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RYANAIR INVESTE UN MILIARDO DI DOLLARI IN ITALIA: 10 NUOVI AEREI, 44 ROTTE IN PIU’, 2.250 POSTI DI LAVORO

Agosto 17th, 2016 Riccardo Fucile

LA COMPAGNIA PREVEDE L’ANNO PROSSIMO DI ARRIVARE A 117 MILIONI DI PASSEGGERI

Ryanair farà  nel 2017 il suo più grande investimento di sempre in Italia.
Lo ha annunciato il ceo della compagnia, Michael O’Leary, in una conferenza stampa con il ministro dei trasporti, Graziano Delrio.
Il piano prevede l’allocazione di 10 nuovi aeromobili sul mercato italiano, pari ad un investimento di 1 miliardo di dollari, ha spiegato O’Leary, precisando che si tratta di un investimento totalmente nuovo: quel miliardo di dollari era precedentemente destinato a Spagna, Polonia e Grecia ed è stato ora spostato sull’Italia.
C’è poi l’apertura di 44 nuove rotte, di cui 21 presso gli aeroporti di Roma e Milano e 23 presso gli scali regionali.
«Inoltre cresceremo di 3 milioni di passeggeri, passando dai 32 milioni del 2016 a 35 milioni nel 2017», ha detto O’Leary: «Questi numeri – ha aggiunto – genereranno 2.250 posti di lavoro presso gli aeroporti italiani».
«Oggi annunciamo buone notizie, un grosso Piano di sviluppo per l’Italia per il 2017, in risposta alla decisione del Governo Renzi di annullare l’incremento della tassa municipale e all’eccellente lavoro del ministro Delrio» con le linee guida aeroportuali ora allineate alla normativa europea.
«Il ministro Delrio ha sfidato le compagnie aeree a presentare dei Piani di sviluppo e noi abbiamo raccolto la sfida», ha aggiunto O’Leary.
Ryanair inoltre prevede l’anno prossimo di arrivare a 117 milioni di passeggeri su tutto il proprio network, ha annunciato O’Leary.
Il numero uno di Ryanair, interpellato sugli effetti della Brexit, ha detto che «è ancora troppo presto per fare delle considerazioni sugli impatti sul business dalla Brexit». «Non investiamo in Italia per colpa della Brexit – ha puntualizzato – ma perchè crediamo nel mercato italiano, che è un mercato che ci dà  la possibilità  di operare in maniera più efficiente e più efficace».

(da agenzie)

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CAPORALATO, NEL GHETTO DI NARDO’, SFRUTTATI ARRUOLATI TRAMITE WHATSAPP E ORGANIZZAZIONE CRIMINALE

Luglio 27th, 2016 Riccardo Fucile

SOLO IL SINDACO PIPPI MELLONE, VIETANDO LA RACCOLTA NELLE ORE PIU’ CALDE E PORTANDO CONTAINER CON BAGNI E DOCCE, STA CERCANDO DI CAMBIARE LE COSE… LA VERGOGNA DI 15 GROSSI PROPRIETARI TERRIERI CHE HANNO FATTO RICORSO AL PREFETTO E AL TAR, MA MELLONE NON MOLLA

