Febbraio 29th, 2016 Riccardo Fucile
I MAGISTRATI CONTABILI LANCIANO L’ALLARME SULLA STRATEGIA DEL GOVERNO PER DOPARE LE ASSUNZIONI
La Corte dei Conti lancia l’allarme sulle coperture e sull’efficacia degli sgravi contributivi per le
assunzioni a tempo indeterminato.
Se la decontribuzione introdotta dal governo Renzi a partire dal gennaio 2015 continuerà a favorire, come sta avvenendo, soprattutto le trasformazioni di contratti già esistenti, e non “incrementi occupazionali effettivi”, sarà necessario “un ulteriore incremento di trasferimenti dal settore pubblico la cui provvista ricadrebbe sulla fiscalità generale”, rilevano per prima cosa i magistrati contabili nella relazione sull’Inps.
La Corte inoltre esprime preoccupazione sulla possibilità che al termine del triennio di sgravi totali previsti per le assunzioni a tempo indeterminato fatte nel 2015 ci sia un aumento delle cessazioni di contratto, cosa che determinerebbe un aumento delle prestazioni a sostegno del reddito come l’indennità di disoccupazione.
I magistrati proseguono avvertendo che già ora l’intervento dello Stato sui conti dell’Inps, che quest’anno chiuderà in rosso di 11,2 miliardi, risulta “sempre fondamentale per il contenimento dello squilibrio della gestione” perchè la spesa per le prestazioni continua a superare le entrate.
Nel biennio 2013-2014 per esempio “è proseguito l’aumento delle entrate contributive”, passate dai 210 miliardi del 2013 a 211,4 miliardi nel 2014. Ma “la spesa per prestazioni, pur costante nel biennio (303,464 miliardi nel 2013 e 303,401 miliardi nel 2014), è risultata tuttavia superiore al gettito contributivo”.
Nel biennio è proseguito, sottolineano i magistrati contabili “l’andamento negativo della gestione finanziaria che ha chiuso, nel 2013, con un disavanzo di 8,7 miliardi e, nel 2014, con un disavanzo di 7 miliardi, con una progressiva erosione dell’avanzo di amministrazione (che da 53,9 miliardi nel 2012, è passato a 43,9 ed a 35,7 miliardi rispettivamente, nel 2013 e nel 2014)”.
Lo stesso vale per il conto economico “che ha chiuso con valori di segno negativo, 12,8 miliardi nel 2013 e 12,5 miliardi nel 2014. Nè — sottolinea la Corte dei Conti — i trasferimenti dello Stato (99 miliardi nel 2013 e 98,4 nel 2014), nè la ripresa del flusso dei contributi, alimentato dalla gestione privata e in particolare da quella del lavoro autonomo, oltre che dalla gestione dei “parasubordinati“, sono valsi a far conseguire l’equilibrio delle gestioni amministrative”.
Il patrimonio netto è raddoppiato tra 2013 e 2014, passando da 9 a 18,4 miliardi per “uno specifico apporto dello Stato di 21,9 miliardi, a copertura del disavanzo dell’ex Inpdap“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
“PRECARIATO AI MASSIMI STORICI E RIPRESA MODESTRA: SU 764.000 CONTRATTI IN PIU’ 578.000 SONO TRASFORMAZIONI, NEL 2012 ERANO DI PIU'”…”IL VERO DRAMMA SONO 3 MILIONI DI ITALIANI CHE LAVORANO SENZA CONTRATTO E ALTRI 3 MILIONI CHE HANNO SMESSO DI CERCARE UN POSTO”
Il precariato è al massimo storico, la ripresa occupazionale è modesta, la narrazione del governo è “al servizio della conservazione del potere”.
E’ questo il bilancio che Luca Ricolfi, sociologo e docente di analisi dei dati all’Università di Torino, traccia del Jobs act un anno dopo l’entrata in vigore dei primi decreti della riforma.
Il capo del governo “sembra non comprendere il significato delle statistiche di cui parla”, attacca il professore mentre Matteo Renzi si appresta proprio lunedì, a 24 mesi dal suo insediamento, ad andare in visita alla Walter Tosto, azienda che produce macchinari per il settore petrolifero e “ha assunto con il Jobs Act”.
Una settimana fa il premier aveva esultato per i 764mila contratti stabili in più certificati dall’Inps, ma l’interpretazione di quei dati fornita da Ricolfi è decisamente diversa.
Il governo sta celebrando i suoi due anni di mandato. Anche il ministero del Lavoro ha pubblicato una presentazione dove rivendica le “buone cose per il nostro Paese”, dal Jobs act a Garanzia giovani. Che idea si è fatto della narrazione che l’esecutivo sta facendo sui numeri del lavoro?
Questo è un governo come gli altri. Narrava Berlusconi, narrava Prodi, narrava Monti, narrava Letta. E le loro narrazioni erano implacabilmente al servizio della conservazione del potere, non certo della verità . Perchè dovrebbe essere diverso sotto Renzi?
Lo slogan utilizzato dal governo per il Jobs act è: “Meno precarietà , più lavoro stabile”. Il Jobs act è stato in grado di ridurre l’occupazione precaria?
