Destra di Popolo.net

BRACCIANTI MORTI IN PUGLIA, IL MINISTRO SCOPRE L’ACQUA CALDA: “IL CAPORALATO E’ COME LA MAFIA”

Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile

MARTINA INVOCA “PIU’ CONTROLLI”, FORSE DIMENTICA CHE E’ LUI IL MINISTRO

La procura di Trani ha iscritto nel registro degli indagati il tarantino Ciro Grassi, autista del bus che ha condotto nei campi, Paola Clemente, la bracciante 49enne morta nei campi intorno ad Andria il 13 luglio a causa di un malore.
Nell’indagine si ipotizzano i reati di omicidio colposo ed omissione di soccorso.   Grassi è indicato nelle indagini, condotte dal pm Alessandro Pesce, come l’uomo che ha organizzato la squadra di lavoro, avvertendo Stefano Arcuri, marito di Paola Clemente, che la moglie era stata colta da malore .
La donna, da un paio di giorni prima del decesso, avvertiva dolori al collo a cui non aveva dato molta importanza perchè ne soffriva da alcuni anni.
L’iscrizione del nome di Grassi nel registro gli indagati — precisano fonti inquirenti — è un atto dovuto in vista dell’autopsia che sarà  compiuta il 21 agosto, dopo la riesumazione del corpo dell’operaia.
“Il caporalato in agricoltura è un fenomeno da combattere come la mafia e per batterlo occorre la massima mobilitazione di tutti: istituzioni, imprese, associazioni e organizzazioni sindacali”, dice il ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Maurizio Martina.
Chi conosce — prosegue Martina — situazioni irregolari deve denunciarle senza esitazione. In queste settimane abbiamo lavorato con il Ministero del lavoro sia per intensificare i controlli che per consolidare nuove pratiche utili al contrasto permanente del fenomeno”.
Infatti abbiamo visto i risultati…
“Sul fenomeno del caporalato c’è un muro di gomma. La gente non collabora, preferisce guadagnare pochi spiccioli anzichè collaborare alle nostre indagini finalizzate a debellare il fenomeno”, dice il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, spiegando che l’inchiesta sulla morte della bracciante “andrà  a fondo e darà  giustizia alla famiglia della vittima“.
Il procuratore ricorda che il fenomeno del caporalato è “diffusissimo nel nord barese: ce ne occupammo nel corso delle indagini sul crollo di Barletta (del 3 ottobre 2011 in cui morirono quattro operaie, ndr). In quella circostanza accertammo che le lavoratrici morte erano irregolari. Da lì partì un’inchiesta sul caporalato e venne fuori un fenomeno raccapricciante. Io e il collega Giuseppe Maralfa fummo ascoltati anche dalla commissione parlamentare d’inchiesta e il nostro lavoro fu apprezzato”.
Secondo Capristo dovrebbero essere “i sindacati e i lavoratori a dare indicazioni utili alle indagini sul caporalato”.
Appena pochi giorni fa, sempre nelle campagne di Andria, un altro bracciante è stato colpito da un malore e d adesso è ricoverato in coma nel reparto di rianimazione dell’ospedale San Carlo di Potenza.
L’uomo 42enne è stato   colpito da infarto il 5 agosto scorso, mentre lavorava all’acinellatura dell’uva.
Finora non ha trovato conferma l’ipotesi che il malore che ha colpito il bracciante sia da mettere in relazione all’uso di particolari sostanze nella produzione dell’uva, con le quali sia venuto a contatto.
L’operaio lavorava per circa sette ore al giorno, ma altre ore durava il trasferimento dal paese alla zona dove era impegnato e il ritorno a casa: non si sa, tuttavia, se il malore sia stato causato dalla fatica sopportata.
Il segretario della Flai Cgil Puglia, Giuseppe Deleonardis, spiega che “su Andria non risulta assunto”. Forse, precisa, “era assunto a San Giorgio Jonico”.
Ma, spiega il segretario, gli scenari che si aprono sono “due: o Arcangelo lavorava a nero, oppure era assunto a San Giorgio Jonico, il che sarebbe comunque illegale perchè l’assunzione deve essere fatta sul luogo dove avviene la prestazione di lavoro”
Quanto alla possibilità  di risalire all’azienda per cui Arcangelo lavorava, Deleonardis spiega che “è difficile perchè questi lavoratori sono assunti da agenzie interinali che li spostano laddove occorre. Spesso il bracciante si addormenta sul furgone che lo trasporta e non sa neppure dove si trova quando si sveglia sul posto di lavoro”.
Nel frattempo, proseguono le indagini della procura di Lecce, che il 21 luglio del 2015 aveva iscritto nel registro degli indagati tre persone accusate dell’omicidio colposo di un bracciante sudanese di 47 anni, morto stroncato da un infarto mentre lavorava nei campi.
Per la prima volta la procura salentina ha messo sotto inchiesta la responsabile dell’azienda agricola in cui lavorava il bracciante, il titolare di fatto, cioè suo marito e il presunto caporale, anche lui sudanese, che avrebbe coperto il ruolo di intermediario tra gli stagionali e gli imprenditori.
Più o meno lo stesso schema d’indagine seguito adesso dalla procura di Trani per fare luce sulla morte di Paola Clemente: solo l’ultima vittima di una strage silenziosa che si consuma ogni estate tra vigne e pomodori.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’ITALIA RIPARTE, MA VERSO LA DISOCCUPAZIONE: RISPETTO A UN ANNO FA 85.000 DISOCCUPATI IN PIU’

