Destra di Popolo.net

CALANO LE ASSUNZIONI A TEMPO INDETERMINATO, E’ BOOM DI LICENZIAMENTI: + 31%

Ottobre 18th, 2016 Riccardo Fucile

COME VOLEVASI DIMOSTRARE: LE AZIENDE, INCASSATI I BENEFICI DEGLI SGRAVI FISCALI, ORA HANNO LIBERTA’ DI LICENZIARE

La spinta del Jobs Act e – soprattutto – delle decontribuzioni per le assuzioni a tempo indeterminato perdono vigore. E la dinamica del lavoro ne risente.
Peggio: aumentano i licenziamenti “per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo”.
In due anni sono passati da 35 a 46 mila: il 31% in più.
Un dato che si spiega anche con la riforma del lavoro targata Renzi che ha cancellato l’articolo 18 allargando le maglie per le aziende.
Se tra il 2014 e il 2015, infatti, il dato è sostanzialmente invariato, il boom (+10mila licenziamenti) si registra proprio negli ultimi 12 mesi.
Le norme del Jobs Act, infatti, si applicano solo agli assunti dopo l’entrata in vigore della riforma.
La maggior flessibilità  che avrebbe dovuto dare al mercato quella spinta necessaria a ripartire. A un anno e mezzo dall’entrata in vigore del Jobs Act, però, l’occupazione ancora latita con un tasso di senza lavoro fermo all’11,4%.
L’Inps conferma quindi la dinamica emersa dalle rilevazioni statistiche dell’Istat e mostra, a fine agosto, un quadro a tinte fosche.
Mentre continua a crescere senza sosta il ricorso ai voucher – la stretta del governo è arrivata solo a settembre – rallentano le assunzioni a tempo indeterminato e in generale i nuovi contratti.
Assunzioni.
Nei primi otto mesi dell’anno, le assunzioni sono calate dell’8,5% a quota 3,782 milioni: i contratti a tempo indeterminato sono stati “solo” 800mila, in netto calo rispetto agli 1,2 milioni dello scorso anno e meno anche dello stesso periodo del 2014, quando a marzo entrò in vigore il Jobs Act.
“Come già  segnalato nell’ambito dei precedenti aggiornamenti dell’Osservatorio – spiega l’Inps -, il calo va considerato in relazione al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015, anno in cui dette assunzioni potevano beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni”.
Analoghe considerazioni possono essere sviluppate per la contrazione del flusso di trasformazioni a tempo indeterminato (-35,4%).
Fino allo scorso anno, infatti, i datori di lavoro potevano beneficiare di uno sconto fiscale di 24mila euro in tre anni per ogni neoassunti: dal 2016 lo sconto è sceso a 3.250 euro l’anno.
A preoccupare gli addetti ai lavori è soprattutto il trend delle assunzioni a tempo indeterminato: ad agosto sono state solo il 24,9% dei nuovi rapporti di lavoro, il dato mensile più basso dell’ultimo biennio.
Insomma, la cura Renzi inizia a scricchiolare, soprattutto in considerazione di un tasso di disoccupazione che resta stabile all’11,4%.
L’altra faccia della medaglia non è per nulla rassicurante: nonostante le buone intenzioni, infatti, a fronte di un’occupazione che non riparte, non calano neppure dimissioni e licenziamenti.
Voucher.
Tra gennaio e agosto di quest’anno sono stati venduti 96,6 milioni di voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento, rispetto ai primi otto mesi del 2015, pari al 35,9%.
Nei primi otto mesi del 2015, la crescita dell’utilizzo dei voucher, rispetto al 2014, era stata pari al 71,3%. I buoni sono stati sperimentati dall’agosto del 2008, in particolare per i lavoratori delle vendemmie. Da allora al 30 giugno 2016 ne sono stati saccati 347,2 milioni. Il voucher si è rapidamente diffuso e ha accelerato negli ultimi anni: “Ha registrato un tasso di crescita del 66%” tra il 2014 e il 2015, cui va aggiunto un ulteriore +40% tra i primi sei mesi del 2015 e i primi sei mesi del 2016, annota oggi l’Inps.