No, durante il 2015 il tasso di occupazione precaria, ossia la quota dei lavoratori dipendenti con contratti temporanei, ha raggiunto il massimo storico da quando esiste questa statistica (dal 2004), superando il 14%. Bisogna dire, tuttavia, che da settembre dell’anno scorso il tasso di occupazione precaria ha cominciato a ridursi, sia pure di pochi decimali.
Dopo gli ultimi dati Inps sui contratti, Renzi ha commentato: “+764mila contratti stabili nel primo anno di #jobsact. Amici gufi, siete ancora sicuri che non funzioni?”. L’aumento del tempo indeterminato è merito del Jobs act o degli sgravi?
Renzi sembra non comprendere il significato delle statistiche di cui parla. I 764mila posti stabili in più sono la somma fra il numero delle trasformazioni (578mila) e il saldo fra assunzioni e cessazioni (186mila). Per quanto riguarda le trasformazioni, è vero che quelle del 2015 sono state molte di più di quelle del 2013 e del 2014, ma se risaliamo anche solo al 2012 (l’anno di Monti) le trasformazioni erano state oltre 600mila, ossia un po’ di più di quelle vantate dal governo per il miracoloso 2015. E questo nonostante quello di Monti sia stato un anno di recessione. Resterebbe il saldo di 186mila contratti stabili in più. Duecentomila occupati stabili in più non sono tantissimi, ma comunque sono un progresso rispetto alle dinamiche degli anni scorsi.
A che cosa sono dovuti?
Per ora posso solo esprimere un’opinione: il contratto a tutele crescenti è molto meno importante della decontribuzione, e la modesta ripresa occupazionale in atto si deve innanzitutto al fatto che il Pil è tornato a crescere, più che a specifiche norme volte a favorire l’occupazione. Ma forse la misura più incisiva varata negli ultimi due anni è quella di cui nessuno parla.
Quale misura?
Il decreto Poletti del marzo 2014, che liberalizzava le assunzioni a termine, permettendo molteplici rinnovi. Questa misura va in direzione opposta a quella del Jobs Act, perchè incentiva le assunzioni a tempo determinato. Quando si fa un bilancio del 2015 bisognerebbe considerare anche il saldo dei contratti precari (420mila), non solo di quelli stabili (186mila). L’aumento del tasso di occupazione precaria registrato dall’Istat si spiega con l’esplosione delle assunzioni a tempo determinato, che a sua volta potrebbe essere stato favorito dal decreto Poletti. Che poi una parte dei contratti a termine siano stati trasformati in contratti stabili non basta a modificare la dinamica profonda del mercato del lavoro. Alla formazione di posti di lavoro stabili si è affiancata una formazione di posti di lavoro precari, di cui si ha meno voglia di parlare.
Finora è valsa la pena di spendere gli 1,8 miliardi di euro della decontribuzione per raggiungere questi risultati?
No, non ne è valsa la pena, anche perchè i miliardi sono almeno 12: il costo della decontribuzione è stato valutato in 5 + 5 miliardi nel biennio 2016-2017.
C’è il rischio che il mercato del lavoro sia stato drogato dagli incentivi? E che l’occupazione si sgonfi quando verranno meno?
E’ quello che temiamo tutti. Il test decisivo sarà il primo trimestre del 2016, i cui dati saranno disponibili a maggio. A quel punto si scoprirà se la modesta crescita di occupazione registrata nel corso del 2015 proseguirà , magari rafforzandosi, o si sgonfierà , perchè era artificialmente sostenuta dagli incentivi. L’unica cosa che mi sento di dire, per ora, è che l’ultimo mese del 2015 ha pienamente confermato la profezia che fece Tito Boeri, e cioè che le assunzioni si sarebbero concentrate all’inizio e alla fine del 2015. Insomma, quella del 2015 potrebbe rivelarsi una piccola “bolla occupazionale”. Ma speriamo di no…
Quanto hanno influito i fattori macroeconomici (basso prezzo del petrolio, cambio euro/dollaro favorevole, quantitative easing) sul mercato del lavoro italiano?
Secondo la maggior parte degli studiosi i tre “propulsori” esogeni della nostra economia dovevano portare almeno 1 punto di crescita del Pil in più. Dato che, invece, siamo cresciuti solo dello 0,7%, vuol dire che senza quella spinta il nostro Pil avrebbe continuato a scendere anche nel 2015. Ma noi preferiamo raccontarci che “l’Italia ha svoltato”.
Quali misure servono per una ripresa strutturale del mercato del lavoro?
Una misura, il Job Italia, l’avevo proposta un paio di anni fa, come Fondazione David Hume e come La Stampa, ai tempi in cui scrivevo sul quotidiano torinese. L’idea è piuttosto semplice. Se prevediamo una decontribuzione ancora più forte di quella introdotta nel 2015, ma diamo il beneficio solo alle imprese che aumentano l’occupazione, creiamo abbastanza posti di lavoro aggiuntivi da rendere autofinanziante il provvedimento: più posti di lavoro, infatti, significano più reddito, e più reddito significa più gettito fiscale. Però l’idea del Job Italia non era “combattere il dramma dell’occupazione precaria”. Il “dramma dei precari” è una costruzione mediatico-politica, molto di moda da una decina d’anni, che è stata usata per nascondere il vero dramma di questo paese.
