Ottobre 7th, 2015 Riccardo Fucile
ALL’ESTERO 4,6 MILIONI DI ITALIANI, PARTENZE IN CRESCITA COSTANTE
C’era una volta la paura di essere invasi, lo sguardo appuntato sull’orizzonte in attesa che eserciti di
disperati occupassero una terra a mala pena bastante per i suoi abitanti. La situazione fotografata dall’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes sugli italiani nel mondo è a dir poco capovolta: per ogni straniero approdato nel 2014 ci sono 3 nostri connazionali che, nello stesso periodo, hanno fatto fagotto in cerca di un futuro migliore altrove.
La matematica è logica quanto spietata: se gli arrivi non compensano le partenze vuol dire brutalmente che, Belpaese o meno, attraiamo assai meno di quanto altri lidi attraggano noi.
I dati analizzano gli ultimi 10 anni, giro di boa oltre il quale il numero degli emigranti è tornato a crescere come mezzo secolo fa.
Al primo gennaio 2015 risultano iscritte all’Aire, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, 4.636.647 persone, più 3,3% rispetto al 2014 ma più 49,3% rispetto al 2005.
Un’incremento che, al netto delle mille differenze tra calciatori, suonatori d’arpa d’origine lucana, barbieri, designer o professori, indica una tendenza inequivocabile al gettare il cuore oltre confine
Cambiano le mete
«Ai 33 mila ingressi dello scorso anno corrispondono 101 mila fughe all’estero, significa che non cresciamo più e che la crisi economica si sta trasformando in crisi demografica» ragiona monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes.
L’identikit multiplo degli esuli, dice, suggerisce quanto profondamente abbia scavato la sfiducia nel paese: «La novità è che oltre a mete tradizionalmente appetibili come la Germania, la Svizzera e la Francia, ci sono la Cina e gli Emirati Arabi, dove in questi mesi si stanno trasferendo ingegneri e profili altamente qualificati. Ma sarebbe sbagliato parlare solo di cervelli in fuga perchè le cifre comprendono anche gli over 40 rimasti disoccupati troppo tardi per avere chances in Italia: almeno la metà di quelli che partono trova lavoro nei bar di Barcellona, nelle fabbriche tedesche, nell’attività artigianale in Gran Bretagna».
Chi sono i nuovi migranti che ricordano all’Italia quanto forza centripeta e centrifuga siano complementari allo sviluppo economico e culturale di un paese?
Migrantes parla soprattutto di uomini (56%), celibi (59,1%), d’età compresa tra i 18 e i 34 anni (35,8%), molti sono Millennials, la generazione più istruita e al tempo stesso più penalizzata dal secondo dopoguerra a oggi.
Partono da ogni dove (la Sicilia resta la prima regione di origine degli italiani all’estero e il Meridione rappresenta il 51,4% della diaspora), ma la novità riguarda il settentrione, dove Lombardia e Veneto si piazzano rispettivamente al primo e al terzo posto per incremento delle partenze (più 24 mila e più 15 mila).
Monsignor Perego spiega il neo protagonismo del nord con il perdurare della recessione: «Una parte di questa migrazione deriva da una precedente migrazione interna Sud-Nord, gente che spostandosi si era sistemata ma non abbastanza da reggere alla crisi».
Le mete sono globali,196 paesi diversi.
Ad assorbire il grosso restano ancora Europa (53,9%) e Stati Uniti (40,3%) ma c’è anche l’Argentina che si piazza al quinto posto delle destinazioni più gettonate dopo Germania, Regno Unito, Svizzera e Francia. Paesi in crescita sull’onda del passaparola di chi cerca e trova lavoro risultano Spagna, Venezuela, Irlanda, Cina e Emirati Arabi.
Laureati con la valigia
È una tendenza irreversibile? La risposta a questa domanda è la chiave del futuro del nostro paese, nota Alessandro Rosina dell’Università Cattolica citando un recente rapporto secondo cui il 60% dei laureati vorrebbe partire alla volta di opportunità migliori.
Già oggi, calcola Migrantes, appena il 20% degli studenti italiani spende il proprio titolo di studio in patria, il 60% lo investe all’estero e il restante 20% si guarda intorno incerto su come muoversi temendo che l’emigrazione sia una strada a senso unico. «Molti dei nostri ragazzi vorrebbero tornare a casa ma diversamente dalla Spagna la nostra legislazione non agevola il rientro» chiosa monsignor Perego.
