Aprile 6th, 2016 Riccardo Fucile
INFORMATICI, ANALISTI E PROGRAMMATORI: AZIENDE PRONTE AD ASSUMERE, MA MANCANO GIOVANI COMPETENTI
Ogni dieci, preziosi, vecchi cari posti di lavoro, in Italia ce n’è uno che è difficile da creare. 
Non mancano le aziende pronte ad assumere, bensì i lavoratori che le aziende ricercano.
In un Paese con la disoccupazione all’11,7% può sembrare un paradosso, ma purtroppo non lo è. Le aziende italiane cercano ingegneri che non ci sono mentre un giovane disoccupato italiano su due è pronto ad andare all’estero per lavorare.
OFFERTA SCARSA
Nel 2015 le imprese italiane avevano in cantiere l’assunzione di 722 mila persone: di queste 76 mila, il 10,6%, sono definite «di difficile reperimento»: l’offerta di lavoratori è scarsa e la ricerca può richiedere più di tre mesi.
Il testo sacro delle professioni, il Sistema Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, individua due ragioni fondamentali all’origine della difficoltà : le competenze che non ci sono e i titoli di studio.
I lavoratori più richiesti d’Italia sono analisti di procedure informatiche, progettisti per l’automazione industriale, sviluppatori di software e app e consulenti per la gestione aziendale.
Tra i non laureati i compiti più ricercati vanno dalla riscossione crediti all’installazione di macchinari industriali, dagli addetti agli stipendi ai tecnici elettronici.
I dati dell’Istat sull’andamento delle professioni dal 2011 al 2014 registrano alcune tendenze significative: oltre alla crescita dei lavoratori tecnici qualificati, c’è un mondo di mestieri specializzati, ma non tecnici, dalla logistica alla cura della persona, che meriterebbe un focus a parte in un Paese che invecchia.
Fin qui l’Italia non si distingue di molto dal resto d’Europa. Ma nell’agricoltura e nel turismo c’è un mondo di potenzialità che si scontra con una qualità dell’offerta non sempre all’altezza.
IL PARADOSSO DIGITALE
I numeri delle caselle più difficili da riempire rivelano anche la rincorsa dell’economia italiana per entrare davvero nell’epoca digitale. Le imprese investono su nuove figure che consentano loro di fare un passo decisivo nell’automazione e nell’uso di algoritmi e software.
Tutto ciò mette in luce un aspetto tragicomico della complessità contemporanea: tra dieci anni molti lavori che non richiedono inventiva intellettuale o artigianale potranno essere replicati facilmente da robot in grado di imparare dal comportamento umano, con conseguenze sociali tutte da valutare.
IL MODELLO-BIELLA
Ma gli allarmi non servono, serve il lavoro e il progetto.
Un settore rilevante come quello della moda si appoggia su una filiera lunga di mestieri antichi e difficili da preservare, dalla sarta al chimico tintore.
Nel distretto del Biellese per combattere preventivamente la carenza di professionalità sono state create scuole superiori, corsi universitari e master per salvaguardare i mestieri del tessile.
La filiera che parte dalla fibra per arrivare all’abito confezionato è ancora una delle poche a essere rimasta intatta e questo richiede, in reparto, figure specializzate, dalla rammendatrice al disegnatore.
Uno dei lanifici più antichi, la Vitale Barberis Canonico, fondata nel 1663 a Pratrivero, investe in corsi di formazione con la famosa alternanza scuola-lavoro. «I ragazzi entrano in azienda, fanno pratica e vengono retribuiti – dice l’amministratore delegato Alessandro Barberis Canonico -. Nel nostro stabilimento oggi abbiamo 15 tirocinanti a tutti i livelli: tre neolaureati, dodici distribuiti in orditura, filatura e tessitura. Così nasce una professionalità . Poi saranno loro a decidere se proseguire con noi o prendere altre strade».
Beniamino Pagliaro, Paola Guabello
(da “La Stampa“)
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Aprile 2nd, 2016 Riccardo Fucile
I PRIMI 20.520 EURO, I SECONDI 18.280… IL REDDITO MEDIO SALE DI 250 EURO
Sono solo 424 mila i contribuenti italiani che dichiarano al fisco un reddito superiore ai 100 mila euro: si tratta dell’1,04 per cento dell’intera platea.
Se ci si limita ai supericchi, sopra i 300 mila euro, l’aria si fa ancora più rarefatta: un gruppo di soli 31.700 soggetti, pari allo 0,1% della popolazione fiscale che, venendo allo scoperto, si fa carico anche di pagare il contributo di solidarietà del 3% sulla parte di reddito eccedente.
Se si scende più in basso la sensazione è sempre che non tutto emerga: a conti fatti solo il 4% degli italiani dichiara più di 50 mila euro e si accolla il 35% del gettito dell’Irpef.
Un’Italia con un forte sospetto di evasione (del resto è di 90 miliardi all’anno) ma anche segnata da redditi polarizzati.
La gran massa degli italiani, circa 40,7 milioni galleggia su un dichiarato medio di 20.320 euro, 250 euro in più sull’anno precedente.
Per avere la percezione chiara delle disparità basti pensare che la metà dei contribuenti non supera i 16.430 euro di reddito dichiarato.
E’ questa la fotografia che giunge dal Dipartimento delle Finanze del Mef relativa all’anno d’imposta 2014.
Che da Harvard il premier Renzi commenta: per il governo è prioritario «non aumentare le tasse, perchè aumentarle sarebbe impossibile e perchè le persone ci ucciderebbero e avrebbero ragione».
L’indagine rileva per la prima volta anche l’impatto degli 80 euro (da maggio del 2014) sull’Irpef che ha visto un calo dell’imposta netta del 4 per cento: gli aventi diritto sono stati 11,3 milioni per un importo di 6,1 milioni e un ammontare medio di 540 euro.
