Maggio 25th, 2016 Riccardo Fucile
“VOI VI SIETE FATTI FREGARE”…. NEL SUD DURI SCONTRI CON LA POLIZIA
Cala una notte rosa e quasi africana sulla rotonda di Fos-de-Mer. Le ciminiere delle raffinerie sputano
lame di fuoco alte nel cielo. I poliziotti restano immobili nel buio a separare fisicamente il passato e il futuro della Francia.
A terra sono rimasti pneumatici bruciati e sassi. Venti agenti della gendarmerie presidiano la rotonda per impedire altri blocchi. Il sole incomincia a tramontare sul mare, sulle raffinerie e su questo pezzo di Francia che lotta.
Che lotta e non vuole cambiare.
«Non credete a questa menzogna del progresso! Vi siete fatti fregare, voi italiani. Non faremo lo stesso. Questo legge sulla flessibilità del lavoro è un ritorno al passato, vogliono togliere di mezzo il sindacato e disporre dei lavoratori a piacimento. Lo chiamano futuro, ma è una nuova forma di schiavitù».
Roger Lamur racconta la giornata che ha paralizzato la Francia dalla sua sedia di segretario generale della Cgt per il distretto di Bouches du Rhà’ne.
Marsiglia è a quaranta chilometri, la Camargue vicinissima. La televisione trasmette in continuazione la mappa dei benzinai rimasti a secco. Le code di automobilisti.
E dalle finestre dell’ufficio di Lamur si possono vedere quasi in faccia i poliziotti chiamati a presidiare la zona. La rotonda divide il deposito della Total e la sede del sindacato più arrabbiato di Francia.
«Erano le quattro e mezza del mattino quando sono arrivati – racconta Lamur – elicotteri, droni, cannoni ad acqua. Era ancora buio. Non hanno detto nulla e hanno iniziato a sparare. Sembrava la guerra».
Da ventiquattro ore, cinquecento lavoratori di Fos-sur-Mer, metalmeccanici, chimici e portuali, impedivano ai camion di uscire dal deposito per andare a distribuire il carburante.
Il governo ha deciso di intervenire. «E questa la chiamano democrazia!», tuona Lamur sotto un paio di baffi grigi Anni Settanta.
«Ci hanno costretti a rifugiarci nella sede del sindacato. Sembrava un assedio. Hanno bloccato tutte le uscite. Ci hanno tenuti prigionieri per due ore».
Non può essere un caso che sia successo proprio qui. Molti ricordano ancora il blocco delle raffinerie Toy-Riont del 1968, quando 15 operai su 300 riuscirono ad occupare e bloccare l’impianto per una settimana intera.
Erano giorni di camminate e biciclette, quasi tutte le auto ferme sotto casa. Allora Fos-sur-Mer era ancora chiamata «la California della Provenza», ma stava per diventare uno dei più importati poli siderurgici d’Europa.
Veniva qui un giovane Jean-Cluade Izzo, redattore per La Marseillaise e non ancora romanziere di successo, a raccontare la trasformazione.
«I circa 25 mila operai che lavoravano nei cantieri venivano dalla Turchia, dalla Jugoslavia, dal Maghreb. Il lavoro era a ciclo continuo, non si doveva fermare mai. E si stava consumando una terribile strage occulta. Ogni tanto qualche operaio spariva. Poi il corpo veniva ritrovato in una betoniera».
Questo si può leggere nella biografia di Izzo firmata da Stefania Nardini. È una storia che ancora senti raccontare nei bar.
«Siamo una città che ha pagato sulla sua pelle ogni singola conquista sindacale» dice Roger Lamour. «Non torneremo indietro».
Le barricate sulla rotonda hanno fatto quattro feriti e sei arresti. In mezzo alla bolgia, ancora prima che spuntasse l’alba, c’era anche Jean-Philippe Murru, nonni sardi, figli francesi, operaio dell’azienda chimica Kemone, insieme ad altri cinquecento. «Volevano chiudere la fabbrica. Stavano per mandare a casa noi e quelli della Assometal. Ma lottando, tutti insieme, siamo riusciti a scongiurare il pericolo. Avete capito? La precarietà serve a renderci tutti soli».
Cosa non va in questa nuova legge sul mercato del lavoro?