Il resto sono numeri.
Francesca Paci
(da “La Stampa”)
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Ottobre 6th, 2015 Riccardo Fucile
NON C’E’ SOLO L’ITALIA CHE RENZI RACCONTA IN TV… I DIPENDENTI DI UNA PARTECIPATA DELLA PROVINCIA SENZA STIPENDI DA SETTE MESI
Gli operai occupano la chiesa e il parroco acquista i materassi per dare loro una sistemazione dignitosa di notte.
Prosegue nella parrocchia del Carmine a Taranto il presidio di un gruppo di operai di Taranto Isolaverde, la società partecipata della Provincia e messa in liquidazione, che non ricevono lo stipendio da sette mesi.
Don Marco Gerardo ha acquistato materassi nuovi per allestire la cappella in cui i lavoratori stanno trascorrendo giorno e notte in attesa di avere risposte positive in merito alla loro vertenza.
I lavoratori, in tutto sono 230 quelli senza stipendio e a rischio del posto di lavoro, hanno incontrato il presidente della Provincia, Martino Tamburrano, nella sede dell’Inps per tentare una rateizzazione del debito.
“Toccherà poi vedere cosa può fare la Regione col decreto delegato e sperare che il ministero del Lavoro conceda i contratti di solidarietà . A noi interessa soprattutto la continuità dei posti di lavoro”, dice Franco Brunetti della Uil. Il tentativo di salvataggio di stipendi e posti di lavoro si è concretizzato anche con una riunione in prefettura invocata dal vescovo, monsignor Filippo Santoro, al quale i lavoratori si sono rivolti chiedendo aiuto.
Isolaverde è una società partecipata della Provincia che si occupava di servizi, pulizie, manutenzione di strade e verde pubblico.
Da qualche mese è stata messa in liquidazione e gli operai sono stati licenziati.
La vertenza sembra in un vicolo cieco. Senza soldi la Provincia può far poco.
Le proteste sono cominciate diversi mesi fa ed hanno raggiunto toni esasperati quando alcuni lavoratori sono saliti sul tetto dell’edificio che ospita gli uffici della Provincia minacciando di lanciarsi nel vuoto.
Venerdì scorso l’appello al vescovo, subito accolto, e poi l’occupazione, pacificamente accettata dal parroco, della chiesa del Carmine.
Gli occupanti hanno anche presenziato a un paio di matrimoni. Ora attendono di conoscere quale sarà il loro futuro occupazionale.
I più realisti, al momento, non vedono facili soluzioni nell’immediato. I lavoratori che hanno superato i cinquant’anni hanno poche speranze sul futuro.
“Una cinquantina al massimo potrebbe essere occupata nella manutenzione delle caldaie e in alcuni lavori di pulizia dalla Provincia”, dicono i sindacati.
Ma per gli altri al momento sembrano non esserci molte soluzioni.
Vittorio Ricapito
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 6th, 2015 Riccardo Fucile
PEGGIO DI FRANCIA E GERMANIA
Michele Torsello, 32 anni, ricorda ancora il suo primo giorno come funzionario della presidenza del Consiglio. Era il 2013.
Entrò, si sistemò, si guardò intorno. E avvertì una sensazione mai provata prima: era un esemplare unico. Nessun altro collega era lontanamente definibile come giovane. «Per la prima volta – dice – dovevo muovermi in un mondo senza coetanei».
Torsello non è il solo a sapere cosa si prova, fra i poco più di centomila dipendenti pubblici su 3,2 milioni che oggi hanno meno di trent’anni. Poco a poco, lo Stato italiano sta rimanendo senza giovani: ha sempre meno addetti che si trovino nella parte ascendente della vita, quando l’energia, la capacità di imparare, innovare e risolvere problemi crescono ogni mese
Lunghi anni di blocco dei concorsi e dei nuovi contratti, volti al controllo della spesa, hanno impresso alla struttura del pubblico impiego una curva abnorme. La base dei giovani si è ristretta, il vertice dei meno giovani e di coloro che si avviano a uscire dal lavoro invece ha continuato a espandersi.