Dal rapporto emerge anche la classifica di chi dichiara di più e chi dichiara di meno e lascia spazio a polemiche e rivendicazioni soprattutto nel campo del popolo delle partite Iva dove ci sono professionisti, artigiani e commercianti. In testa ci sono i lavoratori autonomi (professionisti e consulenti non tenuti ad iscriversi al Registro delle imprese della Camera di commercio) che dichiarano 35.570 euro, seguiti dal gran gruppo del lavoro dipendente che si attesta a 20.520 euro, più in basso i pensionati con 16.700 euro.
E i titolari di ditte individuali (commercianti e artigiani), definiti fiscalmente imprenditori perchè iscritti al Registro delle imprese della Camera di commercio?
Dichiarano meno dei loro «colleghi» autonomi (con i quali condividono l’obbligo della partita Iva), poco più dei pensionati e meno dei lavoratori dipendenti, cioè 18.280 euro.
Bisogna tuttavia osservare — come sottolinea il Tesoro nella nota — che questa categoria nella maggior parte dei casi non ha personale alle proprie dipendenze.
Va inoltre sottolineato che il reddito di 18.282 è una media tra i titolari di imprese individuali in contabilità ordinaria (circa 31.240 euro) e quelle in contabilità semplificata che per definizione hanno un reddito più basso (17.100 euro).
Resta comunque il fatto che commercianti e artigiani, cioè gli imprenditori individuali, dichiarano meno degli autonomi e dei dipendenti.
Per conoscere le stime degli imprenditori individuali che sono anche datori di lavoro (circa 600 mila) bisognerà attendere i dati di maggio: in base alle stime già note del 2013 costoro dichiarano un reddito di 31.612 euro contro i 10.685 dei propri dipendenti.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Marzo 28th, 2016 Riccardo Fucile
IN DUE ANNI, A FRONTE DI 865.000 ISCRITTI, APPENA 32.000 CONTRATTI… CIASCUNO E’ COSTATO BEN 36.000 EURO… IL BOOM DI FINTI TIROCINI
A quasi due anni dal lancio, il programma Garanzia Giovani, nato per aiutare gli under 30 a trovare un lavoro, si rivela un flop.
È quanto emerge da un report dell’Istituto per lo Sviluppo della formazione professionale dei lavoratori (Isfol), ente pubblico di ricerca che dipende dal ministero del Lavoro.
Quasi un milione di giovani si sono iscritti al programma, ma solo 32 mila (il 3,7%) hanno trovato un lavoro vero.
Dunque ciascun contratto è costato oltre 36 mila euro. Gran parte dei soldi arrivati dall’Europa (1,5 miliardi) si disperde in sprechi e costi burocratici.
Progetto ambizioso
Il programma Garanzia Giovani nasce nel maggio 2014 per offrire opportunità di lavoro o formazione a ragazzi tra 15 e 29 anni, disoccupati o «neet» (coloro che non studiano, non lavorano e non si formano).
In Italia sono oltre due milioni, circa un giovane su quattro. Da Bruxelles arrivano 1,5 miliardi di euro distribuiti alle Regioni in base al tasso di disoccupati.
Oltre un milione di giovani si sono iscritti al piano, che garantiva una risposta in quattro mesi. Impegno in gran parte non rispettato.
Al netto delle cancellazioni (per mancanza di requisiti o perchè qualcuno nel frattempo trova lavoro) il totale di iscritti al 18 marzo è di 865 mila.
Se ne aggiungono 7/8 mila ogni settimana. Numeri record nel campo delle politiche del lavoro.
Gli uffici per l’impiego non riescono a gestirli. Dopo quasi due anni, un iscritto su quattro non ha ancora ricevuto risposta. Alcune regioni fanno ancora peggio.
In Lombardia, Campania, Calabria e Molise uno su tre è ancora in attesa. In Piemonte il record negativo: senza risposta il 47% dei partecipanti.
I 642 mila fortunati che hanno ricevuto una chiamata dai servizi per l’impiego risultano semplicemente «presi in carico» dal sistema: significa che effettuano un colloquio.
Ma non si può valutare il successo del piano sulla capacità di istituire una pratica.
Solo per 227 mila al colloquio ha fatto seguito una «misura concreta». In gran parte si tratta di tirocini.
Oltre 52 mila hanno seguito corsi di formazione. I «veri» contratti di lavoro sono stati appena 32 mila. Cinquemila ragazzi sono stati invece indirizzati verso il Servizio civile. Il ministro Poletti, interpellato, preferisce non commentare.
Lavori mascherati?
Come mai 139 mila tirocini, oltre quattro volte i contratti? Perchè i ragazzi sono pagati meno e le imprese risparmiano due volte: buona parte della retribuzione è infatti coperta dai fondi europei di Garanzia Giovani in versione «Pantalone».
La spesa per i tirocini ammonta a 404 milioni di euro. Niente di male, almeno finchè non si scorre l’elenco delle offerte sul sito del ministero del Lavoro: commesso, muratore, cameriera, aiuto pizzaiolo, assistente idraulico, badante, barista.
La verità è che il tirocinio è spesso lavoro mascherato con orari che a volte superano le 40 ore settimanali, ritardi nei pagamenti e nessun progetto formativo.
E così nella bacheca annunci online c’è perfino chi cerca un pescivendolo ambulante «con esperienza».
Il business dei corsi
Dove sono finiti gli 1,75 miliardi stanziati? Un euro su tre in tirocini. Il resto tra centri per l’impiego e bonus alle imprese. Ma anche in una miriade di corsi, convegni, seminari.
Nel bilancio del programma ci sono 240 milioni di euro sotto la voce «formazione».
Altri 120 sono destinati all’«accompagnamento al lavoro». Circa 75 milioni sono stati stanziati per affiancare i ragazzi che tentano di mettersi in proprio, mentre 61 milioni sono andati in accoglienza e orientamento.
Il timore è che una fetta non marginale della torta si sia persa nei gangli della burocrazia. Perchè i giovani senza lavoro, per tanti, sono un affare.