«Tutto non va» dice l’operaio Murru. «Ci possono licenziare a piacimento. Possono obbligarci a fare quanti straordinari vogliono, pagandoli di meno. Non garantiscono più la stessa assistenza sanitaria ai lavoratori. Ma la cosa più grave è che hanno imposto questa legge in totale disprezzo della democrazia, tagliando fuori il Parlamento».
Alle nove di sera, sul tavolo della sala riunioni ci sono vino e patatine.
Cosa farete? «Adesso abbiamo bisogno di qualche giorno per raccogliere le idee. Siamo provati dagli scontri. Prima di bloccare il deposito, avevamo fatto sei manifestazioni inutili. Ma torneremo in strada. Torneremo a far sentire la nostra voce».
Avete bloccato la Francia, dicono i telegiornali. «Non è vero. Il governo ha riserve di carburante per due mesi, ma ha preferito lasciare questo caos in modo da mettere la gente contro il nostro sindacato. Prima il caos, poi la guerra. Ecco la loro strategia».
Niccolò Zancan
(da “la Stampa”)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
PROSEGUE LA CORSA DEI VOUCHER: + 45% IN UN ANNO
Gli effetti positivi della decontribuzione per i nuovi assunti nel 2015 continuano a farsi sentire, ma in negativo, sul 2016.
Secondo i dati trimestrali difffusi oggi dall’Inps nel primo trimestre del 2016 il saldo positivo dei contratti a tempo indeterminato è pari a 51.087, in calo del 77% rispetto ai 224.929 contratti stabili dei primi tre mesi 2015, quando l’esonero contributivo era appena entrato in vigore.
Se poi da questi dati si esclusono le trasformazioni e le assunzioni con contratto di apprendistato, nello stesso periodo di tempo il saldo netto dei nuovi contratti stabili risulta negativo per circa 53 mila unità .
Complessivamente, rileva l’Inps, nei primi tre mesi dell’anno il saldo dei contratti è pari a +241.000, inferiore a quello del corrispondente trimestre del 2015 (+326.000). Tale differenza – sottolinea l’istituto di previdenza – è totalmente attribuibile alle posizioni di lavoro a tempo indeterminato.
Per i contratti a tempo determinato, nel primo trimestre del 2016, si registrano 814.000 assunzioni, una dimensione del tutto analoga a quella degli anni precedenti (-1,7% sul 2015 e -1,1% sul 2014).
Le assunzioni con contratto di apprendistato sono state quasi 50.000, stabili rispetto al 2015.
Quanto alle cessazioni, complessivamente risultano diminuite dell’8,8%; per quelle a tempo indeterminato la riduzione è pari al 5,3%.
Prosegue intanto senza sosta la corsa dei voucher.
Nel primo trimestre 2016 sono stati venduti 31.5 milioni di voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento, rispetto al primo trimestre 2015, pari al 45,6%.
Lo rileva l’Inps sottolineando che nel primo trimestre del 2015, la crescita dell’utilizzo dei voucher, rispetto al 2014, era stata pari al 75,4%.
(da agenzie)
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Maggio 17th, 2016 Riccardo Fucile
SCONTRO IN COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI ALLA CAMERA
Sulla scia del caso Pizzarotti, il derby fra M5s e Pd si sposta a Montecitorio.
Questa volta lo scontro è sulla riforma dei partiti, che affronta i temi della trasparenza finanziaria ma anche della democrazia interna dei movimenti politici.
Il testo base della nuova legge è all’esame della commissione Affari Costituzionali della Camera che, questa mattina, ha bocciato l’emendamento targato 5S che puntava a eliminare l’obbligo di democrazia interna.
Per i pentastellati, infatti, il vincolo di democrazia interna è un modo per ripristinare l’obbligo di costituirsi come partito, abbandonando lo status distintivo di “movimento”.
Inoltre, accusano i 5S, la norma sull’obbligo di democrazia interna non è contenuta nel testo in discussione predisposto dal relatore Matteo Richetti.
Ma compariva nella prima proposta di legge firmata dal vice segretario del Pd, Lorenzo Guerini, che escludeva dalle elezioni i partiti privi di statuto e poi abbandonata perchè considerata “anti-5stelle”.