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

DATI ISTAT: ALTRO CHE JOBS ACT, IN UN ANNO CRESCE LA DISOCCUPAZIONE DELLO 0,3%, NELL’ULTIMO MESE DEL 17%

“L’Italia riparte se le imprese assumono. Purtroppo non è ancora così”. Guglielmo Loy, segretario confederale Uil, risponde in questo modo al tweet del premier Matteo Renzi, che ha esultato per gli ultimi numeri sulle domande di ammortizzatori sociali: “I dati Inps su cassa integrazione sono il segnale che finalmente le cose cambiano #italiariparte”.
Secondo l’istituto di previdenza, le ore di cig autorizzate a luglio 2015 sono calate del 26,9% nel giro di un anno, da 71,7 a 52,4 milioni. A giugno, invece, sono state avanzate oltre 122mila domande di disoccupazione, il 29,3% in meno rispetto a un anno fa.
Ma gli ultimi dati Istat dicono che nello stesso periodo il tasso di disoccupazione è cresciuto dello 0,3%, arrivando a quota 12,7%: nel giro di un anno, si registrano circa 85mila persone in più senza un lavoro.
Scendendo nei particolari, informa l’Inps, nel giro di un anno le ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria sono calate del 19%, quelle di cassa straordinaria del 32,6%, quelle di cassa in deroga del 18,3%.
La minore richiesta dell’ammortizzatore sociale, secondo il sindacalista, si può giustificare con diversi fattori.
“Da una parte ci può essere anche una ripresina, seppure molto moscia — spiega Loy — Ma dall’altra bisogna considerare che in diversi casi le Regioni non hanno le risorse per pagare gli ammortizzatori sociali e non li autorizzano. Inoltre, la stretta sulla cassa integrazione in deroga, ridotta a cinque mesi per il 2015, ha comportato che molte aziende abbiano già  esaurito il proprio bonus“.
Insomma, al calo di domande di cassa non corrisponde necessariamente una maggiore crescita di lavoro, anzi.
Gli ultimi dati Istat sulla produzione industriale, che si riferiscono a giugno 2015, parlano di un calo dello 0,3% su base annua e dell’1,1% su base mensile.
Resta da capire che fine abbiano fatto quei lavoratori per i quali non è stata autorizzata la cassa integrazione.
“Le domande di disoccupazione, da maggio a giugno 2015, sono aumentate — prosegue Loy — Questo può essere un segnale di un parziale travaso verso la vera e propria disoccupazione di persone che erano in aziende in difficoltà ”.
In effetti, nel giro di un mese, le richieste di disoccupazione sono passate da 104mila a 122mila, con un incremento del 17%.
Nel dettaglio, riporta l’Inps, a giugno sono state presentate 5.422 domande di Aspi, 2.482 domande di mini Aspi e 109.071 domande di Naspi.
A queste cifre si aggiungono 219 domande tra disoccupazione ordinaria e speciale edile e 5.476 domande di mobilità , per un totale di 122.670 domande.

Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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MEGLIO DI NIENTE

Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile

COME RINGRAZIARE IL BORSEGGIATORE CHE CI HA FREGATO IL PORTAFOGLIO, SI E’ TENUTO LE BANCONOTE MA CI RESTITUITO LE MONETINE

In Spagna la crisi economica ha avuto un’evoluzione interessante — forse — anche per noi. Parliamo cioè di un Paese dove milioni di persone sono prima passate da un lavoro continuativo e decentemente salariato alla disoccupazione, quindi dalla disoccupazione a un puzzle di lavoretti sottopagati e provvisori (in genere di tre o sei mesi) che consentono un introito medio mensile inferiore del 30-40 per cento rispetto a prima della crisi.
In sostanza, se dovessimo unire i puntini, potremmo dire che la crisi è stata usata per sostituire lavori e redditi decenti con lavori e redditi indecenti.
Questa parabola ha due effetti.
Il primo sulla politica: il premier locale infatti ora può vantarsi di avere ridotto la disoccupazione e aumentato il Pil rispetto a tre-quattro anni fa.
Il secondo sul consenso dei meno avveduti: i quali ringraziano della maggior disponibilità  dei minijobs perchè questi sono “meglio che niente”.
Un po’ come se uno ringraziasse il borseggiatore che dopo avergli rapinato il portafoglio gli ha fatto riavere le monete, tenendosi tuttavia le banconote.
Non si sa (ancora) se anche l’Italia seguirà  questa tendenza: di certo stiamo già  assistendo a una gran campagna per renderci entusiasti della graduale diminuzione di posti di lavoro relativamente solidi e garantiti compensata da un aumento di lavori creati da provvisorie defiscalizzazioni e unilateralmente revocabili in qualsiasi momento.
Più un generale, però, anche in Italia si è già  diffusa la cultura del “meglio che niente”, che è il vero vessillo dell’egemonia culturale della destra economica: quella che che ha introdotto nel linguaggio politico termini come “bamboccioni” e “choosy”, quella che dà  degli sfigati agli studenti-lavoratori, quella che calvinisticamente ti convince che se non hai un futuro si vede che te lo meriti, quella che devi correre a inchinarti se l’Expo ti chiama con 24 ore di anticipo per un impiego precario da 800 euro al mese in una città  dove l’affitto minimo ti costa quasi altrettanto.
Insomma, il vincismo totalitario, dove si brinda per un lavoro di merda a un salario di merda, perchè “è meglio che niente”.
Sapete, un paio d’anni fa c’era una sartoria del’Honduras dove migliaia di lavoratori dovevano stare alla macchina 10 ore consecutive con addosso il pannolone, in modo da risparmiare sui tempi dei bisogni fisiologici.
E quelli andavano tutti i giorni al lavoro col pannolone, perchè lavorare così era “meglio di niente”.