(da agenzie)

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CALL CENTER IN GARAGE: LAVORATORI IN NERO PER 2,50 EURO L’ORA

Ottobre 16th, 2016 Riccardo Fucile

TARANTO: I TITOLARI ERANO A LORO VOLTA EX DIPENDENTI SFRUTTATI… IL COMMITTENTE ERA TELECOM

Ancora un call center a nero scoperto in un garage a Taranto dalla Slc Cgil.
Una ventina i giovani addetti pagati 2,50 euro all’ora senza contributi e assicurazione. Il committente era Telecom. I gestori, ex dipendenti di un altro call center dove erano stati sfruttati con paghe bassissime.
Così le vittime hanno deciso di passare dalla parte dei carnefici.
Prima in un vano, ospiti nello studio di un commercialista, poi in un garage senza finestre il cui unico accesso è dalla saracinesca, hanno aperto una nuova struttura acquistando il software da un’azienda specializzata che sul proprio sito internet promette anche suggerimenti nel trovare il mandato, cioè il committente per cui lavorare.
Il caso è stato segnalato dal sindacato agli ispettori del Lavoro.
“Una nuova squallida scoperta che spinge a risolvere in fretta la questione – commenta Andrea Lumino, sindacalista della Cgil che da tempo ha avviato una sua personale crociata per la legalità  nel difficile sottobosco dei call center, che solo a Taranto danno lavoro a quasi settemila persone. “Ancora più inquietante – spiega – è che pur lavorando per una commessa con un gigante come Telecom Italia, gli operatori erano costretti a lavorare anche sei ore al giorno in un garage il cui unico accesso è   una saracinesca sulla pubblica strada. Restiamo accanto a questi giovani lavoratori che hanno il diritto di vedere riconosciuto quanto previsto dalla legge e lottiamo con maggiore vigore contro lo sfruttamento per debellare questi fenomeni che nulla hanno a che fare con un Paese civile”.
A partire da ottobre scorso la Slc Cgil ha monitorato 134 call center e in 100 casi sono partiti gli esposti per condizioni di lavoro inique, dipendenti tenuti per mesi in prova o a nero, maltrattamenti e casi di mobbing.
Solo in 13 casi su 100, però, i dipendenti hanno sottoscritto le denunce col sindacato, segno che c’è grande paura di restare marchiati come ‘quelli dalla denuncia facile’ e non trovare più lavoro.
Nei giorni scorsi Lumino e il coordinatore regionale di Slc Cgil Mario Rocco Rossini hanno incontrato l’assessore regionale al Lavoro Sebastiano Leo per fare il punto della situazione sui call center.
Il sindacato ha chiesto l’apertura di un tavolo specifico sui call center ‘da sottoscala’, che fanno dumping, cioè tagli irregolari sul costo del lavoro, sulla pelle dei collaboratori a progetto.

(da “la Repubblica”)

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VOUCHER: 1,4 MILIONI DI LAVORATORI, COMPENSO INFERIORE A 500 EURO L’ANNO, REDDITI DA FAME

Ottobre 13th, 2016 Riccardo Fucile

LA NUOVA FRONTIERA CHE GARANTISCE LAVORO A BASSO COSTO E NON FA EMERGERE IL NERO

Meno di 500 euro all’anno. E’ il reddito netto dei “nuovi precari” pagati a voucher.
La cifra choc arriva ancora una volta dall’Inps e conferma in modo definitivo come i buoni da 10 euro che in teoria dovrebbero servire per remunerare solo prestazioni occasionali siano diventati in realtà  un “girone infernale” che serve soprattutto a garantire alle imprese lavoro a basso costo e non fa affatto emergere il nero.
Dal 2008 al 2016 il numero di italiani pagati in questo modo è cresciuto costantemente, rileva l’istituto nel report sul lavoro accessorio aggiornato al primo semestre dell’anno: dai 216mila del 2011 agli 1,01 milioni del 2014 fino agli 1,4 milioni dello scorso anno, quando i voucher venduti sono stati 115 milioni.
Ma il numero medio di voucher riscossi dal singolo lavoratore, che sui 10 euro totali se ne mette in tasca 7,5, “è rimasto sostanzialmente invariato: circa 60 l’anno dal 2012 in avanti”.
Un dato che fa pensare che in molti casi dietro un voucher attivato dal datore di lavoro per risultare in regola ci siano molte ore di “nero”.
In ogni caso, il risultato per i lavoratori è un guadagno medio da fame. A cui hanno dovuto piegarsi sempre più persone: su 1.380.030 italiani che hanno svolto attività  con i buoni nel 2015, il numero di “nuovi” lavoratori è stato pari a 809.341, il 59%. Tutti loro, va ricordato, vengono censiti tra gli occupati, visto che le convenzioni internazionali stabiliscono che basti un’ora di lavoro in una settimana per uscire dalle fila della disoccupazione.
Il ricorso ai voucher, emerge poi dalla nuova analisi Inps, è concentrato nel Nord del paese: il Nord-est con 127,7 milioni di voucher venduti incide per il 36,8%, il Nord-ovest con 102,6 milioni vale il 29,5%
La regione nella quale si registra il maggior boom è la Lombardia, con 60,7 milioni di buoni lavoro venduti. Seguono il Veneto e l’Emilia-Romagna.
La tipologia di attività  per la quale è stato complessivamente acquistato il maggior numero di voucher è il commercio (16,8%), anche se la parte del leone la fanno le “altre attività ” (36,7%), che comprendono “altri settori produttivi”, “attività  specifiche d’impresa”, “maneggi e scuderie”, “consegna porta a porta”, altre attività  residuali o non codificate: è il “riflesso della storia del lavoro accessorio, all’origine destinato ad ambiti oggettivi di impiego circoscritti”, scrivono gli analisti, “negli anni progressivamente ampliati, fino alla riforma contenuta nella legge n. 92 del 2012 (riforma del mercato del lavoro) che permette di fatto l’utilizzo di lavoro accessorio per qualsiasi tipologia di attività ”.
Un’estensione che è andata di pari passo con l’aumento della vendita di voucher: da agosto 2008 (inizio della sperimentazione dei buoni per pagare gli addetti alle vendemmie) al 30 giugno 2016 ne sono stati venduti 347,2 milioni.
Solo nei primi sei mesi del 2016, sottolinea l’Inps, si è registrato un aumento del 40% rispetto allo stesso periodo del 2015.
Nel frattempo anche i luoghi di distribuzione si sono moltiplicati: inizialmente erano “acquistabili presso le sedi Inps ovvero tramite la procedura telematica, successivamente ampliatasi grazie alle convenzioni stipulate con l’associazione dei tabaccai prima e con le Banche Popolari poi”, in seguito è arrivato il via libera alla “possibilità  di acquistare voucher direttamente presso tutti gli uffici postali“. Attualmente “l’acquisto dei voucher presso i tabaccai è di gran lunga prevalente”.
Nel frattempo l’età  media dei lavoratori a voucher è andata sempre decrescendo, così come il differenziale di età  tra i sessi. La percentuale di donne è progressivamente aumentata ed è attualmente superiore al 50%.
La quota di lavoratori di cittadinanza extracomunitaria nel 2015 è stata pari all’8,6%: non ci sono differenze significative nel numero medio di voucher riscossi rispetto ai cittadini italiani.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL PM ANTIMAFIA SVIZZERO: “SENZA ITALIANI QUI CHIUDIAMO, I FRONTALIERI SONO INDISPENSABILI”