Quale dramma?
Il dramma dell’Italia non è che meno di 3 milioni di persone lavorino con contratti a tempo determinato, ma è che una cifra analoga se non superiore di lavoratori, spesso immigrati, lavorino completamente senza contratto, che altri 3 milioni di persone cerchino un lavoro senza trovarlo, e altri 3 milioni ancora un lavoro manco lo cerchino, perchè hanno perso la speranza di trovarlo. Ho chiamato Terza società questo esercito di 10 milioni di persone di cui nessuno si occupa, e che fanno la vera differenza fra l’Italia e la maggior parte dei Paesi avanzati.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 19th, 2016 Riccardo Fucile
IL JOBS ACT HA CONTRIBUITO A CREARE SOLO L’1% DEI NUOVI POSTI DI LAVORO, IN PRATICA IL NULLA
Le riforme del mercato del lavoro attuate dal governo hanno contribuito a far crescere il numero di assunzioni a tempo indeterminato, ma gli effetti positivi sono principalmente legati agli incentivi fiscali piuttosto che al “Jobs Act”.
A sostenerlo è la versione preliminare di un lavoro di due ricercatori della Banca d’Italia, visionata da Repubblica.
Lo studio è destinato a riaprire il dibattito su una delle riforme più controverse del governo di Matteo Renzi, che in settimana ha rivendicato l’impatto positivo del “Jobs Act” sul mercato del lavoro. “Amici gufi, siete ancora sicuri che non funzioni?” ha scritto il premier su Twitter.
Se il “contratto a tutele crescenti”, uno dei cardini del “Jobs Act”, resterà infatti in vigore nei prossimi anni, gli incentivi fiscali alle assunzioni sono stati notevolmente ridotti, anche per permettere al governo di passare altre misure fiscali come il taglio delle imposte sulla prima casa.
Il lavoro di Paolo Sestito, capo del servizio Struttura Economica di Bankitalia, e Eliana Viviano utilizza dati provenienti dal Veneto e relativi ai mesi tra gennaio 2013 e giugno 2015. I due ricercatori scrivono che circa il 45% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato avvenute in quel periodo sono attribuibili ad almeno una delle due misure.
“Le due politiche hanno avuto successo sia nel ridurre il dualismo del mercato sia nello stimolare la domanda di lavoro, anche durante una recessione caratterizzata da un’altissima incertezza macroeconomica”, scrivono gli autori.
Questo effetto positivo è però quasi interamente spiegato dall’introduzione degli incentivi fiscali, mentre la combinazione del contratto a tutele crescenti e degli incentivi spiega solo il 5% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato.
Poichè questo tipo di contratti sono un quinto delle nuove assunzioni nel campione, i ricercatori trovano che il Jobs Act ha contribuito a creare appena l’1% dei nuovi posti.
Introdotto nel marzo 2015, il nuovo “contratto a tutele crescenti” limita di molto la possibilità di reintegro dei lavoratori licenziati nelle aziende con più di 15 dipendenti, sostituendolo nella maggior parte dei casi con un indennizzo, che aumenta con la durata di servizio.
A questa riforma strutturale il governo ha affiancato un piano di incentivi fiscali validi per tutto il 2015, che permette al datore di lavoro di non pagare, fino a una certa soglia, i contributi dei neoassunti per tre anni.
L’incentivo è stato notevolmente ridotto per quest’anno, portandolo dal 100% al 40%, e tagliandone la durata a due anni invece di tre.
Lo studio, che non riflette necessariamente le opinioni di Bankitalia e che è già circolato tra studiosi interni e esterni all’istituto, è il primo lavoro che cerca di isolare l’effetto causale delle riforme del governo sulle assunzioni a tempo indeterminato.
Un altro paper di un gruppo di ricercatori guidato da Marta Fana dell’Istituto di Studi Politici di Parigi, basato però soltanto su statistiche descrittive e non su più sofisticate indagini econometriche, aveva concluso che il Jobs Act non ha raggiunto gli obbiettivi di far crescere l’occupazione e incentivare i contratti a tempo indeterminato.
Gli studiosi di Bankitalia trovano che, estrapolando il dato veneto a tutto il territorio nazionale, il pacchetto di misure formato da Jobs Act e incentivi ha contribuito a creare circa 45.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato nei primi sei mesi del 2015.
Lo studio ha delle limitazioni: gli autori dicono di non poter fornire una valutazione complessiva delle nuove regole sui licenziamenti, nè di riuscire a stimare quale potrebbe essere l’impatto di un’eventuale rimozione degli incentivi statali.
Essi sottolineano inoltre che l’aumento delle assunzioni nei primi mesi del 2015 potrebbe essere stato determinato dall’attesa per le nuove misure già a partire dal 2014.