Gabriele Martini
(da “La Stampa”)
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Marzo 17th, 2016 Riccardo Fucile
LE LAVORATRICI IN PIAZZA: “MOLTE DI NOI SONO COSTRETTE A SCEGLIERE TRA IMPIEGO E MATERNITA'”
“Certo che Giorgia Meloni incinta può fare il sindaco, se sa fare bene il politico”.
Le donne, ricercatrici e insegnanti, in piazza Vidoni per una manifestazione Usb, non hanno dubbi, maternità e lavoro si riescono a coniugare anche se a fatica.
“Chi è benestante si può permettere di stare a casa”, afferma una ricercatrice in statistica.
La polemica sulla maternità della Meloni e prima ancora quella di Marianna Madia, ministro della Funzione Pubblica che oggi hanno cercato di incontrare per alcune questioni sindacali, le fa sorridere.
“Ma loro sono delle privilegiate, non credo abbiamo problemi a permettersi una baby sitter, il nido, e altri servizi di assistenza. Non hanno nemmeno un capo a cui dover dar contro. Allora chi lavora sette ore in un call center? Chi ha un contratto precario? La maggior parte delle mamme fa davvero salti mortali”, raccontano le lavoratrici. Dimissioni in bianco, contratti interrotti per la maternità , difficoltà nel fare carriera: le lavoratrici fanno capire quanto in realtà questa scelta non sia così semplice in Italia rispetto alla Scandinavia.
E la natalità zero sia legata molto alle poche tutele nel lavoro.
Molte donne precarie sono infatti costrette a scegliere tra impiego e maternità , le trentenni non riescono nemmeno a pensare ad un progetto di così lungo respiro come quello di accudire un bambino.
“Non so nemmeno dove lavorerò domani a chi lo lascio il pargolo, non si ha spesso uno stipendio adeguato, non penso che la Meloni abbia lo stesso problema, le faccio gli auguri ma i problemi quotidiani sono altri”, dice ironica una maestra precaria
Irene Buscemi
(da Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 17th, 2016 Riccardo Fucile
“PERCHE’ QUANDO ERA MINISTRO NON SI OPPOSE AL RIPRISTINO DELLE DIMISSIONI IN BIANCO, USATE PER LICENZIARE LE DONNE INCINTE?”
Vladimir Luxuria è intervenuta questa mattina su Radio Cusano Campus, l’emittente dell’Università degli
Studi Niccolò Cusano, nel corso del format ECG Regione, condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio.
Duro l’attacco riservato da Vladimir Luxuria a Giorgia Meloni: “La gravidanza? Molto probabilmente questa ci vuole marciare. Se una ci tiene così tanto a conciliare il lavoro e la maternità e lo rivendica come diritto delle donne, perchè quando era ministro non ha fatto nulla contro una pratica barbara e incivile come quella delle dimissioni in bianco? Una pratica vergognosa usata in particolar modo per poter licenziare le donne che restano incinte.
Il Governo Prodi aveva tolto la pratica delle dimissioni in bianco, perchè una donna che oggi parla tanto del diritto sacrosanto di poter essere sindaco e mamma quando era Ministro della Gioventù del governo Berlusconi non ha fatto nulla contro questa pratica ripristinata dal governo Berlusconi?
Mi chiedo se tu sei ministro e non sei incinta non dici nulla, una volta che ti candidi sindaco a Roma incinta parli tanto di questo diritto? Servirebbe maggiore coerenza Purtroppo in politica anche una cosa così bella come la maternità può essere usata per fare campagna elettorale.”
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
I BUONI A SETTE EURO E MEZZO L’ORA DILAGANO… ELIMINATI I CO.CO.CO. OGGI RAPPRESENTANO IL NUOVO PRECARIATO
Una volta c’erano l’operaio, la guardia notturna, l’autista, il postino, il cameriere, l’idraulico, l’insegnante,
il professore universitario.
La nostra identità dipendeva anche dal ruolo che il lavoro ci assegnava nella società .
Oggi tutte queste professioni, e molte altre ancora, possono essere riassunte in un unico mestiere: il voucherista.
Essersi fermati alla terza media, come Andrea P., 49 anni, o avere tre lauree come Marco Traversari, 52 anni, docente universitario, per il moderno datore di lavoro forgiato dalla crisi e dalla retorica della quarta rivoluzione industriale non fa nessuna differenza.
Sia Andrea, parcheggiatore notturno a chiamata, sia il professor Traversari valgono 7 euro e 50 centesimi di paga netta l’ora, più un euro e trenta di contributi pensionistici all’Inps, settanta centesimi di assicurazione antinfortunistica all’Inail e cinquanta centesimi di gestione del servizio.
Fanno dieci euro tondi tondi: cioè, il costo orario lordo del lavoro nell’Italia che fa scappare i cervelli e tratta chi resta allo stesso modo, dal disoccupato a vita ai proletari della conoscenza.
È nata così una nuova classe sociale: il popolo dei voucher, dei buoni-lavoro, degli italiani pagati con uno strumento inventato per gli impieghi saltuari nell’agricoltura e le ripetizioni del doposcuola. Ma oggi esteso a tutti i settori.
Un ulteriore contributo della legge all’aumento dei working-poor: i nuovi poveri che, nonostante lavorino, vivono appena sopra il limite di sussistenza, o addirittura al di sotto. Il voucherista non ha infatti diritto a riposi o a ferie pagate. E questo, nel clima di cinesizzazione sociale che stiamo vivendo, potrebbe essere visto come un inutile privilegio.
Ma non ha diritto ad ammalarsi, a curarsi, a maternità o paternità , a ottenere un mutuo per la casa, al congedo matrimoniale, al permesso per accudire i figli malati.
Cioè a tutta quella serie di conquiste civili che finora hanno fatto la differenza tra un cittadino dell’Europa occidentale e un operaio-suddito dei regimi orientali.
Perchè al di fuori dei pochi centimetri quadrati del voucher e delle relative ore pagate, il rapporto di lavoro e lo stesso lavoratore cessano di esistere.
Pochi giorni fa l’Inps ha confermato il boom anche per il 2015: 115 milioni di buoni-lavoro staccati da gennaio a dicembre, contro i 69 milioni del 2014 e i 36 milioni del 2013.