(da “gilioli.blogautore”)

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CRESCONO LE IMPRESE GESTITE DA IMMIGRATI: + 4,1%, SONO 733.000 AZIENDE CHE CONTRIBUISCONO AL PIL ITALIANO

Agosto 15th, 2015 Riccardo Fucile

TRA I NUOVI IMPRENDITORI PREVALGONO MAROCCHINI E ROMENI, MA IL VERO BOOM E’ DEI CINESI

Che gli immigrati siano una risorsa per il paese (e non solo un costo quando bisogna soccorrerli sui barconi in mezzo al Mediterraneo) lo dimostra il fatto che il numero di imprese gestite da stranieri in Italia è in costante crescita.
E non stiamo parlando di multinazionali o di grandi gruppi industriali, ovviamente. Ma di imprese individuali o piccole società .
Una crescita che non si è fermata nemmeno negli anni della recessione, come dimostrano gli ultimi dati forniti dal centro studi della Cgia di Mestre, l’associazione artgiani del veneto che si è specializzata nel raccogliere numeri di questo tipo.
Tra il 2013 e il 2014, le imprese di immigrati sono cresciute di un altro 4,1 per cento, raggiungendo in valore assoluto le 733.500 unità .
In testa alla classifica per provenienza abbiamo il Marocco 74.520), con una quota appena superiore al 10 per cento del totale.
Seguita dalla Romania (70.104).
In questo periodo di tempo, la crescita maggiore si è avuto da parte dei cittadini del Bangladesh (+19 per cento), specializzati soprattutto nella ristorazione: molti locali di cucina indiana, in realtà , sono gestito da loro.
Nonostante si trovino solo al terzo posto in termini assoluti, la comunità  che sta crescendo più di tutti è quella cinese.
E lo fa in modo costante: dal 2009, quando l’economia italiana è cominciata a entrare in recessione, le imprese di immigrati provenienti dalla Cina è aumentata del 39,2 per cento, contro una media relativa a imprese straniere del 22,5 per cento.
E di cosa si occupano?
Innanzi tutto di commercio, con un buon numero di imprese concentrate tra i venditori ambulanti, poi di manifatturiero (tessile-abbigliamento e calzature) e ristorazione-alberghi e bar.
Ancora contenuta, ma con un trend di crescita molto importante, i servizi alla persone (parrucchieri, estetiste e centri massaggi): il numero totale è di poco superiore alle 4.100 unità , ma tra il 2013 ed il 2014 l’aumento è stato fortissimo: +22,4 per cento.
In particolare, i cinesi hanno la vocazione alla piccola impresa.
Se l’incidenza degli imprenditori stranieri sul totale dei residenti stranieri presenti in Italia è pari al 14,6 per cento si legge nel documento della Cgia – quelli cinesi sono addirittura il 26,1 per cento: su oltre 265.800 cinesi residenti in Italia, ben 69.401 guidano un’attività  economica.
La recessione, tuttavia, ha colpito anche loro, come testimonia il livello delle rimesse: negli ultimi tre anni il calo è stato del 69,4 per cento, molto più intenso rispetto al totale degli stranieri (-21,9 per cento).
Se nel 2012 i cinesi inviavano in patria un ammontare di 2,67 miliardi di euro, questo valore si è ridotto a 1,10 miliardi nel 2013 e a 820 milioni di euro nel 2014. Parallelamente, mentre nel 2012 le rimesse dei cinesi rappresentavano il 39,1 per cento delle rimesse totali, nel 2013 si sono ridotte al 19,8 per cento e nel 2014 al 15,4 per cento.

Luca Pagni
(da “La Repubblica”)