Lo squilibrio è arrivato a un punto tale che la struttura della burocrazia sembra alla vigilia di una sorta di rivoluzione: nel prossimo decennio circa un quarto degli attuali dipendenti dello Stato andrà in pensione.
Uscirà poco meno di un milione di persone, e circa la metà dei dirigenti e degli alti funzionari attuali
Questa piramide rovesciata delle età oggi è un problema, ma in prospettiva si presenta come un’opportunità di quelle che non passano certo a ogni generazione.
Di certo è una realtà che tiene al lavoro i tecnici di Palazzo Chigi, adesso che il governo è chiamato a tradurre in pratica la legge delega di riforma della Pubblica amministrazione: l’ambizione è di approfittare e (se possibile) accelerare il ricambio fra le generazioni, per rimodellare e modernizzare le burocrazie.
Di recente la Danimarca e negli anni scorsi l’Irlanda o la Finlandia hanno mostrato alcuni modelli di «gestione delle età »: uscite incentivate, nuovi ingressi, nuove funzioni e un’organizzazione rivista.
Quanto all’Italia, i numeri sono eloquenti anche da soli.
Sulla base dei dati più aggiornati del ministero dell’Economia e delle agenzie statistiche di Francia, Germania e Gran Bretagna, il «Corriere» ha ricostruito il profilo di quella che si presenta come una profonda anomalia dell’Italia in Europa.
Fra i dipendenti pubblici in questo Paese i giovani fra i 20 e i 29 anni sono appena il 3,2% del totale, mentre nel «civil service» britannico sfiorano il 9%.
Nella fascia dei dipendenti fino ai 34 anni di età lo Stato italiano nel 2013 aveva appena l’8,4% del personale, la Germania il 22,9% e la Francia il 26,7%.
In questi due Paesi il 5% degli statali ha meno di 25 anni, in Italia appena lo 0,8%.
Se poi si escludono le Forze armate e di polizia, dove l’età media è molto più bassa (servono persone nel pieno delle forze), i dipendenti pubblici giovani sono ormai una rarità . In Italia i ragazzi e il più grande datore di lavoro del Paese, lo Stato, vivono ormai in universi separati.
L’altro lato della medaglia è fra i funzionari che hanno 50 anni o più.
In Italia nel 2013 erano quasi 1,6 milioni, appena meno della metà dell’intero apparato statale.
In Francia invece i cinquantenni e oltre sono meno di un terzo, e molto meno della metà in Germania e Gran Bretagna.
Nel frattempo l’invecchiamento dei dipendenti statali prosegue: l’età media nella funzione pubblica era di 43 anni nel 2001 e sfiora i 50 oggi. Alla presidenza del Consiglio, una delle amministrazioni più «anziane», ha già superato i 52 anni e così anche nei ministeri.
Michele Torsello, il funzionario 32enne di Palazzo Chigi, ha notato anche qualcos’altro nel suo lavoro: impara in fretta a fare al computer cose che a tanti altri suoi colleghi anziani sembrano impossibili. «E c’è un’impressionante differenza fra e me e loro nel modo di percepire la comunicazione, per esempio con l’uso dei social network», dice.
Per l’efficienza e la capacità di risoluzione dei problemi, l’età conta.
Benjamin Jones della Kellogg School of Management ha controllato a quanti anni i 547 vincitori del Nobel e altri 286 «grandi innovatori» del ‘900 hanno fatto la scoperta per la quale sono stati insigniti o sono diventati celebri: a circa 35 anni in media nella prima metà del secolo, poco meno di 39 più di recente.
Nella vita, il momento migliore per applicare la propria creatività è molto sotto l’età media degli statali in Italia.
Questo non significa che moltissimi fra loro non svolgano le proprie funzioni in modo eccellente fino all’ultimo giorno di lavoro: un amministratore o un giudice hanno più bisogno di esperienza che d’inventiva.
A Palazzo Chigi però la tentazione di ringiovanire la Pubblica amministrazione attuando la legge delega di riforma esiste. L’ondata di pensionamenti in arrivo può diventare il momento per redistribuire le forze della burocrazia in base alle nuove esigenze del Paese.
Non sarà una passeggiata: non è facile spiegare agli esodati del settore privato che i loro coetanei del pubblico hanno diritto a incentivi, scivoli, uscite dolci. Nè aiutano ad accelerare il ricambio i paletti fissati a 66 o 67 anni dal riassetto delle pensioni di Elsa Fornero.