Un aumento nazionale del 67,5 per cento in dodici mesi con punte del 97,4 per cento in Sicilia, dell’85 in Liguria, dell’83 in Puglia e in Abruzzo, del 79 in Lombardia.
La nuova classe sociale coinvolge già più di un milione e mezzo di lavoratori, due terzi dei quali al Nord. Metà uomini e metà donne.
E l’età media è in continua diminuzione: 60 anni gli uomini e 56 le donne nel 2008, anno di introduzione dei buoni-lavoro; 44 e 36 anni nel 2011; 37 e 34 anni oggi.
Anche l’età conferma la trasformazione da rimedio estemporaneo per arrotondare la pensione o gli ultimi anni di attività , a retribuzione vera e propria.
Nel 2015 i datori di lavoro (imprese, commercianti, famiglie) hanno acquistato voucher per un miliardo e centocinquanta milioni di euro, che hanno generato contributi per quasi 150 milioni all’Inps, per 80 milioni all’Inail e compensi ai lavoratori per 862 milioni e 500 mila euro, oltre a 57 milioni in commissioni burocratiche.
Un miliardo di stipendi coi voucher: i buoni lavoro sono diventati più mini job per tutti
Dall’edilizia al turismo, dal commercio ai convegni. Doveva essere solo un modo per far emergere il nero: invece è diventata una forma di impiego diffusa in tutti i settori
La crisi economica fa sicuramente la sua parte.
Spinge gli imprenditori a tagliare i costi e a impiegare i dipendenti a ore o a giornata, soltanto quando servono.
E mette anche a disposizione una massa di disoccupati, cassintegrati, esodati, mobilitati, licenziati costretti a svolgere più lavori saltuari per raccogliere qualcosa che assomigli alle briciole di una paga. È un po’ come il junk-food, il cibo spazzatura: si mangia quello che capita. Qui siamo al junk-job: si accetta quello che passa.
Non sempre, ovviamente, il giudizio è negativo.
Per gli studenti superiori e universitari i buoni sono una risorsa contro il lavoro nero o l’apertura di costose partite Iva: permettono infatti di lavorare in regola in bar, ristoranti, negozi e uffici per mantenersi parte degli studi.
Nella stessa categoria degli studenti, rientrano quanti arrotondano grazie ai voucher uno o più stipendi part-time. Il lavoro accessorio tra l’altro non va dichiarato al fisco. Ma sono gli unici a dirsi completamente soddisfatti.
La seconda categoria di voucheristi comprende quanti integrano in questo modo la magra pensione di anzianità . Oppure il salario di disoccupazione. E per le persone in mobilità sopra i quarantacinque anni la condizione di voucherista diventa una condanna permanente al sottoprecariato: perchè l’istituzione dei buoni-lavoro offre ai datori la possibilità di non stabilizzare mai i loro dipendenti.
La terza categoria raccoglie gli ex contratti a progetto, ora in gran parte aboliti, e le finte partite Iva, settore crollato del dieci per cento nel 2015. E loro stanno addirittura peggio: è la situazione di migliaia di collaboratori, educatori, addetti di cooperative sociali e piccole società a responsabilità limitata che da qualche mese devono accettare stipendi in minima parte pagati con i buoni. Il resto in nero.
L’uso di voucher sta dando corpo anche a due categorie di datori di lavoro: quelli che rispettano la norma e trasformano il rapporto accessorio in contratto non appena l’impiego diventa stabile e quanti continuano a suddividere illegalmente l’impiego stabile in più rapporti accessori.
Soltanto due limiti economici imposti dalla legge impediscono al momento una diffusione più massiccia dei voucheristi, auspicata da un’ampia scuola di giuslavoristi rappresentata anche dall’ex ministro nel governo Berlusconi, Maurizio Sacconi.
Sono la barriera di settemila euro netti del compenso complessivo annuo in buoni che un lavoratore non può superare e di 2.020 euro all’anno pagati da ogni singolo committente. La terza condizione, cioè il vincolo che si tratti di lavoro accessorio, viene già aggirata da tempo. Soprattutto dove i voucher hanno avuto successo nel coprire il lavoro nero.
Superato ogni record per i buoni-pagamento da 10 euro l’ora. Inventati per i lavoretti da giardino o le ripetizioni. Sono diventati uno strumento universale. Dai risvolti anomali. Come scoperto dalla stessa Inps negli alberghi di Jesolo. E come raccontano molti casi.
UN ALIBI PER EVITARE GUAI
Ecco cosa accade in Veneto e in Friuli Venezia Giulia, regioni in cui l’impiego di voucheristi ha registrato un aumento del 57,4 e del 40,1 per cento nell’ultimo anno.
I buoni-lavoro hanno polverizzato i contratti part-time e stagionali nell’agricoltura.
E oggi anche nelle campagne raccontate nel primo romanzo di Pier Paolo Pasolini “Il sogno di una cosa”, grazie ai voucher si ricorre largamente al lavoro nero.
La raccolta della frutta e la vendemmia in Friuli durante l’estate e l’autunno 2015 hanno consolidato il rapporto tra la parte dello stipendio pagata in buoni e la parte illegale.
È di uno a trenta: 37,50 euro al mese in voucher e 1.062,50 in contante per un massimo mensile di millecento euro. Ovviamente, soltanto per le settimane lavorate. Se piove o la raccolta termina, si va a casa senza paga. Fanno comunque più o meno 40 euro al giorno: un ottimo compenso rispetto ai 25-30 euro pagati, quando va bene, dai caporali in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania.
Ma che senso ha staccare 37 euro e 50 al mese in buoni-lavoro su un totale di millecento euro? Sono il valore netto di appena cinque voucher: «Certo», risponde Paolo F., 53 anni, ex operaio in un’impresa subappaltatrice di Fincantieri a Monfalcone e oggi bracciante a chiamata: «E sono l’alibi per evitare guai con l’ispettorato. È la prima informazione che ti danno sui campi: “Se viene un controllo, dite che è il primo giorno che fate qui”.