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LO HA CAPITO ANCHE GRILLO: IL JOBS ACT E’ UNA PATACCA

Agosto 12th, 2015 Riccardo Fucile

ECCO COSA SCRIVE IL BLOG DEL COMICO GENOVESE

Il Governo sta mettendo in atto da mesi una gravissima campagna di disinformazione sulle condizioni del mondo del lavoro.
A ogni occasione utile, quando escono i dati Istat o Inps, si impegna a capovolgere la realtà . Oggi vanta i 259 mila contratti “stabili” in più del primo semestre 2015, certificati dall’Inps. Peccato che di stabile i nuovi contratti non abbiano nulla.
Dopo l’approvazione del contratto a tutele crescenti (7 marzo 2015), i datori di lavoro hanno portato avanti una massiccia conversione di contratti a tempo determinato in contratti a tutele crescenti, proprio perchè rassicurati dalla estrema facilità  di licenziamento che garantisce la riforma del mondo del lavoro.
Nei primi 3 anni, infatti, i datori di lavoro potranno disfarsi dei lavoratori adducendo motivazioni economiche ed erogando loro l’equivalente monetario di 2 mensilità  per ogni anno di servizio, anche se il licenziamento è dichiarato illegittimo dal giudice.
Si legalizza in pratica il licenziamento arbitrario, in cambio di un tozzo di pane.
Solo dopo 3 anni di servizio i contratti a tutele crescenti devono essere stabilizzati per davvero, ma nulla vieta ai datori di lavoro di scaricare poco prima i lavoratori a tutele crescenti e assumerne di nuovi.
Si profila così una gigantesca operazione “usa e getta” che vedrà  coinvolti nei prossimi anni i nuovi assunti.
Va detto, peraltro, che l’Istat ha già  messo una pietra tombale sulla propaganda governativa: a giugno la disoccupazione è tornata al 12,7% e gli occupati sono in calo anche rispetto al giugno dell’anno scorso.
Un disastro totale, che il Governo cerca di coprire manipolando i dati Inps, i quali calcolano non i nuovi posti di lavoro, ma i nuovi contratti di lavoro.
Incrociando i dati Istat e Inps viene fuori la cruda realtà : il Governo non ha creato un solo posto di lavoro, e ha coperto il suo fallimento con la conversione dei contratti a tempo determinato in contratti ancora meno stabili, vendendoli per quello che non sono.

(da beppegrillo.it)

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IN SEI MESI 4 ASSUNZIONI SU DIECI CON CONTRATTI STABILI? NON SONO STABILI E SONO FINANZIATI DAGLI SGRAVI FISCALI

Agosto 10th, 2015 Riccardo Fucile

I DATI NON CORRISPONDONO AD ALTRETTANTI LAVORATORI, VISTO CHE LA STESSA PERSONA PUO’ ESSERE TITOLARE DI PIU’ CONTRATTI

Nei primi sei mesi dell’anno il saldo tra nuovi contratti di lavoro firmati e rapporti chiusi è stato di 638.240 unità , contro le 393.658 dello stesso periodo del 2014.
E il numero di quelli a tempo indeterminato è salito di 252.177 unità , con il risultato che la quota di assunzioni stabili sul totale è passta dal 33,6 al 40,8%.
A rilevarlo è l’Inps nell’osservatorio mensile sul precariato, che prende in considerazioni solo i dipendenti del settore privato.
Secondo il premier Matteo Renzi i dati “dicono che siamo sulla strada giusta contro il precariato e che il Jobs Act è un’occasione da non perdere, soprattutto per la nostra generazione”.
Peccato che non c’entri nulla: in primo luogo l’economia è in ripresa in tutta Europa ed è normale che anche in Italia si risenta del cambio di vento.
Ma se siamo il finalino di coda della ripresa tra i Paesi europei qualcosa vuol dire.
Le assunzioni a tempo indeterminato poi non sono tali, visto che il lavoratore può essere lasciato a casa in qualsiasi momento con le nuove norme.
In terzo luogo questo genere di assunzione è aumentato solo perche le aziende per tre anni non pagano i contributi, quindi sono diventati piu’ convenienti di quelli precari.
E consentono di licenziare il dipendente più di prima.
Va chiarito infine che questi numeri non corrispondono ad altrettanti lavoratori: soprattutto nel caso dei rapporti a termine, la stessa persona può essere stata titolare di più contratti di lavoro che in questa rilevazione vengono contati singolarmente.
E’ così che si spiega perchè, a fronte di cifre apparentemente positive, la disoccupazione continua ad aumentare.
Pochi giorni fa, intervistato da Il Fatto Quotidiano, il presidente dell’Istat Giorgio Alleva ha stigmatizzato il “caos poco edificante” sui dati sottolineando come quelli forniti dal ministero e dall’Inps siano “dati di fonte amministrativa, non statistiche”.
E anticipando che è allo studio un’integrazione delle informazioni disponibili che dovrebbe sfociare nella diffusione trimestrale di “un’informazione congiunta sul lavoro” e in un rapporto annuale congiunto.