Il testo di Richetti non ha fatto propria l’impostazione sanzionatoria proposta da Guerini. Ma sancisce che la vita interna di partiti e movimenti sia “improntata al metodo democratico”.
Nel pomeriggio verrà votato un emendamento di Stefano Quaranta (Sel) che impone a partiti e movimenti di avere un organo disciplinare o di garanzia diverso dall’organo esecutivo (il cosiddetto emendamento “Salva-Pizzarotti”).
L’emendamento per abolire l’obbligo di democrazia interna.
Il deputato M5S Danilo Toninelli ha spiegato il senso dell’emendamento dei grillini: “Il metodo democratico interno è già previsto all’articolo 18 della Costituzione”. Mentre, le norme contenute nel testo base predisposto dal relatore del Pd Matteo Richetti, ha aggiunto, “violano l’articolo 49 della Costituzione. Il metodo democratico può e deve essere solo esterno al partito. Per questo lo abbiamo fatto”.
Il testo Richetti.
Prevede più obblighi per i partiti che vogliono usufruire del due per mille e dei benefici fiscali, mentre per i movimenti che non vogliono ricorrervi , come appunto il M5s, gli oneri sono minori.
Tuttavia anche per loro è obbligatorio avere un sito internet per la “trasparenza”, in cui pubblicare le procedure e gli organi che assicurano la democrazia interna.
Il M5S chiede l’abrogazione anche di questo comma, con un emendamento a prima firma di Federica Dieni.
Mazziotti (Sc): “M5s non trasparente”.
Il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Andrea Mazziotti (Sc), intervenendo ieri sul caso del sindaco di Parma Federico Pizzarotti, lo ha messo in relazione alla riforma dei partiti.
“Vorrei sottolineare – ha dichiarato Mazziotti a Repubblica – l’approccio double face alla trasparenza dei 5Stelle: chi si iscrive e chi si candida ha un dovere assoluto di trasparenza. Ma non un diritto alla trasparenza. Da un punto di vista legale, la decisione di sospendere Pizzarotti è probabilmente illegittima. Perchè non si capisce su quali regole, principi e delibere si fondi. Grillo pare abbia il potere assoluto di sospenderti, senza contraddittorio. Casi come questo dimostrano quanto sia urgente una legge sui partiti e movimenti politici”.
Pd: “I 5s preferiscono i diktat del guru”.
È il commento, espresso in un tweet, di Silvia Velo, sottosegretario all’Ambiente e deputata del Pd.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 17th, 2016 Riccardo Fucile
IN TRE MILIONI ATTENDONO LA CARITA’: SEI EURO DI AUMENTO
Se c’è chi ha una corsia privilegiata per il rinnovo del contratto di lavoro, qualcuno, circa 3 milioni di persone, attende un aumento salariale dal 2009.
Sono gli statali italiani, vituperati e maltrattati, considerati nell’immaginario collettivo nullafacenti (e le inchieste della magistratura spesso lo certificano) ma comunque lavoratori con il pieno diritto ad avere almeno un tavolo di discussione con il datore di lavoro (Stato ed enti locali) per discutere di salario. Niente da fare.
Da oltre sette anni per loro non c’è nulla. Ma gli impiegati pubblici non sono i soli a non parlare di «pecunia» per le loro prestazioni.
IN 46 SENZA CONTRATTO
I contratti collettivi di lavoro complessivamente in attesa di rinnovo sono 46 e sono relativi a circa 7,8 milioni di dipendenti.
Lo ha rilevato l’Istat lo scorso marzo. In particolare nel pubblico impiego ci sono 15 contratti scaduti per circa 3 milioni di lavoratori a causa del blocco della contrattazione. La quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 60,5% nel totale dell’economia e del 49% nel settore privato.
L’attesa per i lavoratori con il contratto scaduto è in media di 38,1 mesi per l’insieme dell’economia, in diminuzione rispetto allo stesso mese del 2015 (38,3), e di 16,7 mesi per quelli del settore privato.
MENO SOLDI, PIÙ SPESA
Secondo la Cisl negli ultimi 10 anni la politica ha fatto di tutto per frenare il cambiamento nella Pa.
Gli addetti sono scesi di 222mila unità , si sono congelati contratti e carriere, in molte amministrazioni si è messo a rischio il salario accessorio.