E se questo diventerà un argomento in più dietro la voglia di disfare quella riforma, lo si vedrà tra poco.
Federico Fubini
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 3rd, 2015 Riccardo Fucile
I DIPENDENTI SARANNO RIASSUNTI DA UN’ALTRA AZIENDA
Saranno tutti riassunti i dipendenti dello stabilimento Faac di Grassobbio, nel Bergamasco, rimasti senza lavoro dopo che il colosso controllato al 100% dalla curia di Bologna aveva deciso di chiudere la fabbrica spostando la produzione in Bulgaria. La multinazionale ha firmato un accordo con un’azienda del torinese che di qui al 15 aprile riassorbirà i 42 dipendenti con lo stesso trattamento, lo stesso stipendio e nella stessa sede di prima.
C’è dunque il lieto fine a una vicenda che aveva scatenato polemiche alimentate dall’insolita situazione della società di Zola Predosa, unica al mondo di quelle dimensioni ad appartenere alla chiesa, e proprio per questo sotto attacco per un comportamento apparentemente spregiudicato, riassumibile nella formula sintetica: delocalizzazione a Est e operai a spasso, con tanti saluti ai principi etici e tanto più a quelli cristiani.
Sulla questione era balzato il leader della Lega Matteo Salvini, animatore di una manifestazione sotto la sede della curia a Bologna, che aveva anche accusato la chiesa di badare alla cura dei migranti ma non a quella dei lavoratori italiani.
Oggi i vertici Faac, nello spiegare i termini dell’accordo che permetterà agli operai di tornare in fabbrica, hanno sottolineato come la campagna di Salvini abbia rischiato di mandare a monte la trattativa con la società piemontese avviata alcuni mesi fa: «E’ dalla fine di maggio che lavoravamo in silenzio a una soluzione e non abbiamo mai risposto alle provocazioni — dice il presidente Andrea Moschetti -. Gli attacchi hanno rischiato di far fallire la trattativa, perchè a nessuno in questi casi piace stare sotto i riflettori. Se fossimo in un mondo normale le scuse di Salvini sarebbero dovute».
Il responsabile personale Faac Michele Conchetto ironicamente ha aggiunto che magari il segretario leghista ora si sarebbe preso il merito dell’operazione e puntualmente, di lì a qualche ora, è arrivata la rivendicazione di Salvini: «Secondo voi, se la Lega non avesse più volte manifestato, sia a Bergamo che a Bologna, si sarebbe mosso qualcosa? Sono felice, ogni tanto il lavoro paga!»
Nei dettagli, l’accordo raggiunto fra Faac e la società che si insedierà a Grassobbio — un’azienda fornitrice della multinazionale il cui nome sarà rivelato la prossima settimana, specializzata nel settore meccanico, scelta fra tre soluzioni possibili — prevede che il gruppo di Zola Predosa erogherà un contributo economico sostanzioso per ogni dipendente assunto a tempo indeterminato, due anni di utilizzo a titolo di comodato gratuito dello stabilimento e altri 12 anni in affitto.
I lavoratori licenziati erano 50, due di loro nel frattempo hanno trovato un’altra occupazione, sei sono stati avviati alla pensione e i restanti 42 saranno assunti dai nuovi titolari in due tranche: 15 entro il prossimo 15 novembre e 27 entro il 15 aprile 2016.
La curia di Bologna, estranea alla gestione della Faac in virtù del trust di diritto inglese che governa le sorti della multinazionale, «è stata tenuta informata delle trattative di questi mesi e ha espresso soddisfazione per il risultato raggiunto».
Franco Giubilei
(da “La Stampa”)
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Ottobre 3rd, 2015 Riccardo Fucile
SI MOLTIPLICANO I CASI DI AZIENDE CHE ABBASSANO L’ORARIO DI LAVORO: “COSI’ SI MIGLIORA LA PRODUTTIVITA'”
Eravamo rimasti alla battaglia per le 35 ore, e già si parla di un nuovo obiettivo: la settimana
lavorativa di sole 30 ore, ovvero giornate in cui dopo 6 ore si va a casa o a divertirsi, fare sport, insomma a godersi il tempo libero.