In settimana nuovi dati dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale hanno riscontrato circa 600.000 assunzioni a tempo indeterminato in più nel 2015 rispetto al 2014. L’Inps ha poi rilevato un ulteriore aumento delle trasformazioni da contratto a tempo determinato a tempo
indeterminato pari a circa 160.000.
Ferdinando Giugliano
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 16th, 2016 Riccardo Fucile
INDAGINE GLOBAL 50: IL CONFRONTO FRA 15 PAESI DIVERSI
Lo sapevamo, ma quando escono i dati suscitano sempre qualche fastidio.
Le retribuzioni d’ingresso dei lavoratori italiani sono le più basse d’Europa. Sorridono invece i nostri vicini svizzeri: la Svizzera infatti mantiene la prima posizione; mentre nel Regno Unito scalano la classifica i middle manager.
La conferma viene dall’indagine Global 50 Remuneration Planning Report di Willis Towers Watson, che svela dati alla mano che a livello europeo l’Italia rimane nelle ultime posizioni della classifica delle retribuzioni. Si tratta di dati medi e al lordo con particolare riguardo alle aziende medio-grandi.
L’indagine confronta 15 paesi europei e condanna come lo scorso anno il nostro paese all’ultima posizione per quanto riguarda i salari d’ingresso dei professional, con una media di 27.400 euro.
Guadagna, invece, una posizione per quanto riguarda le retribuzioni dei middle manager, posizionandosi all’11 posto, con una media che sfiora i 71 mila euro, seguita solo da Francia, Svezia, Finlandia e Spagna.
Rispetto al 2015, il Regno Unito è il paese che ha registrato il progresso più forte piazzandosi al 4° posto per quanto riguarda i middle management e al 12° per gli entry level (nel 2014 era rispettivamente al 7° e al 13° posto).
L’Italia, oltre ad essere il paese meno competitivo per le retribuzioni tipicamente offerte ai neo-laureati, è piuttosto staccato rispetto al penultimo posto (-12% rispetto alla Spagna) ed ancora di più dal “centro classifica” (-47% rispetto all’Olanda).
Walter Passerini
(da “La Stampa”)
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Febbraio 6th, 2016 Riccardo Fucile
NEL 2015 CREATI MENO POSTI DI LAVORO DEL 2014, ANNO DI RECESSIONE.. I POCHI CONTRATTI STABILI CRESCONO MENO DEI PRECARI
I conti si fanno alla fine. Quindi partiamo dall’inizio: “Ci sono 1,9 miliardi di sgravi nel 2015 e
questo potrebbe portare fino a un milione di posti di lavoro”, che è un “numerone” ma “i primi sintomi ci sono”.
Si era di marzo — il contratto a tutele crescenti del Jobs act (cioè senza l’articolo 18) era appena partito — e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti preannunciava le magnifiche sorti, e progressive, degli sgravi miliardari triennali (partiti a gennaio) per chi assumeva nel 2015 con contratti a tempo indeterminato.
Siamo a febbraio 2016. Risultato?
La montagna di 11,7 miliardi che saranno trasferiti dalla fiscalità generale alle imprese dal 2015 al 2018 — e l’archiviazione dello Statuto dei Lavoratori — ha partorito un topolino: 135 mila posti di lavoro “stabili”.
Numero che sa di rumore statistico, reso ora assordante dalla gran cassa mediatica del pallottoliere renziano che ha accompagnato 12 mesi di spot, imprecisioni, tweet a base di #Italiacolsegnopiù, licenziando con un #ciaogufi qualunque analisi sui dati.
“Non sono semplici numeri. Ma persone, storie, famiglie”, ha spiegato il premier.
E quindi vanno analizzati attentamente (e trattati con rispetto).
Ieri l’Istat ha diffuso i dati sul mercato del lavoro a dicembre: è ora possibile tracciare un primo, provvisorio, bilancio.
Partiamo dalla fine. A dicembre, gli occupati calano dello 0,1% (-21 mila) per il crollo degli autonomi (-54 mila) solo in parte compensato dall’aumento dei dipendenti, soprattutto a tempo indeterminato (+31 mila).
Il tasso di disoccupazione, dopo mesi di calo, risale dello 0,1 all’11,4%. Tradotto: calma piatta.
Sgravi a vuoto.
È allargando lo sguardo che si coglie la distanza tra la realtà e i “sintomi” di Poletti: nel 2015 — con una crescita del Pil dello 0,8% — si sono creati 109 mila occupati in più rispetto al 2014, quando però se ne erano creati 168 mila più dell’anno prima, nonostante un Pil a -0,4%.
“Il Jobs act di Renzi non sta portando l’Italia a lavoro”, ha sentenziato Reuters.
Il saldo fa 59 mila posti in meno rispetto a un anno di recessione, senza gli sgravi e senza il Jobs act, ma col decreto Poletti, che ha liberalizzato ulteriormente il ricorso ai contratti precari.
Il punto è questo. I posti di lavoro “stabili” — cioè quelli che sgravi e riforma dovevano incentivare — sono aumentati in un anno di 135 mila unità , quelli precari di 112 mila. Questi ultimi, però, sono cresciuti a un ritmo 5 volte superiore rispetto ai primi.