Così, dal 2011, i mancati rinnovi hanno portato nelle casse dello stato 8,7 miliardi di euro di risparmi, ma la spesa pubblica è cresciuta di 27 miliardi.
Insomma quella di far gravare l’austerity solo sui dipendenti pubblici è una strategia che, secondo il sindacato guidato dalla Furlan, è fallimentare.
E la beffa rischia di continuare. Le risorse per avviare le trattative messe nella legge di Stabilità sono pari a circa 300 milioni di euro.
Una cifra che consente all’Aran (l’Agenzia pubblica) di avviare le contrattazioni con i sindacati ed eseguire, in questo modo, quanto disposto dalla sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco degli stipendi del pubblico impiego. La sentenza 178/2015 emessa nello scorso giugno infatti, da una parte «salvava» i conti pubblici rendendo la pronuncia non retroattiva, dall’altra obbligava contestualmente il governo a riaprire la partita dei contratti.
LA MANCIA
Da allora gli statali hanno iniziato a sperare.
Ma dividendo il gruzzolo per tutti quelli che dovrebbero avere un aumento la cifra che spetta a ognuno è di circa 8 euro lordi al mese, sei netti. Non solo.
Secondo le ultime indiscrezioni l’aumento della parte fissa dello stipendio non ci sarà per tutti gli impiegati pubblici.
L’incremento spetterebbe solo ai redditi più bassi. Non è però ancora chiaro se già nella direttiva all’Aran sarà indicata una soglia al di sotto della quale concedere l’aumento, oppure se l’individuazione del tetto sarà lasciato alla contrattazione con i sindacati. L’obiettivo è evitare microaumenti e destinare le poche risorse ai chi gudagna meno.
CHI VINCE E CHI PERDE
Intanto il personale della scuola, della sanità , delle forze armate e di polizia e degli altri enti pubblici statali e locali sono i lavoratori che hanno pagato il conto della crisi perdendo 600 euro nella busta paga per ciascun anno, dai 34.900 euro lordi ai 34.350, considerando solo le retribuzioni dal 2011 al 2014.
La realtà è variegata. Non ci hanno rimesso i magistrati, i cui stipendi, nel periodo di riferimento, sono aumentati da 131 mila euro a 142.
Sempre in diminuzione, invece, gli stipendi del personale docente e Ata della scuola passati dai 30.338 euro del 2011, ai 29.548 del 2012, ai 29.468 del 2013 fino ai 29.130 del 2014, con una diminuzione che sfiora il 4 per cento totale.
Anche i corpi di polizia, invece, hanno perduto oltre 500 euro, passando dai 38.493 euro del 2011 ai 37.930 euro del 2014: la flessione è stata dell’1,46 per cento.
Molto più ragguardevole è la perdita di stipendio dei dipendenti delle forze armate: nel 2011 guadagnavano mediamente 39.667 euro, nel 2014 sono scesi a 38.236 euro, ovvero 1.431 euro in meno, pari al -3,60 per cento.
Circa quattrocento euro in meno anche per i dipendenti della sanità , passati dai 38.918 ai 38.573 euro all’anno.
Oltre ai magistrati, hanno guadagnato i dipendenti delle autorità indipendenti, passati dai 76.702 del 2011 agli 83.984 euro del 2014 e gli impiegati delle agenzie fiscali che hanno guadagnato circa mille euro.
Filippo Caleri
(da “il Tempo”)
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Maggio 17th, 2016 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELL’INPS SBUGIARDA IL MINISTRO POLETTI
“I voucher sono nati per regolarizzare il lavoro accessorio, creare opportunità di lavoro e integrazione
per le fasce più marginali del mercato del lavoro, ma hanno avuto uno sviluppo diverso: in alcuni casi abbiamo una precarizzazione evidente, con lavoratori a tempo indeterminato o determinato che adesso hanno i voucher, e in questo senso sono anche controproducenti”.
Lo afferma Tito Boeri, presidente dell’Inps, in un’intervista al Tg Zero di Radio Capital.
“L’altro grande obiettivo – prosegue Boeri – era quello dell’emersione del nero, e per il momento non sembra esserci grande evidenza: quello che viene fuori è che non sono tanti i lavoratori nelle fasce centrali d’età , si vedono poche persone che prima non lavoravano che di colpo prendono voucher. Il livello dei contributi che raccogliamo è basso, circa 150 milioni, lo 0.2% dei contributi totali dei lavoratori dipendenti, mentre i lavoratori che percepiscono voucher sono l’8%: è molto meno di quello che si potrebbe pensare alla luce del numero delle persone coinvolte”.