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

BERNASCONI: “REFERENDUM RIDICOLO, SENZA 62.000 LAVORATORI ITALIANI LE IMPRESE TICINESI CHIUDEREBBERO DALLA SERA ALLA MATTINA”… “LA LEGA SI E’ INVENTATA LA PAURA DA SCARICARE SU UN NEMICO IMMAGINARIO”

“Dietro il risultato di questo referendum c’è sicuramente la mancanza di conoscenza delle regole basilari dell’ economia: senza italiani, qui chiudiamo. I frontalieri sono indispensabili”.
Lo dice al Corriere della Sera l’ ex pm antimafia svizzero Paolo Bernasconi commentando l’ esito del referendum in nel Cantone Ticino.
“È in atto uno scollamento tra ciò che fanno i partiti e quello che accade nel mondo dell’ economia”, sottolinea Bernasconi.
“Le imprese ticinesi chiamano ogni giorno dall’ Italia 62 mila lavoratori, senza i quali il sistema manifatturiero, la sanità , il commercio chiuderebbero dalla sera alla mattina. E questi cosa fanno? Votano per rimandarli indietro. La realtà  è che i frontalieri sono indispensabili alla nostra economia”.
“Il Parlamento ha scelto la via della trattativa, degli accordi con l’ Unione Europea, ed è quella corretta. Qui invece prevalgono gli slogan, la faciloneria, l’ illusione che possano esistere soluzioni immediate a problemi complessi”.
“Si tratta di una questione strettamente politica, di un gioco di potere. L’ Udc, la Lega dei Ticinesi stanno tentando di scalzare le èlite economiche rappresentate dai partiti storici e allora devono inventarsi qualcosa. Che cosa? La paura, la paura da scaricare su un nemico a portata di mano. E a questo scopo sono venuti buoni i lavoratori italiani”.
Per Bernasconi comunque la consultazione di ieri non avrà  conseguenze concrete. “Non si riuscirà  ad attuare la norma prima di tutto perchè è incostituzionale”, sottolinea, “introduce delle disparità  tra cittadini e fa prevalere un criterio come la residenza sul merito e le capacità , condizionando la libertà  di scelta delle imprese. Ma soprattutto sarà  la realtà  a imporsi. Sono in contatto con numerosi ceo di società  grandi e piccole, che vivono di export. E sapete cosa mi dicono tutti? Che in Svizzera non c’è abbastanza manodopera, che abbiamo bisogno di lavoratori provenienti dall’ estero”

(da “Huffingtonpost”)