Il voucher serve a questo: a coprire l’eventuale verifica o l’eventuale infortunio.
Alla raccolta della frutta quest’anno eravamo in novanta.
Un po’ di tutto: padri di famiglia come me, cinquantenni in mobilità da anni, donne senza lavoro, qualche romeno. Tutti pagati 37 euro e 50 in voucher al mese e il resto cash. Fanno oltre novantamila euro al mese di nero che l’azienda tira fuori per pagare il personale.
Per obbligarli a versare i contributi, basterebbe verificare il lavoro eseguito. Come è possibile raccogliere tonnellate di frutta per i supermercati lavorando soltanto le cinque ore al mese retribuite dai voucher?
Inutile aggiungere che di controlli non ne abbiamo mai visti». Perchè non vuole sia rivelato il suo cognome? «Perchè devo lavorare. I voucher hanno cancellato le ultime tutele sindacali: se parli, come minimo non ti chiamano più».
Io schiavo in Puglia
Una norma, introdotta dopo l’inchiesta de “l’Espresso” sul caporalato nella raccolta dei pomodori, impone che i contratti siano registrati un giorno prima del loro inizio.
Con i voucher basta un minuto prima: magari lo stesso momento in cui avviene un incidente. «Sappiamo di imprenditori che una volta passato il nostro controllo hanno disattivato il voucher», rivelano i carabinieri del Nucleo di tutela del lavoro in Lombardia: «Lo sappiamo in via confidenziale. L’Inps non ha nessuna banca dati sulle disattivazioni. Il trucco è attivare il voucher tutti i giorni per una sola ora.
E magari disattivarlo a fine giornata. Per noi diventa impossibile contestare il lavoro nero. Dall’evasione totale dei contributi si passa all’elusione e le sanzioni si riducono. Dovremmo insomma impiegare uomini e risorse dello Stato per recuperare cifre irrisorie che non giustificano il costo».
EDUCATORE E FATTORINO
Basta il confronto con la cedola di una busta paga tradizionale per misurare la smaterializzazione del rapporto di lavoro che il voucher ha garantito.
Questo è quanto riporta la busta: ragione sociale dell’azienda, nome e cognome del dipendente, data di nascita, data di assunzione, scatti di anzianità , luogo di lavoro, mansione, figli a carico, ferie, permessi, Tfr, versamenti Inps e Inail.
E questo è quanto viene richiesto dal voucher: periodo prestazione, codice fiscale datore di lavoro, codice fiscale lavoratore, firma lavoratore. Fine.
Aldo Furini, 55 anni, gestisce con la sorella Silvia la trattoria “Il Santuario” a Rovello Porro, provincia di Como.
Pranzo a prezzo fisso a dodici euro durante la settimana e pizzeria-birreria il venerdì e il sabato sera. Molte fabbriche svuotate dalla delocalizzazione. La concorrenza delle mense aziendali.
«Tutta la settimana bastiamo noi», racconta Furini, «venerdì e sabato, se abbiamo prenotazioni o prevediamo movimento, chiamiamo i ragazzi. Sono tutti studenti. A volte qualcuno non può o è malato, allora si continua il giro di telefonate finchè la necessità è coperta. Li paghiamo tutti con i voucher. Lo Stato ha la grande convenienza. Prende i soldi in anticipo all’acquisto dei buoni e si tiene il venticinque per cento. È un vantaggio anche per l’Inps, visto che per la crisi molte aziende non pagano più i contributi».
Mai pensato di stabilizzare uno o due camerieri? «Vorremmo assumere un dipendente a contratto. Ma le spese sono insopportabili. Soltanto per tenere la contabilità della busta paga, la Camera di commercio ci chiede milleduecento euro all’anno per persona. Più di uno stipendio mensile. Noi non ci stiamo dentro».
Non per tutti la roulette gira così male. Simone Regio, 39 anni, è soddisfatto. Grazie ai voucher può arrotondare i milleseicento euro netti di due contratti part-time: educatore in un centro di riabilitazione psichiatrica e in un’associazione privata.
Il terzo lavoro di voucherista è sui pedali: corriere porta a porta in bicicletta per la “Ubm – Urban bike messengers” di Milano, la più grande società del settore in Italia.
Il suo collega, Simone Gambarin, dai buoni-lavoro è passato al contratto a tempo indeterminato sempre con “Ubm”. E a 36 anni può finalmente permettersi la sua prima casa in affitto. «Per noi i voucher sono stati una soluzione», spiega Gianni Fiammengo, proprietario di Ubm, «per tutte quelle persone che lavorano saltuariamente e che così sono pienamente coperte da contratto, assicurazione e Inps. Ora i voucher li utilizziamo poco perchè gli sgravi fiscali ci hanno permesso di assumere quattordici corrieri full-time. I buoni li usiamo per i pochi part-time rimasti. Nel frattempo l’azienda si è ingrandita».
SE NON SAI PIÙ CHI SEI
Marco Traversari è docente nel laboratorio di Antropologia e lavoro del corso di laurea magistrale in Antropologia dell’Università di Milano Bicocca. Insegna anche Antropologia culturale in un liceo di Brescia. È laureato in scienze politiche, antropologia e filosofia ed è autore di libri e manuali scolastici.
I due contratti part-time da docente coprono solo il settanta per cento del suo fabbisogno per vivere. Per il rimanente trenta per cento, Traversari deve impegnarsi in consulenze culturali, corsi di formazione, partecipazione a conferenze. E in tutto questo è pagato in voucher.
«Nel 2015 i buoni-lavoro hanno spazzato via tutto quello che esisteva: contratti, cococo, cocopro, finte partite Iva, ritenute d’acconto. Dove la pubblica amministrazione ha appaltato i servizi», spiega, «lì le cooperative ora pagano solo in voucher».