Il caporalato ai tempi di Internet vive grazie a Telegram e Whatsapp: messaggi in arabo, inglese e francese per convocare i braccianti al lavoro e concordare le paghe, perfino le foto dei capisquadra per dimostrare chi ha lavorato e quanto.
Evolve la complessa organizzazione para-criminale che gestisce il lavoro nelle campagne del Salento.
E nel ghetto di Nardò i migranti non staccano gli occhi dai telefonini. Entrare in quella terra di mezzo in contrada Arene-Serrazze è impresa ardua. Difficile portare in mano videocamere e macchine fotografiche, pure il telefono cellulare è meglio metterlo via. Perchè i ragazzi del ghetto – almeno duecento, di una decina di nazionalità  – dopo essere stati esibiti per anni sui media, guardano tutti con sospetto.
La rivolta della masseria Boncuri del 2011 ormai è un ricordo e l’obiettivo primario di ognuno è solo lavorare qualche ora al giorno e tornare al campo con pochi euro in tasca.
I più fortunati racimolano 30 euro a giornata, qualcuno molto meno, considerato che la raccolta del pomodoro viene pagata circa 3,5 euro a cassone (ciascuno da 350 chilogrammi) e le angurie 5 euro all’ora.
Contratti non ne ha firmati nessuno. O almeno così raccontano i lavoratori, mostrando fogli che indicano una fantomatica ‘disponibilità  al lavoro’ acquisita dalle aziende. Con la mediazione rigorosa dei caporali, che sono stati i primi ad arrivare in Salento e ora gestiscono il lavoro con il telefonino, affidando ai capisquadra le verifiche nei campi e anche il trasporto delle persone.
Dal ghetto si parte alle 5,30-6, intorno alle 12,30 molti furgoni sono di ritorno perchè alcune aziende rispettano l’ordinanza del sindaco, Pippi Mellone, che ha inibito il lavoro dalle 12 alle 16.
I 15 proprietari delle ditte più grosse hanno fatto ricorso al prefetto e al Tar, ma per il primo cittadino indietro non si torna.
Lui la patata bollente dei braccianti l’ha ereditata a stagione iniziata: in un’area comunale accanto alle casupole sono state sistemate 22 tende (20 del ministero dell’Interno e due del Comune), container con bagni e docce inviati dalla Regione e da Coldiretti, aperto un presidio sanitario e avviati corsi sulla sicurezza sul lavoro.
Nel campo, però, trovano posto 132 persone a fronte di almeno 400 che orbitano nell’hinterland neretino e da quest’anno si spingono a lavorare fino al Brindisino, a Ginosa, al Metapontino.
Per gli altri resta il ghetto in cui neppure gli addetti alla raccolta della spazzatura vogliono mettere piede, limitandosi a svuotare i tre bidoni vicino al cancello.
Dentro, per forza di cose, i rifiuti sono ovunque, i servizi igienici non esistono e un odore nauseabondo ammorba l’aria.
Nelle casupole costruite con materiale di risulta si cerca di mantenere una parvenza di dignità , ma non è facile quando il pavimento è la terra rossa e abiti e suppellettili vedono l’acqua di radi.
I gruppi sono divisi per etnie e poi anche per tribù – spiega Angelo Cleopazzo di Diritti a Sud – ognuno con un capo che mantiene l’ordine e stempera i conflitti.
A pochi metri dall’ingresso il primo bar, con tre uomini intenti a preparare il pranzo per chi torna dal lavoro: “Oggi fave, pomodoro, uova e cipolla”, spiega un ragazzone che poi insiste per offrire il caffè.
Più avanti si cambia Paese d’origine e quindi menù: “Oggi uova e carne, assaggia questo frullato, lo faccio io tutti i giorni”. Il sapore è buono, il bicchiere grande costa un euro, 2 il panino, 50 centesimi il caffè.
Tutto è organizzato. Anche le sale tv sotto le tende, dove risuona il telegiornale di Al Jazeera, il barbiere, il meccanico, la sera tre o quattro disco-pub e le case delle prostitute, una quindicina di nigeriane portate dalle matrone e gestite da protettori. Perchè se pure nel ghetto di Nardò lo Stato non vuole entrare, dentro ci sono comunque persone.
Che hanno rinunciato ai diritti di lavoratori, ma non alla loro umanità .

(da “La Repubblica”)

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ANCHE GLI STATALI DIVENTANO PRECARI: SCOMPARE IL POSTO FISSO E GLI SCATTI AUTOMATICI DI ANZIANITA’

Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile

CI VOLEVA UN GOVERNO DI SINISTRA PER TOGLIERE ULTERIORI DIRITTI… LE NOVITA’ NELLA BOZZA DEL DECRETO ATTUATIVO

I lavoratori del pubblico impiego potrebbero essere condannati a dire addio ad almeno due incrollabili certezze: il posto fisso e gli scatti automatici di anzianità .
La novità  – secondo quanto riportato dal Corriere della Sera – sarebbe inserita nella bozza di uno dei decreti attuativi più attesi della Riforma della Pubblica Amministrazione
Ogni anno, dice il documento, tutte le amministrazioni devono comunicare al ministero le «eccedenze di personale» rispetto alle «esigenze funzionali o alla situazione finanziaria».
Detto brutalmente, i dipendenti che non servono o che la situazione di bilancio non consente di tenere in carico.
Le «eccedenze» possono essere subito spostate in un altro ufficio, nel raggio di 50 chilometri da quello di provenienza con la mobilità  obbligatoria.
Altrimenti vengono messe in «disponibilità »: non lavorano e prendono l’80% dello stipendio con relativi contributi per la pensione.
Ma se entro due anni non riescono a trovare un altro posto, anche accettando un inquadramento più basso con relativo taglio dello stipendio, il loro «rapporto di lavoro si intende definitivamente risolto».
Stop anche agli aumenti di stipendio legati all’anzianità  professionale.
I compensi dei lavoratori, come già  di fatto accade da tempo, non saliranno in funzione degli anni lavorati
Ogni anno tutti dipendenti pubblici saranno valutati dai loro dirigenti per il lavoro fatto. E sulla base di quelle pagelle sarà  assegnato un aumento, piccolo o grande a seconda delle risorse disponibili, a non più del 20% dei dipendenti per ogni amministrazione.
Tra le novità  previste dal decreto – scrive ancora il Corriere – anche “l’obbligo della conoscenza dell’inglese come requisito per i concorsi pubblici, la visita fiscale automatica per le assenze fatte al venerdì e nei prefestivi”, “la fine dell’indennità  di trasferta e il buono pasto uguale per tutti, sette euro al giorno”.