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QUANDO A CRESCERE E’ IL LAVORO DEGLI IMMIGRATI

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

PERCHE’ LA CRISI NON E’ UGUALE PER TUTTI

Che negli anni della crisi l’industria abbia perso il 20-25% della sua capacità  produttiva è noto. Che il Pil si sia contratto di circa il 10% è noto. Che gli occupati totali siano diminuiti di oltre 1 milione di unità  è noto.
Meno noto è il fatto che esista un segmento della società  italiana che, negli anni della crisi, si è rafforzato sistematicamente, senza mai perdere un colpo.
Anzi, per essere precisi, questo segmento della società  italiana è in costante espansione dal momento in cui esistono statistiche che lo rilevano con precisione, ossia dal 2004.
Di chi si tratta? Si tratta degli occupati immigrati.
Nel secondo semestre 2008, ossia esattamente 8 anni fa, gli stranieri occupati in Italia erano circa 1 milione e 600 mila
A otto anni esatti di distanza, nel secondo semestre del 2016 (ultimo dato disponibile) sono diventati 2 milioni e 400 mila, ossia il 50% in più
Mentre gli stranieri conquistavano inesorabilmente posti di lavoro, a un ritmo di 100 mila l’anno, gli italiani ne perdevano più di un milione.
Nella fase acuta della crisi, ossia dal 2008 al 2013, i posti di lavoro occupati da italiani si sono ridotti di circa 1 milione e 800 mila unità , salvo risalire in parte la china nel corso degli ultimi due anni.
A oggi il bilancio complessivo 2008-2016 si riassume in due cifre: stranieri, 800 mila posti in più; italiani 1 milione e 200 mila posti in meno.
Queste cifre spiegano molte cose, ad esempio, perchè l’opinione pubblica sia così poco convinta dall’ottimismo ufficiale.
La ragione è che l’opinione pubblica resta costituita soprattutto da italiani (gli stranieri sono meno del 10%), e gli italiani hanno subito una mazzata che le cifre dell’occupazione globale, inflazionate dall’avanzata degli immigrati, non sono in grado di rilevare: se guardiamo alle cifre totali, mancano “solo” 400 mila posti di lavoro per tornare al 2008, ma se guardiamo alle cifre dei soli italiani di posti di lavoro ne mancano più di 1 milione e 200 mila.
Ecco perchè il morale del paese è basso, e le consuete parole di conforto e incitamento sortiscono ben pochi effetti
Ma se il crollo occupazionale degli italiani spiega alcune cose, non è così chiaro come mai gli stranieri abbiano addirittura rafforzato le loro posizioni sul mercato del lavoro.
A me pare che di tali ragioni ve ne siano almeno tre.
La prima è banale: negli ultimi anni il peso degli stranieri nella popolazione si è accresciuto notevolmente, e questo mero fatto non può che aumentare le probabilità  che un posto vacante sia occupato da uno straniero piuttosto che da un italiano.
La seconda ragione è che, durante la crisi, la domanda di lavoro è crollata nelle posizioni ad alta qualificazione (tipicamente ricercate dagli italiani) ed è aumentata sensibilmente in quelle a bassa e bassissima qualificazione (tipicamente accettate dagli stranieri).
La terza ragione è più generale, e probabilmente più difficile da riconoscere.
Anche se molto si lamentano della situazione e della mancanza di prospettive, la realtà  è che la maggior parte degli italiani hanno raggiunto un livello di benessere sufficiente a renderli alquanto “choosy” (copyright Elsa Fornero) nella ricerca di un lavoro.
In tanti non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all’opinione che essi si sono fatti di sè stessi, opinione che scuola e università  si incaricano di certificare. L’esatto contrario degli stranieri, che sono disposti ad accettare un lavoro anche al di sotto, molto al di sotto, delle qualificazioni acquisite e certificate.
Si può deplorare quanto si vuole questa situazione, e immaginare che quelli degli italiani siano diritti negati, e la condizione degli stranieri sia di puro e bieco sfruttamento (come in effetti talora è: vedi le tante Rosarno, vedi la piaga del lavoro nero).
E tuttavia c’è anche un altro modo di raccontare le cose.
Gli stranieri immigrati in Italia sono esattamente come noi, solo che vivono in un altro tempo, un tempo che noi abbiamo vissuto negli anni ’50 e ’60, quando il nostro livello di istruzione era più basso e non c’erano genitori e nonni disposti a mantenerci finchè trovavamo un lavoro coerente con le nostre aspirazioni.
Quanto a noi italiani, è certamente vero che i posti sono pochi, troppo pochi (ce ne mancano circa 6 milioni per diventare un paese appena normale, con un tasso di occupazione in media Ocse), ma purtroppo è anche vero che paghiamo lo scotto di aver liceizzato tutto — scuola e università  — senza valutarne le conseguenze.
In un paese che, colpevolmente, ha scarso bisogno di laureati e continua ad avere bisogno di innumerevoli competenze tecniche e professionali intermedie, aver svuotato di ogni vero saper fare la maggior parte dei diplomi di scuola secondaria superiore non è stata una grande trovata.
Forse, l’avanzata occupazionale degli immigrati, con la loro umiltà  e determinazione, è anche un silenzioso segnale rivolto a noi, un invito a riflettere sullo scarto fra quel che siamo e quello cui crediamo di avere diritto.