Ci sono datori di lavoro che abusano dei voucher?
“Sembrerebbe esserci un fenomeno di datori di lavoro che usano i voucher in maniera disonesta, per evitare un controllo o per pagare solo in parte le ore di lavoro. Ci sono solo 29 voucher in media per lavoratore, pochi. Gli abusi ci sono. La cosa più importante, più degli ispettori, è la tracciabilità , cioè conoscere l’intenzione dei datori di lavoro di usare i voucher”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 16th, 2016 Riccardo Fucile
LA NUOVA FRONTIERA DEL PRECARIATO: LE CIFRE FORNITE DA INPS E VENETO LAVORO DIMOSTRANO CHE NEL 23% DEI CASI I BUONI SONO USATI PER PAGARE EX OCCUPATI DI ETA’ MEDIA DI 37 ANNI… IN DUE ANNI SONO RADDOPPIATI
Non solo dipendenti in cerca di un secondo impiego per arrotondare o pensionati impegnati in un
lavoretto saltuario.
Come dimostrano le cifre fornite da Inps e Veneto Lavoro, nel 2015 i voucher, strumento pensato per retribuire il lavoro accessorio, nel 23% dei casi sono usati per pagare lavoratori dell’età media di 37 anni, ex occupati, che in buona parte hanno perso il posto nei due anni precedenti.
E un’altra fetta importante fetta di persone, il 14%, non è mai stata occupata. Risultato: nel 37% dei casi, quasi uno su quattro, quello retribuito a voucher è l’unico reddito da lavoro.
E si tratta di un’entrata non certo sufficiente a mantenere una persona.
Secondo la relazione, l’85% dei lavoratori che ha avuto almeno un buono è rimasto al di sotto dei mille euro annui. Il dato rivela una netta deriva dello strumento rispetto al suo intento originario, cioè quello di facilitare l’emersione dal lavoro nero e pagare prestazioni occasionali per occupazioni saltuarie come il giardinaggio o i mestieri domestici: lo stesso presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha definito questo strumento “la nuova frontiera del precariato“.
Non a caso, nei prossimi giorni il governo varerà un decreto per introdurre la tracciabilità dei buoni lavoro e limitarne la crescita esponenziale. Ma i sindacati hanno già spiegato come questo intervento non sia sufficiente per eliminare gli abusi, ma sia necessario escludere interi settori e fissare un tetto di ore oltre il quale i buoni non si possono usare.
Nel dettaglio, il rapporto di Inps e Veneto Lavoro fornisce un quadro dei percettori di voucher nel 2015.
Tra 2013 e 2015 i prestatori sono più che raddoppiati, nell’ordine del 137%.
I silenti, cioè gli ex occupati, sono attorno al 23%. L’età media è pari a 37 anni e la quota di donne è pari al 57%.
Di queste persone circa il 40% è risultato attivo, occupato o beneficiario di ammortizzatori sociali, nel 2014. Un altro 20% nel 2013.
I soggetti mai occupati, per lo più giovani intorno ai vent’anni, sono pari al 14%, meno di 200mila. In questo caso, la presenza di donne sfiora il 60%, mentre il 30% ha già percepito voucher negli anni precedenti.
Gli occupati, che hanno un secondo lavoro retribuito a voucher, rappresentano il 37% dei casi.
All’interno di questa quota, il 29% lavorano presso aziende private, mentre l’8% sono lavoratori domestici, parasubordinati, operai agricoli, lavoratori autonomi, casse professionali, dipendenti pubblici.
Gli indennizzati, cioè percettori di ammortizzatori sociali (in larga maggioranza disoccupati beneficiari di Aspi, MiniAspi o Naspi, in minima parte percettori di cassa integrazione) sono il 18%, circa 252mila. In questo gruppo prevalgono i maschi e l’età media è 37 anni. I pensionati, infine, rappresentano l’8% dei casi.
Sul fronte degli importi guadagnati dai lavoratori, sono state 207mila le persone che hanno percepito più di mille euro netti nell’anno grazie ai voucher appena il 15% del totale.