(da “Huffingtonpost”)

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DATI INPS: NEI PRIMI 5 MESI DEL 2016 CONTRATTI STABILI CROLLATI DEL 78% IN UN ANNO, VOUCHER A + 43%

Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile

VENDUTI 56 MILIONI DI BUONI LAVORO, LA NUOVA FRONTIERA DELLO SFRUTTAMENTO

Il saldo dei contratti stabili tra gennaio e maggio 2016 è crollato del 78% rispetto all’anno scorso, mentre non si ferma il boom dei voucher, che registra un’impennata del 43%.
I numeri dell’Inps confermano tendenza ormai consolidata da inizio 2016: da quando gli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato sono dimezzati, le imprese hanno smesso di investire sui contratti a tutele crescenti.
Nel dettaglio, nei primi 5 mesi dell’anno sono stati attivati 712mila rapporti stabili (comprese le trasformazioni da contratti precari), mentre si sono registrate 629mila cessazioni. Il saldo positivo, dunque, è di 82mila unità : si tratta di un valore decisamente inferiore ai 379mila contratti dello stesso periodo di un anno fa. Il dato è peggiore anche del 2014, quando si attestava a quota 122mila.
E anche allargando lo sguardo a tutte le tipologie di contratto, si registra un calo rispetto al 2015.
Nei primi cinque mesi del 2016, il saldo tra rapporti attivati e cessati è positivo di 435mila unità , in ribasso del 19%.
In questo caso, tuttavia, si tratta di un aumento del 14% rispetto al dato del 2014, che si fermava a quota 384mila.
Se calano le assunzioni stabili, cresce ancora — e non è una novità  — il numero dei voucher, definiti dallo stesso presidente Inps Tito Boeri “la nuova frontiera del precariato”.
Nel periodo gennaio-maggio 2016 sono stati venduti 56,7 milioni di buoni lavoro, con un incremento del 43% rispetto ai primi cinque mesi dell’anno scorso.
Nello stesso periodo del 2015 la crescita dell’utilizzo dei voucher, rispetto al 2014, era stata pari al 75,2%.

(da agenzie)

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NON LAVORANO E NON STUDIANO: ECCO COME VIVONO 2,3 MILIONI DI GIOVANI ITALIANI

Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile

VOLONTARIATO, SPORT, LAVORETTI: LE TRIBU’ DEI NEET NON ACCETTANO LA LORO CONDIZIONE … MA L’UNICA ISTITUZIONE AMICA RIMANE LA FAMIGLIA