L’idea di ridurre ancora l’orario di lavoro è stata lanciata con successo in Svezia, dal comune di Gà¶teborg che ha deciso di tagliare l’orario in ufficio dei suoi dipendenti mantenendo lo stesso stipendio.
L’amministrazione comunale ha avviato un test su alcuni impiegati che lavorano dalla primavera 2014 solo 30 ore settimanali.
L’esperimento cominciato oltre un anno fa è stato positivo.
La produttività infatti è aumentata in maniera proporzionale alla diminuzione dell’orario lavorativo, così come dimostrano già molti studi.
Non solo. Secondo il vicesindaco di Gà¶teborg, Mats Pilhem, la riforma ha permesso di avere molte meno assenze per malattia.
«Gli impiegati sono più felici e dunque si ammalano di meno ».
Secondo la lezione svedese lavorare meno fa bene alla salute mentale e fisica, e aiuta l’economia.
La Toyota di Gà¶teborg è passata alle sei ore giornaliere ben tredici anni fa con il risultato che la società ha avuto un più basso tasso di avvicendamenti tra i lavoratori e un incremento di utili. Filimundus, uno sviluppatore di applicazioni di base a Stoccolma, ha introdotto le sei ore l’anno scorso.
«Le otto ore lavorative non sono poi così efficaci come si pensa», sostiene Linus Felds, l’amministratore delegato della società .
«Rimanere fissi su uno stesso lavoro per otto ore è difficile. Per riuscirci, siamo soliti intervallare il lavoro con pause. E al tempo stesso facciamo fatica a gestire la nostra vita privata fuori dall’ufficio».
Feldt ha proibito i social media, ha ridotto le riunioni al minimo e ha eliminato altre distrazioni.
Alla fine della piccola rivoluzione, lo staff è risultato più motivato e ha lavorato più intensamente durante le ore di ufficio.
Anche tra medici e infermieri svedesi ci sono stati gruppi sperimentali che hanno incominciato a lavorare sei ore al giorno.
Una casa di cura di Gà¶teborg ha adottato il cambiamento quest’anno e sta conducendo un test che durerà fino alla fine del 2016 per determinare se il costo delle assunzioni necessarie per coprire la mancanza di personale sia compensato da uno staff con un morale migliore e di conseguenza con una migliore assistenza ai pazienti.
Il caso di Gà¶teborg non è stato ancora esteso a tutto il paese.
L’orario settimanale in Svezia rimane a 36,5 ore. Ma la soglia fissata per legge in realtà non significa molto.
In Francia, dove esistono da oltre dieci anni le famose 35 ore settimanali, l’orario effettivo è in media di 38 ore.
Alla fine dell’anno, secondo i dati Ocse, un francese lavorerà però meno di uno svedese (1482 contro 1636 ore).
La Turchia è il paese con la settimana lavorativa più pesante, ben 49 ore, mentre l’Irlanda ha 34,9 ore, la Norvegia 33,9 ore.
I più fortunati sono gli olandesi con poco meno di 30 ore settimanali.
Il dibattito aperto in Svezia non è nuovo. Tra il 1996 e il 1998, durante un periodo di recessione economica, la Finlandia aveva lanciato il test 6+6: giornate di sei ore con un’alternanza tra gli impiegati.
Anais Ginori
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA LEZIONE AMERICANA: LE TUTE BLU DOPO ANNI DI SACRIFICI NON ACCETTANO PIU’ SALARI DIMEZZATI
«Vote no to Sergio». Uno slogan che ha avuto molta fortuna tra i 36 mila dipendenti americani del gruppo Fca, tanto che ieri il super ceo dei due mondi (Sergio) Marchionne ha ricevuto uno schiaffo che decisamente fino a qualche giorno fa non si sarebbe aspettato.
Il 65% dei lavoratori Fiat Chrysler ha infatti rigettato l’accordo siglato dal manager con Dennis Williams, presidente del sindacato Uaw (United auto workers).
È la prima volta in 30 anni che accade nella storia di questa organizzazione, e addirittura si minaccia uno sciopero: pare che per battere un record così importante ci volesse proprio il (nostro) Sergio.
E dire che Marchionne ha sempre vantato ottimi rapporti con le tute blu Usa, contrapponendole ai più riottosi e a suo parere vetero operai italiani.
