ancora attaccati nella bacheca sindacale – . Come delegati sindacali abbiamo fatto una fatica incredibile a spiegare quello che stava succedendo. Perchè lo avevamo capito, la produzione stava calando senza motivo”.
Sopra la gru, Roberto Cazzaniga, 52 anni, si affaccia a guardare il capannone dispiegato in tutta la sua lunghezza. Quassù non ci saliva mai, lui che dopo anni trascorsi al montaggio e alla costruzione degli statori negli ultimi tempi si occupava di preventivi. “Sono entrato nell’86 quando era ancora Ercole Marelli e ho visto tutti i passaggi di proprietà . All’inizio qui eravamo in mille e nell’officina si faceva di tutto, persino la carpenteria “.
Fa un respiro: “Ne ho viste tante in questi anni, ma la lettera di licenziamento, quella davvero non me la sarei mai aspettata”.

(da “La Repubblica”)

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MORTI SUL LAVORO: L’87% DELLE AZIENDE CONTROLLATE NON E’ IN REGOLA CON LE NORME DI SICUREZZA

Novembre 30th, 2016 Riccardo Fucile

I DATI INAIL CERTIFICANO UN LEGGERO CALO DELLE VITTIME MA NON RACCONTANO IL MONDO SOMMERSO DEGLI ABUSIVI

Ancora morti su lavoro nell’Italia della crisi dove le vittime nella maggior parte dei casi ufficiali sono uomini (il 93% ), che hanno più di 55 anni.
Il giorno dopo la strage di Messina dove tre operai sono morti uccisi dalle esalazioni di gas di una cisterna della nave che stavano pulendo, restano gravissime le condizioni del quarto operaio rimasto ferito mentre la procura ha aperto un fascicolo con l’accusa di omicidio colposo.
Ancora un incidente, ancora morti bianche: 77 ufficiali in meno rispetto all’anno scorso ma sempre una strage infinita.
“Ribadisco con forza l’esortazione a fare di tutto perchè non si ripetano queste gravissime tragedie. Ogni morte sul lavoro è inaccettabile in un Paese come il nostro”, ha detto il presidente della Repubblica
A raccontare l’Italia dove ancora si muore per guadagnarsi il pane, sono i dati dell’Inail.
Parlano di 549 vittime fino al mese di settembre di quest’anno contro le 626 dello stesso periodo 2015 ma ovviamente il dato non tiene conto delle morti nascoste, degli abusivi, dei muratori assoldati a giornata, lasciati feriti sulle strade fingendo incidenti stradali dopo essere caduti dalle impalcature, pagati, ma solo se feriti o morti, con vaucher improvvisamente usciti dalle tasche degli imprenditori.
Così l’anno scorso i dati dell’ Osservatorio Indipendente di Bologna sulle morti sul lavoro parlavano rispetto alle cifre ufficiali di una strage ben più pesante:   oltre 1400 vittime, quest’anno sarebbero gia 1260
Inail: italiani e stranieri.
Sul numero totale gli italiani sono 465 contro “solo” 84 stranieri:   un dato poco vicino alla realtà  se si pensa ai punti di raccolta nelle periferie dove al mattino passano i pullmini per scegliere, caricare chi arrivato dall’est o dall’Africa si offre per pochi spiccioli come muratore o carpentiere, senza assicurazioni o diritti, se si pensa ai luoghi del caporalato dove la schiavitù sembra tornata nei campi.
Così le regioni dove la situazione occupazionale è più legale e chiara per assurdo risultano quelle dove ci sono più vittime.
La prima è infatti l’Emilia Romagna con 70 casi, seguita dal Veneto con 59 morti, Lombardia, 57, Piemonte 47.
La geografia delle morti bianche vede il centro con il 32,6 per cento degli incidenti mortali, seguito dal sud col 21,7, il nord ovest con 20,9. E il nord est con 15,7.
I settori a rischio.
In quasi la metà  dei casi non è determinato il settore economico dove il lavoratore ha perso la vita, seguono poi le costruzioni con 74 casi, l’attività  manifatturiera con 65, il trasporto e magazzinaggio con 62, il commercio all’ingrosso con 33.
“Siamo il Paese Europeo con il più alto numero di morti sul lavoro e questo vorrà  pure dire qualcosa
Abbiamo anche un altro triste primato che è quello dell’abuso dei voucher, che molto spesso favorisce il lavoro nero, usati per coprire il lavoro nero. E non mi pare siano stati messi dei limiti concreti perchè questo abuso possa essere fermato. Averli estesi a tutte le lavorazioni non mi pare sia stata una bella idea”. così dice Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.
I vaucher e gli incidenti.
Le sue parole confermano le denunce fatte dall’Inail. All’istituto per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, nei mesi scorsi è infatti   scattato l’allarme: nel 2012 gli incidenti di lavoratori retribuiti con i ticket erano stati 436, nel 2014 si sono triplicati, arrivando a circa 1.400.
Anche   le morti bianche dei voucheristi si sono raddoppiate: da 2 a 15 in tre anni.
Non solo, a dimostrare l’abuso, l’imbroglio grazie ai vaucher c’è il fatto che quasi sempre il pagamento del vaucher (10 euro lordi di cui 7,5 destinati al lavoratore) coincide con il giorno dell’infortunio mentre in precedenza non risulta alcun rapporto tra il datore di lavoro e il lavoratore.
Segnalazioni, denunce si sono moltiplicate tanto che da giugno il governo ha deciso di obbligare ad una tracciabilità  in modo che non si ripetano abusi, in modo che il vaucher, ormai in uso dalle campagne al lavoro domestico, non venga usato come foglia di fico per nascondere lavoro nero, sfruttamento.
E salti fuori solo al momento in cui arrivano sul luogo dell’incidente carabinieri e polizia a fare i rilievi.