Ma cosa fanno veramente i Neet? Sono davvero solo dei forzati del divano oppure anche tra di loro passa una linea di ulteriore disuguaglianza?
Una divisione che separa gli «esogeni», quelli che sono impegnati ogni giorno in un duro corpo a corpo con un mercato del lavoro che non vuole includerli, dagli «endogeni», gli scoraggiati che si sentono drammaticamente inadeguati e sono portati ad arretrare davanti a qualsiasi sfida?
L’Italia ha il triste primato europeo dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in un corso di formazione.
Parte di loro – un milione su 2,3 totali – compare alla voce «disoccupati» ed è disponibile dunque a iniziare un lavoro nelle successive due settimane.
Sono 700 mila – sempre secondo le classificazioni statistiche – «le forze di lavoro potenziali», le persone che nelle ultime 4 settimane non hanno cercato lavoro ma sono mobilitabili a breve, infine ci sono gli «inattivi totali» che raggiungono quota 600 mila.
Dietro questi ultimi c’è quasi sempre un percorso accidentato di studi con bocciature e interruzioni, un basso livello di autostima e una forte dipendenza dal contesto familiare di provenienza.
Ma per calibrare gli interventi e non limitarsi a invocare misure miracolose è forse necessario capire da dentro il fenomeno Neet (in Italia «nè nè»), monitorare i loro comportamenti, le piccole mosse che maturano nel quotidiano, sapere come e dove passano la giornata.
Il programma di Garanzia Giovani avrebbe dovuto servire anche a questo ma purtroppo non è stato così. Eppure una strategia d’attacco bisognerà  darsela in tempi brevi perchè non possiamo permetterci di bruciare quasi un’intera generazione.
Un giorno qualcuno, legittimamente, ci chiederà  dove eravamo quando il Paese della Bellezza dilapidava una quantità  così rilevante di capitale umano.
Cosa fanno
In aiuto alla nostra ricognizione viene una delle poche ricerche («Ghost») su cosa fanno i Neet condotta nel 2015 da WeWorld, una Onlus impegnata nel secondo welfare.
L’indagine è articolata su più campioni, integrata da interviste individuali a giovani tra i 15 e i 29 anni e ci conferma il peso delle condizioni di disuguaglianza a monte che determinano la caduta in una trappola. In più ci aiuta a focalizzare una porzione interessante dei Neet, i volontari.
È chiaro che la scelta di fare volontariato (condivisa in Italia da un milione di coetanei, maschi e femmine alla pari) nasce come opzione di ripiego ma è pur sempre una scelta sorretta da un robusta rete valoriale e dall’incoraggiamento dei genitori che condividono/supportano.
È un antidoto al sentirsi Neet e identifica una tribù di giovani che come dicono loro stessi «non si lascia andare» .
Anzi ha persino maturato un atteggiamento critico nei confronti degli altri giovani a cui rimprovera un atteggiamento passivo, «una mancanza di progettualità ».
Senso di esclusione
I volontari seppur non contrattualizzati, non si considerano e non si sentono parcheggiati in una Onlus e quando devono parlare della loro esperienza usano la parola «lavoro».
È evidente dai racconti che avere un ambito di socializzazione serve a mitigare il senso di esclusione ma l’unica istituzione veramente amica è la famiglia.
Il 92% pensa che abbia un ruolo positivo e solo l’8% le rimprovera la condizione di Neet «perchè non ascolta i bisogni dei giovani».
Volontari o non, la fiducia nello Stato e nelle istituzioni è al 19%, nei politici al 14% e la prima parola abbinata ai partiti è «corruzione». I volontari, pur sorretti da una forte identità , sono pessimisti sul futuro, non vedono maturare miglioramenti a breve, almeno per tre anni.
Del resto è la prima grande crisi che vivono, non hanno in mente raffronti. Temono però che la recessione favorisca il dilagare di raccomandazioni e precariato e allarghi l’area del lavoro nero.
Sono coscienti che la loro attività  nelle Onlus spesso non è coerente con la formazione ricevuta ma confidano che possa aggiungere skill al proprio curriculum e in questa convinzione sono aiutati dall’opinione di molti reclutatori. Che sostengono come la gestione di attività  complesse, e spesso caratterizzate da piccole e grandi emergenze, faccia maturare in fretta.
Una vera tribù
La seconda tribù dei Neet che seppur con qualche approssimazione si può intravedere è quella degli sportivi che a sua volta ospita molte figure, dal frequentatore di palestre al tifoso ultrà .
Lo sportivo vive in un mondo in cui i valori della competizione più dura riempiono la giornata e diventano una piccola filosofia di vita.
Del resto il mondo dello sport ha giornali, tv, produce lessico, genera meccanismi di solidarietà  che creano attorno al nostro Neet un effetto-comunità  ed evitano la ghettizzazione.
Sia chiaro però: mentre il volontario interpreta tutto nella chiave del «noi», lo sportivo si trova più a suo agio usando la prima persona singolare. Anche loro non si sentono Neet perchè hanno una vita attiva e anche solo essere legati a una pratica continuativa, o meglio far parte di un club, aiuta a non sentirsi fantasmi.
A Torino è nato negli anni scorsi a cura di Action Aid un programma-pilota di recupero dei Neet (vedi intervista 2) centrato sull’attività  sportiva che insegna ad affrontare «vittorie e sconfitte e attraverso lo sport dà  la forza per riprendere gli studi o cercare lavoro».
Dentro l’ampia tribù troviamo figure diverse: il mistico del fitness, il patito del calcetto, l’atleta tesserato convinto di poter diventare un campione, il tifoso organizzato. È chiaro che a differenza dei volontari queste esperienze non si rivelano professionalizzanti, non aggiungono molto al curriculum.
Per finanziare i suoi corsi, attività  e tornei il Neet attinge alla paghetta dei genitori (che si chiama così anche nell’era di Facebook) e finisce per prolungare la condizione adolescenziale. È vero che le palestre (in Italia sono 8.500) fanno a gara nell’offrire abbonamenti a prezzi stracciati, mentre nell’ambito del tifo organizzato i gruppi giovanili spesso operano come piccole ditte, ricevono ingaggi per servizi e piccoli lavori che ridistribuiscono al loro interno per finanziare trasferte, ingressi allo stadio e coreografie.