Quasi un milione di lavoratori ha guadagnato meno di 500 euro mentre 213mila hanno percepito solo da uno a cinque voucher nell’intero anno.
Per quanto riguarda i committenti, invece, il rapporto sottolinea che sono raddoppiati (+100%) dal 2013 al 2015, passando a 473mila. Il 76% dei voucher sono stati pagati da aziende dell’industria e del terziario, attive soprattutto nel turismo e nel commercio. Il resto è formato da persone giuridiche e persone fisiche, artigiani e commercianti senza dipendenti, imprese agricole e agricoltori autonomi.
In totale, nel periodo 2008-2015, sono stati venduti 277,2 milioni di voucher da 10 euro per un valore complessivo di oltre 2,7 miliardi di euro.
Il numero di tagliandi è passato dai 500mila del 2008 ai 115 milioni del 2015. Su questa crescita esponenziale ha inciso soprattutto la legge Fornero, che ha liberalizzato l’utilizzo dello strumento in praticamente tutti i settori, ma anche il Jobs act, che nel 2015 alzato da 5mila a 7mila euro il limite del reddito percepibile da ogni lavoratore in voucher.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 16th, 2016 Riccardo Fucile
SFRUTTAMENTO GRAVE PER 100.000…SALARI DIMEZZATI, ANCHE 12 ORE DI LAVORO AL GIORNO E REGIME DI COTTIMO
Sono circa 450mila tra italiani e stranieri i lavoratori vittima del caporalato, per una crescita rispetto alla precedente rilevazione stimata tra le 30mila e le 50mila unità .
E se fino a qualche anno fa esisteva il caporale, inteso come figura isolata che “gestiva” in maniera tutto sommato rudimentale lo sfruttamento della manodopera in agricoltura nelle sole regioni del Sud, adesso si può parlare di un vero e proprio sistema organizzato, connesso con le attività illecite delle mafie e diffuso un po’ su tutto il territorio nazionale.
Un fenomeno ascrivibile a un’economia sommersa che in Italia si aggira tra i 14 e i 17,5 miliardi.
Numeri che emergono dal terzo rapporto “Agromafie e caporalato” a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto.
Lo studio parte dallo sfruttamento della manodopera e allarga il campo a tutte le attività dell’agricoltura su cui le organizzazioni criminali lucrano, dalla logistica alla gestione dei mercati, dall’import-export alla contraffazione.
Una spia dell’interesse delle mafie rispetto al settore agricolo è testimoniata dal fatto che quasi il 50% dei beni sequestrati o confiscati alla criminalità sono proprio terreni agricoli (30.526 su 68.194).
Avanza poi, in tempi di crisi, quella che il rapporto definisce la mafia imprenditrice, ovvero il riciclaggio dei proventi dalle attività illecite reinvestite nell’economia legale e nelle aziende agroalimentari in difficoltà che fanno fatica ad accedere al credito.
La gestione del mercato del lavoro costituisce invece terreno di conquista per la criminalità , mafiosa e non.
In alcuni casi lo sfruttamento in agricoltura viaggia di pari passo con il fenomeno della tratta degli esseri umani.
Dalle rilevazioni contenute nel rapporto emergono circa 80 distretti agricoli (indistintamente da Nord a Sud) nei quali è possibile registrare grave sfruttamento e caporalato, seppur con diversi livelli di intensità .
A finirne vittima sono italiani e stranieri, con più di 100mila lavoratori in condizioni di grave sfruttamento. Che restano più o meno le stesse: mancata applicazione del ccnl, un salario tra i 22 e i 30 euro al giorno, inferiore del 50% di quanto previsto dai contratti nazionali e provinciali, tra le 8 e le 12 ore di lavoro giornaliere, regime di cottimo (esplicitamente escluso dalle norme di settore), fino ad alcune pratiche criminali quali la violenza, il ricatto, la sottrazione dei documenti, l’imposizione di un alloggio e forniture di beni di prima necessità , oltre all’imposizione del trasporto effettuato dai caporali stessi.
«Il fenomeno — spiega Ivana Galli, nuovo segretario generale di Flai — è in forte mutamento. Tende a trasformarsi in un vero e proprio modello organizzato dello sfruttamento che in termini economici si traduce in concorrenza sleale verso le aziende serie».