Per arrivare a questo risultato sono stati impegnati 12 miliardi in tre anni.
Lo strano trend.
I contratti a tempo indeterminato sono saliti a gennaio-febbraio, ad aprile e poi da ottobre a dicembre. Le assunzioni (o le stabilizzazioni di contratti precari) a inizio anno sono quelle maggiormente “pianificate” dalle imprese: in parte sarebbero quindi avvenute lo stesso.
Da ottobre, la crescita potrebbe essere stata innescata dall’annuncio del governo che gli sgravi sarebbero stati più che dimezzati dal 2016. Come si spiega il calo a metà anno? C’è un dubbio, segnalato già dal centro studi Adapt o dalla ricercatrice Marta Fana: gli sgravi possono essere usati solo se il lavoratore non ha avuto un contratto a tempo indeterminato negli ultimi sei mesi il sospetto che alcune imprese abbiano provveduto a una doppia trasformazione (a inizio anno e alla fine) per riassumere con gli sgravi esiste.
Il boom degli over 50.
Rispetto al 2014, l’unica fascia d’età che vede una crescita sostanziosa degli occupati è la over 50 (189 mila unità ). Le più indicative dello stato di salute del lavoro — la 25-34 anni e la 35-49 anni — perdono occupati (41 mila la prima, 89 mila la seconda).
L’Istat lo ha scritto più volte: è la riforma Fornero, che ha allungato l’età pensionabile a creare nuova occupazione.
Che è soprattutto “statistica”: non uscendo dal mercato del lavoro, i più anziani gonfiano le indagini campionarie Istat.
Nella fascia 25-34 anni gli “inattivi” — coloro che non hanno un lavoro e non lo cercano — aumentano di 89 mila unità . La disoccupazione giovanile, pur in calo è al 37,9%.
I fantasmi.
Oltre ai miliardi spesi a vuoto, c’è un aspetto che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. Al calo dei disoccupati e del tasso di disoccupazione non corrisponde un pari aumento degli occupati.
Premessa: il tasso di disoccupazione è il rapporto tra i disoccupati (coloro che cercano un lavoro) e le forze di lavoro (disoccupati più occupati). Chi non ha un impiego e non lo cerca finisce tra gli inattivi.
Tradotto: se la disoccupazione scende o aumentano gli occupati o aumentano gli inattivi.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
PER QUESTO RISULTATO MINIMO, RISPETTO AD ALTRI PAESI EUROPEI, BUTTATI 1,8 MILIARDI IN SGRAVI CONTRIBUTIVI
A dicembre dello scorso anno gli italiani con un posto di lavoro erano 22.470.000, 21mila in meno (-0,1%) rispetto a novembre 2015 ma 109mila in più (+0,5%) se si confronta il dato con quello del dicembre 2014.
Il risultato, rileva l’Istat che ha diffuso i dati mensili provvisori sul mercato del lavoro, deriva da un aumento di 135mila unità dei dipendenti a tempo indeterminato e di 113mila di quelli a termine, in parte compensato dal calo di 138mila unità degli indipendenti.
Il tasso di occupazione rimane invariato rispetto a novembre al 56,4% mentre quello di disoccupazione diminuisce di 0,9 punti percentuali, a 11,4%. I disoccupati scendono a 2,89 milioni, 254mila in meno su dicembre 2014.
Per ottenere quei 135mila posti fissi in più, che sono il saldo tra assunzioni e licenziamenti avvenuti nei 12 mesi, le casse dello Stato hanno però sborsato 1,8 miliardi.
Cioè la cifra che il governo ha stanziato nella legge di Stabilità 2015 per gli sgravi contributivi destinati alle nuove assunzioni stabili, sgravi entrati in vigore l’1 gennaio dello scorso anno e sfruttabili fino a un tetto massimo di 8.060 euro l’anno per ogni assunto.
A fronte di questo esborso, il risultato è deludente rispetto alle attese di Palazzo Chigi e del Tesoro: il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan il 19 ottobre 2014 aveva affermato di attendersi “almeno 800mila posti di lavoro a partire dal 2015 per tre anni”, cioè in media 260mila all’anno.
E occorre tener presente che dal 2016 l’ammontare massimo dello sgravio è diminuito da 8.060 a 3.250 euro annui
Tornando al dicembre 2015, nel corso del mese il tasso di disoccupazione è risalito all’11,4% dall’11,3% di novembre.
Lieve aumento per il tasso di disoccupazione nella fascia tra i 25 e i 34 anni, che passa dal 17 al 17,1%.
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2016 Riccardo Fucile
“COSI’ SIAMO COSTRETTI A RINUNCIARE”… INPS E REGIONI SI RIMPALLANO RESPONSABILITA’, IL MINISTERO DORME
C’è chi sta aspettando da settembre. Chi da un anno. 
C’è chi deve contare sul sostegno dei genitori e chi, invece, sta meditando di mollare il colpo. E infine c’è anche chi è pronto a scendere in piazza.