Ma il cambiamento va oltre l’eliminazione del contratto. I voucher sono la cifra della trasformazione culturale che stiamo vivendo. In gioco c’è il ruolo sociale di ciascuno: in sociologia, il ruolo è costituito dalle aspettative che gli altri hanno del tuo status sociale. Nel voucher il ruolo è indifferenziato. In questo il voucher è l’emblema del postfordismo: è l’espressione della smaterializzazione del lavoro come costruzione della propria identità stabile.
Freud però ci insegna che l’identità psicologica stabile deriva dall’equilibrio tra eros e lavoro. Nel momento in cui il lavoro diventa instabile, flessibile, smaterializzato anche l’identità psicologica diventa fluida, instabile».
Dove porta tutto questo? «Al problema di non sapere chi sei. Allora diventa potente la necessità di un’identità nazionalistica o religiosa. E lo vediamo in quello che sta succedendo in Europa. Gli studenti comunque vogliono i voucher: chi fa lavori di pochi mesi, trova giusto essere pagato in voucher. La flessibilità è parola che loro mettono in pratica».
L’identità di Andrea P., parcheggiatore notturno a Milano, è flessibile da quando ha perso il lavoro di carrozziere. E poi il contratto di autista.
Lui ha cercato di nascondere il dramma alla moglie e ai due figli. Per portarli in vacanza, ha speso i duemila euro di risparmio dei ragazzi. Ma quando la moglie lo ha scoperto, l’ha cacciato di casa.
Ora Andrea, a quasi cinquant’anni, è tornato a vivere con la mamma, vedova e pensionata. La madre, immigrata pugliese nella Milano del boom economico, non sa che il figlio è un voucherista: 400-500 euro al mese in buoni da marzo a settembre nella stagione dei concerti.
Sorveglia le auto del pubblico oppure controlla i biglietti ai tornelli quando a San Siro e nelle discoteche arrivano i grandi nomi della musica italiana e mondiale.
Ma di tutto lo spettacolo, Andrea prende soltanto le briciole: «Da settembre a marzo faccio la fame», confessa, «non ho però il coraggio di dirlo a mia madre. Allora mi alzo la mattina alle 6,30, mi lavo e mi vesto. E fingo di andare a lavorare».
Il nascondiglio, l’ultimo rifugio stabile sono i tre metri per uno e mezzo della cantina, un finto tappeto di nylon sul cemento, un piumone bianco per scaldarsi, lo scaffale vuoto alla parete, due maglie in cashmere della vita che fu appese a un angolo. Andrea ascolta la radio, dorme, pensa. Fino alle due del pomeriggio, quando esce dal sotterraneo e finge di tornare dal lavoro.
La prima volta che l’hanno pagato in voucher, l’hanno perfino fregato. L’impresario di quel periodo gli ha dato buoni per 400 euro.
Ma quando il parcheggiatore è andato a riscuoterli dal tabaccaio e poi all’Inps, gli hanno detto che erano stati disattivati. Andrea sorride amaro: «Ho scoperto così che anche il buono non era buono».
Fabrizio Gatti
(da “L’Espresso”)
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Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile
NEL 1945 LE LAVORATRICI BIELLESI OTTENNERO 40 ORE SETTIMANALI E SALARI UGUALI AI MARITI, FURONO LE PRIME
Volevano la parità di salario, le 40 ore settimanali (anzichè 48 e anche più) e il congedo di maternità retribuito.
Mentre gli uomini erano al fronte a combattere, le operaie biellesi erano inchiodate ai telai e mandavano avanti l’economia.
Giorno per giorno, sulla trama dei tessuti che uscivano dalle macchine, mentre tutto gravava sulle loro spalle scrivevano, senza osare immaginarlo, la storia delle lavoratrici italiane, con rabbia e passione.
Come gli uomini
Nel 1945 il «patto della montagna» firmato in clandestinità da imprenditori e sindacati, metteva gli uomini di fronte a un dato di fatto: o scendevano a compromesso con le donne o nei reparti il lavoro si sarebbe fermato.
Così prima ancora della fine della guerra, per la prima volta fu prodotto il documento che sanciva, a pari mansioni, una paga uguale per tutti.
E finalmente anche le donne portarono a casa 119 lire come i loro colleghi.
«Ero una bambina ma ricordo l’atmosfera di quei giorni – spiega Annamaria Ranghino, 70 anni, operaia tessile – Mia madre lavorava in fabbrica e mio padre era partigiano. Si respirava la sconfitta del fascismo ma c’erano anche tanta fame e stanchezza. Nelle fabbriche scoppiavano rivolte e scioperi. Le donne rappresentavano il 70, 80 per cento della forza lavoro ed erano sfiancate dall’impegno ai telai e da quello in casa. Per questo erano in prima fila nella protesta: volevano la parità ma soprattutto volevano una vita. Dieci ore in fabbrica e poi i figli e gli anziani da seguire era insostenibile e c’era un disperato desiderio di rivincita».
Ma dopo il «patto della montagna», finita la guerra, le cose tornarono come prima. «Gli imprenditori sembrava avessero dimenticato – prosegue Ranghino -. L’Italia doveva essere ricostruita, l’industria doveva ripartire. Sono entrata in fabbrica a 14 anni e poi è venuta anche mia sorella più piccola. Il primo compito che ti davano era quello di unire i fili. Poi andavi avanti: quando eri abbastanza grande e soprattutto forte ti facevano sistemare le bobine di filo sui tela e quindi si arrivava al telaio».
Gli Anni 50 furono i più difficili e le donne, allora, tornarono a reclamare quella parità che avevano solo intravisto.
Fu un avvocato siciliano approdato alla Camera del Lavoro di Biella a riaprire le contrattazioni con un documento firmato da 1.300 tessitrici che reclamavano gli arretrati maturati sulla disparità di trattamento fra il loro stipendio e quello degli uomini.
«Le sentenze in primo e in secondo grado diedero ragione alle donne – conclude Annamaria Ranghino – Ma gli imprenditori non ci stavano e arrivò l’aut aut: “O ritirate le cause o vi licenziamo”.