Ed è un modello per il nostro premier Matteo Renzi
Ma quando si parla di salario e di uguaglianza, il “vetero” riemerge prepotentemente: il punto più controverso dell’accordo con lo Uaw, infatti, riguarda la paga oraria dei più giovani, quelli entrati dopo la storica fusione tra la Fiat e la Chrysler.
E che hanno permesso, accettando stipendi di fatto dimezzati, alla nuova Fca di ripartire. E di arrivare oggi a ottime performance: la divisione Usa dell’azienda ha chiuso il 2014 con un profitto del 4%, e adesso che l’auto italoamericana torna a tirare, le tute blu si sono chieste: e noi?
Loro continuano a essere pagati in modo differente: 28 dollari l’ora i veterans, quelli che in Chrysler ci stavano già , prima della miracolosa rinascita realizzata grazie anche ai finanziamenti concessi da Barack Obama e dall’investimento dei fondi pensione del sindacato; e 15 dollari i giovani neo assunti, quelli con il contratto progression, destinato un giorno ad aumentare, almeno nelle intenzioni e nelle promesse reiterate dal sindacato negli ultimi anni.
Una piccola correzione al rialzo c’era già stata nell’ultimo contratto, ma adesso, a fine 2015 e con i profitti ormai consolidati, ci si aspettava la fine del doppio binario, almeno alla conclusione degli anni coperti dal rinnovo. E invece no.
Se alla delusione degli operai per il salario, si aggiunge la paura per la minacciata riduzione dei benefit sanitari, e un piano industriale che vuole delocalizzare a breve la produzione chiave in Messico, la frittata è fatta.
E così è passato il no: al 65% come detto, ma in diversi impianti, da Toledo in Ohio, passando dall’Indiana e fino allo stesso cuore della Chrysler, la Jefferson North di Detroit, con ben 4400 dipendenti, la valanga di rifiuti è stata ancora più pesante, arrivando in alcune unità produttive locali fino all’80% e oltre.
Adesso la Uaw dovrà fare il punto, e capire se converrà lasciare aperta questa vertenza, magari con lo sciopero, e tentando di siglare un nuovo contratto, o se invece sia il momento di congelarla, e aprire altri due tavoli piuttosto rognosi, quelli con Ford e Gm, che perlomeno presentano profitti più alti di Fca.
Ma le due aziende sono anche due ossi duri, visto che hanno già annunciato di voler abbassare il costo del lavoro per avvicinarlo a quello della Fca: e la Uaw, schiaffeggiata di fresco, non arriverebbe forte alla trattativa.
Bill Parker, operaio 63enne della fabbrica Chrysler di Sterling Heights, nel Michigan, ha spiegato ieri al Wall Street Journal che i lavoratori «sono arrabbiati con Marchionne, perchè lui, ora che l’azienda è più ricca, non si è sforzato di restituire loro quello che hanno dato in passato».
E no, i piani alti della compagnia italoamericana non si commuovono: ieri con un comunicato si sono definiti «delusi».
La società riteneva «di aver raggiunto, al termine di ore di dialogo e dibattito, un compromesso equo».Fca ricorda quindi «l’esperienza del 2009» (l’anno del rilancio di Chrysler) e «il grande numero di lavoratori che è stato portato nel gruppo da allora». Adesso, nella trattativa, si è cercato «il giusto equilibrio tra successo e competitività ».
«La natura ciclica dell’industria automobilistica – spiega la nota – richiede che venga riconosciuto il bisogno di premiare i dipendenti durante i periodi di prosperità , ma anche il bisogno di tutelarsi da inevitabili contrazioni del mercato».
«Siamo impazienti di continuare il dialogo con il Uaw», conclude Fca.
Dall’Italia parla Maurizio Landini, segretario della Fiom Cgil, sindacato che ha condotto un lungo braccio di ferro con Marchionne.
Landini definisce quello Usa «un esempio di democrazia sindacale e industriale da imitare, visto che in Italia non è mai stato possibile permettere a tutti i dipendenti di potere votare sull’accordo che li riguarda senza ricatti».
Per Giorgio Airaudo, deputato di Sel e a lungo nel sindacato torinese negli anni dei conflitti con la Fiat, «lo Uaw ha fatto i conti con un principio semplice e basilare, direi universale, del sindacalismo: l’obiettivo dell’uguaglianza. Se in passato, al momento della ricostruzione della Chrysler, si era accettato un pesante sacrificio, adesso gli operai giustamente si aspettavano un ritorno alla regola “pari mansioni a pari salario”».