Colpa dell’iperprotezione
Non va nascosto che in qualche caso questo tipo di attività  è monitorato dalle Questure, secondo le quali nel tempo si sono create zone grigie (la più alta quota di tifosi sottoposti a provvedimenti restrittivi – il 55% – è nell’età  18-30).
È difficile che lo sportivo trovi un lavoro stabile nel settore che lo appassiona (a meno che non sfondi) e quindi più del volontario questa si presta a essere una condizione di passaggio.
Ma il rapporto di dipendenza con la famiglia che lo sportivo perpetua è tra i motivi che fanno dire al demografo Alessandro Rosina, nel suo libro dedicato ai Neet, come «l’iperprotezione tende a mantenere immaturi più a lungo i figli, mentre nei Paesi nord-europei la spinta all’autonomia subito dopo i 20 anni porta a confrontarsi prima con la realtà  circostante».
Risultato: i giovani italiani sono nella maggior parte dei casi «passivamente dipendenti dai genitori» e «disorientati sul proprio futuro».
Arrangiarsi coi piccoli lavori
La terza tribù di Neet che si può individuare è quella di chi si arrangia con i piccoli lavori.
«Non studio ma con le promozioni lavoricchio» dice Anna, torinese. Aggiunge Silvia, una coetanea milanese: «Ho studiato come estetista, ho fatto periodi di stage in centri benessere, ho accudito bambini e ho fatto persino la donna delle pulizie».
La ricerca Ghost ci dice che l’80% degli intervistati ha avuto esperienze intermittenti, nella maggior parte dei casi un ingaggio nella ristorazione e nel commercio come cameriere, commessa, fattorino per consegne a domicilio, facchinaggio leggero e volantinaggio, dogsitting.
Un 20% ha già  fatto l’operaio per brevi periodi. Il 44% sottolinea che l’interruzione del rapporto seppur precario di lavoro è stata subita, loro avrebbero continuato.
E infatti ci tengono a smentire che i Neet stiano a vegetare davanti alla tv, i media li presentano come fannulloni e invece «noi ci sbattiamo da mattina a sera, siamo attivi».
Nella grande tribù dei lavoretti un comparto importante e per certi versi specializzato è quello femminile.
L’occupazione prevalente è la babysitter, figura richiestissima, dotata di una propria identità  sociale e abituata a fare i conti con il passaparola della reputazione.
Nelle grandi città  le stesse ragazze fanno anche spesso le hostess, attività  più stressante ma pagata tramite i voucher.
In definitiva la tribù dei lavoretti entra e esce di continuo dal mercato del lavoro, non riesce a stabilizzare un proprio profilo professionale e stenta a includere nel curriculum la maggior parte delle esperienze.
La famiglia rimane sullo sfondo, si comporta come un ammortizzatore sociale nelle fasi di totale inoccupazione, segue con trepidazione il rinvio delle scelte di vita della prole.
Nel 55% dei casi i genitori restano decisivi per scegliere il percorso di studio e sono anche il principale veicolo per cercare lavoro grazie alle conoscenze (al 32%, superando Internet al 21% e la consegna del curriculum vitae di persona al 14%). Commenta Stefano Scabbio, amministratore delegato di Manpower: «Bisogna distinguere tra lavoro intermittente e un lavoretto che manca di sviluppo professionale, è legato al breve termine e serve solo al guadagno temporaneo. Ai ragazzi per crescere servirebbe una specializzazione orizzontale e una formazione rivolta al digitale e saltando di qua e di là  non si ottengono».
I laureati
Una quarta tribù dei Neet è quella dei già  laureati, potenzialmente più occupabili ma ingabbiati anche loro. I numeri dicono che su 10 giovani Neet uno è laureato, 5 sono diplomati e 4 hanno al massimo la licenza media.
Lo riporta nel suo libro Rosina citando una ricerca Oecd e aggiunge che il rischio di restare nella trappola dell’inattività  volontaria è superiore per chi ha basse competenze.
I dati dell’ultimo Rapporto Istat dicono che un laureato impiega in media 36 mesi nel trovare lavoro, ma se è in possesso di un titolo umanistico l’attesa è più lunga.
Un laureato dunque transita nella condizione di Neet quasi a sua insaputa e finisce per alimentare il mercato delle ripetizioni a studenti più giovani (vedi intervista 4).
Su 100 docenti pomeridiani 30 sono per lo più freschi laureati. Il 90% dei ricavi non è dichiarato al Fisco e vale 800 milioni di euro l’anno, secondo stime della Fondazione Einaudi.
Un laureato disoccupato è dunque automaticamente un Neet al punto che Ivano Dionigi, ex rettore e ora presidente di Almalaurea, punta l’indice verso il sistema del 3+2, le lauree triennali deboli viste come concausa dell’allargarsi del fenomeno. E i dati gli danno ragione: i laureati disoccupati sono il 20,6% con picchi di oltre il 30% nelle specializzazioni umanistiche.
La trappola del divano
Il minimo comun denominatore delle tribù di cui abbiamo parlato è una sorta di resilienza all’apatia, il tentativo di uscire dalla trappola del divano.
Ma nel grande contenitore della disuguaglianza giovanile c’è un girone ancor più svantaggiato. È quello dei Neet endogeni, come li chiamano gli psicologi del lavoro, giovani che non si integrano a prescindere dalle condizioni esterne del mercato del lavoro.
Non si sentono adeguati ai ritmi della vita contemporanea, hanno la tendenza ad auto-isolarsi e non emanciparsi dalla famiglia, sono demotivati sul futuro.
È lo zoccolo duro dell’apartheid generazionale e le catene che li hanno bloccati rimandano quasi sempre all’eredità  negativa del contesto familiare: una storia di immigrazione, un basso livello di scolarizzazione, vivere in territori marginali, genitori disoccupati o anche solo divorziati.
Nel mondo che esalta l’innovazione, che registra il trionfo del digitale, che si prepara a governare l’intelligenza artificiale loro rappresentano la più desolata e mal illuminata delle periferie.