Sono i ragazzi delusi da Garanzia Giovani, il programma europeo ideato per favorire l’inserimento lavorativo degli under 30.
In diverse Regioni italiane, i pagamenti sono bloccati da mesi, imprigionati nel rimpallo di responsabilità tra ente regionale e Inps.
Al di là di pochi esempi virtuosi, come le Marche, basta fare un giro su Facebook per notare che dall’Emilia alla Puglia, dal Lazio alla Campania, sono fioriti gruppi di denuncia nei confronti dei ritardi nei pagamenti delle indennità . Il ministero del Lavoro ammette le difficoltà . E spiega che sono legate ai controlli da effettuare sui pagamenti, in quanto si tratta di finanziamenti europei.
Allo studio dei tecnici c’è l’ipotesi che le imprese anticipino le indennità ai tirocinanti. Ma intanto, i problemi restano.
Garanzia Giovani, finanziata con 1,5 miliardi di euro dall’Unione europea, già negli scorsi mesi ha rivelato le sue fragilità .
Secondo l’ultimo report, sui 944mila giovani iscritti al programma solo 595mila, poco più della metà , sono stati presi in carico, nel senso che i centri per l’impiego stanno lavorando alla loro pratica.
E di questi solo 269mila, il 28,5%, ha ricevuto un’offerta di lavoro, per lo più un tirocinio. Beato chi trova un posto, si dirà .
Ma se poi non arrivano i soldi, c’è poco da festeggiare.
La versione del ministero: “Servono controlli, i tempi non sono quelli di un’impresa”
Dal ministero del Lavoro si confermano i ritardi nei pagamenti in diverse Regioni, precisando come sia “un misunderstanding pensare che l’indennità di tirocinio sia erogata con i tempi dell’impresa”.
Le Regioni, fanno sapere da via Veneto, “devono effettuare una serie di controlli che comportano una dilatazione dei tempi”.
Controlli necessari in quanto si parla di risorse comunitarie. Per questa ragione, allo studio del ministero c’è la possibilità che le imprese anticipino l’indennità ai tirocinanti. Ma resta da capire se le aziende accetteranno di sobbarcarsi questo onere.
Nel frattempo, i pagamenti devono affrontare una trafila burocratica.
L’azienda trasmette i documenti alla Regione. La Regione fa i controlli, compila le liste dei soggetti che hanno diritto all’indennità e trasferisce i dati all’Inps.
L’Inps verifica che non ci siano anomalie e poi dispone il pagamento.
“Le Regioni hanno difficoltà nella fase dei controlli, perchè i tirocini sono tantissimi”, si spiega dal ministero.
In particolare, si precisa che la Campania ha problemi sui sistemi informativi, il Lazio nei controlli sulle pratiche, in Emilia Romagna ci sono anomalie di natura tecnica, in Sicilia mancava una raccolta unica dei file da mandare all’Inps. E intanto migliaia di ragazzi aspettano.
La protesta in Lazio: “Ho fatto il tirocinio da commessa per 6 mesi. Non ho visto un euro”
Il Lazio è una delle Regioni dove la situazione è più critica e dove i ritardi si trascinano da più tempo. Qui, i ragazzi delusi da Garanzia Giovani si sono coalizzati su Facebook e il 25 gennaio hanno manifestato davanti alla Regione.
Una delegazione è stata ricevuta dai dirigenti dell’ente: tra loro c’era anche Valentina, 27 anni, della provincia di Viterbo.
“Ci hanno spiegato che c’è poco personale per fare fronte a un numero troppo alto di richieste — racconta la giovane — Ma ci hanno assicurato che nel giro di tre mesi risolveranno i ritardi. Noi torneremo a controllare”.
Lei ha fatto il tirocinio come commessa in un negozio, da luglio a dicembre 2015. “E ancora non ho visto un euro — aggiunge — Ma c’è stato anche chi non ha resistito e ha abbandonato prima”.
In un primo momento, ai tirocinanti laziali spettava un compenso pari a 400 euro, tutto a carico dell’ente pubblico. Ma in seguito alle proteste dei ragazzi, nel maggio 2015 la Regione ha deciso di prevedere un’integrazione di 100 euro, portando a 500 euro l’indennità complessiva, sia per chi aveva già completato il tirocinio, sia per chi doveva ancora cominciare.
“Ma nessuno di noi ha ricevuto il conguaglio“, si lamenta Natascia, 28 anni, che ha lavorato per cinque mesi in una casa editrice a Roma. Poi ha lasciato e ha iniziato il servizio civile.
“Sono stata tra i più fortunati, almeno ho ricevuto qualcosa — spiega la giovane — A settembre mi sono arrivati 800 euro per pagare due mesi di tirocinio, maggio e giugno”. Ma da allora più nulla. Tra compensi e conguagli, Natascia aspetta ancora 1.700 euro.
“La sede del tirocinio l’ho trovata da sola — aggiunge la ragazza — Dai centri per l’impiego non ho avuto alcuna indicazione”.