Luca Ricolfi
(da “il Sole24ore”)

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MORIRE NEL 2016 DURANTE UN PICCHETTO: TIR FORZA IL BLOCCO E TRAVOLGE OPERAIO PADRE DI CINQUE FIGLI

Settembre 15th, 2016 Riccardo Fucile

DRAMMA NELLA NOTTE A PIACENZA DAVANTI AD UN’AZIENDA LOGISTICA DURANTE LO SCIOPERO DEI FACCHINI… “INCITATO A FORZARE IL BLOCCO”

Nella notte un operaio della Seam, ditta in appalto della Gls, è morto a Piacenza durante un picchetto davanti ai magazzini dell’azienda logistica per cui lavorava.
A dare la notizia è l’Usb, l’Unione sindacale di base, che ieri sera aveva indetto un’assemblea.
L’operaio iscritto al sindacato, egiziano 53enne padre di 5 figli e impiegato nell’azienda dal 2003, è stato travolto e ucciso da un tir mentre scioperava.
“È stato assassinato da un camion in corsa che ha forzato il blocco”, è la denuncia dell’Usb, che alle 11 di giovedì 15 settembre terrà  una conferenza stampa davanti al magazzino di Piacenza, in via Riva località  Montale
I soccorsi intervenuti sul posto sono stati vani, e per l’operaio non c’è stato nulla da fare.
L’autista è stato portato in questura per essere interrogato dal pm di turno. L’area è stata transennata per i rilievi di rito, e sul posto sono intervenuti i carabinieri, la polizia di Stato e quella municipale.
La dinamica della protesta degenerata in tragedia è al vaglio delle forze dell’ordine, che stanno visionando i filmati delle telecamere di sorveglianza e quelli girati dai facchini con i loro cellulari.
“Non si può morire per difendere i propri diritti. Questo assassinio è la tragica conferma della insostenibile condizione che i lavoratori della logistica stanno vivendo da troppo tempo: violenza, ricatti, minacce, assenza di diritti e di stabilità  sono la norma inaccettabile in questo settore – dichiarano i sindacalisti Usb – Il picchetto era stato organizzato per discutere del mancato rispetto degli accordi sottoscritti sulle assunzioni dei precari a tempo determinato”.
Gli agenti erano presenti allo sciopero per motivi di ordine pubblico e la scena si è svolta sotto i loro occhi.
Secondo quanto riferisce il sindacalista Riccardo Germani “il conducente del camion è stato incitato a forzare il picchetto da un addetto vicino all’azienda. Gli urlavano parti, vai!, e quello è partito investendo il nostro aderente”.

(da agenzie)

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NON SI ASSUME (-30%) E SI LICENZIA (+7,4%): LA MARCHETTA AI DATORI DI LAVORO HA OTTENUTO IL SUO SCOPO

Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

FINITI GLI INCENTIVI CHE HANNO DOPATO IL MERCATO, RESTA SOLO LA LIBERTA’ DI LICENZIARE

Arriva la fotografia “completa” del mercato del lavoro e non porta buone notizie.
Nel secondo trimestre del 2016 le attivazioni di contratti a tempo indeterminato sono state 392.043, il 29,4% in meno rispetto all’anno scorso (-163.099).
Lo rileva il ministero del Lavoro con le comunicazioni obbligatorie appena pubblicato dal ministero del Lavoro.
I rapporti di lavoro a tempo indeterminato cessati sono stati 470.561, -10% rispetto allo stesso periodo del 2015.
Il dato, a differenza di quello dell’Inps, tiene conto di tutto il lavoro dipendente compresi domestici, agricoli e p.a e anche dei contratti di collaborazione. I numeri risentono della riduzione dell’incentivo all’assunzione a tempo indeterminato.
Ecco il dettaglio della ricognizione
Nel secondo trimestre del 2016 sono state registrate 2,45 milioni di attivazioni di contratti nel complesso a fronte di 2,19 milioni di cessazioni.
La maggioranza delle cessazioni sono dovute al termine del contratto a tempo determinato (1,43 milioni).
Tra le altre cessazioni sono aumentate quelle promosse dal datore di lavoro (+8,1%) mentre si sono ridotte quelle chieste dal lavoratore (-24,9%).
In particolare sono aumentati i licenziamenti (+7,4% sul secondo trimestre 2016).
Nel periodo i licenziamenti sono stati infatti 221.186, 15.264 in più rispetto al secondo trimestre 2015.
Sono invece diminuite le chiusure di contratto dovute alla cessazione dell’attività  del datore di lavoro (-10,3%)
Tra le cessazioni richieste dal lavoratore sono in calo considerevole sia le dimissioni (293.814, -23,9%) sia i pensionamenti (13.924 (-41,4%).
Per le donne le uscite per pensionamento sono crollate (-47%), probabilmente anche a causa della stretta sui requisiti per la pensione di vecchiaia scattati quest’anno.
Un calo ancora più consistente si era registrato nel primo trimestre, con le cessazioni per dimissioni per pensionamento delle donne ferme a 3.169 (-64,9%).
I dati sono destinati certamente a far discutere. Sia nel merito che rispetto a quelli sventolati dal governo.