Antonio Sciotto
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Ottobre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
ADDIO AL GELATO MADE IN ITALY
Essere piccoli e bravi. Partire da zero e inventare qualcosa di bello o di buono. Avere un grande
successo. Venire notati e corteggiati dalle grandi multinazionali del settore, per le quali la qualità ormai non è più “nicchia”.
Ma è un’arma decisiva per battersi su mercati sempre più grandi. E dover decidere se vendere, garantendo alla propria impresa (e a se stessi) solide basi finanziarie, ma non essendo più i veri padroni del prodotto.
La storia dei due ex ragazzi piemontesi Martinetti e Grom, creatori in pochi anni di una rete di gelaterie di alta qualità appena venduta al gigante alimentare Unilever, è paradigmatica del complicato e spesso conflittuale rapporto tra quantità e qualità .
Che nella società di massa riguarda un po’ tutti i settori di consumo (cultura, vacanze, comunicazione, informazione, perfino l’offerta politica), ma nel cibo trova una delle sue più efficaci rappresentazioni, in primo luogo nella vivace dialettica tra locale e globale.
Per esempio: se un gelato al pistacchio diventa apprezzatissimo perchè la materia prima proviene da una piccola enclave irripetibile, dunque da una biodiversità limitata nello spazio e da un raccolto limitato nella quantità , come aumentare la produzione senza cambiare la natura del prodotto, la sua storia, la “filosofia” di quel gelato?
Come crescere senza “perdere l’anima” (dilemma che ci porta molto più in là di un dibattito aziendale…)?
E d’altro canto: il fatto che colossi dell’alimentazione spendano attenzione e denaro per acquisire piccole o medie realtà nate a stretto contatto con il territorio e con i produttori di materia prima, non è forse una vittoria per quella cultura della qualità che ha dato appeal e forza sistemica alla produzione italiana di cibo, e di altro?
Se il grattacielo guarda alla bottega, è solo per mangiarsela in un boccone o anche per mutuare, da quella bottega, anche cose che non sa?
Il tema è complesso e dunque non merita tirate moralistiche sui “quattrini che rovinano tutto”; ma neanche può accontentarsi dei comunicati aziendali che (ovviamente) assicurano «continuità ».
Nessuno, comprando una ricetta di chiara fama, lascerebbe intendere di volerne mutare gli ingredienti: eppure, cambiando scala di mercato, aumentando il successo e il fatturato, in qualche modo la mutazione è inevitabile.
La qualità è per tutti? Può essere garantita anche quando i numeri strappano di mano il timone a chi aveva impostato la rotta, da ragazzo, sognando le cose che si sognano da ragazzi? E la quantità , è davvero destinata per sua natura a creare serialità , anonimato, prodotti “senz’anima”?
Sono grandi domande, meglio dunque non dare piccole risposte.
Forse neanche Grom e Unilever sanno esattamente che cosa aspettarsi, nè come andrà a finire. La bottega entra nel grattacielo con la solenne promessa di non venirne fagocitata.
Ma il grattacielo è infinitamente più grande e non è fatto da una somma di botteghe.
Michele Serra
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 1st, 2015 Riccardo Fucile
VINCE IL NO CON IL 65%…MA NON ERANO I LAVORATORI ITALIANI CHE NON COMPRENDEVANO IL SUO GENIO?
Niente accordo tra i lavoratori Usa di Fca e l’azienda. 
I dipendenti americani del Lingotto hanno bocciato l’intesa sul contratto di lavoro.
Il 65% dei dipendenti ha detto no, ha spiegato il United Auto Workers.
“Non riteniamo la bocciatura dell’accordo una sconfitta. Riteniamo il voto dei nostri membri parte del processo” ha detto il presidente del United Auto Workers (Uaw), Dennis Williams.
Il Uaw rappresenta 40.000 lavoratori Fca.