In Emilia Romagna scaricabarile Regione-Inps
“Mi sono trasferita qui apposta e non riesco a pagare l’affitto. Tra poco, sarò costretta a rinunciare a questo tirocinio”. Alice, 28 anni, è di Asti. Ma il suo tirocinio di Garanzia Giovani l’ha attivato a Bologna, in un istituto culturale dove si occupa di revisionare pellicole e archiviare filmati. In Emilia Romagna, ogni stagista è pagato 450 euro al mese: 150 li mette l’azienda, 300 li mette — o meglio, li dovrebbe mettere — la Regione. “L’azienda è sempre stata correttissima nei pagamenti — spiega la ragazza — Mentre gli altri soldi non li ho mai visti. E lavoro da ottobre. L’Inps dà la colpa alla Regione e la Regione dà la colpa all’Inps”.
Non si può contare nemmeno sul sindacato: “Ho chiamato anche la Cgil, ma mi hanno dato una risposta approssimativa. Mi hanno detto che non c’è niente da fare, bisogna aspettare”. Così non resta che attivarsi insieme ai compagni di sventura: “Ho creato un gruppo Facebook per raccogliere i ragazzi nella mia stessa situazione. Pensavo che potremmo anche organizzare una manifestazione, come nel Lazio”.
Sei veneto e hai fatto il tirocinio a Reggio? La pratica va in tilt
Ma il record dei ritardi spetta a Tommaso, bellunese, che aspetta da più di un anno. Il giovane ha deciso di fare il tirocinio come addetto alle vendite in un’azienda di Reggio Emilia.
La sua storia ha un bel finale: la società ha deciso di tenerlo e ora lavora a Hong Kong. Peccato che ad oggi non abbia ancora ricevuto un euro per il suo compenso.
Cominciato a novembre 2014, il suo tirocinio si è chiuso nel maggio 2015. “Ho chiamato più volte in Regione Emilia Romagna — spiega il ragazzo — Ma mi hanno risposto: ‘Il problema è che sei veneto’”.
Insomma, il passaggio del Po ha mandato in tilt la pratica. “A luglio la mia richiesta è stata finalmente approvata — continua il giovane — Ma ho richiamato a ottobre e mi hanno detto che ora il problema è dell’Inps”. Morale della favola: Tommaso aspetta ancora i suoi 1.800 euro.
“Per fortuna l’azienda mi ha sostenuto più di quanto avrebbe dovuto fare — conclude il ragazzo — Senza il loro aiuto, non potevo farcela con le mie gambe”.
“La Regione Campania ha bloccato i pagamenti. Sono tornato a vivere dai miei”
E andando verso sud, la situazione non migliora. Giovanni, 27 anni, ha fatto un tirocinio in Germania, in un’azienda attiva nell’ambito dell’aeronautica, ma alla fine dello stage è stato lasciato a casa.
“La Germania non è l’America che ci descrivono”, dice. E così si è rassegnato a tornare a Napoli per trovare un nuovo lavoro.
A settembre, ha cominciato un tirocinio con Garanzia Giovani in un’azienda attiva nell’ambito della formazione. Gli spettavano 500 euro al mese. Ma siamo arrivati a gennaio e ancora non ha visto un euro.
“Alla mia azienda, l’ente accreditato ha riferito che la Regione Campania ha bloccato i pagamenti senza dare spiegazioni — racconta Giovanni — Ora vivo con i miei genitori, non mi posso mantenere da solo. Vado in perdita, spendo 100 euro al mese di abbonamento per raggiungere la sede del tirocinio”.
“Sui tempi nessuna certezza. Impossibile permettersi un abbonamento o un affitto”
Basta passare gli Appennini per trovare uno scenario simile. Cosimo, 29 anni, abita in provincia di Bari e da settembre sta facendo un tirocinio in una casa editrice.
Anche lui, come tanti colleghi, non ha ancora visto un euro. Pochi giorni fa, dopo quattro mesi di attesa, sembra essere arrivata una notizia confortante.
Il 21 gennaio, l’ufficio regionale preposto ha pubblicato la lista dei tirocinanti che potranno vedere parte dei loro pagamenti sbloccati. Ma si parla di una, al massimo due mensilità , che arrivano fino a novembre 2015.
“Non festeggerò più di tanto — dice il giovane — So che per il pagamento effettivo dovrò aspettare almeno un mese”. Infatti ora la palla passa all’Inps: il documento si limita a “dare atto” che i tirocinanti in lista vanno retribuiti e ad autorizzare l’istituto di previdenza a erogare le indennità .
“Se bisogna fare un abbonamento, o peggio pagare un affitto, — ragiona Cosimo — diventa impossibile effettuare il tirocinio”.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 27th, 2016 Riccardo Fucile
CORTEO E TENSIONE A GENOVA: LA CITTA’ ABBRACCIA I SUOI LAVORATORI
Alla fine i lavoratori Ilva hanno vinto la loro battaglia.
All’incontro del 4 febbraio al ministero dello sviluppo economico sull’accordo di programma Ilva ci sara’ anche la sottosegretaria Simona Vicari.
L’annuncio e’ arrivato alle 13.15 con una lettera firmata dal Prefetto che e’ stata letta al megafono davanti alle scale della Prefettura dal segretario regionale della Fiom Bruno Manganaro.