(da “la Stampa”)

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ERICSSON, DOPO IL DANNO LA BEFFA

Luglio 7th, 2016 Riccardo Fucile

RENZI E I VERTICI DELL’AZIENDA INSIEME A UN CONVEGNO SU OCCUPAZIONE E GIOVANI, MA A GENOVA LICENZIANO 147 DIPENDENTI E RIFIUTANO LA CONVOCAZIONE AL MINISTERO

Non ci potevano credere i lavoratori di Ericsson quado hanno scoperto che ieri pomeriggio a Roma si è svolto l’evento annuale di Ericsson che prevede la partecipazione del presidente del consiglio Matteo Renzi, del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, del ministro del lavoro Giorgio Poletti seduti allo stesso tavolo con l’amministratore delegato di Ericsson Italia e il Ceo della multinazionale svedese.
“E’ un presa in giro — commenta Marco Paini, rsu Ericsson Genova — non sono per noi che siamo al settimo giorno di sciopero per 147 esuberi e poi leggiamo che il convegno parla di occupazione e giovani, ma anche per il presidente della Regione e il sindaco di Genova che in queste settimane ci hanno detto che il Governo non era in grado di attivare un confronto con l’azienda”.
Ancora ieri i lavoratori Ericsson hanno protestato per buona parte della giornata bloccando il traffico nella zona di Di Negro nella speranza che arrivasse dal Mise l’agognata convocazione di un tavolo di confronto tra governo, istituzioni locali, azienda e sindacati. Oggi intanto a Roma è previsto lo sciopero nazionale dei lavoratori del gruppo.
“E’ sconcertante che dopo il rifiuto da parte di Ericsson di incontrare il Governo presso il Ministero dello Sviluppo economico, le parti si incontrino in un evento dedicato all’innovazione e alla crescita — dice Fabio Allegretti, Slc   — l’evento romano rappresenta uno schiaffo al nostro territorio.Ci attendiamo che in questo incontro si parli soprattutto di un vero piano industriale che non tagli il personale ma che sappia qualificare le proprie risorse, a partire dalle donne e uomini che ogni giorno lavorano in azienda e che sia l’occasione per fissare l’incontro presso il Ministero dello Sviluppo Economico”.

(da “Genova24″)

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IN CALO BADANTI E COLF, MA SEMPRE PIU’ SONO ITALIANI

Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile

NEL 2015 L’INPS HA RILEVATO UN CALO DEL 2,26%… IL NUMERO DEGLI ITALIANI E’ IN CONTROTENDENZA: + 4,23%

La doppia faccia della crisi economica emerge anche dai dati dell’Inps sui lavoratori domestici: se da un lato colf e badanti sono in costante calo, dall’altro sono in aumento i collaboratori domestici italiani.
Come se la disoccupazione avesse fatto riscoprire ai nostri connazionali un mestiere quasi dimenticato.
Nel 2015, secondo l’istituto di previdenza i domestici sono stati 886.125, in calo del 2,26% sul 2014.
Ma a fronte dell’andamento decrescente della categoria registrato nel triennio 2013-15, tra gli italiani si registra un andamento crescente pari al 4,23% nel 2015 (quando hanno raggiunto quota 213.931) rispetto al 2014.
Quelli stranieri sono invece diminuiti del 4,16% (a quota 672.194) rispetto all’anno prima.
In generale si conferma una netta prevalenza delle donne, che nel 2015 hanno peraltro raggiunto il valore massimo degli ultimi sei anni, pari all’87,8% (777.797).
Invece, guardando alle presenze regione per regione, quella che registra il maggior numero di lavoratori domestici è la Lombardia, con 160.587 collaboratori pari al 18,1%, seguita dal Lazio (15,0%), dall’Emilia Romagna (9%) e dalla Toscana (8,5%). In queste quattro regioni si concentra più della metà  dei domestici in Italia.
La composizione in base alla nazionalità  evidenzia una forte prevalenza di lavoratori stranieri, che nel 2015 risultano essere il 75,9% del totale (provenienti per lo più dall’Europa dell’Est).
Guardando, infine, alla tipologia del lavoro, nel 2015 il numero di badanti, rispetto all’anno precedente, registra un lieve aumento (+2,2%), ma con un sostanziale incremento dei badanti di nazionalità  italiana (+13%).
Il numero di colf, invece, evidenzia un decremento pari al -5,4%, in questo caso i lavoratori italiani fanno registrare una variazione in controtendenza (+0,3%).