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ALLARME ISTAT: CALANO LE AZIENDE CHE CREANO LAVORO

Agosto 8th, 2015 Riccardo Fucile

LA SOCIETA’ CON DIPENDENTI SONO UN TERZO DEL TOTALE MA IMPIEGANO L’80% DEGLI ADDETTI E SONO DIMINUITE DEL 3%

In Italia diminuisce ancora il numero delle imprese che creano lavoro, reale motore dell’economia.
L’Istat, che parla di aziende attive con dipendenti (escluse la pubblica amministrazione e l’agricoltura), stima un calo del 3% nel 2014 sul 2013, con il totale sceso a 1 milione 540 mila. Cala anche, ma con ritmo meno accentuato, l’occupazione: 13 milioni di addetti (-1,4%).
Nella nota metodologica che accompagna il dossier dell’Istituto di statistica, si sottolinea, infatti, come le imprese attive con dipendenti siano “il core del sistema produttivo nazionale”.
Come è noto le imprese con dipendenti sono solo una parte, circa un terzo, del totale, fatto per lo più di realtà  condotte da un unico soggetto, che magari si avvale della collaborazione di lavoratori autonomi.
Ma la gran parte dell’occupazione si deve alle imprese con dipendenti, che da sole spiegano l’80% del totale degli addetti (appunto poco più di 13 milioni, di cui oltre 11 milioni dipendenti).
Guadando alla dimensione d’impresa, la riduzione maggiore si registra per la classe 1-9 addetti (-3,2%).
In particolare l’Istat evidenzia “il forte calo” del numero delle imprese con 100-249 addetti nelle costruzioni: -8,8%.
L’Istituto, che ha pubblicato i dati sul sui sito, tiene a precisare come le cifre siano il risultato di una stima anticipata e ricorda che la rilevazione non comprende i settori dell’agricoltura, della Pubblica Amministrazione e del non profit. Gli ultimi dati consolidati, relativi al 2013, sono stati diffusi a dicembre dello scorso anno e mostravano un calo nel numero delle imprese attive con dipendenti ancora più forte, pari al 3,7%.

(da agenzie)

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MORIRE DI FATICA, ANCHE QUESTO E’ IL SUD