“Questo dimostra che era giusto lottare – urla Armando Palombo, della Rsu _ abbiamo deciso la lotta con un’assemblea, abbiamo votato per alzata di mano e i fatti ci hanno dato ragione”. Dopo tre giorni di proteste termina cosi’ lo sciopero, l’occupazione della fabbrica, via anche ai blocchi stradali.
La mattinata era iniziata all’insegna della tensione, poco dopo le otto lo sciopero generale di tutti i metalmeccanici proclamato dalla Fiom ha occupato le strade di Cornigliano, in corteo davanti lo striscione rosso Ilva con la scritta ‘Pacta servanda sunt’ che e’ diventato il simbolo di questa protesta, dietro i lavoratori di Ilva, Ansaldo Fincantieri e tanti altri ancora., e in corteo anche le pale meccaniche e il ‘.dito’, i mezzi giganteschi che in questi giorni hanno accompagnato tutti i cortei Ilva.
Il gelo e’ calato quando il corteo e’ arrivato all ‘ inizio di lungomare Canepa e i lavoratori hanno scoperto che in fondo a bloccare la strada c’era uno sbarramento di furgoni della polizia, con le transenne.
Alla fine i primi segnali positivi, i furgoni della polizia hanno fatto dietrofront e il corteo si e’ messo in moto verso il centro.
All’arrivo in Prefettura i lavoratori hanno occupato piazza Corvetto e una delegazione e’ salita al piano di sopra, con i leader Fiom anche il segretario della Camera del Lavoro Ivano Bosco, ma sono stati sufficienti pochi minuti e sono tornati giu’ con la lettera che e’ riuscita finalmente a sbloccare la situazione. Il prossimo round adesso si gioca a Roma, il 4 febbraio al ministero dello sviuppo economico.
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Gennaio 25th, 2016 Riccardo Fucile
CHIEDONO CONVOCAZIONE A ROMA PRESSO IL MINISTERO
L’Ilva di Cornigliano occupata, il traffico del Ponente di Genova bloccato per la manifestazione dei
lavoratori di Fiom e Fialms in difesa dell’Accordo di Programma. “Questa mattina abbiamo fatto l’assemblea generale di tutti i lavoratori – spiega Bruno Manganaro, segretario generale Fiom Genova – e abbiamo deciso di fare assemblea permanente a tempo indeterminato, bloccando gli impianti. Attualmente l’azienda è completamente ferma, i lavoratori sono in strada. La nostra richiesta è semplice: vogliamo una trattativa vera con il Governo sul processo di vendita. A Genova il Governo sta mettendo in discussione l’accordo di programma, rifiuta di incontrarci, mette in discussione gli impianti, lo stabilimento, i lavoratori genovesi. È una presa in giro, e non ne vogliamo parlare solo con i tecnici, vogliamo un incontro politico. Con il Ministero, la Presidenza del Consiglio, il Governo, per mettere in chiaro che la vendita sarebbe un problema vero, e va rispettato l’accordo”
L’assemblea dei lavoratori dell’Ilva convocata questa mattina da Fiom e Failms ha deciso l’occupazione della fabbrica per alzata di mano.
I lavoratori sono scesi in strada e hanno occupato la rotonda che si trova tra via Guido Rossa e il terminal Spinelli a Cornigliano con due grandi mezzi. Sono stati incendiati alcuni copertoni e un cassonetto è stato rovesciato in strada. Il traffico è stato bloccato.
Poi il corteo si è mosso in direzione della stazione, che si trova a poche centinaia di metri dallo stabilimento. Alla manifestazione non prendono parte Fim-Cisl e Uilm, che hanno preso le distanze dalla scelta di Fiom e Failms.
“Ci vuole una vera convocazione per l’incontro a Roma, non una data su una mail” ha detto il segretario Fiom Bruno Manganaro. L’intenzione è di non riprendere il lavoro finchè non sarà garantito che all’incontro – fissato per il 4 febbraio – partecipi anche il ministro Federica Guidi, titolare dello Sviluppo Economico, o Giuliano Poletti, ministro del Lavoro.
Al momento il traffico è fermo all’altezza della rotonda di via Guido Rossa, ma un gruppetto di manifestanti ha occupato anche via Cornigliano e dato fuoco a cassette della frutta e altri rifiuti trovati accanto ai cassonetti.
Nelle intenzioni dei manifestanti anche lo stop alla stazione ferroviaria e al casello autostradale di Genova-Aeroporto, al momento bloccata in entrata e in uscita. Pesanti le ripercussioni sul traffico da e per il ponente.
“Pensiamo che il governo abbia dato uno schiaffo alla città di Genova oltre che ai lavoratori dell’Ilva – ha aggiunto Manganaro – Il governo vuole superare lo scoglio del 10 febbraio senza intimorire i privati con l’accordo di programma di Cornigliano. Il governo senza dichiararlo sta strappando l’accordo di programma, per questo dobbiamo alzare la voce per difendere reddito, posti di lavoro e stabilimento”.
(da agenzie)
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