(da agenzie)

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QUANDO IL MADE IN ITALY SOPRAVVIVE GRAZIE AGLI IMPRENDITORI IMMIGRATI

Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile

LE COMUNITA’ MAROCCHINA, EGIZIANA E RUMENA EMERGONO NEI DISTRETTI DEL METALLO DI BRESCIA E DEL PENTOLAME DI LUMEZZANE… NELL’OREFICERIA AD AREZZO SPAZIO A PACHISTANI E BENGALESI

Oggi il termine «immigrazione» genera polemiche, ma forse i dati economici dovrebbero suggerire un po’ di realismo.
È la prima constatazione che nasce dalla lettura dell’ultimo rapporto della Fondazione Leone Moressa, l’istituzione che dal 2014 studia la realtà  dei distretti industriali italiani – la nostra vera forza – dal punto di vista del contributo dell’imprenditoria straniera.
Una quota non piccola rispetto al totale, con 656mila imprese, pari al 8,7%.
I risultati sono sorprendenti perchè – in barba alla crisi – si scopre quanta parte della sopravvivenza del nostro “made in Italy” sia merito dell’attività  degli immigrati.
I numeri del rapporto, infatti, prendono anima e scoprono la storia di un piccolo ma straordinario esercito invisibile di uomini e donne che si sono fatti spazio in questi ultimi anni nelle diverse realtà  imprenditoriali del Paese, riuscendo a interagire con essa e, infine, a contribuire al mantenimento di interi settori che sarebbero altrimenti destinati a morire.
Un caso tra tanti: il settore della oreficeria ad Arezzo ha registrato per quanto riguarda gli imprenditori italiani una caduta del 12,9% tra il 2010 e il 2015, mentre nello stesso periodo quelli straniere sono aumentati del +34,5%.
Numeri, che confermano ancora una dato: se a livello generale il numero di imprenditori negli ultimi cinque anni è diminuito (-5,5%), quello degli stranieri è cresciuto e continua a crescere.
In particolare con la componente extracomunitaria. che vede un aumento del 24% dal 2010.
I distretti produttivi presi in esame dall’approfondimento della Fondazione Moressa sono stati quelli con un volume di export superiore a 1 miliardo di euro nel 2014.
In vetta alla classifica ne emergono tre: i primi due concentrati nella zona lombarda nell’ambito della metalmeccanica, il terzo è il distretto della pelletteria a Firenze.
Ma al di là  della nota realtà  cinese nel tessile di Prato, ci sono altre comunità  che stanno diventando importanti per la tenuta del “made in Italy”.
Ad esempio, la comunità  egiziana, marocchina e rumena nei distretti del metallo di Brescia, nella rubinetteria, delle valvole e del pentolame di Lumezzane.
Nell’oreficeria ad Arezzo, invece, emergono le comunità  pachistana e quella bengalese, seguita da quella rumena.
Per quanto riguarda le calzature, l’abbigliamento, la pelletteria e il tessile, primeggia la Cina, ma – seppur con valori più piccoli – si affacciano anche gli imprenditori marocchini, rumeni, nigeriani e bengalesi.
Comunità  raccontate con i numeri, ma che in realtà  sono storie con volti e un anima profonda della nostra Italia che cambia.
E in questo caso, sopravvive, grazie anche al lavoro, l’ambizione e la buona volontà , di chi guarda lontano e anticipa il proprio destino senza lasciare spazio al pregiudizio e alle ostilità .