(da “La Repubblica“)

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CONTRATTO STATALI, ACCORDO RAGGIUNTO TRA GOVERNO E SINDACATI

Novembre 30th, 2016 Riccardo Fucile

PRIMO AUMENTO DOPO SETTE ANNI

È stato siglato da sindacati e governo l’accordo quadro sul contratto dei lavoratori del pubblico impiego.
L’intesa, che mancava da sette anni, è stata raggiunta dopo circa otto ore di riunione. Sul punto più importante, quello delll’aumento, la formula trovata nell’intesa è quella di un incremento “non inferiore a 85 euro mensili medi”.
Una soluzione che si avvicina alla proposta formulata dal governo, che indicava un aumento medio di 85 euro. “Dopo sette anni #lavoltabuona per i dipendenti pubblici. Riconoscere il merito, scommettere sulla qualità  dei servizi #passodopopasso”, ha scritto il premier Renzi su Twitter.
Inoltre il governo si è impegnato a trovare una soluzione per non penalizzare i lavoratori che percepiscono il bonus di 80 euro e che rischiano di perderlo con l’incremento salariale.
Nella contrattazione dovranno essere riviste le scale parametrali in modo da non penalizzare chi percepisce gli 80 euro di bonus fiscale. “Un anno fa questo accordo ce lo sognavamo, ora è la realtà “, ha commentato il segretario della Uil Carmelo Barbagallo.
“Nuove regole per nuovi contratti – commenta Giovanni Faverin, segretario generale della Cisl Fp – è il cambio di passo che volevamo e che abbiamo ottenuto grazie alla mobilitazione coraggiosa e determinata di milioni di lavoratori pubblici. Abbiamo firmato un accordo sul pubblico impiego per una nuova stagione dei servizi pubblici, con i lavoratori per i cittadini. La maratona del lavoro pubblico continua”.
Cgil, Cisl e Uil, rileva il sindacato di Corso Italia, con le rispettive categorie di settore, e il Governo hanno condiviso le linee guida “che dovranno sovrintendere l’apertura delle trattative per il rinnovo dei contratti di lavoro nelle pubbliche amministrazioni. Dopo sette anni di blocco della contrattazione si interviene correggendo le norme introdotte dalla legge Brunetta e dalla buona scuola che limitavano la contrattazione ridandole ruolo e titolarità “.
Con questo accordo, rileva la Cgil, “si ripristina un sistema di relazioni sindacali in tutti i settori basato sulla partecipazione di lavoratori e sindacati all’organizzazione e alle condizioni di lavoro, alla valorizzazione professionale, che supera la pratica degli atti unilaterali”.
Di particolare valore, aggiunge, “la garanzia assunta dal governo di rinnovare i contratti dei lavoratori precari assunti dalle pubbliche amministrazioni in scadenza e l’impegno a superare con apposite norme il precariato all’interno della Legge quadro che dovrà  essere prossimamente varata. Importante è anche l’introduzione nel settore pubblico di welfare contrattuale con misure che integrano le prestazioni pubbliche.Le soluzioni salariali indicate nelle linee guida fanno riferimento a un aumento contrattuale di 85 euro medie mensili per il triennio 2016-2018. Si è, inoltre, convenuto di trovare una soluzione che tuteli le retribuzioni dei lavoratori garantendo che gli aumenti contrattuali abbiano efficacia per tutti senza che possano incidere sul bonus degli 80 euro”.

(da agenzie)

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