Mary Ceria, che nel frattempo era andata in pensione, non aveva nulla da perdere e la causa non la ritirò, anzi la vinse.
Nel 1963 incassò la vittoria nei tre gradi giudizio e intanto la voce si sparse anche fra le operaie che avevano altre mansioni.
Quel risultato spianò la strada della parità retributiva e degli altri importanti traguardi nel contratto nazionale dei tessili. Fu davvero un terremoto che dopo l’Italia passo il confine e arrivò in Europa».
Il docufilm
Sul «patto della montagna», presto sarà pronto un docufilm, prodotto dai registi biellesi Manuele Cecconello e Maurizio Pellegrini che gioca su un dialogo tra presente e passato, dando la parola agli eredi di quegli imprenditori e operai che riscrissero la storia dei rapporti di lavoro.
È lo stilista imprenditore Nino Cerruti nelle riprese, a raccontare come suo padre Silvio, insieme a Guido Rivetti, Lodovico Cartotti, Gino Pavia, Delfino e Pierino Tallia e altri imprenditori ancora, vissero quei momenti.
«Un’intesa davvero fuori dall’ordinario, e non solo per i diritti accordati alle donne ma perchè definiva quello che sarebbe stato il modello di relazioni industriali di una democrazia che in giorni di paura e morte era difficile persino immaginare – spiega Cerruti – Il tessuto è un quadro senza cornice in cui l’essere umano è protagonista, in cui c’è continuità di valori che si declinano in modo diverso. Valori di solidarietà e comprensione che gli uomini di allora realizzarono in un quadro ancora valido adesso».
Il docufilm «Il Contratto della Montagna, resistere oggi» sceneggiato con Francesca Conti vuole dare risonanza nazionale a un percorso tutto biellese.
«Le immagini raccontano i luoghi in cui si svolsero i fatti, intrecciando ricordi personali e testimonianze storiche – spiega Cecconello -. Abbiamo creato un parallelo tra l’attualità , in cui gli abiti fatti con i più prestigiosi tessuti biellesi dallo stilista emergente Christian Pellizzari sfilano sulle passerelle dell’alta moda, e le vicende di 70 anni fa, quando il territorio fu teatro di riunioni segrete. Il trailer sarà presto on line».
Paola Guabello
(da “La Stampa”)
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Marzo 2nd, 2016 Riccardo Fucile
L’OCCUPAZIONE CRESCE SOLO TRA GLI OVER 50 A CAUSA DELLA LEGGE FORNERO, ALTRO CHE JOBS ACT
E ora chi lo dice a Renzi e al Pd che nel 2015 l’occupazione è cresciuta solo tra i lavoratori over 50 di
359 mila unità , mentre solo a gennaio hanno perso il posto 31 mila giovani tra i 15 e i 24 anni, portando il relativo tasso al 39,3%, +0,7% sul mese precedente?
L’Istat nella stima preliminare sul primo mese del 2016. È la conferma uno dei dualismi costitutivi del mercato del lavoro italiano: quello tra «giovani» e «anziani».
Senza contare che aumentano i disoccupati nella fascia di età tra i 35 e i 49 anni: 69 mila in più senza lavoro nella parte più produttiva della forza-lavoro attiva. è la fotografia della Riforma Fornero sulle pensioni quattro anni dopo: l’estensione dell’età pensionabile oggi favorisce il «riciclo» dei vecchi contratti precari in quelli «a tempo indeterminato» finanziati dagli sgravi contributivi predisposti dal governo.
Altro che Jobs Act, è la riforma del governo Monti a diminuire il numero degli inattivi (-63 mila) soprattutto tra i 50-64enni.
Più a lungo al lavoro e presumibilmente spremuti come limoni, questi lavoratori partecipano involontariamente all’uso politico delle statistiche sull’occupazione condotto dal governo al gran completo e dal suo partito di riferimento.
Renzi ha scritto su twitter: «Con questo Governo le tasse vanno giù, gli occupati vanno su, le chiacchiere dei gufi invece stanno a zero».
Il premier si riferiva al dato generale sulla disoccupazione, ferma all’11,5% e invariata da agosto 2015.
A questo ha aggiunto il dato sull’aumento di 70 mila unità degli occupati. Anche qui si torna sui livelli di agosto.
L’Istat ha registrato una ripresa della quota dei dipendenti a tempo indeterminato a partire da settembre pari a 99 mila persone.
Si tratta della «coda lunga» di dicembre, quando le imprese hanno fatto la corsa per aggiudicarsi il «bonus» da 8 mila euro per ogni neo-assunto.
Da gennaio, infatti, lo sgravio sarà più che dimezzato: a 3 mila euro. è probabile che, a partire da febbraio, questo dato sarà molto più contenuto e seguirà l’andamento ciclotimico del mercato del lavoro, drogato dagli incentivi renziani.
A riprova che il Jobs Act non è servito a produrre nuova occupazione, e non solo a contribuire al gran ballo dei contratti, c’è il tasso di occupazione: fermo, drammaticamente, al 56,8%, uno dei più bassi dell’Eurozona, in misero aumento dello 0,1% rispetto a dicembre, nonostante la pazza corsa all’incentivo.
Le riforme del governo hanno consolidato il dualismo anche in questo indicatore.
A gennaio, infatti, l’occupazione tra i giovani è rimasto fermo alla percentuale dello stesso mese del 2015: 15,4%.
Per il resto della popolazione è invece aumentato dell’1,5%. Dai dati emerge anche lo stallo del tasso di disoccupazione femminile al 54,3%, mentre quello maschile è al 74,5%. Ecco un altro dualismo.
Il problema di Renzi è con i numeri, non con i gufi.
Roberto Ciccarelli
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Marzo 2nd, 2016 Riccardo Fucile
LA ASL DI VERONA AFFITTA IL PALAZZETTO DELLO SPORT PER 8.000 EURO, ALLA FINE INCASSA TRE VOLTE LA CIFRA CON LA TASSA SULL’ISCRIZIONE
Com’è andata? “Su trenta domande, tredici erano di storia o di diritto. Roba che, poi, sai quanto ti serve quando sei in corsia?”.