(da “La Stampa“)

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JOBS ACT FRANCIA: IL 70% DEI TRANSALPINI VUOLE IL RITIRO DELLA LEGGE

Maggio 26th, 2016 Riccardo Fucile

OTTAVO GIORNO DI PROTESTA, GOVERNO NEL CAOS… VALLS: “MODIFICHE POSSIBILI”

Ottavo giorno di mobilitazione, il blocco delle raffinerie e dei depositi di carburante, da ieri lo sciopero anche in 19 centrali nucleari.
La riforma del lavoro rischia di paralizzare la Francia per le proteste dei lavoratori e dei sindacati. Così ora il governo va apparentemente in ordine sparso.
Da una parte c’è il premier Manuel Valls che a Bmf-Tv dice che se il ritiro della riforma “non è possibile”, ammette però che “possiamo sempre apportare delle modifiche, dei miglioramenti”: esclude modifiche all’articolo 2, il punto più controverso perchè prevede di far prevalere gli accordi aziendali su quelli di categoria per ferie e orari di lavoro.
E dall’altra parte c’è il ministro delle Finanze Michel Sapin, intervistato a una radio, che sostiene il contrario: “Forse bisognerà  ritoccare l’articolo 2 su alcuni punti”.
Una situazione di imbarazzo dalla quale lo stesso Valls, ancora in diretta, è uscito ribadendo che “non toccheremo l’articolo 2″.
Il premier francese ha evocato la possibilità  di “modifiche” e “miglioramenti”. Ma non ci sarà  nessun ritiro della riforma. “Ritirare la riforma significherebbe impossibilità  di governare — ha detto il capo del governo socialista — Questo Paese muore dell’impossibilità  di riformarsi“.
Valls ha definito “irresponsabile” l’azione della Cgt, il principale sindacato francese alla guida delle proteste, garantendo che il governo continuerà  nelle opere di sgombero delle istallazioni petrolifere e industriali bloccate dalle proteste.
Alla domanda se si potrà  ricorrere a misure di precettazione in caso di forza maggiore, il primo ministro ha spiegato che “tutte le possibilità  sono sul tavolo”.
Secondo Valls il progetto di legge verrà  approvato quest’estate e non si può scartare la possibilità  di ricorrere al voto di fiducia, proprio a causa delle spaccature interne al partito socialista. “Come si può pensare che io voglia minare il modello sociale francese?”.
Due giorni fa la Cgt aveva lanciato un appello al personale di Edf — il colosso energetico della Francia — a bloccare o rallentare la produzione nelle centrali nucleari, oggi, in occasione di un’ennesima mobilitazione.
“Ma siamo responsabili: non lasceremo l’Europa al buio”, assicura un sindacalista. Quanto alle raffinerie e ai depositi di carburante, il presidente Franà§ois Hollande ha garantito che “sarà  fatto tutto il possibile per garantire l’approvvigionamento” di benzina.
“Il governo non ritirerà  la riforma del lavoro. Il sindacato non detta le leggi di questo Paese” aveva rincarato Valls, sottolineando a chiare lettere che l’esecutivo non cederà  al “ricatto”.
Secondo un sondaggio realizzato dall’Istituto Elabe per Bfm-Tv, 7 francesi su dieci vorrebbero il ritiro della contestata legge “per evitare la paralisi”.
Fino a ieri le immagini degli automobilisti in fila davanti ai benzinai per il terrore di rimanere a secco hanno dominato media e canali all news.
Intanto si moltiplicano gli interventi delle forze dell’ordine contro le barricate.
Ieri, all’alba, è avvenuto un nuovo assalto della police nationale a un deposito strategico bloccato da circa 80 militanti della Cgt a Douchy-les-Mines, nel nord del Paese. Una ventina di blindati con agenti in assetto antisommossa sono stati mobilitati per l’operazione, la terza del genere da due giorni.
Quasi contemporaneamente, i manifestanti hanno bloccato il Ponte di Normandia, che collega Le Havre — porto dove i blocchi si moltiplicano da giorni — a Honfleur.
La situazione è tesa, la penuria di carburante, dopo Nantes, Rennes e Le Havre, si avverte anche a Parigi.
Francis Duseux, presidente dell’Unione industrie petrolifere, sostiene che da due giorni sono intaccati gli stock di riserva.
Ai microfoni di Rmc, Duseux ha parlato di “situazione tesa” alla quale “contribuiscono anche i consumatori”. I quali, presi dal panico di restare a secco, hanno aumentato i consumi medi di tre-cinque volte.
Attualmente un benzinaio su tre lamenta una penuria parziale o totale, incluso a Parigi, dove c’è chi è rimasto anche un’ora in fila per fare il pieno.
Al caos benzina si aggiunge anche lo sciopero di due giorni indetto dai ferrovieri della Sncf, che incroceranno le braccia anche dal 31 maggio.
Atteso invece per il 2 giugno lo sciopero “illimitato” di metro e bus parigini (gestiti dalla Ratp), a cui seguirà  dal giorno dopo quello dell’aviazione civile.
Il tutto a pochi giorni dal fischio d’inizio dell’Euro 2016.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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