Per arginare il fenomeno in Parlamento da circa un anno è in ballo in Ddl. 2217.
Francesco Prisco
(da “il Sole24ore”)
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Aprile 26th, 2016 Riccardo Fucile
DA KABUL A MONTEVERDE: LA STORIA DI UN GIOVANE CHE CE L’HA FATTA
Capire esattamente come si pronunci nella lingua d’origine di Mahdi Hosseini il mestiere che fa
oggi, in Italia, è difficile. Perchè l’Afghanistan è un paese lontano. Non solo geograficamente.
Tra Roma e Kabul ci sono 6.692 chilometri. In mezzo ci sono parecchie altre nazioni e tante avventure.
E Mahdi, nato in un villaggio nei pressi della capitale afghana 26 anni fa e ora rifugiato politico in Italia, le conosce tutte.
Il suo cammino è partito da lì, quando era poco più che un bambino. A causa della guerra, ha lasciato la casa natale insieme a sua madre, tre fratelli e due sorelle per andare in Iran — loro che, in Afghanistan, erano musulmani della minoranza sciita.
Nel paese in cui un tempo passavano le carovane della seta dirette nell’Estremo Oriente, Mahdi prende in mano ago e filo e inizia a cucire.
Lavora in nero, perchè ottenere i documenti in Iran per gli afghani è difficile: sono rari, sono temporanei e il loro rinnovo costa. Troppo, per chi viene da un paese in guerra e ora deve affrontare la discriminazione dei padroni di casa.
Il viaggio di Mahdi prosegue in Turchia. È solo: la sua famiglia è rimasta in Iran. Ed estraneo in una terra in cui non conosce la lingua, continua a cucire. Per un anno, anonimo, senza identità e senza documenti.
La tappa successiva è la Grecia. Il suo contatto con questa terra di confine dura solo pochi mesi: giusto il tempo per sopravvivere e imbarcarsi su quelle navi che – spera – lo portino verso una nuova vita in Europa.
Clandestino, nascosto a bordo di un’imbarcazione, Mahdi il sarto affronta due volte la traversata dell’Adriatico. Il primo tentativo naufraga con le sue speranze quando, appena sbarcato a Venezia, viene rimpatriato.
Il secondo lo conduce invece ad Ancona. Le porte dell’Italia, per Mahdi, sono quelle dello scalo affacciato sull’Adriatico. Ma è sul Tirreno che il giovane sarto ricostruisce, tassello dopo tassello, la sua libertà .
Ospitato dalla casa famiglia “Il Tetto”, alle porte di Roma, trova lavoro, impara l’italiano e mette da parte i soldi necessari per aprire una sua attività .
E finalmente, inaugura il suo primo laboratorio a Tor Pignattara, nel quartiere più multietnico della città . Glielo ha ceduto un amico, che oramai ha perso quell’entusiasmo a cui, invece, Mahdi è tenacemente aggrappato.
Il 2011 è l’anno delle piogge torrenziali a Roma. Una marea di acqua e di fango investe il suo negozio e lo rende presto inagibile. Mahdi è costretto ad abbassare la saracinesca fin quando, grazie ai finanziamenti della Cooperativa Mag Roma — Mutua di finanza autoGestita — riesce a prendere in affitto la prima sartoria a Monteverde Vecchio. Poi, un anno dopo, mette piede nel suo laboratorio attuale, a Monteverde Nuovo.
Quello spicchio di Roma, ora, è diventato il metro con cui Mahdi misura la sua vita. È il sarto di fiducia di tante persone, che passano davanti al suo laboratorio e, guardando dentro verso lui che è tutto concentrato a cucire le amate camicie, lo salutano.
Adora gli italiani e il loro gusto per la moda e il ben vestire – dice. E confessa di amare profondamente Roma, di sentirne la mancanza ogniqualvolta se ne allontana.
Perchè Roma, Mahdi la porta cucita addosso.
Come lo splendido abito con cui si è presentata una nuova vita, piena di quella possibilità che in altri brandelli di mondo gli è stata negata.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 20th, 2016 Riccardo Fucile
FINISCE IL DOPING DEGLI SGRAVI FISCALI E CALANO LE ASSUNZIONI… IL TOTALE DEI NUOVI CONTRATTI ATTIVATI E’ CALATO DEL 12% RISPETTO A UN ANNO FA
Dimezzati gli sgravi contributivi, calano ancora le assunzioni in Italia.