Agosto 7th, 2015 Riccardo Fucile

TRE BRACCIANTI MORTI IN PUGLIA MENTRE RACCOGLIEVANO FRUTTA E VERDURA

Il terzo bracciante a crollare per la fatica e per il caldo si chiamava Zaccaria, era tunisino e doveva mantenere 4 figli.
Si è sentito male martedì 3 agosto in tarda mattinata alla fine del turno di lavoro nei campi dove caricava cassette di uva. Si trovava a Polignano a Mare.
A differenza di Paola, la raccoglitrice di uva stroncata da un infarto alla fine di una lunga giornata di lavoro, sul corpo di Zaccaria, 52 anni, verrà  eseguita l’autopsia.
La Procura di Bari vuole capire se la morte sia stata conseguenza di un infortunio sul lavoro, un approfondimento di indagine che nel caso della bracciante italiana non c’era stato.
La storia di Paola, infatti, è emersa soltanto grazie al lavoro dei cronisti e della Flai-Cgil pugliese che hanno raccontato l’ultima giornata di questa donna di San Giorgio Jonico, madre di 3 figli, che quotidianamente si alzava nel cuore della notte per raggiungere le campagne di Andria dove era impegnata nella acinellatura dell’uva, un lavoro massacrante eseguito sotto un tendono dove la temperatura può raggiungere in questo periodo i 40 gradi.
Un lavoro che però viene pagato molto poco, circa 30 euro a giornata nonostante il contratto nazionale stabilisca che siano almeno 52.
“Paola ha fatto 15 anni di duro lavoro nei campi – dice ancora Deleonardis, responsabile Flai-Cgil regionale – dall’alba fino a quando fa buio. Si alzava alle 2 di notte a San Giorgio Jonico, in provincia di Taranto, arrivava sui campi di Andria alle 5, rientrando nel primo pomeriggio a casa, dopo circa cinque ore di viaggio fra andata e ritorno”.
Le accuse lanciate dalla Cgil sono pesantissime: sembra che in ospedale non sia mai arrivata.
Il carro funebre l’ha portata direttamente dal campo di lavoro alla cella frigorifera del cimitero di Andria, dove il marito e i figli l’hanno trovata
Paola è deceduta il 13 luglio, e prima di lei è toccato a Mohammed, sudanese di 47 anni, crollato a terra sotto il sole cocente mentre raccoglieva pomodori nella campagna tra Nardò e Avetrana.
“Li fanno vivere peggio delle bestie. Mio marito dormiva su un materasso poggiato su un balcone, in mezzo alla sporcizia: se l’avessi saputo, non l’avrei mai lasciato venire qui”, ha dichiarato la moglie a Repubblica Bari.
Il proprietario dell’azienda agricola dove era impiegato Mohammed è ora indagato per omicidio colposo insieme a un altro dipendente e a un uomo sospettato di essere il caporale.
Il caporalato – o intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro – è diventato reato nel 2011 dopo il reportage giornalistico di Fabrizio Gatti, che si era finto raccoglitore di verdura nei campi pugliesi, e dopo uno sciopero degli stessi braccianti agricoli stranieri a Nardò.
Le associazioni che difendono i diritti dei migranti hanno spesso criticato la norma poichè non prevede tutele per lo straniero senza documenti che eventualmente decide di denunciare.
Negli ultimi mesi è emerso che i caporali preferiscono le donne italiane agli uomini stranieri, poichè i secondi ormai si ribellano quando le condizioni di lavoro diventano molto pesanti. E nonostante a Lecce sia entrato nel vivo un processo contro il caporalato, il fenomeno è ancora esteso, vivo e vegeto:
L’inchiesta sulla morte di Mohamed, il sudanese di 47 anni deceduto mentre lavorava in un’azienda agricola, ha riportato alla luce l’esistenza di un’organizzazione criminale viva e vegeta. Che nel 2012 ha traballato grazie all’operazione Sabr (che portò in carcere 22 persone accusate di riduzione in schiavitù) e oggi è più solida che mai.
Al punto da poter disporre delle case abbandonate nelle campagne fra Copertino, Nardò, Galatone, Porto Cesareo — e poi su, verso Avetrana — a proprio piacimento. Con il placet dei proprietari, che hanno più paura di mettersi contro i “capi neri” che di infrangere la legge italiana.

(da “Huffingtonpost”)

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IMPRENDITORE DI 30 ANNI: “ASSUMO, MA TROVO POCHE PERSONE DISPOSTE A FARE FATICA”

Agosto 6th, 2015 Riccardo Fucile

LO SFOGO DEL TITOLARE DI UNA SOCIETA’ DI CONSULENZA: “SEMPRE MENO GIOVANI DISPOSTI A METTERSI IN GIOCO”