(da agenzie)

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REDDITO DI CITTADINANZA PER SOPRAVVIVERE A INTERNET E ROBOT

Agosto 22nd, 2016 Riccardo Fucile

LA RIVOLUZIONE INFORMATICA ROTTAMERA’ MIGLIAIA DI POSTI DI LAVORO… ECCO COME FUNZIONA L’ASSEGNO MINIMO NEL MONDO E QUALI SONO I RISCHI

La Bibbia inizia con Dio indaffarato a creare il mondo. Il diritto/dovere al lavoro è sancito dall’Onu nella Dichiarazione universale dei Diritti. La Costituzione italiana fonda la Repubblica sul lavoro.
Eppure, non tutti sono d’accordo che il lavoro nobilita. Da anni i dimostranti all’Euroday strillano: il lavoro è schiavitù. Da mesi gli scioperanti a Parigi sventolano striscioni: il lavoro è un crimine contro l’umanità .
IL DIBATTITO POLITICO
Conflitto generazionale, confronto tra conservatori e riformisti?
O la fine dell’epoca che ha generalizzato l’opportunità  di guadagnarsi la vita sudando, e l’inizio dell’età  che generalizza il diritto a un reddito sfaticato?
A parte millenari principi religiosi (carità ) e umanitari (filantropia), il concetto del diritto al benessere senza controparte risale a qualche secolo addietro.
Manifestato al tempo delle rivoluzioni francese (Franà§ois Huet) e americana (Thomas Paine), è stato portato avanti da economisti (Stuart Mill, Maynard Keynes e Milton Friedman) e visionari (Martin Luther King).
Tutti loro hanno auspicato misure per promuovere la giustizia sociale, ridurre il ruolo coercitivo dello Stato e restaurare la libertà  individuale – finanche l’emancipazione dal lavoro.
Nasce così il concetto Rug, reddito universale garantito – l’auspicio che la società  si organizzi in modo da permettere a ciascuno di re-orientare la vita a proprio piacimento.
L’obbligo del lavoro per sostentarsi è sostituito dal diritto di soddisfare i bisogni personali, nulla escluso – neppure il dolce far niente, il divertimento fine a stesso.
Una formulazione rivoluzionaria, per alcuni utopistica, che supera tanto il concetto marxista dell’economia redistributiva (tassare i ricchi per assistere i poveri) quanto il concetto capitalista dello Stato assistenziale (proteggere chi è in condizioni di indigenza).
IN EUROPA
Nel mondo il concetto Rug esibisce connotati diversi.
In Italia il proposto reddito di cittadinanza mira a garantire il raggiungimento della soglia Ue di rischio povertà : 780 euro/mese condizionati alla disponibilità  al lavoro (il ministero delle Finanze evidenzia l’assente copertura di bilancio: 17 miliardi, pari 1% del Pil).
La Gran Bretagna già  offre un reddito di base: 500 euro/mese, in aggiunta a varie prestazioni gratuite (indennità -casa e sanità ).
In Olanda diverse municipalità , Utrecht tra esse, partecipano al programma pilota weten wat werkt (conoscere cosa funziona): assegni mensili fino a 1000 euro sono offerti, alcuni senza controparte, altri in sostituzione di tradizionali forme d’assistenza.
In Finlandia l’esperimento di reddito universale inizierà  alla fine dell’anno, per 24 mesi e un costo di 20 milioni di euro: l’obiettivo è riformare la politica sociale, creare un incentivo al lavoro e rafforzare i vincoli familiari.
In Svizzera, la proposta di un vitalizio sociale (euro 26 mila/anno a ogni cittadino, a prescindere da età , lavoro e patrimonio) è stata rottamata in un recente referendum: prevedeva una spesa annua di 18 miliardi di euro.
NEL RESTO DEL MONDO
Anche fuori dell’Europa l’idea prende piede. In Canada, l’esperimento degli Anni 90 nello Stato del Manitoba porta a risultati ambigui: i genitori passano più tempo con i figli (buon auspicio), ma aumentano anche il consumo di cannabis, l’ozio e la disoccupazione.
Dopo un quarto di secolo, il Canada intenderebbe riprovarci con un progetto di 15 mila dollari/anno per ogni adulto. I fondi non esistono ma i sostenitori affermano che 2/3 di essi potrebbero essere generati ristrutturando e riducendo le altre spese federali. Negli Usa, dove metà  della vita è passata lavorando (con il 50% di questa metà  assorbito dal fisco), l’Alaska da tempo distribuisce annualmente 2000 petrodollari a ogni cittadino.