Appoggiato allo sportello della sua Panda azzurra, Matteo addenta l’enorme panino che si è portato per pranzo: “Per risparmiare”.
Jennifer, la sua fidanzata viareggina, annuisce: “Sì, era difficile”. E ora, dopo due ore e mezzo di coda e tre quarti d’ora per compilare il questionario, sono pronti a tornare a Livorno e aspettare il 7 marzo, giorno dei risultati della preselezione.
In palio c’è un posto da “collaboratore professionale sanitario”, un’assunzione a tempo indeterminato da infermiere all’Ulss 20 di Verona.
I seicento che passeranno dovranno affrontare il muro della prova scritta, della pratica, dell’orale. Se non sei quell’uno su 1.253 che ce la fa, riprovare, altrove.
Al casting della sanità non si canta, non ci si esibisce. Si spera.
Dovevano essere 4.800 i candidati e per questo era stato affittato il PalaOlimpia, dove si allenano e giocano la Bluvolley e la Scaligera Basket a due passi dal Bentegodi, ma oltre trecento domande non avevano la documentazione necessaria.
Dei 4.493 che hanno versato i 5 euro per provare il concorso, se ne sono presentati un quarto.
“Forse – sospira la dottoressa Laura Bonato, dirigente amministrativa dell’Ulss che coordina la prova – perchè gli altri nel frattempo hanno trovato lavoro”.
C’erano anche Matteo e Jennifer tra i forzati dei questionari e la loro è una traiettoria non banale. Dieci mesi fa erano emigrati a Colchester, Inghilterra. Assunti. Tempo indeterminato. “Reparto emergenza e urgenza – racconta Matteo, 25 anni, uno in più della sua ragazza – come il mio master, dopo un colloquio via Skype. Ci presentammo in sessanta, anche ragazzi bulgari e spagnoli, ci presero tutti. Turni da 12 ore, tre giorni a settimana, 1.750 sterline al mese. Ma non è il massimo”.
E infatti Jennifer, dopo sei mesi, è tornata. “Perchè sono italiana – confessa – sto bene qui e alla mia età ci si prova ancora a stare a casa”.
Lavora nel privato, a Pisa, a chiamata, a 700 euro al mese. Ha fatto concorsi ad Asti, a Brescia, a Trieste. “Ma altri sono già al ventesimo. Siamo sempre gli stessi”.
E si ritrovano al parcheggio, si salutano, ripassano gli ultimi appunti mentre ai banchetti dentro al palazzo si formano le prime file per il controllo della carta d’identità , la consegna dello smartphone dentro una busta bianca sigillata e l’ingresso sulle tribune.
Erano al Politecnico di Milano lo scorso aprile, 13mila domande per 25 posti al Niguarda. Sono stati a Trieste e a Parma, a Torino e a Sondrio, a Modena e a Garbagnate Milanese.
A far che? “A provare a farti un futuro, perchè da precaria non ti compri nemmeno la macchina”, allarga le braccia Enza, foggiana, ancora per un mese in clinica privata, poi chissà . “L’importante è entrare in graduatoria, poi per tornare giù c’è tempo”, pianifica Valeria, 24enne abruzzese con due mesi residui di contratto all’Asl di Teramo.
“Tanto poi le graduatorie scorrono”, aggiunge la barlettana Fabiana, precaria a Modena. “Io, in realtà , avevo pensato alla Germania, dove però gli infermieri hanno una mansione più bassa”, calcola Mara, brindisina part-time in Friuli.
“Si spera, e un po’ si perde tempo, perchè i laureati aumentano e non vengono assorbiti”, riassume Ivan, livornese finito a San Daniele del Friuli grazie a un avviso. Intanto girano l’Italia, sempre a proprie spese.
“Una volta – ricorda Luigi, siciliano di Ravanusa ma laureato a Novara – misero una prova al venerdì di Pasqua. Il biglietto aereo costava 450 euro. Ma che fai, non vai? Muoviamo un’economia”.
I conti, a Verona, sorridono all’Ulss. “L’affitto del palazzo – elenca la dottoressa Bonato – veniva 1.800 euro: alla Fiera ne chiedevano 20mila”. Altri 400 tra vigili del fuoco, la quota per l’impresa di pulizie, la spesa maggiore non supera i 5mila euro per la società che fornisce i test e il totale sta sotto gli 8mila. Il monte delle iscrizioni lo copre per tre volte.
Disposti in fila con un seggiolino di distanza l’uno dall’altro, i 1.253 candidati aprono le buste al via delle commissione, ore 12.08 e scatta il cronometro.
Fuori dai finestroni, a guardare per i 45 minuti della prova, restano i parenti. Stefano ha cinque mesi, mamma Angela l’ha portato su da Perugia con papà Claudio che lo regge in braccio mentre il pupo gioca con le chiavi di plastica: “Lui è al suo primo concorso, noi al quinto”.
Il signor Massimo, 49 anni, ha accompagnato su da Lodi la sua Ilaria. Infermiere lui, la moglie, e ora la figlia, per ora a partita iva: “Ci si alza alle 5 e si parte”.
Francesco, 65enne bidello di Latina, trascina un trolley sulle scale del PalaOlimpia e si siede: “Non li contiamo più i concorsi col mio Alessandro. Stavolta avevo anch’io un giorno libero e abbiamo preso l’albergo. Qualcosa, per questi ragazzi, bisogna pur trovare”.
Il suo ragazzo un concorso l’aveva vinto, a Castelfranco Veneto, ma dopo due anni e a 27 di età Alessandro si è ritrovato per strada. “Sta a casa. E dove deve andare?”. È l’una, operazioni di consegna completate, nonno Gaetano aspetta la sua Agnese.
Ha 75 anni, arriva da Bondeno, nel ferrarese. “Un’ora e mezza di macchina e siamo a casa. Facevo il camionista, sa, queste strade le conosco bene”.
Massimo Pisa
(da “La Repubblica”)
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