Dal canto suo Fca Us – la divisione americana di Fiat Chrysler Automobiles – si dice “delusa” che i membri del sindacato americano dell’auto uaw “abbiano votato per non ratificare l’accordo di principio” sul contratto, accordo siglato a metà dello scorso mese da Dennis Williams, il presidente di Uaw, e Sergio Marchionne, a.d. del gruppo auto.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 1st, 2015 Riccardo Fucile
IL GOVERNO ESULTA PER 69.000 NUOVI OCCUPATI AD AGOSTO MA SONO COME SEMPRE CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO, QUELLI CHE LA RIFORMA DOVEVA DEBELLARE
Il primo dato certo è che l’occupazione cresce. 
L’altro è che a farlo è quasi solamente quella precaria,cioè i contratti a tempo determinato che il Jobs Act e i generosi incentivi del governo dovevano debellare.
Il lavoro autonomo è invece al palo.
Man mano che arrivano i dati sul lavoro, emerge un elemento inquietante che dice molto sulla percezione della ripresa in atto, e che dovrebbe preoccupare a prescindere dalla girandola di sfottò, “ciao gufi” ed euforie varie che l’esecutivo compie sui numeri ormai da mesi.
“I dati sono molto buoni.La disoccupazione era al 46%, i dati sono in discesa. Si può fare meglio, l’elemento chiave è che il Jobs act funziona. Nel giro di un anno ci sono 325mila persone che lavorano in più. Dobbiamo essere soddisfatti”, ha spiegato ieri il premier Matteo Renzi al Tg3, al termine di una giornata aperta dal comunicato Istat sulle forze di lavoro ad agosto.
Nell’ultimo mese estivo sono stati creati 69mila nuovi posti di lavoro — da inizio anno sono 325mila — con il tasso di occupazione che risale al 56,5%, lo 0,2 in più del mese precedente e lo 0,9 su base annua, mentre il tasso di disoccupazione scende all’11,9%, minimo da due anni. Gli inattivi — chi non ha un’occupazione e non la sta cercando — 15-64 anni calano di 86 mila unità .
Le buone notizie per il governo, però, finiscono qui.
A leggerli, quei dati dicono molto di più.
I nuovi occupati sono quasi tutti dipendenti (gli autonomi calano di mille unità ), e di questi quelli “a termine”, cioè precari con un contratto a tempo determinato sono 45 mila (+1,9%), e quelli stabili 25 mila (+0,2).
Allargando lo sguardo al trimestre appena trascorso, l’incremento dei contratti a termine è ancora più marcato: a giugno-agosto, rispetto a quello marzo-maggio, su 107 mila nuovi posti dipendenti creati,quelli a termine sono pari a 94 mila: “l’88% del totale”, spiega l’Istat, il 4,1% in più.
Su dieci impieghi creati, nove sono precari.
L’aspetto critico è che non è un fulmine a ciel sereno, ma una tendenza in corso da diversi mesi, riassunta dall’Istat in un prospetto che disegna una parabola discendente dei contratti a tempo indeterminato.
Il piccolo “boom” di questi ultimi è partito a gennaio — insieme agli sgravi contributivi (fino a 8.060 euro l’anno per tre anni) per le aziende che nel 2015 assumono con contratti a tempo indeterminato — ed è proseguito fino a febbraio-aprile (il contratto a tutele crescenti, cioè senza l’articolo 18, cuore pulsante del Jobs act, è partito il 7 marzo), per poi iniziare a calare vistosamente fino ad avvicinarsi allo zero nell’ultimo trimestre.
Eppure, la decontribuzione e le non molte mensilità di retribuzione stabilite come indennizzo per chi licenzia rendono, almeno per il 2015, più conveniente assumere con contratti a tempo indeterminato rispetto a quelli a tempo determinato, anche se il licenziamento dovesse avvenire a ridosso del limite massimo (tre anni) stabilito per questi ultimi.
Perchè le aziende continuano a offrire impieghi precari?
Una lettura è offerta dall’aumento costante del lavoro “in somministrazione” (+21% ad agosto), i lavoratori forniti dalle agenzie interinali, a cui le aziende fanno ricorso sia per avere più libertà (ma il Jobs act già gliela offre, e a costi bassi) sia perchè non sono sicuri di poterli tenere.
Le aziende non si fidano della lieve ripresa in atto.
Un problema per il governo, che nella legge di stabilità dovrà decidere se ecome confermare gli sgravi per il prossimo anno.
Carlo Di Foggia
(da “il Fatto Quotidiano”)
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