La proposta del candidato democratico Sanders di estendere il progetto a tutto il paese è irrealistica: secondo il Center for Policy Priorities (d’ispirazione riformista) costerebbe 3 mila miliardi di dollari – pari al totale delle entrate federali. Brasile e India manifestano il desiderio di lanciare simili esperimenti per rimediare all’inefficienza dello stato sociale e gestire evidenti lacerazioni sociali: per ora nulla di concreto.
Il reddito universale garantito è più che la risposta ai dimostranti di Parigi. Neppure si basa solo su una ragione morale: «La giustizia verso la folla di poveri che ci circonda» (parole di Francesco).
LA RIVOLUZIONE INFORMATICA
A porlo sul tavolo c’è una circostanza sistemica e improrogabile: la rivoluzione informatica in corso rischia di vanificare ogni sforzo di guadagnarsi il pane. Dispositivi elettronici che vincono a scacchi, guidano l’automobile e stampano lamiere possono ugualmente controllare il traffico, coltivare la terra, assistere in banca, consegnare la posta, insegnare a scuola e servire al ristorante.
Gli scienziati del Mit stimano che, in una generazione, metà  dell’umanità  potrebbe non trovare più lavoro; secondo i futurologi di Oxford, metà  dell’occupazione odierna sarà  distrutta nel prossimo quarto di secolo.
C’è effettivamente da temere che la demolizione di posti lavoro, in corso da un decennio, continui inesorabilmente. Non tutti concordano.
Si osserva che negli ultimi due secoli, molteplici rivoluzioni industriali hanno distrutto occupazione e reddito in vecchie attività , creandone volumi maggiori in nuovi settori: nel tempo la proporzione di gente attiva sul mercato del lavoro è cresciuta e con essa il tenore di vita.
Personalmente, dubito usufruiremo di un risultato analogamente positivo in futuro.
I ROBOT
L’attuale progresso verso la robotizzazione è una nuova forma di globalizzazione.
Ieri, a seguito della globalizzazione della produzione, la nostra industria è stata distrutta: Europa e America hanno perso le manifatture, delocalizzate in Oriente. Oggi, la globalizzazione dell’automazione in ufficio e in azienda distrugge i servizi (2/3 dell’occupazione): l’intelligenza artificiale sostituisce il ragionamento umano, circuiti e sensori sostituiscono nervi e braccia, voci sintetiche assistono gli utenti. L’interazione tra la globalizzazione geografica (ieri, a favore della Cina) e la globalizzazione strumentale (oggi, a favore dei robot) può solo risultare in ulteriore disoccupazione e abbassamento dei salari reali.
Il recente dibattito tra Obama e gli imprenditori di Silicon Valley rende evidente la contiguità  tra le due globalizzazioni.
Al Presidente che chiede il rimpatrio delle aziende trasferite in Cina, la risposta è tutta un programma: «La relocalizzazione verso gli Usa è iniziata. Sostituiamo operai in Cina con robot in America».
In altre parole, i proprietari delle nuove tecnologie sono patriottici: accumulano reddito, senza preoccuparsi se il lavoro è un’eccellenza o un crimine.
CONTRO LE DISEGUAGLIANZE
Per colmare la crescente disuguaglianza sociale prima che l’antitesi diventa irreversibile, magari violenta, il reddito universale garantito è interessante – se riusciamo a superare le differenti valutazioni tra pubblico, imprenditori e governi. Nell’Unione Europea 2/3 dell’opinione pubblica è a favore, secondo il sondaggio telematico della Delia Research.
Nel mondo degli affari prevale l’opinione negativa, espressa dall’amministratore del colosso svizzero-svedese Abb, Ulrich Spiesshofer: «Un aiuto che garantisce il tenore di vita minimo è auspicabile; un reddito che spezza il legame tra sforzo e beneficio è impensabile».
Ai politici tocca mediare. A livello concettuale l’assegno universale, garantito e incondizionato potrebbe essere finanziato eliminando gli inefficienti meccanismi d’assistenza attuali (indennità  di disoccupazione, buoni alimentari, contributo affitto, etc) e soprattutto riducendo burocrazia, sprechi, privilegi, costi della politica, prezzi manipolati e usura.
È improbabile che questi eccellenti programmi di riforma siano messi in pratica.
Un pessimo Rug è invece probabile: un altro assegno da 80 euro, magari moltiplicato per dieci, garantito per vincere le elezioni.