Lo rende noto l’Osservatorio sul precariato dell’Inps, che a febbraio 2016 registra una flessione dei nuovi contratti attivati pari al 12% rispetto a un anno fa.
In particolare, l’istituto di previdenza segnala come “questo rallentamento ha coinvolto essenzialmente i contratti a tempo indeterminato“: in questo caso, il crollo arriva a quota -33%.
La tendenza ha il sapore di una conferma: già a gennaio, il numero delle attivazioni era drasticamente calato nel confronto con il 2015, anche in quel caso trascinato verso il basso dal calo dei contratti a tempo indeterminato, giù del 34%.
Questo nel comunicato diffuso martedì, ma la nota di marzo, riferita al primo mese dell’anno, parlava di un calo superiore: il 39,5%.
L’istituto di previdenza ha rivisto il dato delle assunzioni a gennaio, che passa da 106mila a 118mila perchè, spiega l’Inps a ilfattoquotidiano.it, nel frattempo sono pervenute ulteriori denunce.
E se si contano anche i contratti cessati, i nuovi rapporti indeterminati risultano inferiori non solo al 2015, ma anche al 2014.
Intanto, non accenna a diminuire l’exploit dei voucher, i buoni per pagare le prestazioni occasionali di lavoro, che nel primo bimestre 2016 segnano un balzo del 45% rispetto al 2015.
Insomma, le imprese sembrano essere state maggiormente attratte dall’incentivo, anzichè dal cambio di regole previsto dal Jobs act, come sostenuto a più riprese dal premier Matteo Renzi.
Secondo i dati Inps, a febbraio si sono contate 341mila assunzioni, con un calo di 48mila unità (—12%) sul febbraio 2015.
Ma a trascinare verso il basso questo dato sono stati i 46mila rapporti di lavoro in meno registrati nei contratti a tempo indeterminato, che corrispondono al -33% sul febbraio 2015.
Al netto dei contratti cessati, a febbraio si è registrata una flessione di circa 29mila unità .
La tendenza al segno meno si era già registrata a gennaio, quando il numero complessivo di assunzioni era sceso del 17%, mentre i nuovi rapporti stabili erano calati del 34%.
Anche il flusso di trasformazioni a tempo indeterminato è in forte contrazione, in picchiata del 50%.
C’è poco da stupirsi, se si considera che il generoso esonero contributivo per le assunzioni del 2015 è stato più che dimezzato con il nuovo anno. Lo stesso istituto riconosce che “i flussi di rapporti di lavoro nei primi due mesi del 2016 risentono dell’effetto anticipo legato al fatto che dicembre 2015 era l’ultimo mese per usufruire dell’esonero contributivo triennale”.
Il paragone è impietoso non solo nei confronti del 2015, anno della decontribuzione, ma anche rispetto al 2014.
Nel primo bimestre di quest’anno, infatti, la variazione netta dei contratti stabili, cioè la differenza tra attivazioni e cessazioni, si attesta a quota 37mila.
Si tratta di un valore inferiore rispetto al boom del 2015, quando ha toccato quota 143mila: rispetto all’anno scorso si è registrata una contrazione pari al 74%, come fa notare Mario Seminerio sul blog Phastidio.net.
Ma il dato si attesta anche sotto il livello del 2014, periodo che ha visto l’avvicendamento tra i governi Letta e Renzi, quando la cifra arrivava a 87mila unità . Non a caso, è calata anche l’incidenza dei contratti stabili sul totale dei rapporto di lavoro: a gennaio-febbraio 2014 il 37,5% dei contratti erano a tempo indeterminato, mentre nel 2016 questo rapporto è caduto al 33,8%.
E mentre calano le assunzioni stabili, non si ferma l’avanzata dei voucher. Per quanto riguarda i buoni lavoro, nel primo bimestre 2016 sono stati venduti 19,6 milioni di voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento, rispetto al primo bimestre 2015, pari al +45%. Nel solo 2015, sono stati venduti 115 milioni di tagliandi, non a caso definiti “la nuova frontiera del precariato” dal presidente Inps Tito Boeri.
(da agenzie)
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