Questa non è la lettera di un imprenditore in difficoltà , disilluso da anni di lotta con la burocrazia o soffocato da un mercato in crisi; e non è neppure il lamento di un vecchio del mestiere in conflitto con le nuove generazioni.
Al contrario, questa è la riflessione di una persona che, ancora distante dalla soglia dei 40, ha avuto la fortuna di poter contribuire a creare un’impresa — una società  di consulenza — che continua a crescere di anno in anno, raggiungendo traguardi sempre più ambiziosi, perseguendo l’espansione internazionale, e operando presso clienti prestigiosi.
Impresa alla quale, in un momento in cui (apparentemente in controtendenza) gli ordini continuano a crescere e i progetti diventano più entusiasmanti, si palesa una difficoltà  inconsueta: trovare persone che abbiano voglia di mettersi in gioco, di imparare, di crescere, di lavorare. Di fare fatica.
Fatica non di quella fisica, da cantiere, ma di quella fatta di scadenze incombenti, di (eufemisticamente ) vivaci scambi di opinioni, di trasferte, del sentirsi sempre messi in discussione a fronte di un contratto (quello con il cliente) vincolato ai risultati.
Fatica che, per chi come me e come noi sta forse riuscendo a costruire qualcosa, non è mai stata un problema, e che è sempre venuta in secondo piano nei confronti della soddisfazione di vedere i risultati — aziendali prima e personali poi — del nostro lavoro. Quando infatti abbiamo creato Auxiell, ormai dieci anni fa, freschi di laurea, in un periodo in cui le uniche startup parevano dovere essere quelle a contenuto tecnologico, ci siamo posti un obiettivo: lavorare per contribuire a creare imprese eccellenti non solo nel prodotto, ma anche nei processi che le compongono.
Ecco perchè Auxiell esiste: per creare esempi di eccellenza, perchè gli imprenditori e i manager possano andare fieri di quanto fanno di giorno in giorno e dei risultati che raggiungono.
Ma per creare esempi bisogna, in prima battuta farsi esempio, mettendo quando necessario gli interessi del cliente, del progetto o dell’azienda davanti ai propri.
Eppure, in un momento in cui si fa un gran parlare di crisi e di disoccupazione, e in cui noi invece avremmo abbondanza di lavoro da offrire, ci confrontiamo frequentemente con persone la cui mentalità  prevede l’equazione «ricevo un compenso e quindi posso affrontare dei sacrifici» e non, piuttosto, «non mi pongo il problema di affrontare qualche sacrificio e di conseguenza so che potrò ambire a raggiungere qualcosa».
E non è questione di età  o di area geografica di provenienza: troppe volte, ormai, ci siamo trovati di fronte a simili obiezioni per poter pensare di attribuirle ad un singolo cluster di popolazione.
Si badi bene, qui non si parla di «sfruttare» il lavoro, men che meno quello dei giovani neolaureati come peraltro noi stessi siamo stati qualche tempo fa.
Si tratta di condividere (sì, condividere) i frutti di un lavoro solo dopo che questo lavoro è stato svolto, senza occhio all’orologio o al calendario, con un pizzico di quella tanto elogiata (a parole…) mentalità  imprenditoriale. Per noi la sfida è aperta.
P.S. Per rispondere ad alcuni commenti dei lettori vorrei precisare che non abbiamo mai usato contratti a progetto.
Ad oggi, più del 90% sono tempi indeterminati — e i tempi determinati sono legati solo a nuove assunzioni.
Per quanto riguarda le retribuzioni:
-Ingresso per neolaureato brillante: 26.000 + auto + Pc e telefono.
-Ad un professionista: a partire da 40.000 + auto + Pc e telefono.
– Tutti hanno diritto ad una diaria trasferta, oltre ovviamente ai rimborsi totali delle spese vive
– Tutti, anche i neoassunti e neolaureati, hanno diritto a premi proporzionali ai risultati individuali, di team e aziendali. A titolo informativo, negli ultimi due anni abbiamo distribuito circa il 25% dell’utile annuo in premi ai dipendenti
– Tutti i dipendenti, fin dal momento dell’assunzione, hanno chiaro il percorso di crescita che possono percorrere per, a fronte di incremento di competenze e raggiungimento di risultati, poter diventare partner della società 
– Ogni anno investiamo consistentemente in formazione, interna ed esterna (ad esempio, ogni anno inviamo almeno una persona in Giappone per studio e approfondimento), e ciascun collaboratore usufruisce di un percorso di coaching personalizzato per sviluppare le proprie skill.

Riccardo Pavanato
fondatore di Auxiell, società  di consulenza

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