Antonio Maria Costa
(da “La Stampa”)

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WELFARE, ITALIA AGLI ULTIMI POSTI TRA I PAESI OCSE: “CORRUZIONE ED EVASIONE PRODUCONO DISTORSIONI”

Agosto 19th, 2016 Riccardo Fucile

SIAMO 32° SU 41 PAESI PER PRESTAZIONI DI WELFARE: “LARGA FASCIA DI POPOLAZIONE IMPOVERITA NON COPERTA”

Misure insufficienti a sostegno della famiglia, con benefit che “non compensano i costi sostenuti per crescere i figli” e asili nido “disponibili su scala limitata e in modo policy performancemolto variabile a seconda delle regioni”.
Risultato, inevitabilmente, una “limitata partecipazione delle donne al mercato del lavoro“.
E ancora: politiche troppo deboli per affrontare il problema dell’inclusione sociale e della povertà , “particolarmente serio per le famiglie giovani, specialmente nei casi in cui solo degli adulti è occupato”.
Pensioni in molti casi “estremamente basse”, nell’ambito di un sistema che rischia di diventare insostenibile considerato “l’elevato tasso di disoccupazione giovanile“. Inoltre, la corruzione “continua a essere un fattore chiave che mina la qualità  della pubblica amministrazione.
Le distorsioni che produce nei servizi pubblici e nell’economia ostacolano la modernizzazione. Il governo deve fare di più per risolvere questo problema”.
E’ il quadro relativo all’Italia delineato dal rapporto 2016 sulle Performance delle politiche e capacità  di governance nell’Ocse e nella Ue della Fondazione Bertelsmann, i cui contenuti sono stati anticipati in parte da La Stampa.
“Per ampie fasce di popolazione impoverita nessuna protezione sociale”
La classifica sulle “performance delle politiche”, che aggrega i dati su sviluppo economico, protezione ambientale e, appunto, politiche sociali, vede la Penisola piazzarsi agli ultimi posti: 32esima sui 41 Paesi Ocse considerati.
Nelle tre dimensioni il punteggio raggiunto dall’Italia è rispettivamente di 5,4, 5,1 e 5,5, per una media di 5,3 contro i 5,98 punti della Slovenia, i 5,8 della Polonia, i 5,5 della Slovacchia.
Davanti a noi anche Spagna, Malta e Portogallo, mentre sul podio ci sono i “soliti” Paesi nordici: Svezia, Danimarca e Norvegia.
Gli Stati Uniti sono 26esimi, dietro la Germania (sesta), la Francia (18esima) e il Regno Unito (nono). Fanalino di coda la Grecia.
Il report ad hoc dedicato all’Italia evidenzia tutte le debolezze di un sistema di protezione sociale che “non copre una larga parte di popolazione recentemente impoverita“.
Benefit e detrazioni per gli individui a basso reddito “dovrebbero avere funzioni redistributive, ma hanno cessato di operare in questa direzione” a causa di “aumento delle aliquote e erosione dei benefit a causa dell’inflazione e prevalenza dell’evasione fiscale in alcune fasce di popolazione.
Per di più, gli effetti redistributivi non raggiungono quella parte che guadagna meno del reddito minimo tassabile (i cosiddetti incapienti, ndr). Una politica efficace di riduzione della povertà  richiede strumenti più estesi ed efficienti”.
Emergenza Neet e lotta all’evasione ancora insufficiente
Nuove politiche concepite per questi nuovi poveri “hanno iniziato a essere discusse”, concede il rapporto, “ma non sono ancora operative“.
E deve ancora essere affrontato il problema della “ampia quota di giovani che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet, ndr), in particolare nel sud Italia”. In generale, sottolinea l’introduzione, “per proteggere il Paese da choc esterni e assicurare la sostenibilità  fiscale sarà  necessario un approccio più bilanciato tra il consolidamento fiscale dei precedenti governi e le politiche espansive di quello di Renzi” e “è necessaria ulteriore modernizzazione e liberalizzazione dell’economia, mentre le recenti politiche familiari, sociali e industriali stanno iniziando solo ora a far sentire i propri effetti sulla crescita”.
Uno dei problemi principali “è che il sistema provoca significative distorsioni a beneficio dei contribuenti infedeli”. Nonostante le misure varate dal governo, “serve una riforma più incisiva per aumentare l’equità  orizzontale, ridurre gli ostacoli alla competitività  e facilitare gli investimenti diretti esteri”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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    • LA SEMPRE LOQUACE GIORGIA MELONI HA PERSO LA PAROLA SUL CLAMOROSO STOP DELLA CORTE SUPREMA USA AI DAZI DI TRUMP: IL SILENZIO IMBARAZZATO DELLA PREMIER, FAN NUMERO UNO DEL TYCOON IN EUROPA, È UN ASSIST ALL’OPPOSIZIONE
    • SONDAGGIO PARTITI YOUTREND SKYTG24: CALA TUTTO IL CENTRODESTRA, IL PARTITO DI VANNACCI VICINO ALLA LEGA
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